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Milano mai così calda dal 1899

Il 2017 è stato a Milano il più caldo degli ultimi 119 anni. Questo dicono i dati dell’Osservatorio Meteorologico Milano Duomo. Tanto caldo e tanta siccità. Con una particolarità che fa specie: in città molto spesso il clima varia da zona a zona. Anche con differenze significative: in centro fa decisamente più caldo, San Siro è la zona più fredda, Bovisa la più piovosa. Pamela Turchiarulo è una delle meteorologhe dell’Osservatorio Meteorologico Milano Duomo

L’intervista a Pamela Turchiarulo

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    Silvia Giacomini
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Striscioni di Casapound in centro. Com’è possibile?

“Chiudete le frontiere non le strade”. Nella notte Casapound ha affisso suoi striscioni sulle barriere antiterrorismo in piazza Duomo, in Galleria, in piazza XXV aprile e in altri luoghi centralissimi e sorvegliatissimi di Milano. Come è stato possibile?

Lo abbiamo chiesto a Carmela Rozza assessora alla sicurezza del Comune di Milano

“E’ avvenuto nella notte tra lunedì e martedì. Sono stati fermati in largo Cairoli dalla Digos, che ha identificato le persone e ha sequestrato gli striscioni che ancora non erano stati attaccati. Quindi, da un lato sta operando la Digos, che sta preparando l’informativa da mandare al magistrato. Noi, dall’altra parte, stiamo vedendo le immagini delle telecamere nei luoghi dove sono stati apposti gli striscioni (Duomo, Galleria, piazza XXV aprile, Ugo Foscolo): se riusciamo a identificare gli autori del gesto, gli manderemo la sanzione amministrativa per affissione abusiva”.

Secondo lei c’è un problema di vigilanza? Perché quelli sono jersey antiterrorismo e se qualcuno è riuscito ad attaccarci degli striscioni, vuol dire che ha eluso dei controlli…

“No, non ci sono controlli sulla persona fisica che cammina in piazza Duomo. E’ ovvio che le pattuglie della polizia di Stato e dei carabinieri presenti di notte su piazza Duomo hanno segnalato alla Digos e poi la Digos li ha intercettati in Cairoli”.

Quindi in piazza Duomo ci si è accorti di quanto stava succedendo…

“Ci si è accorti, e infatti è partita immediatamente la segnalazione alla Digos. La cosa che non si coglie mai è che ogni pattuglia ha l’ordine di presidiare un luogo e non può distrarsi da quel presidio. Avverte la centrale operativa e si muovono altri per gli interventi”.

C’è anche una questione politica che le chiedo in quanto assessore di questa Giunta, e cioè il fatto che l’estrema destra si stia prendendo tante libertà.

“Mah, guardi, su questo mi piacerebbe tanto che i miei colleghi e amici del centrodestra avessero la stessa onestà intellettuale che credo di avere io. E cioè, io non faccio passare inosservate le scritte sui muri dei centri sociali; intervengo e stigmatizzo comportamenti scorretti in tutte le manifestazioni degli estremisti di sinistra. Invece i miei colleghi del centrodestra urlano di fronte agli imbrattamenti degli estremisti di sinistra ma quando poi l’imbrattamento è opera di questi signori, silenzio totale”.

Ecco, però in questo caso si va un po’ oltre l’imbrattamento. C’è una formazione politica di estrema destra che lancia messaggi contro la Costituzione.

“Guardi, per me è contro la Costituzione l’estrema destra tanto quanto l’estrema sinistra che propugna la totale libertà di fare quel che vuole senza rispettare le regole. Per me gli estremismi sono tutti da rintuzzare, e chiunque voglia imporre la sua volontà in termini antidemocratici, cercando di imporre le proprie opinioni, anche attraverso l’imbrattamento,  va assolutamente rifiutato. Dopodiché c’è anche un tema che riguarda il messaggio inquietante di questi striscioni. Pensare che il terrorismo sia figlio dell’accoglienza è quanto di più sbagliato e non vero. Ed è palese che chi vuole alzare i muri, vuole il terrorismo per poter lucrare voti. E, su questo, i fascisti veri come questi vogliono imporre il loro ordine che è diverso dall’ordine democratico”.

 

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    Silvia Giacomini
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In ricordo di Margot la cantastorie

Margherita Galante Garrone, in arte Margot, se ne è andata il 23 agosto. Il suo nome ha attraversato la storia del canto popolare, politico e sociale in Italia. Alla fine degli anni ’50, con Sergio Liberovici, Michele Straniero, Emilio Jona, Fausto Amodei e altri, fece parte del progetto dei Cantacronache. Si dedicò poi al teatro, senza mai smettere – nella migliore tradizione dei cantastorie – di mettere in musica e cantare fatti di vita quotidiana e denunce politiche.

Radio Popolare le ha dedicato uno speciale, curato da Silvia Giacomini.

Ascoltalo qui

speciale margot-legg

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    Silvia Giacomini
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Africani non andate in Libia

Un gruppo di richiedenti asilo in visita a Radio Popolare

Sono arrivati in dieci, a metà di un pomeriggio di agosto, in visita a Radio Popolare. Giovani, allegri, interessati, tutti africani: ghanesi, nigeriani, eritrei, qualcuno dalla Costa d’Avorio e dalla Sierra Leone. Vivono a Milano, sparpagliati nei centri di prima accoglienza di via Aldini, via Corelli, Cascina Gobba. Si sono conosciuti alla scuola estiva di italiano ospitata dall’oratorio di Santa Maria Beltrade, zona viale Monza. Il più giovane, Moussa, ha 19 anni, gli altri solo qualcuno in più. La radio li affascina: guardano, fotografano, filmano, qualcuno prende appunti. Provano microfoni e cuffie, ridono. Ibrahim, 22 anni, a un tratto si fa serio. Ci pensa un po’ e poi chiede se può registrare una canzone. E’ un appello – dice in inglese – e vorrebbe che lo sentissero in tanti e lo facessero arrivare a tutti gli africani. E’ un appello cantato in modo sommesso ma deciso: africani non partite, africani non andate in Libia. Il viaggio è pericoloso, troppo pericoloso, si rischia di morire. Ibrahim è partito dalla Sierra Leone, via da una situazione politica insopportabile. In Libia è stato costretto per più di un anno, spedito in quattro prigioni diverse. E’ lì, meditando sul mio viaggio, che – spiega -ho pensato alle parole di quella canzone. E adesso che è in una radio ha trovato il modo di farla sentire, sperando che arrivi a tanti che ancora non sono partiti.

Ibrahim Sorie Kamara

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    Silvia Giacomini
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Cooperative fuori controllo

Una cooperativa edificatrice come a Milano e in Lombardia ce ne sono tante. Qualche centinaio di soci che abitano nelle case della cooperativa e che mettono i loro risparmi nelle sue casse, sotto forma di prestito sociale.

Poi alla cooperativa L’avvenire di Musocco qualcosa cambia. Negli anni ’90 – grazie a una nuova legge che di fatto svuota le cooperative della filosofia e dei principi per cui erano nate – i soci possono decidere se comprare la casa in cui abitano. Da lì a operazioni edilizie e finanziarie speculative il passo è breve.

La cooperativa L’avvenire di Musocco si fonde con la Unacoop di Novate. I soci diventano molti di più, la gestione meno controllabile e sempre più spregiudicata.

Alcuni mesi fa qualche socio chiede di riavere i soldi che ha messo nel prestito sociale. Ne ha bisogno per coprire spese improvvise.  Ma i soldi non vengono restituiti e il consiglio di amministrazione si nega.

Si scopre che la Unacoop è in bancarotta, che i revisori dei conti e il collegio dei sindaci hanno giudicato il bilancio del 2015 non approvabile. Nonostante questo a ottobre il Cda si presenta all’assemblea dei soci: vuole fare approvare comunque quel bilancio e propone come via d’uscita di cedere il patrimonio edilizio invenduto della cooperativa a una finanziaria. In cambio la promessa ai soci di qualche milione in azioni.

Ora i soci, più di settecento, hanno fatto un comitato per cercare di riavere i loro soldi e di salvare la cooperativa.

Mariangela Casalucci è una di loro:

Intervista a Mariangela Casalucci

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    Silvia Giacomini
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Milano-Meda, ponti troppo vecchi

Due cavalcavia sulla Milano-Meda sono stati chiusi per precauzione. Uno a Cesano Maderno e uno a Bovisio Masciago. Manca da anni la manutenzione e – visto che solo qualche settimana fa un ponte è crollato sulla Milano-Lecco – la prudenza non è mai troppa.

La notizia potrebbe risolversi in poche righe, non fosse che è il paradigma di un fallimento annunciato, quello della Pedemontana: l’autostrada che dovrebbe collegare le province di Bergamo e Varese, ancora incompleta, costata un sacco di soldi e usata per ora pochissimo, troppo poco per essere sostenibile.

Ma torniamo ai cavalcavia: costruiti tra gli anni Sessanta e Settanta, avrebbero tutti bisogno di controlli e manutenzione. Ma le province da cui dipende la Milano-Meda hanno pochi soldi e in questi anni hanno deciso di non usarli per controllare dei ponti che avrebbero dovuto essere abbattuti.

Sì, perché proprio con l’arrivo della Pedemontana e delle nuove infrastrutture per collegarla alla rete viaria già esistente, quei ponti non sarebbero più serviti. O avrebbero dovuto essere ricostruiti più larghi.

Solo che la Pedemontana è stata costruita solo in parte e, soprattutto, non sono state fatte le strade che la possono interconnettere con tutto il resto. I lavori sono in ritardo perché mancano i soldi, ma anche perché, nel territorio di Seveso, vanno fatte delle bonifiche del terreno inquinato dalla diossina.

I sindaci della zona hanno più volte sollecitato una soluzione: per il traffico congestionato di quelle strade, per i cantieri infiniti, per una bonifica sempre rimandata e mai fatta.

Nel frattempo i cavalcavia pericolanti restano là, sulla Milano-Meda, chiusi per precauzione.

