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Nel dubbio usiamo l’auricolare

Il 30 marzo scorso, ma si è appreso oggi, il tribunale di Ivrea ha condannato l’Inail a indennizzare il dipendente di un’azienda che per 15 anni ha usato il cellulare per più di tre ore al giorno senza protezioni e al quale è stato diagnosticato un tumore benigno, che causa una sordità permanente dell’orecchio destro.

Il giudice del lavoro Luca Fadda ha riconosciuto che il tumore è stato causato dall’uso scorretto del cellulare. Finché la sentenza non viene pubblicata, non si può sapere come abbia fatto una scoperta che per ora nessuna ricerca scientifica è riuscita a fare.

Il problema per i ricercatori è che siamo a bagno in un mare di radiazioni elettromagnetiche non ionizzanti. A dosi elevate possono essere decisamente nocive come i raggi ultravioletti o la radiazione infrarossa detta banalmente calore. Distinguere l’effetto sull’organismo delle radiofrequenze dei cellulari da quello di altri fattori ambientali e genetici è difficilissimo. Trasmettono un po’ di energia che le cellule assorbono, è vero, ma è molto inferiore a quella necessaria per danneggiare il nostro DNA.

Si sono fatti esperimenti sui ratti, ma non è chiaro se le lesioni cellulari fossero dovute alle radiofrequenze o al fatto che rimanessero legati per sei mesi a un cellulare, perché la differenza con il gruppo di controllo – altrettanti ratti legati a un cellulare vuoto – era minuscola.

Forse un giorno si scoprirà che certe radiofrequenze sono dannose per certe persone e non per altre, com’è successo con il fumo o con l’amianto. Nel frattempo, se proprio dobbiamo stare delle ore al telefono ogni giorno, possiamo usare l’auricolare e stare più tranquilli.

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    Sylvie Coyaud
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Gas serra, è davvero ora di invertire la tendenza

Il Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo cinese ha ratificato l’Accordo di  Parigi approvato informalmente nel dicembre scorso, che impegna il paese a ridurre le emissioni  di gas serra. Un grande passo per la Cina che in passato aveva spesso ostacolato le trattative. Un passo piccolo, tardivo, insufficiente perché lo scopo dell’Accordo è di limitare entro fine secolo il riscaldamento globale a più 1,5-2 °C rispetto alla temperatura media nel 1800. Sommando gli impegni virtuali e confermati, se va bene nel 2100 ci saranno 2,5-3,0 °C in più.

Poco dopo Pechino, anche gli Stati Uniti hanno annunciato la mondo la ratifica di quello stesso Accordo: dunque hanno mantenuto  le promesse fatte a Parigi i paesi che emettono il 40% circa della CO2 aggiunta ogni anno all’ atmosfera. Dal 2015 supera 400 parti per milione (ppm) rispetto a 270 ppm nel 1800 e con gli effetti che tutti vediamo. Anni “record” si susseguono dall’inizio del secolo e ognuno dei 15 mesi scorsi è stato il più caldo mai registrato dal 1850.

A tutto gas invece di alzare il piede dall’acceleratore.

Così aumentano l’intensità e la frequenza di siccità, alluvioni, tempeste; accelerano la fusione dei ghiacciai, della banchisa artica e della calotta antartica, l’innalzamento del livello del mare e l’acidificazione degli oceani; si allungano le “stagioni degli incendi”; si spostano verso i poli gli habitat di animali e vegetali. Sono gli effetti che i modelli climatici prevedono dal 1965, quando nei computer si infilavano schede perforate a mano e c’erano 315 ppm di CO2 atmosferica (vedi il diagramma). I modelli lo prevedevano con più precisione nel 1981 quando ce n’erano 350, la concentrazione alla quale bisogna tornare di corsa, ripetono da anni i climatologi. Una volta superata, anche i rischi si sommano velocemente.

