Programmi

Approfondimenti

Justin Fashanu: il primo calciatore a dichiararsi gay

Fashanu primo calciatore gay

Questa non è la storia di un campione. Questa non è una storia di riscatto. Questa è la storia di un uomo che si è scontrato contro un muro; il muro che divide il calcio e l’omosessualità. Una separazione così netta da farne  un tabù, come se non esistesse. Questa è la storia di Justin Fashanu, il primo calciatore professionista ad aver dichiarato di essere gay.

Il percorso nel calcio che conta di Fashanu inizia nel 1981, quando il Notthingam Forrest di Brian Clough, l’allenatore più importante della storia del calcio inglese, sborsa 1 milione di sterline per comprarlo. Mai era stato speso tanto per un giocatore di colore. Una barriera culturale abbattuta, l’approdo in una squadra che pochi anni prima aveva vinto la Coppa Campioni: tutti ingredienti per vivere una storia che rimanga impressa nella memoria. E’ quello che accadrà, ma non come Fashanu lo ha sempre immaginato. Presto  la favola diventa un incubo: se in campo le cose non vanno, quello che irrita di più Clough, dotato di una mente calcistica avanti anni luce rispetto ai suoi colleghi, ma pur sempre cresciuto nella middle class inglese degli anni 50, non sono le sue prestazioni, quanto quello che fa, e dove lo fa, nel suo tempo libero. Fashanu frequenta i locali gay, si dice. E lo sostengono in tanti, quasi tutti. Clough perde ogni stima per il suo giocatore, arrivando a insultarlo davanti a tutto lo spogliatoio. Una notizia un po’ originale non ha bisogno di nessun giornale, cantava De Andrè, e così presto “Fash” si trova emarginato dal gruppo, costretto ad allenarsi da solo e mal visto dai tifosi: in sostanza, Justin è solo.

Dal 1988 al 1991 sostiene provini con 10 società diverse, dalla Prima Divisione inglese fino ai dilettanti: tutti i club in breve tempo lo scaricano, non intenzionati ad associare il loro nome a quello di Fashanu. I pettegolezzi sulle sue attività notturne non si contano. La sua figura origina imbarazzo nel mondo del calcio. Proprio per questo nel ’90 decide di togliersi un peso e dichiarare la propria omosessualità: è il primo giocatore in attività di sempre a farlo. Il suo coraggio però non viene apprezzato: addirittura il fratello minore, John, lo rinnega pubblicamente. Anche la comunità nera lo abbandona, non intenzionata a combattere la sua battaglia. Nel tentativo di darsi nuovo slancio, Fashanu vende ai giornali scandalistici storie che lo vorrebbero coinvolto in rapporti sessuali con diversi politici e uomini di spicco britannici, ma tutte si rivelano false o infondate, dando un’altra spinta verso il basso alla sua carriera e alla sua salute mentale.

Fashanu quindi emigra negli Stati Uniti, nel Maryland. Gioca in qualche squadra, sembra aver trovato il suo spazio.

Ma la sua è una storia maledetta. Il 25 marzo 1998 un ragazzo di 17 anni chiama la polizia locale dicendo di essersi risvegliato nel letto di Fashanu, e che questi aveva abusato di lui. Il giocatore inizialmente si mostra collaborativo con la polizia, ma dopo l’interrogatorio fa perdere le sue tracce. Il fatto di essere un gay di colore, due categorie che non godevano di particolare simpatia tra le autorità, sommate al fatto che nel Maryland l’omosessualità era considerata un reato, fanno cadere nel panico Fashanu, che torna in Inghilterra sotto falso nome nella speranza di trovare un estremo aiuto. La sua speranza però diventa un’illusione perché nessuno vuole saperne niente, né il fratello né il suo storico agente. Il 3 maggio viene trovato impiccato in un garage semi abbandonato.

Quello che resta è un biglietto nel quale giustifica il suo gesto dicendosi sicuro di venire condannato, raccontando anche la sua versione dei fatti, secondo i quali il ragazzo avrebbe provato a ricattarlo, e lui avrebbe rifiutato.

Quella di Fashanu è la vicenda di un uomo che ha provato a lottare da solo contro dei pregiudizi troppo più forti di lui. Un uomo, prima che un calciatore, che ha provato da solo ad abbattere un muro che resiste ancora oggi.

  • Autore articolo
    Matteo Serra
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Althea Gibson, la prima tennista nera a vincere Wimbledon

Althea Gibson

La storia della lotta per i diritti umani è costellata di persone che hanno lottato ogni giorno perché le ingiustizie avessero fine: nella politica, nelle università, nel mondo dello spettacolo e anche nel mondo dello sport. È a questo emisfero che appartiene la storia di Althea Gibson, la prima giocatrice nera di tennis della storia a partecipare, e per la cronaca anche a vincere, Wimbledon.

Althea Gibson nasce in Nord Carolina nel 1927, ma quando ha tre anni si trasferisce con la famiglia a New York, formando mente e corpo nel variegato e non sempre semplicissimo quartiere di Harlem. È proprio in queste strade che Althea Gibson inizia a familiarizzare con la prima racchetta, ricevuta in regalo da un vicino di casa. Il fisico, asciutto e snello ma non per questo esile, la rendono molto portata per questo sport, e non appena ne ha l’occasione inizia a partecipare ai tornei per gli afroamericani, dato che non gli era permesso giocare con i bianchi.

