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Femminista e imam. Ecco la jihad delle donne

 Donna, Imam, anzi Imamah. Ani Zonneveld, di origine malese, vive negli stati Uniti e guida a Los Angeles la preghiera del venerdì, anche davanti agli uomini. Ha fondato e dirige l’associazione Muslims for Progressive Values. Lavora da anni per una interpretazione progressista del Corano che – secondo lei – dà pieno potere e piena libertà alle donne e non è contrario all’omosessualità, come i conservatori vogliono far credere.Lei stessa celebra da tempo, a Los Angeles, matrimoni omosessuali e interreligiosi. E’ venuta a Milano per presentare il libro di cui è protagonista: La Jihad delle donne. La Sfida dell’Islam femminista di Luciana Capretti.

“Non è complicato nella religione islamica essere Imam o Imamah”, spiega Zonneveld. “Significa che tu guidi la preghiera per la tua comunità. Non c’è un processo di ordinazione sacerdotale come nella religione cristiana, o come nella religione ebraica o buddista. Se tu sai come guidare la preghiera, hai la conoscenza teologica sufficiente e la tua comunità ti sceglie, allora puoi essere Imam o Imamah”.

Dunque le donne possono essere Imam?

“Certo, possiamo esserlo. La prima donna Imam è stata scelta dal profeta Maometto. Dopo secoli riscopriamo questa verità. Secondo l’interpretazione conservatrice del Corano, non è permesso a una donna guidare la preghiera degli uomini. Può guidare solo quella delle donne, ma questa è una interpretazione misogina. Questa interpretazione non è nel Corano ma negli Hadith” (racconti sulla vita del profeta Maometto che costituiscono la Sunna, la seconda fonte della Legge islamica dopo il Corano, ndr).

Lei dice spesso che i conservatori e soprattutto i terroristi islamici mal-interpretano il Corano, lo “imbastardiscono”. In che modo?

“Prima di tutto lo portano fuori dal suo contesto storico e sociale. Non lo leggono con la prospettiva di situarlo nell’epoca in cui è stato scritto. Per esempio quando si riferiscono al Corano per parlare della necessità di sconfiggere cristiani o ebrei, parlano di brani del Corano che si riferiscono a una specifica guerra di quei tempi. All’epoca le tribù governate dal Profeta Maometto erano costantemente sotto attacco da parte di tribù rivali. Maometto aveva anche subìto dei tentativi di omicidio. Proteggersi era vitale. Quei testi non vanno presi alla lettera oggi, ma gli estremisti li usano per demonizzare le altre religioni e per perpetuare la loro violenza”.

Come combattere l’estremismo e queste interpretazioni false?

“Noi musulmani progressisti facciamo questo lavoro da dieci anni. Siamo coscienti del bisogno di questo lavoro. Ma purtroppo i musulmani conservatori fanno riferimento, per esempio, all’Università di Al Azahr in Egitto, che non amministra la vera giustizia islamica, non compie il duro lavoro di correggere le interpretazioni sbagliate. Un anno e mezzo fa 127 studiosi islamici di tutto il mondo si sono riuniti e hanno scritto una lettera aperta al fondatore dell’Isis, il “Califfo Al Baghdadi”. Con quella lettera hanno contestando tutte le basi teologiche su cui Al Baghdadi ha dichiarato il suo Califfato, contestandogli false interpretazioni del Corano e violazioni dei diritti umani. Ebbene, non penso che i media occidentali abbiano mai dato questa notizia. Eppure erano 127 studiosi e leader islamici di alto profilo che hanno firmato insieme una lettera contro Al Baghdadi dichiarando che quello che lui fa è contro l’Islam”.

Come la sua comunità reagisce al suo lavoro? Ha visto donne musulmane cambiare la loro vita dopo aver ascoltato cosa davvero dice il Corano?

“Sì, sicuramente. In Occidente ho visto tante donne cambiare, e anche tanti uomini, perché noi forniamo loro le basi teologiche che cercano. Nel mondo musulmano i cambiamenti sono ancora più profondi perché l’interpretazione del Corano in quei luoghi è incredibilmente misogina, omofobica e oppressiva. In Tunisia per esempio lavoriamo insieme a importanti studiosi dell’Islam che sono progressisti; c’è un’ottima collaborazione con loro. In Burundi stiamo lavorando con 26 Imam che poi vanno nelle comunità per liberare le donne dalle interpretazioni misogine della religione e propongono loro una teologia della libertà. Questi Imam conducono programmi alla radio, organizzano attività per le ragazze… In Tunisia andiamo nei villaggi più radicalizzati e insieme agli studiosi islamici tunisini insegniamo alle donne e ai giovani la nostra interpretazione femminista dell’islam. Diamo loro gli argomenti teologici per contrastare le interpretazioni contrarie alle donne e ai diritti umani. Così quando l’imam locale espone le sue teorie oscurantiste, sanno come rispondergli, sono in grado di contraddirlo. E questo è molto importante”.

Lei celebra anche matrimoni fra omosessuali. E’ l’unica che lo fa, o ci sono altri Imam che hanno seguito la sua strada?

“Ci sono altri Imam che lo fanno, negli Stati Uniti. E’ parte della politica della nostra organizzazione. Noi serviamo la nostra comunità. Nella comunità ci sono anche fedeli omosessuali. Se loro vogliono sposarsi, li sposiamo, come sposiamo le coppie eterosessuali. Abbiamo sette sedi negli Stati Uniti e dunque riusciamo a fornire un servizio efficiente, sia per i matrimoni fra persone dello stesso sesso, sia per matrimoni interreligiosi fra donne musulmane e uomini non musulmani”.

E’ un gran sollievo per queste persone potersi sposare?

“Certo, riceviamo chiamate da tutto il mondo, sposiamo persone di tutte le nazionalità. A volte quando parlo con qualcuno che chiama dalla Malesia o dal Medio Oriente, sono così emozionati che scoppiano a piangere. Vogliono solo sposarsi! E non possono. Gli spieghiamo che l’interpretazione del Corano secondo cui una donna musulmana non può sposare qualcuno di un’altra religione, è un’interpretazione tribale, adatta ai tempi in cui il Corano è stato scritto. In realtà il Corano dice che una donna musulmana deve sposare “un credente” e dunque può essere un credente di qualsiasi religione, può essere chiunque. Quello che i musulmani conservatori hanno fatto è dare la patente di ‘credenti’ ai soli musulmani. Ma non è vero”.

 CAPRETTI_GRANDE
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    Michela Sechi
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Approfondimenti

Uomini che guadagnano più delle donne

In Gran Bretagna la BBC corre ai ripari, dopo la pubblicazione dei dati che dimostrano come le sue dipendenti guadagnino molto meno dei dipendenti maschi, anche a parità di incarico.

L’emittente britannica ha deciso di riesaminare compensi e stipendi di tutto lo staff per ridurre il gender pay gap. Due aziende di consulenza tracceranno entro sei settimane un quadro generale delle disparità di trattamento economico.

L’analisi potrebbe portare al taglio di compensi e stipendi per alcuni e ad aumenti per altri. “Nessuna ipotesi è esclusa”, ha detto uno dei dirigenti della Corporation al quotidiano britannico The Telegraph.

A suscitare scandalo era stata la scoperta che tra le 96 star della BBC che guadagnano oltre 150mila sterline l’anno, 62 sono uomini e appena 34 donne.

Uno dei casi più eclatanti è quello di due giornalisti che presentano entrambi il telegiornale della BBC. Lui, Huw Edwards, guadagna 600mila sterline l’anno, mentre la sua collega Sophie Raworth, che ha esattamente lo stesso ruolo, guadagna un terzo di quella somma.

Il direttore generale della BBC Tony Hall aveva promesso di risolvere il problema delle differenze salariali entro il 2020 e ora ha commissionato un indagine che – assicurano a Londra – sarà indipendente e trasparente. Riguarderà non solo gli anchor della rete, ma tutto il personale, anche ai livelli più bassi.

In Italia il gender pay gap esiste, ma nessuno se ne preoccupa. Secondo il Global gender gap report prodotto dal World Economic Forum, l’insieme delle donne italiane percepisce il 52 per cento dei redditi guadagnati dall’insieme degli uomini.

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“Le donne? Uguali agli uomini, ma costano meno”. Campagna contro il gender pay gap

In nessun paese del mondo si è ancora raggiunta la parità. L’Europa occidentale – regione al mondo più vicina alla parità di genere – registra un gap salariale del 25%. Ma il “buon” risultato si deve ai paesi scandinavi, mentre l’Italia è in fondo alla classifica del gruppo europeo, seguita solo da Austria, Cipro, Grecia e Malta.

Nella classifica mondiale l’Italia si colloca al 50° posto su 144 paesi.

Eppure diversi governi europei si sono attivati per porre rimedio alle differenze salariali. La strategia più usata è quella di rendere pubbliche le remunerazioni, secondo il principio che rendere noto il divario sia di per sé già un incentivo a cambiare.

In Gran Bretagna è entrato in vigore quest’anno l’Equality Act 2010 (Gender Pay Gap Information): le società private con oltre 250 dipendenti devono pubblicare i dati sugli stipendi disaggregati in base al genere.

Lo scorso marzo la Germania di Angela Merkel ha approvato una legge che riguarda le imprese con oltre 200 dipendenti. Dietro richiesta, saranno obbligate a rendere noto ai lavoratori quanto viene pagato un collega per la stessa prestazione lavorativa. Le imprese con oltre 500 dipendenti dovranno anche fornire dei rapporti sul trattamento salariale del personale, evidenziando le differenze fra uomini e donne.

In Islanda (prima nella classifica mondiale) la legge approvata quest’anno è ancora più stringente: le aziende e le istituzioni pubbliche dovranno ottenere una certificazione ufficiale sul rispetto della parità retributiva. I datori di lavoro islandesi devono documentare la situazione, ma dal 2018 partiranno anche i controlli, affidati alla polizia e alla polizia tributaria. In Islanda l’occupazione femminile è attorno all’80%, mentre il divario salariale si attesta tra il 14 e il 20%.

Anche in Italia c’è una legge sulla parità di genere: l’articolo 46 del Decreto Legislativo 11 aprile 2006 n. 198 (ex art. 9 L. 125/91), poi modificato dal D. Legislativo 25 gennaio 2010 n. 5.

Prevede che le aziende pubbliche e private con oltre cento dipendenti debbano produrre un rapporto – almeno ogni due anni – sulla situazione del personale maschile e femminile. Il rapporto dovrebbe riguardare le differenze non solo nei salari, ma anche le differenze in merito ad assunzioni, formazione, livelli, passaggi di categoria/qualifica, cassa integrazione, licenziamenti, prepensionamenti e pensionamenti.

Secondo il Sole 24 Ore il termine per presentare gli ultimi rapporti sulla situazione del personale è scaduto il 30 aprile 2016, ma per ora non ci sono dati disponibili.

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    Michela Sechi
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Ucciso da un drone Usa. Da archiviare

“L’inchiesta sull’uccisione di Giovanni Lo Porto non deve essere archiviata”. Lo chiede il Gvc, Gruppo di volontariato civile, ong per cui Lo Porto lavorò prima di partire per il Pakistan con la cooperazione tedesca.

Lo Porto – che dopo gli studi a Londra lavorava a progetti umanitari – fu rapito da jihadisti nel gennaio 2012 assieme a un collega tedesco. Il collega fu in seguito liberato, mentre Lo Porto – dopo 3 anni di prigionia – fu ucciso da un drone statunitense, che eliminò anche un altro ostaggio americano e due comandanti talebani.

Secondo il GVC, le responsabilità di quel bombardamento possono essere accertate ed è incredibile che la Procura di Roma vi rinunci. “Il risarcimento alla famiglia da parte della Casa Bianca e le pubbliche scuse di Barack Obama non bastano” scrive l’ong. “Non è accettabile che ci si arrenda, tanto più senza aver fatto alcun tentativo”.

Aperta inizialmente come sequestro di persona a scopo di terrorismo, l’indagine si è poi allargata fino a comprendere l’ipotesi di omicidio a carico di ignoti. Si è poi arenata di fronte alla segretezza del programma militare statunitense che si avvale dei droni. L’intelligence statunitense sostiene che non sapeva che Lo Porto si trovasse in quel luogo quando fu ordinato il bombardamento. Obama definì la sua morte “un tragico errore”.

Intanto, continuano gli attacchi teleguidati durante le cosiddette ‘operazioni antiterrorismo”. “La società civile, i cittadini devono dimostrarsi determinati nel pretendere la verità su Giovanni Lo Porto, ma anche su quanto avviene durante questi attacchi: è un obbligo morale che abbiamo in quanto paese che ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1949 sulla protezione dei civili” scrive i Gvc.

“I cosiddetti danni collaterali degli attacchi telecomandati sono devastanti” aggiunge la policy advisor di GVC, Margherita Romanelli. L’associazione inglese Reprive segnala che sono oltre 4.000 i civili innocenti rimasti uccisi negli attacchi dei droni. Un quarto sono bambini.

Ci sono anche molte vittime di cui non si sa nulla, morti nascoste all’opinione pubblica e persino ai Parlamenti, come ha denunciato una ricerca presentata all’inizio di questo anno alla Camera dei Deputati da parte dell’Archivio Disarmo.

“Non fare chiarezza è un attacco alla democrazia, considerato che in Italia il 74% degli intervistati da uno studio condotto dal Pew Research Center sono contrari all’uso dei droni armati”, conclude il GVC.

L’ong si dichiara convinta che la lotta al terrorismo debba passare attraverso soluzioni diplomatiche e strumenti volti a contrastare disuguaglianze e ingiustizie nei paesi in cui, non a caso, si annidano le cellule jihadiste. Gli attacchi con i droni invece finiscono per mietere migliaia di vittime tra i civili e consegnare così quelle comunità ai gruppi estremisti.

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    Michela Sechi
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Passeggeri Vueling: no alle deportazioni

In Spagna una quarantina di passeggeri si è opposta alla deportazione di un migrante senegalese a bordo di un volo della Vueling. La protesta ha ritardato di due ore e mezzo il decollo dell’aereo, che da Barcellona era diretto a Dakar. Undici passeggeri sono stati lasciati a terra e adesso rischiano pesanti multe.

L’episodio è avvenuto sabato 15 luglio. I passeggeri che hanno protestato non si conoscevano fra loro, ma quando hanno sentito un migrante gridare, ammanettato a bordo dell’aereo, hanno cominciato a fare domande all’equipaggio per sapere cosa stava accadendo.

Fra loro anche una giornalista – Ana Palou – che si è messa a dare notizie sulla protesta via Twitter. La compagnia allora ha fatto sbarcare tutti i passeggeri, compreso il migrante. Le persone hanno applaudito, pensando di essere riuscite a impedire la deportazione.

sul volo Vueling

Ma non era così: la Vueling ha fatto raccogliere a ciascuno i propri bagagli e poi ha di nuovo reimbarcato tutti, tranne 11 passeggeri, identificati arbitrariamente come i “disturbatori”. Anche il migrante è stato riportato a bordo dell’aereo e deportato.

A causa del ritardo, la Vueling ha dovuto posticipare di un giorno il volo di ritorno da Dakar verso Barcellona e dunque pagare una notte in hotel a 167 persone.

Associazioni spagnole per la difesa dei migranti – in particolare la Caravana Abriendo Fronteras – hanno espresso la loro solidarietà con manifestazioni agli aeroporti di Barcellona e Siviglia domenica 16 luglio. Almeno 400 attivisti si sono messi in coda agli sportelli della Vueling, compilando e consegnando formulari di protesta.

Ecco una di loro, intervistata da Ahotsa Info:

[youtube id=”0DCYrJnIEko”]

 

“La cosa impressionante di questa azione – dice la ragazza – è che 40 persone che non si conoscono e che vanno in vacanza si paralizzano e dicono: noi non vogliamo partecipare a questa repressione. Le deportazioni vanno avanti da anni, ma adesso per fortuna la gente comincia a rispondere”.

“Adesso aspettiamo di sapere se ci saranno provvedimenti contro questi 11 passeggeri, perché minacciano per vari anni di bandirli da tutti voli Vueling e da tutti i voli Iberia”.

E’ stato anche creato un blog per sostenere gli 11 passeggeri lasciati a terra, che hanno tenuto una conferenza stampa per esprimere le loro ragioni. “Chiunque avrebbe fatto lo stesso al nostro posto” hanno detto davanti ai giornalisti, chedendo la fine delle”deportazioni Express”.

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    Michela Sechi
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Di nuovo in vigore il Muslim Ban

Il “Muslim Ban” voluto da Donald Trump è di nuovo in vigore, anche se in versione ridotta, dopo che lunedì è stato ridimensionato da un pronunciamento della Corte Suprema.

Tantissimi cittadini di Iran, Siria, Yemen, Libia, Sudan e Somalia si vedranno di nuovo il visto rifiutato e le frontiere sbarrate, solo sulla base della propria nazionalità.

Attivisti per i diritti umani e avvocati volontari sono tornati nei principali aeroporti statunitensi per fornire aiuto e assistenza legale a chi dovesse rimanere bloccato, come nei mesi scorsi. Ma non si prevede lo stesso caos di allora, perché il provvedimento considera validi i visti già emessi.

Le isole Hawaii però non si rassegnano e – come nel marzo scorso – stanno preparando un ricorso perché il Travel Ban venga bloccato in tutti gli Stati Uniti.

Il procuratore delle isole Hawaii contesta le linee guida emesse dal dipartimento di Stato per attuare le raccomandazioni della Corte Suprema: sarebbero troppo restrittive. L’effetto sarebbe bandire dagli Stati Uniti anche persone che hanno parenti stretti nel Paese.

Secondo l’amministrazione Trump, nonni, zii, cugini e fidanzati non sarebbero “parenti stretti” e dunque non giustificherebbero una richiesta di visto per chi ha con loro un legame familiare (riguardo ai fidanzati c’è stato un contrordine dell’ultimo minuto).

“Quello che mi fa arrabbiare è che l’amministrazione Trump sta anche cercando di ridefinire il concetto di famiglia”, ha dichiarato Rama Issa-Ibrahim, presidente dell’Arab-American Association di New York.

La 29enne, che ha doppia nazionalità siriana-americana, ha deciso di rinviare il proprio matrimonio perché – con il Muslim Ban in vigore – non può invitare negli Stati Uniti gran parte dei propri parenti.

Rama Issa-Ibrahim
Rama Issa-Ibrahim

Il Muslim Ban riguarda cittadini di Iran, Siria, Yemen, Libia, Sudan e Somalia che non abbiano “comprovati legami familiari” negli Stati Uniti, oppure esigenze di lavoro o di studio. Esclude anche i rifugiati siriani, compresi quelli che gli Stati Uniti si erano impegnati ad accogliere durante l’amministrazione Obama.

Lunedì scorso la Corte Suprema aveva reintrodotto parte del Travel Ban bloccato dai giudici federali di grado inferiore, ritenendolo valido solo per i cittadini di quei sei Paesi che non abbiano “comprovati legami con individui ed enti negli Stati Uniti”.

Nel pronunciamento della Corte Suprema – che ha dato una prima vittoria al Presidente – è stato decisivo il voto di Neil Gorsuch, il giudice nominato proprio da Trump e confermato ad aprile al Senato dopo che i repubblicani avevano cambiato le procedure di voto.

I magistrati statunitensi però non si arrendono. “Nelle Hawaii consideriamo ‘parenti stretti’ molte delle persone che il governo federale intende escludere dalla definizione”, ha dichiarato il procuratore generale delle isole Douglas Chin.

Nella mozione al giudice federale, Chin chiede quindi di intervenire contro le linee guida dell’amministrazione Trump, rivendicando il diritto dello Stato delle Hawaii di poter continuare a “proteggere i propri residenti e i loro cari da un ordine esecutivo illegale ed incostituzionale”.

Lo scorso marzo le Hawaii sono state il primo stato a bloccare la seconda versione del Travel Ban, considerato un “Muslim Ban” e quindi per questo incostituzionale, discriminatorio nei confronti dei musulmani.

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    Michela Sechi
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Russia. La lunga scia dei giornalisti uccisi

Nadezda Azhgikina è la vice presidente della Federazione europea dei giornalisti e per 15 anni ha guidato l’Unione dei giornalisti russi. Partecipa e coordina progetti internazionali su libertà di stampa, diritti umani, gender e cultura. È autrice o curatrice di 18 saggi su questi argomenti. L’abbiamo intervistata al Festival dei Diritti umani di Milano.

“In Russia non abbiamo giornalisti in carcere, a parte qualche caso isolato” spiega Nadezda Azhgikina. “Da noi non è come in Turchia. In Russia però abbiamo un enorme numero di giornalisti uccisi. Dal 1990, in 27 anni, abbiamo scritto almeno 359 nomi sulla lista dei nostri colleghi uccisi in aree di guerra o assassinati in circostanze misteriose.

Un paio di settimane fa abbiamo avuto l’ultima vittima: Nikolai Andrushchenko, 73 anni, di San Pietroburgo. È stato selvaggiamente picchiato da sconosciuti ed è morto in ospedale” (secondo il quotidiano The Independent aveva spesso criticato il Presidente russo Putin e aveva a lungo denunciato la corruzione nella sua città, ndr)

In Russia c’è una cultura dell’impunità: lo ripetiamo ad alta voce da quando è stata assassinata Anna Politkovskaya. Tutti i casi su cui la magistratura non ha mai indagato hanno generato nuova violenza”.

Nikolai Andrushchenko, giornalista morto a San Pietroburgo lo scorso aprile dopo essere stato picchiato da sconosciuti
Nikolai Andrushchenko, giornalista morto a San Pietroburgo lo scorso aprile dopo essere stato picchiato da sconosciuti

Come si è arrivati a questa situazione?

“Il problema è che il pubblico russo non capisce che la libertà di espressione, l’accesso alle notizie e l’incolumità dei giornalisti non sono problemi che riguardano solo i giornalisti. Sono un problema di tutti. E finché il pubblico russo non ne sarà cosciente, sarà molto difficile combattere l’impunità.

Non è solo una questione di volontà politica. A volte i giornali non premono perché siano fatte le indagini, a volte nessuno sa che un giornalista viene aggredito o ucciso perché magari accade in provincia, in una piccola cittadina: non ne veniamo a sapere neppure il nome. Noi cerchiamo di capire cosa è successo, ma con molta fatica. Abbiamo bisogno dell’aiuto della gente comune per denunciare questi casi”.

Qualche esempio?

“Un caso recente riguarda i giornalisti del quotidiano Novaya Gazeta (il giornale di Anna Politkovskaya, ndr) che sono stati minacciati di morte per le notizie che hanno pubblicato sulle persecuzioni contro gli omosessuali in Cecenia. Delle autorità religiose cecene hanno emesso addirittura una fatwa contro di loro, solo perché hanno svolto il loro lavoro e denunciato questi casi.

In Europa molti hanno espresso solidarietà, ma in Russia davvero poche testate si sono schierate accanto a quei giornalisti. Non ho visto neppure lettori russi protestare contro queste minacce”.

Cosa si può fare?

“Bisogna tener presente che in Russia il problema è generalizzato e non colpisce solo i giornalisti. Anche scrittori e registi subiscono minacce: in genere, non da parte delle autorità, ma da parte di gruppi estremisti o marginali su cui poi nessuno indaga.

Per fortuna è nata da poco una nuova associazione che vuole battersi proprio per difendere la libertà di espressione. Si chiama Freedom of Speech e ne ho scritto di recente in un articolo.

Il problema non sono le leggi: le leggi che garantiscono la libertà di espressione, in Russia, le abbiamo. Il problema è che in Russia nessuno ha davvero lottato per ottenere la libertà di stampa. Ci è arrivata dal cielo, come un regalo, durante la perestroika.

I Russi non si sono abituati a conquistarsi questo diritto con una lunga battaglia quotidiana, che va fatta passo per passo, giorno per giorno. In Europa o in Italia la gente capisce il valore della libertà di espressione, a prescindere delle idee politiche di questo o quel giornalista.

Questo Festival dei Diritti umani e festival come questi sono importanti per il pubblico per capire che la vita e l’ambiente in cui viviamo dipendono da noi e dalle nostre decisioni”.

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    Michela Sechi
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Il petrolio si è ingoiato la libertà di stampa

Arzu Geybulla è una giornalista azera che non può più tornare nel suo Paese. Dal 2014 vive in esilio volontario in Turchia, dove scrive per varie testate fra cui Al Jazeera, Open Democracy, Radio Liberty, Osservatorio Balcani e Caucaso e Radio Free Europe. Sempre nel 2014, la BBC l’ha inclusa fra le cento donne più influenti del mondo. L’abbiamo intervistata in occasione del Festival dei Diritti Umani in corso a Milano, di cui è ospite.

“Me ne sono andata per la prima volta nel 2001 per studiare all’università in Turchia, poi sono tornata in Azerbaijan per lavoro, successivamente sono tornata a Istanbul, continuando però a viaggiare in a Azerbaijan e a scriverne come giornalista.

Dal 2014 non posso più tornare in Azerbaijan perché sono stata oggetto di una grande campagna diffamatoria da parte delle autorità azere. Scrivevo della mancanza di libertà di stampa nel mio Paese, tenevo conferenze in giro per il mondo, anche nelle università. Allo stesso tempo a Istanbul collaboravo con una rivista turco-armena e le autorità azere hanno usato proprio questo pretesto per attaccarmi.

I media di stato e quelli vicini al governo mi hanno accusato di tradimento, mi hanno etichettata come ‘traditrice’. Questa campagna diffamatoria ha avuto subito effetto. Ho ricevuto minacce di morte, sono stata insultata, sia a voce sia sui social media. Ero scioccata dal fatto che un sacco di persone che nemmeno mi conoscevano, credessero così facilmente alle accuse delle autorità e scrivessero cose così orribili sui social media.

Così dal 2014 ho deciso di non tornare più in Azerbaijan, non tanto per la paura di essere arrestata, ma per la paura che le autorità non mi avrebbero poi più permesso di ritornare in Turchia, o di lasciare il Paese.

Poi nel 2016, quando pensavo che le acque si stessero calmando, la magistratura nel mio Paese ha avviato un’inchiesta penale contro una testata giornalistica online con cui io collaboravo, scrivendo articoli in inglese. E’ stata resa nota una lista di una quindicina di giornalisti sotto inchiesta e c’era anche il mio nome.

Questa è stata la conferma che non sarei tornata a casa per un bel po’. Così sto vivendo in una sorta di esilio auto-imposto a Istanbul”.

 Qual è la situazione dei giornalisti che sono rimasti a lavorare in Azerbaijan?

“E’ molto difficile: un sacco di giornalisti che sono lì sono soggetti ad intimidazioni e abusi. Solo ieri il manager di una tv online è stato condannato a 30 giorni di detenzione amministrativa con l’accusa di aver resistito alla polizia. Ma secondo il suo avvocato, il motivo del suo arresto era che lui assomiglia a un’altra persona ricercata con cui lui non ha nessuna connessione. Malgrado questo è stato condannato.

Alcuni giorni fa tutte le testate indipendenti che rimangono in Azerbaijan sono state portate in tribunale con l’accusa di incitare proteste, di fare propaganda religiosa. E stiamo parlando di 5-6 testate che erano rimaste indipendenti.

Il governo sta sempre più raffinando la sua strategia. Prima perseguitava i singoli giornalisti con accuse strumentali, come l’evasione fiscale o l’abuso di potere, o cercava di chiudere le testate scomode. Adesso sta emendando alcune leggi e usa queste modifiche contro i giornalisti e i giornali”.

 Il fatto che l’Azerbaijan sia un Paese ricco di petrolio, che impatto ha sulla libertà di stampa e di espressione?

“Il petrolio ha inghiottito la libertà di stampa in Azerbaijan. Il mio Paese ha vaste risorse energetiche ma il governo le usa non a beneficio della popolazione: le usa per suo proprio profitto. C’è un’enorme corruzione nel Paese, e questo porta al fatto che se non hai soldi o non sei vicino al governo non puoi fare molto e non puoi neppure criticare.

Penso che davvero il petrolio abbia danneggiato la libertà di espressione e soppresso tutto quello che avrebbe potuto fiorire in termini di libertà di stampa in Azerbaijan, comprese le sacche di libertà che resistevano nel mio Paese.”