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    Silvia Giacomini
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Via libera ai fascisti, antifascisti caricati

A Pavia sabato sera un quartiere è diventato in pochi minuti zona rossa. Chiusi tutti gli accessi, ammessi solo i residenti e i manifestanti. Manifestanti di estrema destra, che avevano organizzato un corteo per ricordare un militante missino ucciso negli anni Settanta. Questura e prefettura hanno dato il permesso a quella parata e hanno invece vietato il presidio della rete antifascista. Ma l’Anpi ha invitato alla disobbedienza civile e il presidio si è fatto lo stesso, fuori dalla zona rossa, in centro a Pavia. A quel punto le cariche della polizia. Diversi i manifestanti contusi, uno – ferito alla testa –  ha avuto otto giorni di prognosi. Al presidio antifascista c’erano anche il sindaco di Pavia, Massimo De Paoli e alcuni assessori.

Questa la ricostruzione dei fatti di Mauro Vanetti, del Comitato antifascista pavese

Ascolta:        vanetti-pavia

A rendere ancora più clamoroso quanto accaduto, il fatto che in piazza ci fosse il sindaco della città MAssimo De Paoli e alcuni esponenti della giunta comunale.

Luca Casarotti, dell’Anpi di Pavia

Ascolta:        casarotti-pavia

 

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    Silvia Giacomini
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“Centrosinistra unito anche in Lombardia”

Ci si muove nel centrosinistra lombardo in vista delle prossime elezioni regionali. Sabato mattina alla festa dell’Unità di Milano ci sarà l’assemblea regionale del Pd. E il tema principale all’ordine del giorno sarà proprio come arrivare alle elezioni. Stesso tema per l’incontro a Monza di Sel su “La sinistra che vogliamo”.

Elezioni che a scadenza regolare dovrebbero essere nel 2018, ma che potrebbero arrivare in anticipo, almeno stando alle voci che girano proprio negli ambienti del centrosinistra.

In ballo c’è il processo al presidente lombardo Maroni, accusato di aver fatto pressioni per far assumere due sue collaboratrici. La sentenza arriverà nei prossimi mesi e se dovesse esserci una condanna di primo grado superiore ai 18 mesi, Maroni potrebbe essere sospeso in base alla legge Severino.

Giovedì Umberto Ambrosoli si è dimesso da coordinatore regionale dell’opposizione di centrosinistra. Non parteciperà alle prossime elezioni ma ha un’idea sulla direzione che dovrebbe prendere il centrosinistra per vincere anche in Regione.

“Le mie dimissioni da coordinatore – spiega Ambrosoli – sono l’avvio di una fase nuova, legata alle prossime elezioni regionali che, come abbiamo visto dall’atteggiamento del centrodestra nelle ultime settimane, fanno riferimento a una campagna elettorale già iniziata. Oggi ci troviamo con un processo che pende sulla testa del presidente Maroni. Ecco perché bisogna prepararsi all’eventualità di elezioni anticipate”.

“Personalmente non intendo partecipare alle prossime elezioni regionali, perché penso che ci sia bisogno di una proposta nuova del centrosinistra. E siccome non ho l’aspettativa di ricandidarmi, ho colto una nuova occasione professionale (gli è stato offerto l’incarico di presidente della Banca Popolare di Milano, ndr). Se questo nuovo incarico sarà confermato entro la fine dell’anno, mi dimetterò anche da consigliere regionale”.

Come deve muoversi, secondo lei, il centrosinistra in vista delle prossime elezioni regionali?

“In primo luogo non deve farsi imbrigliare esclusivamente dall’agenda del Consiglio regionale, perché quella è un’agenda fatta da chi oggi governa in Regione. E deve guardare al di là delle forze che da coordinatore dell’opposizione in questi anni ho potuto coordinare, cioè il Partito democratico e il Patto civico. Sappiamo che, in realtà, le forze dell’alleanza di centrosinistra sono assai più ampie ed è con loro che va fatto il percorso per l’identificazione delle proposte elettorali per le prossime regionali”.

Quindi, quali forze?

“Io penso che sia assolutamente necessario coinvolgere fin da subito, e non solo nelle fasi finali della campagna elettorale, le forze che per esempio a Milano hanno sorretto la candidatura di Beppe Sala. Quindi, un’alleanza che vada da una sinistra più a sinistra del Pd alle forze capaci di attrarre il voto moderato, che nel caso di Milano sono confluite nella lista civica a sostegno del candidato sindaco. C’è una differenza importante rispetto al 2012: oggi tutti i capoluoghi di Provincia lombardi sono amministrati dal centrosinistra, grazie anche al sostegno di liste civiche presenti in maggioranza. Bisogna mettere insieme tutte queste forze, in primo luogo, e poi allargarsi rapidamente a quella Lombardia profonda della fascia pedemontana che nel 2013 ha visto trionfare Maroni”.

 

Ascolta qui l’intervista integrale a Umberto Ambrosoli

ambrosoli

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    Silvia Giacomini
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“Buona scuola?” Mancano gli insegnanti

“Da quando mi occupo di scuola una situazione così non l’ho mai vista”. Tobia Sertori è il segretario lombardo della Flc Cgil e prova a spiegare come stanno le cose. Ma non è semplice: bisogna davvero essere degli specialisti del settore per capire tutti gli intoppi, le falle, le complicazioni o i banali, ma complicatissimi, passaggi burocratici.

A tre giorni – domenica compresa- dall’inizio dell’anno scolastico gli ex provveditorati sono nel caos. Provando a semplificare: le operazioni di immissione in ruolo dei docenti precari sono partite in grandissimo ritardo, complici gli errori estivi del sistema informatico del ministero che aveva fatto assegnazioni a casaccio. Quasi certamente all’apertura delle lezioni molte scuole non avranno tutti i posti coperti. Ci saranno tanti supplenti, alcuni dei quali non avranno nemmeno la certezza di arrivare a fine anno: potrebbero essere infatti loro stessi messi in ruolo in un’altra scuola o dover lasciare il posto a chi – prima o poi – sarà assegnato a quelle classi.

Ma non è tutto: c’è anche il famoso concorso non ancora finito. Le operazioni di correzione degli scritti degli aspiranti professori in diverse regioni vanno a rilento e non finiranno di certo entro i prossimi giorni. E poi ancora ci sono alcune classi di insegnamento che hanno delle graduatorie troppo brevi: gli abilitati sono meno dei posti disponibili.

Insomma, caos è la parola che sintetizza meglio la situazione. “Altro che buona scuola” riassume il sindacalista Tobia Sertori. Ascoltalo qui:

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“La Svizzera viola le leggi sul diritto d’asilo”

Le associazioni per i diritti umani che seguono i migranti hanno denunciato, ancora una volta, la situazione al confine di Chiasso. Le guardie di frontiera non hanno gli strumenti per valutare i singoli casi di persone che cercano di entrare in Svizzera. Per esempio non hanno un interprete. E dunque violano le leggi sul diritto di asilo e di protezione.

“La guardia di confine non ha i mezzi per fare il lavoro che fa”, denuncia Denise Graf di Amnesty Svizzera. “Per prendere una decisione sul futuro del migrante interrogato alla frontiera – se ha diritto ad accedere alla procedura in Svizzera o se deve essere rimandato in Italia – bisogna stabilire i fatti in modo completo. Le autorità invece non hanno nemmeno a disposizione un interprete”.

“Io sono stata a Como, nel parco dove sono accampati i profughi, e nella struttura di don Giusto a Rebbio – continua Denise Graf – e mi sono resa conto che senza interprete non era possibile capirsi. Io ci sono stata con un interprete eritreo e quindi ho potuto raccogliere le storie dei suoi connazionali, ma per esempio non mi è stato possibile avere un colloquio con gli etiopi o con i sudanesi. Mi chiedo allora come sia possibile che senza un interprete la guardia di confine faccia il suo dovere in modo completo e preciso, come è previsto dalla legge”.

Quindi ci sono dei respingimenti arbitrari?

“Sì, esattamente. E c’è anche un problema che riguarda le domande di protezione. Per esempio se c’è un minore bloccato in Italia, che dorme da solo al parco, ma che ha dei parenti in Svizzera, ha diritto alla domanda di protezione, ha diritto a un ricongiungimento familiare con le persone che possono prendersi cura di lui”.

Quanti sono i minori non accompagnati a Como?

“Secondo le informazioni che abbiamo raccolto da don Giusto della Valle, che da tempo si occupa di accoglienza nella sua parrocchia di Rebbio, ci sono stati 500 passaggi di minori tra il 14 luglio e il 15 agosto. Alcuni di questi minori hanno cercato di superare il confine più di una volta, quindi parliamo di 300 persone”.

Amnesty Svizzera cosa può fare nei confronti del governo della Confederazione?

“Noi chiediamo al governo svizzero di tenere conto della situzione precaria dei minori in Italia e anche delle difficoltà a livello di rilocazione, ovvero della ripartizione obbligatoria per quote degli immigrati tra tutti i Paesi membri dell’Unione europea. Nessun minore in Italia è stato finora rilocato, quando ci sono almeno 1.500 minori eritrei che avrebbero la possibilità di essere rilocati. Chiediamo alle autorità svizzere di intervenire presso le autorità italiane per rendere operativa questa procedura. E chiediamo al ministero per le Migrazioni di attivare per i minori che hanno diritto alla protezione le procedure di ricongiungimento con i parenti in Germania e Svizzera. Si dovrebbe trovare un accordo di questo tipo, anche perché la Commissione europea dice chiaramente che bisogna favorire le persone particolarmente vulnerabili”.

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    Silvia Giacomini
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Errani verso la nomina a commissario

Il centro storico di Crevalcore, con i cantieri del dopo terremoto

Era lui il presidente dell’Emilia Romagna quando, nel maggio 2012, il terremoto colpì la sua regione. Ed è stato lui a guidare la ricostruzione, in parte ancora in corso, delle zone disastrate.

Vasco Errani sarà ora il commissario alla ricostruzione dell’ennesimo terremoto, l’ultimo, quello che ha raso al suolo Amatrice e dintorni.