Althea Gibson domina tutte le sue rivali, diventando per i successivi 10 anni la miglior giocatrice di colore degli Stati Uniti. Althea decide quindi che è il momento di fare un salto in avanti, e inizia a fare domanda di iscrizione ai vari circoli tennistici del paese. In un contesto storico in cui la vita quotidiana degli americani è ancora cadenzata da una forte e brutale segregazione, che per esempio impediva ai neri di salire sugli autobus o di entrare nei negozi dei bianchi, il mondo del tennis, considerato da tutti uno sport rigorosamente per donne e uomini ricchi e bianchi, vede la sua ambizione come un affronto.

Ad aiutarle nella sua lotta, che poi è quella di tutti gli afro americani, arriva Alice Marble, tennista, bianca. La Marble scrive un lungo articolo nel quale si dice pronta a giocare contro la Gibson, spiegando che “se rappresenta una sfida per le donne che praticano questo sport, è bene rispondere sul campo. Diciamo sempre che il tennis è uno sport per gentiluomini e gentildonne, è il tempo di comportarci un po’ più come persone gentili e meno come ipocriti bigotti”.

Le parole della Marble fanno centro, e Althea Gibson inizia a partecipare ai tornei del circuito internazionale, nonostante le discriminazioni restino: il pubblico la fischia, gli alberghi non vogliono ospitarla, deve entrare in campo dalla porta di servizio e non può condividere con le altre atlete gli spogliatoi.

Althea Gibson però ha una missione ed è più forte di ogni pregiudizio: nel ’57 e nel ’58 vince sia gli US Open che Wimbledon, diventando la numero uno del ranking mondiale. A 31 anni passa al golf, altro sport considerato elitario per bianchi. Muore a 76 anni, nel 2003, giusto in tempo per vedere le sue ideali eredi, le sorelle Venus e Serena Williams, ricalcare le sue orme a quasi 50 anni di distanza.

  • Autore articolo
    Matteo Serra
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Pallavolo, Massimo Righi: “Speriamo di riprendere il campionato, ma non a porte chiuse”

massimo righi lega pallavolo

La Federazione italiana di Pallavolo ha dichiarato conclusa la stagione 2019/2020, ma non tutti sono d’accordo. La Lega Pallavolo, l’associazione che riunisce tutti i club della SuperLega, Serie A2 e Serie A3 maschile, inizialmente ha visto di cattivo occhio la decisione della Federazione, presa senza il suo consenso, e poi ha sottolineato la volontà di continuare a tenere aperta la porta per la ripresa del campionato se le condizioni di sicurezza dovessero permetterlo. L’AD della LegaVolley, Massimo Righi, oggi ha fatto il punto della situazione durante Barrilete Cosmico a Radio Popolare.

Righi, a oggi qual è la posizione della Lega? 

“La nostra intenzione è di tenere aperto lo spiraglio per provare a riprendere il campionato. La Federazione ha già detto la sua, ma se la situazione dovesse migliorare e ci dovessero essere le condizioni per pensare di riprendere a giocare, noi vorremmo farlo”.

Quanto questo dipende dalla decisione che verrà presa in merito al calcio?

“Abbiamo visto che il protocollo sanitario per il calcio è molto complicato. Noi abbiamo delle strutture diverse da quelle delle squadre di calcio: molte delle nostre squadre si allenano in palestre che sono usate anche da altre società di altri sport, quindi gli spazi sono molto minori. Ancora manca un protocollo sanitario che spieghi la situazione”.

Qualche giocatore ha già ripreso gli allenamenti individuali?

“Quanto previsto dal Governo per la fase 2 vale per tutti gli atleti, quindi anche per i nostri. Alcuni hanno iniziato a lavorare con i pesi, nelle palestre o a casa, ma ancora non c’è nessun contatto con la palla e così sarà finché non avremo delle disposizioni certe sui rischi e sulle precauzioni da prendere. Siamo in attesa della scienza”.

Un eventuale stop definitivo quanto peserebbe sulle casse dei club?

“Noi abbiamo stimato perdite per più di 23 milioni di euro, quindi una botta molto grossa. Siamo infatti in trattativa con i giocatori e i tesserati per trovare una soluzione. Devo dire però che in questi anni la gestione economica della Lega è stata molto buona, forte e robusta e quindi anche in questa situazione nessuno dei club ha deciso di fare un passo indietro, nessuno vuole abbandonare. L’intenzione è quella di trasformare un problema in una opportunità”.

Come la pensano i club sulla possibilità di riprendere a giocare a porte chiuse?

“Dico subito che se l’unica soluzione fosse quella di giocare senza tifosi non inizieremmo neanche. Questo non solo per la mancanza di introiti dalla vendita dei biglietti, ma anche per la mancanza di visibilità per gli sponsor, una delle entrate più significative per le squadre. Sono pochi gli sponsor che continuerebbero anche a porte chiuse. Sicuramente sarebbe impossibile per le squadre di A2 e A3, ma anche la SuperLega avrebbe grosse difficoltà”.

Quali sono i progetti per il futuro?

“Stiamo immaginando una ripresa della stagione con la Super Coppa giocata all’Arena di Verona; in quel caso anche a porte chiuse perché lo scenario sarebbe fantastico e avrebbe spessore anche a livello televisivo. Già da luglio se fosse possibile vorremo riprendere a organizzare alcuni eventi in giro per l’Italia, in modo da restituire la pallavolo alla gente”.

Provando a fare una previsione, secondo lei alla fine il campionato ripartirà?

