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Femminista e imam. Ecco la jihad delle donne

 Donna, Imam, anzi Imamah. Ani Zonneveld, di origine malese, vive negli stati Uniti e guida a Los Angeles la preghiera del venerdì, anche davanti agli uomini. Ha fondato e dirige l’associazione Muslims for Progressive Values. Lavora da anni per una interpretazione progressista del Corano che – secondo lei – dà pieno potere e piena libertà alle donne e non è contrario all’omosessualità, come i conservatori vogliono far credere.Lei stessa celebra da tempo, a Los Angeles, matrimoni omosessuali e interreligiosi. E’ venuta a Milano per presentare il libro di cui è protagonista: La Jihad delle donne. La Sfida dell’Islam femminista di Luciana Capretti.

“Non è complicato nella religione islamica essere Imam o Imamah”, spiega Zonneveld. “Significa che tu guidi la preghiera per la tua comunità. Non c’è un processo di ordinazione sacerdotale come nella religione cristiana, o come nella religione ebraica o buddista. Se tu sai come guidare la preghiera, hai la conoscenza teologica sufficiente e la tua comunità ti sceglie, allora puoi essere Imam o Imamah”.

Dunque le donne possono essere Imam?

“Certo, possiamo esserlo. La prima donna Imam è stata scelta dal profeta Maometto. Dopo secoli riscopriamo questa verità. Secondo l’interpretazione conservatrice del Corano, non è permesso a una donna guidare la preghiera degli uomini. Può guidare solo quella delle donne, ma questa è una interpretazione misogina. Questa interpretazione non è nel Corano ma negli Hadith” (racconti sulla vita del profeta Maometto che costituiscono la Sunna, la seconda fonte della Legge islamica dopo il Corano, ndr).

Lei dice spesso che i conservatori e soprattutto i terroristi islamici mal-interpretano il Corano, lo “imbastardiscono”. In che modo?

“Prima di tutto lo portano fuori dal suo contesto storico e sociale. Non lo leggono con la prospettiva di situarlo nell’epoca in cui è stato scritto. Per esempio quando si riferiscono al Corano per parlare della necessità di sconfiggere cristiani o ebrei, parlano di brani del Corano che si riferiscono a una specifica guerra di quei tempi. All’epoca le tribù governate dal Profeta Maometto erano costantemente sotto attacco da parte di tribù rivali. Maometto aveva anche subìto dei tentativi di omicidio. Proteggersi era vitale. Quei testi non vanno presi alla lettera oggi, ma gli estremisti li usano per demonizzare le altre religioni e per perpetuare la loro violenza”.

Come combattere l’estremismo e queste interpretazioni false?

“Noi musulmani progressisti facciamo questo lavoro da dieci anni. Siamo coscienti del bisogno di questo lavoro. Ma purtroppo i musulmani conservatori fanno riferimento, per esempio, all’Università di Al Azahr in Egitto, che non amministra la vera giustizia islamica, non compie il duro lavoro di correggere le interpretazioni sbagliate. Un anno e mezzo fa 127 studiosi islamici di tutto il mondo si sono riuniti e hanno scritto una lettera aperta al fondatore dell’Isis, il “Califfo Al Baghdadi”. Con quella lettera hanno contestando tutte le basi teologiche su cui Al Baghdadi ha dichiarato il suo Califfato, contestandogli false interpretazioni del Corano e violazioni dei diritti umani. Ebbene, non penso che i media occidentali abbiano mai dato questa notizia. Eppure erano 127 studiosi e leader islamici di alto profilo che hanno firmato insieme una lettera contro Al Baghdadi dichiarando che quello che lui fa è contro l’Islam”.

Come la sua comunità reagisce al suo lavoro? Ha visto donne musulmane cambiare la loro vita dopo aver ascoltato cosa davvero dice il Corano?

“Sì, sicuramente. In Occidente ho visto tante donne cambiare, e anche tanti uomini, perché noi forniamo loro le basi teologiche che cercano. Nel mondo musulmano i cambiamenti sono ancora più profondi perché l’interpretazione del Corano in quei luoghi è incredibilmente misogina, omofobica e oppressiva. In Tunisia per esempio lavoriamo insieme a importanti studiosi dell’Islam che sono progressisti; c’è un’ottima collaborazione con loro. In Burundi stiamo lavorando con 26 Imam che poi vanno nelle comunità per liberare le donne dalle interpretazioni misogine della religione e propongono loro una teologia della libertà. Questi Imam conducono programmi alla radio, organizzano attività per le ragazze… In Tunisia andiamo nei villaggi più radicalizzati e insieme agli studiosi islamici tunisini insegniamo alle donne e ai giovani la nostra interpretazione femminista dell’islam. Diamo loro gli argomenti teologici per contrastare le interpretazioni contrarie alle donne e ai diritti umani. Così quando l’imam locale espone le sue teorie oscurantiste, sanno come rispondergli, sono in grado di contraddirlo. E questo è molto importante”.

Lei celebra anche matrimoni fra omosessuali. E’ l’unica che lo fa, o ci sono altri Imam che hanno seguito la sua strada?

“Ci sono altri Imam che lo fanno, negli Stati Uniti. E’ parte della politica della nostra organizzazione. Noi serviamo la nostra comunità. Nella comunità ci sono anche fedeli omosessuali. Se loro vogliono sposarsi, li sposiamo, come sposiamo le coppie eterosessuali. Abbiamo sette sedi negli Stati Uniti e dunque riusciamo a fornire un servizio efficiente, sia per i matrimoni fra persone dello stesso sesso, sia per matrimoni interreligiosi fra donne musulmane e uomini non musulmani”.

E’ un gran sollievo per queste persone potersi sposare?

“Certo, riceviamo chiamate da tutto il mondo, sposiamo persone di tutte le nazionalità. A volte quando parlo con qualcuno che chiama dalla Malesia o dal Medio Oriente, sono così emozionati che scoppiano a piangere. Vogliono solo sposarsi! E non possono. Gli spieghiamo che l’interpretazione del Corano secondo cui una donna musulmana non può sposare qualcuno di un’altra religione, è un’interpretazione tribale, adatta ai tempi in cui il Corano è stato scritto. In realtà il Corano dice che una donna musulmana deve sposare “un credente” e dunque può essere un credente di qualsiasi religione, può essere chiunque. Quello che i musulmani conservatori hanno fatto è dare la patente di ‘credenti’ ai soli musulmani. Ma non è vero”.

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    Michela Sechi
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Uomini che guadagnano più delle donne

In Gran Bretagna la BBC corre ai ripari, dopo la pubblicazione dei dati che dimostrano come le sue dipendenti guadagnino molto meno dei dipendenti maschi, anche a parità di incarico.

L’emittente britannica ha deciso di riesaminare compensi e stipendi di tutto lo staff per ridurre il gender pay gap. Due aziende di consulenza tracceranno entro sei settimane un quadro generale delle disparità di trattamento economico.

L’analisi potrebbe portare al taglio di compensi e stipendi per alcuni e ad aumenti per altri. “Nessuna ipotesi è esclusa”, ha detto uno dei dirigenti della Corporation al quotidiano britannico The Telegraph.

A suscitare scandalo era stata la scoperta che tra le 96 star della BBC che guadagnano oltre 150mila sterline l’anno, 62 sono uomini e appena 34 donne.

Uno dei casi più eclatanti è quello di due giornalisti che presentano entrambi il telegiornale della BBC. Lui, Huw Edwards, guadagna 600mila sterline l’anno, mentre la sua collega Sophie Raworth, che ha esattamente lo stesso ruolo, guadagna un terzo di quella somma.

Il direttore generale della BBC Tony Hall aveva promesso di risolvere il problema delle differenze salariali entro il 2020 e ora ha commissionato un indagine che – assicurano a Londra – sarà indipendente e trasparente. Riguarderà non solo gli anchor della rete, ma tutto il personale, anche ai livelli più bassi.

In Italia il gender pay gap esiste, ma nessuno se ne preoccupa. Secondo il Global gender gap report prodotto dal World Economic Forum, l’insieme delle donne italiane percepisce il 52 per cento dei redditi guadagnati dall’insieme degli uomini.

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“Le donne? Uguali agli uomini, ma costano meno”. Campagna contro il gender pay gap

In nessun paese del mondo si è ancora raggiunta la parità. L’Europa occidentale – regione al mondo più vicina alla parità di genere – registra un gap salariale del 25%. Ma il “buon” risultato si deve ai paesi scandinavi, mentre l’Italia è in fondo alla classifica del gruppo europeo, seguita solo da Austria, Cipro, Grecia e Malta.

Nella classifica mondiale l’Italia si colloca al 50° posto su 144 paesi.

Eppure diversi governi europei si sono attivati per porre rimedio alle differenze salariali. La strategia più usata è quella di rendere pubbliche le remunerazioni, secondo il principio che rendere noto il divario sia di per sé già un incentivo a cambiare.

In Gran Bretagna è entrato in vigore quest’anno l’Equality Act 2010 (Gender Pay Gap Information): le società private con oltre 250 dipendenti devono pubblicare i dati sugli stipendi disaggregati in base al genere.

Lo scorso marzo la Germania di Angela Merkel ha approvato una legge che riguarda le imprese con oltre 200 dipendenti. Dietro richiesta, saranno obbligate a rendere noto ai lavoratori quanto viene pagato un collega per la stessa prestazione lavorativa. Le imprese con oltre 500 dipendenti dovranno anche fornire dei rapporti sul trattamento salariale del personale, evidenziando le differenze fra uomini e donne.

In Islanda (prima nella classifica mondiale) la legge approvata quest’anno è ancora più stringente: le aziende e le istituzioni pubbliche dovranno ottenere una certificazione ufficiale sul rispetto della parità retributiva. I datori di lavoro islandesi devono documentare la situazione, ma dal 2018 partiranno anche i controlli, affidati alla polizia e alla polizia tributaria. In Islanda l’occupazione femminile è attorno all’80%, mentre il divario salariale si attesta tra il 14 e il 20%.

Anche in Italia c’è una legge sulla parità di genere: l’articolo 46 del Decreto Legislativo 11 aprile 2006 n. 198 (ex art. 9 L. 125/91), poi modificato dal D. Legislativo 25 gennaio 2010 n. 5.

Prevede che le aziende pubbliche e private con oltre cento dipendenti debbano produrre un rapporto – almeno ogni due anni – sulla situazione del personale maschile e femminile. Il rapporto dovrebbe riguardare le differenze non solo nei salari, ma anche le differenze in merito ad assunzioni, formazione, livelli, passaggi di categoria/qualifica, cassa integrazione, licenziamenti, prepensionamenti e pensionamenti.