Il presidente del consiglio Matteo Renzi ha deciso di affidargli il compito delicatissimo di guidare un’opera complicata: studiare la soluzione migliore per far rinascere paesi quasi interamente distrutti.

Ma può un commissario venuto da fuori affrontare una simile sfida? L’estremo negativo è rappresentato da quel che è successo all’Aquila, dopo il sisma del 2009: un territorio commissariato dove, in nome dell’emergenza, sono stati fatti scempi, commessi reati, dimenticati i cittadini e le realtà in cui vivevano prima delle scosse. Gli esempi positivi e più recenti sono invece quelli dell’Emilia e dell’Umbria, sia pure con dei danni molto più lievi.

La differenza con l’Emilia è soprattutto un’altra però: Vasco Errani guidò la ricostruzione da presidente della Regione, partendo dunque da una base di rapporti con i sindaci della zona già costruita e spesso molto solida. In questo caso invece, sarà l’uomo venuto da fuori.

Un rischio da non sottovalutare, dice il sindaco di Crevalcore Claudio Broglia. Il suo comune fu uno dei più colpiti nel 2012. La ricostruzione, a distanza di quattro anni, è a buon punto. “Ma – ripete Broglia – il ruolo dei sindaci è stato fondamentale. Sono loro che conoscono i cittadini, il territorio, le priorità dei loro comuni. Bisogna che il rapporto con loro sia stretto e tenuto in considerazione”.

BROGLIA

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    Silvia Giacomini
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Francesca Fornario: niente satira su Radiodue

La seconda e anche ultima puntata di Mamma non mamma versione a due voci, è andata in onda domenica 7 agosto. La stagione, dopo il successo degli scorsi anni, era appena ricominciata su Radiodue. Ma… “come si fa a a fare una torta senza gli ingredienti?”, chiede Francesca Fornario, autrice satirica e conduttrice, insieme a Federica Cifola, del programma di Radiodue.

Gli ingredienti erano stati tagliati – in verità – già nella scorsa stagione, l’indicazione arrivata dalla direzione di Radiodue era chiara: basta satira politica su personaggi italiani, la gente non ne può più.  Sparita dunque l’imitazione della mamma di Renzi e per par condicio anche quella della mamma di Alfano.

Quest’anno però un altro divieto: basta personaggi, basta imitazioni, basta satira, battute, scenette. Francesca Fornario dopo le prime due puntate di una trasmissione stravolta, ha scritto su Facebook spiegando ai suoi ascoltatori perché sentivano un prodotto diverso da quello cui erano abituati. La cosa non è piaciuta ai suoi capi e il risultato è che Mamma non mamma non avrà più la voce e i testi di Francesca Fornario.

Programmi cancellati, direttori che cambiano, indicazioni su quello che può andare in onda e quello che invece dà fastidio o non interessa. Che cosa succede in Rai? Forse nulla di molto diverso dal passato, ma continua a succedere.

Francesca Fornario parte dalle indicazioni editoriali che sono arrivate a lei per fare qualche considerazione più larga sulla nuova, vecchia Mamma non mamma Rai.

Ascolta qui l’intervista

L’intervista a Francesca Fornario

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    Silvia Giacomini
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Quel labile confine tra sicurezza e diritti

“È in corso un’imponente opera di bonifica che prescinde dalla sussistenza di condizioni per l’arresto”. Così il ministro dell’Interno Angelino Alfano in un’intervista a Repubblica. Alfano poi spiega in modo ancora più esplicito: si stanno espellendo dall’Italia persone su cui ci sono solo sospetti. Insomma che non si possono fermare o arrestare perché non ci sono prove sufficienti per accusarli di terrorismo.

Il ministro dell’Interno usa “bonifica”, parlando di espulsioni, senza preoccuparsi granché del peso delle parole. Ma sarebbe il meno. Il ministro dell’Interno mette anche nero su bianco  che – in nome della sicurezza – i diritti passano in secondo piano.

Tra l’altro – anche supponendo che i sospetti sulle persone espulse siano concreti e che quelle persone rappresentino un rischio reale – dove sta la convenienza a rimandarli nei Paesi d’origine? Non si rischia, in questo modo, di perderne completamente le tracce e dunque il controllo?

Non che sia una novità: sono decenni ormai che succede. E’ vederlo esplicitato che fa effetto e che invita a una riflessione. Lo facciamo con Fabrizio Colarieti, giornalista, e Guido Savio, avvocato dell’Asgi, l’Associazione di studi giuridici sull’immigrazione.

Ascolta qui l’intervista

Fabrizio Colarieti e Guido Savio

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    Silvia Giacomini
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“Bisogna stare uniti e attenti”

Il potere del canto. L’incontro con Yildiz, il nome è inventato, è stato possibile grazie a Sebben che siamo donne. E non è un caso. “Sebben che siamo donne paura non abbiamo”, dice uno dei più conosciuti canti popolari italiani. Ed è sentendo quel canto e provando a cantarlo che la strada dell’antropologa Yildiz si è incrociata con quella di Radio Popolare.

Università di Milano Bicocca, 20 luglio 2016, 14esima Conferenza dell’Associazione degli antropologi sociali: una delle attività previste per i partecipanti  è un seminario di canto popolare italiano.

Yildiz si nota: intanto arriva dalla Turchia a pochi giorni dal tentativo di golpe contro Erdogan. Poi canta a memoria, senza bisogno del testo. Infine parla in italiano e si avvicina, alla fine del laboratorio per fare il complimento più bello che chi ama cantare si possa sentir dire: “Sono partita da Istanbul – dice – con il cuore pesante, con i vostri canti, avete alleggerito un po’ quel peso”.

Si chiacchiera, si passa una serata insieme, si scopre che è riuscita ad arrivare a Milano solo perché lavora all’estero, in un’università americana e quindi per lei non vale il divieto di espatrio in vigore per i docenti turchi. Vive negli Stati Uniti per parte dell’anno, in Turchia durante l’estate.

Alla fine ci si scambiano i contatti e Yildiz accetta di essere intervistata, una volta tornata a Istanbul. Ma da ricercatrice seria prima chiede un po’ di tempo, per osservare con i suoi occhi quello che sta succedendo.

“Sebben che siamo donne paura non abbiamo, abbiam delle belle buone lingue…” del canto italiano è questa la frase che a Yildiz è piaciuta di più. E allora eccola, la sua intervista. E’ da ascoltare “leggendo tra le righe”. Con una postilla che Yildiz fa a registratore spento: “Ricordatevi che la Turchia è fatta da tante persone, non da una sola. Non abbandonateci”.

Ascolta qui l’intervista a Yildiz

L’intervista a Yildiz

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    Silvia Giacomini
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Sindaci in prima linea per le unioni civili

Braone e San Giorgio a Cremano. Un paesino della Valle Camonica (700 abitanti) e un paesone della cintura napoletana (47 mila abitanti), uniti da due sindaci in prima linea – con estrema semplicità – nel voler applicare la legge sulle unioni civili appena diventerà operativa.

Il sindaco di Braone, Gabriele Prandini ha 36 anni. E’ stato eletto nel 2009 e rieletto nel 2014. La sua soluzione è stata pratica e veloce: una modifica al regolamento comunale, approvata all’unanimità, che ha aggiunto due paroline – unioni civili – accanto alla parola matrimoni. E ha dunque esteso al nuovo istituto tutto quello che vale per i matrimoni. Nessuno si è lamentato, nessuno lo ha criticato, dice. Tranne l’ex sindaco di Adro Oscar Lancini, il leghista che sparpagliò il sole delle Alpi qau e là in ogni angolo della scuola del paese.

Ascolta l’intervista a Gabriele Prandini

Gabriele Prandini

Il sindaco di San Giorgio a Cremano di anni ne ha 37, si chiama Giorgio Zinno e ha già annunciato la data della sua unione civile: il 24 settembre 2016. Potrà finalmente formalizzare la relazione con il compagno con cui vive da nove anni. A celebrare sarà Monica Cirinnà, la relatrice della legge sulle unioni civili. “Potremmo sposarci già ad agosto – dice – ma voglio troppo bene ai miei amici per costringerli a un matrimonio in agosto”.

Ascolta l’intervista a Giorgio Zinno

Giorgio Zinno

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    Silvia Giacomini
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Il deserto in autostrada

Qualcuno, appena nata, ci aveva giocato a calcio sulla carreggiata. Tanto di auto non ne passavano. Adesso che la Brebemi compie due anni, di macchine ancora se ne vedono pochine. Troppo poche per giustificare un’opera che ha buttato altro cemento nella pianura padana e che è costata centinaia di milioni di euro, anche di soldi pubblici.

La Brescia-Bergamo-Milano è lunga circa 60 chilometri, non molti per un’autostrada. E costa cara, il doppio rispetto a tragitti analoghi sulla A4, la sorella maggiore e diretta concorrente.

Adesso tutti ora cercano di abbandonarla al suo destino: la Città metropolitana di Milano, il Comune di Brescia, la provincia di Bergamo vorrebbero vendere le loro quote e anche l’azionista di maggioranza, Intesa San Paolo, sta cercando di lasciare.

Una grande opera però resta un affare per i privati che ci investono: anche nel caso della Brebemi – nonostante l’inutilità della struttura – qualcuno probabilmente alla fine ci guadagnerà. O ci ha già guadagnato.

Roberto Cuda è uno degli autori di Brebemi, Anatomia di una grande opera. Nell’intervista che segue spiega quale potrebbe essere il futuro di quella autostrada e – appunto – a chi fa comodo averla costruita.

Ascolta l’intervista a Roberto Cuda

L’intervista a Roberto Cuda

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    Silvia Giacomini
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Scuole chiuse? Niente lavoro e niente diritti

Sono quasi tutte donne e tutte vittime di una legge fatta male. Eppure il loro ruolo è fondamentale: lavorano nelle scuole, negli asili, nei nidi. Puliscono, servono in mensa, si occupano di quelli che vengono chiamati servizi ausiliari.