“Penso che sia un’idea lontana; vedremo se ci sarà la possibilità. Sono consapevole che è molto complicato anche perché molti giocatori sono andati all’estero, sono tornati a casa loro. Noi abbiamo l’obbligo di tenere la speranza accesa, ma non può essere l’obiettivo principale in questo momento”.

  • Autore articolo
    Matteo Serra
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La storia di Maxime Mbandà: dalla nazionale di rugby al volontariato sulle ambulanze

Come prima cosa, quando hanno sospeso i campionati per il coronavirus, mi sono chiesto cosa potessi fare per dare una mano”. Inizia così il suo racconto Maxime Mbandà ai microfoni di Barrilete Cosmico.

Maxime è un giocatore di rugby delle Zebre di Parma e della Nazionale italiana. Si trovava a Roma per preparare la partita che gli Azzurri avrebbero dovuto giocare contro l’Inghilterra, valida per il 6 Nazioni, quando il mondo dello sport ha capito che non si poteva più andare avanti e che l’unica soluzione era fermarsi per cercare di contenere il più possibile la diffusione del virus. Mbandà quindi è tornato a Parma, dove vive, con la voglia di dare una mano.

“Avevo letto – dice – di una collaborazione tra il Comune di Parma e la Croce Gialla per cercare volontari che portassero alimenti e i farmaci agli anziani più in difficoltà, e così mi sono iscritto al progetto. Dopo il primo giorno però mi hanno spostato sulle ambulanze con il compito di trasferire i pazienti da un ospedale all’altro, in modo da alleggerire il carico. Faccio turni da 12/13 ore al giorno”. Una continua spola tra i tre principali ospedali della zona: Maggiore, Vaio di Fidenza e quello di Borgotaro. Un lavoro che non può e non deve fermarsi per fare in modo che medici e infermieri non si trovino con un eccessivo numero di pazienti di cui occuparsi.

Una esperienza che sta mostrando a Maxime un’altra faccia della realtà, quella della sofferenza e della paura, condizioni che nell’opinione pubblica poco hanno a che fare con il mondo degli sportivi e la loro vita da privilegiati. Ma Mbandà spiega che: “Oltre a essere sportivi siamo prima di tutto essere umani, è un principio di umanità che mi muove. Penso che avere paura sia normale, soprattutto perché stiamo combattendo un nemico invisibile, che può nascondersi su tutto quello che tocchiamo e dove camminiamo. Quello che fa la differenza è come si reagisce alla paura, è quello che cambia il risultato”. Un impegno costante e che non conosce pause: “Faccio – racconta Maxime – quello che posso per aiutare gli altri a stare bene. Vado avanti così finché tutto questo non sarà finito”.

Nel rugby, come in tutti gli sport che prevedono il professionismo, si discute in questi giorni di un possibile taglio degli stipendi dovuti all’inattività. Maxime la pensa così: “Sarebbe bello devolvere una percentuale di quello che guadagniamo in favore di chi adesso ha più bisogno. Però è anche vero che molti sportivi in questi giorni stanno facendo ricche donazioni agli ospedali. Se questo può aiutare a guarire le persone, sono sicuro che un accordo in questo senso si troverà. Più che di economia si tratta di una quesitone di umanità”. La fine dell’emergenza non ha ancora delle date precise e Mbandà, come tutti gli sportivi, è in attesa di sapere quando riprenderanno gli allenamenti e il campionato; ma adesso però le priorità devono essere altre: “Quando ha sospeso il campionato la Federazione ci ha detto che tutto sarebbe ripreso solo quando effettivamente la crisi sarà terminata. Nel mentre noi possiamo solo sperare e aspettare che tutto finisca presto. E’ un periodo dove bisogna fare sacrifici, è solo un piccolo segmento della nostra vita rispetto a quella che ci aspetta. Adesso questa è la cosa giusta da fare per aiutare chi lavora negli ospedali”.

In questi giorni però, quando finisce il servizio sulle ambulanze, Maxime trova anche il modo e il tempo di tenersi in forma: “Devo per forza continuare ad allenarmi e cercare di rimanere in condizione. Spero di poter tornare a giocare presto e non posso farmi trovare impreparato. Così ho messo una sbarra nel mio garage e mi alleno tutti i giorni, la mattina presto o la sera tardi. Faccio dei percorsi con circuiti di trazioni, addominali e piegamenti. Soprattutto faccio burpess, che ormai sono diventati il mio pane”. Come ha fatto Maxime anche molti altri giovani, quelli che non hanno contatti con persone anziane o a rischio, possono provare a cercare sui siti internet i numeri delle varie Croci italiane e capire come possono dare una mano per far sì che questo momento di difficoltà duri il meno possibile.