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    Michela Sechi
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“Turchia, il paese della repressione arbitraria”

Ospite del Festival dei Diritti Umani in corso a Milano, l’intellettuale e giornalista Turco Ahmet Insel ci racconta a che punto è la situazione della  libertà di stampa in Turchia. Laureato alla Sorbona, ex docente universitario, è editorialista del quotidiano turco Cumhuriyet e dirige la casa editrice Iletisim. E’ autore del volume La nouvelle Turquie d’Erdogan, Du rêve démocratique à la dérive autoritaire (Francia, 2016).

“Le cose in Turchia sono peggiorate, grosso modo, da quattro anni. Le proteste di Gezi Park nel 2013 hanno creato panico nel governo: da quel momento ha voluto controllare la stampa sempre di più. E dato che i media della confraternita Gülen hanno attaccato sempre di più il governo, Erdogan ha cominciato a vedere nella stampa il pericolo principale.

Bisogna tener presente che il Presidente Erdogan ha cominciato a controllare la stampa ben prima di allora. Già negli anni 2000 aveva cominciato a creare dei gruppi editoriali vicini al potere, sia in ambito televisivo, sia per la stampa scritta.

Poi dal 2013-2014 il governo – ed Erdogan stesso – hanno cominciato a fare pressione sugli editori indipendenti affinché mandassero a coprire un avvenimento un giornalista invece che un altro. Oppure chiedevano agli editori di licenziare quel dato presentatore o quel cronista.

Il governo ha cominciato anche a imporre agli editori di assumere dei giornalisti vicini al partito al potere, inserendo propri uomini nei gruppi indipendenti. La tappa successiva è stata liquidare i gruppi editoriali della confraternita Gülen.

Questo processo era già cominciato prima del tentativo di colpo di stato del luglio 2016. Dopo il colpo di stato, l’attacco alla stampa è diventato generale e ha coinvolto anche la stampa di sinistra e la stampa curda. Non si tratta solo di pressioni o di chiusura dei giornali o delle televisioni, ma si è passati direttamente all’arresto dei giornalisti”.

Come negli anni bui della dittatura militare?

“Negli anni ’90 non era rispettata la libertà di stampa. Anche allora – all’epoca scrivevo per il giornale Radikal – c’erano delle condanne contro giornalisti. Ma all’inizio degli anni 2000, quando è cominciato il processo di adesione all’Unione Europea, abbiamo conosciuto una vera primavera della libertà di espressione.

E’ durata fino al 2008-2009. Poi il governo ha cominciato ad attaccare con processi truccati certi giornalisti che criticavano la confraternita Gülen. Sembra paradossale, ma hanno cominciato proprio da loro! Ahmet Sik, per esempio, è un caso tipico. E’ stato un anno e mezzo in prigione perché stava preparando un libro che dimostrava l’infiltrazione della confraternita Gülen negli apparati dello Stato: proprio ciò che oggi il governo denuncia!

A partire dal 2011 la situazione è ulteriormente peggiorata e dopo il colpo di stato del 2016 – con l’imposizione dello stato di emergenza – non abbiamo più libertà d’espressione in Turchia. Esiste oggi in Turchia una democrazia aleatoria, arbitraria.

Io sono cronista nel giornale Cumurriyet. Lo pubblichiamo rispettando la nostra linea editoriale di opposizione, ma undici dei nostri colleghi sono in prigione da più di sei mesi. Perché io non sono in prigione? Perché invece sono in prigione i miei colleghi? Non lo sappiamo.

Potrei essere al loro posto: non hanno scritto niente di più di quanto ho scritto io. Il giornale continua a uscire, ma in condizioni molto difficili. Più di 250 giornalisti sono in prigione in Turchia. La Turchia è diventata la più grande prigione per giornalisti al mondo.

Ho vissuto la repressione degli anni ’90, che noi in Turchia chiamavamo gli anni di piombo, poi una vera primavera di libertà di stampa negli anni 2000. Oggi la situazione è simile a quella che io ho vissuto all’inizio degli anni ’80, dopo il colpo di stato militare”.

Il vostro modo di lavorare è cambiato?

“Noi non ci auto-censuriamo. Continuiamo a pubblicare. Io dirigo una casa editrice, sono un professore universitario in pensione, collaboro da anni con una rivista di sinistra, ma non mi sono mai auto-censurato.

Ci sono però degli argomenti che non trattiamo più con lo stesso spirito di tre-quattro anni fa. I curdi sono diventati un argomento estremamente sensibile. Diamo le notizie, ma facciamo molta attenzione al linguaggio che usiamo perché i procuratori immediatamente possono aprire delle inchieste accusandoci di propaganda del terrorismo.

L’accusa di terrorismo è divenuta lo strumento di repressione principale della libertà d’opinione e di stampa in Turchia. Si diventa terroristi perché si pubblica un informazione sul partito curdo il PKK. Si diventa terroristi perché si scrive che ci sono casi di torture dopo il tentativo di colpo di stato.

Negli anni scorsi la tortura non esisteva quasi più in Turchia. Dopo il tentativo di colpo di stato, Amnesty International e Human Rights Watch hanno documentato dei casi di tortura: non tanto nelle prigioni, quanto piuttosto nei commissariati di polizia, nei confronti delle persone accusate di appartenere alla confraternita Gülen.

Se pubblicate una notizia su questi casi, subito il procuratore può aprire un’inchiesta nei vostri confronti con l’accusa di propaganda del terrorismo. I nostri colleghi del giornale Cumurriyet sono accusati di fare propaganda per due organizzazioni terroristiche contemporaneamente: la confraternita Gülen e il PKK.

Il nostro modo lavorare è cambiato perché facciamo più attenzione alle parole che utilizziamo. Non siamo nella Germania del 1940, non siamo nella gabbia di un totalitarismo, ma siamo in un regime molto autoritario. E quello che è peggio sono le repressioni casuali, arbitrarie: la repressione si può esprimere in modo arbitrario contro chiunque”.

Questo vuol dire che anche i magistrati sono parte di questa repressione?

“Bisogna ricordarsi che in Turchia, dopo il tentativo di colpo di stato, un terzo dei magistrati è stato licenziato, senza una decisione di un tribunale. Il governo sta reclutando 900 nuovi magistrati per tappare i buchi di organico che si sono creati e li sta reclutando fra gli avvocati del partito di Erdogan a livello locale. La Giustizia è oggi completamente subordinata al partito e allo Stato.

Dunque non siamo in un regime totalitario, ma andiamo verso un regime totalitario, perché – come successe per il fascismo in Italia – andiamo verso una fusione fra il partito e lo Stato, sia nella polizia sia nell’ambito della giustizia.

Non abbiamo più fiducia nella giustizia. In passato le elezioni in Turchia venivano considerate pulite a livello di spoglio e conteggio dei voti. In occasione di questo referendum, per la prima volta da lungo tempo, abbiamo avuto tantissimi ricorsi sulla legalità dello spoglio.

C’è un Consiglio superiore delle elezioni fatto di undici giudici, ma dieci di questi rifiutano qualsiasi contestazione. Ce n’è solo uno che ha fatto un rapporto che spiega come – a livello di spoglio – il referendum non era conforme alle regole del diritto. Non siamo più in uno stato di diritto e neppure in uno stato della legge, perché il governo non rispetta più le sue stesse leggi. Siamo nello stato dell’arbitrarietà”.

Dunque lei pensa che il risultato del referendum non sia quello ufficiale, ovvero che il sì in realtà abbia perso?

“Penso che il risultato del referendum sia discutibile. La differenza è molto piccola. Circa 48 milioni di persone hanno votato e lo scarto fra i sì e i no è di un milione e 200 mila voti. L’opposizione contesta la legalità di 2 milioni di schede. Non tutti magari erano dei sì. Ma il fatto che lo scarto sia minimo, ci mette in una situazione in cui le irregolarità nello spoglio possono aver cambiato il risultato”.

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    Michela Sechi
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Torna il Festival dei Diritti Umani

“Ogni parola ha conseguenze. Ogni silenzio anche”. E’ questo il titolo del Festival dei diritti Umani 2017. Sei giorni di dibattiti, proiezioni e mostre a ingresso libero e – per chi non può partecipare – in streaming.

Appuntamento alla Triennale di Milano dal 2 al 7 maggio. Settanta ospiti dall’Italia e dall’estero. Si parlerà di 36 Paesi. Diciannove i documentari in concorso, cinque i film in anteprima, due le mostre fotografiche. Dopo la prima edizione l’anno scorso, questa seconda edizione si fa più ricca e completa. Radio Popolare sarà Media Partner del Festival.

Il programma è stato presentato dal direttore del Festival Danilo De Biasio.

Si parlerà di Ucraina, con i genitori di Andy Rocchelli, fotografo italiano ucciso nel Donbass tre anni fa. Una mostra raccoglierà le sue ultime foto. Si parlerà di Turchia, con il giornalista Ahmet Insel, e poi di Azerbajan e Russia, con due giornaliste coraggiose provenienti da quei Paesi.

Assa Traoré, sorella del giovane ucciso in Francia dalla polizia, parteciperà a un incontro dal titolo “Il silenzio dei potenti. La parola alle donne”. Ci sarà un focus sulla strage di Beslan del 2004, in Russia: 334 morti – di cui 186 bambini – e ancora nessuna giustizia.

Il sacerdote messicano Alejandro Solalinde presenterà il suo libro I narcos mi vogliono morto. Il film Clash, di Mohammed Diab, ci porterà fra le contraddizioni della rivoluzione egiziana. Con i documentari si viaggerà dall’Afghanistan al Mali, dal Rwanda alla Siria.

Ci saranno anche incontri sul bullismo e il cyberbullismo: sono queste le prime limitazioni della libertà che i ragazzi incontrano a scuola. Si parlerà anche di città solidali, ovvero di come le città – Milano per esempio – possono essere accoglienti per i rifugiati.

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    Michela Sechi
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Perché la guerra in Siria potrebbe finire

Si continua a morire in Siria e lo Stato Islamico non è ancora sconfitto. Ma diversi analisti a Beirut concordano che la fine della guerra potrebbe vedersi all’orizzonte.

“Dopo che Donald Trump ha appaltato a Putin la gestione della crisi siriana, non vedo altri attori che possano mettere un veto a un accordo”, ci dice uno dei più accreditati analisti e storici siriani. Lo incontriamo a Beirut prima del suo ritorno a Damasco e preferisce che il suo nome non venga citato.

I negoziati di Ginevra e Astana sono in corso, ma l’accordo non lo faranno i Siriani bensì i loro alleati stranieri: Russia, Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita, Iran. “Il regime e l’opposizione siriani sono le parti più deboli al tavolo dei negoziati, in questo momento”, spiega il nostro interlocutore.

Una guerra di solito finisce quando nessuna delle parti pensa di poter guadagnare più territorio o risorse attraverso i combattimenti. In Siria sta accadendo proprio questo: “L’Iran sa che non potrà mai prendersi tutto il Paese, perché non c’è una comunità sciita forte in Siria come invece c’è in Iraq”, ci dice l’analista.

Inoltre Teheran “non può fare troppo conto sull’alleanza con Assad, perché i suoi legami con gli Alawiti siriani non sono profondi. E’ un’alleanza più di comodo che di sostanza”, spiega. Di conseguenza, “l’Iran potrebbe accontentarsi di ciò che ha già ottenuto, ovvero Assad ancora al potere, il controllo della direttrice Damasco-Beirut e la garanzia che le linee di rifornimento di armi per gli Hezbollah libanesi rimarranno aperte”.

L’Arabia Saudita, impegnata nel conflitto in Yemen, non ha più soldi da spendere in Siria. A questo punto accetterebbe qualsiasi accordo che spuntasse le ali all’Iran”, continua il nostro interlocutore.

La Turchia ha occupato alcune zone al confine, con due obiettivi: impedire la nascita di uno stato curdo e creare delle safe zones (zone sicure) dove far tornare due milioni di profughi siriani attualmente in Turchia, una volta finito il conflitto. L’obiettivo è delineato”.

Gli Stati Uniti, tramite l’opposizione siriana, controllano la zona di Idlib, che è sempre stata una delle province più povere della Siria e che il regime non ha troppa fretta di riprendersi, perché non ci sono né petrolio né altre risorse.

Il regime potrebbe accontentarsi di controllare saldamente Damasco, Aleppo, l’autostrada che collega le due città e il centro del Paese, dove ci sono città importanti come Homs e Hama. Deve poi riprendere il controllo dei giacimenti di petrolio di Deir Azzor dove adesso c’è l’Isis”.

Varie fonti dicono che la battaglia per riprendere Raqqa e sgominare l’Isis comincerà all’inizio di aprile. Una volta raggiunto l’obiettivo, un importante capitolo della guerra potrebbe venire chiuso.

Infine, Assad vuole anche riprendere il controllo del suo confine meridionale, quello con Israele, dove adesso ci sono vari gruppi dell’opposizione siriana: un paese non è un paese, se non controlla i propri confini.

La strategia di Assad nel Sud è offrire ai guerriglieri dell’opposizione un salvacondotto per il Nord, verso la zona di Idlib, a patto che cedano le armi e si ritirino senza combattere. I negoziati –secondo esperti in Libano – avvengono villaggio per villaggio e stanno in parte avendo successo.

Le milizie libanesi di Hezbollah controllano le montagne di Qalamoun, quelle al confine con il Libano, zona strategicamente importante per loro. Ma anche qui, una volta che l’area fosse saldamente in mano al regime siriano, potrebbero accettare un ritiro.

In questo scenario, una delle grosse incognite è Israele, che potrebbe ancora voler giocare qualche carta militare per poi sedersi al tavolo dei negoziati.

Jihad Yazigi, The Syria Report
Jihad Yazigi, The Syria Report

Jihad Yazigi, siriano con base a Beirut, legge il conflitto con lenti da economista. Il suo sito The Syria Report fornisce dati e analisi solo a chi sottoscrive un abbonamento ed è rivolto soprattutto a istituti di ricerca, esperti, agenzie umanitarie.

Ci spiega che chi vince in Siria, dovrà accollarsi anche le spese di uno Stato ormai fallito. Se Assad rimarrà in sella, il suo governo dovrà avere le gambe per camminare e non è ancora chiaro chi vorrà mettere sul tavolo i soldi per ricostruire la Siria.

“Quello siriano è uno Stato che non ha più alcuna entrata: non raccoglie imposte, non ha più i proventi del petrolio, non esporta più nulla, ha enormi spese militari” spiega Yazigi.

Assad ha lottato in questi anni per mantenere in piedi una parvenza di Stato centrale. Per farlo, ha scelto di continuare a pagare gli stipendi ai suoi funzionari in tutti i governatorati della Siria, anche in quelli caduti nelle mani dell’opposizione e dell’Isis. Ha cercato di fornire elettricità e acqua anche in diverse zone da cui il regime era stato espulso, negoziando accordi con le singole milizie.

Dunque, solo spese e nessuna entrata. Yazigi racconta che Bashar Assad – in questi anni di guerra – ha chiesto soldi a tutti, anche alla Russia. Ma Mosca ha ancora l’amaro in bocca per tutti i prestiti elargiti dall’Unione Sovietica ad Assad padre e mai restituiti. La Russia già spende tre milioni di dollari al giorno per mantenere truppe e aerei in Siria e non intende spendere un soldo di più.

In questi anni l’ossigeno per il regime siriano – in forma di prestiti – è arrivato da Teheran: l’ultimo versamento di un miliardo di dollari è stato recapitato a Damasco nel gennaio di quest’anno. Ma l’Iran ha chiesto garanzie sempre più pesanti. Ad esempio “Assad ha dovuto concedere a Teheran lo sfruttamento esclusivo dei giacimenti di fosfati nel centro della Siria: un contratto valido per i prossimi 99 anni”.

“Teheran – a gennaio – ha ottenuto anche la licenza per aprire una nuova compagnia di telefonia mobile in Siria, che si aggiungerà a quelle controllate da Bashar Assad e da suo fratello” spiega Yazigi. La telefonia mobile è l’unico business che ancora genera soldi in Siria. Inoltre, chi gestisce le compagnie telefoniche mette le mani anche sui dati che vengono scambiati.

“Teheran – in occasione dell’ultimo prestito – voleva anche la gestione dei porti siriani di Latakia e Tartus e pare che Assad fosse disposto a concederla. Ma l’accordo non è stato mai firmato”. Forse perché ci sono i Russi, sulle coste siriane?

Prima della guerra l’economia siriana cresceva del 4-5% all’anno, adesso invece la recessione è profonda e la Siria – in quanto a indicatori economici – è in coda all’elenco di tutti i paesi del Medio Oriente, davanti solo alla Somalia.

L’85% dei siriani è da considerarsi sotto la linea di povertà, mentre la povertà quasi non esisteva prima della guerra. Il tessuto sociale è distrutto, il sistema educativo è al collasso, le proprietà di chi è fuggito sono state saccheggiate.

Cinque milioni di siriani sono fuggiti all’estero, 8 milioni sono sfollati interni, ovvero hanno dovuto cercare riparo in altre aree del Paese.

Come verranno accolti questi profughi, quando torneranno? Lo chiediamo a Nour Samaha, una giornalista libanese che copre la Siria per la rivista Foreign Policy e visita regolarmente il paese, soprattutto le aree controllate dal regime. Racconta che a Damasco c’è preoccupazione per un eventuale ritorno dei profughi interni; figuriamoci per quelli fuggiti all’estero.

Nour Samaha
Nour Samaha

“Chi è rimasto pensa che tutti quelli che sono fuggiti siano sostenitori dell’opposizione. Questo non è vero, perché ci sono anche tanti che hanno abbandonato la Siria per non fare il servizio militare o per sfuggire ai combattimenti” spiega Samaha. “Ma a Damasco, li accusano di essere andati a fare la bella vita in Turchia o in Europa, mentre loro – nonostante le difficoltà – sono rimasti e hanno cercato di tenere insieme il paese”.

Dunque – a parte le profonde divisioni ideologiche – i Siriani rimasti in patria rimproverano agli altri di essere scappati, di averli abbandonati, di aver abbandonato il loro paese. “Tutti a Damasco non ne possono più della guerra e vogliono che finisca in qualsiasi modo. Soffrono tanti disagi ma non necessariamente danno la colpa al regime: danno la colpa alla guerra stessa, che gli ha portato via tutto. Solo quando finirà la guerra – dicono – si potrà voltare pagina”.

Nour Samaha ha incontrato anche con molti ufficiali e soldati dell’esercito siriano. “Combattono ancora ma sono uomini stremati, che magari hanno passato gli ultimi due anni a Deir Azzor mangiando solo uova sode e patate: mal equipaggiati, da soli contro l’Isis, sotto il sole o al gelo, ogni giorno”.

Non gli importa neppure più di Assad – conclude Samaha – ma gli importa dello Stato Siriano. Con lo Stato sentono ancora un legame. Combattono perché alla fine del mese il loro stipendio arrivi a casa e la loro famiglia possa mangiare. Nient’altro”.

Come potrebbe essere la Siria del dopoguerra? Un regime chiuso e autoritario, in cui Assad riprende il controllo del paese tramite l’arma della paura e della repressione?

“Il regime, se rimarrà, non potrà mai più essere quello di prima” ci dice il nostro analista che vive a Damasco. “La gente si è ribellata, ha combattuto. La coltre di paura si è rotta”.

Se sarà Putin a decidere il destino della Siria, ebbene: cosa ha in mente il presidente russo?

“Putin vuole prima di tutto uno stato funzionante. Che sia anche democratico, non gli importa” ci dice il nostro interlocutore. “Attualmente il governo siriano ha 30 ministri. Io alla fine penso che la soluzione più fattibile sia quella proposta dall’ESCWA (Onu), ovvero quella di spezzare il governo in 3 terzi: 10 ministri al regime, 10 ministri all’opposizione e 10 indipendenti.”.

“La costituzione che viene dibattuta a Ginevra prevede di decentralizzare e creare due Parlamenti” spiega. “Un Parlamento centrale a Damasco e un altro fatto di piccoli Parlamenti locali sparsi nelle regioni. Ogni regione dovrebbe finalmente beneficiare delle risorse che possiede (petrolio, minerali…)”. Ad esempio Deir Azzor, dove ci sono enormi giacimenti di petrolio, era una delle zone più povere della Siria. “Questo non può accadere in futuro”.

Il nostro interlocutore pensa che lo scenario più probabile sia che Assad rimanga come presidente, ma sullo sfondo, senza grandi poteri, mentre lo Stato verrebbe affidato a un primo ministro forte, una figura di compromesso accettata sia dal regime sia dell’opposizione. Questo premier diventerebbe il punto di riferimento della comunità internazionale.

“Molti dicono che non è possibile, che ci deve essere un leader accettato da tutta la società siriana. Ma un’unica società siriana – purtroppo – non esiste più”.

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    Michela Sechi
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Le elezioni scippate

“Via le mani dalle mie tasche” diceva un cartello esposto davanti al Parlamento libanese qualche giorno fa. Il governo voleva innalzare l’IVA di un punto percentuale: una tassa indiscriminata che avrebbe colpito tutti, anche i cittadini a basso reddito. Il centro di Beirut si è subito riempito di dimostranti, senza che nessun partito li convocasse.

Per la prima volta nella storia del Libano un premier del paese, Saad Hariri, è uscito dal suo palazzo per incontrare i manifestanti. La gente lo ha accolto gridando “ladro, ladro!” e tirandogli bottiglie di plastica vuote.

19 marzo 2017: guardie del corpo cercano di proteggere il Premier libanese Saad Hariri dalle bottiglie di plastica vuote che i manifestanti gli tirano addosso

I manifestanti spiegavano in TV che non avevano niente contro le tasse. Soltanto, non volevano che i loro soldi finissero in corruzione, in mano a politici incapaci di creare qualsiasi servizio efficiente per i cittadini. In una settimana hanno vinto la battaglia: l’odiato aumento dell’IVA è stato accantonato. Il Parlamento libanese, per l’undicesimo anno consecutivo, non è riuscito ad approvare il bilancio.

In piazza c’era anche Marwan Maalouf, uno dei leader della protesta spontanea contro la spazzatura dell’estate 2015: “Non mi aspettavo di vedere tante persone in strada di nuovo, ma è successo. La gente non vuole nessuna nuova imposta, finché non tasseranno anche i miliardari, le banche e i gruppi di potere. C’è un vento di cambiamento in Libano. La gente è esasperata”.

Per molti attivisti libanesi, la protesta del luglio 2015 è stata un punto di svolta. Quell’estate venne chiusa la discarica che da 17 anni accoglieva tutti i rifiuti di Beirut. Aveva una capienza di 2 milioni tonnellate di rifiuti ed era arrivata a contenerne 15 milioni di tonnellate, fra le proteste di chi vi abitava vicino. Era chiaro da anni che la discarica doveva chiudere, ma il governo non si era curato di trovare un’alternativa.

A Beirut cessò da un giorno all’altro la raccolta dei rifiuti, perché l’azienda incaricata non aveva un posto dove portarli. Gli abitanti della capitale cominciarono ad andare al lavoro coprendosi il volto con mascherine, perché l’odore dei rifiuti esposti al caldo dell’estate libanese era diventato insopportabile.

“I rifiuti si accumularono per strada, ma per i nostri politici non era un problema” ricorda Marwan Maalouf. “Il solo problema era che la spazzatura attirava uccelli in gran numero e questi cominciarono a essere un pericolo per gli aerei che decollavano dall’aeroporto di Beirut. Allora le autorità, invece di rimuovere la spazzatura, pensarono di convocare i cacciatori per sparare agli uccelli. Pensate: trasportavano i gruppi di cacciatori con gli autobus della MEA, la compagnia aerea libanese!”.

L'attivista libanese Marwan Maalouf
L’attivista libanese Marwan Maalouf. Sarà candidato alle prossime elezioni parlamentari libanesi

I manifestanti piantarono le tende della protesta di fronte al Parlamento, a Beirut. Riuscirono anche – per alcune ore – a occupare il ministero delle Finanze. Alcuni scesero in sciopero della fame. Altri venivano tutti i giorni a buttare i loro sacchi di spazzatura nel giardino del Parlamento. La protesta si diffuse sui social media con l’hashtag #YouStink (Tu Puzzi) e si trasformò presto in una più estesa protesta contro la corruzione. Una sorta di “primavera” libanese.

Un anno dopo, nel 2016, si tennero le elezioni municipali a Beirut e molti attivisti di quella protesta crearono una lista civica, Beirut Madinati (Beirut è la mia città).

La lista civica Beirut Madinati
La lista civica Beirut Madinati

A quel punto tutti partiti tradizionali, nemici giurati fino al giorno prima – in alcuni casi gente che si era sparata addosso durante la guerra civile libanese – si coalizzarono in un’unica lista: cristiani, sciiti, sunniti e drusi serrarono le fila. Beirut Madinati ottenne il 35% dei voti a Beirut, ma a causa del sistema elettorale maggioritario restò fuori dal consiglio Comunale. Se ci fosse stato il sistema proporzionale, avrebbe avuto almeno 10 consiglieri su 27.

“Qui in Libano i partiti tradizionali si coalizzano fra loro, ogni volta che rischiano di perdere il potere” spiega Maalouf. “Non importa se si sono scambiati insulti fino al giorno prima. Anche i più acerrimi nemici possono candidarsi insieme, se temono di perdere la loro fetta di torta, i loro affari, i proventi della corruzione”.

“La classe politica libanese preferisce mantenere al potere sé stessa e i suoi avversari piuttosto che competere in un sistema politico libero” spiega Ayman Mhanna, direttore della Fondazione Samir Kassir. “Il concetto è: preferisco avere il diavolo alla mia tavola che qualcuno che non conosco”.

Ayam Mhanna
Ayman Mhanna, direttore della Fondazione Samir Kassir a Beirut

“Il nostro sistema politico è un sistema di democrazia consensuale” continua Maalouf. Il Libano è fatto da un mosaico di differenti comunità e religioni. “Nessun provvedimento può passare senza il consenso di tutte le parti. Anche chi perde le elezioni farà parte del governo, perché nessuna comunità può essere esclusa dal tavolo. Questo significa che i partiti non si sentono mai responsabili delle politiche che mettono in pratica. Ognuno ha la scusa per dire: volevo fare un altro modo, ma non ho il pieno controllo delle cose”.

Per tre ore al giorno, a Beirut, manca l’elettricità. Ogni giorno, in qualsiasi condominio o ufficio della città, arriva un momento in cui la luce si spegne di colpo. Qualche attimo dopo ritorna, perché vengono avviati i generatori privati. L’uso dei generatori, oltre a inquinare, fa salire enormemente il costo dell’elettricità per le famiglie.

Da anni, l’ente che fornisce energia elettrica ai libanesi non riesce a fornire energia sufficiente rispetto ai bisogni. Beirut è la città più fortunata del Libano, perché i black-out durano solo 3 ore al giorno. Ci sono città dove si arriva a 17-18 ore al giorno senza corrente elettrica.

Un'immagine della recente protesta contro le tasse in Libano
Un’immagine della recente protesta contro le tasse in Libano

“Il nostro problema principale è che lo Stato Libanese non funziona” continua Maalouf. “Io sono un attivista laico. Pazienza, se non posso fare una battaglia per uno stato laico. Mi andrebbe anche bene un sistema confessionale, se almeno questi politici riuscissero a fornire i servizi di base”.

Le ultime elezioni politiche in Libano si sono tenute nel 2009. Nel 2013 i libanesi avrebbero dovuto tornare alle urne, ma il voto è stato rimandato per due volte con diverse motivazioni: ci sono troppi rifugiati siriani nel paese, Hezbollah non è stato disarmato, ci vorrebbe una nuova legge elettorale (ma purtroppo i partiti non riescono ad accordarsi per cambiarla).

Secondo Marwan Maalouf sono tutte scuse. “Noi vogliamo andare a votare. Con qualsiasi legge elettorale. Il parlamento Libanese si è già esteso il suo mandato due volte ed è pronto a farlo una terza volta, negandoci un diritto di base: le elezioni”

Ayman Mhanna, analista della Fondazione Samir Kassir, ha una spiegazione per questo ritardo. “Finora le elezioni sono state rinviate con l’idea che qualcosa sarebbe accaduto a livello regionale che avrebbe dato vantaggio a una parte o all’altra. Una sconfitta del regime in Siria, ad esempio, avrebbe dato forza ai sunniti di Saad Hariri sostenuti dall’Arabia Saudita, a scapito di Hezbollah e Michel Aoun, sostenuti dall’Iran”.