Secondo il Sole 24 Ore il termine per presentare gli ultimi rapporti sulla situazione del personale è scaduto il 30 aprile 2016, ma per ora non ci sono dati disponibili.

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    Michela Sechi
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Ucciso da un drone Usa. Da archiviare

“L’inchiesta sull’uccisione di Giovanni Lo Porto non deve essere archiviata”. Lo chiede il Gvc, Gruppo di volontariato civile, ong per cui Lo Porto lavorò prima di partire per il Pakistan con la cooperazione tedesca.

Lo Porto – che dopo gli studi a Londra lavorava a progetti umanitari – fu rapito da jihadisti nel gennaio 2012 assieme a un collega tedesco. Il collega fu in seguito liberato, mentre Lo Porto – dopo 3 anni di prigionia – fu ucciso da un drone statunitense, che eliminò anche un altro ostaggio americano e due comandanti talebani.

Secondo il GVC, le responsabilità di quel bombardamento possono essere accertate ed è incredibile che la Procura di Roma vi rinunci. “Il risarcimento alla famiglia da parte della Casa Bianca e le pubbliche scuse di Barack Obama non bastano” scrive l’ong. “Non è accettabile che ci si arrenda, tanto più senza aver fatto alcun tentativo”.

Aperta inizialmente come sequestro di persona a scopo di terrorismo, l’indagine si è poi allargata fino a comprendere l’ipotesi di omicidio a carico di ignoti. Si è poi arenata di fronte alla segretezza del programma militare statunitense che si avvale dei droni. L’intelligence statunitense sostiene che non sapeva che Lo Porto si trovasse in quel luogo quando fu ordinato il bombardamento. Obama definì la sua morte “un tragico errore”.

Intanto, continuano gli attacchi teleguidati durante le cosiddette ‘operazioni antiterrorismo”. “La società civile, i cittadini devono dimostrarsi determinati nel pretendere la verità su Giovanni Lo Porto, ma anche su quanto avviene durante questi attacchi: è un obbligo morale che abbiamo in quanto paese che ha sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1949 sulla protezione dei civili” scrive i Gvc.

“I cosiddetti danni collaterali degli attacchi telecomandati sono devastanti” aggiunge la policy advisor di GVC, Margherita Romanelli. L’associazione inglese Reprive segnala che sono oltre 4.000 i civili innocenti rimasti uccisi negli attacchi dei droni. Un quarto sono bambini.

Ci sono anche molte vittime di cui non si sa nulla, morti nascoste all’opinione pubblica e persino ai Parlamenti, come ha denunciato una ricerca presentata all’inizio di questo anno alla Camera dei Deputati da parte dell’Archivio Disarmo.

“Non fare chiarezza è un attacco alla democrazia, considerato che in Italia il 74% degli intervistati da uno studio condotto dal Pew Research Center sono contrari all’uso dei droni armati”, conclude il GVC.

L’ong si dichiara convinta che la lotta al terrorismo debba passare attraverso soluzioni diplomatiche e strumenti volti a contrastare disuguaglianze e ingiustizie nei paesi in cui, non a caso, si annidano le cellule jihadiste. Gli attacchi con i droni invece finiscono per mietere migliaia di vittime tra i civili e consegnare così quelle comunità ai gruppi estremisti.

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    Michela Sechi
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Passeggeri Vueling: no alle deportazioni

In Spagna una quarantina di passeggeri si è opposta alla deportazione di un migrante senegalese a bordo di un volo della Vueling. La protesta ha ritardato di due ore e mezzo il decollo dell’aereo, che da Barcellona era diretto a Dakar. Undici passeggeri sono stati lasciati a terra e adesso rischiano pesanti multe.

L’episodio è avvenuto sabato 15 luglio. I passeggeri che hanno protestato non si conoscevano fra loro, ma quando hanno sentito un migrante gridare, ammanettato a bordo dell’aereo, hanno cominciato a fare domande all’equipaggio per sapere cosa stava accadendo.

Fra loro anche una giornalista – Ana Palou – che si è messa a dare notizie sulla protesta via Twitter. La compagnia allora ha fatto sbarcare tutti i passeggeri, compreso il migrante. Le persone hanno applaudito, pensando di essere riuscite a impedire la deportazione.

sul volo Vueling

Ma non era così: la Vueling ha fatto raccogliere a ciascuno i propri bagagli e poi ha di nuovo reimbarcato tutti, tranne 11 passeggeri, identificati arbitrariamente come i “disturbatori”. Anche il migrante è stato riportato a bordo dell’aereo e deportato.

A causa del ritardo, la Vueling ha dovuto posticipare di un giorno il volo di ritorno da Dakar verso Barcellona e dunque pagare una notte in hotel a 167 persone.

Associazioni spagnole per la difesa dei migranti – in particolare la Caravana Abriendo Fronteras – hanno espresso la loro solidarietà con manifestazioni agli aeroporti di Barcellona e Siviglia domenica 16 luglio. Almeno 400 attivisti si sono messi in coda agli sportelli della Vueling, compilando e consegnando formulari di protesta.

Ecco una di loro, intervistata da Ahotsa Info:

[youtube id=”0DCYrJnIEko”]

 

“La cosa impressionante di questa azione – dice la ragazza – è che 40 persone che non si conoscono e che vanno in vacanza si paralizzano e dicono: noi non vogliamo partecipare a questa repressione. Le deportazioni vanno avanti da anni, ma adesso per fortuna la gente comincia a rispondere”.

“Adesso aspettiamo di sapere se ci saranno provvedimenti contro questi 11 passeggeri, perché minacciano per vari anni di bandirli da tutti voli Vueling e da tutti i voli Iberia”.

E’ stato anche creato un blog per sostenere gli 11 passeggeri lasciati a terra, che hanno tenuto una conferenza stampa per esprimere le loro ragioni. “Chiunque avrebbe fatto lo stesso al nostro posto” hanno detto davanti ai giornalisti, chedendo la fine delle”deportazioni Express”.

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    Michela Sechi
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Di nuovo in vigore il Muslim Ban

Il “Muslim Ban” voluto da Donald Trump è di nuovo in vigore, anche se in versione ridotta, dopo che lunedì è stato ridimensionato da un pronunciamento della Corte Suprema.

Tantissimi cittadini di Iran, Siria, Yemen, Libia, Sudan e Somalia si vedranno di nuovo il visto rifiutato e le frontiere sbarrate, solo sulla base della propria nazionalità.

Attivisti per i diritti umani e avvocati volontari sono tornati nei principali aeroporti statunitensi per fornire aiuto e assistenza legale a chi dovesse rimanere bloccato, come nei mesi scorsi. Ma non si prevede lo stesso caos di allora, perché il provvedimento considera validi i visti già emessi.

Le isole Hawaii però non si rassegnano e – come nel marzo scorso – stanno preparando un ricorso perché il Travel Ban venga bloccato in tutti gli Stati Uniti.

Il procuratore delle isole Hawaii contesta le linee guida emesse dal dipartimento di Stato per attuare le raccomandazioni della Corte Suprema: sarebbero troppo restrittive. L’effetto sarebbe bandire dagli Stati Uniti anche persone che hanno parenti stretti nel Paese.

Secondo l’amministrazione Trump, nonni, zii, cugini e fidanzati non sarebbero “parenti stretti” e dunque non giustificherebbero una richiesta di visto per chi ha con loro un legame familiare (riguardo ai fidanzati c’è stato un contrordine dell’ultimo minuto).

“Quello che mi fa arrabbiare è che l’amministrazione Trump sta anche cercando di ridefinire il concetto di famiglia”, ha dichiarato Rama Issa-Ibrahim, presidente dell’Arab-American Association di New York.

La 29enne, che ha doppia nazionalità siriana-americana, ha deciso di rinviare il proprio matrimonio perché – con il Muslim Ban in vigore – non può invitare negli Stati Uniti gran parte dei propri parenti.

Rama Issa-Ibrahim
Rama Issa-Ibrahim

Il Muslim Ban riguarda cittadini di Iran, Siria, Yemen, Libia, Sudan e Somalia che non abbiano “comprovati legami familiari” negli Stati Uniti, oppure esigenze di lavoro o di studio. Esclude anche i rifugiati siriani, compresi quelli che gli Stati Uniti si erano impegnati ad accogliere durante l’amministrazione Obama.

Lunedì scorso la Corte Suprema aveva reintrodotto parte del Travel Ban bloccato dai giudici federali di grado inferiore, ritenendolo valido solo per i cittadini di quei sei Paesi che non abbiano “comprovati legami con individui ed enti negli Stati Uniti”.

Nel pronunciamento della Corte Suprema – che ha dato una prima vittoria al Presidente – è stato decisivo il voto di Neil Gorsuch, il giudice nominato proprio da Trump e confermato ad aprile al Senato dopo che i repubblicani avevano cambiato le procedure di voto.

I magistrati statunitensi però non si arrendono. “Nelle Hawaii consideriamo ‘parenti stretti’ molte delle persone che il governo federale intende escludere dalla definizione”, ha dichiarato il procuratore generale delle isole Douglas Chin.

Nella mozione al giudice federale, Chin chiede quindi di intervenire contro le linee guida dell’amministrazione Trump, rivendicando il diritto dello Stato delle Hawaii di poter continuare a “proteggere i propri residenti e i loro cari da un ordine esecutivo illegale ed incostituzionale”.

Lo scorso marzo le Hawaii sono state il primo stato a bloccare la seconda versione del Travel Ban, considerato un “Muslim Ban” e quindi per questo incostituzionale, discriminatorio nei confronti dei musulmani.

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    Michela Sechi
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Russia. La lunga scia dei giornalisti uccisi

Nadezda Azhgikina è la vice presidente della Federazione europea dei giornalisti e per 15 anni ha guidato l’Unione dei giornalisti russi. Partecipa e coordina progetti internazionali su libertà di stampa, diritti umani, gender e cultura. È autrice o curatrice di 18 saggi su questi argomenti. L’abbiamo intervistata al Festival dei Diritti umani di Milano.

“In Russia non abbiamo giornalisti in carcere, a parte qualche caso isolato” spiega Nadezda Azhgikina. “Da noi non è come in Turchia. In Russia però abbiamo un enorme numero di giornalisti uccisi. Dal 1990, in 27 anni, abbiamo scritto almeno 359 nomi sulla lista dei nostri colleghi uccisi in aree di guerra o assassinati in circostanze misteriose.