  • Autore articolo
    Matteo Serra
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La Leggendaria Marathon des Sables: la maratona nel deserto del Sahara

Daniele Barbone - Marathon des Sables

Era il 1984 quando Patrick Bauer, un francese con la passione delle maratone, riuscì a completare per la prima volta in solitaria l’attraversata del Sahara marocchino. Due anni più tardi, nel 1986, veniva organizzata la prima Marathon Des Sables, la maratona del deserto: una gara che ripercorreva le gesta di Bauer. Fin da subito questa corsa, soprannominata “La Leggendaria”, è entrata nel gota delle grandi ultra maratone, diventano un appuntamento da fare almeno una volta nella vita per tutti gli ultra-racers. A rendere ancora più epica la gara, come se non bastasse percorrere 250 chilometri nel deserto, i corridori devono essere autosufficienti dal punto di vista alimentare: questo vuol dire che non ci sono, lungo il percorso, i punti di ristoro come nelle classiche maratone. Ai partecipanti vengono distribuiti solo 9 litri di acqua al giorno, con i quali devono fare tutto: bere, mangiare e, quando possibile, lavarsi. L’alimentazione è tutta a carico dei singoli atleti, che devono portarsi tutti il necessario per mangiare in un zaino. Sono molte le storie che circolano su una gara così estenuante dal punto di vista fisico e mentale; nel 1994 l’italiano Marco Prosperi si perse lungo il percorso: si ritrovò a vagare per il deserto, trovandosi costretto a nutrirsi di pipistrelli e bere la propria urina per sopravvivere. Prosperi fu salvato da un gruppo di pastori nomadi, che lo trovarono e lo riportarono al campo base.

Daniele Barbone fa parte del gruppo di venti italiani che dal 2 aprile prenderanno parte a questa folle gara: durante Barrilete Cosmico ha racconta come si sta preparando in questi ultimi giorni prima della partenza.

“Ho già avuto la possibilità – racconta Daniele – di correre in sette deserti e nella foresta amazzonica; questa gara è considerata la principale, ha un grandissimo fascino perché riesce a portare al massimo l’esperienza sia di vita che di sport”. La Marathon des Sables non fa niente per mettere a proprio agio i corridori, come spiega Daniele: “Noi conosceremo il percorso solo una volta arrivati lì, solo il primo giorno ce lo mostreranno. Da lì poi saranno cinque tappe, tutte di una trentina di chilometri tranne una, che invece sarà come una doppia maratona, con quasi 80 km di percorso”. Si dorme in alcune tende berbere messe a disposizione nei campi base, ma in tappe particolarmente lunghe ognuno è libero di gestire il proprio tempo: chi ci mette 10 ore e chi ce ne mette 30. La preparazione per una gara del genere è curata nei minimi dettagli, dal cibo a ogni oggetto da mettere nello zaino: “Alcuni corridori – dice Daniele – si portano dietro alimenti molto studiati e particolari, di quelli che si usano nelle spedizioni himalayane; io preferisco invece cibi come zuppe e frutta disidratate, che aiutano anche a livello psicologico”. Proprio per sopravvivere e rimanere lucidi a livello mentale in un contesto così inospitale come il deserto, un ruolo fondamentale possono averlo anche i più piccoli oggetti: “Tutti i corridori si portano sempre dietro il così detto Confort Food, ovvero uno sfizio che possa dare conforto in momenti difficili. Io sono indeciso se portarmi una barretta di cioccolato extra fondente, in modo tale che non si sciolga, o un pezzo di pane, che possa darmi un altro genere di carboidrati”.

Barbone ha corso in molti luoghi diversi del mondo, mosso sia dalla passione sia dal voler sensibilizzare, correndo, sugli sprechi ambientali: “Il Sahara è simbolo dei cambiamenti climatici – dice – è un deserto che si sta espandendo in continuazione e così facendo si sta “mangiando” molte zone fertili, che vengono sottratte alla popolazione locale. In una corsa come questa le risorse di cui si può far uso sono limitate, bisogna quindi evitare al massimo ogni spreco. Io spero di poter mandare un messaggio: come io devo stare attento a quello che uso durante la gara, così tutti possono farlo nella vita quotidiana”.

Nonostante la sua anima leggendaria, anche la Marathon des Sables rischia di dover pagare le conseguenze del contagio del Corona Virus: “Noi – dice Daniele – adesso ci stiamo allenando, ovviamente da soli dato che in questo periodo tutti gli eventi sportivi sono sospesi. Ancora non ci hanno comunicato niente, ma temiamo che possano essere messe delle limitazioni sulla provenienza dei corridori. Ovviamente noi speriamo di no”.

  • Autore articolo
    Matteo Serra
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La democrazia nel calcio di Socrates

Un calciatore, un medico, un fuoriclasse, un politico, un uomo del popolo. Socrates è stato tutto questo insieme. Un calciatore dotato di grandissimo talento, tanto da guidare la nazionale brasiliana da capitano in due Mondiali (1982 e 1986), ma quello per cui viene ricordato principalmente é tutte ciò che ha fatto fuori dal campo, nel suo tentativo di usare il pallone come uno strumento per trasmettere messaggi a un’intera nazione. Il nome che Socrates si trova addosso dice molto sul personaggio che fin da bambino sembra essere destinato a diventare: il riferimento al grande filisofo greco non è frutto di un errore dell’anagrafe, come spesso accade con i nomi brasiliani, ma è un deciso e preciso omaggio del padre. Nonostante avesse appena la seconda elementare, da adulto si appassiona a La Repubblica di Platone e in suo onore decide di chiamare così il suo ultimo figlio. Appunto Socrates.

Fin da piccolo il giovane Socrates ha ben chiaro quello che è il suo obiettivo: studiare medicina. Quando il suo talento per il calcio diventa palese e non più contenibile nei ranghi del semplice gioco, Socrates entra nelle giovanili del Botafogo. Ma in mezzo agli allenamenti pretende di poter studiare, accetta di giocare solo se gli viene concessa la possibilità di saltare qualche esercitazione in modo da poter al meglio prepare gli esami universitari, come racconta Lorenzo Iervolino, autore della sua biografia “Un giorno triste così felice”, intervenuto ai microfoni di Barrilete Cosmico.