Ma ora è chiaro che Assad resterà. “Né i paesi del Golfo né l’Occidente hanno la forza di cambiare la situazione” prosegue Mhanna. È questa consapevolezza che alla fine ha portato a un accordo fra le due principali coalizioni libanesi e all’elezione alla presidenza di Michel Aoun nell’ottobre 2016. Saad Hariri ha accettato l’accordo, diventando primo ministro”.

Manifestanti fronteggiano la polizia nel centro di Beirut

Qualche giorno fa persino il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha esortato ufficialmente il Libano a tenere le elezioni rispettando l’ultima data fissata, il 19 maggio 2017. Ma questo non sembra avere scosso i politici libanesi, secondo cui un rinvio di 6 mesi – o anche un anno – è ormai inevitabile.

Riusciranno i partiti ad accordarsi su una nuova legge elettorale? Ci sono state una 70ina di proposte, negli ultimi anni. La più accreditata prevede un sistema in cui metà dei deputati vengono eletti con il sistema maggioritario e l’altra metà con il sistema proporzionale sulla base delle comunità religiose (ovvero sciiti, sunniti, cristiani, drusi, alawiti…)

Protesta creativa contro la spazzatura

Le elezioni in Libano sono care. I partiti hanno bisogno di tanti soldi: sia per pagare la campagna elettorale, sia per l’acquisto di voti” continua Ayman Mhanna. “Per questo di solito le elezioni avvengono quando c’è già un accordo fra tutti su come si spartiranno il potere dopo il voto”.

In Libano, gli elettori non votano nel luogo in cui risiedono, ma nella città o nel villaggio da cui proviene la loro famiglia. Un modo per tenere le persone legate alla loro comunità religiosa e per disconnetterle invece dal territorio in cui vivono. E non è il solo problema. Ad esempio, non c’è una scheda elettorale unica a livello nazionale.

“La proposta di creare una scheda elettorale unica e ufficiale è stata rigettata da tutti i partiti, purtroppo”, spiega Ayman Mhanna. “Oggi in Libano, qualsiasi foglio bianco – in base alla legge – può essere usato come scheda elettorale, scrivendovi sopra i nomi dei candidati. Un partito può addirittura stampare le schede e distribuirle ai votanti. Può usare caratteri tipografici diversi, per distinguere una scheda dall’altra e controllare chi ha votato per il partito e chi no. Questo va a colpire pesantemente la segretezza del voto”.

#YouStink (Tu puzzi) era l’hashtag della protesta del 2015 contro la spazzatura e la corruzione

Marwan Maalouf – assieme ad altri attivisti – pensa di candidarsi. Ma cosa avverrà se il sistema elettorale di nuovo terrà le liste civiche fuori dal Parlamento, come è successo per le elezioni municipali? “Non importa se otterremo solo il 20-30%: sarà una percentuale che conterà comunque. Potremmo dire che rappresentiamo una fetta di popolazione e avremo il tempo per costruire un forte movimento politico per correre alle elezioni successive”.

Ottenere l’attenzione dei media non sembra un problema: “Ai tempi della protesta contro la spazzatura, abbiamo avuto grande spazio in TV. La protesta era diventata una specie di show e ha fatto crescere l’audience delle tv che parlavano di noi”.

“I partiti politici libanesi sono disconnessi dalla gente” conclude Hayman Mhanna. “Pensano di poter giocare per sempre carta settaria: quando una comunità si sente minacciata, alla fine si stringe attorno al suo leader. Ma il gioco ha funzionato finché la gente vedeva anche dei risultati concreti. Purtroppo, oggi il sistema politico è diventato incapace di fornire qualsiasi risposta ai bisogni dei cittadini”.

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    Michela Sechi
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Venti di guerra in Libano?

“La prossima guerra in Libano non sarà contro Hezbollah: sarà contro l’intero Paese”. Parola di Naftali Bennet, ministro del governo israeliano e falco dell’estrema destra. “Oggi Hezbollah è inserito nelle istituzioni libanesi”, ha spiegato. Per questo, secondo Bennet, il prossimo attacco dovrà colpire le infrastrutture libanesi e dovrà essere così devastante da “riportare il Paese al Medio Evo”.

Le preoccupazioni in Libano crescono, dopo che Israele – fra il 16 e il 17 marzo – ha bombardato in Siria un convoglio che trasportava missili destinati alla guerriglia libanese.

Non è certo la prima volta che Israele colpisce convogli di armi destinati a Hezbollah. Il fatto nuovo è che l’artiglieria siriana ha risposto e che Israele – per la prima volta – ha ammesso apertamente di aver effettuato un’operazione militare in Sira.

Il lancio di missili da parte siriana è stato sufficiente a far scattare il sistema di difesa anti-missile Arrow: un missile israeliano è partito a intercettare quelli nemici. Sono suonate le sirene nel Nord di Israele e l’incidente è diventato di dominio pubblico.

Israele ha quindi minacciato Assad: se i siriani oseranno ancora usare la loro artiglieria contro gli aerei israeliani, Israele distruggerà l’artiglieria siriana.

Ciò, per la prima volta, ha provocato la reazione della Russia, il principale sponsor di Assad. L’ambasciatore israeliano a Mosca è stato convocato nella notte del 17 marzo al Cremlino con una richiesta di spiegazioni.

Il regime di Assad, da parte sua, ha annunciato che il comportamento di Israele è inaccettabile per Mosca e sarà la Russia – prima di tutto – a tracciare una linea rossa che Israele non potrà superare.

Mosca era coinvolta in qualche modo nell’incidente? Secondo il regime siriano il bombardamento israeliano è avvenuto nella Siria centrale, non lontano da Palmira, mentre fonti israeliane parlano di un convoglio di 700 missili Scud che sarebbe stato intercettato vicino al confine libanese, nella regione Al Qalamun.

Altre fonti – sempre israeliane – parlano di missili provenienti da una fabbrica a sud-est di Aleppo, una zona dove sono presenti truppe russe. L’area era fino a poco tempo fa in mano allo Stato Islamico. Da quando il regime ne è rientrato in possesso, ha riattivato l’impianto, che potenzialmente può rifornire Hezbollah di molte nuove armi.

La tensione è di nuovo salita alle stelle quarantott’ore più tardi, quanto un raid aereo ha distrutto un’auto nel Golan Siriano. Alla guida c’era Yasser al-Sayed, membro di una milizia pro-regime e vicino al Presidente Bashar Al Assad. Forse qualcuno – a Gerusalemme – sta cercando di cambiare le regole del gioco sul fragile confine con la Siria?

CHI CONTROLLERA’ LA SIRIA?

“Dal punto di vista delle battaglie di terra, la Guerra in Siria è praticamente finita” spiega a Beirut Sami Nader, del Levant Institute for Strategic Affairs. “Resta solo da espellere l’Isis dalle zone che ancora controlla e decidere quale autonomia avranno i Curdi nel Nord. Per il resto, sono sempre più convinto che in Siria ci sarà una ripartizione in 3 aree di influenza che oggi sono molto ben disegnate”.

E spiega: “Nel Nord della Siria avremo un’area in mano all’opposizione sotto influenza statunitense; poi un’area sotto influenza turca (l’attuale safe zone) e poi un’altra area controllata dal regime, sotto influenza russa. L’Iran sta ancora cercando di definire la sua propria area di influenza che potrebbe essere compresa fra Damasco e Beirut

In tutto ciò, Israele è fuori dai giochi e teme di vedere arrivare il regime e le milizie di Hezbollah al proprio confine con la Siria. “Il solo fattore che potrebbe cambiare tutto ciò – conclude Sami Nader – è un diretto intervento degli Stati Uniti o di Israele. E’ probabile che Israele cercherà in qualche modo di sedersi al tavolo dei negoziati in Siria”.

Ma è ancora pensabile un intervento militare israeliano contro Hezbollah, come avvenne in Libano nel 2006? Invece di ottenere una facile e rapida vittoria, Israele uscì con le ossa rotte da quel conflitto. La guerriglia libanese riuscì a lanciare più di 4000 razzi verso il territorio israeliano. Un mese di guerra uccise – si stima – oltre 1,300 libanesi, 44 civili israeliani e 121 soldati israeliani.

Ebbene: ora la forza di Hezbollah è enormemente cresciuta rispetto ad allora. Il diretto coinvolgimento nella guerra in Siria ha accresciuto le sue capacità militari e le sue dotazioni di armi.

Oggi Hezbollah non è semplicemente un movimento di guerriglia che controlla il Sud del Libano. Fa parte del governo libanese. Ha due ministri e 11 deputati in Parlamento. Ha stretto alleanze con altre forze politiche libanesi e spesso riesce a imporre il suo punto di vista sulla scena politica.

Il presidente libanese Michel Aoun ha detto nei giorni scorsi che non è pensabile disarmare Hezbollah finché Israele occupa terra libanese e cerca di appropriarsi delle risorse del paese. Hezbollah, ha spiegato Aoun, “costituisce una parte importante del sistema di difesa libanese, in quanto l’esercito libanese da solo non avrebbe la forza di opporsi a Israele”.

I commenti del Presidente hanno fatto infuriare in Libano diversi politici cristiani e sunniti: “Allora a che ci serve un esercito? Mandiamolo a casa e teniamoci solo la guerriglia” ironizzavano alcuni. Secondo altri, le parole di Aoun sono purtroppo la verità. Contro un esercito potente e sofisticato come quello israeliano, qualsiasi altro esercito è destinato a soccombere. Solo un movimento guerrigliero con la struttura di Hezbollah ha qualche speranza di farcela.

Il partito degli sciiti libanesi – mentre potenziava la sua ala militare – ha messo mani e piedi in politica, consapevole che è impossibile governare il Libano senza allearsi con altre comunità: quella cristiana, prima di tutto.

Dopo una paralisi due anni, Hezbollah lo scorso autunno è riuscito a far eleggere presidente il suo alleato cristiano, Michel Aoun. E ora sta cercando di imporre una nuova legge elettorale proporzionale, quella che potrebbe dargli un buon risultato alle urne nelle elezioni parlamentari previste per i prossimi mesi.

In più l’alleato di Hezbollah in Siria, Bashar Assad, non è affatto fuorigioco, come l’occidente sperava. Assad adesso pensa di poter restare alla guida della Siria, o di quello che ne rimane. Ormai non combatte più per la sua sopravvivenza. Protetto dai russi, pensa di poter chiudere la finestra ai bombardamenti israeliani in Siria, bombardamenti (contro Hezbollah) che aveva dovuto tollerare negli anni scorsi.

PREPARATIVI DI GUERRA

Ma anche Israele è meno cauto perché Netaniahu – con Trump – sente di nuovo di poter avere la copertura degli americani che non sempre ha avuto con Obama. Il premier israeliano potrebbe essere tentato di risolvere con una guerra i sui problemi interni: la sua coalizione di governo è in crisi e lui è bersagliato dalle inchieste.

Israele è inoltre convinto di aver imparato la lezione dopo la guerra in Libano del 2006. Il sistema anti-missile Arrow, un ombrello che dovrebbe coprire tutto il territorio israeliano, funziona.

Per proteggere i civili dai missili, Israele ha messo a punto il piano “Safe Distance” svelato qualche giorno fa alla stampa da un alto ufficiale dell’Homefront Command.

“L’idea è di evacuare tutti i civili in modo che non siano presenti in zone pericolose” ha spiegato. Insomma: portare via tutti gli abitanti dalle zone al confine con il Libano sistemandoli in hotel, kibbutz e strutture pubbliche in altre zone del paese.

Invece di lasciare ai residenti la decisione se andarsene o no – come in passato – al primo accenno di guerra ci sarà un’evacuazione di massa, organizzata in collaborazione con le municipalità. Israele è pronto a spostare in poche ore 250 mila abitanti del Nord in altre aree del paese.

In più, sono stati approntati ripari anche per chi vive nelle città, lontano dai confini, perché con i missili a lungo-medio raggio in forza a Hezbollah, tutto il territorio diventa un obiettivo. Compresa la centrale nucleare israeliana di Dimona, che Nasrallah ha minacciato di colpire in caso di un attacco israeliano.

Hezbollah sostiene anche che manderà I propri guerriglieri in Israele se ci sarà un’altra guerra” spiega il giornalista del Daily Star Nicholas Blanford, uno dei maggiori conoscitori – in Libano – della guerriglia libanese e del suo apparato militare. Blanford ha percorso tutti i confini su cui Hezbollah sta operando; è entrato nei loro bunker e ha studiato sul campo le loro operazioni militari.

In passato, sono stati sempre gli Israeliani a  entrare in Libano, e non viceversa” spiega. “Ebbene, Hezbollah adesso si sente abbastanza forte da poter ribaltare questa costante e inviare i suoi combattenti – magari seguiti da una telecamera – fino in Galilea. Anche se fosse solo un raid di poche ore, se riuscissero a trasmettere in tv immagini di Hezbollah che percorrono il Nord di Israele, questo avrebbe un enorme impatto psicologico sul pubblico israeliano”.

Secondo Blanford, “né Hezbollah né Israele vogliono un’altra guerra perché il costo per entrambi sarebbe enorme. Ma c’è un rischio reale di sbagliare i conti nel caso una delle due parti prendesse un’iniziativa anche piccola e l’altra reagisse, causando una rapida escalation“.

Israele – secondo i suoi generali – pensa a una guerra che sia cosi rapida e distruttiva da costringere i libanesi ed Hezbollah ad arrendersi. “Ma questo vuol dire non comprendere la natura di Hezbollah” conclude Blanford. “La guerriglia libanese non concederà mai a Israele una facile vittoria: continuerà a combattere. Più a lungo dura la guerra, più danni Hezbollah riesce a causare a Israele e più forte sarà la pressione internazionale su Israele perché arrivi a un accordo”.

Il rischio è anche che la nuova guerra fra Hezbollah e Israele inizi in territorio siriano, per poi investire il Libano. Una situazione potenzialmente esplosiva. Non solo per i civili libanesi, ma anche per un milione e mezzo di profughi siriani che il Libano ospita.

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    Michela Sechi
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Regeni. Solo bugie dal Cairo

Solo depistaggi nella vicenda Giulio Regeni. I poliziotti egiziani che tennero sotto controllo il ricercatore italiano prima del suo arresto hanno raccontato versioni discordanti durante gli interrogatori: contraddizioni, omertà e bugie. Dunque la procura di Roma ha chiesto – tramite una nuova rogatoria – i verbali di interrogatorio di altri cinque agenti.

Si tratta di ufficiali della National Security e del Dipartimento investigazioni municipali del Cairo. Furono loro a occuparsi di Regeni dopo che il ricercatore fu denunciato da Said Abdallah, il capo del sindacato degli ambulanti del Cairo. Abdallah lo aveva venduto come “spia” straniera.

I magistrati di Piazzale Clodio si aspettano che la procura egiziana risponda alla rogatoria nel giro di un mese, entro Pasqua. Il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e del pm Sergio Colaiocco hanno sentito al telefono i magistrati del Cairo, che hanno promesso piena collaborazione. Ma si tratta solo di parole: le indagini proseguono con estrema fatica.

Comunque gli investigatori italiani hanno fatto diversi passi in avanti nelle ultime settimane. Sono convinti che Giulio Regeni sia stato sorvegliato dai servizi segreti egiziani non per pochi giorni, ma per quasi due mesi prima di essere sequestrato, torturato e ucciso: dall’8 dicembre 2015 fino a pochi giorni prima della sua sparizione, il 25 gennaio 2016.

I magistrati italiani sono convinti anche che Giulio, in quella settimana di atroci torture, non fu tenuto in una casa privata, ma in un luogo di reclusione adatto allo scopo. Non sono ancora riusciti a individuare il luogo, e questa forse sarà la prossima tappa delle indagini.

Inoltre sembra che ci sia un collegamento fra i sette agenti che sorvegliarono Regeni e i tre che nel marzo successivo uccisero alcuni pregiudicati egiziani tentando poi di attribuire loro il rapimento e l’uccisione di Giulio. Il collegamento emerge da analisi dei tabulati telefonici effettuate in Italia.

I due gruppi si telefonarono a lungo fra loro e emergono anche telefonate fra i dieci agenti e alcuni numeri che fanno capo ai servizi di sicurezza egiziani. I magistrati italiani vogliono sapere a chi appartengono quei numeri, perché lì potrebbero nascondersi i “registi” dell’intera vicenda.

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    Michela Sechi
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Deputato arrestato contro le deportazioni

Negli Stati Uniti un membro del Congresso si è fatto arrestare per cercare di impedire la deportazione di una donna di origine messicana che – in quanto immigrata illegale – rischia di essere separata dal marito e dai suoi figli.

Il deputato, Luis Gutierrez, aveva organizzato un sit-in in favore di Francisca Lino di fronte all’Ufficio immigrazione (ICE) di Chicago. C’era anche lei, 50 anni e madre di sei figli, tutti americani come il marito, con il quale vive negli Stati Uniti da 18 anni.

Francisca Lino al sit-in in sua difesa a Chicago

Francisca Lino è l’unica in famiglia a non avere la cittadinanza statunitense e per questo sperava di essere al riparo dal rimpatrio. Invece la scorsa settimana è stata convocata dall’Ufficio Immigrazione che applica le nuove regole disposte da Donald Trump. Le è stata comunicata l’espulsione e l’ordine di lasciare gli Stati Uniti entro luglio.

Sono terrorizzata, non riesco ad immaginare la mia vita senza mia madre”, ha dichiarato ai giornalisti una delle figlie di Francisca Lino, che ha solo 16 anni. La donna non ha escluso atti di protesta estremi, se verrà deportata.

Sono anni che Francisca Lino lotta per restare negli Stati Uniti e non essere separata dalla sua famiglia. Nel 2008 infatti, le è stato notificato che la domanda per la Green Card presentata nel 2005 le era stata rifiutata. Lei chiedeva il ricongiungimento familiare con il marito statunitense, che però le è stato negato.

Questo perché nel 1999 era stata bloccata mentre cercava di entrare per la prima volta, clandestinamente, negli Stati Uniti. Allora era stata espulsa. Poi aveva varcato di nuovo il confine e si era costruita una vita a Chicago.

Il deputato Luis Gutierrez ammanettato dalla polizia
Il deputato Luis Gutierrez ammanettato dalla polizia

Assistita dal deputato democratico Luis Gutierrez e dai suoi avvocati, Francisca era riuscita allora a rinviare l’ordine di espulsione fino all’insediamento di Barack Obama. Obama, appena arrivato alla Casa Bianca, diede indicazione ai funzionari dell’Immigrazione di concentrarsi sui migranti illegali che rappresentano una minaccia per la società. Non sulle madri di famiglia come Francisca Lino, senza alcun precedente penale.

Ma ora, con Trump alla Casa Bianca, i funzionari dell’immigrazione di Chicago sono stati irremovibili: la donna non può rimanere più nel Paese ed entro luglio deve partire per il Messico, lasciando tutta la sua famiglia negli Stati Uniti.

Il deputato Luis Gutierrez, definito da alcuni il Martin Luther King della comunità latina negli Stati Uniti, è stato rilasciato poco dopo l’arresto. Ha promesso che non smetterà di seguire il caso e di cercare giustizia per tutti le persone che si ritrovano nella condizione di Francisca Lino.

Gutierrez Tweet

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    Michela Sechi
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Messicano si suicida dopo l’espulsione dagli USA

La politica anti-immigrati di Trump fa la sua prima vittima. Un migrante messicano si è suicidato mezz’ora dopo essere stato espulso dagli Stati Uniti. Guadalupe Olivas Valencia aveva 45 anni e si è ucciso gettandosi da un ponte a Tijuana, in Messico, a pochi metri dal valico di frontiera.

L’uomo era stato espulso per la terza volta proprio mentre Trump annunciava le nuove norme che facilitano le deportazioni dei migranti senza permesso.

Alcuni testimoni hanno riferito che Olivas gridava che non voleva tornare in Messico e sembrava di essere molto angosciato dal fatto di ritrovarsi a Tijuana.

Accanto al corpo, il sacchetto di plastica che le autorità statunitensi consegnano a chi viene deportato, con dentro i suoi documenti ed effetti personali, oltre a un cambio di biancheria e pochi viveri per il viaggio.

Olivas si è lanciato dal ponte di El Chaparral alle 9:50 di mattina, poco lontano dal cancello da cui le guardie di frontiera statunitensi espellono i messicani senza permesso di soggiorno. Un salto di 10 metri. Era ancora vivo quando è stato soccorso, ma è morto poco dopo il suo arrivo in ospedale.

polizia

Le autorità messicane hanno ordinato l‘autopsia: ufficialmente non escludono ancora che Olivas sia caduto dal ponte perché colpito da un’auto. Ma testimoni dicono che è stato visto fermarsi a lungo sul ponte, tanto che qualcuno ha capito che aveva l’intenzione di lanciarsi. Per questo sono stati i vigili del fuoco i primi ad arrivare sul posto.

Organizzazioni per la difesa dei migranti hanno denunciato negli ultimi giorni una serie di retate di immigrati senza documenti in alcune località della California e in altri 5 Stati.

Il valico stradale fra San Ysidro (California) e Tijuana (Messico)
Il valico stradale fra San Ysidro (California) e Tijuana (Messico)

Olivas era originario di Sinaloa, uno degli stati più violenti del Messico e roccaforte del più noto cartello della droga messicano. Finora nessuno dei suoi familiari si è fatto vivo con le autorità messicane.

Le nuove norme anti-immigrati varate da Donald Trump prevedono che possano essere deportati immediatamente non sono i migranti che si macchiano di gravi reati, ma anche quelli che commettono infrazioni lievi, ad esempio un’infrazione stradale.

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    Michela Sechi
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Yoga Pop a RP!

YOGA POP – Sabato 25 febbraio dalle 10:30 alle 12:00

Vieni a fare yoga a Radio Popolare! Sabato 25 febbraio ci sarà una pratica guidata di yoga in sede, sopra la nostra redazione. Siete tutti invitati: voi che non avete mai provato, voi che vi sedete solo nella posizione del loto, voi che volete semplicemente rilassare le dita… dopo aver firmato il modulo Sepa dell’abbonamento a Radio Popolare.

Attenzione! I posti sono limitati, quindi prenotatevi! Bisogna scrivere una email a selva@radiopopolare.it.

Importante: portate il vostro materassino da stendere sul pavimento.

L’ingresso è libero!

Le risposte ad alcune FAQ

Dove ci troviamo?

Nella sede di Radio Popolare, in via Ollearo 5, al primo piano, c’è una stanza sopra la redazione che adesso è vuota. In futuro ospiterà il Museo della Radio. Useremo quella stanza per fare Yoga.

Io non ho mai fatto yoga e non piego la schiena dal lontano 1986. Posso venire?

Certo. La pratica è aperta a tutti: esperti e principianti assoluti. Non è una vera e propria lezione, ma una pratica guidata per condividere un momento di piacevole rilassamento. Ognuno fa quello che vuole e che può.

Chi guida la pratica?

Abbiamo un’insegnante di eccezione: direttamente dalla redazione esteri del GR di Radio Popolare, Michela Sechi, che pratica yoga da anni e saltuariamente lo insegna.

Che tipo di yoga praticheremo?

Uno yoga dinamico, ovvero: ci muoviamo! Non restiamo un’ora seduti a recitare mantra. Dunque non vi annoierete. Per i più esperti, diciamo che sarà una sequenza che si ispira alla prima serie dell’Ashtanga Yoga. Con Asana facilitate per i principianti.

Non ho un materassino da yoga. Va bene anche quello da campeggio?

Va bene qualsiasi tipo di materassino. Anche quelli che si comprano a 5 euro nei negozi di articoli sportivi.

Come bisogna venire vestiti?

Con una tuta o vestiti comodi che permettono di muoversi agevolmente. Meglio venire con già addosso i vestiti adatti. C’è un’unica stanzetta dove in caso di emergenza è possibile cambiarsi, ma non è un vero e proprio spogliatoio.

Scarpe?

Niente scarpe e niente calze. Lo yoga si fa a piedi nudi!!!!

Posso portare anche i bambini?

La pratica – questa volta – è per adulti. Se ci saranno tante richieste, penseremo in futuro anche a qualcosa per i bimbi.

Se arrivo in ritardo posso entrare lo stesso?

No. Lo yoga si fa dall’inizio perché non si può saltare il riscaldamento iniziale, altrimenti si rischia di farsi male. Dunque venite puntuali.

Perché non creiamo un gruppo Yoga Pop permanente?

Perché no? 🙂

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    Michela Sechi
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L’oppositore avvelenato lascia Mosca

Ha lasciato la Russia per andare a curarsi all’estero Vladimir Kara-Murza, un oppositore di Putin che era finito in coma alcuni giorni fa per un sospetto avvelenamento. La sua partenza è stata annunciata dal suo avvocato.

L’attivista 35enne si è ristabilito abbastanza da andare in aeroporto e prendere un aereo. Il 2 febbraio era stato portato in ospedale in gravi condizioni: un cedimento inspiegabile dei suoi reni, identico a quello che aveva sofferto nel 2015. Anche allora si sospettò un avvelenamento.

Vladimir Kara-Murza, giornalista, è il coordinatore del gruppo pro-democrazia Open Russia, fondato dall’ex oligarca Mikhail Khodorkovsky. Il giorno in cui si è sentito male, doveva partire per un viaggio negli Stati Uniti.

Era un amico del leader dell’oppositore Boris Nemtsov, ucciso in un agguato a Mosca nel febbraio 2015.

L’avvocato di Kara-Murza non ha spiegato dove il suo cliente andrà a farsi curare. Si sa solo che è partito accompagnato dalla moglie e da un medico che lo seguirà nel processo di riabilitazione.

“Mi ha incaricato di dire ai suoi amici e colleghi che porterà sempre avanti la sua battaglia per riportare la democrazia in Russia”, scrive l’avvocato in un post su Facebook.

E aggiunge: “La diagnosi nella sua cartella di dimissioni dall’ospedale è sempre la stessa: intossicazione causata da una una sostanza ignota”.

VLAD FB

Il caso Kara-Murza riporta alla mente quello di Aleksandr Livtinenko, ex agente segreto russo morto in un ospedale di Londra nel 2006 dopo un avvelenamento da Polonio, una sostanza altamente radioattiva.

Anche la giornalista Anna Politkovskaya aveva subito un tentativo di avvelenamento nel 2004, prima di essere uccisa nel 2006 a colpi di pistola.

Sempre nel 2004 il leader dell’opposizione ucraina e candidato alla presidenza Viktor Yushenko finì in ospedale per un avvelenamento da diossina che gli sfigurò il volto. Di questo avvelenamento accusò il Cremlino.

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    Michela Sechi
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Kenya, niente sgombero per il campo profughi

In Kenya resta aperto il campo profughi di Dadaab, il più grande al mondo. L’Alta Corte del Paese, infatti, ha deciso che chiuderlo e rimpatriare 260mila profughi somali sarebbe un atto persecutorio nei loro confronti. Rischierebbero la vita, se fossero costretti a tornare in Somalia.

Il governo di Nairobi aveva deciso nel maggio scorso di chiudere il campo. Poi lo smantellamento di Dadaab era stato rinviato di un anno. Ma ora anche la data di maggio 2017 non potrà essere rispettata, per ordine dei giudici.

Il campo di Dadaab fu allestito nel 1991 per ospitare le famiglie in fuga dalla guerra civile in Somalia. Da allora si è sempre ingrossato fino a comprendere cinque diversi agglomerati di tende e baracche.

Per i gruppi armati è stato facile mischiarsi ai profughi. Secondo le autorità del Kenya diversi attentati del gruppo Al Shebab sono stati pianificati proprio nel campo.

Eppure i profughi che abitano a Dadaab non ne hanno nessuna colpa: non è giusto che siano loro a pagare, hanno stabilito i giudici keniani. La vicenda fa pensare agli Stati Uniti e alla battaglia legale in corso sul bando di Trump, che colpisce indiscriminatamente i cittadini di sette Paesi musulmani.