La cosa preoccupante è che oggi l’aumento della temperatura è di 1,3°C. Non rispetto al 1800, bensì alla media per il periodo 1961-1990, a riscaldamento già avviato. I costi non sono ripartiti esattamente come il calore sulle mappe termiche del pianeta. Li pagano innanzitutto i paesi più poveri, che nel passato hanno emesso meno gas serra e ora sono i più colpiti dalle conseguenze.

La cosa un po’ rassicurante è che sempre più governi sembrano accorgersi che insieme alla temperatura aumentano i danni economici e sociali dovuti alla loro inerzia, alle buone intenzioni espresse al vertice di Rio nel 1992 e rimaste sulla carta.

Ci sarebbe parecchio da dire sull’incapacità di risolvere problemi globali, sulla tendenza a scaricarli sulle prossime generazioni.  Ricordo soltanto che nella storia dell’Homo sapiens, cambiamenti climatici molto più graduali e modesti di quello iniziato a fine Settecento hanno sempre innescato grandi migrazioni. Migrare risolveva il problema.

La nostra specie se l’è sempre cavata, è vero che si è lasciata dietro tante vittime, ma ha anche creato nuove civiltà. Eravamo in pochi, senza frontiere, con le risorse del pianeta a disposizione. Oggi abbiamo inquinato suoli, aria e acqua, vero anche questo, per di più siamo 7,5 miliardi. Ma dall’ultima glaciazione che quasi ci sterminava abbiamo accumulato abbastanza risorse intellettuali per smetterla di comportarci da Homo insipiens.

 

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    Sylvie Coyaud
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Il prugnolo che (non) cura il cancro

Sylvie Coyaud scrive su OggiScienza, tra le altre cose, come “custode del Parco delle Bufale”, collezione di ricerche e notizie ingannevoli.

Recentemente OggiScienza ha pubblicato un’intervista ad Andrea Savarino dell’Istituto Superiore di Sanità, principale autore di una rassegna sui benefici (paradossali) dello stress ossidativo e sui rischi degli antiossidanti. I produttori continuano a pubblicizzarne le proprietà preventive e terapeutiche, ma il National Cancer Institute statunitense avverte che:

“molteplici e ampli esperimenti clinici randomizzati e controllati con un placebo non sono riusciti a dimostrare un effetto preventivo degli antiossidanti. In effetti alcuni degli esperimenti clinici più consistenti hanno dovuto essere interrotti perché nei pazienti che ricevevano antiossidanti l’incidenza dei tumori era maggiore che in quelli che non ne ricevevano”. [link e grassetto aggiunti, ndr]

Coincidenza. Lo scorso 7 maggio a Milano, Stefania Meschini dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) presentava i risultati di un proprio studio sulle proprietà antitumorali di un antiossidante a uno dei tanti convegni di “Oncophytoterapia” (sic) che si susseguono in giro per l’Italia dall’aprile 2015. All’epoca (poco più di un anno fa) si apprendeva da un lancio ANSA che lo studio era “in via di pubblicazione su riviste scientifiche” e la ricercatrice spiegava:

“Nella sperimentazione in laboratorio, abbiamo trattato con l’estratto della pianta cellule cancerose di pazienti affetti da cancro a colon, polmone e cervice uterina. Abbiamo quindi osservato che, da solo, l’estratto non aveva effetti, ma addizionato ad un particolare complesso a base di aminoacidi, minerali e vitamine, denominato Can, è stato in grado di ridurre la sopravvivenza delle cellule tumorali ed ha portato a distruzione tra il 70 e il 78% delle cellule cancerose nell’arco di 24 ore”. Il passo successivo, sottolinea la ricercatrice, ”sarà passare alla fase dei test su animali, con l’obiettivo di arrivare, nell’arco di qualche anno, alla produzione di un nuovo farmaco antitumorale”.

In un comunicato stampa che risale al giugno 2015, l’ex commissario e attuale presidente dell’ISS Walter Gualtiero Ricciardi cercava di frenare il battage mediatico sul prugnolo del Molise che cura il cancro:

“Va sottolineato però che c’è ancora molta strada da fare prima di dimostrare la sua efficacia sull’uomo e di affermare che l’integratore che si sta mettendo a punto, a base di quella composizione, possa effettivamente avere un’efficacia sul piano clinico”.