Quando Socrates si rende conto che la possibilità di diventare un calciatore professionista é più che concreta e che i guadagni, da futbolista, sarebbero stati nettamente maggiori, intraprende la vita dello sportivo, senza però mai mettere da parte i suoi ideali. E’ in questi anni che il brasiliano entra nella storia, non smettendo mai di guardare al calcio come a un tramite per aiutare le persone meno fortunate di lui. Nel 1979 approda al Corinthians, una delle squadre più tifate di tutto il Brasile. In quegli anni la squadra di San Paolo stava vivendo un periodo complicato, ma da lì a poco la sua storia sarebbe cambiata, diventando immortale. Nel biennio 82-84 Socrates e i suoi compagni iniziano a gestire la squadra secondo i principi della democrazia: tutto si mette ai voti, e tutti i voti valgono uguale. Un cambio di paradigma trascendentale: se già per sua natura il calcio è un sistema dittatoriale, dove uno solo, che sia l’allenatore o il presidente, prende le decisioni per tutti e detta legge, senza che nessuno possa contraddirlo, quello che realizzano i giocatori del Corinthians è ancora più eccezionale se si tiene conto del contesto. Il Brasile dal 1964 era controllato da una dittatura militare, la prima ad affermarsi in Sud America. Rispetto ad altri regimi, come quelli argentini, cileni o uruguagi, quello brasiliano è meno conosciuto, ma non per questo meno crudele e sanguinario. “Nelle stesse società calcistiche – spiega Iervolino – a fianco del direttore sportivo c’era anche quello della disciplina: a tutti gli effetti un militare che aveva il compito di controllare il comportamento dei calciatori, considerati come dei soldati”. Socrates e i suoi riescono a sovverchiare questo sistema, mettendo in atto quella che poi passerà alla storia come la Democrazia Corintiana. Per due anni e mezzi ogni decisione che riguadava la squadra, da chi far giocare fino a quanti giorni andare in ritiro, passando per quale maglia indossare, era messa ai voti. Calciatori, dirigenti, allenatori e staff votavano, tutti con pari peso, e veniva poi presa la decisione. All’apice di questo incredibile progetto, il Corinthians arrivò ad autogestirsi la campagna acquisti, trasformando di fatto l’allenatore in un rappresentante dei calciatori. Motore e mente di questa iniziativa è stato Socrates, che da capitano si è preso ogni responsabilità e rischio di creare un sistema del genere.

L’impegno di Socrates però non si limitava alle vicende della sua squadra: quando poteva scendeva in piazza con gli operai, partecipava alle assemblee nelle fabbriche, dando ulteriore forza e voce a un movimento che poi soltanto nel 1985 riuscì a riportare la libertà in Brasile. La squadra era solita scendere in campo con magliette che recitavano slogan in favore della libertà, come “Libertà con responsabilità” e “Vincere o perdere, ma con democrazia”. Segno e simbolo della forza ideologica di questo progetto è quanto avviene nell’ottobre del 1982: “A sorpresa – racconta Iervolino – il regime indice delle elezioni per votare i parlamenti nazionali dei singoli stati del Brasile. Socrates e il Corinthians scendono in campo con una maglietta che invita tutti ad andare a votare. Un gesto dal forte significato simbolico, se si considera che il grosso del tifo della squadra era composto da operai e proletari”. Il governo ovviamente non la prende bene e invita la squadra a ritirare le maglie. La risposta è molto semplice: “Sapete dove e a che ora giochiamo, se volete venite a prenderle”. Insubordinazione totale.

Socrates si ritira nel 1988: “Lasciando un segno indelebile nella vita di molte persone, a prescindere dalla loro età e dalla provenienza”, dice Iervolino. Dopo l’addio al calcio Socrates torna al suo primo amore, la medicina, ricominciando a esercitare la professione che suo padre aveva sognato per lui. Apre cliniche per tutto il Brasile, destinate ovviamente ad aiutare chi più ne ha bisogno. Un personaggio del genere non può andarsene in modo banale: quando muore, il 4 dicembre del 2004 in seguito a una malattia ai polmoni, risultato di una vita in cui sigarette e alcol hanno sempre trovato spazio, è una domenica. In contemporanea il Corinthians vince la sua partita, laureandosi campione del Brasile. Una bellissima coicidenza che può sorprendere, ma che Socrates aveva anni prima immaginato. Nel 1983, in una delle tante interviste, si era stufato di rispondere alle domande sul calcio, invitando la stampa a porgli altri quesiti. Un giornalista allora gli chiese come si sarebbe prefigurato la sua morte. Socrates rispose: “Vorrei morire di domenica, con il Corinthians che vince il campionato”. Esattamente quello che è successo. Quella domenica del 4 dicembre alla festa per la vittoria del titolo si è unita, in tutti i tifosi del Timao, soprannome della squadra, una profonda tristezza per aver perso il loro giocatore più importante, il loro simbolo, uno di loro. Un giorno triste così felice. L’ultimo colpo di tacco del giocatore più intelligente della storia del calcio.