Un paio di settimane fa abbiamo avuto l’ultima vittima: Nikolai Andrushchenko, 73 anni, di San Pietroburgo. È stato selvaggiamente picchiato da sconosciuti ed è morto in ospedale” (secondo il quotidiano The Independent aveva spesso criticato il Presidente russo Putin e aveva a lungo denunciato la corruzione nella sua città, ndr)

In Russia c’è una cultura dell’impunità: lo ripetiamo ad alta voce da quando è stata assassinata Anna Politkovskaya. Tutti i casi su cui la magistratura non ha mai indagato hanno generato nuova violenza”.

Nikolai Andrushchenko, giornalista morto a San Pietroburgo lo scorso aprile dopo essere stato picchiato da sconosciuti
Nikolai Andrushchenko, giornalista morto a San Pietroburgo lo scorso aprile dopo essere stato picchiato da sconosciuti

Come si è arrivati a questa situazione?

“Il problema è che il pubblico russo non capisce che la libertà di espressione, l’accesso alle notizie e l’incolumità dei giornalisti non sono problemi che riguardano solo i giornalisti. Sono un problema di tutti. E finché il pubblico russo non ne sarà cosciente, sarà molto difficile combattere l’impunità.

Non è solo una questione di volontà politica. A volte i giornali non premono perché siano fatte le indagini, a volte nessuno sa che un giornalista viene aggredito o ucciso perché magari accade in provincia, in una piccola cittadina: non ne veniamo a sapere neppure il nome. Noi cerchiamo di capire cosa è successo, ma con molta fatica. Abbiamo bisogno dell’aiuto della gente comune per denunciare questi casi”.

Qualche esempio?

“Un caso recente riguarda i giornalisti del quotidiano Novaya Gazeta (il giornale di Anna Politkovskaya, ndr) che sono stati minacciati di morte per le notizie che hanno pubblicato sulle persecuzioni contro gli omosessuali in Cecenia. Delle autorità religiose cecene hanno emesso addirittura una fatwa contro di loro, solo perché hanno svolto il loro lavoro e denunciato questi casi.

In Europa molti hanno espresso solidarietà, ma in Russia davvero poche testate si sono schierate accanto a quei giornalisti. Non ho visto neppure lettori russi protestare contro queste minacce”.

Cosa si può fare?

“Bisogna tener presente che in Russia il problema è generalizzato e non colpisce solo i giornalisti. Anche scrittori e registi subiscono minacce: in genere, non da parte delle autorità, ma da parte di gruppi estremisti o marginali su cui poi nessuno indaga.

Per fortuna è nata da poco una nuova associazione che vuole battersi proprio per difendere la libertà di espressione. Si chiama Freedom of Speech e ne ho scritto di recente in un articolo.

Il problema non sono le leggi: le leggi che garantiscono la libertà di espressione, in Russia, le abbiamo. Il problema è che in Russia nessuno ha davvero lottato per ottenere la libertà di stampa. Ci è arrivata dal cielo, come un regalo, durante la perestroika.

I Russi non si sono abituati a conquistarsi questo diritto con una lunga battaglia quotidiana, che va fatta passo per passo, giorno per giorno. In Europa o in Italia la gente capisce il valore della libertà di espressione, a prescindere delle idee politiche di questo o quel giornalista.

Questo Festival dei Diritti umani e festival come questi sono importanti per il pubblico per capire che la vita e l’ambiente in cui viviamo dipendono da noi e dalle nostre decisioni”.

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    Michela Sechi
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Il petrolio si è ingoiato la libertà di stampa

Arzu Geybulla è una giornalista azera che non può più tornare nel suo Paese. Dal 2014 vive in esilio volontario in Turchia, dove scrive per varie testate fra cui Al Jazeera, Open Democracy, Radio Liberty, Osservatorio Balcani e Caucaso e Radio Free Europe. Sempre nel 2014, la BBC l’ha inclusa fra le cento donne più influenti del mondo. L’abbiamo intervistata in occasione del Festival dei Diritti Umani in corso a Milano, di cui è ospite.

“Me ne sono andata per la prima volta nel 2001 per studiare all’università in Turchia, poi sono tornata in Azerbaijan per lavoro, successivamente sono tornata a Istanbul, continuando però a viaggiare in a Azerbaijan e a scriverne come giornalista.

Dal 2014 non posso più tornare in Azerbaijan perché sono stata oggetto di una grande campagna diffamatoria da parte delle autorità azere. Scrivevo della mancanza di libertà di stampa nel mio Paese, tenevo conferenze in giro per il mondo, anche nelle università. Allo stesso tempo a Istanbul collaboravo con una rivista turco-armena e le autorità azere hanno usato proprio questo pretesto per attaccarmi.

I media di stato e quelli vicini al governo mi hanno accusato di tradimento, mi hanno etichettata come ‘traditrice’. Questa campagna diffamatoria ha avuto subito effetto. Ho ricevuto minacce di morte, sono stata insultata, sia a voce sia sui social media. Ero scioccata dal fatto che un sacco di persone che nemmeno mi conoscevano, credessero così facilmente alle accuse delle autorità e scrivessero cose così orribili sui social media.

Così dal 2014 ho deciso di non tornare più in Azerbaijan, non tanto per la paura di essere arrestata, ma per la paura che le autorità non mi avrebbero poi più permesso di ritornare in Turchia, o di lasciare il Paese.

Poi nel 2016, quando pensavo che le acque si stessero calmando, la magistratura nel mio Paese ha avviato un’inchiesta penale contro una testata giornalistica online con cui io collaboravo, scrivendo articoli in inglese. E’ stata resa nota una lista di una quindicina di giornalisti sotto inchiesta e c’era anche il mio nome.

Questa è stata la conferma che non sarei tornata a casa per un bel po’. Così sto vivendo in una sorta di esilio auto-imposto a Istanbul”.

 Qual è la situazione dei giornalisti che sono rimasti a lavorare in Azerbaijan?

“E’ molto difficile: un sacco di giornalisti che sono lì sono soggetti ad intimidazioni e abusi. Solo ieri il manager di una tv online è stato condannato a 30 giorni di detenzione amministrativa con l’accusa di aver resistito alla polizia. Ma secondo il suo avvocato, il motivo del suo arresto era che lui assomiglia a un’altra persona ricercata con cui lui non ha nessuna connessione. Malgrado questo è stato condannato.

Alcuni giorni fa tutte le testate indipendenti che rimangono in Azerbaijan sono state portate in tribunale con l’accusa di incitare proteste, di fare propaganda religiosa. E stiamo parlando di 5-6 testate che erano rimaste indipendenti.

Il governo sta sempre più raffinando la sua strategia. Prima perseguitava i singoli giornalisti con accuse strumentali, come l’evasione fiscale o l’abuso di potere, o cercava di chiudere le testate scomode. Adesso sta emendando alcune leggi e usa queste modifiche contro i giornalisti e i giornali”.

 Il fatto che l’Azerbaijan sia un Paese ricco di petrolio, che impatto ha sulla libertà di stampa e di espressione?

“Il petrolio ha inghiottito la libertà di stampa in Azerbaijan. Il mio Paese ha vaste risorse energetiche ma il governo le usa non a beneficio della popolazione: le usa per suo proprio profitto. C’è un’enorme corruzione nel Paese, e questo porta al fatto che se non hai soldi o non sei vicino al governo non puoi fare molto e non puoi neppure criticare.

Penso che davvero il petrolio abbia danneggiato la libertà di espressione e soppresso tutto quello che avrebbe potuto fiorire in termini di libertà di stampa in Azerbaijan, comprese le sacche di libertà che resistevano nel mio Paese.”

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    Michela Sechi
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“Turchia, il paese della repressione arbitraria”

Ospite del Festival dei Diritti Umani in corso a Milano, l’intellettuale e giornalista Turco Ahmet Insel ci racconta a che punto è la situazione della  libertà di stampa in Turchia. Laureato alla Sorbona, ex docente universitario, è editorialista del quotidiano turco Cumhuriyet e dirige la casa editrice Iletisim. E’ autore del volume La nouvelle Turquie d’Erdogan, Du rêve démocratique à la dérive autoritaire (Francia, 2016).

“Le cose in Turchia sono peggiorate, grosso modo, da quattro anni. Le proteste di Gezi Park nel 2013 hanno creato panico nel governo: da quel momento ha voluto controllare la stampa sempre di più. E dato che i media della confraternita Gülen hanno attaccato sempre di più il governo, Erdogan ha cominciato a vedere nella stampa il pericolo principale.

Bisogna tener presente che il Presidente Erdogan ha cominciato a controllare la stampa ben prima di allora. Già negli anni 2000 aveva cominciato a creare dei gruppi editoriali vicini al potere, sia in ambito televisivo, sia per la stampa scritta.

Poi dal 2013-2014 il governo – ed Erdogan stesso – hanno cominciato a fare pressione sugli editori indipendenti affinché mandassero a coprire un avvenimento un giornalista invece che un altro. Oppure chiedevano agli editori di licenziare quel dato presentatore o quel cronista.

Il governo ha cominciato anche a imporre agli editori di assumere dei giornalisti vicini al partito al potere, inserendo propri uomini nei gruppi indipendenti. La tappa successiva è stata liquidare i gruppi editoriali della confraternita Gülen.

Questo processo era già cominciato prima del tentativo di colpo di stato del luglio 2016. Dopo il colpo di stato, l’attacco alla stampa è diventato generale e ha coinvolto anche la stampa di sinistra e la stampa curda. Non si tratta solo di pressioni o di chiusura dei giornali o delle televisioni, ma si è passati direttamente all’arresto dei giornalisti”.

Come negli anni bui della dittatura militare?

“Negli anni ’90 non era rispettata la libertà di stampa. Anche allora – all’epoca scrivevo per il giornale Radikal – c’erano delle condanne contro giornalisti. Ma all’inizio degli anni 2000, quando è cominciato il processo di adesione all’Unione Europea, abbiamo conosciuto una vera primavera della libertà di espressione.

E’ durata fino al 2008-2009. Poi il governo ha cominciato ad attaccare con processi truccati certi giornalisti che criticavano la confraternita Gülen. Sembra paradossale, ma hanno cominciato proprio da loro! Ahmet Sik, per esempio, è un caso tipico. E’ stato un anno e mezzo in prigione perché stava preparando un libro che dimostrava l’infiltrazione della confraternita Gülen negli apparati dello Stato: proprio ciò che oggi il governo denuncia!

A partire dal 2011 la situazione è ulteriormente peggiorata e dopo il colpo di stato del 2016 – con l’imposizione dello stato di emergenza – non abbiamo più libertà d’espressione in Turchia. Esiste oggi in Turchia una democrazia aleatoria, arbitraria.