Secondo il giudice keniano John Mativo, autore della sentenza, i profughi che vivono a Dadaab avrebbero dovuto essere ascoltati dal governo, prima della decisione di chiudere il campo. Non farlo è stata una violazione del diritto a un giusto procedimento legale, previsto dalla costituzione del Kenya.

Il giudice ha aggiunto che l’ordine di chiudere Dadaab è discriminatorio e viola i trattati internazionali che proteggono i rifugiati, i quali non possono forzati a tornare nel luogo dove sono perseguitati. In questo caso il governo keniano non ha fornito prove che la Somalia sia tornata un Paese sicuro.

Refugees stand outside their tent at the Ifo Extension refugee camp in Dadaab, near the Kenya-Somalia border in Garissa County, Kenya

Ma allora che fare di Dadaab? Non è pensabile neppure mantenere decine di migliaia di persone in una situazione così precaria. Secondo Amnesty International gli sforzi dovrebbero andare in due direzioni: cercare di integrare parte dei rifugiati nelle comunità locali in Kenya e sistemarne una parte all’estero.

In ogni caso il governo keniano non può lavarsene le mani: l’Alta Corte ha annullato anche la sua recente decisione di smantellare il Dipartimento per i rifugiati. Mentre non convincono gli accordi stipulati con le autorità somale per il rientro di una parte dei rifugiati.

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    Michela Sechi
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Accoglie i migranti minacciati da Trump

Sta diventando virale sui social media il video del Sindaco di Boston Marty Walsh che promette aiuto ai migranti minacciati da Donald Trump. “Aprirò il municipio per proteggervi”, promette. Altro che proibire l’ingresso a chi arriva in America, altro che costruire un muro. Gli Stati Uniti sono fatti di immigrati, ricorda il sindaco. Sono loro la forza e la vitalità dell’America, la linfa che l’ha resa grande.

[youtube id=”2sbsvvOzb8c”]

Walsh invita a i suoi cittadini a non avere paura ed appoggiarsi gli uni agli altri, per difendere i veri valori degli Stati Uniti. “Abbiamo la Costituzione americana dalla nostra parte” ricorda. E offre la sua città – Boston – come rifugio a chi venisse ingiustamente perseguitato.

Marty Walsh, 49 anni, democratico, è nato a Boston ma è di origine irlandese. E’ sindaco dal 2014. Qui sotto la traduzione completa del suo discorso.

“Ho convocato questa conferenza stampa perché sono infastidito e arrabbiato per le notizie che arrivano da Washington DC, oggi” dice il sindaco di Boston.

“La Casa Bianca sta mettendo in pratica le minacce più distruttive e anti-americane fatte in campagna elettorale.

Gli ultimi ordini esecutivi e dichiarazioni del Presidente sugli immigrati sono un attacco diretto agli abitanti di Boston, alla forza di Boston e ai valori di Boston.

Siamo una città – e una nazione – costruita sul contributo degli immigrati e dipendiamo dai nuovi arrivati per preservare la vitalità della nostra comunità.

Il 28 per cento dei residenti di Boston è costituito da immigrati e il 48 per cento dei nostri bambini ha almeno un genitore nato all’estero.

Io ero uno di quei bambini. Boston ha aiutato me e la mia famiglia. Finché io sarò sindaco non volteremo mai le spalle a chi cerca una vita migliore.

Continueremo ad alimentare rapporti di fiducia tra le forze dell’ordine e le comunità di immigrati. E non sprecheremo risorse vitali per politiche di sicurezza federali sbagliate.

Non ci faremo intimidire da minacce di tagli ai finanziamenti federali. Ci aiuteremo a vicenda e abbiamo la Costituzione degli Stati Uniti dalla nostra parte.

Voglio dire direttamente a chi si sente minacciato oggi, o vulnerabile: siete al sicuro a Boston. Farò tutto ciò che è lecito e in mio potere per proteggervi. Se necessario, userò il Municipio come rifugio per proteggere chiunque sia preso di mira ingiustamente.

Ripeto a tutti i cittadini di Boston e a Washington: non arretreremo di un centimetro dal continuare ad essere una comunità cosmopolita e globale che ci ha reso una delle città di maggior successo al mondo.

Il nostro Ufficio di assistenza agli immigrati ha ampliato i suoi servizi sta attivamente monitorando la situazione. Chiunque sia preoccupato, lo può contattare chiamando il numero 311.

Infine, riguardo a questo grosso business della costruzione di un muro: l’energia del presidente e le risorse della nazione dovrebbero essere volte a risolvere le gravi sfide che abbiamo di fronte, sia a livello globale, sia locale. Il Presidente dovrebbe usare la sua amministrazione per creare buoni posti di lavoro.

Egli dovrebbe dirigere piani per aiutare i senzatetto nelle nostre strade; i veterani a rientrare nella vita civile; gli anziani che hanno lavorato duramente per tutta la vita e meritano una pensione sicura; e i bambini nelle nostre scuole.

Il compito di un Presidente è di promuovere l’unità dei cittadini e di farci diventare migliori, non di dividerci gli uni dagli altri e di spaventarci”.

Alla fine del discorso i giornalisti presenti chiedono a Walsh se intende aiutare solo il migranti con il permesso di soggiorno o anche quelli senza documenti. Il sindaco chiarisce che sta parlando proprio dei migranti senza documenti. Che tutti gli uffici del Municipio, compreso il suo, sono aperti per loro.

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    Michela Sechi
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Cosa sarà dei Palestinesi nell’era Trump?

Cosa sarà dei palestinesi nell’era Trump? Lo abbiamo chiesto alla più nota giornalista israeliana, Amira Hass, che da sempre vive nei Territori Occupati. Da anni è corrispondente da Ramallah per il quotidiano israeliano Haaretz. E’ stata nei nostri studi e abbiamo parlato di tutto: di Netaniahu e delle inchieste a suo carico, dello spostamento dell’ambasciata statunitense, delle colonie, della ormai “moribonda” soluzione dei due Stati.

Amira Hass, quali saranno le conseguenze dell’era Trump per i palestinesi?

“La presenza di Trump alla Casa Bianca dà a Netaniahu più fiducia nel fare quello che avrebbe fatto comunque: espandere le colonie. Alcuni dicono che Trump non farà quello che ha promesso, come spostare l’ambasciata. Rimane da vedere. Per palestinesi è triste, perché finché c’era Obama, c’erano comunque dei granelli di speranza. Era il Presidente statunitense che meglio conosceva il conflitto palestinese. Nella sua Amministrazione c’erano comunque delle persone con cui si poteva parlare, persone che parlavano il nostro stesso linguaggio. Con Trump non è più così. Questa è una grossa sconfitta per la politica di Abu Mazen, tutta basata sulla diplomazia. Per il palestinese della strada, penso che per ora non percepisca la differenza fra Obama e Trump. Se l’era Trump spingerà più palestinesi verso atti di disperazione, questo non lo posso prevedere”.

Se davvero Trump sposterà l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, cosa potrebbe succedere?

“Personalmente non sono molto impressionata da questi simboli. L’ambasciata la puoi spostare a Gerusalemme e successivamente la puoi riportare indietro a Tel Aviv. L’Autorità palestinese ne ha fatto una grande questione e continua a lanciare allarmi. Io penso che sia un errore. L’Autorità Palestinese non ha il potere di fare molto: non può portare la gente in piazza perché non ha seguito. Non può minacciare ritorsioni da parte di altri stati arabi o musulmani perché molti sono amici di Israele. A quanto sembra lo spostamento dell’ambasciata non avverrà nei prossimi due mesi: ci vorrà qualche anno. Ma questo parlare di qualcosa di incerto che avverrà nel futuro, distrae la nostre attenzione da cose che stanno accadendo adesso. Nessuno parla, ad esempio, della demolizione di case nella Valle del Giordano, e dei continui attacchi dei coloni contro i palestinesi. Succede ogni giorno. Penso che sia anche un errore dei media il lanciare l’allarme su alcune questioni future, dimenticando quello che accade ora”.

Gerusalemme Est sta vivendo una situazione molto difficile, mi sembra.

“Gerusalemme est è un posto davvero triste. Durante 50 anni di dominazione israeliana abbiamo trasformato una città tranquilla, bella e piacevole in un insieme di quartieri degradati e impoveriti. L’80% degli abitanti palestinesi di Gerusalemme vive ormai sotto la soglia di povertà, e sotto pressione continua: in ogni momento la tua casa può essere sequestrata, o puoi essere aggredito dalla polizia, o dai coloni, o puoi essere arrestato, o il tuo bambino può essere arrestato, o puoi perdere il lavoro, o essere ucciso. Gli abitanti palestinesi di Gerusalemme vivono in uno stato di insicurezza permanente, perché sono sempre nel mirino. O meglio: tutti i palestinesi che vivono sotto occupazione israeliana lo sono, ma a Gerusalemme la situazione è ancora più pesante perché non c’è nessun posto dove nascondersi”.

E’ peggio di Gaza, con il muro e l’embargo?

“Ogni tanto scherzo e dico che sono diventata palestinese anch’io, perché – come i palestinesi – passo il tempo a fare confronti e discutere se si vive peggio in quella città o in quell’altra. A lungo ho sostenuto che il posto peggiore per i palestinesi è la Striscia di Gaza, ma negli ultimi anni sono giunta alla conclusione che il posto peggiore è Gerusalemme Est. Perché il contatto con la dominazione israeliana lì è quotidiano. Gli abitanti sono stati annessi a Israele e contemporaneamente sono discriminati. Sentono addosso ogni momento l’amarezza delle manifestazioni razziste della politica israeliana.

Dunque la situazione è peggiorata?

Basta camminare per le strade di Gerusalemme per vedere ogni momento poliziotti o poliziotte, di solito molto giovani, che fermano i passanti palestinesi e gli chiedono i documenti. Sono sotto attacco su tutti i fronti. Le tasse municipali continuano ad aumentare ma i loro salari non bastano a pagarle. In tutti gli aspetti della vita c’è umiliazione, oltre al continuo impoverimento. C’è un così grande contrasto fra la bellezza del posto e la tragedia di chi ci vive. Attenzione però, non voglio dare l’impressione di un posto soltanto tragico, perché i Palestinesi sanno come vivere anche in quella situazione, sanno come riderne e anche divertirsi. Ma io, che non vivo a Gerusalemme Est ma ci vado ogni tanto, venendo da Ramallah, noto sempre quanto è pesante.

Il premier israeliano Netaniahu è sotto inchiesta per corruzione. La polizia israeliana continua a trovare nuove prove. Questo potrebbe essere l’inizio della sua fine politica?

“Penso che per molti israeliani di destra sia meglio tollerare gli scandali che perderlo come leader della destra. Molti pensano che sia normale un certo grado di corruzione nei circoli del potere. Riguardo ai regali ricevuti da Netaniahu, è che chiaro che lui è sua moglie hanno sempre condotto uno stile di vita molto lussuoso, come se questa ricchezza gli spettasse di diritto. Ma anche se la polizia continuerà a indagare, io penso che Netaniahu ne uscirà indenne. Penso che la sua caduta sia più che altro un desiderio del centro-sinistra israeliano che non riesce a liberarsi di lui tramite le elezioni e dunque spera che sbarazzarsene tramite le inchieste. Ma la mia impressione è che la maggioranza degli israeliani non sia troppo impressionata da questi scandali”.

Ha ancora senso parlare della soluzione dei due stati?

“Ha ancora senso parlare dei principi che stanno alla base dell’idea dei due Stati. E’ importante ricordare che ci sono due popoli in questo paese e che entrambi hanno dei diritti, compreso quello all’autodeterminazione. Solo che uno dei due popoli ne gode, mentre l’altro ne è deprivato. Israele ha fatto di tutto per sabotare la soluzione dei due stati. Quello che hanno in mente gli israliani – lo dico da sempre – è la soluzione dei sette stati, ovvero creare delle enclave palestinesi che si possano controllare agevolmente: lo stato si Gaza, lo stato di Ramallah, lo stato di Nablus, e così via. E ci sono riusciti di fatto”.

Ma questo non assicura la pace.

“Gli accordi di Oslo hanno dimostrato che Israele non vuole la pace, se qualcuno aveva ancora qualche dubbio. Non si incoraggiano i coloni, non si sequestra la terra palestinese, non si demoliscono le case palestinesi se si vuole la pace. Se Israele accettasse la soluzione dei due stati, dovrebbe definire i suoi confini e smantellare le colonie. Ma non lo vuole fare, perché significherebbe rinunciare ai propri privilegi. Per questo Israele ha bisogno di essere sempre sull’orlo della guerra, ha bisogno di una continua tensione, per poter continuare a reprimere palestinesi. Israele lo fa perché la comunità internazionale glielo ha consentito. Da subito dopo gli accordi di Oslo”.

Le colonie rendono ormai impossibile la creazione di uno stato palestinese vivibile?

“Io non sono d’accordo con quelli che dicono che la soluzione dei due stati non è possibile perché ci sono troppe colonie. La presenza delle colonie non è un fatto irreversibile. Le colonie sono illegali secondo la legge internazionale e vanno rimosse. Chi dice che è una situazione irreversibile, fa il gioco delle autorità israeliane. Si può smettere di sottrarre terra e acqua e spazio ai palestinesi. E’ possibile”.

Come fare a rimuovere le colonie?

“Se ci fosse la volontà politica, Israele verrebbe messo di fronte a un’alternativa: o smantellate le colonie o evacuarle. Una decisione va presa, perché se la situazione va avanti così, può esplodere. Non ci vuole un profeta per dire che potrebbe esplodere. Ma io non ho idea di come si potrebbe dare il via a questo cambiamento nell’era Trump”.

Com’è la sua vita a Ramallah?

“A volte mi chiedo se ho una vita, perché lavoro, lavoro e lavoro (ride, ndr). Vivo in mezzo ai palestinesi e ciò mi piace, perché mi permette di vivere secondo le mie convinzioni. Vivo la mia vita in entrambe le società, quella israeliana e quella palestinese. O qualche volta penso: in nessuna delle due. Ma comunque è la mia scelta e va bene così”.

La sua voce continua ad essere ascoltata in Israele? Gli israeliani continuano a voler leggere quello che lei scrive?

“Non penso che gli israeliani abbiano mai voluto leggere quello che scrivo! Oppure sì, ci sono alcuni gruppi di israeliani che vogliono leggermi. Sono comunque orgogliosa di tanti giovani giornalisti che stanno crescendo, e di tanti giovani attivisti che mi usano come punto di riferimento. Mi sento un po’ il padre spirituale del sito internet d’informazione 972, fatto da una serie di giovani, scritto in ebraico e in inglese. Penso che che questo ambiente sia il mio habitat naturale. Ma in generale, no: non penso che gli israeliani vogliano leggermi. Non penso che gli israeliani vogliano sapere.

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    Michela Sechi
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Boom di donazioni alle cause progressiste

L’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti – per quanto disperante – ha almeno un effetto positivo. Le donazioni di denaro a organizzazioni che si battono per i diritti delle donne e per altre cause progressiste si sono moltiplicate.

Planned Parenthood, un’organizzazione che difende il diritto all’aborto, ha visto le donazioni aumentare di 40 volte in poche settimane. Il 70 per cento dei donatori non aveva mai contributo prima.

C’è anche il gusto della provocazione: ben 82 mila persone hanno donato a Planned Parenthood a nome di Mike Pence, l’uomo scelto da Trump come vice-presidente, noto per essere un pasdaran anti-aborto. I ringraziamenti di Planned Parenthood, insomma, arrivano dritti all’ufficio di Pence.

Il sito internet dell’American Civil Liberties Union è collassato il giorno dell’elezione di Trump per le troppe donazioni, che sono aumentate del settemila per cento. Da allora la ACLU ha raccolto 23 milioni di dollari da più di 300 mila piccoli donatori: un record nella sua storia.

La ACLU ha  particolarmente bisogno di fondi in questo momento perché ha promesso di portare Trump davanti ai giudici, se i falchi della sua amministrazione andranno a toccare i diritti civili degli americani. La sua campagna usa la foto del Presidente eletto e la scritta “see you in court“, ci vediamo in tribunale.

Secondo il quotidiano britannico Guardian, sono di diverso tipo le associazioni che hanno visto un vertiginoso aumento delle donazioni dall’8 novembre in poi. Si tratta di gruppi ambientalisti, gruppi per il diritto di voto e per i diritti degli immigrati, sindacati che si battono per un aumento del salario minimo, ong a favore della scuola pubblica. E’ cresciuto enormemente anche il numero di aspiranti volontari.

Diverse associazioni sostengono che quest’anno molti americani, invece di spendere per i regali di Natale, hanno deciso di donare per le cause che stanno loro a cuore e che sentono minacciate.

Il Sierra Club – un’associazione ambientalista preoccupata perché Trump nega il cambiamento climatico – ha raccolto più donazioni nella settimana seguente all’elezione di Trump che nell’intero anno precedente.

Anche diverse associazioni LGBT come Human Rights Campaign e Lambda Legal hanno beneficato dell’effetto Trump e hanno visto le loro casse riempirsi come mai fino ad ora.

Riguardo a Planned Parenthood, Obama ha cercato di tutelare in extremis i milioni di americani che utilizzano i suoi servizi (non solo aborto, ma anche contraccezione, pillola del giorno dopo e salute riproduttiva). Trump aveva promesso di toglierle i fondi federali. Il 15 dicembre scorso l’amministrazione Obama ha emesso un provvedimento che vieta ai singoli Stati di sottrarre fondi pubblici alle organizzazioni che offrono fra i loro servizi l’interruzione di gravidanza. Il provvedimento entrerà in vigore a gennaio, due giorni prima dell’inauguration day dell’Amministrazione Trump.

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    Michela Sechi
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Quando gli immigrati siamo noi

La Svizzera non imporrà quote all’assunzione di lavoratori stranieri, anche se un referendum approvato nel 2014 lo chiedeva. Tirano il fiato i tantissimi italiani che lavorano nel paese, fra cui 60 mila frontalieri italiani che varcano quotidianamente la frontiera.

E’ stata l’Unione Europea a dire no. Bruxelles si è rifiutata di derogare in qualsiasi modo alla libera circolazione delle persone (e dei lavoratori), cui la Svizzera aderisce anche se non è uno stato membro. Così, per salvare tutti gli accordi in corso con l’Unione Europea, Berna ha scelto una soluzione morbida.

Invece di imporre quote al numero dei lavoratori stranieri, come chiedeva il referendum, la Svizzera ha optato per una legge che invita i datori di lavoro ad assumere gli svizzeri prima di ricorrere agli stranieri.

Se ci saranno casi di disoccupazione superiore alla media all’interno di particolari settori economici, i datori di lavoro dovranno comunicare le offerte di lavoro agli uffici regionali di collocamento (Urc), pena una multa. I datori di lavoro saranno tenuti a valutare per primi i disoccupati iscritti all’Urc, ma non saranno obbligati ad assumerli. E non dovranno giustificarsi se sceglieranno uno straniero.

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La nuova legge federale sugli stranieri è stata approvata in via definitiva dal parlamento di Berna, suscitando le ire del partito populista Udc, che la ritiene un tradimento del referendum “contro l’immigrazione di massa” del 9 febbraio 2014, approvato dal 50,3% degli elettori.

Se non va a toccare le assunzioni dei lavoratori europei, la legge prevede però criteri più stringenti per la concessione del permesso di domicilio, tenendo conto della sicurezza, l’ordine pubblico, l’aderenza ai valori della costituzione svizzera (fra cui l’eguaglianza uomo-donna) e l’integrazione nella vita lavorativa.

La strada scelta dal parlamento di Berna non è piaciuta alla destra populista dell’Udc, primo partito svizzero. E’ “una giornata nera per il paese”, ha commentato il capogruppo dell’Udc Adrian Amstutz, che ha parlato anche di “violazione costituzionale senza precedenti”, “capitolazione davanti all’Unione Europea”, e “umiliazione per il popolo svizzero”.

Il partito sostiene che nessuna delle rivendicazioni del referendum del 9 febbraio 2014 è stata accolta dalla nuova legge e ha minacciato il lancio di un’iniziativa popolare per disdire l’accordo di libera circolazione delle persone concluso con l’Unione Europea.

Ma gli altri partiti svizzeri sostengono che non si tratta affatto di un tradimento, perché l’Udc aveva garantito ai cittadini che votare sì al referendum non significava denunciare gli accordi bilaterali con l’Unione Europea. Certo, il testo del referendum chiedeva di rinegoziare questi accordi, ma non diceva cosa bisognasse fare se l’Unione Europea si fosse rifiutata di farlo, come di fatto è avvenuto.

La vicenda svizzera viene seguita con attenzione dalla stampa britannica in chiave Brexit. L’esito del referendum in Gran Bretagna ha sicuramente pesato sulla fermezza dell’Unione Europea.

La Commissione europea ha fatto sapere che la nuova legge “sembra andare nella buona direzione”, anche se si riserva di studiarne il testo. Bruxelles nei prossimi giorni consulterà gli Stati membri, Italia compresa.

L’Italia infatti era particolarmente preoccupata per il sentimento anti-stranieri emerso in Svizzera e in particolare in Canton Ticino, dove un referendum per limitare il numero di frontalieri era stato approvato a settembre con un 58% di sì. Il testo, promosso dal partito di destra Udc e sostenuto dalla Lega dei Ticinesi, chiedeva l’obbligo di preferire gli svizzeri al momento dell’assunzione e chiedeva che quest’obbligo fosse inserito nella Costituzione Svizzera.

 

Subito l’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni aveva commentato negativamente l’esito del referendum, paventando conseguenze nei rapporti fra l’Ue e la Svizzera. Ora tutto sembra superato dalla nuova legge federale.

L’Unione Europea ha comunque avvertito che continuerà ad osservare con attenzione la maniera in cui la nuova legge verrà applicata. Insomma, non dovranno esserci discriminazioni in Svizzera contro i lavoratori dell’Unione Europea.

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    Michela Sechi
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Wonder Woman non sarà più ambasciatrice Onu

L’Onu ha deciso di mettere fine alla sua campagna che usava l’eroina dei fumetti Wonder Woman come testimonial per i diritti e la forza delle donne. L’annuncio è di un portavoce del Palazzo di Vetro, che non ha fornito ulteriori spiegazioni.

Wonder Woman, incoronata Ambasciatrice Onu lo scorso ottobre, è rimasta in carica solo due mesi. La scelta di questo personaggio – nato negli Stati uniti nel 1941 e protagonista di una serie televisiva negli anni ’70 – aveva suscitato da subito tante polemiche. Una petizione contro Wonder Woman aveva raccolto 45mila firme.

Personale Onu volta le spalle in segno di protesta alla nomina di Wonder Woman Ambasciatrice Onu
Personale Onu volta le spalle in segno di protesta quando Wonder Woman viene scelta come Ambasciatrice

A molti infatti non piacevano le forme esibite e le scollature di Wonder Woman, simile più allo stereotipo della donna oggetto, piuttosto che simbolo della forza e della dignità delle donne.

Altri criticavano il fatto che all’Onu non avesse scelto una donna in carne ed ossa come testimonial della sua campagna, come se non ci fossero abbastanza donne coraggiose che si battono per i loro diritti e per far sentire la loro voce.

L’Onu stesso è sotto accusa per dare poco spazio alle donne ai suoi vertici. Non solo non c’è mai stato un segretario generale donna, ma – secondo uno studio – fra i dirigenti delle Nazioni Unite solo uno su dieci è donna.

Sarà maschio anche il prossimo segretario generale. L’ex premier portoghese Antonio Guterres è stato scelto all’unanimità dal Consiglio di sicurezza dell’Onu a dispetto del fatto che c’erano ben 7 donne candidate, alcune con più esperienza di lui.

Lo scorso agosto il segretario uscente Ban Ki Moon aveva detto che era venuto il tempo per una donna ai vertici dell’Onu, dopo 70 anni di vita dell’organizzazione e otto segretari generali tutti uomini.

Era nata anche una “Campagna per eleggere una donna Segretario Generale dell’Onu” su iniziativa di un gruppo di accademici. Il gruppo ha definito “una vergogna” la scelta di un ennesimo uomo alla poltrona più alta dell’Onu.

“Altro che soffitto di cristallo: è un soffitto d’acciaio che bisognerebbe rompere”, aveva dichiarato Susana Malcorra, una delle candidate e ministra degli esteri argentina.

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    Michela Sechi
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“Adesso bisogna scoprire chi ha depistato”

“Me lo aspettavo, perché fin dall’inizio si sapeva che Hashi Omar Hassan era il classico capro espiatorio. Sapevamo dal 2004 che l’unico testimone d’accusa era un testimone falso”.

Mariangela Gritta Grainer – già Presidente dell’Associazione Ilaria Alpi – non è sorpresa per la sentenza della Corte d’appello di Perugia che ha assolto il somalo dichiarato colpevole per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Hassan ha trascorso in cercere – da innocente – 17 anni di carcere sui 26 a cui era stato condannato, ma oggi finalmente è libero.

Hashi Omar Hassan
Hashi Omar Hassan

La Corte ha riconosciuto ciò che gli avvocati della famiglia Alpi ripetevano da tempo e che era emerso da un’inchiesta giornalistica: il testimone che accusava Hassan aveva dichiarato il falso. Era stato pagato per farlo e lo aveva ammesso.

“Sono contenta per l’assoluzione di Ashi e anche contenta perché finalmente si riaprirà la ricerca della verità, per fare giustizia sul caso di Ilaria” prosegue Mariangela Gritta Grainer. Che pensa sia possibile una svolta, anche dopo 22 anni dall’omicidio.

“Non solo è possibile, è anche urgente e necessario. Ora c’è questa sentenza, poi c’è tutto il materiale che che è stato desecretato dalla Camera dei Deputati. Grazie a questo materiale, oggi possiamo scoprire non solo chi ha sparato e chi ha ordinato l’omicidio. Possiamo scoprire anche chi ha depistato: chi nel 1997 ha costruito un capro espiatorio. E qui ci sono anche responsabilità che vanno cercate dentro le istituzioni”.

Mariangela Gritta Grainer (sinistra) e Luciana Alpi ricevute un anno fa dalla presidente della Camera
Mariangela Gritta Grainer (sinistra) e Luciana Alpi ricevute un anno fa dalla presidente della Camera Boldrini

Secondo l’ex deputata il contesto in cui è avvenuto l’omicidio è ormai noto. “Si sanno tante cose. Si sa cosa è successo quel 20 marzo 1994. Si sa che cosa è successo prima. Si sa cosa stava facendo Ilaria Alpi. Si sa che è stata uccisa assieme al suo operatore per le cose che avevano scoperto in Somalia. Si sa che è stata attirata in una trappola al suo ritorno a Mogadiscio da Bosaso e si sa che c’è stata un’omissione di soccorso; lì c’erano ancora militari, servizi segreti, eccetera”.

E’ ormai chiaro che Ilaria e Miran avano scoperto qualcosa di scottante. “Si sa per certo che lei aveva trovato cose grosse rispetto ai traffici di armi e di rifiuti tossici. Si sa che molti bloc notes di Ilaria sono stati rubati, assieme diverse cassette video girate da Miran Hrovatin. Gli esecutori sono senz’altro somali, ma i mandanti possono essere anche europei, non solo somali”.

Mariangela Gritta Grainer pensa che si possa anche arrivare alla verità sul traffico di armi e rifiuti tossici che i due giornalisti della Rai avevano scoperto: “Sicuramente sì, perché c’è un materiale enorme, che si trova anche sul sito web che è stato reso pubblico dalla Camera dei Deputati. Lasciamo state le conclusioni a cui è arrivata la Commissione d’inchiesta presieduta dall’avvocato Taormina: lasciamole stare. Ma il materiale che è stato acquisito dalla quella commissione e che ora è pubblico, contiene un sacco di informazioni che possono far arrivare ai responsabili. E anche la Commissione Ecomafie ha raccolto materiale, ha interrogato testimoni. E quindi è davvero possibile arrivare fino in fondo”.