  • Autore articolo
    Matteo Serra
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

I campi in erba sintetica: da soluzione a “mostro ecologico”

Erano i primi anni del 2000 quando i campi sintetici hanno fatto la loro comparsa nei nostri centri sportivi: una soluzione alla pioggia, alla neve, ai rimbalzi irregolari, all’erba che fa fatica a ricrescere. Offrivano la possibilità di fare sport a prescindere dalle condizioni climatiche. Oggi però quei campi hanno bisogno di essere cambiati, e qui nasce il problema: cosa farne di quelli vecchi? Un quesito che non ha ancora una risposta certa, dato che i manti sono molto difficili da smaltire; sono fatti di una miscela di sabbia e gomma (solitamente quella di pneumatici delle auto) molto difficile da dividere nelle sue varie componenti e quindi complicata da riciclare. Lo stesso succede ai fili d’erba, ancora più complessi nella loro formazione chimica. Questo ha fatto sì che in molti paesi d’Europa, come Germania, Francia, Stati Uniti e Giappone questi campi venissero considerati dei veri e propri mostri ecologici, con delle discariche a cielo aperto interamente dedicate. La soluzione è stata presentata da Luca Bacchi, titolare della società Sabbie di Parma: è stato lui a portare il brevetto della macchina per riciclare e pulire i campi in Italia. Durante il programma di approfondimento sportivo Barrilete Cosmico, ha spiegato la situazione.

Luca, qual è il problema con i campi sintetici?

Oggi la questione è lo smaltimento, che è molto complicato. Molti proprietari dei campi non sanno cosa devono fare, c’è molto mala e disinformazione. Il richio è quello che tutti i campi vengano accastati e abbandonati nelle discariche, rimanendo lì per chissà quanto tempo.

C’è molta poca informazione su questo problema.

Sì, i comuni non si rendono conto che questo materiale è un rifiuto e come tale va trattato. Oggi questo non succede. Noi non ci occupiamo solo di offrire un servizio in questo senso, ma anche di spostare i campi. In Italia la legislatura in merito non è chiara, e così molti rischiano il penale. Non ci si accorge di cosa si rischia, data la natura del prodotto.

Negli ultimi 10 anni in Italia sono stati installati una media di 120 campi all’anno, senza considerare tutti quelli di oratori, scuole e centri ricreativi. I numeri sono altissimi.

Sì, noi tendenzialmente parliamo dei classici campi da calcio a 11, ma il grosso del volume sono quelli minori. Parliamo di oltre 200 tonnellate per ogni campo di una miscela formata da gomma (il tritato degli pneumatici delle auto) e sabbia, oltre l’erba che a sua volta è una miscela a oggi irriciclabile formata da parti di polipropilene, politilene, siliconi vari e tratti di ppc. Anni fa sono stati installati per motivi di comodità ma senza chiedersi cosa farne poi in seguito.

E’ giusto dire che il grosso del problema è la difficoltà nel separare i singoli elementi?

Sì. Bisogna prensare a come trasformare un problema in una risorsa. Oggi la sola soluzione è la classifca discarica, ma in quel caso dipende dal volume: il campo di piccole dimensioni viene ritirato, ma quello classico a 11 no. Non si parla neanche di prezzo, ma di volumi di cui non si sa cosa fare.

Quindi qual è la soluzione?

Il nostro brevetto ha un processo di questo genere: prende i rotoli di erba sintetica e riesce a separarne i singoli prodotti. Così la sabbia può essere rimessa sul mercato, così come la gomma che torna a essere utilizzabile. L’erba invece viene scomposta, la macchina riconosce i singoli elementi chimici e può riutilizzarla nel fare nuova plastica o nuovi campi da calcio. Così questo rifiuto diventa una risorsa. E’ importante per il discorso ambientale non usare solo nuove risorse e quindi sfruttare meno, utilizzando quanto già si è usato.

La situazione però non rigurda solo l’Italia.

Assolutamente. Io e la mia fammiglia abbiamo portato inizialmente il brevetto in Italia pensando al nostro problema italiano, senza però renderci conto che rispetto a quanto accade in altri Paesi noi non siamo neanche all’inizio, sta prendendo piede adesso il tutto. Nel mondo infatti viene chiamato Mostro Ecologico. In Francia, Germania, Texas o Giappone ci sono discariche dedicate a questo, perché non sanno cosa farci. Il problema in Italia nasce adesso, noi stiamo provando anche a fare cultura. Non è solo un discorso economico, ma è un problema serio da risolvere pirma che la situazione degeneri.

Riguarda anche il sintetico ornamentale?

Sì, è lo stesso prodotto, con la differenza che quello ornamentale non ha la stessa usura di quello sportivo quindi dura molto di più.

Esistono già dei campi riciclabili?

Sì, in Cina. Lì da più di 10 anni producono manti in erba sintetica totalmente riciclabile. Il prodotto che esce dalla fabbrica va comunque trattato, ma almeno la parte più difficile, cioè il riclico dell’erba, è minore.

  • Autore articolo
    Matteo Serra
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Gianfelice Facchetti torna a teatro con “La Tribù del calcio”

gianfelice facchetti tribù del calcio

Gianfelice Facchetti torna in scena per raccontare il mondo di cui fa parte da sempre, ancora prima di nascere: “La Tribù del calcio”. Uno spettacolo, in scena dal 14 al 19 gennaio presso il Campo Teatrale di Milano, in cui Gianfelice  Facchetti prova a descrivere e delineare i caratteri dei milioni di appassionati in giro per il mondo. Il testo teatrale prende ispirazione dal saggio del 1981 di Desmond Norris “La tribù del calcio”, uno dei primi trattati di sociologia calcistica. La domanda di partenza è: come ha fatto l’uomo a passare da essere cacciatore a calciatore? Durante la trasmissione Barrilete Cosmico, Gianfelice Facchetti ha raccontato i pensieri e le riflessioni che stanno alla base del suo spettacolo.