Sono assunte per pochissime ore al giorno e non lavorano a scuole chiuse. E d’estate per la legge spariscono, letteralmente. Non percepiscono reddito ma non sono nemmeno disoccupate, il loro contratto è semplicemente sospeso: non ci sono scuole da pulire o bambini che mangiano a mensa, dunque non si lavora. Ma mentre i lavoratori pubblici sono tutelati, i lavoratori privati (i servizi scolastici sono stati esternalizzati) non hanno accesso ai sussidi al reddito.

Non è tutto. La Filcams Cgil ha fatto un calcolo semplice: per riuscire a mettere insieme i contributi per la pensione, le lavoratrici dei servizi ausiliari dovrebbero lavorare per 60 anni.

La Corte di giustizia europea ha detto già nel 2010 che la legge italiana sul cosiddetto part-time ciclico verticale non funziona. Son passati sei anni ma la legge è sempre quella. Finito giugno sono finite le scuole. E, di nuovo, le lavoratrici delle mense sono diventate dei fantasmi estivi. Quelle milanesi quest’anno hanno deciso di provare a non scomparire: hanno fatto una class action contro l’Inps.

In mille si sono messe insieme, dice Antonella Protopapa che per la Filcams Cgil sta seguendo la vicenda.

L’intervista ad Antonella Protopapa

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    Silvia Giacomini
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Don Inzoli condannato per pedofilia

Presente tra gli ospiti di riguardo, l’anno scorso, al convegno omofobo in Regione Lombardia sulla famiglia “tradizionale”, condannato – ora – per pedofilia.

Don Mauro Inzoli ha avuto 4 anni e 9 mesi per abusi sessuali su cinque minori, tutti ragazzini tra i 12 e i 16 anni. Altri 15 casi di violenza sono caduti in prescrizione. Don Mercedes, come era soprannominato, è stato per decenni il capo di Comunione e Liberazione a Cremona e uno dei fondatori del Banco alimentare. L’inchiesta della magistratura italiana è partita grazie a un deputato di Sel, Franco Bordo.

Ascolta l’intervista a Franco Bordo

Franco Bordo

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A Varese il primo sindaco di centrosinistra

Meno di tre punti di differenza, ma a Varese è finita – almeno per ora – l’era leghista. L’avvocato quarantenne Davide Galimberti, candidato del centrosinistra, è il nuovo sindaco della città, il primo del centrosinistra nella storia della città. Ha battuto Paolo Orrigoni, suo coetaneo, imprenditore della grande distribuzione. Dopo 23 anni di giunte della Lega, il primo candidato di destra non leghista è stato sconfitto.

“Voglio dare una prospettiva alla mia città – dice il neo sindaco – Varese ha grandi possibilità ma finora si è fatto proprio poco”.

Ascolta qui l’intervista al sindaco Davide Galimberti

L’intervista a Davide Galimberti

 

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    Silvia Giacomini
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Se n’è andato il partigiano tramviere

Fausto Rebecchi abitava poco lontano dalla sede di Radio Popolare e andare a trovare lui e sua moglie era sempre un piacere. Per le persone e non solo per il personaggio.

Perché Fausto Rebecchi era un personaggio: aveva iniziato la resistenza molto giovane, dipendente dell’Atm. Sui tram interurbani come amava precisare. E raccontava volentieri di quel periodo, ricordando mille particolari.

L’ultima volta che lo abbiamo incontrato era poco prima del 25 aprile 2015 per chiedergli come aveva vissuto, lui, il giorno della Liberazione.

Un’intervista in cui interviene anche sua moglie, Alice, e che è stata mandata in onda nella trasmissione Radio Milano Liberata. Ve la riproponiamo.

Fausto Rebecchi

 

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    Silvia Giacomini
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La commercialista che scova gli illeciti

Giovanna Ceribelli ha una cosa ben chiara in testa: due più due fa quattro. Se i conti non tornano e qualcosa la insospettisce si ferma e si rivolge alla Procura. E negli anni di cose sospette ne ha viste parecchie.

La commercialista che ha fatto partire l’ultima inchiesta sulla sanità in Lombardia, quella sulle forniture odontoiatriche, lo dice molto chiaramente: nel pubblico ciascuno fa gli affari suoi e conta sul fatto che i controlli non ci siano.

Lo studio di Giovanna Ceribelli sta a Caprino Bergamasco, negli anni si è specializzata in appalti, soprattutto nel settore della sanità pubblica. Si autodefinisce una rompiscatole e dice: “Non guardo in faccia nessuno e ormai mi son fatta le spalle larghe”.

Giovanna Ceribelli recentemente è stata tra i revisori dei conti della società che gestisce l’inceneritore di Desio. Insieme ai suoi colleghi ha rilevato alcune irregolarità nei conti. Risultato: il bilancio è stato approvato lo stesso e il collegio dei revisori, che era alla fine del mandato, non è stato rinnovato. E nell’intervista lei lo ribadisce: “Si vede che davamo fastidio”.

Ascolta qui l’intervista a Giovanna Ceribelli

L’intervista a Giovanna Ceribelli

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Grosso guaio a Chinatown

Che ci fa un agente cinese in divisa a pattugliare via Paolo Sarpi a Milano?  E’ un esperimento, così lo ha definito il Ministero dell’interno italiano. Durerà per ora 15 giorni. Servirà per rassicurare cittadini italiani e cittadini cinesi, per superare le diffidenze reciproche, per proteggere i turisti. Sempre nelle intenzioni del Viminale, ovviamente. Sull’utilità dell’iniziativa le opinioni sono diverse. Sheng Song è il vice presidente dell’Unione imprenditori Italia-Cina. Pierfranco Lionetto invece fa parte dell’associazione ViviSarpi

Opinioni a confronto

 

Qui il podcast di Localmente Mosso con il tutto il confronto:

Ascolta il podcast

 

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    Silvia Giacomini
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Un arcobaleno al Castello Sforzesco

famiglie. Scritto proprio così, minuscolo e al plurale. Una grande festa al Castello Sforzesco per tutte le famiglie, senza preoccuparsi di null’altro: quante mamme, quanti papà, quanti bambini, di che colore, di che provenienza…

In Italia, durante l’International Family Equality Day il 30 aprile, non si può però solo limitarsi a festeggiare. “In Italia – dice Maria Silvia Fiengo, una delle fondatrici dell’Associazione famiglie arcobaleno – dobbiamo ancora manifestare, sfilare, fare cortei. Altrove fanno semplicemente un picnic tutti insieme.”

Già perché l’Italia ancora non ha nemmeno una legge sulle unioni civili. Il progetto arriverà alla Camera per l’approvazione il prossimo 9 maggio, svuotato e svilito dal passaggio in Senato. Nessuna possibilità, per il partner di una coppia omosessuale, di adottare i figli dell’altro. Il Pd ha promesso che poi farà una legge ad hoc, ma intanto – per questa di legge – è sceso a patti con le opposizioni e con pezzi consistenti della sua maggioranza e dello stesso partito.

Eppure le famiglie arcobaleno sono famiglie punto e basta. Come sa chiunque ne conosca qualcuna. Lo racconta con molta semplicità Ferdinando Poscio. Lui, suo marito e il loro bambino, Pietro, non hanno mai avuto problemi.

ascolta Ferdinando Poscio

Per Maria Silvia Fiengo, per la sua compagna e per i loro quattro figli il problema è solo uno: la mancanza di una legge.

ascolta Maria Silvia Fiengo

Il video di Margherita Fiengo per la sua famiglia:

 

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25 aprile, i partigiani non possono parlare

Niente discorso dei partigiani il 25 aprile. È quello che potrebbe capitare a Corsico, come ha denunciato la sezione locale dell’Anpi dopo aver incontrato il sindaco Filippo Errante, lo stesso che qualche mese fa aveva deciso di vietare la mensa scolastica ai figli di chi non pagava la retta per la refezione.

Stavolta, però, il sindaco dà la colpa ai suoi alleati della Lega Nord: “Errante – dice il presidente dell’Anpi Maurizio Graffeo – sostiene che lui ci farebbe parlare, ma i leghisti non vogliono”.

“Noi – prosegue il presidente dell’Associazione Partigiani – parteciperemo al corteo e poi vedremo cosa succede. Se non vogliono farci parlare ai loro microfoni, parleremo da un’altra parte. Di certo non staremo zitti perché un partito non vuole che parliamo”.

Ascolta l’intervista al presidente dell’Anpi Maurizio Graffeo

ANPI Corsico

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Chi si ricorda degli esodati?

E’ lo Stato che deve riparare ai suoi errori. Una storia che si trascina dal 22 dicembre 2011 quando a 200 mila persone arrivò un pessimo regalo di Natale: la legge Fornero che li avrebbe trasformati in esodati. Un neologismo entrato nel linguaggio comune e nella vita di migliaia di persone. L’esodato è chi ha interrotto il proprio rapporto di lavoro a causa di accordi di ristrutturazione aziendali o crisi aziendali, ma che non ha avuto diritto alla pensione per via dell’innalzamento dell’età pensionabile o della modifica dei requisiti per accedere alla pensione. Persone che non sono potute tornare al lavoro e non hanno potuto accedere alla pensione, nuovi disoccupati perlopiù over 50 diventati effetti collaterali della legge Fornero-Monti che ha cambiato il sistema pensionistico italiano.

In questi quattro anni ci sono stati sette provvedimenti del governo, chiamati salvaguardie, che hanno sanato la posizione di 172 mila persone. Oggi, secondo i dati forniti dall’Inps, ne restano fuori poco più di 24 mila, ancora bloccate nel limbo. Il presidente del consiglio Matteo Renzi aveva promesso una ottava salvaguardia nell’ultima legge di stabilità, che però non è arrivata. “E così ci ritroviamo per il quinto anno consecutivo senza lavoro e senza pensione” ci racconta Michele Sangiorgio, uno di questi 24 mila esodati che attendono che lo Stato ripari all’errore fatto. “Ancora oggi non so se verrò salvaguardato o meno, se potrò andare in pensione e quando”.

Michele fa parte di uno dei comitati di esodati nati per far valere le proprie ragioni. Lanciano un’accusa pesante al governo Renzi: “una parte dei soldi del fondo per gli esodati sono stati usati per fare altro, ad esempio il Giubileo”.