Lo studio “in collaborazione con l’azienda Biogroup” per lo sviluppo di un integratore che migliori “la qualità della vita del paziente” sembra aver perso la via della pubblicazione. Da ottobre invece, il prodotto “Trigno M” era in vendita libera  con l’indicazione

Azione mirata anti-neoplastica

In novembre Franco Mastrodonato, iridologo-naturopata-omeopata ecc., che non compare su PubMed ma è presidente dell’IMeB e della Società Italiana di Medicina Biointegrata, annunciava che “circa 2.000 pazienti affetti da gravi forme di tumore” lo stavano già assumendo a volte con “miglioramenti sorprendenti”. Il 21 aprile scorso, si riuniva un comitato di specialisti tra cui Stefania Meschini,

per mettere a punto i dettagli di carattere scientifico, logistico e normativo riguardanti la sperimentazione “in vivo” sull’uomo del Trigno M, che si annuncia quindi come prossima al suo inizio.

Così d’emblée? Senza nemmeno una foto di topolini prima e dopo la cura? Eh no!

La custode del Parco passava all’azione mirata. Scriveva a Ricciardi e all’ufficio stampa dell’ISS che su PubMed non aveva trovato ricerche sulla riduzione di tumori, ricadute e metastasi grazie a prugnolo e amminoacidi. Per caso potevano fornirle qualche dato a conferma dell’“azione mirata” del Trigno M e delle affermazioni di Mastrodonato?

Per non sembrare troppo spinosa, sorvolava sul fatto che circa 2000 malati fossero arruolati
in una sperimentazione priva di carattere scientifico e in barba alla normativa
. All’alba dell’indomani, la responsabile dell’ufficio stampa la informava che all’Istituto erano state fatte le osservazioni in vitro preliminari a una sperimentazione in vivo sugli animali per la quale stava chiedendo le varie autorizzazioni. Lo studio non era pubblicabile perché era stata chiesta un’estensione del brevetto e

Per quanto riguarda le dichiarazioni sulla sua efficacia nell’uomo, l’istituto non è a conoscenza né partecipa attualmente ad alcuno studio che all’interno di un protocollo di sperimentazione clinica dimostri l’efficacia o il ruolo terapeutico nell’uomo dell’integratore Trigno M nelle terapie anticancro.

La custode non si aspettava tanta solerzia, di solito le sue mail alle autorità sono ignorate. Ne ha subito approfittato per esprimere una curiosità: adesso che l’Istituto sa che il Trigno M è venduto come farmaco anti-neoplastico, cosa intende fare? Due giorni dopo all’alba, apriva la casella della posta e non credeva ai propri occhi:

la nostra Direzione Generale ha già disposto di prendere i necessari provvedimenti. Già questa mattina sul sito non compare più, come potrà constatare la dicitura “effetto mirato anti-neoplastico”, né indicazioni relative all’uso terapeutico del trattamento dei tumori.

Complimenti alla DG e all’ufficio stampa per l’efficacia della loro azione mirata. Restano da informare sui rischi degli antiossidanti i “circa 2000 pazienti affetti da gravi forme di tumore” che assumono Trigno M mirato, Trigno D drenante o  Trigno T “di terreno

come coadiuvante nelle problematiche oncologiche, in trattamento con chemioterapia e radioterapia, in fase pre e post chirurgica…

quando è noto che se gli antiossidanti drenassero realmente le tossine – tutte, tanto per ampliare il mercato – drenerebbero anche i farmaci veri.  Va interpellata l’Agenzia Italiana del Farmaco?, si chiede la custode mentre dà una lucidata alla balestra. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato? Le associazioni per la difesa dei consumatori?

Tratto da Oggiscienza

L’argomento è stato affrontato anche il 27 maggio a Le Oche, la trasmissione scientifica di Radio Popolare. In collegamento, Andrea Savarino, ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità. Il podcast della puntata

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    Sylvie Coyaud
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