Gianfelice Facchetti, quanto è stato arduo provare a raccontare la “La tribù del calcio”?

Io ho provato a mettere insieme tutti quelli che sono parte di questa tribù: chi lo gioca, chi lo racconta, chi lo vive dagli spalti o da altre parti del mondo. E’ facile far parte di questa tribù, ha radici profonde e non è composta solo da chi tifa. Il punto di partenza è: se quando c’è un mondiale il pianeta si ferma vuole dire che dentro a quel rituale qualcosa di ancestrale si sta compiendo. C’è dentro una forza che poche altre cose nel mondo hanno.

Ti poni la domanda su come l’uomo sia passato da cacciatore a calciatore. Lo sport richiama il brivido di quella caccia perso?

Si, questo vale per lo sport in generale e in particolare del calcio, il più popolare in Italia. Quello che ha il calcio in più di primitivo rispetto ad altre discipline è il fatto che la parte del corpo che comanda sono le gambe e non le mani, che rappresentano un passaggio evolutivo verso la civiltà ulteriore. Lo sport è qualcosa che permette di incanalare delle pulsioni che appartenogono alla nostra specie, a volte anche distruttive, che altrimenti potrebbero avere risvolti più drammatici nella vita quotidiana. Il calcio è una caccia ritualizzata dove la porta è la preda e l’arma diventa la palla.

Negli anni però è cambiato però il modo di andare allo stadio…

Si, perché deve rispondere a delle logiche di profitto e marketing nuove e diverse, gli stadi devono essere più simili a centri commerciali che al Colosseo. Il vantaggio è che per quanto costa oggi andare allo stadio è anche normale aspettarsi delle condizioni, per esempio dei bagni, di un certo livello. E’ un passaggio di civiltà ulteriore che va fatto. Il cambiamento c’è, è partito quando il calcio è entrato in televisione, diventando quindi uno spettacolo televisivo e rilegando il ruolo del tifoso a quello di consumatore; viene meno il momento di incontro tra atleta e tifoso, ma comunque quando parte la partita c’è sempre quel qualcosa che fa dimenticare tutto e permette di estraniarsi da tutto.

Quindi serve trovare un equilibrio tra i nuovi stadi e le sue esigenze e gli aspetti primitivi del gioco del calcio?

Esatto, poi certi aspetti vengono garantiti  dall’atto atletico: nel momento in cui comincia la partita tutti i pensieri sui cambiamenti e sulle nuove dinamiche spariscono, poi dopo torni a pensarci, ma questo non riguarda solo il calcio ma altri aspetti della nostra civiltà. E’ curioso che dentro gli stadi si tocchino delle corde che altrimenti non ci toccano mai: basti pensare che quando chiude un teatro difficilmente assistiamo a prese di posizione di massa simili a quello che sta succedendo con San Siro e il suo possibile abbattimento: è qualcosa che tocca la pancia della gente. Poi ci sono delle differenze, certo, ma è curioso che nel calcio ci siano tanti contraddizioni, nel bene e nel male, ma continui ad avere un senso conservativo della storia che altri mondi non hanno, come ad esempio il teatro.

Sono passati quarant’anni dal libro di Norris. Nei prossimi quaranta, sarà ancora attuale come adesso?

Probabilmente se venisse ristampato oggi avrebbe molti aspetti nuovi, che vanon dal Var ai nuovi mercati asiatici, farebbe nuove riflessioni senza dubbio. Ma per quanto riguarda il blocco e l’idea centrale del libro, la sua componente storica, il passaggio da cacciatori ad autori di gol, rimarrebbe uguale, il cuore pulsante è sempre lo stesso. Questo perchè il calcio riesce a toccare corde uniche. Gli stadi possono cambiare, ma la sostanza rimane semrpe quella.

Parlare di calcio oggi è molto difficile, perchè è materia di tutti. Quanto è difficile rappresentarlo?

In altri spettacoli mi era già capitato di occuparmi di sport e di calcio, anche in tv. So che c’è un aspetto in video e uno da un palco che è diversa, il gesto atletico di un campione non è imitabile e quindi non lo sono neanche le emozioni che crea.  Si rischia di scadere nel ridicolo, è un qualcosa di insuperabile. Quello è successo realmente e non è costruito, quindi rimane unico e non provoca la stessa reazione. Fatta questa premessa, quello che si può provare a raccontare sono le storie che si nascondono dietro ad ogni atleta, che poi sono le stesse che abbiamo tutti noi. Parlare, come faccio nello spettacolo, di Pelè, Ghiggia o Bergamini è la stessa cosa che farlo di Romeo, Amleto o di altri personaggi teatrali. Ha la stessa dignità.

La narrazione del calcio è spesso ricca di retorica, tutto è meraviglioso, eccezionale, fantastico. Cosa ne pensi e questo ha influito la scrittura dello spettacolo?

Non mi sono posto il problema nello spettacolo, ma il fatto che io parli di storie che si fermano negli anni ’90 è la conferma di questo. Credo che raccontare un atleta sia più facile farlo alla fine della carriera, quando ha chiuso la propria parabola professionale, perché permette uno sguardo più completo e di avere più distacco. Però sicuramente l’aspetto della retorica è uno con cui si fa i conti, questo tipo di fame e curiosità è minore oggi rispetto al passato perché le società portano avanti la loro narrazione, i media un’altra che non si interrompe mai, come se sempre succedesse qualcosa anche se non è così. Gli altleti a loro volta hanno i propri canali e si narrano come preferiscono loro. I cambiamenti radicali riguardano la distanza tra sportivo e chi sta sugli spalti, che è considerato più un consumatore che un tifoso, è un solco irreversibile; l’altro riguarda la narrazione, che è stereotipata.