Michele Sangiorgio è stato ospite di Localmente Mosso insieme a Francesco Flore, uno dei portavoce nazionale degli esodati, e a Cesare Damiano, deputato PD e presidente della commissione lavoro della Camera. Per Damiano l’ottava salvaguardia si può fare, anche non sarà facile. “Tutto dipende dal governo”.

Ascolta il confronto a tre ai microfoni di Radio Popolare:

esodati_cesare damiano_localmente mosso

 

Cosa vuol dire vivere da cinque anni da esodato? Così ci ha risposto Michele Sangiorgio:

michele sangiorgio esodato

 

 

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La scuola fantasma e i soldi pubblici

Una scuola privata, finanziata con soldi pubblici, iniziata e mai finita. La storia del progetto della Fondazione Charis, legata a Comunione e Liberazione ha tutti gli elementi per essere il paradigma degli intrecci tra affari e politica in Regione Lombardia.

E’ il 2008, l’allora giunta regionale di Roberto Formigoni eroga un milione di euro alla Fondazione ciellina per costruire, a Crema, un enorme complesso: scuole superiori, centro sportivo, cappella di preghiera…

A fare da intermediario per il passaggio dei soldi dalla Regione alla Fondazione Charis è il Comune di Crema allora guidato dalla giunta di centrodestra di Bruno Bruttomesso.

Iniziano i lavori per il complesso scolastico, faraonici, che d’improvviso si interrompono. L’enorme scheletro di cemento armato e pannelli colorati è ancora là a fare da testimone.

La fondazione di CL è nei guai, non ha più soldi, passano i mesi e viene messa in liquidazione per i troppi debiti.

Ma è la storia recente la più paradossale: la Regione – adesso guidata da Maroni – pretende che il Comune di Crema – adesso guidato dal centrosinistra – restituisca quel milione di euro. Soldi che il Comune non ha mai visto, che sono finiti per intero alla defunta fondazione di CL che li ha sperperati senza nemmeno costruire la scuola.

Non solo. La Regione non si limita a chiedere la restituzione del milione: ha già cominciato a scalarlo dai fondi che di diritto spetterebbero non solo al Comune ma anche ai cittadini di Crema. Per esempio gli aiuti all’affitto.

Le vie politiche non sono servite a nulla, dice il sindaco di Crema Stefania Bonaldi, ora passiamo a quelle giudiziarie.

Stefania Bonaldi

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“Avanti con Sala, le regole vanno rispettate”

“Lo dico sempre ai miei bambini, quando si arrabbiano per una sconfitta: abbiamo deciso di giocare e ora dobbiamo andare avanti anche se il risultato non ci soddisfa”.

Parla così Paolo Limonta, maestro elementare e animatore cinque anni fa dei Comitati per Pisapia. Nelle scorse settimane, ben prima dell’endorsement dello stesso sindaco di Milano, Limonta aveva espresso il suo sostegno per Francesca Balzani, che ha poi accompagnato durante l’ultima fase della campagna elettorale.

“Si possono fare tutte le riflessioni del caso e io avrei preferito un solo candidato. È andata diversamente e adesso bisogna ragionare sul futuro. Una lista civica, eventualmente con Balzani capolista, sarebbe la naturale conseguenza di un percorso che dura da cinque anni, come dimostra anche l’esito delle primarie”.

Una decisione in merito dovrebbe essere presa entro due settimane.

Ascolta l’intervista Paolo Limonta, andata in onda nel corso della trasmissione Localmente Mosso.

INTERVISTA PAOLO LIMONTA

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    Silvia Giacomini
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Quando costa far pipì in un cespuglio

Da qualche giorno c’è un professore disoccupato in più. Si chiama Stefano Rho, insegnava filosofia al Liceo Falcone di Bergamo, ma è stato licenziato da un giorno all’altro. Non ha potuto nemmeno salutare i suoi studenti di persona e ha scritto loro una lettera in cui ha raccontato la sua storia, dall’inizio.

Una storia che farebbe in parte anche sorridere, non fosse che c’è un uomo senza lavoro per una assurdità del sistema giudiziario e amministrativo italiano. Ma partiamo dall’inizio. Stefano Rho, undici anni fa, una notte fa pipì in un cespuglio, senza accorgersi che proprio in quella sta passando una pattuglia dei carabinieri. Che invece lo vede e lo denuncia. Il caso finisce davanti al giudice di pace che condanna Rho a pagare 200 euro di multa.

Nessuna menzione sulla fedina penale, che resta immacolata. E a quella si riferisce il professore quando dichiara alla scuola di non avere precedenti. Ma l’amministrazione pubblica fa un controllo, con un vantaggio rispetto ai comuni cittadini: ha accesso a un casellario giudiziario che il singolo invece non può consultare. Nel caso di Stefano Rho vede la condanna, lo accusa di dichiarazione mendace e – dopo un passaggio in Corte dei Conti – lo licenzia.
La storia di Stefano Rho

 

Ora il professore di filosofia ha fatto ricorso. Non è il solo, racconta, a essere finito in una vicenda del genere:ù
I casi simili

 

Non sa ancora, Stefano Rho, se potrà tornare in classe e quando. Nel frattempo i suoi studenti fanno filosofia con un supplente e manifestano per il professore punito ingiustamente. Alice e Gaia sono due studentesse della quinta N del Liceo Falcone di Bergamo:
Alice e Gaia

 

Come dicevamo il professor Rho non ha avuto il tempo di andare nelle classi a spiegare cosa stava succedendo e a salutare i suoi studenti ha scritto loro una lettera:
La spiegazione agli studenti

 

Qui la petizione per sostenere Stefano Rho

 

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Filippo Hu e le primarie del centrosinistra

Filippo Hu è un commerciante cinese di Milano. Ha la cittadinanza italiana, vive qui da 33 anni, abita in città ma lavora a Pero, si è spostato lì da via Paolo Sarpi, perché per il commercio all’ingrosso è più comodo.

Quest’anno è andato a votare per le primarie del centrosinistra, non ci era andato la volta scorsa, anche se invece aveva poi partecipato alle elezioni vere e proprie.

Cosa si aspetta, cosa vorrebbe dal nuovo sindaco di Milano? Niente o quasi, uno vale l’altro, dice. Andare a votare serve solo a dimostrare che siamo integrati:
Filippo Hu

A Milano ci sono alcune migliaia di cinesi con cittadinanza italiana, che quindi possono votare in Italia. Il dato di fatto è che – lasciando da parte le polemiche – è la prima volta che in così tanti sono andati a votare alle primarie del Centrosinistra. Piccoli numeri in assoluto, ma in crescita significativa rispetto al passato.  E in tanti hanno dichiarato di votare per Beppe Sala. Come mai? Sentiamo ancora Filippo Hu:
Filippo Hu – perché è andato a votare  

 

Chi sarà eletto dunque alla fine non conta. L’importante è che il nuovo sindaco faccia qualcosa per via Paolo Sarpi. E con questo Filippo Hu dimostra di essere perfettamente integrato nella società italiana.
Filippo Hu – via Paolo Sarpi

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Usa, ragazzo autistico ucciso dalla polizia

Kayden era un ragazzo minuto, con i capelli corti e la faccia quasi sempre triste, almeno nei video che pubblicava in rete. Aveva 24 anni, la sindrome di Asperger – una forma di autismo – e altri disturbi psichici. Era transgender, Danielle per l’anagrafe.

Ad aiutarlo, oltre alla famiglia e agli amici, c’era anche un cane: Sansone. Un rottweiler addestrato a cercare di impedirgli di farsi del male, durante le sue crisi autolesionistiche. Vederlo è commovente: interviene, guaisce, lo lecca, si mette in mezzo con i suoi zamponi, tra quel corpo magro e quelle mani che picchiano, si picchiano, lo picchiano.

https://youtu.be/RVT9G7JzIg4

Kayden aveva fatto vedere a tutti cosa gli succedeva: si filmava e poi metteva i video su Youtube. In uno di questi chiedeva aiuto, piangendo. E denunciava cosa gli era successo: nell’agosto 2013 il servizio di assistenza ai disabili di Mesa – la cittadina dell’Arizona dove abitava – gli aveva comunicato che basta, non potevano più aiutarlo, che il suo sogno di andare al college poteva scordarselo.

Piangeva Kayden nei suoi video e forse piangeva anche quando, giovedì scorso, aveva un coltello in mano e cercava di farsi di nuovo del male. La polizia è entrata in casa sua, un appartamento vicino a quello dei genitori. Siamo stati costretti a sparare, hanno detto gli agenti, aveva un coltello in mano e ci minacciava.

A spiegare l’assurdità del gesto della polizia è stata la mamma di Kayden che ancora lo chiama Danielle e parla di sua figlia al femminile: hanno ucciso una ragazza autistica di 24 anni che non costituiva un pericolo per la comunità e che loro conoscevano bene: sapevano dei suoi problemi e delle sue capacità. E le hanno sparato.

Aggiornato l’8 febbraio alle 15.00

 

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    Silvia Giacomini
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Atm: autobus vietato ai venditori di fiori

Il filobus 91 è fermo in piazza Caiazzo, non è particolarmente affollato. L’autista esce dalla sua postazione e chiede di chi è la scatola di fiori poggiata nel corridoio. Poi fa scendere scatola e proprietario, un ragazzo presumibilmente pachistano che raggiunge altri tre colleghi evidentemente già fatti scendere dall’autobus.

Alla richiesta di spiegazioni l’autista risponde che quello è un mezzo per trasporto passeggeri e non per trasporto merci: quelle scatole sono troppo ingombranti. E le valige enormi che quotidianamente salgono sulla filovia nell’indifferenza generale? Quelle sono permesse e i fiori no? Be’ quelli sono viaggiatori, sono turisti…  Ecco la questione comincia a chiarirsi: non è tanto l’ingombro del pacchetto, è la tipologia di chi lo trasporta a fare la differenza.