Io sono cronista nel giornale Cumurriyet. Lo pubblichiamo rispettando la nostra linea editoriale di opposizione, ma undici dei nostri colleghi sono in prigione da più di sei mesi. Perché io non sono in prigione? Perché invece sono in prigione i miei colleghi? Non lo sappiamo.

Potrei essere al loro posto: non hanno scritto niente di più di quanto ho scritto io. Il giornale continua a uscire, ma in condizioni molto difficili. Più di 250 giornalisti sono in prigione in Turchia. La Turchia è diventata la più grande prigione per giornalisti al mondo.

Ho vissuto la repressione degli anni ’90, che noi in Turchia chiamavamo gli anni di piombo, poi una vera primavera di libertà di stampa negli anni 2000. Oggi la situazione è simile a quella che io ho vissuto all’inizio degli anni ’80, dopo il colpo di stato militare”.

Il vostro modo di lavorare è cambiato?

“Noi non ci auto-censuriamo. Continuiamo a pubblicare. Io dirigo una casa editrice, sono un professore universitario in pensione, collaboro da anni con una rivista di sinistra, ma non mi sono mai auto-censurato.

Ci sono però degli argomenti che non trattiamo più con lo stesso spirito di tre-quattro anni fa. I curdi sono diventati un argomento estremamente sensibile. Diamo le notizie, ma facciamo molta attenzione al linguaggio che usiamo perché i procuratori immediatamente possono aprire delle inchieste accusandoci di propaganda del terrorismo.

L’accusa di terrorismo è divenuta lo strumento di repressione principale della libertà d’opinione e di stampa in Turchia. Si diventa terroristi perché si pubblica un informazione sul partito curdo il PKK. Si diventa terroristi perché si scrive che ci sono casi di torture dopo il tentativo di colpo di stato.

Negli anni scorsi la tortura non esisteva quasi più in Turchia. Dopo il tentativo di colpo di stato, Amnesty International e Human Rights Watch hanno documentato dei casi di tortura: non tanto nelle prigioni, quanto piuttosto nei commissariati di polizia, nei confronti delle persone accusate di appartenere alla confraternita Gülen.

Se pubblicate una notizia su questi casi, subito il procuratore può aprire un’inchiesta nei vostri confronti con l’accusa di propaganda del terrorismo. I nostri colleghi del giornale Cumurriyet sono accusati di fare propaganda per due organizzazioni terroristiche contemporaneamente: la confraternita Gülen e il PKK.

Il nostro modo lavorare è cambiato perché facciamo più attenzione alle parole che utilizziamo. Non siamo nella Germania del 1940, non siamo nella gabbia di un totalitarismo, ma siamo in un regime molto autoritario. E quello che è peggio sono le repressioni casuali, arbitrarie: la repressione si può esprimere in modo arbitrario contro chiunque”.

Questo vuol dire che anche i magistrati sono parte di questa repressione?

“Bisogna ricordarsi che in Turchia, dopo il tentativo di colpo di stato, un terzo dei magistrati è stato licenziato, senza una decisione di un tribunale. Il governo sta reclutando 900 nuovi magistrati per tappare i buchi di organico che si sono creati e li sta reclutando fra gli avvocati del partito di Erdogan a livello locale. La Giustizia è oggi completamente subordinata al partito e allo Stato.

Dunque non siamo in un regime totalitario, ma andiamo verso un regime totalitario, perché – come successe per il fascismo in Italia – andiamo verso una fusione fra il partito e lo Stato, sia nella polizia sia nell’ambito della giustizia.

Non abbiamo più fiducia nella giustizia. In passato le elezioni in Turchia venivano considerate pulite a livello di spoglio e conteggio dei voti. In occasione di questo referendum, per la prima volta da lungo tempo, abbiamo avuto tantissimi ricorsi sulla legalità dello spoglio.

C’è un Consiglio superiore delle elezioni fatto di undici giudici, ma dieci di questi rifiutano qualsiasi contestazione. Ce n’è solo uno che ha fatto un rapporto che spiega come – a livello di spoglio – il referendum non era conforme alle regole del diritto. Non siamo più in uno stato di diritto e neppure in uno stato della legge, perché il governo non rispetta più le sue stesse leggi. Siamo nello stato dell’arbitrarietà”.

Dunque lei pensa che il risultato del referendum non sia quello ufficiale, ovvero che il sì in realtà abbia perso?

“Penso che il risultato del referendum sia discutibile. La differenza è molto piccola. Circa 48 milioni di persone hanno votato e lo scarto fra i sì e i no è di un milione e 200 mila voti. L’opposizione contesta la legalità di 2 milioni di schede. Non tutti magari erano dei sì. Ma il fatto che lo scarto sia minimo, ci mette in una situazione in cui le irregolarità nello spoglio possono aver cambiato il risultato”.

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    Michela Sechi
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Torna il Festival dei Diritti Umani

“Ogni parola ha conseguenze. Ogni silenzio anche”. E’ questo il titolo del Festival dei diritti Umani 2017. Sei giorni di dibattiti, proiezioni e mostre a ingresso libero e – per chi non può partecipare – in streaming.

Appuntamento alla Triennale di Milano dal 2 al 7 maggio. Settanta ospiti dall’Italia e dall’estero. Si parlerà di 36 Paesi. Diciannove i documentari in concorso, cinque i film in anteprima, due le mostre fotografiche. Dopo la prima edizione l’anno scorso, questa seconda edizione si fa più ricca e completa. Radio Popolare sarà Media Partner del Festival.

Il programma è stato presentato dal direttore del Festival Danilo De Biasio.

Si parlerà di Ucraina, con i genitori di Andy Rocchelli, fotografo italiano ucciso nel Donbass tre anni fa. Una mostra raccoglierà le sue ultime foto. Si parlerà di Turchia, con il giornalista Ahmet Insel, e poi di Azerbajan e Russia, con due giornaliste coraggiose provenienti da quei Paesi.

Assa Traoré, sorella del giovane ucciso in Francia dalla polizia, parteciperà a un incontro dal titolo “Il silenzio dei potenti. La parola alle donne”. Ci sarà un focus sulla strage di Beslan del 2004, in Russia: 334 morti – di cui 186 bambini – e ancora nessuna giustizia.

Il sacerdote messicano Alejandro Solalinde presenterà il suo libro I narcos mi vogliono morto. Il film Clash, di Mohammed Diab, ci porterà fra le contraddizioni della rivoluzione egiziana. Con i documentari si viaggerà dall’Afghanistan al Mali, dal Rwanda alla Siria.

Ci saranno anche incontri sul bullismo e il cyberbullismo: sono queste le prime limitazioni della libertà che i ragazzi incontrano a scuola. Si parlerà anche di città solidali, ovvero di come le città – Milano per esempio – possono essere accoglienti per i rifugiati.

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    Michela Sechi
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Perché la guerra in Siria potrebbe finire

Si continua a morire in Siria e lo Stato Islamico non è ancora sconfitto. Ma diversi analisti a Beirut concordano che la fine della guerra potrebbe vedersi all’orizzonte.

“Dopo che Donald Trump ha appaltato a Putin la gestione della crisi siriana, non vedo altri attori che possano mettere un veto a un accordo”, ci dice uno dei più accreditati analisti e storici siriani. Lo incontriamo a Beirut prima del suo ritorno a Damasco e preferisce che il suo nome non venga citato.

I negoziati di Ginevra e Astana sono in corso, ma l’accordo non lo faranno i Siriani bensì i loro alleati stranieri: Russia, Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita, Iran. “Il regime e l’opposizione siriani sono le parti più deboli al tavolo dei negoziati, in questo momento”, spiega il nostro interlocutore.

Una guerra di solito finisce quando nessuna delle parti pensa di poter guadagnare più territorio o risorse attraverso i combattimenti. In Siria sta accadendo proprio questo: “L’Iran sa che non potrà mai prendersi tutto il Paese, perché non c’è una comunità sciita forte in Siria come invece c’è in Iraq”, ci dice l’analista.

Inoltre Teheran “non può fare troppo conto sull’alleanza con Assad, perché i suoi legami con gli Alawiti siriani non sono profondi. E’ un’alleanza più di comodo che di sostanza”, spiega. Di conseguenza, “l’Iran potrebbe accontentarsi di ciò che ha già ottenuto, ovvero Assad ancora al potere, il controllo della direttrice Damasco-Beirut e la garanzia che le linee di rifornimento di armi per gli Hezbollah libanesi rimarranno aperte”.

L’Arabia Saudita, impegnata nel conflitto in Yemen, non ha più soldi da spendere in Siria. A questo punto accetterebbe qualsiasi accordo che spuntasse le ali all’Iran”, continua il nostro interlocutore.

La Turchia ha occupato alcune zone al confine, con due obiettivi: impedire la nascita di uno stato curdo e creare delle safe zones (zone sicure) dove far tornare due milioni di profughi siriani attualmente in Turchia, una volta finito il conflitto. L’obiettivo è delineato”.

Gli Stati Uniti, tramite l’opposizione siriana, controllano la zona di Idlib, che è sempre stata una delle province più povere della Siria e che il regime non ha troppa fretta di riprendersi, perché non ci sono né petrolio né altre risorse.

Il regime potrebbe accontentarsi di controllare saldamente Damasco, Aleppo, l’autostrada che collega le due città e il centro del Paese, dove ci sono città importanti come Homs e Hama. Deve poi riprendere il controllo dei giacimenti di petrolio di Deir Azzor dove adesso c’è l’Isis”.

Varie fonti dicono che la battaglia per riprendere Raqqa e sgominare l’Isis comincerà all’inizio di aprile. Una volta raggiunto l’obiettivo, un importante capitolo della guerra potrebbe venire chiuso.

Infine, Assad vuole anche riprendere il controllo del suo confine meridionale, quello con Israele, dove adesso ci sono vari gruppi dell’opposizione siriana: un paese non è un paese, se non controlla i propri confini.

La strategia di Assad nel Sud è offrire ai guerriglieri dell’opposizione un salvacondotto per il Nord, verso la zona di Idlib, a patto che cedano le armi e si ritirino senza combattere. I negoziati –secondo esperti in Libano – avvengono villaggio per villaggio e stanno in parte avendo successo.

Le milizie libanesi di Hezbollah controllano le montagne di Qalamoun, quelle al confine con il Libano, zona strategicamente importante per loro. Ma anche qui, una volta che l’area fosse saldamente in mano al regime siriano, potrebbero accettare un ritiro.

In questo scenario, una delle grosse incognite è Israele, che potrebbe ancora voler giocare qualche carta militare per poi sedersi al tavolo dei negoziati.