 

  • Autore articolo
    Matteo Serra
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Diego racconta Maradona

“Ci sono due lati: Diego, che è una persona per bene, per cui andrei in capo al mondo. Poi c’è Maradona, che è il personaggio pubblico che ha dovuto creare. Senza Maradona, però, non ci sarebbe neanche Diego”. A raccontarlo è Fernando Signorini, allenatore personale di Maradona, nonché una delle figure che ha potuto conoscere e condividere sudore, fatiche e paura con il campione argentino.

Il fuoriclasse, l’uomo, il debole, la vittima, il colpevole: tutte le facce della stessa medaglia che emergono nel docu-film del premio Oscar Asif Kapadia “Diego Maradona”, nelle sale italiane il 23-24-25 settembre. Due ore in cui ci si immerge in quello che è stato il mondo di Maradona, attraverso l’uso di immagini storiche che permettono di toccare con mano la realtà di quei folli anni. (altro…)

  • Autore articolo
    Matteo Serra
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Adesso in diretta

Ultimo giornale Radio

Ultima Rassegna stampa

  • PlayStop

    Rassegna stampa di sab 24/10/20

    La rassegna stampa di Radio Popolare

    Rassegna Stampa - 24/10/2020

Ultimo Metroregione

  • PlayStop

    Metroregione di ven 23/10/20 delle 19:49

    Metroregione di ven 23/10/20 delle 19:49

    Rassegna Stampa - 24/10/2020

Ultimi Podcasts

  • PlayStop

    I Girasoli di sab 24/10/20

    I Girasoli di sab 24/10/20

    I girasoli - 24/10/2020

  • PlayStop

    Sabato Libri di sab 24/10/20

    Sabato Libri di sab 24/10/20

    Sabato libri - 24/10/2020

  • PlayStop

    Microfono aperto di sab 24/10/20

    Microfono aperto di sab 24/10/20

    Microfono aperto - 24/10/2020

  • PlayStop

    Mash-Up di sab 24/10/20

    Mash-Up di sab 24/10/20

    Mash-Up - 24/10/2020

  • PlayStop

    Doppia Acca di ven 23/10/20

    Doppia Acca di ven 23/10/20

    Doppia Acca - 24/10/2020

  • PlayStop

    A casa con voi di ven 23/10/20

    con Andrea Cegna. - punto quotidiano con metro..- Giacomo Panzeri da Roma, da una delle piazze della movida chiuse dalla…

    A casa con voi - 24/10/2020

  • PlayStop

    Esteri di ven 23/10/20

    1-Covid e disuguaglianze: In Francia il virus circola di più nelle zone in cui la popolazione è precaria. Il caso…

    Esteri - 24/10/2020

  • PlayStop

    Ora di punta di ven 23/10/20

    Ora di punta di ven 23/10/20

    Ora di punta – I fatti del giorno - 24/10/2020

  • PlayStop

    Follow Friday di ven 23/10/20

    Follow Friday di ven 23/10/20

    Follow Friday - 24/10/2020

  • PlayStop

    Stay Human di ven 23/10/20

    IPod, Lenny Kravitz, Britney Spears, Mtv EMA, Nuove Uscite, Lily Allen, Spandau Ballet

    Stay human - 24/10/2020

  • PlayStop

    1D2 - 23/10/20: TELEGRAM E FOTO (FINTE) DI NUDO

    telegram, bot, deepfake, deepnude, Marco Schiaffino, revenge porn, Andrea Bellati, Nasa, notizia..Covidnebici, che cosa ne bici, Bam, Paola Piacentini, Giorgia…

    1D2 - 24/10/2020

  • PlayStop

    Jack di ven 23/10/20

    Intervista a Luciano Linzi per Jazzmi 2020

    Jack - 24/10/2020

  • PlayStop

    Memos di ven 23/10/20

    Salute ed economia si possono tenere insieme nell’era della pandemia da Covid-19? E’ possibile tutelare la salute senza stravolgere il…

    Memos - 24/10/2020

  • PlayStop

    Considera l'armadillo ven 23/10/20

    Considera l'armadillo ven 23/10/20

    Considera l’armadillo - 24/10/2020

  • PlayStop

    Stay Human di ven 23/10/20

    Stay Human di ven 23/10/20

    Stay human - 24/10/2020

  • PlayStop

    C'e' Luce di ven 23/10/20

    Con Gilda Amorosi, Responsabile delle Politiche per energia, clima e sostenibilità presso Eurelectric, parliamo dello studio recentemente pubblicato sugli aspetti…

    C’è luce - 24/10/2020

  • PlayStop

    Maurizio De Giovanni, Il concerto dei destini fragili

    MAURIZIO DE GIOVANNI - IL CONCERTO DEI DESTINI FRAGILI - presentato da CECILIA DI LIETO

    Note dell’autore - 24/10/2020

  • PlayStop

    Memos di ven 23/10/20

    Salute ed economia si possono tenere insieme nell’era della pandemia da Covid-19? E’ possibile tutelare la salute senza stravolgere il…

    Memos - 24/10/2020

Adesso in diretta