La discussione si diffonde, tutti quelli che intervengono sono a favore dell’autista, una signora gli propone addirittura una medaglia d’oro. Interviene una donna di mezza età che si qualifica come funzionaria dell’azienda (Atm Milano, ndr). Cita il regolamento, dice che le valige ingombranti devono pagare il biglietto. Eppure in anni e anni di frequentazione quotidiana della 90-91, non si è mai vista una valigia ingombrante senza biglietto fatta scendere dall’autobus. Interviene di nuovo l’autista: “Sono responsabile se qualcuno inciampa e si fa male”.

Giusto, tutto giusto, anche il regolamento. Ma nessuno – per esempio – si è mai preoccupato che qualcuno si facesse male quando le porte quasi non si chiudono per i troppi passeggeri schiacciati come sardine. I venditori pachistani e le loro scatole di fiori invece sono un pericolo. Devono scendere.

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Parco nazionale a rischio smembramento

Tutta colpa del Duce. Che per fare un dispetto alle popolazioni italiane di lingua tedesca e ribadire dove stava il potere, decise di costituire un parco a tutto svantaggio dell’Alto Adige. Il Parco dello Stelvio nasce nel 1935 e il regime fascista include nel versante altoatesino, molti terreni agricoli e territori urbanizzati, imponendo vincoli paesaggistici che frenavano di fatto lo sviluppo di quelle zone di montagna. Giusto per un Parco naturale, non fosse che per i versanti lombardo e trentino la politica adottata è completamente diversa: lì il territorio del parco è quasi tutto in zone impervie e disabitate.

Da allora l’Alto Adige se la è legata al dito e reclama più autonomia nella gestione delle sue aree di parco.

Ora è stato accontentato: con un’intesa del febbraio 2015 il Parco Nazionale dello Stelvio tanto “nazionale” non è più, esce dalle regole che normano la gestione degli altri parchi nazionali. Nasce invece un “comitato di coordinamento e di indirizzo”, senza personalità giuridica, senza un budget autonomo e senza personale proprio: tutto è delegato alla Regione Lombardia e alle due Province autonome di Trento e Bolzano.

Il rischio – dicono le associazioni attente all’ambiente – è che la politica abbia la meglio sulla tutela naturalistica.

Ascolta l’intervista con Salvatore Ferrari, vicedirettore Italia Nostra Trento

Salvatore Ferrari, vicedirettore Italia Nostra Trento

Ascolta l’intervista con Marco Albino Ferrari, direttore di Meridiani Montagne

Marco Albino Ferrari, direttore di Meridiani Montagne

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    Silvia Giacomini
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Approfondimenti

E quando la mafia ci è proprio vicina?

La criminalità organizzata in Lombardia è un dato di fatto. Quasi nessuno ormai si azzarda a contestarlo, contrariamente a qualche anno fa, quando perfino il Prefetto Gian Valerio Lombardi disse che a Milano la mafia non esisteva.

Un conto è saperlo e dichiararsi contro la mafia, un conto è accorgersi che la questione può toccarti da vicino. Ma proprio vicino vicino.

È quello che è successo ai genitori di una scuola elementare milanese che nei giorni scorsi hanno dovuto riflettere e interrogarsi: due compagni di classe dei loro figli, sei e sette anni, hanno un papà che vive sotto tutela, minacciato da Cosa Nostra. Si chiama Gianluca Calì: la sua storia la abbiamo già raccontato da questo sito.

Alcuni papà e alcune mamme erano – e forse sono ancora – preoccupati: con una lettera avevano chiesto alla scuola più sicurezza e che i figli di Gianluca Calì entrassero ed uscissero da scuola da un ingresso secondario e non in orario canonico. Calì ha reso pubblica la lettera e la notizia è stata ripresa da molti giornali. E come spesso capita, forse anche un po’ esagerata.

Fuori da scuola, infatti, il pomeriggio alle quattro e mezza, i genitori sono tranquilli, almeno quelli disposti a parlare al microfono.

Alcune voci fuori da scuola

Alle cinque, sistemati i bambini, mamme e papà entrano loro a scuola per incontrare proprio Gianluca Calì, parlargli e farsi raccontare. Un incontro privato, ammessi solo i genitori i cui nomi sono segnati su un elenco. Dura un’oretta nella palestra strapiena, dice chi c’era. Questo il racconto di una rappresentante di istituto appena uscita.

La testimonianza di una rappresentante di istituto

Anche Gianluca Calì alla fine è soddisfatto

Gianluca Calì

 

 

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    Silvia Giacomini
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Approfondimenti

Mein Kampf: scaduti i diritti, ora in Germania si può pubblicare

Con l’inizio del 2016 sono scaduti in Germania i diritti d’autore sul Mein Kampf. Il libro di Adolf Hitler si potrà dunque pubblicare e acquistare liberamente. Fino a ora proprietario dei diritti era il governo bavarese che, dalla fine della guerra, ne aveva sempre negata la pubblicazione. E’ una buona notizia sostengono diversi studiosi: per capire davvero la storia bisogna conoscere e approfondire e leggere il Mein Kampf può essere utile. Un libro difficile – sostiene lo storico Giorgio Galli che ne curò l’edizione italiana per Kaos – un libro pesante da leggere, difficilmente attualizzabile, ma che descrive con molta precisione quello che il nazismo e il Fuhrer avrebbero di lì a pochi anni messo in pratica.

L’intervista a Giorgio Galli

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    Silvia Giacomini
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Unioni civili: pretendiamo diritti!

Indignez-vous! Indignatevi!  scriveva nel 2011 Stéphane Hessel, partigiano francese allora novantatreenne e scomparso giusto tre anni fa, nel febbraio 2013. Il suo piccolo, semplice libro ebbe enorme successo. Invitava a tirar su la testa, a non assuefarsi al fatto che i diritti siano impunemente calpestati. Invitava a indignarsi con il punto esclamativo.

Quello che bisogna fare adesso e che i Sentinelli di Milano e Radio Popolare invitano a fare oggi 21 febbraio dalle 15 in Piazza del Duomo.

 

tempo_scaduto

Radio Popolare sarà in diretta dalle 14,30 per raccontare dalla Piazza questa iniziativa.

Indignamoci per i diritti negati a migliaia di persone, per una legge sulle unioni civili mercanteggiata, emendata, maltrattata, rinviata. Diritti (e doveri) negati che l’Europa chiede siano finalmente riconosciuti, come succede negli altri paesi dell’Unione. Diritti che non tolgono nulla a chi ce li ha già e che invece sono fondamentali per coppie, bambini, famiglie che in Italia si fa finta non esistano.

Domenica in Piazza del Duomo si mostrerà che il tempo è scaduto ma che alla morte dei diritti non ci si rassegna. Qui si può ascoltare l’intervista a Luca Caputa dei Sentinelli di Milano

Luca Caputa

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    Silvia Giacomini
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A Carrara cantando contro guerre e censure

Una voce contro. Un canto che nel 2015 dà ancora fastidio.

La voce è quella di Soledad Nicolazzi, il canto è Gorizia, una delle più belle canzoni popolari contro la guerra, che racconta del massacro proprio della battaglia di Gorizia durante la Prima Guerra Mondiale. Soledad non è riuscita a cantarla tutta, il 4 novembre scorso in piazza Gramsci a Carrara: solo alcune strofe, prima di essere trascinata via da otto uomini in divisa.

In piazza Gramsci – o piazza d’armi come un tempo si chiamava, ironia dei toponimi – si stava svolgendo quel 4 novembre la manifestazione per la festa delle Forze armate, presenti autorità civili e militari e i ragazzi delle scuole.

Proprio da suo figlio, anche lui in piazza, Soledad aveva saputo della manifestazione. Ed era in ultima fila, a osservare quel che succedeva. Prima i ragazzi che leggevano lettere dei soldati dal fronte. “Niente di eccessivamente militaresco – dice Soledad –  ma di certo non sono state lette le lettere dei disertori o le parti cancellate dalla censura di guerra”. Sono stati però i discorsi delle autorità e soprattutto del sindaco di Carrara Angelo Zubbani, a far pensare a Soledad Nicolazzi che l’enfasi militarista andasse un po’ riequilibrata. Così ha intonato Gorizia: un paio di strofe poi hanno cercato di farla smettere. Lei si è divincolata e “da donna di spettacolo, faccio teatro, sono andata verso il centro della scena, continuando a cantare”, dice. A quel punto sono arrivati in otto, la hanno portata via, dietro la piazza; volevano identificarla e portarla in caserma, ma alcuni passanti si sono fermati hanno chiesto spiegazioni e alla fine i militari la hanno lasciata andare.

Un canto contro la guerra, Gorizia, che aveva già fatto scandalo il 20 giugno 1964 al Festival dei due mondi di Spoleto, durante lo spettacolo Bella Ciao. Traditori signori ufficiali, che la guerra l’avete voluta, dice una delle strofe. A quelle parole nella sala del Festival si scatenò l’ira di alcuni militari presenti e i responsabili della manifestazione si beccarono una denuncia per vilipendio delle Forze armate.

Anche oggi quel canto non piace. Il suo è un potere dirompente. E il 12 dicembre, in piazza Gramsci a Carrara, a alla voce di Soledad Nicolazzi si uniranno  centinaia di persone, decine di cori da tutta Italia. Contro i bavagli e le censure, per rivendicare il diritto di raccontare tutta la storia, anche quella taciuta dalle versioni ufficiali.

L’intervista a Soledad Nicolazzi

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    Silvia Giacomini
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Il primo sindaco 5 stelle in Lombardia

Sedriano: il Comune dei primati. Nel 2013 è stato il primo sciolto per mafia, due anni dopo è il primo amministrato da un sindaco del Movimento 5 stelle.

A vincere le elezioni, dopo due anni di commissariamento, è stato Angelo Cipriani, 45 anni, maresciallo della Guardia di Finanza. Ha assicurato che farà il sindaco a tempo pieno e quindi smetterà – per ora – di fare il finanziere.

Cosa farà il nuovo sindaco Cipriani per Sedriano? “Lavorerò con trasparenza, contano i fatti”, dice nella prima intervista dopo la vittoria, alla fine dello scrutinio, in piena notte.