L’incognita sono i tempi: “Dipendesse da me, lo farei il più rapidamente possibile! Adesso è la Procura di Roma che ha ancora aperto il fascicolo, e quindi deve proseguire nella ricerca della verità. Nelle carte c’è anche troppo. E’ chiaro che io non sono un magistrato e la verità giudiziaria forse è più complessa da raggiungere di quella politica, di quella delle inchieste giornalistiche e di quella che appare. La verità giudiziaria è fatta anche di prove e trovarle spetta alla magistratura. Però – se si vuole – si può trovare” conclude l’ex presidente dell’Associazione Ilaria Alpi.

Ascolta l’intervista a Mariangela Gritta Grainer

Meno ottimista la madre della giornalista. “La verità non l’abbiamo e secondo me non l’avremo mai, perché ormai sono passati quasi 23 anni e il tempo è dalla loro, non è dalla mia parte” ha detto Luciana Alpi dopo la lettura della sentenza. “Sono molto amareggiata e molto depressa: è come se Ilaria e Miran fossero morti per il caldo che faceva a Mogadiscio e questo non va bene”.

E ancora: “Non ho più voglia di essere presa in giro da queste persone perché ci hanno riempito di bugie, di depistaggi e non hanno combinato nulla. Non è grazie alla procura di Roma o grazie a un’altra procura, è grazie alla giornalista Chiara Cazzaniga (di Chi l’ha visto, ndr) che oggi Hasci è libero. Se non ci fosse stata lei Hasci oggi sarebbe ancora in carcere. Questo glielo dobbiamo, anche perché oggi molto spesso si parla male dei giornalisti, ed invece spesso fanno più che il loro dovere”.

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    Michela Sechi
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I video di Al Qaeda “made in Pentagono”

Il Pentagono ha commissionato e fatto circolare falsi video attribuiti ad Al Qaeda, con lo scopo di identificare le persone che li guardavano. Lo ha rivelato un gruppo di giornalisti investigativi, il Bureau for Investigative Journalism, con base alla City University di Londra.

L‘inchiesta si basa sulle rivelazioni di un ex dipendente della società britannica incaricata di produrre i falsi video in Iraq. Per questo compito la Bell Pottinger, fra il 2006 e il 2011, ha ricevuto più di 540 milioni di dollari dal governo degli Stati Uniti.

Secondo l’inchiesta, svolta in collaborazione con il britannico Sunday Times, tutto si svolgeva a Camp Victory, enorme base statunitense in Iraq. A questa colossale operazione mediatica e segreta lavoravano fino a 300 dipendenti della Bell Pottinger contemporaneamente, in parte britannici e in parte iracheni.

C’erano tre tipi di materiale che venivano prodotti nell’enorme sala stampa, nascosta nella base militare: articoli e video cosiddetti “bianchi”, di cui era dichiarata la paternità; video “grigi”, che venivano diffusi come provenienti da fonte anonima; infine video cosiddetti “neri”, ovvero a firma falsa.

Erano proprio questi i video attribuiti falsamente ad Al Qaeda. La Bell li produceva con immagini di bassa qualità e nello stile dei media arabi, perché nessuno doveva accorgersi che quei filmati in realtà uscivano da una base statunitense.

I falsi video venivano copiati su cd che i militari americani abbandonavano nelle case irachene che andavano a perquisire. Quei cd portavano all’interno un codice che permetteva al Pentagono di sapere dove venivano guardati, attraverso che mani passavano.

Allo stesso modo venivano prodotti articoli e filmati di propaganda che venivano fatti circolare sulla stampa araba come se fossero scritti da giornalisti locali.

L’ex dipendente della Bell Pottinger che è la “gola profonda” di questa inchiesta ha un nome e un cognome: si chiama Martin Wells. Ha lavorato in Iraq per due anni, dal 2006 al 2008, e adesso non è più dipendente dell’azienda. E’ il primo impiegato della Bell Pottinger ad aver mai rilasciato un’intervista.

Martin Wells, ex dipendente della Bell Pottinger
Martin Wells, ex dipendente della Bell Pottinger

Ha raccontato ai giornalisti del Bureau for Investigative Journalism che il tempo trascorso a Camp Victory è stato “scioccante, mi ha aperto gli occhi, mi ha cambiato la vita”. Al programma segreto collaboravano comandanti statunitensi di alto rango e i dirigenti rispondevano direttamente al Pentagono e alla CIA.

La Bell Pottinger – fra l’altro – non è uno studio di comunicazioni qualsiasi. Si dice sia suo il merito di aver addolcito l’immagine di Margaret Thatcher e di aver aiutato i conservatori britannici a vincere tre elezioni consecutive. Fra i suoi clienti ha avuto diversi regimi repressivi. Arrivò in Iraq subito dopo l’invasione statunitense, nel 2004, incaricata dapprima di produrre news che incoraggiassero elezioni democratiche. Ma poi il programma di propaganda fu ampliato, includendo ben altri compiti.

Martin Wells era un editor di video freelance quando nel 2006 è stato contattato dalla Bell e dopo un colloquio spedito a Baghdad, con solo due giorni per preparare i bagagli. Chi lo assunse, gli fece sapere che erano state fatte indagini su di lui, prima di affidargli quel lavoro, per cui era necessaria la “clearence” dei servizi segreti.

Ha lavorato a Camp Victory per due anni, pensando che il materiale falso che lui produceva potesse aiutare i militari americani a sconfiggere una guerriglia che stava già facendo migliaia di vittime. Poi però cominciarono i dubbi. “Non ero più tanto sicuro che fosse il modo legale, giusto, di farlo”, dice oggi ai giornalisti che lo hanno intervistato.

Tante tv, in quegli anni, hanno mostrato video di Al Qaeda: assalti, esplosioni, agguati, immagini di bassa qualità, ma spesso crude. E fiumi di inchiostro sono stati spesi per analizzare quelle immagini. Quanti – in realtà – erano “made in Pentagono”? L’inchiesta non lo dice: l’unità specializzata in questa produzione non esiste più dal 2011 e la Bell Pottinger ha cambiato proprietari.

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    Michela Sechi
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Agnes Heller: “Perché Orbán ha vinto e perso”

“Questo referendum è stato messo in piedi da Viktor Orbán con scopi che vanno al di là della questione dei migranti. Il suo solo obiettivo era rafforzare il suo potere all’interno dell’Ungheria e in Europa. E questo lo ha attenuto”. E’ amara l’analisi della filosofa ungherese Agnes Heller sui risultati del referendum ungherese di domenica 2 ottobre.

Certo, il quorum non è stato superato: ha votato uno scarso 43 per cento dell’elettorato. Ma il premier ungherese è riuscito di nuovo a guadagnarsi la ribalta europea e – lungi dal dimettersi – resta saldo in sella.

“Certo, questo referendum ha avuto anche effetti funesti per lui – spiega Heller – perché malgrado la macchina propagandistica che ha messo in piedi, malgrado abbia speso più di un miliardo di fiorini nella campagna per il no, malgrado avesse il totale controllo dei media, malgrado ci fossero suoi manifesti dappertutto, malgrado avesse mobilitato i dipendenti pubblici per fare campagna per lui, non è riuscito a ottenere il quorum, a far sì che il referendum fosse valido”.

“Nonostante questo – continua Heller – Orbán ha dichiarato di aver vinto, grazie al fatto che la maggior parte dei votanti hanno optato per il no ai migranti, come lui indicava. Dimenticando che l’opposizione si era schierata non per il sì, ma per il boicottaggio del referendum. Era ovvio che tutti quelli che fossero andati alle urne avrebbero votato no. Siamo dunque in una situazione in cui entrambe le parti si dichiarano vincitrici”.

Agnes Heller, classe 1929, è di passaggio in Italia per presentare il suo saggio Il vento e il vortice,  scritto assieme a Riccardo Mazzeo e pubblicato da Erickson. Da bambina, in Ungheria, fece esperienza della persecuzione e dello sterminio nazista. Suo padre, ebreo, morì nel campo di concentramento di Auschwitz nel 1945. Negli anni precedenti aveva sfruttato le sue conoscenze legali e del tedesco per aiutare tanti ebrei a preparare le carte per emigrare dall’Europa nazista.

Ho pensato tutta la vita cosa significa negare a un perseguitato un rifugio in un altro Paese”, ha detto Agnes Heller lo scorso aprile in un’intervista al manifesto. “Se gli altri Paesi europei ci avessero dato asilo, forse la metà degli oltre 600mila ebrei ungheresi si sarebbero salvati”.

Tornando al referendum di domenica in Ungheria, Agnès Heller ci spiega il paradosso di una maggioranza e di un’opposizione ungheresi che ora si dichiarano entrambi vincitrici. “L’opposizione sostiene di aver vinto perché il referendum senza il quorum non è valido. Victor Orbán  sostiene di aver vinto perché il no è stato maggioranza. E’ molto difficile mentire con una domanda, ma in questo caso è avvenuto: la domanda oggetto del referendum è una menzogna e non si poteva rispondere né sì né no, perché entrambe le risposte sarebbero state false!”

Tutto sta nell’ambiguità della domanda del referendum: “Volete che all’Unione Europea sia consentito ordinare all’Ungheria di accogliere cittadini non ungheresi, senza che sia necessaria l’approvazione del Parlamento ungherese?”. In realtà, se l’Unione europea non potesse prendere decisioni a maggioranza, non esisterebbe, né avrebbe senso che l’Ungheria ne facesse parte. Ma attenzione: Orbán si guarda bene dal chiedere la Huxit, ovvero l’uscita dell’Ungheria dall’Unione Europea. Sa troppo bene – infatti – che l’economia ungherese sta in piedi solo grazie agli aiuti europei.

Ma dunque il referendum ungherese cosa cambia? chiediamo ancora ad Agnes Heller. “La verità è che il boicottaggio del referendum ha avuto successo. Ma Orbàn si sarebbe dichiarato vincitore con qualsiasi risultato, perché lui fa così: lui vince sempre. E’ questo il messaggio che lui comunica in ogni momento. In pratica il risultato di questo referendum è nullo, ma non c’è mai stata la questione dei migranti dietro questa consultazione. In gioco c’era solo l’influenza politica di Viktor Orbàn in Ungheria e in Europa, che è stata riconfermata. Ma niente di concreto è stato ottenuto o perduto con questo referendum”.

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    Michela Sechi
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“Attacco chimico contro Aleppo”. L’Onu indaga

Almeno un barile bomba con gas tossici sarebbe caduto mercoledì sera sulla parte orientale di Aleppo, controllata dai ribelli. I guerriglieri accusano il regime siriano e parlano di gas al cloro. Ci sarebbero almeno tre vittime e decine di persone finite in ospedale, intossicate. Su internet circolano video di donne e bambini soccorsi con le mascherine per ossigeno (Qui le immagine esclusive girate dalla BBC).

L’Onu ha aperto un’inchiesta. “Se l’attacco chimico fosse confermato, si tratterebbe di un crimine di guerra“, ha detto l’inviato speciale dell’Onu per la Siria Staffan De Mistura.

Il distretto di Aleppo colpito è quello di Zabadiya. Il bombadamento sarebbe avvenuto alle 19.30 di mercoledì sera, secondo la Difesa Civile Siriana (White Helmets), un gruppo di volontari che opera nelle zone controllate dai ribelli. I volontari hanno visto un elicottero sganciare un barile sul quartiere. Subito dopo nell’aria si è sentito uno strano odore.

“Una donna è soffocata per i gas tossici insieme alla figlia di dieci anni e al suo bambino di quattro anni”, ha raccontato alla rete televisiva Al Jazeera Khaled Khaled, un volontario del gruppo. I White Helmets dicono di non essere in grado di capire di che gas si tratti.

La notizia è confermata anche da Hamza Khatib, manager dell’Ospedale Al Quds di Aleppo. Khatib ha detto a un fotografo dell’agenzia di stampa Reuters che quattro persone sono arrivate in pronto soccorso uccise da gas tossici e altre 55 sono state soccorse. Il medico sta conservando frammenti dei vestiti delle vittime perché si possa in seguito analizzarli e capire di che sostanza si tratta.

Già alcuni giorni fa i residenti del quartiere Al Qatarji (Est di Aleppo) avevano denunciato il lancio di proiettili al cloro, ma nessuno era rimasto seriamente intossicato. Il giorno stesso c’era stato un attacco al cloro contro la cittadina di Saraqeb, nella provincia di Idlib. Qui 33 persone, fra cui 18 donne e dieci bambini, erano stati portati in ospedale intossicati.

Il regime ha sempre negato di usare armi chimiche. Le forze russe, che appoggiano l’esercito di Assad, accusano i ribelli e l’Isis di essere responsabili di questi attacchi. Gli investigatori dell’Onu accertarono che il regime di Assad usò gas sarin nel 2013 nel Ghouta Orientale, uccidendo almeno 1.429 persone.

All’epoca Bashar Assad – per scongiurare un attacco militare nei suoi confronti – accettò di distruggere l’arsenale chimico siriano sotto la supervisione internazionale. La distruzione è stata ufficialmente completata nel gennaio di quest’anno, ma non si sa se tutte le armi chimiche in possesso del regime siriano siano state effettivamente distrutte.

Intanto 15 degli ultimi 35 medici rimasti ad Aleppo – nella parte controllata dai ribelli – hanno scritto una lettera al presidente degli Stati Uniti Obama, chiedendogli un intervento urgente per fermare il bombardamento degli ospedali nelle zone assediate.

“Non abbiamo bisogno né di lacrime né di preghiere”, scrivono i medici. “Abbiamo disperatamente bisogno di una tregua nella parte orientale da Aleppo per fermare gli attacchi e un’azione internazionale per assicurare che Aleppo non si assediata un’altra volta”. Alcuni degli altri medici non hanno voluto firmare la lettera perché ormai considerano ogni appello internazionale inutile.

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Il ballerino che scavava i tunnel

Ilir Kerni è oggi il direttore del Teatro dell’Opera di Tirana. Da giovane era una stella della danza di cui il regime albanese si faceva vanto. Ma nel 1991 – mentre i suoi compatrioti cercavano con ogni mezzo di raggiungere le coste italiane – anche lui emigrò in Francia, grazie a una borsa di studio all’Opéra di Parigi.

Come tanti albanesi che partirono 25 anni fa, ora è tornato, per far rinascere la danza nel suo Paese. Dopo le interviste a Ilir Butka (direttore dell’Istituto albanese di Cinematografia) e a Artan Shabani (direttore della Galleria d’Arte Moderna di Tirana) vi raccontiamo la sua storia, per capire che ne è stato di alcuni dei “migranti” allora.

Diversamente da altri artisti, io non sono mai stato un esiliato politico. Ho lasciato l’Albania perché avevo ottenuto una borsa di studio dell’Unesco all’Opéra di Parigi e all’Opéra di Strasburgo, per sei mesi. Dopo questi sei mesi mi hanno proposto un contatto all’Opéra di Strasburgo e così sono restato in Francia. Infine sono approdato a Zagabria. A partire dal gennaio 1991, non ho più vissuto in Albania, anche se ogni tanto tornavo per fare degli spettacoli o per vedere la mia famiglia“.

Ilir Kerni oggi al Teatro dell'Opera di Tirana (foto di Mattia Marinolli)
Ilir Kerni oggi al Teatro dell’Opera di Tirana (foto di Mattia Marinolli)

Com’era essere ballerino all’epoca del regime comunista, quando l’Albania era isolata dal resto del mondo?

Noi ballerini eravamo privilegiati rispetto ad altri. E se eri un artista conosciuto come io lo ero, avevi tutte le facilitazioni. Con dei limiti, ovviamente. C’era molto rispetto da parte della popolazione e anche da parte della nomenklatura. Ho fatto delle tournée all’estero ma tutto era ben controllato. Si faceva lo spettacolo e si ritornava in Albania. Non bisognava parlare di quello che si vedeva all’estero e delle differenze fra l’Occidente e l’Albania dell’epoca“.

Come vi sembrava l’Occidente, durante quei viaggi?

Eravamo completamente affascinati dall’Occidente. Per esempio quando sono uscito per la prima volta dall’Albania siamo passati dalla Grecia, con il nostro pullman. Ero completamente esaltato. Ero giovanissimo: avevo 19-20 anni e vedevo delle ragazze che mi sembravano vestite in modo provocante. All’epoca in Albania le donne si vestivano in tutt’altro modo. Ho danzato anche in Italia, con Anna Razzi al teatro Smeraldo a Milano; poi in Germania.

Noi artisti – come anche gli sportivi – eravamo davvero privilegiati dal regime. Eppure – negli anni ’70 e ’80 – io ero attratto dalla società dei consumi, dalla pubblicità. Mi sembrava tutto bello, in Occidente. Il problema è che quando ritornavamo in Albania, ci rendevamo conto che qualcosa non andava. Ma mi tenevo dentro questi dubbi e non osavo parlarne con gli altri“.

Non ha mai pensato di restare all’estero, di fuggire?

“Sì, certamente. Per esempio nel 1989 – quando ho danzato a Milano – è venuto da me un manager che mi ha chiesto di firmare un contratto per andare a ballare negli Stati Uniti. Insisteva: è venuto a trovarmi cinque volte. Voleva fotocopiare il mio passaporto. Era Gianluigi Pignotti, il manager di Nureyev: all’epoca e aveva delle ottime offerte di lavoro in America. Ma io non pensavo neppure lontanamente di lasciare l’Albania. Ho risposto di no, perché ero cosciente di quello che sarebbe potuto succedere alla mia famiglia“.

Cosa poteva succedere alla sua famiglia?

Il peggio possibile. L’intera famiglia sarebbe stata mandata in un campo di lavoro. Era garantito. Io avrei potuto restare all’estero, ma non ho osato, a causa dei miei cari. Però conoscevo delle persone che lo avevano fatto: per esempio il fratello del mio professore di danza. Successivamente, il mio professore ha avuto grossi problemi. Anche se era un grande artista, non ha mai più potuto andare all’estero a causa di suo fratello, che aveva lasciato l’Albania“.

Sotto il Teatro dell’Opera e sotto i ministeri di Tirana, c’è tutto un reticolo di bunker e tunnel, costruiti negli anni del regime. Lo sapeva?

Anche io ho lavorato per costruire quei bunker! Noi artisti abbiamo scavato le gallerie di raccordo che collegavano un bunker all’altro. Lavoravamo come ‘volontari’ ma eravamo obbligati. La domenica si lavorava così”.

Sottoterra?

“Sì”.

Dunque la domenica lei – invece di danzare – scavava.

“Le domeniche si scavava, ma si facevano anche altri lavori ‘volontari’ come per esempio pulire tutto il quartiere. Si diceva che la domenica era ‘il giorno di Enver Hoxa’ e si lavorava per lui, per il Paese. Sono follie tipiche di tutti i regimi comunisti. Per esempio in Cina succedevano le stesse cose: ci sono stato nel 1962 e lì era peggio che da noi”.

Cosa ne pensavate di questo lavoro “volontario”?

“All’epoca pensavamo che eravamo i più forti del mondo! Non c’era nessuna grande potenza al mondo che poteva minacciarci perché avevamo il nostro grande capo, Enver Hoxa, che pensava a difenderci! Scherzo. In realtà negli ultimi anni del regime abbiamo perfettamente capito che avevamo imboccato una strada senza uscita, ma era difficile opporsi”.

Il teatro dell'Opera di Tirana
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Quel visto falso dipinto sul passaporto

Artan Shabani è il direttore della Galleria d’Arte Moderna a Tirana, Albania. Venticinque anni fa sbarcò sulle coste italiane, in cerca di un lavoro e di un futuro. Visse da clandestino e poi divenne un artista famoso. Pensando ai migranti di oggi che spesso non trovano accoglienza, ci racconta quei giorni.

“Nell’ottobre del 1991 sono partito da Valona, la mia città natale, come tanti giovani albanesi, per raggiungere le coste italiane. Il mio sogno – la mia New York – era Otranto, la Puglia. Eravamo in 13 su quella barca a vela”.

Il viaggio di Artan Shabani non avvenne su grandi navi come la Vlora, che portò in Italia 20 mila persone in un solo giorno. Utilizzò una piccola barca assieme ad altri compagni di viaggio che volevano raggiungere l’Italia. L’Albania gli stava franando intorno. La dittatura e l’isolamento erano finiti con il crollo del Muro di Berlino, lasciando un pericoloso vuoto, scontri, violenze e una povertà senza speranza.

Il mio viaggio è stato la mia prima mostra – racconta Shabani – una mostra galleggiante, non pubblicizzata. Una performance artistica che non fa parte del mio curriculum, ma del mio essere. Il visto sul mio passaporto l’ho dipinto io: ci ho messo due mesi. Ho imitato un visto originale dell’ambasciata italiana, cambiando i dati e mettendo il mio nome. Era un visto falso, ma sembrava più vero degli originali.

Ho dipinto la mia libertà, il mio sogno, la mia fuga. Per me quel visto oggi è in un’icona, un capolavoro. Non ho più quel passaporto, ma lo ricomprerei volentieri, per riavere quella pagina e per la storia che c’è dietro.

Io oggi rido: sembra una telenovela! Puoi immaginare un ragazzo che a 21 anni dipinge il suo visto, attraversa l’Adriatico, incontra un Carabiniere che gli guarda il passaporto e lo fa passare? ‘A posto, può andare’. Lì è iniziato il mio viaggio in Italia che è durato all’incirca 23 anni”.

Quando è sbarcato, sapeva dove andare?

“Non sapevo dove andare e non conoscevo nessuno; non avevo soldi, non parlavo italiano ma ero sereno e felice. Felice perché ero finalmente su una terra desiderata da tanti. Dopo un paio di settimane ho trovato lavoro – in nero – in una pescheria.

Con il mio primo stipendio ho comprato i colori per dipingere, delle tele e un libro sulla storia della pittura italiana. Avrei potuto fare qualsiasi lavoro: l’importante era imparare l’italiano, avere qualche soldo in tasca e cominciare a conoscere il paese in cui mi trovavo.

Dunque la mia storia è cominciata a Otranto. Poi sono arrivato a Corigliano d’Otranto dove ho restaurato parte di un castello che si chiama Castello Ducale De Monti. Ho vissuto in una famiglia davvero nobile, che continuo a stimare che mi ha dato quello di cui tutti abbiamo bisogno: l’affetto.

In Puglia ho scoperto forse le persone più belle del mondo: più belle di anima, di sentimento; gente calma, aperta, di cuore. Perché loro hanno conosciuto l’emigrazione, la sofferenza, hanno il senso forte della famiglia. Sono disposte ad aiutare chiunque. Questa cosa mi ha colpito molto”.

Ma poi ha lasciato la Puglia.

“In Salento, in Puglia, sentivo che qualcosa mi mancava. Mi mancava il sistema dell’Arte, la vita culturale: mi mancavano le mostre. Il Salento è un’isola felice ma lontana dall’Europa. Io cercavo qualcosa che oggi si trova magari a Berlino: un conflitto fra l’arte e la società, un’opposizione intellettuale che si sente, si vede, si tocca, si mastica.

In questa mia ricerca, sono infine approdato a Torino, che per me è la capitale della cultura italiana. Torino era avanti come cultura politica, letteraria, cultura del pensiero critico, del lavoro, cultura museale. Per quanto riguarda l’arte contemporanea, c’erano tantissimi artisti come Mario Mertz (con l’Arte Povera) e Zorio.

Torino è una città nota per essere discreta, silenziosa, molto difficile e estremamente chiusa. Ma in realtà non è chiusa: Torino è solo attenta a chi concedere l’applauso, il successo. Questo ambiente mi ha messo alla prova, mi ha cresciuto. Il mio dna di persona adulta si è formato a Torino. Li devi combattere con l’intelligenza, non con i muscoli.

Dopo Torino sono rimasto colpito da Trieste, città mitteleuropea. Però quello che ho trovato a Torino non l’ho trovato in altre città d’Italia. Altrove c’erano tante cose belle e una vita più facile. Ma se uno ce la fa a Torino, ce la fa anche sulla luna o su un altro pianeta. Più che una città, Torino è una scuola”.

E intanto lavorava?

“Io lavoravo come artista. In 20 anni ho lavorato solo come artista, in Italia. Ho fatto circa 240 mostre, anche in altri paesi del mondo come Francia, Germania, Finlandia, Stati Uniti, Turchia…

Ma a Torino non mi lasciavano in pace. Quando dicevo che andavo in vacanza, era quasi una vergogna! “Come? Va in vacanza? Ma non lavora?” mi chiedevano. “No, io sono un artista, a volte lavoro e a volte vado in vacanza. Se ho voglia dipingo, se non ho voglia non dipingo” spiegavo io. Per favore, che la vita sia un po’ più lieve!”

E nel frattempo, il permesso di soggiorno? Dopo quel visto dipinto sul passaporto, come se l’è cavata?

“Quando quel visto dipinto da me è scaduto – in base alla data scritta da me! – sono entrato in clandestinità. Ho vissuto da clandestino per poco tempo, perché poi c’è stata una sanatoria: sono tornato in Albania, ho fatto i documenti, ho avuto il permesso di soggiorno, poi la carta di soggiorno e così via. Avevo una partita Iva, il mio studio, il mio commercialista. A questo punto gli italiani fanno sempre una domanda. “E le tasse?” Ebbene: le tasse, le ho pagate! Ho pagato anche Equitalia” (ride, ndr).

Ma dunque per un periodo lei è stato un artista clandestino!

“Non esistono artisti clandestini. Una persona clandestina esiste solo in base a un punto di vista che la ritiene tale. Io non avevo i miei documenti ma nel frattempo dipingevo documenti per altri… No, non è vero! (ride, ndr) A parte gli scherzi….

Si, sono stato per qualche anno clandestino. È stato quasi eccitante! Perché delle volte perdi tutto e ritrovi il gusto della libertà, attraverso il dolore. L’uomo si circonda di sicurezze perché è insicuro. Ma poi diventi borghese, ingessato… Vedi, oggi io dirigo la Galleria d’Arte Moderna di Tirana e sono diventato un borghese!…”

Come mai ha deciso di tornare in Albania?

“Non perché io sia albanese. È una questione di energia. Una persona si sente bene dove c’è energia positiva, dove ha da dire, ha da prendere, dove c’è un interscambio. La vita è un gioco di pingpong con le altre persone. È un ring, no? Alcuni stanno bene quando hanno una casa in montagna e soldi in banca. Per me invece la stabilità è pericolosa.

Quando in Italia ho raggiunto una situazione di sicurezza, ho cercato di scompaginare il tutto. L’Albania è un paese che secondo me ha dell’energia: questa energia – soprattutto quella dei giovani – va canalizzata e sfruttata per il bene del paese.

L’Albania lo merita. Siamo stati per 500 anni sotto l’impero ottomano-turco, poi abbiamo avuto l’indipendenza, poi ci sono stati le due guerre mondiali, poi la dittatura. Qui c’è desiderio di vita: la vita va conquistata. Anche la fortuna va conquistata.

La gente sente di doversi aggiudicare non solo il pane quotidiano, ma la vita stessa. In un paese dove c’è desiderio, c’è un’aggressività che ti fa sentire vivo. Ho visto che in Albania c’era una luce e che io dovevo essere parte di quest’epoca. Sentivo il desiderio e il dovere di offrire la mia esperienza artistica al mio paese perché serva ad altre persone di altre generazioni”.

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    Michela Sechi
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Albanesi in Italia: quell’esodo di 25 anni fa

Ilir Butka è il direttore del Centro albanese di Cinematografia e direttore del Tirana Film Festival, il più importante dei Balcani. E’ uno dei più noti intellettuali del suo Paese. Venticinque anni fa era un rifugiato albanese, sbarcato sulle coste italiane assieme ad altri settemila suoi connazionali. Non aveva bagagli, non aveva nulla in tasca: solo speranze e sogni. Ci racconta quei giorni.

Per la mia generazione e per gli albanesi in generale è bene ricordare la partenza di questo nostro viaggio. Nel ‘91 è caduto il muro di Berlino in Albania: per la prima volta abbiamo avuto la possibilità di uscire dal Paese. Siamo usciti a modo nostro, cioè prendendo d’assalto le navi che si trovavano nei porti albanesi per caricare le merci”.

Abbiamo invaso il territorio italiano – Brindisi e Bari – con la nostra presenza. Prendemmo di sorpresa gli italiani. Ma noi volevamo solo essere accettati. Chiedevamo che fosse riconosciuto quello che avevamo subito per tanti anni: una chiusura ermetica del nostro Paese. Siamo rimasti chiusi per anni in una grande prigione”.