Jihad Yazigi, The Syria Report
Jihad Yazigi, The Syria Report

Jihad Yazigi, siriano con base a Beirut, legge il conflitto con lenti da economista. Il suo sito The Syria Report fornisce dati e analisi solo a chi sottoscrive un abbonamento ed è rivolto soprattutto a istituti di ricerca, esperti, agenzie umanitarie.

Ci spiega che chi vince in Siria, dovrà accollarsi anche le spese di uno Stato ormai fallito. Se Assad rimarrà in sella, il suo governo dovrà avere le gambe per camminare e non è ancora chiaro chi vorrà mettere sul tavolo i soldi per ricostruire la Siria.

“Quello siriano è uno Stato che non ha più alcuna entrata: non raccoglie imposte, non ha più i proventi del petrolio, non esporta più nulla, ha enormi spese militari” spiega Yazigi.

Assad ha lottato in questi anni per mantenere in piedi una parvenza di Stato centrale. Per farlo, ha scelto di continuare a pagare gli stipendi ai suoi funzionari in tutti i governatorati della Siria, anche in quelli caduti nelle mani dell’opposizione e dell’Isis. Ha cercato di fornire elettricità e acqua anche in diverse zone da cui il regime era stato espulso, negoziando accordi con le singole milizie.

Dunque, solo spese e nessuna entrata. Yazigi racconta che Bashar Assad – in questi anni di guerra – ha chiesto soldi a tutti, anche alla Russia. Ma Mosca ha ancora l’amaro in bocca per tutti i prestiti elargiti dall’Unione Sovietica ad Assad padre e mai restituiti. La Russia già spende tre milioni di dollari al giorno per mantenere truppe e aerei in Siria e non intende spendere un soldo di più.

In questi anni l’ossigeno per il regime siriano – in forma di prestiti – è arrivato da Teheran: l’ultimo versamento di un miliardo di dollari è stato recapitato a Damasco nel gennaio di quest’anno. Ma l’Iran ha chiesto garanzie sempre più pesanti. Ad esempio “Assad ha dovuto concedere a Teheran lo sfruttamento esclusivo dei giacimenti di fosfati nel centro della Siria: un contratto valido per i prossimi 99 anni”.

“Teheran – a gennaio – ha ottenuto anche la licenza per aprire una nuova compagnia di telefonia mobile in Siria, che si aggiungerà a quelle controllate da Bashar Assad e da suo fratello” spiega Yazigi. La telefonia mobile è l’unico business che ancora genera soldi in Siria. Inoltre, chi gestisce le compagnie telefoniche mette le mani anche sui dati che vengono scambiati.

“Teheran – in occasione dell’ultimo prestito – voleva anche la gestione dei porti siriani di Latakia e Tartus e pare che Assad fosse disposto a concederla. Ma l’accordo non è stato mai firmato”. Forse perché ci sono i Russi, sulle coste siriane?

Prima della guerra l’economia siriana cresceva del 4-5% all’anno, adesso invece la recessione è profonda e la Siria – in quanto a indicatori economici – è in coda all’elenco di tutti i paesi del Medio Oriente, davanti solo alla Somalia.

L’85% dei siriani è da considerarsi sotto la linea di povertà, mentre la povertà quasi non esisteva prima della guerra. Il tessuto sociale è distrutto, il sistema educativo è al collasso, le proprietà di chi è fuggito sono state saccheggiate.

Cinque milioni di siriani sono fuggiti all’estero, 8 milioni sono sfollati interni, ovvero hanno dovuto cercare riparo in altre aree del Paese.

Come verranno accolti questi profughi, quando torneranno? Lo chiediamo a Nour Samaha, una giornalista libanese che copre la Siria per la rivista Foreign Policy e visita regolarmente il paese, soprattutto le aree controllate dal regime. Racconta che a Damasco c’è preoccupazione per un eventuale ritorno dei profughi interni; figuriamoci per quelli fuggiti all’estero.

Nour Samaha
Nour Samaha

“Chi è rimasto pensa che tutti quelli che sono fuggiti siano sostenitori dell’opposizione. Questo non è vero, perché ci sono anche tanti che hanno abbandonato la Siria per non fare il servizio militare o per sfuggire ai combattimenti” spiega Samaha. “Ma a Damasco, li accusano di essere andati a fare la bella vita in Turchia o in Europa, mentre loro – nonostante le difficoltà – sono rimasti e hanno cercato di tenere insieme il paese”.

Dunque – a parte le profonde divisioni ideologiche – i Siriani rimasti in patria rimproverano agli altri di essere scappati, di averli abbandonati, di aver abbandonato il loro paese. “Tutti a Damasco non ne possono più della guerra e vogliono che finisca in qualsiasi modo. Soffrono tanti disagi ma non necessariamente danno la colpa al regime: danno la colpa alla guerra stessa, che gli ha portato via tutto. Solo quando finirà la guerra – dicono – si potrà voltare pagina”.

Nour Samaha ha incontrato anche con molti ufficiali e soldati dell’esercito siriano. “Combattono ancora ma sono uomini stremati, che magari hanno passato gli ultimi due anni a Deir Azzor mangiando solo uova sode e patate: mal equipaggiati, da soli contro l’Isis, sotto il sole o al gelo, ogni giorno”.

Non gli importa neppure più di Assad – conclude Samaha – ma gli importa dello Stato Siriano. Con lo Stato sentono ancora un legame. Combattono perché alla fine del mese il loro stipendio arrivi a casa e la loro famiglia possa mangiare. Nient’altro”.

Come potrebbe essere la Siria del dopoguerra? Un regime chiuso e autoritario, in cui Assad riprende il controllo del paese tramite l’arma della paura e della repressione?

“Il regime, se rimarrà, non potrà mai più essere quello di prima” ci dice il nostro analista che vive a Damasco. “La gente si è ribellata, ha combattuto. La coltre di paura si è rotta”.

Se sarà Putin a decidere il destino della Siria, ebbene: cosa ha in mente il presidente russo?

“Putin vuole prima di tutto uno stato funzionante. Che sia anche democratico, non gli importa” ci dice il nostro interlocutore. “Attualmente il governo siriano ha 30 ministri. Io alla fine penso che la soluzione più fattibile sia quella proposta dall’ESCWA (Onu), ovvero quella di spezzare il governo in 3 terzi: 10 ministri al regime, 10 ministri all’opposizione e 10 indipendenti.”.

“La costituzione che viene dibattuta a Ginevra prevede di decentralizzare e creare due Parlamenti” spiega. “Un Parlamento centrale a Damasco e un altro fatto di piccoli Parlamenti locali sparsi nelle regioni. Ogni regione dovrebbe finalmente beneficiare delle risorse che possiede (petrolio, minerali…)”. Ad esempio Deir Azzor, dove ci sono enormi giacimenti di petrolio, era una delle zone più povere della Siria. “Questo non può accadere in futuro”.

Il nostro interlocutore pensa che lo scenario più probabile sia che Assad rimanga come presidente, ma sullo sfondo, senza grandi poteri, mentre lo Stato verrebbe affidato a un primo ministro forte, una figura di compromesso accettata sia dal regime sia dell’opposizione. Questo premier diventerebbe il punto di riferimento della comunità internazionale.

“Molti dicono che non è possibile, che ci deve essere un leader accettato da tutta la società siriana. Ma un’unica società siriana – purtroppo – non esiste più”.

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    Michela Sechi
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Le elezioni scippate

“Via le mani dalle mie tasche” diceva un cartello esposto davanti al Parlamento libanese qualche giorno fa. Il governo voleva innalzare l’IVA di un punto percentuale: una tassa indiscriminata che avrebbe colpito tutti, anche i cittadini a basso reddito. Il centro di Beirut si è subito riempito di dimostranti, senza che nessun partito li convocasse.

Per la prima volta nella storia del Libano un premier del paese, Saad Hariri, è uscito dal suo palazzo per incontrare i manifestanti. La gente lo ha accolto gridando “ladro, ladro!” e tirandogli bottiglie di plastica vuote.

19 marzo 2017: guardie del corpo cercano di proteggere il Premier libanese Saad Hariri dalle bottiglie di plastica vuote che i manifestanti gli tirano addosso

I manifestanti spiegavano in TV che non avevano niente contro le tasse. Soltanto, non volevano che i loro soldi finissero in corruzione, in mano a politici incapaci di creare qualsiasi servizio efficiente per i cittadini. In una settimana hanno vinto la battaglia: l’odiato aumento dell’IVA è stato accantonato. Il Parlamento libanese, per l’undicesimo anno consecutivo, non è riuscito ad approvare il bilancio.

In piazza c’era anche Marwan Maalouf, uno dei leader della protesta spontanea contro la spazzatura dell’estate 2015: “Non mi aspettavo di vedere tante persone in strada di nuovo, ma è successo. La gente non vuole nessuna nuova imposta, finché non tasseranno anche i miliardari, le banche e i gruppi di potere. C’è un vento di cambiamento in Libano. La gente è esasperata”.

Per molti attivisti libanesi, la protesta del luglio 2015 è stata un punto di svolta. Quell’estate venne chiusa la discarica che da 17 anni accoglieva tutti i rifiuti di Beirut. Aveva una capienza di 2 milioni tonnellate di rifiuti ed era arrivata a contenerne 15 milioni di tonnellate, fra le proteste di chi vi abitava vicino. Era chiaro da anni che la discarica doveva chiudere, ma il governo non si era curato di trovare un’alternativa.

A Beirut cessò da un giorno all’altro la raccolta dei rifiuti, perché l’azienda incaricata non aveva un posto dove portarli. Gli abitanti della capitale cominciarono ad andare al lavoro coprendosi il volto con mascherine, perché l’odore dei rifiuti esposti al caldo dell’estate libanese era diventato insopportabile.

“I rifiuti si accumularono per strada, ma per i nostri politici non era un problema” ricorda Marwan Maalouf. “Il solo problema era che la spazzatura attirava uccelli in gran numero e questi cominciarono a essere un pericolo per gli aerei che decollavano dall’aeroporto di Beirut. Allora le autorità, invece di rimuovere la spazzatura, pensarono di convocare i cacciatori per sparare agli uccelli. Pensate: trasportavano i gruppi di cacciatori con gli autobus della MEA, la compagnia aerea libanese!”.

L'attivista libanese Marwan Maalouf
L’attivista libanese Marwan Maalouf. Sarà candidato alle prossime elezioni parlamentari libanesi

I manifestanti piantarono le tende della protesta di fronte al Parlamento, a Beirut. Riuscirono anche – per alcune ore – a occupare il ministero delle Finanze. Alcuni scesero in sciopero della fame. Altri venivano tutti i giorni a buttare i loro sacchi di spazzatura nel giardino del Parlamento. La protesta si diffuse sui social media con l’hashtag #YouStink (Tu Puzzi) e si trasformò presto in una più estesa protesta contro la corruzione. Una sorta di “primavera” libanese.