Cipriani ha vinto con 1553 preferenze, solo 39 in più del candidato del Pd Giuseppe Pisano.

Un flop invece per Forza Italia e Fratelli d’Italia: 279 voti e ultimi in classifica, erano i primi nel 2009. Le vicende giudiziarie dell’ex sindaco Alfredo Celeste hanno evidentemente fatto decidere gli elettori del centrodestra a rivolgersi altrove: alla Lega soprattutto, che si è piazzata al terzo posto in queste amministrative.

L’ex sindaco Alfredo Celeste non ha potuto candidarsi dopo l’arresto del 2012 per l’indagine sul voto di scambio che portò in carcere anche l’ex assessore regionale alla casa Domenico Zambetti. Ha provato dunque a mettere in lista il suo vicesindaco e due suoi assessori, ma i voti non sono arrivati, come ci ha raccontato Ester Castano, la giovane giornalista che per prima ha raccontato gli affari pericolosi dell’ex sindaco di Sedriano.

 

L’intervista a Ester Castano

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    Silvia Giacomini
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C’era una volta un libraio in bicicletta

Gli ingredienti, come spesso succede nelle ricette che riescono bene, sono pochi e semplici: la passione per i libri, una bicicletta, un lavoro da inventarsi daccapo.

Luca Santini del libraio ha proprio la faccia: tranquilla, sorridente, gli occhialini tondi. Fino a qualche tempo fa aveva anche una libreria, in largo Mahler a Milano. Ma tra l’affitto e le spese non ce la faceva più. Ci ha provato in tutti i modi a salvare il suo negozio e con lui si è mobilitato anche il quartiere: quella era l’ultima libreria della zona e la gente ci teneva proprio. Ma non c’è stato nulla da fare, nel settembre 2013 la piccola vetrina di largo Mahler ha tirato giù la saracinesca.

Al nostro libraio allora è venuta un’idea: ha chiesto una licenza da itinerante, proprio come chi vende fiori o accendini; ha preso la sua bicicletta e ci ha attaccato un carrettino; il carrettino lo ha riempito di libri. “Non ce ne stanno molti – dice Luca Santini – meno di cento”. E quindi bisogna sceglierli bene, fare davvero il libraio: uno che legge, che sa, che consiglia. Che riesce a concentrare su una bicicletta il meglio che gli sembra in quel momento.

Luca con la sua bicicletta adesso gira il quartiere. Ma dice che a richiesta si sposta anche più in là. I suoi lettori gli chiedono i libri  e lui li consegna a domicilio. A volte beve un caffè e fa due chiacchiere e diventa anche una specie di consulente personalizzato.

Poi siccome i libri è bello anche guardarseli, Luca Santini ha chiesto aiuto ad alcuni amici del quartiere. E ha allestito due o tre angolini con le sue proposte di lettura. Anche in questo caso ristrette e scelte con cura: da un parrucchiere, in un bar… Infine ha un sito internet e una pagina facebook

L’intervista a Luca Santini

 

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Mucche davanti ai supermercati

Italia contro Francia, casus belli il latte e i latticini.

In Italia il latte è pagato troppo poco e la colpa, denunciano gli allevatori, è soprattutto della multinazionale francese Lactalis, proprietaria di quasi tutti i marchi del latticino in Italia: Galbani, Parmalat, Invernizzi, Cademartori e Locatelli. Il suo monopolio impone ai produttori di latte dei prezzi molto bassi.

Abolite da poco le quote latte, che imponevano ai paesi europei di non superare certe soglie di produzione e che sono costate all’Italia multe milionarie, adesso gli allevatori chiudono le stalle perché non ce la fanno a sostenere i costi.

E c’è un problema aggiuntivo, dicono i produttori: c’è chi in Europa, vende il latte ancora a meno. La Lituania per esempio. E non si capisce come faccia. Dunque presidi davanti alle industria casearie e manifestazioni davanti ai supermercati.

Il punto nevralgico in queste ore è Ospedaletto Lodigiano, dove c’è il centro di distribuzione della Lactalis. E un altro presidio è in corso davanti ai cancelli dello stabilimento di Corteolona, in provincia di Pavia.

Il governo ha promesso lo stanziamento di 55 milioni di euro per i produttori di latte. E un primo passo ma non basta dice Andrea Repossini, direttore della Coldiretti di Sondrio. Anche perché in Europa gli obblighi sulla etichettatura e sulla tracciabilità del latte sono molto blandi e i paesi più penalizzati sono quelli che fanno una produzione di qualità. Come l’Italia

Andrea Repossini

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    Silvia Giacomini
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In Lombardia, nel pubblico, non si può

“Non posso iniziare trattamenti di fecondazione eterologa se non ho strumenti normativi”. E’ chiaro Maurizio Bini, ginecologo e responsabile del Centro per i disturbi della fertilità dell’Ospedale Niguarda di Milano.

 

Intervista a Maurizio Bini

 

Nelle strutture pubbliche lombarde la fecondazione eterologa resta sulla carta: ancora nessuna coppia ha potuto sottoporsi all’inseminazione da quando la sentenza 162/2014 della Corte Costituzionale ha stabilito che questa tecnica non potesse essere vietata.

Il perché emerge chiaramente dalle parole di Maurizio Bini: è una questione politica – dice il medico – e siccome mancano direttive regionali precise, io non posso iniziare ad operare.

Quella della Regione in effetti è stata una decisione politica ben precisa e dichiarata: la giunta Maroni è contraria alla fecondazione eterologa, non la considera servizio essenziale e dunque la fa pagare ai pazienti. Meglio – sostenne ai tempi Roberto Maroni  – usare i soldi per anziani e disabili.

Bizzarro tra l’altro per una maggioranza che ha fatto della famiglia uno dei suoi cavalli di battaglia.

In altre regioni invece i trattamenti nelle strutture pubbliche sono già iniziati. Nel luglio scorso all’ospedale Careggi di Firenze è nato il primo bimbo con fecondazione eterologa.

Ma l’Italia – oltre al disastro della legge 40, incostituzionale in diversi suoi passaggi – sconta anche un grave problema di mentalità: scarseggiano, e talvolta mancano proprio, le donatrici e i donatori di ovuli e sperma. Dal suo osservatorio lombardo lo nota chiaramente Rossella Bartolucci, presidente della Onlus Sos Infertilità che ha presentato e vinto il ricorso al Tar della Lombardia

 

Intervista a Rossella Bartolucci

 

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Inquinamento, cartoline da Retorbido

La strada è un susseguirsi di piccole fabbriche e centri commerciali, uno dopo l’altro. Ma basta salire poco più in su, sulle colline, e tutto cambia: campi, vigneti, percorsi naturalistici. E a onor del vero, anche lungo la provinciale 51 che porta a Voghera, nella campagna, c’è da qualche anno una bella pista ciclabile.

Retorbido, alle porte dell’Oltrepò Pavese: vini d’eccellenza – nonostante un’inchiesta aperta qualche mese fa su una cantina della zona – le terme di Salice e di Rivanazzano a pochi chilometri e poco più in là Volpedo, il paese di Pellizza.

A Retorbido la Italiana Energetica ha deciso di aprire un impianto altamente inquinante di pirolisi: si bruciano vecchi pneumatici per farne olio combustibile e altri prodotti. Ci avevano già provato qualche anno fa a Casalino, nel novarese. Ma lì la provincia aveva bloccato tutto.

Stavolta invece, nonostante il parere decisamente contrario dei Comuni della zona, la Regione Lombardia sta portando avanti l’iter.

Ci sono state in questi mesi molte mobilitazioni dei cittadini: migliaia di persone per strada a dire no all’impianto. Quasi tutte le case della zona hanno striscioni alle finestre e ai cancelli: No pirolisi!

L’azienda si difende sostenendo che la fabbrica inquinerà meno di quella che c’era prima – uno stabilimento che produceva argilla espansa – e che la costruzione di una ciminiera alta trenta metri permetterà ai fumi di fare meno danni.

Non molto rassicurante per una zona che ha cercato in questi ultimi anni di puntare sul turismo, sulla natura, sul buon cibo e il buon vino.

Non solo: un parere negativo è arrivato anche dall’Enac, l’ente dell’aviazione civile. Lì vicino, a Rivanazzano, c’è un piccolo aeroporto da turismo, partono anche gli alianti che volano silenziosi sulle colline. I fumi – sostiene l’Enac – potrebbero essere un pericolo e la ciminiera è troppo alta.

I tecnici della Regione stanno esaminando tutti i documenti. I sindaci non stanno ad aspettare: nelle prossime settimane andranno in Regione a far sentire il loro no. A tenere le fila della protesta Isabella Cebrelli sindaco proprio di Retorbido. È riuscita in poche settimane a raccogliere le firme di 130 suoi colleghi in tutta la provincia.

Il reportage da Retorbido, Pavia

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Niente fondi, il Centro chiude

Ci sono solo 17 bambini in questo momento, ma potrebbero essercene più di quaranta.

E anche per quei pochi a fine anno dovrà essere trovata un’altra soluzione: il Centro assistenza minori di via Pusiano a Milano sta per chiudere.

Potremmo definirlo un danno collaterale dell’abolizione delle province. La legge Del Rio infatti toglie ai nuovi enti e alle città metropolitane le competenze sul sociale. Anche volendo, comunque, la città metropolitana non avrebbe i soldi per continuare a tenere aperte le casette. Perché il Cam di via Pusiano è una struttura pensata proprio a misura di bambino: sei casette – ma adesso ne funzionano solo quattro – dove bimbi molto piccoli, da zero a sei anni, provano a ritrovare tranquillità.

Sono tutti bambini tolti alle loro famiglie dal Tribunale dei minori, molti hanno subito abusi o hanno comunque storie traumatiche. A seguirli sono 40 educatrici che nella loro turnazione cercano il più possibile di dare continuità di presenza, in modo che i bimbi abbiano delle figure di riferimento fisse.

“Si cerca – dice Donata Luzzati, una delle psicologhe del Cam – di farli vivere come in una vera casa”.