Ilir Butka nel suo studio a Tirana (Foto di Mattia Marinolli)
Ilir Butka nel suo studio a Tirana (Foto di Mattia Marinolli)

L’8 agosto 1991 è una data campale per l’esodo degli albanesi verso l’Italia. Quell’anno finì il regime comunista che aveva mantenuto l’Albania, per decenni, in un rigido isolamento. Quel giorno il mercantile Vlora, carico di ventimila uomini, donne e bambini, giunse nel porto di Bari.

A chi la guardava avvicinarsi, la nave appariva come un formicaio brulicante, un groviglio di corpi aggrappati gli uni agli altri. Le persone a bordo avevano viaggiato ore e ore una sull’altra, senza acqua ne cibo. Molti urlavano “Italia! Italia!”, altri si buttavano in mare per raggiungere a nuoto la terraferma.

Quello della Vlora rimane a tutt’oggi il più grande sbarco di migranti mai avvenuto in Italia con un un’unica nave. Ilir Butka non era sulla Vlora, ma su un mercantile altrettanto carico arrivato a marzo, qualche mese prima. La sua esperienza è stata altrettanto avventurosa.

La mia era una nave piena zeppa di gente: intorno alle settemila persone. Era una nave di speranza per tutti quelli che ci sono saliti, compreso il gruppo che mi accompagnava. Eravamo in sette, tutti ex studenti dell’Accademia di Belle Arti di Tirana, insieme con il nostro professore.

Era un viaggio verso l’ignoto, ma quell’ignoto che desideravamo da tanto tempo. Era per noi il primo viaggio fuori dall’Albania. E non conoscevamo nulla dell’Italia, il Paese in cui andavamo. Avevamo grandi speranze, grandi aspettative.

Questo viaggio, cominciato il 7 marzo 1991, è durato per me un paio d’anni, un paio d’anni di permanenza in Italia, fino al ’94- ’95. In Italia ho lavorato e cercato di sviluppare i miei interessi artistici nel campo dell’arte e dalla fotografia. Con i miei compagni siamo riusciti ad aprire uno studio di ceramica a Savona”.

Quella decisione di salire su quella nave con i compagni, con il professore, come è stata presa?

“Era un sogno coltivato da tanto tempo, da anni e anni. Abbiamo colto la prima opportunità che si è presentata. Quando abbiamo sentito che partiva una nave da Durazzo per andare in Italia, siamo partiti immediatamente. Era una occasione ottima per provare”.

Come è stato il viaggio?

“Terrificante. Siamo partiti da Tirana verso mezzogiorno, siamo saliti sulla nave verso le 4 del pomeriggio. Dalle 4 di pomeriggio fino alle 4 di mattina la nave è stata ferma in porto. A bordo c’erano settemila persone: non avevi neanche la possibilità di muoverti, di bere acqua, di mangiare qualcosa. Eri lì immobile, sotto il sole.

Poi alle 4 di mattina è iniziato il viaggio, che non è stato per niente facile, perché il mare era molto agitato. Alle 9 di sera siamo arrivati al porto di Brindisi. A mezzanotte ci hanno dato il via libera per scendere. Ero così stanco che quasi non ricordo più quanto tempo abbiamo passato al porto e come ci hanno accolto. Finché ci siamo ritrovati a Savona”.

Come mai siete andati in Liguria?

“Non lo abbiamo deciso noi: sono le autorità italiane che hanno deciso. Da Brindisi sono partiti dei treni diretti verso varie città d’Italia. A noi è toccata Savona, in Liguria. Prima di arrivarci, non sapevamo neppure che esistesse, né dove fosse”.

Quanti anni avevate quando siete partiti?

“Avevamo 22-23 anni. Il professore una cinquantina. Lui partì perché suo figlio era salito sulla nave con noi. Il ragazzo era il più giovane del gruppo ma non ne voleva sapere di scendere dalla nave. Il padre non se la sentiva di farlo partire da solo. Così anche il professore è rimasto a bordo”.

Avevate bagagli?

“Non solo non avevamo bagagli: non avevamo niente in tasca, neanche un soldo. Abbiamo deciso di partire in pochi minuti. Non c’era tempo di prendere niente. A voi sembrerà una decisione assurda, ma noi albanesi siamo sempre stati accompagnati da decisioni assurde in situazioni assurde. Non abbiamo riflettuto molto. La mia famiglia non sapeva dove fossi finito. Solo una settimana dopo, quando ho potuto telefonare, hanno saputo che ero in Italia e che ero vivo. A quell’epoca non esistevano i cellulari e anche i telefoni fissi erano pochi, nelle nostre case. Non tutte le famiglie avevano il telefono: si usava quello dei parenti o dei vicini”.

Quindi i suoi familiari erano preoccupati.

“Sì, ma era normale, perché era un periodo di grandi cambiamenti, accompagnati da violenze e repressione contro chi appoggiava la rivolta. Questo è stato anche il motivo che ci ha consentito di chiedere all’Italia lo status di rifugiati politici. Siamo stati fortunati, perché solo un piccolo gruppo di albanesi ha ottenuto l’asilo quell’anno. Noi, fin dal primo momento, abbiamo potuto avere i documenti in regola”

E l’impatto con l’Italia come è stato?

“Più che l’impatto con l’Italia come paese, abbiamo avuto l’impatto di essere davanti a un futuro incerto, in un paese che conoscevamo solo attraverso la televisione. Dovevamo adeguarci a una società e a un modo di vivere che non conoscevamo.

Quindi i primi mesi sono stati dedicati ad assorbire informazioni. Dovevamo capire di frnte a cosa eravamo, per poter capire quale strada prendere. Fin dai primi giorni, ovviamente, abbiamo cercato un lavoro, ma non era così facile.

Non eravamo preparati a capire che la nostra disponibilità massima a fare qualunque tipo di lavoro, poteva non risultare interessante per altri. Questo è stato il grande problema iniziale. Poi piano piano ci siamo inseriti nel mondo del lavoro”.

Qual è stato il suo primo lavoro?

“È stato un lavoro di restauro a Genova. Ci ha assunto una ditta e – assieme ad altri artisti – abbiamo restaurato la sala più grande di Palazzo Ducale a Genova. Posso dirvi che siamo fieri di questo lavoro: i giornali di Genova, all’epoca, scrissero di noi e riconobbero il valore del nostro contributo. È stato un primo lavoro prestigioso e ci ha reso le cose più facili in seguito.

Il nostro gruppo è rimasto unito. Eravamo sempre insieme: abbiamo creato uno studio di ceramica e facevamo mostre collettive dei nostri lavori. Eravamo orgogliosi di rappresentare la nostra scuola, la nostra Accademia. Abbiamo esposto anche ad Artefiera Bologna, che all’epoca era la mostra più importante di arte moderna in Europa.

Poi, quando ho visto che il ciclo degli interessi, delle curiosità, di quello che potevo imparare in Italia era esaurito, sono tornato a Tirana. Qui, nel ’97, ho aperto il primo studio albanese di produzione audiovisiva digitale”.

Oggi Ilir Butka, classe 1965, è uno degli intellettuali più noti del suo Paese.

L’arrivo del mercantile Vlora, quell’8 agosto 1991, fa parte ormai nella storia del nostro paese. A quella nave il regista Daniele Vicari ha dedicato nel 2012 un documentario, “La Nave Dolce”. Dolce, perché il mercantile aveva appena portato in Albania un carico di zucchero cubano, quando 20 mila albanesi lo presero d’assalto per partire verso l’Italia.

Anche allora si parlò di invasione e di emergenza umanitaria. Ma l’Italia se la cavò, pur nel caos dei primi giorni. Tanti immigrati di allora sono tornati in Albania a costruire il loro futuro, altri sono diventati cittadini italiani. Qui sotto, il trailer del documentario di Vicari.

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    Michela Sechi
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Armi in classe? In Texas ora si può

Dal primo agosto in Texas si potranno portare armi nelle aule universitarie e nei campus. Entra in vigore la controversa legge, voluta dai Repubblicani, che permette ai maggiori di 21 anni – dotati di licenza – di portare una pistola carica anche a lezione.

Il via libera è in netto contrasto con gli sforzi del presidente Barack Obama per introdurre controlli più severi sulle armi, dopo le stragi sempre più frequenti negli Stati Uniti. La data di entrata in vigore della nuova legge, il primo agosto, non è casuale e suona come una provocazione. Il primo agosto del 1966 infatti – cinquant’anni fa – un ex marine aprì il fuoco dal campanile dell’Università del Texas uccidendo 17 persone. Quel massacro viene considerato la prima strage di massa in una scuola degli Stati Uniti.

Cerimonia in ricordo della strage del 1966
Cerimonia in ricordo della strage del 1966

I Repubblicani sostengono che questi episodi si possono evitare solo armando la popolazione e permettendo ai “bravi cittadini” di difendersi. Sono in molti ovviamente a contestare questo ragionamento e a pensarla in modo opposto. I Democratici sono convinti che questa misura farà aumentare violenze, incidenti e anche i suicidi nei campus.

Tra le voci che si sono sollevate contro la legge anche quella di Claire Wilson James, la prima donna che fu ferita dal cecchino nella sparatoria di cinquant’anni fa alla Università del Texas. Claire era incinta e un proiettile le attraversò il ventre, uccidendo il bambino che aspettava.

Forte il dissenso all’interno delle università pubbliche del Texas: il preside della facoltà di Architettura ha rinunciato all’incarico in segno di protesta. Studenti e docenti hanno contestato la legge nella liberal Austin. Qui i professori hanno ottenuto di poter vietare che gli studenti entrino armati nei loro uffici. Dovranno però esporre un cartello di divieto all’ingresso.

Quello che preoccupa è che potranno essere armati anche gli studenti che risiedono nei pensionati universitari; potranno tenere con sé le loro pistole nelle aree comuni e in mensa, ma non lasciarle nei dormitori. Faranno eccezione i genitori: quando verranno a trovare i loro figli, potranno portare fucili e pistole anche nelle stanze dove i ragazzi dormono.

Ma chi controllerà che questi limiti vengano rispettati e che i ragazzi armati abbiano effettivamente una licenza? Non sarà affatto facile, perché le armi – per legge – non possono essere mostrate ma vanno portate nascoste.

Se le Università pubbliche texane non possono opporsi alla nuova legge, quelle private hanno deciso invece di non applicarla e continuare a vietare le armi. Solo una si è uniformata.

Manifestazione contro le armi all'Università del Texas
Manifestazione contro le armi all’Università del Texas

In Texas oltre un milione di persone hanno l’autorizzazione a portare le armi anche non a vista, in base alla legge approvata  vent’anni fa. Oltre al Texas, anche Colorado, Utah, Idaho e altri cinque Stati hanno leggi che permettono di portare armi nei campus universitari.

Nei mesi scorsi il governatore della Georgia, il repubblicano Nathan Deal, ha fatto arrabbiare i suoi colleghi di partito mettendo il veto a una legge simile a quella del Texas. Altri 15 Stati, compresi alcuni considerati “gun friendly” come Montana e Wyoming, hanno fatto la scelta di non permettere armi nelle università.

Il sito statunitense Armed campuses ricorda che la stragrande maggiornaza dei 4.400 college e università negli Stati Uniti proibiscono l’ingresso di armi e questa politica “gun-free” ha aiutato a renderli fra i luoghi più sicuri negli Stati Uniti. Uno studio del Dipartimento di Stato mostra che la stragrande maggioranza dei crimini che vedono vittime gli studenti universitari accadono fuori dai campus.

Il sito pubblica anche la mappa che vedete qui sotto e che mostra la geografia del permesso/divieto di portare armi nei campus dei vari Stati americani.

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Rosso: armi permesse per legge nei campus

Grigio: armi permesse per legge nei campus, ma le Università possono decidere dei limiti

Arancio: armi concesse solo nei parcheggi, in auto chiuse

Giallo: sono le Università a decidere la loro politica sulle armi

Verde: armi nei campus vietate dalla legge

Fonte: armedcampuses.org

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    Michela Sechi
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Roy: “Una mano tesa che non piace alla destra”

“Qualcuno è felice perché oggi qualche islamico va a messa. Poveri illusi. Oggi l’Islam non è compatibile con le nostre libertà e i nostri diritti. Chi non lo capisce o è illuso o è ignorante o è complice”. E’ questo il Tweet che il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, ha dedicato all’iniziativa che ha visto per la prima volta fedeli e Imam musulmani nelle chiese di Francia, d’Italia e di tanti altri paesi europei.

Invece Olivier Roy, orientalista e politologo francese, è convinto che la giornata è stata un successo e abbia dato un segnale importante e nuovo. Raggiunto in Francia da Popolare Network, spiega che “è molto importante vedere i musulmani nelle chiese. E’ la prima volta che un numero consistente di musulmani non solo prende le distanze da un attentato, ma afferma pubblicamente la sua totale solidarietà con le vittime”. Per spiegare meglio, richiama i tempi dell’attentato contro il giornale satirico Charlie Hebdo, nel gennaio 2015.

“Quando c’è stato l’attacco a Charlie Hebdo, molti esponenti musulmani hanno condannato il crimine ma hanno anche aggiunto che – a loro parere – il settimanale era andato troppo oltre nel suo atteggiamento blasfemo. Qui invece c’è una solidarietà totale e riguarda un prete”.

“Questo significa che si è creato un vero fronte religioso contro il terrorismo” prosegue Olivier Roy. “Per i musulmani non è abituale frequentare le chiese. I salafiti ad esempio sono contrari. Il fatto che i musulmani invece vadano nelle chiese e in particolare durante la messa, è un segno molto importante e profondamente nuovo”.

I musulmani sono stati bene accolti nelle chiese in Francia?

“Sono stati accolti bene perché fra loro e i credenti cattolici c’è una comprensione più grande che fra i musulmani e i laici. Per due ragioni: primo, in quanto credenti hanno un terreno comune di intesa. Secondo, perché cristiani e musulmani sono accomunati anche da una sorta di diffidenza verso una laicità che diviene sempre più intransigente”.

“La Chiesa cattolica ad esempio ha fatto l’esperienza di essere messa in minoranza sulla questione dei matrimoni gay. Io penso che questo riavvicinamento fra cristiani e musulmani sia quello di due comunità che si sentono un po’ sotto pressione, entrambe”.

“Io penso che l’ostilità verso l’Islam sia più forte da parte dei cristiani identitari, cioè coloro che si considerano cristiani ma che non frequentano le chiese. I cristiani praticanti non sono così ostili. I cristiani identitari sono coloro che pensano che non è possibile comprendersi con i musulmani: è il cristianesimo della Lega Nord in Italia o di Marine Le Pen in Francia. C’è una spaccatura crescente fra questi ultimi e il cristianesimo della fede, il cristianesimo della carità, che è quello di Papa Francesco”.

“Il papa ha detto in Polonia: ‘Applicate prima di tutto i valori del Vangelo. Il problema non è l’identità’. E su questo i cristiani e i musulmani – quando condannano l’uccisione del prete di Rouen – dicono la stessa cosa. ‘Non ci sono due identità che si oppongono. Siamo tutti dei credenti’. E’ questa la lezione che ci arriva. Il disagio è piuttosto fra i laici, perché non prendono bene il fatto che dei musulmani partecipino alle messe”

Non pensa che i musulmani avessero voglia anche in passato di esprimere la loro condanna verso il terrorismo islamico ma non avevano modo di farlo? Spesso resta un sentimento privato e per loro è molto difficile trovare l’occasione di farsi sentire.

“E’ vero, il problema è che non ci sono delle autorità religiose riconosciute che possano parlare a nome della comunità musulmana. Non esiste una comunità musulmana unica in Francia. Dunque quello a cui assistiamo oggi è una moltiplicazione di iniziative locali e individuali. Devo sottolineare che la condanna politica del terrorismo da parte dei musulmani non è mai mancata. Ma adesso arriva anche una condanna religiosa che ha un impatto molto più forte”.

“Ora è una condanna – direi – di civiltà, prosegue Roy. L’esempio è il rifiuto di seppellire i 2 terroristi di Rouen. E’ una presa di posizione di molto forte, perché di solito nell’Islam, quando l’individuo è morto, non è più compito degli uomini giudicarlo, ma è compito di Dio. Dunque tutti hanno diritto a un funerale: come nel cristianesimo, del resto”.

“Ma qui il rifiuto di seppellire i due attentatori è un atto di scomunica. Il messaggio è che questi individui non fanno più parte della comunità musulmana. E’ un atto più forte che un semplice comunicato in cui si condannano il terrorismo, gli attentati e la violenza. Un atto che si inserisce in un sentimento di solidarietà religiosa e non solo di solidarietà civile. E’ questa la novità”.

Olivier Roy, politologo francese
Olivier Roy, politologo francese

Pensa che i francesi abbiano ricevuto il messaggio?

“I cattolici sì. Chi frequenta le chiese, sì. Ma molti francesi non capiscono niente di religione. Per loro, tutto quello che è religione è oscurantismo e fanatismo, che sia Islam o Cattolicesimo. Dunque la destra identitaria in Francia in questo momento sta condannando l’atteggiamento della Chiesa. Dicono che la Chiesa sbaglia a tendere la mano ai musulmani, sbaglia a porgere l’altra guancia, sbaglia a perdonare. E’ lo stesso dibattito che c’è sul del messaggio di Papa Francesco rispetto al dovere cristiano di accogliere i profughi. C’è tutta una parte dell’opinione pubblica che non capisce questo messaggio che è profondamente religioso”.

Ascolta l’intervista a Olivier Roy

OLIVIER ROY


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    Michela Sechi
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Vengono dall’Europa le armi che uccidono in Siria

La rotta balcanica è chiusa per i profughi ma apertissima per le armi. Infatti molte delle armi e munizioni che uccidono nella guerra in Siria e in Yemen vengono dall’Est Europa. Un flusso per un valore di oltre un miliardo di euro negli ultimi quattro anni.

Ad accendere i riflettori su questa nuova rotta balcanica è un’inchiesta condotta da una squadra di giornalisti del Balkan Investigative Reporting Network (Birn) insieme allOrganised Crime and Corruption Reporting Project (Occrp).

Migliaia di fucili d’assalto AK-47, mortai, lancia razzi, armi anticarro e mitragliatrici pesanti sono stati fatti arrivare con discrezione nei Paesi della Penisola arabica e in quelli confinanti con la Siria. Di fatto, quella stessa Europa che non vuole l’arrivo di rifugiati sulle sue coste, alimenta le stragi che fanno fuggire queste persone.

L’inchiesta del Birn – durata in anno – incrocia i dati sull’export di armi, i rapporti Onu, i dati aeroportuali e i contratti per la vendita di armi. I carichi di armi e munizioni partono da Bosnia, Bulgaria, Croazia, Repubblica ceca, Montenegro, Slovacchia, Serbia e Romania.

Dal 2012, da quando il conflitto in Siria si è intensificato, questi otto Paesi hanno approvato contratti di esportazione di armi e munizioni per 1,2 miliardi di euro verso Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi e Turchia. Ufficialmente le armi dovrebbero rimanere in questi 4 paesi, ma di fatto finiscono illegalmente in Siria. Questi paesi infatti sono i principali punti di approvvigionamento di armi per i conflitti in Siria e Yemen.

In passato, Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi e Turchia non avevano motivo di acquistare armi dall’Est Europa. Il loro eserciti infatti usano armi di fabbricazione occidentale (statunitensi e europee). Ma dal 2012 questi paesi hanno improvvisamente cominciato a interessarsi agli arsenali ex-sovietici e il commercio è aumentato vertiginosamente. Come mai?

Del traffico di armi dai Balcani si sapeva. Ma quello che emerge ora è che alcuni dei Paesi coinvolti nell’esportazione di armi fanno parte dell’Unione Europea, quindi la loro partecipazione a questo flusso è ancora più grave e avviene in violazione di leggi a livello nazionale, comunitario e internazionale.

Le licenze per l’export, indica l’inchiesta, sono state accordate dai governi europei nonostante il timore che le armi potessero finire in mano alle varie fazioni siriane. Eppure il rischio era stato denunciato sia dagli esperti, sia da esponenti dei governi interessati.

Secondo l’inchiesta, il primo grosso carico è partito nel 2012 quando decine di aerei cargo carichi di armi che risalivano al conflitto nella ex Jugoslavia sono decollati dalla Croazia verso la Giordania. L’acquisto era stato concluso da compratori sauditi. Poco dopo alcune di quelle armi furono localizzate in Siria nelle mani delle fazioni armate.

L’uso di armi dell’ex-Jugoslavia nel conflitto siriano era stato denunciato già nel 2013 dal New York Times. E sui social media ci sono innumerevoli video e foto che ritraggono i ribelli siriani mentre usano armi di fabbricazione est-europea (nel video qui sotto, missili di fabbricazione bulgara utilizzati dall’Esercito libero siriano lo scorso giugno).

[youtube id=”tPN7a2DNZ9Y”]

I giornalisti che hanno condotto l’inchiesta hanno analizzato i dati sui voli e hanno identificato almeno 70 voli cargo che solo l’anno scorso hanno portato armi verso il Medio Oriente. I principali aeroporti di partenza sarebbero Belgrado, Sofia e Bratislava. L’Autorità per l’aviazione serba ha confermato che 49 di questi aerei trasportavano armi.

Dati dell’Unione Europea confermano che aerei bulgari e slovacchi hanno consegnato migliaia di tonnellate di merci “non identificate” ad alcune basi militari in Arabia Saudita e Emirati Arabi a partire dall’estate 2014. Si tratta delle stesse basi menzionate dai giornalisti autori dell’inchiesta.

Le armi e munizioni vengono poi instradate verso la Siria attraverso 2 centri di smistamento segreti in Giordania e Turchia. Qui vengono portate al confine siriano o vengono paracadutate. Sia l’Arabia Saudita, sia la Turchia sono state accusate in passato di appoggiare non solo l’Esercito libero siriano, ma anche gruppi islamici estremisti, come Al Nusra.

Anche gli Stati Uniti, secondo l’inchiesta, hanno acquistato armi nell’Est Europa. Nel dicembre 2015 tre navi cargo cariche di armi e munizioni dell’ex Patto di Varsavia avrebbero lasciato un porto del Mar Nero alla volta del Medio Oriente. Il trasporto era stato commissionato dal SOCOM, il Comando militare statunitense per le operazioni speciali, incaricato di rifornire segretamente di armi i ribelli siriani. Le navi trasportavano 4,700 tonnellate di mitragliatrici, lanciarazzi, armi anticarro, proiettili, granate, razzi ed esplosivi provenienti da da Bulgaria e Romania.

L’industria delle armi serba non riesce a star dietro alle commesse, per stessa ammissione del premier serbo Aleksandar Vučić. Lo scorso giugno Vučić ha dichiarato in una conferenza stampa che il suo paese potrebbe accrescere di molto la produzione di armi senza tuttavia riuscire a soddisfare la domanda, perché “sfortunatamente – ha detto – in molti paesi del mondo si combatte più che mai”.

Secondo gli esperti, le regole europee prescrivono che si dovrebbe fermare il commercio di armi quando c’è il rischio che queste vengano usate per serie violazioni dei diritti umani. Ma il solo paese europeo che finora ha preso una posizione chiara è l’Olanda. Nel marzo scorso l‘Olanda è diventata il primo paese UE a interrompere l’esportazione di armi verso l’Arabia Saudita, in seguito ai massacri compiuti dai sauditi in Yemen.

Ufficialmente la Gran Bretagna e la Francia sono i principali fornitori europei di armi dell’Arabia Saudita e finora nessuno ha messo in discussione questo commercio.

Anche le armi usate dall’ISIS sono in gran parte di fabbricazione occiudentale, ha decunciato nel 2015 un rapporto di Amnesty International. La maggior parte viene dall’arsenale dell’esercito iracheno, rifornito ampiamente da Stati Uniti e Europa fra il 2003 e il 2007. L’arsenale include fucili d’assalto statunitensi M16, fucili austriaci e mitragliatrici belghe. Amnche le armi usate nell’attacco a Charlie Hebdo a Parigi venivano dai Balcani e dall’Est Europa.

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“Ho insegnato in un’università di Gülen”

“Siamo preoccupati, siamo sotto pressione. Ci proibiscono di lasciare il Paese. Ma se sai di qualche cattedra libera all’estero, fammi sapere”. Così un ex-collega turco chiede aiuto a Raffaella Bianchi, che per 4 anni e mezzo ha insegnato in Turchia, prima di rientrare – l’anno scorso – in Italia.

Il professore che le ha mandato questo messaggio lavora all’Università Suleyman Sah di Istanbul. Dopo il tentato golpe, lui e i suoi colleghi hanno trovato una sorpresa: le ruspe del municipio hanno distrutto l’asfalto dell’unica strada che porta al campus, tanto che le auto e gli autobus non possono più passare (vedi foto qui sotto).

Interpellati dall’Università, i funzionari comunali invocano alcuni misteriosi “lavori stradali” da compiere. Ma intanto i docenti si sentono assediati e la loro preoccupazione è aumentata in modo esponenziale.

Questo succede in piena Istanbul, nella parte asiatica della città, non lontano dall’aeroporto Sabiha Gokcen. All’Università Süleyman Sah insegnano un centinaio di docenti. È specializzata in Scienze sociali e tutti i corsi sono in inglese. Tantissimi professori sono europei o statunitensi.

L'università Süleyman Sah a Istanbul
L’università Süleyman Sah a Istanbul

Dopo il tentato golpe del 15 luglio, le autorità turche hanno annunciato che 4000 docenti universitari saranno licenziati, mentre oltre 1500 rettori sono stati invitati a dimettersi.

Milanese, Raffaella ha insegnato prima per due anni all’Università Zirve di Gaziantep, nel Kurdistan turco, legata al movimento del predicatore Fetullah Gülen. Poi per due anni e mezzo all’Università Süleyman Sah di Istanbul, considerata da alcuni vicina ai gülenisti. L’anno scorso è rientrata in Italia a seguito di alcune minacce ricevute sui social network.

Ma le Università turche ora non sono chiuse per la pausa estiva?

“In Turchia non è come in Italia. I docenti hanno 21 giorni di ferie e – a parte queste 3 settimane – devono essere presenti in università anche se non ci sono lezioni. Mi hanno raccontato che il comune ha bloccato la strada senza preavviso, tanto che alcuni avevano parcheggiato l’auto all’interno del campus e ora non possono più uscire con la macchina: solo a piedi. Sono in preda allo sconforto. Mi hanno detto che non posso fare nulla per loro, se non segnalargli qualche opportunità di lavoro all’estero”.

Come è stato insegnare in un’università religiosa, legata al movimento di Gülen?

“Nelle Università in cui ho lavorato, il personale turco era credente. Ma c’erano anche tanti docenti stranieri non musulmani come me. Queste Università in genere sono proprietà di fondazioni religiose e si trovano nelle periferie, in zone povere di risorse e di servizi statali. Sono università create per gli studenti che hanno una inclinazione religiosa, ma le frequentano tutti: anche studenti non religiosi”.

I tuoi studenti?

“Io avevo sia studentesse col velo, sia senza il velo. Studenti di diverso orientamento politico, tanti curdi. In passato – nella Turchia laica – era proibito per le ragazze religiose portare il velo all’università, con il risultato che molte ragazze non studiavano. Le università di Gülen invece permettevano alle ragazze di frequentare le lezioni con il velo. Si tratta di università private, quindi c’è una retta da pagare (alla Suleyman Sah, circa 6500 euro l’anno, ndr), ma ci sono tante borse di studio per chi non ha i mezzi. Tanti studenti vengono da famiglie umili”.

Raffaella Bianchi (al centro) con i suoi studenti in Turchia
Raffaella Bianchi (al centro) con i suoi studenti in Turchia

C’era libertà di insegnamento? O il fatto che fossero università religiose vi condizionava, come docenti?

“I miei datori di lavoro hanno sempre rispettato la libertà di insegnamento. Io ero titolare della cattedra di Storia Europea. Non c’era nessun problema a parlare di temi considerati “sensibili” in altre università turche laiche, come il genocidio degli armeni o la repressione nei confronti dei curdi”.

Nessuna direttiva dai vertici?