Un anno dopo, nel 2016, si tennero le elezioni municipali a Beirut e molti attivisti di quella protesta crearono una lista civica, Beirut Madinati (Beirut è la mia città).

La lista civica Beirut Madinati
La lista civica Beirut Madinati

A quel punto tutti partiti tradizionali, nemici giurati fino al giorno prima – in alcuni casi gente che si era sparata addosso durante la guerra civile libanese – si coalizzarono in un’unica lista: cristiani, sciiti, sunniti e drusi serrarono le fila. Beirut Madinati ottenne il 35% dei voti a Beirut, ma a causa del sistema elettorale maggioritario restò fuori dal consiglio Comunale. Se ci fosse stato il sistema proporzionale, avrebbe avuto almeno 10 consiglieri su 27.

“Qui in Libano i partiti tradizionali si coalizzano fra loro, ogni volta che rischiano di perdere il potere” spiega Maalouf. “Non importa se si sono scambiati insulti fino al giorno prima. Anche i più acerrimi nemici possono candidarsi insieme, se temono di perdere la loro fetta di torta, i loro affari, i proventi della corruzione”.

“La classe politica libanese preferisce mantenere al potere sé stessa e i suoi avversari piuttosto che competere in un sistema politico libero” spiega Ayman Mhanna, direttore della Fondazione Samir Kassir. “Il concetto è: preferisco avere il diavolo alla mia tavola che qualcuno che non conosco”.

Ayam Mhanna
Ayman Mhanna, direttore della Fondazione Samir Kassir a Beirut

“Il nostro sistema politico è un sistema di democrazia consensuale” continua Maalouf. Il Libano è fatto da un mosaico di differenti comunità e religioni. “Nessun provvedimento può passare senza il consenso di tutte le parti. Anche chi perde le elezioni farà parte del governo, perché nessuna comunità può essere esclusa dal tavolo. Questo significa che i partiti non si sentono mai responsabili delle politiche che mettono in pratica. Ognuno ha la scusa per dire: volevo fare un altro modo, ma non ho il pieno controllo delle cose”.

Per tre ore al giorno, a Beirut, manca l’elettricità. Ogni giorno, in qualsiasi condominio o ufficio della città, arriva un momento in cui la luce si spegne di colpo. Qualche attimo dopo ritorna, perché vengono avviati i generatori privati. L’uso dei generatori, oltre a inquinare, fa salire enormemente il costo dell’elettricità per le famiglie.

Da anni, l’ente che fornisce energia elettrica ai libanesi non riesce a fornire energia sufficiente rispetto ai bisogni. Beirut è la città più fortunata del Libano, perché i black-out durano solo 3 ore al giorno. Ci sono città dove si arriva a 17-18 ore al giorno senza corrente elettrica.

Un'immagine della recente protesta contro le tasse in Libano
Un’immagine della recente protesta contro le tasse in Libano

“Il nostro problema principale è che lo Stato Libanese non funziona” continua Maalouf. “Io sono un attivista laico. Pazienza, se non posso fare una battaglia per uno stato laico. Mi andrebbe anche bene un sistema confessionale, se almeno questi politici riuscissero a fornire i servizi di base”.

Le ultime elezioni politiche in Libano si sono tenute nel 2009. Nel 2013 i libanesi avrebbero dovuto tornare alle urne, ma il voto è stato rimandato per due volte con diverse motivazioni: ci sono troppi rifugiati siriani nel paese, Hezbollah non è stato disarmato, ci vorrebbe una nuova legge elettorale (ma purtroppo i partiti non riescono ad accordarsi per cambiarla).

Secondo Marwan Maalouf sono tutte scuse. “Noi vogliamo andare a votare. Con qualsiasi legge elettorale. Il parlamento Libanese si è già esteso il suo mandato due volte ed è pronto a farlo una terza volta, negandoci un diritto di base: le elezioni”

Ayman Mhanna, analista della Fondazione Samir Kassir, ha una spiegazione per questo ritardo. “Finora le elezioni sono state rinviate con l’idea che qualcosa sarebbe accaduto a livello regionale che avrebbe dato vantaggio a una parte o all’altra. Una sconfitta del regime in Siria, ad esempio, avrebbe dato forza ai sunniti di Saad Hariri sostenuti dall’Arabia Saudita, a scapito di Hezbollah e Michel Aoun, sostenuti dall’Iran”.

Ma ora è chiaro che Assad resterà. “Né i paesi del Golfo né l’Occidente hanno la forza di cambiare la situazione” prosegue Mhanna. È questa consapevolezza che alla fine ha portato a un accordo fra le due principali coalizioni libanesi e all’elezione alla presidenza di Michel Aoun nell’ottobre 2016. Saad Hariri ha accettato l’accordo, diventando primo ministro”.

Manifestanti fronteggiano la polizia nel centro di Beirut

Qualche giorno fa persino il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha esortato ufficialmente il Libano a tenere le elezioni rispettando l’ultima data fissata, il 19 maggio 2017. Ma questo non sembra avere scosso i politici libanesi, secondo cui un rinvio di 6 mesi – o anche un anno – è ormai inevitabile.

Riusciranno i partiti ad accordarsi su una nuova legge elettorale? Ci sono state una 70ina di proposte, negli ultimi anni. La più accreditata prevede un sistema in cui metà dei deputati vengono eletti con il sistema maggioritario e l’altra metà con il sistema proporzionale sulla base delle comunità religiose (ovvero sciiti, sunniti, cristiani, drusi, alawiti…)

Protesta creativa contro la spazzatura

Le elezioni in Libano sono care. I partiti hanno bisogno di tanti soldi: sia per pagare la campagna elettorale, sia per l’acquisto di voti” continua Ayman Mhanna. “Per questo di solito le elezioni avvengono quando c’è già un accordo fra tutti su come si spartiranno il potere dopo il voto”.

In Libano, gli elettori non votano nel luogo in cui risiedono, ma nella città o nel villaggio da cui proviene la loro famiglia. Un modo per tenere le persone legate alla loro comunità religiosa e per disconnetterle invece dal territorio in cui vivono. E non è il solo problema. Ad esempio, non c’è una scheda elettorale unica a livello nazionale.

“La proposta di creare una scheda elettorale unica e ufficiale è stata rigettata da tutti i partiti, purtroppo”, spiega Ayman Mhanna. “Oggi in Libano, qualsiasi foglio bianco – in base alla legge – può essere usato come scheda elettorale, scrivendovi sopra i nomi dei candidati. Un partito può addirittura stampare le schede e distribuirle ai votanti. Può usare caratteri tipografici diversi, per distinguere una scheda dall’altra e controllare chi ha votato per il partito e chi no. Questo va a colpire pesantemente la segretezza del voto”.

#YouStink (Tu puzzi) era l’hashtag della protesta del 2015 contro la spazzatura e la corruzione

Marwan Maalouf – assieme ad altri attivisti – pensa di candidarsi. Ma cosa avverrà se il sistema elettorale di nuovo terrà le liste civiche fuori dal Parlamento, come è successo per le elezioni municipali? “Non importa se otterremo solo il 20-30%: sarà una percentuale che conterà comunque. Potremmo dire che rappresentiamo una fetta di popolazione e avremo il tempo per costruire un forte movimento politico per correre alle elezioni successive”.

Ottenere l’attenzione dei media non sembra un problema: “Ai tempi della protesta contro la spazzatura, abbiamo avuto grande spazio in TV. La protesta era diventata una specie di show e ha fatto crescere l’audience delle tv che parlavano di noi”.

“I partiti politici libanesi sono disconnessi dalla gente” conclude Hayman Mhanna. “Pensano di poter giocare per sempre carta settaria: quando una comunità si sente minacciata, alla fine si stringe attorno al suo leader. Ma il gioco ha funzionato finché la gente vedeva anche dei risultati concreti. Purtroppo, oggi il sistema politico è diventato incapace di fornire qualsiasi risposta ai bisogni dei cittadini”.

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    Michela Sechi
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Venti di guerra in Libano?

“La prossima guerra in Libano non sarà contro Hezbollah: sarà contro l’intero Paese”. Parola di Naftali Bennet, ministro del governo israeliano e falco dell’estrema destra. “Oggi Hezbollah è inserito nelle istituzioni libanesi”, ha spiegato. Per questo, secondo Bennet, il prossimo attacco dovrà colpire le infrastrutture libanesi e dovrà essere così devastante da “riportare il Paese al Medio Evo”.

Le preoccupazioni in Libano crescono, dopo che Israele – fra il 16 e il 17 marzo – ha bombardato in Siria un convoglio che trasportava missili destinati alla guerriglia libanese.

Non è certo la prima volta che Israele colpisce convogli di armi destinati a Hezbollah. Il fatto nuovo è che l’artiglieria siriana ha risposto e che Israele – per la prima volta – ha ammesso apertamente di aver effettuato un’operazione militare in Sira.

Il lancio di missili da parte siriana è stato sufficiente a far scattare il sistema di difesa anti-missile Arrow: un missile israeliano è partito a intercettare quelli nemici. Sono suonate le sirene nel Nord di Israele e l’incidente è diventato di dominio pubblico.

Israele ha quindi minacciato Assad: se i siriani oseranno ancora usare la loro artiglieria contro gli aerei israeliani, Israele distruggerà l’artiglieria siriana.

Ciò, per la prima volta, ha provocato la reazione della Russia, il principale sponsor di Assad. L’ambasciatore israeliano a Mosca è stato convocato nella notte del 17 marzo al Cremlino con una richiesta di spiegazioni.

Il regime di Assad, da parte sua, ha annunciato che il comportamento di Israele è inaccettabile per Mosca e sarà la Russia – prima di tutto – a tracciare una linea rossa che Israele non potrà superare.

Mosca era coinvolta in qualche modo nell’incidente? Secondo il regime siriano il bombardamento israeliano è avvenuto nella Siria centrale, non lontano da Palmira, mentre fonti israeliane parlano di un convoglio di 700 missili Scud che sarebbe stato intercettato vicino al confine libanese, nella regione Al Qalamun.

Altre fonti – sempre israeliane – parlano di missili provenienti da una fabbrica a sud-est di Aleppo, una zona dove sono presenti truppe russe. L’area era fino a poco tempo fa in mano allo Stato Islamico. Da quando il regime ne è rientrato in possesso, ha riattivato l’impianto, che potenzialmente può rifornire Hezbollah di molte nuove armi.