Donata Luzzati

Insomma è una struttura pensata con intelligenza, con una lunga storia alle spalle – nasce negli anni Settanta – e che naturalmente costa parecchio, circa cinque milioni di euro all’anno.

Le rette pagate dai comuni per ogni bambino non bastano a coprire le spese. Ma il Cam non può chiudere: lo dicono le educatrici, lo dice il garante regionale per l’infanzia Massimo Pagani.

Massimo Pagani

Che il Cam non può chiudere lo dice anche Rosaria Iardino, che per la città metropolitana ha la delega alle politiche sociali. “Il Cam è un’eccellenza” dice e assicura che sta lavorando per trovare una soluzione. Il 3 novembre sarà in parlamento a spiegare i problemi del centro. Rosaria Iardino non anticipa però quale possa essere questa soluzione: la questione – dice – è delicata, meglio lavorare prima di fare gli annunci.

La data limite è il 31 dicembre. Da quel giorno – se non si troverà una strada – le casette del Cam chiuderanno le porte.

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Minacce all’imprenditore

Pensava di poter stare tranquillo a Milano, Gianluca Calì. E invece Cosa Nostra non ha smesso di minacciarlo ed è arrivata fino a suoi due bambini di sei e sette anni.

Gianluca Calì ha 42 anni e una faccia gioviale. È di Casteldaccia, provincia di Palermo. A Milano si è trasferito nel 2001 per lavorare in una concessionaria di auto. Poi si è messo in proprio, ne ha aperta una sua: l’attività ha funzionato, Calì ha aperto una filiale anche nel palermitano, ad Altavilla Milicia.

Tutto andava troppo bene per non dare fastidio alle cosche. Nel 2011 cominciano atti intimidatori, richieste di soldi, merce non pagata, minacce. Sono talmente tante le cose successe, che al microfono – con tono pacato e sguardo fisso davanti a sé – Gianluca Calì non le elenca nemmeno nel dettaglio.

Ne racconta solo tre, tutte milanesi: il giorno che due sconosciuti sono stati per dieci minuti in silenzio nel suo salone di auto a fissarlo immobile e poi se ne sono andati su una macchina con targa non registrata; il giorno in cui un secondo sconosciuto, spacciandosi per finanziere, è entrato nell’ufficio di sua moglie armato di pistola, mentre lui era a Palermo; il giorno in cui – lunedì scorso – un terzo sconosciuto a bordo di un’auto con vetri oscurati ha apostrofato con accento siciliano la baby sitter chiedendole se quei due bambini erano figli dell’imprenditore Calì.

Come tutte le altre volte Gianluca Calì è andato dalla polizia, ha sporto denuncia. “Ma questo episodio – dice – mi ha sconvolto, mi stanno dicendo che possono arrivare ovunque, anche ai miei figli”. Le sue denunce, in passato, hanno portato all’arresto di decine di persone di un clan di Bagheria. Tra di loro anche Sergio Flamia, ora collaboratore di giustizia che ha confessato quaranta omicidi di mafia.

È stato Flamia, un giorno, a presentarsi alla concessionaria di Calì in Sicilia e a dire che dovevano aiutarlo: aveva tanti parenti all’ergastolo, doveva mantenere le famiglie. “Voi guadagnate bene, gli affari vanno, ci dovete qualcosa”. Calì non aveva dubbi, a quella gente non doveva nulla. Non ha dubbi nemmeno ora. Sua moglie ha paura, pensava di non mandare più i figli a scuola dopo l’episodio di lunedì scorso. “Io – dice l’imprenditore – sono sconvolto, ma è quello che vogliono, farci paura”.

 

Ascolta l’intervista di Silvia Giacomini a Gianluca Calì

Gianluca Maria Calì

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    Silvia Giacomini
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Bresso, parcheggio migranti

Quasi 300 richiedenti asilo ospitati in alcune decine di tende, un campo che doveva essere di transito e dove invece le persone restano bloccate per mesi.

E’ il campo profughi di via Clerici a Bresso, hinterland nord di Milano. La Prefettura a settembre aveva promesso l’arrivo di container abitativi per migliorare la vivibilità del campo, ma per ora non si sono visti. “E non sappiamo quando arriveranno” dice Antonio Arosio, presidente del comitato provinciale della Croce Rossa di Milano, l’ente che ha in gestione il campo.

Il 24 agosto scorso c’erano state delle proteste, i profughi erano usciti in strada chiedendo che si sveltissero le pratiche per i loro documenti. Denunciavano anche le pessime condizioni di vita tra le tende blu del ministero dell’Interno. Si erano fatte promesse allora, qualche visita ufficiale al campo. Ma non è cambiato nulla e le persone che vivono là dentro hanno filmato con i loro telefonini dove e come vivono. I video li hanno dati poi alla rete People Before Borders e alla redazione del sito locale Bresso a misura di che ha montato le immagini più recenti e significative.

 

 

Comincia a fare freddo e umido in Lombardia; il video mostra materassini a terra, frutta avariata, bagni allagati, paludi verdastre sui piazzali. “Siamo tutti impegnati a migliorare le condizioni di vita nel campo” assicura Arosio. “Ci sono – dice il presidente della Croce Rossa milanese – sei brandine per tenda. E in questo momento sono ospitate 280 persone. Rispetto ai mesi scorsi chi arriva viene smistato più velocemente nelle altre province lombarde”.

Ma cosa dice la Prefettura? “La prossima settimana – dice Arosio – ci sarà un incontro, non sappiamo ancora la data precisa”. Il problema sono i tempi, l’inverno come ogni anno arriva puntuale e “per installare i container abitativi ci vorranno un paio di settimane”.

Ma come ha reagito Bresso alla presenza dei profughi? Umberto Bettarini della redazione di Bresso a misura di  racconta di una città più solidale rispetto a storie sentite in altri comuni lombardi, soprattutto quelli amministrati dalla Lega Nord. “Inizialmente erano un po’ nascosti, il campo è dentro al parco Nord, fuori dalla città” spiega Bettarini. Le cose sono cambiate con la protesta di fine agosto, “la percezione della cittadinanza è cambiata, la gente si è accorta di loro”. Qualche episodio razzista c’è stato, “sono comparse scritte come fuoco ai negri, ma sono rimasti episodi isolati”.

Chi transita dal campo chiede anche informazioni legali, cosa deve fare per avere i documenti, come può lasciare l’Italia senza correre il rischio di essere rispedito indietro. Ad aiutarli, oltre alla rete People Before Borders ci sono anche gli avvocati del Naga e dell’Arci Blob di Arcore.

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Il viaggio di Hadeel. Dalla Libia, verso l’Europa

Hadeel ha 15 anni. La sua pagina Facebook è un concentrato della sua vita. Che non è quella di una adolescente qualunque. E si vede.

In uno dei suoi ultimi post c’è la foto uno scodellino pieno di sabbia con una candela rossa in centro. E’ sabbia di Aqqa, che ora si chiama Acri ed è una delle città che nel 1948 son diventate israeliane. I palestinesi che ci abitavano, da allora sono profughi. Gli anziani conservano ancora le chiavi delle case da cui sono stati cacciati. Molti sono andati in Giordania, altri da lì si sono spostati ancora.

La famiglia di Hadeel è finita in Libia. Hadeel è nata in Libia, ma si sente palestinese e lo racconta su Facebook. “Una nostra amica è venuta a trovarci, ci ha portato la sabbia di Aqqa, la ho annusata e ho pianto: ho sentito il profumo del mio paese”. Un paese in cui lei non ha mai vissuto.

Hadeel è nata profuga e profuga rimane. Ora – da un anno e mezzo – abita a Monaco, in Germania, in un campo di prima accoglienza. Su Facebook ha messo la foto della prima neve che ha visto, di un picnic nel parco con la sua famiglia, del suo fratellino che gioca a calcio. Schegge di una vita quasi normale, inframmezzate da immagini di ragazzini palestinesi uccisi, di case distrutte, di kefieh insanguinate.

Ma c’è un pezzo di vita di Hadeel che non è su Facebook, un mezzo che fissa il qui ed ora. Il mese di luglio del 2014: Hadeel non poteva pubblicare quando è scappata dalla Libia, quando ha preso il gommone, quando è stata soccorsa da una nave di Mare Nostrum, quando è sbarcata a Catania. Ma è una ragazzina sveglia ed è riuscita a documentare tutto, con una piccola macchina fotografica digitale: i fratelli e la mamma sulla barca stracarica, schiacciati tra ragazzoni africani; il piatto di pasta al sugo che le porge un marinaio italiano; gli abbracci alle volontarie di Villa San Giovanni che la hanno rifocillata e rivestita.

Alla stazione di Villa San Giovanni Hadeel aspetta il treno notturno per Milano: con lei la mamma, il papà, due fratellini e un’altra trentina di profughi scappati dalla Siria, i bimbi piccoli con le facce bruciate dal sole della traversata del Mediterraneo. Hadeel è spigliata, allegra, chiacchierona. E parla inglese. Buona parte del viaggio la passa a raccontare cosa ha lasciato – una Libia che odia – e cosa spera di poter fare. Le piacerebbe ricominciare taekwondo, il suo sport preferito. E poi tornare a scuola e imparare in fretta il tedesco, se riuscirà ad arrivare in Germania. Il racconto ogni tanto si interrompe: Hadeel spalanca gli occhi e guarda sbalordita fuori dal finestrino del treno: “Quanti alberi! E quanti fiumi! In Libia non c’erano. Non li avevo mai visti. C’erano – dice passando da Firenze – sabbia e città brutte”.

E’ passato un anno e mezzo da quel viaggio lunghissimo. Hadeel è riuscita ad arrivare in Germania. Vive in un campo profughi a Monaco di Baviera. Non le piace, ma è felice, va a scuola e inizia a scrivere post in tedesco su Facebook. Chissà se ha anche ricominciato taekwondo…

 

Silvia Giacomini ha incontrato Haadel e un gruppo di profughi siriani in Sicilia. Erano diretti in Germania; con loro ha viaggiato sino a Milano. Questo il suo racconto.

2014 luglio-reportage viaggio in sicilia coi profughi

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    Silvia Giacomini
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