“Quelli che erano al vertice dell’Università erano gülenisti, ma fra i docenti non si avvertiva nessun condizionamento. L’unico momento in cui mi accorgevo di lavorare in un’università religiosa, era quando toglievano i distributori d’acqua nei corridoi durante il Ramadan. Io ero libera di insegnare come volevo e di pubblicare quello che volevo. Ad esempio ho pubblicato degli articoli su Gezi Park e miei superiori non mi hanno detto nulla, anche se i gülenisti non erano a favore di Gezi”.

I libri di testo?

“Per quanto riguarda i libri di testo, nessun problema: usavamo quelli della Oxford University Press o di Pearson. Il materiale scolastico era modernissimo: avevo a disposizione lavagne luminose multimedia touch screen, che non si sono neppure in Italia… I nostri studenti erano inseriti nel programma Erasmus e ne abbiamo mandati diversi nelle università di tutta Europa”.

La Zirve University a Gaziantep
La Zirve University a Gaziantep

Perché hai lasciato la Turchia?

“Prima ho lasciato il Kurdistan. Nel 2012 ho lasciato l’università Zirve di Gaziantep perché non mi sentivo più al sicuro in quella città. C’erano stati degli attentati. È troppo vicina alla Siria: Aleppo è a due ore di auto. Nel 2011 ho visto arrivare i primi profughi che fuggivano dalla guerra. Ricordo una donna anziana arrivata con un sacchetto di plastica in mano. Tutto quello che aveva era in quel sacchetto nero. Questo incontro mi ha cambiato profondamente”.

Dove si rifugiavano i profughi siriani?

“Dove potevano. Alcune famiglie siriane si sono stabilite nel residence dove abitavo. Ricordo che col telefonino davano istruzioni ai parenti su quale via prendere per fuggire dalla Siria. Adesso in alcune città Kurdistan c’è il coprifuoco. Il governo, per la prima volta, ha portato la guerra nelle zone urbane. Ci sono i carri armati in mezzo alle case. La gente non può uscire per giorni, la luce viene tagliata. Trovo che se ne parli poco, rispetto alla gravità di quello che accade”.

 Dunque ti sei trasferita a Istanbul.

“A Istanbul andava tutto bene, finché non ho scritto un articolo su una rivista accademica italiana che parlava della repressione nei confronti del movimento gülenista. Non c’era nulla di nuovo in quell’articolo: ho scritto cose già note in Turchia, riportate da tutti i giornali. Ad esempio che la banca di Gülen era stata nazionalizzata: è un dato di fatto. Ma ho ricevuto diverse critiche sui social network e inviti a rettificare l’articolo. Mi accusavano di avere usato fonti non credibili, di scrivere quelle cose perché ero anch’io gülenista: un’assurdità”.

Da dove venivano quei commenti?

“Quelle critiche non venivano certo dal governo, ma da simpatizzanti dell’AKP, il partito di Erdogan. A quel punto i miei colleghi turchi mi hanno consigliato di lasciare il paese. La Turchia è un paese dove le mezze frasi o i silenzi possono avere più peso delle minacce esplicite. Mi hanno consigliato di non pubblicare più nulla finché non avessi lasciato la Turchia. Adesso sono in Italia, ma non ci sono opportunità di insegnamento. Ho appena concluso un semestre come visiting lecturer alla Westminster University di Londra”.

C’è il movimento di Fetullah Gulen dietro questo tentato golpe, secondo te?

“Non saprei. Certo per Erdogan è facile accusare Hizmet, perché il movimento era stato coinvolto nel precedente colpo di stato, quello del 1980, a cui seguì una forte repressione. Per questo tanti turchi non sopportano Gülen e i suoi seguaci. In questo momento c’è un’enorme ondata emotiva contro il movimento. È in corso una lotta interna fra gli islamisti in Turchia. Ma temo che il problema non sia più solo Gülen. Temo che le libertà politiche nel paese siano destinate a scomparire”.

Che cosa ti sembra più grave?

“Mi preoccupa molto il fatto che ai professori universitari ora sia stato impedito di espatriare. Cosa sono, dei criminali? Eppure sento una mancanza enorme della Turchia, mi piacerebbe tornare a insegnarvi. Mi sento anche un po’ turca: ho trascorso lì 4 anni importanti della mia vita. Ho vissuto la ventata di libertà portata dalla protesta di Gezi Park. Adesso è come se ci fosse la restaurazione”.

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    Michela Sechi
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Turchia, tutti gli insegnanti a rischio

“Non sappiamo chi è sospettato, chi è stato licenziato, chi è considerato colpevole…. Non sappiamo nulla e siamo molto preoccupati”. Così un insegnante turco, che preferisce che il suo nome non sia pubblicato, racconta a Popolare Network l’incertezza che attanaglia la categoria in queste ore.

Dopo il fallito golpe, il ministero dell’Istruzione ha inizialmente sospeso dall’incarico 15.200 insegnanti delle scuole pubbliche e ritirerà l’abilitazione a 21 mila insegnanti delle scuole private. I numeri nella notte sono saliti a oltre 40 mila persone. I nomi non sono ancora noti.

“Io non credo che sarà fatta un’indagine attenta – continua il nostro interlocutore -. Al governo non interessa che uno sia colpevole o no. Chi è dissente, chi chiede la verità, chi è un oppositore, può benissimo finire nella lista. Basta pubblicare qualcosa di critico sui social network per rientrare in quegli elenchi”.

Cosa farai se sarai tu a perdere il lavoro? “Bella domanda… Innanzitutto devono presentare le prove, non possono licenziarmi senza prove. Poi potrei andare in tribunale a confutarle. Ma per un procedimento giudiziario ci vogliono almeno un paio d’anni. Non so: potrei cercarmi un altro lavoro, fuggire dal paese, dare lezioni private illegalmente… Ve lo farò sapere se mi capiterà”.

Ma il sindacato degli insegnanti non protesta? “Alcuni sindacati sono legati al governo e dunque non penso che prenderanno posizione. Altri non dicono nulla perché ora in Turchia chi protesta viene subito additato come complice del golpe. In questo momento non conviene manifestare. Tutti stanno aspettando di vedere cosa succede. Chi sono gli insegnanti sospesi? Che indagini hanno fatto? Sono legali questi provvedimenti? Il colpo di stato è appena avvenuto, la situazione è troppo calda. Forse nel giro di una settimana sarà diverso”.

“Certo, se mi licenziano senza un prova, io sono pronto a manifestare, e con me tanti altri. Ma non penso che serva a qualcosa. In Turchia queste cose succedono tutti i giorni, la gente protesta e poi non cambia nulla”.

In realtà un sindacato minoritario, legato alla sinistra (Egitim Sen) ha emesso ieri un comunicato di protesta che dice che “il governo, con la scusa della lotta ai golpisti, sta procedendo alla schedatura di tutti coloro che gli si oppongono e sta rimuovendo dai propri incarichi i docenti in modo del tutto illegale”. Il comunicato parla anche di autonomia delle Università, di “caccia alle streghe” e di necessità di rispettare le regole del diritto.

Il partito turco filo-curdo Hdp teme rappresaglie contro l’opposizione. Una parlamentare ha spiegato che tutte le persone scese in piazza dopo il tentativo di golpe sono sostenitori del partito islamico di Erdogan e dei gruppi di estrema destra perché gli altri “temono il linciaggio”. “Le manifestazioni – prosegue la deputata – sono a sostegno di Erdogan, e non della democrazia. “E’ in atto un contro-golpe” ha detto, pur prendendo le distanze dai golpisti.

Qui il grafico della Reuters relativo al numero delle epurazioni in diversi settori (istruzione, polizia, forze armate, sport, finanza, media, parlamentari, governatori, intelligence, altro)

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foto

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INSEGNANTE TURCO

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Scure su rettori università e 36mila insegnanti

Il giro di vite in Turchia colpisce anche la scuola, le università, le tv e le radio. Il ministero dell’Istruzione ha sospeso 15.200 suoi dipendenti, di cui la maggior parte sono insegnanti. Ritirata la licenza a 21mila insegnanti delle scuole private.

Sono stati invitati a dimettersi tutti i rettori delle università turche, che sono oltre 1.500. Si tratta – per l’esattezza – dei rettori di 1.176 università pubbliche e di 401 università private.

Revocate le licenze di 24 radio e televisioni, tutte legate – secondo le autorità – al movimento del predicatore Fetullah Gulen. Sotto inchiesta anche 370 dipendenti della tv pubblica.

I numeri sono senza precedenti, ma le epurazioni erano in corso già da mesi”, racconta a Popolare Network un italiano che lavora ad Ankara e che preferisce restare anonimo. “Da circa un anno – forse di più – eravamo abituati alla comparsa di liste sui giornali di persone che venivano licenziate in tutti i settori della pubblica amministrazione. Adesso se ne parla perché gli occhi del mondo sono puntati sulla Turchia. Anche prima succedeva, ma non faceva notizia”.

E prosegue: “Gli interlocutori per i progetti, nei ministeri, cambiano continuamente. Improvvisamente ti ritrovi di fronte un funzionario nuovo che prima faceva altro. Anche negli appalti pubblici succede lo stesso: alcune imprese vengono escluse dalle gare non per il contenuto della loro proposta, ma perché si vuole escludere il proprietario dell’impresa”.

Il nostro interlocutore nega scenari da incubo, ad Ankara, la notte del colpo di stato: “Gli spari erano limitati solo ad alcune zone circoscritte della città. Le strade erano vuolte solo perché la gente era spaventata dal rumore dei jet, ma volendo si poteva tranquillamente circolare per le strade di Ankara. Non c’erano posti di blocco, né dell’esercito, né della polizia. Una situazione paradossale”.

Intanto il governo turco insiste nell’evocare la reintroduzione della pena di morte, anche perché il principale partito di opposizione si è detto d’accordo. Nonostante questo, non ci sono i numeri in Parlamento per la modifica, tanto che c’è chi invoca addirittura un referendum.

La Turchia insiste anche per l’estradizione di Fetullah Gulen dagli Stati Uniti e oggi ha inviato a Washington quattro dossier pieni di accuse contro il predicatore. Non è detto però che in quelle carte ci siano le prove del suo coinvolgimento nel golpe, come chiedono gli americani. “Le prove le invieremo” ha detto il ministro della giustizia turco.

Nessuna pietà per i golpisti , neppure quelli uccisi. Le autorità religiose sunnite – legate al governo – negheranno funerali religiosi e preghiere ai militari coinvolti. Avranno diritto a cerimonie religiose solo quei soldati trascinati nel golpe a loro insaputa.

Man mano che emergono le testimonianze, sembra sempre più chiaro che i soldati inviati sul terreno non sapevano di stare partecipando a un colpo di stato. Quelli inviati all’hotel dove alloggiava Erdogan – ad esempio – raccontano che gli era stato ordinato di catturare “un terrorista”.

Ascolta l’intervista completa

italiano che lavora ad Ankara

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Tribunali in tilt: i giudici sono in cella

Udienze cancellate, aule dei tribunali vuote, fascicoli abbandonati sulle scrivanie. E’ caos nei tribunali turchi dopo che un magistrato su quattro è stato licenziato o fermato dalla polizia nella repressione del dopo-golpe. Nessuno osa protestare, perché nessuno capisce cosa stia succedendo. Lo racconta a Popolare Network un’avvocata turca che abbiamo raggiunto a Istanbul e che preferisce che il suo nome non venga pubblicato.

Avete saputo chi sono i magistrati arrestati o licenziati?

“Abbiamo letto i nomi sui giornali, ma stiamo parlando di quasi 3.000 giudici e procuratori: sono tantissimi. Fra questi, ci sono 148 giudici della Corte Suprema in stato di fermo e anche due giudici della Corte Costituzionale. Sono nelle mani della polizia: non sappiamo ancora se il fermo verrà trasformato in arresto o se verranno liberati. Sappiamo che i quasi 3.000 giudici epurati sono sia di Istanbul, sia di Ankara, sia di tante altre città turche”.

Alcuni di questi giudici sono magistrati noti?

“Due di loro sono membri della Corte Costituzionale e dunque sono conosciuti. E ci sono dei procuratori che conosco, noti per le loro inchieste politiche. Ma in genere i giudici turchi fanno il loro lavoro in silenzio: non vanno sui giornali, non sono noti all’opinione pubblica. I 148 giudici della Corte Suprema sono abbastanza conosciuti, perché è un incarico molto importante”.

Quanti sono i giudici colpiti da questa epurazione rispetto al totale dei magistrati turchi?

“Quasi il 25%: un numero enorme. Posso dire che un giudice su 4 oggi in Turchia è stato licenziato o è in cella. Ieri sera sono iniziati i loro interrogatori, che proseguiranno anche oggi. Non sappiamo nulla della loro situazione. Intanto, il sistema giudiziario è in tilt. Molti aule o procure sono vuote, perché i magistrati sono stati licenziati o fermati.

I giudici rimasti continuano a lavorare: non tutte le udienze sono state cancellate. I magistrati rimasti sono stati autorizzati a prendersi in carico i processi dei loro colleghi epurati. Ma è una soluzione che non funziona, perché le aule di giustizia rimaste vuote sono tante in questo momento”.

Fra gli avvocati c’è paura? Temete di essere accusati anche voi?

“Non posso dire che gli avvocati in particolare siano in pericolo. Certo, tutti i professionisti in Turchia – compresi gli avvocati – sono coscienti che possono sempre rischiare problemi con le autorità. Ma noi avvocati non abbiamo la sensazione di essere un bersaglio in questo momento”.

L’Associazione magistrati turca non dice niente? Non ha protestato per l’arresto di così tanti suoi membri?

“Non ufficialmente. Ci sono solo degli appelli da alcune ong che si occupano dei diritti umani che ricordano che bisogna procedere secondo la legge: solo questo. Dovete capire che quel che è successo nella notte di venerdì ha profondamente scioccato i cittadini turchi. Il giorno dopo è scattata questa enorme ondata di arresti nei confronti dei soldati, dei poliziotti e dei magistrati accusati di essere coinvolti nel golpe. L’opinione pubblica ora è confusa. Cerchiamo di capire quello che succede. Non ci sono proteste per il momento, perché le indagini continuano e noi non sappiamo nulla”.

Continuerà ad andare in tribunale nei prossimi giorni?

“Sì, noi avvocati continuiamo ad andare in tribunale. Di solito dal 20 di luglio e per tutto agosto i tribunali chiudono per le ferie dei magistrati, ma ora il governo ha sospeso le ferie di tutti i dipendenti pubblici. Il ministero della giustizia ha ordinato ai magistrati di lavorare anche nella pausa estiva. Quindi anche noi avvocati lavoreremo”.

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L’attivista curdo: “Poi toccherà a noi”

“L’atmosfera nelle strade è davvero orribile adesso”, racconta a Radio Popolare da Istanbul Burak, un attivista curdo che aveva partecipato in prima file alle proteste di Gezi Park. “Le piazze sono piene di sostenitori di Erdogan che non sono affatto i sostenitori della democrazia descritti da molti giornali. Sono estremisti di destra, religiosi e violenti, che hanno anche attaccato quartieri aleviti e anche profughi siriani, nelle ultime ore”.

“Io come attivista curdo ho paura. Non organizzerei mai una manifestazione in questo momento. Ci aggredirebbero subito. Mi sento davvero senza speranza, posso dire che è uno dei periodi più neri della mia vita”.

“Se un golpe c’è stato, non c’era certo in ballo la democrazia, ma una lotta di potere fra due movimenti islamici entrambi forti, quello di Erdogan e quello di Gulen. Ma la repressione colpirà presto l’opposizione di sinistra e anche i curdi, come al solito”.

Di certo, non si ferma il giro di vite in Turchia dopo il fallito golpe di venerdì. Gli arresti sono saliti a oltre 7000. In cella soldati, poliziotti e magistrati. Sono finiti in manette 48 magistrati del Consiglio di Stato e un giudice costituzionale ed è stata ordinata la cattura per 140 consiglieri di Cassazione. La magistratura turca è praticamente decapitata.

Purghe anche nella polizia, mentre 3 milioni di dipendenti pubblici si sono visti revocare le ferie, con il divieto di andare all’estero: tutti in ufficio fino a nuovo ordine.

L’ex capo dell’aviazione Akin Ozturk, indicato fin dalle prime ore come leader dei golpisti, avrebbe ammesso la sua colpevolezza, secondo le autorità turche. Una foto lo ritrae ferito alla testa, con un orecchio bendato. Quando era stato arrestato, aveva negato ogni coinvolgimento. Ma secondo la TV britannica BBC, la sua confessione non è certa.

akin

E a Istanbul è accaduto un episodio gravissimo e ancora misterioso: Cemil Candas, vicesindaco di uno dei municipi della città (Sisli) è stato raggiunto nel suo ufficio da un uomo armato che gli ha sparato alla testa. Il vicesindaco appartiene al principale partito di opposizione turco, il Partito del Popolo Repubblicano (CHP) e al momento non si sa chi lo abbia ucciso.

Cemil Candas, il vicesindaco ucciso nel suo ufficio a Istanbul

 

Intanto, Amnesty International denuncia il silenzio che ha accompagnato torture e violenze contro i presunti militari golpisti. Foto shock li ritraggono denudati e ammassati in palestre o stalle. E’ ormai accertato che diversi soldati sono stati linciati dai sostenitori di Erdogan, la notte del golpe. Uno – a Istanbul – e stato addirittura sgozzato. Eppure tanti di loro non sapevano neppure di stare partecipando a un golpe.

I loro comandanti gli avevano ordinato di dispiegarsi per un’esercitazione. Coinvolti con questa bugia anche i giovani allievi di una scuola militare di Istanbul, la cui “esercitazione” consisteva nel sequestrare le armi ai poliziotti di un commiassariato. Dopo il golpe la scuola è stata attaccata e adesso tanti di quei ragazzi sono in manette.

Soldati arrestati a Istanbul

“Stiamo verificando che questi fatti siano reali” ha detto il portavoce di Amnesty Italia Riccardo Noury “ma in ogni caso le numerose testimonianze di arresti e di uccisioni sommarie ci mostrano una situazione che sembra riportarci ai giorni successivi ai golpe degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Ma il paradosso è che questa volta il golpe è fallito“.

Soldati picchiati sul Bosforo a Istanbul. Uno dei loro commilitoni è stato sgozzato
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Quei soldati ignari del golpe

Diversi militari arrestati durante il tentato colpo di Stato in Turchia all’aeroporto Ataturk di Istanbul hanno detto alla polizia che non sapevano nulla del golpe e che pensavano di stare partecipando a un’esercitazione. “Solo quando la folla è salita sui carri armati abbiamo capito”.

Lo ha raccontato un gruppo di 67 soldati e 10 ufficiali, guidati da un colonnello, arrestati all’aeroporto senza colpo ferire, secondo il sito della TV russa RT. “Appena sono arrivati i poliziotti, ci siamo consegnati” hanno detto al quotidiano turco Hurryet.

Ma anche diversi video circolati in rete lo confermano. I soldati appaiono confusi e non si oppongono con le armi ai civili che salgono sui carri armati. Potrebbero sparare, invece cercano di dialogare con la folla. Alcuni si fanno quasi linciare.

Ci hanno ingannato fratello, ci hanno ingannato, capisci?” dice il soldato che vedete nel video qui linkato. “Ci hanno detto che sarebbe stata un’esercitazione. Per quello ci siamo messi in movimento! Non sappiamo niente di quello che sta succedendo! Io sono uno a cui dispiace di non aver fatto il militare nell’est (contro i curdi e a favore del governo n.d.r.), lo capisci? Potremmo vendere la Patria noialtri? Mio padre e mio zio hanno combattuto per questa nazione!

Il giornalista chiede ai soldati da quanto tempo sono lì. “Da quattro ore, non sappiamo niente di quello che sta succedendo! Non sappiamo nemmeno dove siamo, siamo rimasti bloccati qua… spostatevi, liberate la strada e lasciateci tornare in caserma… I soldati come noi non c’entrano niente, sono quelli al comando che hanno problemi, il problema è tra i comandanti, noi la Patria non la vendiamo! Lo hai capito? Il mio commilitone, qui è stato ferito“.

Il secondo soldato aggiunge: “I comandanti ci hanno portati qui ingannandoci, noi non sapevamo niente“.

Questo video è stato visualizzato sui social media oltre 4 milioni di volte. I giornali turchi scrivono che molti dei soldati coinvolti nel golpe erano militari di leva, ignari di tutto. E’ una delle tante incongruenze di questo golpe durato solo poche ore.

Quel che è certo è che questi soldati sono stati oggetto di incredibile violenza, da parte dei militanti dell’Akp. A uno dei soldati posizionati a Istanbul sul ponte sul Bosforo, i supporter di Erdogan hanno tagliato la gola, come scrive il britannico Mirror. Un supporter di Erdogan ha dichiarato in un altro video di aver ucciso quattro soldati.

Intanto un sito turco legato alla sinistra, Sol, scrive che alcuni soldati e poliziotti che sarebbero stati uccisi nel golpe e che compaiono nella lista fornita dalle autorità, sarebbero stati uccisi invece nel 2015 in alcuni attacchi nell’est della Turchia.

Sui social media in Turchia è sempre più usato l’hashtag #DarbeDegilTiyatro (Non un colpo di stato, ma teatro) scelto da chi crede che il golpe, pur avendo provocato tanti morti, sia stato una messa in scena. Qui sotto, una vignetta ampiamente condivisa su Facebook e Twitter nelle scorse ore.

 

cartoon

Gli attivisti e i militanti della sinistra – e fra questi i cittadini che hanno partecipato alla mobilitazione per Gezi Park – sono perplessi e – lungi dal rispondere alle esortazioni di Erdogan (“scendete nelle piazze”) – restano a casa proeccupati. I dubbi sono tanti.

Un golpe davvero surreale, compiuto in prima serata e non – come da tradizione – nel cuore della notte. Un golpe compiuto mentre Erdogan e i suoi ministri erano liberi di circolare e chiamare in diretta le TV, chiedendo ai loro sostenitori di scendere in piazza. Siar Bozkut, videomaker e sceneggiatore che abbiamo raggiunto per telefono a Istanbul, ci racconta le sue perplessità.

“Adesso le strade la sera si riempiono di sostenitori di Erdogan che invocano Allah e la legge islamica” racconta Siar. “Sono gli stessi che in alcuni video sono stati protagonisti di incredibili scene di violenza contro i soldati golpisti. Li hanno picchiati, alcuni li hanno uccisi. Ma quei soldati erano giovani di 20 anni che non capiscono nulla di politica e che non sapevano neppure che c’era un colpo di Stato”.

Vuoi dire che quei militari non erano consapevoli di stare partecipando a un golpe?

“Sì. Esatto. Ci sono dei video da cui si capisce che quei soldati pensavano di stare compiendo un’esercitazione. Qualche loro comandante gli deve aver ordinato di posizionarsi in alcuni punti della città, ma loro non sapevano nulla di un golpe. Un soldato dichiara in un video di aver votato per Erdogan. Di non voler fare nulla contro il presidente”.

Dunque chi li ha fatti muovere?

“Non lo sappiamo. Non sappiamo che piano avessero questi golpisti per prendere il controllo di un paese enorme come la Turchia. Hanno inviato alla sede della tv di stato una ventina di militari. Come pensavano di tenerla? Avevano solo 6 caccia F16 e forse 5 elicotteri. Avevano poche centinaia di soldati. Era impossibile che il golpe riuscisse con questi numeri. Qui a Istanbul circolano tante voci. Alcuni dicono che il colpo di Stato sia stato organizzato dallo stesso Erdogan, per conquistarsi più potere. Noi non lo sappiamo, aspettiamo più notizie”.

E tutti quegli arresti?

“Come è possibile arrestare 2000 persone in sei ore senza prepararsi prima? Come è possibile arrestarne 6000 in 24 ore? Tutti questi arresti richiedono un enorme dispiegamento di forze. E’ possibile che quelle liste fossero pronte già prima del colpo di Stato. Nessuno dell’opposizione repubblicana o di sinistra è sceso in strada per sostenere Erdogan. Siamo chiusi in casa e guardiamo la tv”.

(In questo video della CNN, la folla tenta di linciare un soldato che poi viene portato in salvo da un poliziotto)

[youtube id=”EtOomVquBuY”]

La stretta di Erdogan sulla Turchia si sta già facendo sentire. Gli arresti per il tentato golpe sono più di 6000. Sono più di 2500 i magistrati estromessi dal loro incarico, quasi che la responsabilità del golpe fosse dei giudici e non dei militari. Chi sono questi magistrati? Perché sarebbero implicati nel golpe? Quali inchieste stavano conducendo?

Il presidente turco domenica ha arringato la folla a Istanbul promettendo di fare “pulizia nelle istituzioni”. Intervenuto davanti ad una moschea per i funerali di alcune delle vittime del fallito colpo di Stato, Erdogan ha parlato di un “cancro” da estirpare, facendo riferimento più volte a Fetullah Gulen, il predicatore in esilio negli Stati Uniti da lui accusato del golpe.

I golpisti “non hanno nessun posto dove andare”, ha detto Erdogan. La folla ha interrotto più volte il presidente gridando “Allah u Akbar” e chiedendo a gran voce la pena di morte per i colpevoli. “Le richieste della gente non possono essere ignorate” ha risposto il presidente.

Il predicatore Fetullah Gulen dagli Stati Uniti – intervistato dall’agenzia di stampa AP/Reuters – risponde che lui non c’entra niente con il golpe. “Dopo ogni colpo di stato militare in Turchia io sono stato accusato, o imprigionato o messo sotto processo. Sembra che Erdogan non possa tollerare alcun movimento politico su cui non esercita un controllo completo”.

gulen

“Dopo l’inchiesta anti-corruzione del 2013 – continua Gulen – i suoi uomini si sono inventati che c’era un colpo di Stato in preparazione e l’hanno attribuito al mio movimento, Hizmet. Centinaia di persone che loro considerano simpatizzanti di Hizmet, e magari non lo erano, sono state licenziate o arrestate”.

“Io non credo che il mondo prenderà sul serio le accuse nei miei confronti. C’è la possibilità che questo colpo di Stato sia una messa in scena per procedere ad altre epurazioni o arresti” conclude Gulen. “non posso dirlo con certezza, ma lascio la porta aperta a questa ipotesi”.

E c’è il timore di una stretta contro tutti gli oppositori perché adesso i servizi di sicurezza turchi esortano i cittadini a denunciare chiunque diffonda sui social media “propaganda” a sostegno di “attività terroristiche”. Una esortazione così vaga che davvero chiunque può essere il bersaglio.

(Ringraziamo per le traduzioni dal turco Alessandro Nobili)

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Turchia: fallito il colpo di Stato

Dopo una notte di caos il destino dei militari golpisti in Turchia è segnato: il colpo di stato è fallito. Nonostante alcuni scontri siano ancora in corso nella capitale Ankara, il governo di Recep Tayyip Erdogan sembra essere tornato nel quasi completo controllo della situazione.Il bilancio delle vittime è pesante: quasi 200 morti, fra cui 47 civili. Uccisi anche 104 golpisti uccisi, 41 poliziotti e due soldati fedeli al governo. È salito a 1.563 il numero dei militari arrestati per aver tentato un colpo di Stato.

La stessa presenza di Erdogan a Istanbul (ma non, appunto, ad Ankara), dopo che per tutta la notte il presidente turco era stato dato in fuga verso qualche capitale estera, è il segnale che il golpe sia fallito.

Di fronte a una folla che lo ha ascoltato in un comizio improvvisato, Erdogan ha definito il tentativo di colpo di stato un atto di tradimento. “La Turchia ha democraticamente eletto un governo e un presidente”, ha aggiunto Erdogan. “Siamo in carica e continueremo ad esercitare il nostro potere fino alla fine. Non cederemo il paese a questi invasori. Finirà bene”. I responsabili – ha quindi aggiunto il presidente turco – pagheranno “un caro prezzo”.

Tutto è iniziato venerdì sera, quando un gruppo di militari aveva annunciato di aver preso il potere con lo scopo di “ristabilire l’ordine democratico e la libertà”. In realtà si trattava di un tentativo di rovesciare il governo del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, fallito per l’intervento delle forze speciali.