La tensione è di nuovo salita alle stelle quarantott’ore più tardi, quanto un raid aereo ha distrutto un’auto nel Golan Siriano. Alla guida c’era Yasser al-Sayed, membro di una milizia pro-regime e vicino al Presidente Bashar Al Assad. Forse qualcuno – a Gerusalemme – sta cercando di cambiare le regole del gioco sul fragile confine con la Siria?

CHI CONTROLLERA’ LA SIRIA?

“Dal punto di vista delle battaglie di terra, la Guerra in Siria è praticamente finita” spiega a Beirut Sami Nader, del Levant Institute for Strategic Affairs. “Resta solo da espellere l’Isis dalle zone che ancora controlla e decidere quale autonomia avranno i Curdi nel Nord. Per il resto, sono sempre più convinto che in Siria ci sarà una ripartizione in 3 aree di influenza che oggi sono molto ben disegnate”.

E spiega: “Nel Nord della Siria avremo un’area in mano all’opposizione sotto influenza statunitense; poi un’area sotto influenza turca (l’attuale safe zone) e poi un’altra area controllata dal regime, sotto influenza russa. L’Iran sta ancora cercando di definire la sua propria area di influenza che potrebbe essere compresa fra Damasco e Beirut

In tutto ciò, Israele è fuori dai giochi e teme di vedere arrivare il regime e le milizie di Hezbollah al proprio confine con la Siria. “Il solo fattore che potrebbe cambiare tutto ciò – conclude Sami Nader – è un diretto intervento degli Stati Uniti o di Israele. E’ probabile che Israele cercherà in qualche modo di sedersi al tavolo dei negoziati in Siria”.

Ma è ancora pensabile un intervento militare israeliano contro Hezbollah, come avvenne in Libano nel 2006? Invece di ottenere una facile e rapida vittoria, Israele uscì con le ossa rotte da quel conflitto. La guerriglia libanese riuscì a lanciare più di 4000 razzi verso il territorio israeliano. Un mese di guerra uccise – si stima – oltre 1,300 libanesi, 44 civili israeliani e 121 soldati israeliani.

Ebbene: ora la forza di Hezbollah è enormemente cresciuta rispetto ad allora. Il diretto coinvolgimento nella guerra in Siria ha accresciuto le sue capacità militari e le sue dotazioni di armi.

Oggi Hezbollah non è semplicemente un movimento di guerriglia che controlla il Sud del Libano. Fa parte del governo libanese. Ha due ministri e 11 deputati in Parlamento. Ha stretto alleanze con altre forze politiche libanesi e spesso riesce a imporre il suo punto di vista sulla scena politica.

Il presidente libanese Michel Aoun ha detto nei giorni scorsi che non è pensabile disarmare Hezbollah finché Israele occupa terra libanese e cerca di appropriarsi delle risorse del paese. Hezbollah, ha spiegato Aoun, “costituisce una parte importante del sistema di difesa libanese, in quanto l’esercito libanese da solo non avrebbe la forza di opporsi a Israele”.

I commenti del Presidente hanno fatto infuriare in Libano diversi politici cristiani e sunniti: “Allora a che ci serve un esercito? Mandiamolo a casa e teniamoci solo la guerriglia” ironizzavano alcuni. Secondo altri, le parole di Aoun sono purtroppo la verità. Contro un esercito potente e sofisticato come quello israeliano, qualsiasi altro esercito è destinato a soccombere. Solo un movimento guerrigliero con la struttura di Hezbollah ha qualche speranza di farcela.

Il partito degli sciiti libanesi – mentre potenziava la sua ala militare – ha messo mani e piedi in politica, consapevole che è impossibile governare il Libano senza allearsi con altre comunità: quella cristiana, prima di tutto.

Dopo una paralisi due anni, Hezbollah lo scorso autunno è riuscito a far eleggere presidente il suo alleato cristiano, Michel Aoun. E ora sta cercando di imporre una nuova legge elettorale proporzionale, quella che potrebbe dargli un buon risultato alle urne nelle elezioni parlamentari previste per i prossimi mesi.

In più l’alleato di Hezbollah in Siria, Bashar Assad, non è affatto fuorigioco, come l’occidente sperava. Assad adesso pensa di poter restare alla guida della Siria, o di quello che ne rimane. Ormai non combatte più per la sua sopravvivenza. Protetto dai russi, pensa di poter chiudere la finestra ai bombardamenti israeliani in Siria, bombardamenti (contro Hezbollah) che aveva dovuto tollerare negli anni scorsi.

PREPARATIVI DI GUERRA

Ma anche Israele è meno cauto perché Netaniahu – con Trump – sente di nuovo di poter avere la copertura degli americani che non sempre ha avuto con Obama. Il premier israeliano potrebbe essere tentato di risolvere con una guerra i sui problemi interni: la sua coalizione di governo è in crisi e lui è bersagliato dalle inchieste.

Israele è inoltre convinto di aver imparato la lezione dopo la guerra in Libano del 2006. Il sistema anti-missile Arrow, un ombrello che dovrebbe coprire tutto il territorio israeliano, funziona.

Per proteggere i civili dai missili, Israele ha messo a punto il piano “Safe Distance” svelato qualche giorno fa alla stampa da un alto ufficiale dell’Homefront Command.

“L’idea è di evacuare tutti i civili in modo che non siano presenti in zone pericolose” ha spiegato. Insomma: portare via tutti gli abitanti dalle zone al confine con il Libano sistemandoli in hotel, kibbutz e strutture pubbliche in altre zone del paese.

Invece di lasciare ai residenti la decisione se andarsene o no – come in passato – al primo accenno di guerra ci sarà un’evacuazione di massa, organizzata in collaborazione con le municipalità. Israele è pronto a spostare in poche ore 250 mila abitanti del Nord in altre aree del paese.

In più, sono stati approntati ripari anche per chi vive nelle città, lontano dai confini, perché con i missili a lungo-medio raggio in forza a Hezbollah, tutto il territorio diventa un obiettivo. Compresa la centrale nucleare israeliana di Dimona, che Nasrallah ha minacciato di colpire in caso di un attacco israeliano.

Hezbollah sostiene anche che manderà I propri guerriglieri in Israele se ci sarà un’altra guerra” spiega il giornalista del Daily Star Nicholas Blanford, uno dei maggiori conoscitori – in Libano – della guerriglia libanese e del suo apparato militare. Blanford ha percorso tutti i confini su cui Hezbollah sta operando; è entrato nei loro bunker e ha studiato sul campo le loro operazioni militari.

In passato, sono stati sempre gli Israeliani a  entrare in Libano, e non viceversa” spiega. “Ebbene, Hezbollah adesso si sente abbastanza forte da poter ribaltare questa costante e inviare i suoi combattenti – magari seguiti da una telecamera – fino in Galilea. Anche se fosse solo un raid di poche ore, se riuscissero a trasmettere in tv immagini di Hezbollah che percorrono il Nord di Israele, questo avrebbe un enorme impatto psicologico sul pubblico israeliano”.

Secondo Blanford, “né Hezbollah né Israele vogliono un’altra guerra perché il costo per entrambi sarebbe enorme. Ma c’è un rischio reale di sbagliare i conti nel caso una delle due parti prendesse un’iniziativa anche piccola e l’altra reagisse, causando una rapida escalation“.

Israele – secondo i suoi generali – pensa a una guerra che sia cosi rapida e distruttiva da costringere i libanesi ed Hezbollah ad arrendersi. “Ma questo vuol dire non comprendere la natura di Hezbollah” conclude Blanford. “La guerriglia libanese non concederà mai a Israele una facile vittoria: continuerà a combattere. Più a lungo dura la guerra, più danni Hezbollah riesce a causare a Israele e più forte sarà la pressione internazionale su Israele perché arrivi a un accordo”.

Il rischio è anche che la nuova guerra fra Hezbollah e Israele inizi in territorio siriano, per poi investire il Libano. Una situazione potenzialmente esplosiva. Non solo per i civili libanesi, ma anche per un milione e mezzo di profughi siriani che il Libano ospita.

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    Michela Sechi
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Regeni. Solo bugie dal Cairo

verità Giulio Regeni

Solo depistaggi nella vicenda Giulio Regeni. I poliziotti egiziani che tennero sotto controllo il ricercatore italiano prima del suo arresto hanno raccontato versioni discordanti durante gli interrogatori: contraddizioni, omertà e bugie. Dunque la procura di Roma ha chiesto – tramite una nuova rogatoria – i verbali di interrogatorio di altri cinque agenti.

Si tratta di ufficiali della National Security e del Dipartimento investigazioni municipali del Cairo. Furono loro a occuparsi di Regeni dopo che il ricercatore fu denunciato da Said Abdallah, il capo del sindacato degli ambulanti del Cairo. Abdallah lo aveva venduto come “spia” straniera.

I magistrati di Piazzale Clodio si aspettano che la procura egiziana risponda alla rogatoria nel giro di un mese, entro Pasqua. Il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e del pm Sergio Colaiocco hanno sentito al telefono i magistrati del Cairo, che hanno promesso piena collaborazione. Ma si tratta solo di parole: le indagini proseguono con estrema fatica.

Comunque gli investigatori italiani hanno fatto diversi passi in avanti nelle ultime settimane. Sono convinti che Giulio Regeni sia stato sorvegliato dai servizi segreti egiziani non per pochi giorni, ma per quasi due mesi prima di essere sequestrato, torturato e ucciso: dall’8 dicembre 2015 fino a pochi giorni prima della sua sparizione, il 25 gennaio 2016.

I magistrati italiani sono convinti anche che Giulio, in quella settimana di atroci torture, non fu tenuto in una casa privata, ma in un luogo di reclusione adatto allo scopo. Non sono ancora riusciti a individuare il luogo, e questa forse sarà la prossima tappa delle indagini.

Inoltre sembra che ci sia un collegamento fra i sette agenti che sorvegliarono Regeni e i tre che nel marzo successivo uccisero alcuni pregiudicati egiziani tentando poi di attribuire loro il rapimento e l’uccisione di Giulio. Il collegamento emerge da analisi dei tabulati telefonici effettuate in Italia.

I due gruppi si telefonarono a lungo fra loro e emergono anche telefonate fra i dieci agenti e alcuni numeri che fanno capo ai servizi di sicurezza egiziani. I magistrati italiani vogliono sapere a chi appartengono quei numeri, perché lì potrebbero nascondersi i “registi” dell’intera vicenda.