Militari hanno bloccato alcune strade e alcuni ponti e tunnel di Istanbul. Ad Ankara si sono uditi colpi d’arma da fuoco e elicotteri militari che sorvolavano la capitale turca hanno sparato. Colpi anche contro il parlamento e l’edificio dell’intelligence.

I golpisti hanno bloccato i principali ponti sul Bosforo e – secondo il quotidiano The Independent – avrebbero sparato su alcuni manifestanti che cercavano di attraversarlo.

I militari hanno anche fatto irruzione nella sede della TV statale turca. Le trasmissioni sono state interrotte per qualche ora, ma poi l’intervento delle forze speciali ha permesso alle forze governative di riguadagnare il controllo dell’edificio.

I golpisti avevano imposto il coprifuoco in tutto il paese, ma tantissimi turchi sono scesi nelle strade per opporsi al golpe, come aveva chiesto Erdogan collegandosi per telefono con la CNN turca.

Immagini trasmesse dalle televisioni e circolate sui social media hanno mostrato piazze pacifiche piene di manifestanti. Ma ci sono anche video dove si sentono spari, e dove si vedono persone che si accucciano a terra per ripararsi dai colpi. Sembra comunque che una parte dei golpisti si sia rifiutata di sparare sulla folla.

Anche piazza Taksim, a Istanbul, è stata invasa da manifestanti, molti avvolti nella bandiera turca. All’aeroporto di Istanbul, i manifestanti hanno costretto pacificamente i golpisti a ritirarsi, impossessandosi dei terminal e arrivando fino a circondare gli aerei sulle piste dello scalo.

I golpisti non avevano dietro tutte le forze armate. La Marina e una parte dell’Esercito si sono dissociati dal golpe. Jet militari hanno sparato contro elicotteri utilizzati dai golpisti.

I militari ribelli avevano inviato dei messaggi ai giornalisti in cui scrivevano che avrebbero dato al paese una nuova Costituzione perché la democrazia e la laicità dello stato sono stati compromessi.

Ma non hanno ricevuto appoggio dall’esterno. Gli Stati Uniti – con un comunicato del Presidente Barak Obama – si sono subito schierati con il governo eletto del Presidente Erdogan.

Intanto lo stesso Erdogan interveniva alla CNN turca per telefono, attraverso FaceTime, assicurando di avere il controllo della situazione e promettendo una punizione severa per i golpisti.

Erdogan ha anche accusato il movimento del suo rivale Fethullah Gulen – predicatore e politologo turco che vive negli Stati Uniti – di essere dietro il colpo di Stato.

Alcuni minuti prima il premier turco Binali Yildirim aveva annunciato: “Faremo tutto il possibile perché prevalga la democrazia. Il colpo di stato non riuscirà e i responsabili saranno puniti”. E ancora: “Le nostre forze useranno la forza contro la forza”.

Determinante per far fallire il golpe è stata anche la fedeltà della polizia al governo. Negli ultimi anni Erdogan ha dotato la polizia di armi e blindati – facendone quasi un corpo militare – e l’ha riempita di ufficiali fedeli.

 

 

 

 

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Egitto: tre desaparecidos al giorno

Quel che è successo a Giulio Regeni succede ogni mese a centinaia di studenti, attivisti politici e manifestanti egiziani, che spariscono nelle celle delle forze di sicurezza senza lasciare traccia.

Non vengono arrestati, ma “rapiti” da agenti senza nome e portati in luoghi segreti dove vengono brutalmente torturati. Parenti e avvocati non sanno dove siano. Alcuni ricompaiono poi nelle carceri come detenuti “legali”. Altri ricompaiono invece come cadaveri sul ciglio di una strada.

Secondo un nuovo rapporto di Amnesty International le sparizioni forzate in Egitto non sono un eccesso isolato delle forze di polizia. Sono un vero e proprio “metodo politico” applicato dal regime per mettere a tacere gli oppositori e reprimere ogni dissenso pacifico.

Il rapporto è intitolato Egitto: ‘Tu ufficialmente non esisti’. Sparizioni forzate e torture in nome del contrasto al terrorismo”. Descrive in dettaglio i casi emblematici di 17 persone sottoposte a sparizione forzata, detenute illegalmente per giorni o mesi, tagliate fuori dal mondo esterno, senza contatti con avvocati e familiari, senza poter rivolgersi a un giudice.

Il testo completo del rapporto è scaricabile sul sito di Amnesty International. Qui ne facciamo una sintesi.

Torture brutali e minacce

  • Il rapporto descrive i molteplici metodi di tortura usati contro le persone detenute nelle carceri segrete: pestaggi brutali, stupri, scariche elettriche (anche sui genitali), il corpo sospeso per i polsi e le caviglie per ore e ore, finché la vittima perde conoscenza.
  • I torturatori sono consapevoli che possono commettere ogni violenza nella più totale impunità. Il detenuto Islam Khalil ha raccontato che un agente che lo stava interrogando gli ha detto: “Pensi di avere qualche valore? Ti possiamo uccidere, arrotolarti in una coperta e buttarti in una discarica e nessuno chiederà di te”. Una minaccia che ricorda la sorte crudele riservata a Giulio Regeni.

Anche minorenni

  • Persino i minorenni sono vittime di sparizioni forzate. Il rapporto documenta il caso di un quattordicenne, Mazen Mohamed Abdallah, rapito dalla polizia nel settembre 2015: è stato ripetutamente violentato con un bastone di legno per estorcergli una falsa “confessione”.
  • Aser Mohamed, un altro 14enne, è stato vittima di sparizione forzata nel gennaio 2016 per 34 giorni. In cella è stato picchiato, colpito con scariche elettriche su tutto il corpo e sospeso per gli arti. Alla fine è stato portato di fronte a un procuratore che lo ha minacciato di ulteriori scariche elettriche, quando Mohamed ha provato a ritrattare la “confessione” che gli era stata estorta.
  • Ci sono casi documentati di minorenni fatti “sparire” una seconda volta dopo il primo rilascio.

I responsabili? Sono noti

  • La responsabile delle sparizioni è l’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa), che ha preso il posto della polizia segreta di Mubarak dopo la Rivoluzione del 2011. La struttura ha cambiato nome ma di fatto è la stessa.
  • L’evidente aumento delle sparizioni forzate risale al marzo 2015, ossia alla nomina a ministro dell’Interno di Magdy Abd el-Ghaffar, che in precedenza aveva fatto parte della polizia segreta di Mubarak.
  • Gli uffici dell’Nsa a Lazoughly, al Cairo, sono a giudizio dei detenuti il peggior centro di detenzione dell’Nsa e soprannominati “l’inferno”. Qui si stima che si trovino centinaia di detenuti. Questa sede dell’Nsa si trova dentro il Ministero dell’Interno, a poca distanza da piazza Tahrir, dove cinque anni fa migliaia di persone avevano manifestato contro la tortura e le brutalità delle forze di sicurezza di Mubarak.
  • Di solito, agenti dell’Nsa pesantemente armati fanno irruzione nelle abitazioni private, portano via le persone e le trattengono anche per mesi, spesso ammanettate e bendate per l’intero periodo.
  • Secondo le organizzazioni non governative egiziane, la media delle sparizioni forzate è di tre-quattro al giorno.
  • Le autorità egiziane si ostinano a negare l’esistenza del fenomeno delle sparizioni forzate, ma i casi descritti nel rapporto forniscono ampie prove del contrario.

Perché tanta violenza?

Le sparizioni forzate sono diventate uno dei principali strumenti dello stato di polizia in Egitto. Chiunque osi prendere la parola è a rischio. Il contrasto al terrorismo è usato come giustificazione per rapire, interrogare e torturare coloro che intendono sfidare le autorità.

La complicità della magistratura egiziana

  • Per coprire le sparizioni forzate, la polizia falsifica regolarmente le date di arresto. Quando il detenuto viene immesso nel sistema di detenzione “legale” e portato in carcere o in un commissariato, risulta appena arrestato, mentre magari era “sparito” da mesi.
  • C’è collusione tra le forze di sicurezza e i procuratori egiziani, i quali emettono incriminazioni sulla base di confessioni estorte sotto tortura. Quando in tribunale il detenuto denuncia di essere stato torturato o presenta segni evidenti di tortura, i magistrati non indagano e non ordinano esami medici.
  • Nei rari casi in cui il detenuto torturato viene vistato, i magistrati non includono i risultati degli esami rapporti ufficiali o non consentono a familiari o avvocati di vederli. I giudici e i pubblici ministeri, in questo modo, si rendono complici di gravi violazioni dei diritti umani.

Un calvario per i familiari

  • Le sparizioni forzate hanno un impatto devastante sulle famiglie degli scomparsi, che sono lasciate sole a interrogarsi sul destino dei loro cari.
  • Alcuni familiari hanno denunciato la scomparsa dei loro parenti al ministero dell’Interno e alla Procura ma nella maggior parte dei casi non sono scattate indagini. Nelle rare occasioni in cui un’inchiesta c’è stata, le indagini sono state chiuse dopo aver accertato che lo scomparso era nelle mani dell’Nsa. In questi casi, il detenuto non ha comunque potuto incontrare parenti e avvocati.
  • In diversi casi, sono stati arrestati i familiari di persone da cui si voleva ottenere una “confessione”. Amnesty documenta il caso di Atef Farag, arrestato per aver preso parte a un sit-in. Suo figlio 22enne, che è disabile, è stato preso insieme a lui per costringere il padre a “confessare” una serie di gravi reati. Dopo una sparizione forzata durata 159 giorni, padre e figlio sono stati entrambi rinviati a giudizio.

Richieste urgenti alle autorità egiziane

Il rapporto di Amnesty International si conclude con delle richieste precise alle autorità egiziane.

  • Coloro che sono trattenuti solo per aver esercitato in modo pacifico i loro diritti alla libertà di espressione e alla libertà di riunione devono essere rilasciati immediatamente e senza condizioni.
  • Tutte le persone detenute nelle carceri segrete dell’Nsa devono avere accesso a familiari e avvocati.
  • Il presidente Abdel Fattah al-Sisi dovrebbe a tutte le agenzie per la sicurezza dello stato di porre fine alle sparizioni forzate e alla tortura. Dovrebbe dire chiaramente che chiunque commetterà queste violazioni dei diritti umani sarà portato di fronte alla giustizia.
  • Il presidente al-Sisi dovrebbe istituire con urgenza una commissione indipendente d’inchiesta che indaghi su tutte le denunce di sparizione forzata e di tortura commesse dall’Nsa o da altre agenzie per la sicurezza dello stato. Tale commissione dovrebbe avere il potere di chiamare a deporre tutte le agenzie governative, comprese quelle militari, senza subire interferenze.

Cosa possiamo fare noi

Ci sono anche importanti richieste rivolte a noi, ovvero ai governi dei paesi europei e degli altri paesi che intrattengono rapporti economici con l’Egitto. Questi governi – compreso quello italiano – considerano l’Egitto un partner chiave nella lotta al terrorismo e questa è la giustificazione usata per rifornirlo di armi e altri strumenti per le sue forze di polizia. La richiesta è dunque che:

  • tutti gli stati, particolarmente quelli dell’Unione europea e gli Stati Uniti, devono usare la loro influenza per spingere l’Egitto a porre fine a queste terribili violazioni dei diritti umani, perpetrate col falso pretesto della sicurezza e del contrasto al terrorismo;
  • invece di proseguire ciecamente a fornire equipaggiamento di sicurezza e di polizia all’Egitto, questi paesi dovrebbero annullare tutti i trasferimenti di armi e altro materiale che vengono usati per compiere gravi violazioni dei diritti umani. Questo, finché non ci saranno garanzie efficaci contro il loro uso improprio, finché non saranno condotte indagini esaurienti e indipendenti sulle violazioni dei diritti umani e finché i responsabili non saranno processati.
  • Amnesty ha anche preparato un appello per chiedere al Presidente egiziano al Sisi di mettere fine alle sparizioni forzate in Egitto, che si può firmare qui.
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    Michela Sechi
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Caso Regeni: ciò che non vogliamo vedere

“Sul caso di Giulio Regeni si è fatta una letteratura vergognosa senza tener conto delle specificità dell’Egitto, senza conoscere cosa succede in quel paese. Sono state dette delle assurdità su Giulio Regeni e sul suo caso che hanno di fatto depistato l’opinione pubblica”.

Così Lorenzo Declich – studioso dell’Islam contemporaneo – spiega le ragioni che lo hanno spinto a scrivere Giulio Regeni, le verità ignorate, libro pubblicato lo scorso maggio da Alegre.

Declich smonta tutte le tesi che inseriscono il caso in un “disegno misterioso” le cui trame andrebbero scoperte. Fantasiose spy stories, lotte fra servizi segreti, rivelazioni anonime che confondono le acque, invece di spiegare.

Grazie a questo equivoco, Regeni viene trasformato in una figura dubbia e il regime di Al Sisi diventa – da carnefice – in vittima di un complotto. Fino a ipotizzare che il ricercatore sia stato ucciso per mettere in difficoltà il presidente Al Sisi, trasformato in paladino della lotta al terrorismo e “buon padre di famiglia”.

Per Lorenzo Declich queste sono assurdità, se non veri e propri depistaggi. La verità sarebbe molto più semplice: nessun complotto. Basta la “banalità del male” a spiegare la crudele uccisione del ricercatore italiano. Declich ci spiega perché in questa intervista.

Facciamo un breve elenco delle assurdità che sono state scritte sul caso Regeni.

“La prima è stata dipingere Giulio Regeni dapprima come uno sprovveduto, poi come uno sprovveduto che veniva strumentalizzato da altri, infine come una spia: una spia italiana o britannica. È stata fatta una letteratura attorno alla sua biografia che ha depistato chi è interessato alla ricerca della verità. Il mio libro l’ho scritto proprio per questo: per ridare dignità e forza alla figura di Giulio Regeni e per elencare quelle 3 o 4 verità semplici e dure che conoscevamo già dai primi giorni della sua scomparsa e del suo ritrovamento”.

Quali sono queste verità?

“Che questo è un assassinio di Stato, perché c’è un regime assassino in Egitto che non fa altro che mettere in atto un’escalation della repressione. Giulio Regeni è finito nelle maglie di questo apparato fuori controllo proprio nel giorno dell’anniversario della Rivoluzione egiziana”.

Dunque tutte le ipotesi che sono state fatte – cioè che lui fosse sotto osservazione da tempo, che facesse delle ricerche troppo pericolose, che fosse finito in mezzo a uno scontro fra gli apparati di sicurezza egiziani – sono tutte senza fondamento?

“Sono ipotesi frutto dell’ignoranza di chi non conosce la realtà egiziana. L’Italia si è svegliata da un lungo sonno sull’Egitto, e non a caso: il governo italiano era impegnato da tempo nel legittimare la figura di Al Sisi. L’Italia si è svegliata e non ha visto la realtà dei fatti. Cioè che Giulio Regeni era un ricercatore come tanti altri, che stava facendo una ricerca simile a quella che fanno tanti altri ricercatori in Egitto, che non c’era nulla di così segreto. Se un servizio di intelligence di qualche paese straniero avesse voluto sapere le cose che Giulio Regeni stava studiando, avrebbe potuto farlo facilmente senza l’aiuto di un ricercatore come lui”.

Quindi qual è la tua ipotesi? Come mai Regeni è finito nelle mani dei servizi di sicurezza egiziani?

È finito nelle mani dell’apparato di Al Sisi per una serie di coincidenze sfortunate, proprio nel giorno in cui si celebrava l’anniversario della rivoluzione egiziana. Quel giorno tutti i servizi di sicurezza di Al Sisi erano mobilitati per assicurare che non ci fosse alcun genere di manifestazioni contro il dittatore. È finito nelle maglie di questo apparato e purtroppo non abbiamo avuto gli strumenti sufficienti per tirarlo fuori dall’incubo in cui si è trovato. Conoscendo e ripercorrendo la storia dell’Egitto degli ultimi anni, si capisce quanto purtroppo un fatto tragico come questo poteva succedere. Nessuno si aspettava che succedesse a un italiano – a un ricercatore italiano – ma è una cosa che accade tutti i giorni in Egitto”.

E le autorità italiane come si sono comportate in questa vicenda? Tu nel tuo libro parli molto di questo.

“La cosa che più mi ha colpito è il fatto che l’Italia abbia puntato immediatamente sulla collaborazione giudiziaria con le autorità egiziane, pur conoscendo perfettamente in quale situazione versi il comparto giudiziario in Egitto. Era ovvio che avrebbe incontrato un muro di gomma, seguendo questa strada. Quello che invece doveva fare il governo italiano era – da subito – un’iniziativa politica. Che invece è tardata molto ed è stata anche molto debole”.

 Nel libro c’è anche un capitolo sugli interessi economici che l’Italia ha in Egitto

“Sì, interessi molto forti, che non sono stati minimamente toccati dal caso Regeni, al contrario di quello che ho visto scritto su tanti giornali. I protocolli di intesa fra l’ENI e l’Egitto di Al Sisi sono stati ratificati dopo la morte di Giulio Regeni: nelle settimane seguenti. Gli affari sono proseguiti come al solito, senza registrare cambiamenti apprezzabili”

Dopo aver demolito tutte le tesi palesemente false sul caso Regeni, il libro tenta di mettere ordine nei fatti che invece sono noti e documentati. Inserisce la vicenda Regeni in un contesto in cui nel solo 2015 ci sono stati in Egitto 464 casi di sparizione forzata, 1.676 casi di tortura, 500 dei quali terminati con la morte della persona torturata. Ricorda che “nei giorni in cui Giulio spariva al Cairo, sparivano anche due attivisti per i diritti umani in Egitto. Entrambi sono stati ritrovati morti con segni di tortura”.

Eppure la maggioranza degli analisti italiani parla di un caso eccezionale. Gli editorialisti scrivono che “Al Sisi è un criminale ma non è stupido”. Non si capacitano che il regime egiziano abbia osato infierire con tanta violenza su un cittadino straniero, senza valutare le conseguenze.

Invece si dimentica che ci sono diversi precedenti alla vicenda Regeni, tutti riferiti dalle cronache. Il libro di Declich ricorda il caso dell’insegnante francese Eric Lang, arrestato dalla polizia egiziana e morto misteriosamente in un commissariato nell’autunno 2013, ufficialmente “ucciso dai compagni di cella”.

C’è il caso del giornalista italiano Andrea De Georgio, arrestato nel 2011 con l’accusa di vandalismo, poi di spionaggio; De Georgio viene salvato in extremis solo perché riesce ad avvertire il consolato italiano e viene liberato dopo aver assistito in prigione a terribili torture sui suoi compagni di detenzione.

Il libro riproduce anche la testimonianza di David Sansonetti, giornalista free-lance arrestato dalla polizia egiziana il 25 gennaio 2014: anche lui nell’anniversario della rivoluzione egiziana, come Giulio. “Vige un clima di violenza nei confronti di tutti i giornalisti stranieri” scrive Sansonetti sul Manifesto, raccontando di essere salvo solo grazie all’intervento della console italiana.

C’è il caso dell’italiano D.G., prigioniero delle carceri egiziane per 27 giorni, dove viene costretto ad assistere alle torture di altri detenuti. Accetta di raccontare la sua storia (anonima) a Vice News solo perché sconvolto dal caso Regeni.

E noi aggiungiamo la vicenda del musicista milanese Davide Romagnoni, raccontata da Radio Popolare: 35 ore di terrore nelle carceri egiziane di Sharm el Sheik, solo per aver scattato una foto.

Radio Popolare aveva raccontato anche la vicenda della giornalista statunitense Mona El Tahawi, a cui la polizia aveva spezzato entrambe le braccia nel 2012; venne rilasciata solo perché era riuscita a dare l’allarme via Twitter. Per non parlare delle giornaliste straniere vittime di stupri di massa in piazza Tahrir, assalite nell’indifferenza della polizia egiziana.

La situazione è talmente pericolosa in Egitto che tutti i corrispondenti e i free-lance italiani hanno lasciato il Paese negli ultimi anni. Al Cairo resta solo l’ufficio dell’Agenzia di stampa Ansa.

Tutto ciò dimostra che in Egitto non serve a molto essere stranieri, anche perché il livello di xenofobia alimentato dalle autorità è ormai alle stelle e influenza sia la gente, sia le forze di sicurezza. Il messaggio di fare attenzione agli stranieri perché potrebbero essere delle spie è stato affidato anche a uno spot televisivo.

Il paese è in preda a una “dittatura debole” che è il regno dell’arbitrio e – spesso – dell’assurdo. Un paese in cui un bambino di 4 anni può venire condannato all’ergastolo per un omicidio che evidentemente non ha commesso – come racconta il libro di Declich – è un paese dove tutto è possibile.

Queste sono le responsabilità egiziane, ma il libro analizza anche quelle italiane. Il modo in cui è stata costruita la vicenda della spy story, ad esempio, e le assurde accuse ai docenti di Cambridge di Giulio, come se la colpa della sua morte ricadesse su di loro, invece che sul regime di Al Sisi.

Un paragrafo è dedicato alla ricostruzione minuziosa di “ciò che l’Italia non ha fatto per salvare Giulio Regeni” nei giorni in cui era prigioniero, ma ancora vivo. Errori, sottovalutazioni o responsabilità più gravi? Il libro ricorda che in quei giorni era presente al Cairo anche il capo dei servizi segreti italiani Alberto Manenti.

Insomma: “Giulio Regeni, le verità negate” va letto e contribuisce davvero a fare chiarezza, mettendo alcuni punti fermi. Ma la strada che porta alla verità è tutta in salita, perché in questa storia – scrive Declich – c’è un “livello di menzogna sottile”, “un’ipocrisia” che è “tutta italiana” e che “attende di essere smascherata”.

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Iraq. Tutte le colpe di Tony Blair

Non lascia dubbi il rapporto presentato oggi a Londra sulla decisione britannica di invadere l’Iraq nel 2003, assieme agli Stati Uniti. La decisione di entrare in guerra fu presa “prima di esaurire altre opzioni di disarmo”.

Attaccare e occupare uno stato sovrano – per la prima volta dopo la fine della seconda Guerra Mondiale – fu una scelta di “estrema gravità” da parte di Tony Blair, l’allora premier. Certo, il rapporto descrive Saddam Hussein come un brutale dittatore, che reprimeva il suo popolo e minacciava i paesi vicini. Ma l’attacco militare non era “l’ultima risorsa” contro Saddam: prima, si potevano tentare altre strade.

iraq chilcot

Quel che era evidente a 1 milione e mezzo di britannici che manifestarono nel 2003 contro la guerra in Iraq è ora scritto nero su bianco. Il rapporto Chilcot è monumentale: conta 2,6 milioni di parole, 12 volumi e un riassunto di 145 pagine. Ci sono voluti 7 anni per scriverlo e pubblicarlo: troppi, secondo il partito laburista. Il premier Gordon Brown aveva dato l’incarico a Sir John Chilcot nel 2009, in seguito a forti pressioni da parte dell’opinione pubblica.

Di sicuro le accuse contro Tony Blair sono durissime. Secondo l’inchiesta, le sue opinioni personali furono decisive. “Sarò con te in tutti i casi” disse il premier britannico a George Bush durante una visita al suo ranch in Texas. Un assegno in bianco al presidente degli Stati Uniti.

Blair – secondo alcune note che scrisse allora – era guidato dalla convinzione che Saddam dovesse essere eliminato e attorno a questa convinzione costruiva la sua politica, senza basarla su fatti e valutazioni reali. La pericolosità di Saddam Hussein fu dunque esagerata.

Il famoso dossier presentato alla Camera dei Comuni nel settembre 2002 non provava affatto che l’Iraq stava rafforzando il suo arsenale di armi chimiche e biologiche. Inoltre, Blair trascinò la gran Bretagna in guerra senza avere la certezza che gli obiettivi dell’intervento militare potessero essere raggiunti.

Saddam Hussein non costituiva una minaccia immediata, sostiene il rapporto. La strategia di “contenimento” del dittatore poteva continuare ancora a lungo. Le sue armi “di distruzione di massa” furono presentate come un pericolo certo, anche se di certo non c’era nulla. Non ci furono preparativi per affrontare il dopo-Saddam in Iraq e le conseguenze dell’intervento furono sotto-stimate.

Almeno 150 mila iracheni morirono, la maggior parte civili. Più di un milione di iracheni dovettero abbandonare le proprie case. “Il popolo iracheno ha sofferto enormemente” si legge nel rapporto.

Il testo non si addentra nella questione della legalità dell’intervento. Ma fa notare che Blair neppure si preoccupò di questo aspetto, dato che non chiese neanche un parere scritto al procuratore generale britannico. Il magistrato in realtà disse a Blair che un intervento militare senza una seconda risoluzione Onu sarebbe stato illegale, ma questo non servì a fermare Blair. La decisione britannica di entrare in guerra – scrive il rapporto – di fatto minò l’autorità del consiglio di Sicurezza dell’Onu.

iraq blair

Eppure Blair – secondo il rapporto Chilcot – poteva tirarsi indietro senza rompere la relazione di stretta partnership con gli Stati Uniti. C’erano dei precedenti: la crisi di Suez, la guerra del Vietnam e la guerra delle Falkland, dove i due alleati non avevano combattuto insieme. Ma Blair, da metà marzo 2003, accettò in toto la tabella di marcia di Bush, biasimando i paesi – come la Francia – che non avevano voluto sostenere una seconda risoluzione del consiglio di sicurezza dell’Onu che autorizzasse l’attacco.

Eppure i rischi di una destabilizzazione di tutta l’area erano già noti allora, al contrario di quanto sostenne successivamente Blair. Si prevedeva che l’Iran avrebbe voluto giocare un ruolo forte in Iraq e che i sunniti si sarebbero ribellati. Il segretario dei stato americano Colin Powell avvertì nel 2002 che ci sarebbe stata “una carneficina per vendicare la fine di Saddam”, ma non fu ascoltato. Anche l’ambasciatore britannico negli USA avvertì che sarebbe scoppiata una guerra civile in Iraq, dopo l’intervento: “A confronto, pacificare l’Afghanistan sembrerà un gioco da ragazzi”, avvertì.

Blair non aveva nessun piano per il post-Saddam. Dopo la fine della guerra, l’Iraq fu lasciato in mano all’amministrazione statunitense; la Gran Bretagna, pur avendo truppe sul terreno, ebbe scarsa influenza.

Malgrado l’impegno iniziale a contenere il numero di vittime civili, almeno 150 mila iracheni furono uccisi e non si cercò neppure di contabilizzare queste vittime. L’esercito britannico si occupò più di difendersi dalle accuse di crimini di guerra che di investigare sul proprio operato.

Il rapporto non lesina critiche neppure alla condotta della guerra. Le truppe britanniche – che persero 179 soldati – non furono dotate in tempo di veicoli corazzati, capaci di resistere agli ordigni nascosti sul ciglio delle strade; la catena di comando fu confusa e inadeguata. I soldati britannici lasciarono un paese in preda alle divisioni settarie, semi-distrutto, con una nuova classe politica dominata dalla corruzione.

Esprimo più dispiacere e scuse di quanto voi possiate credere” ha detto Tony Blair dopo la pubblicazione del rapporto. Ma l’ex premier in realtà ha cercato di difendersi, negando le accuse. “Non c’era nessun accordo segreto con Bush per arrivare alla guerra” ha sostenuto “nessuna falsificazione dei rapporti di intelligence, nessun inganno nei confronti degli altri ministri”. Blair sostiene di aver preso la decisione di attaccare l’Iraq “in buona fede” e in quello che lui credeva fosse “l’interesse della Gran Bretagna”.

Interrogato in una conferenza stampa sulla situazione dell’Iraq dopo l’invasione (“Pensa che sia migliore?”) Blair ha risposto “secondo alcuni sì. I curdi stanno meglio”. Ha aggiunto che secondo lui l’Iraq si stabilizzerà e anche il Medio Oriente. Che gli iracheni sotto Saddam Hussein non avevano speranza, mentre ora “hanno una possibilità”. Insomma: ha insistito che rimuovere il dattore fu una giusta decisione. Ha confermato che prova “dispiacere” ma non “rimorso” perché ritiene di non aver sbagliato.

Un fotomontaggio creato da una campagna pacifista che accusa Tony Blair di essere un criminale di guerra
  • Autore articolo
    Michela Sechi
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