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    Michela Sechi
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Deputato arrestato contro le deportazioni

Negli Stati Uniti un membro del Congresso si è fatto arrestare per cercare di impedire la deportazione di una donna di origine messicana che – in quanto immigrata illegale – rischia di essere separata dal marito e dai suoi figli.

Il deputato, Luis Gutierrez, aveva organizzato un sit-in in favore di Francisca Lino di fronte all’Ufficio immigrazione (ICE) di Chicago. C’era anche lei, 50 anni e madre di sei figli, tutti americani come il marito, con il quale vive negli Stati Uniti da 18 anni.

Francisca Lino al sit-in in sua difesa a Chicago

Francisca Lino è l’unica in famiglia a non avere la cittadinanza statunitense e per questo sperava di essere al riparo dal rimpatrio. Invece la scorsa settimana è stata convocata dall’Ufficio Immigrazione che applica le nuove regole disposte da Donald Trump. Le è stata comunicata l’espulsione e l’ordine di lasciare gli Stati Uniti entro luglio.

Sono terrorizzata, non riesco ad immaginare la mia vita senza mia madre”, ha dichiarato ai giornalisti una delle figlie di Francisca Lino, che ha solo 16 anni. La donna non ha escluso atti di protesta estremi, se verrà deportata.

Sono anni che Francisca Lino lotta per restare negli Stati Uniti e non essere separata dalla sua famiglia. Nel 2008 infatti, le è stato notificato che la domanda per la Green Card presentata nel 2005 le era stata rifiutata. Lei chiedeva il ricongiungimento familiare con il marito statunitense, che però le è stato negato.

Questo perché nel 1999 era stata bloccata mentre cercava di entrare per la prima volta, clandestinamente, negli Stati Uniti. Allora era stata espulsa. Poi aveva varcato di nuovo il confine e si era costruita una vita a Chicago.

Il deputato Luis Gutierrez ammanettato dalla polizia
Il deputato Luis Gutierrez ammanettato dalla polizia

Assistita dal deputato democratico Luis Gutierrez e dai suoi avvocati, Francisca era riuscita allora a rinviare l’ordine di espulsione fino all’insediamento di Barack Obama. Obama, appena arrivato alla Casa Bianca, diede indicazione ai funzionari dell’Immigrazione di concentrarsi sui migranti illegali che rappresentano una minaccia per la società. Non sulle madri di famiglia come Francisca Lino, senza alcun precedente penale.

Ma ora, con Trump alla Casa Bianca, i funzionari dell’immigrazione di Chicago sono stati irremovibili: la donna non può rimanere più nel Paese ed entro luglio deve partire per il Messico, lasciando tutta la sua famiglia negli Stati Uniti.

Il deputato Luis Gutierrez, definito da alcuni il Martin Luther King della comunità latina negli Stati Uniti, è stato rilasciato poco dopo l’arresto. Ha promesso che non smetterà di seguire il caso e di cercare giustizia per tutti le persone che si ritrovano nella condizione di Francisca Lino.

Gutierrez Tweet

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    Michela Sechi
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Messicano si suicida dopo l’espulsione dagli USA

La politica anti-immigrati di Trump fa la sua prima vittima. Un migrante messicano si è suicidato mezz’ora dopo essere stato espulso dagli Stati Uniti. Guadalupe Olivas Valencia aveva 45 anni e si è ucciso gettandosi da un ponte a Tijuana, in Messico, a pochi metri dal valico di frontiera.

L’uomo era stato espulso per la terza volta proprio mentre Trump annunciava le nuove norme che facilitano le deportazioni dei migranti senza permesso.

Alcuni testimoni hanno riferito che Olivas gridava che non voleva tornare in Messico e sembrava di essere molto angosciato dal fatto di ritrovarsi a Tijuana.

Accanto al corpo, il sacchetto di plastica che le autorità statunitensi consegnano a chi viene deportato, con dentro i suoi documenti ed effetti personali, oltre a un cambio di biancheria e pochi viveri per il viaggio.

Olivas si è lanciato dal ponte di El Chaparral alle 9:50 di mattina, poco lontano dal cancello da cui le guardie di frontiera statunitensi espellono i messicani senza permesso di soggiorno. Un salto di 10 metri. Era ancora vivo quando è stato soccorso, ma è morto poco dopo il suo arrivo in ospedale.

polizia

Le autorità messicane hanno ordinato l‘autopsia: ufficialmente non escludono ancora che Olivas sia caduto dal ponte perché colpito da un’auto. Ma testimoni dicono che è stato visto fermarsi a lungo sul ponte, tanto che qualcuno ha capito che aveva l’intenzione di lanciarsi. Per questo sono stati i vigili del fuoco i primi ad arrivare sul posto.

Organizzazioni per la difesa dei migranti hanno denunciato negli ultimi giorni una serie di retate di immigrati senza documenti in alcune località della California e in altri 5 Stati.

Il valico stradale fra San Ysidro (California) e Tijuana (Messico)
Il valico stradale fra San Ysidro (California) e Tijuana (Messico)

Olivas era originario di Sinaloa, uno degli stati più violenti del Messico e roccaforte del più noto cartello della droga messicano. Finora nessuno dei suoi familiari si è fatto vivo con le autorità messicane.

Le nuove norme anti-immigrati varate da Donald Trump prevedono che possano essere deportati immediatamente non sono i migranti che si macchiano di gravi reati, ma anche quelli che commettono infrazioni lievi, ad esempio un’infrazione stradale.

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    Michela Sechi
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Yoga Pop a RP!

YOGA POP – Sabato 25 febbraio dalle 10:30 alle 12:00

Vieni a fare yoga a Radio Popolare! Sabato 25 febbraio ci sarà una pratica guidata di yoga in sede, sopra la nostra redazione. Siete tutti invitati: voi che non avete mai provato, voi che vi sedete solo nella posizione del loto, voi che volete semplicemente rilassare le dita… dopo aver firmato il modulo Sepa dell’abbonamento a Radio Popolare.

Attenzione! I posti sono limitati, quindi prenotatevi! Bisogna scrivere una email a selva@radiopopolare.it.

Importante: portate il vostro materassino da stendere sul pavimento.

L’ingresso è libero!

Le risposte ad alcune FAQ

Dove ci troviamo?

Nella sede di Radio Popolare, in via Ollearo 5, al primo piano, c’è una stanza sopra la redazione che adesso è vuota. In futuro ospiterà il Museo della Radio. Useremo quella stanza per fare Yoga.

Io non ho mai fatto yoga e non piego la schiena dal lontano 1986. Posso venire?

Certo. La pratica è aperta a tutti: esperti e principianti assoluti. Non è una vera e propria lezione, ma una pratica guidata per condividere un momento di piacevole rilassamento. Ognuno fa quello che vuole e che può.

Chi guida la pratica?

Abbiamo un’insegnante di eccezione: direttamente dalla redazione esteri del GR di Radio Popolare, Michela Sechi, che pratica yoga da anni e saltuariamente lo insegna.

Che tipo di yoga praticheremo?

Uno yoga dinamico, ovvero: ci muoviamo! Non restiamo un’ora seduti a recitare mantra. Dunque non vi annoierete. Per i più esperti, diciamo che sarà una sequenza che si ispira alla prima serie dell’Ashtanga Yoga. Con Asana facilitate per i principianti.

Non ho un materassino da yoga. Va bene anche quello da campeggio?

Va bene qualsiasi tipo di materassino. Anche quelli che si comprano a 5 euro nei negozi di articoli sportivi.

Come bisogna venire vestiti?

Con una tuta o vestiti comodi che permettono di muoversi agevolmente. Meglio venire con già addosso i vestiti adatti. C’è un’unica stanzetta dove in caso di emergenza è possibile cambiarsi, ma non è un vero e proprio spogliatoio.

Scarpe?

Niente scarpe e niente calze. Lo yoga si fa a piedi nudi!!!!

Posso portare anche i bambini?

La pratica – questa volta – è per adulti. Se ci saranno tante richieste, penseremo in futuro anche a qualcosa per i bimbi.

Se arrivo in ritardo posso entrare lo stesso?

No. Lo yoga si fa dall’inizio perché non si può saltare il riscaldamento iniziale, altrimenti si rischia di farsi male. Dunque venite puntuali.

Perché non creiamo un gruppo Yoga Pop permanente?

Perché no? 🙂

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    Michela Sechi
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L’oppositore avvelenato lascia Mosca

Ha lasciato la Russia per andare a curarsi all’estero Vladimir Kara-Murza, un oppositore di Putin che era finito in coma alcuni giorni fa per un sospetto avvelenamento. La sua partenza è stata annunciata dal suo avvocato.

L’attivista 35enne si è ristabilito abbastanza da andare in aeroporto e prendere un aereo. Il 2 febbraio era stato portato in ospedale in gravi condizioni: un cedimento inspiegabile dei suoi reni, identico a quello che aveva sofferto nel 2015. Anche allora si sospettò un avvelenamento.

Vladimir Kara-Murza, giornalista, è il coordinatore del gruppo pro-democrazia Open Russia, fondato dall’ex oligarca Mikhail Khodorkovsky. Il giorno in cui si è sentito male, doveva partire per un viaggio negli Stati Uniti.

Era un amico del leader dell’oppositore Boris Nemtsov, ucciso in un agguato a Mosca nel febbraio 2015.

L’avvocato di Kara-Murza non ha spiegato dove il suo cliente andrà a farsi curare. Si sa solo che è partito accompagnato dalla moglie e da un medico che lo seguirà nel processo di riabilitazione.

“Mi ha incaricato di dire ai suoi amici e colleghi che porterà sempre avanti la sua battaglia per riportare la democrazia in Russia”, scrive l’avvocato in un post su Facebook.

E aggiunge: “La diagnosi nella sua cartella di dimissioni dall’ospedale è sempre la stessa: intossicazione causata da una una sostanza ignota”.

VLAD FB

Il caso Kara-Murza riporta alla mente quello di Aleksandr Livtinenko, ex agente segreto russo morto in un ospedale di Londra nel 2006 dopo un avvelenamento da Polonio, una sostanza altamente radioattiva.

Anche la giornalista Anna Politkovskaya aveva subito un tentativo di avvelenamento nel 2004, prima di essere uccisa nel 2006 a colpi di pistola.

Sempre nel 2004 il leader dell’opposizione ucraina e candidato alla presidenza Viktor Yushenko finì in ospedale per un avvelenamento da diossina che gli sfigurò il volto. Di questo avvelenamento accusò il Cremlino.

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    Michela Sechi
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Kenya, niente sgombero per il campo profughi

In Kenya resta aperto il campo profughi di Dadaab, il più grande al mondo. L’Alta Corte del Paese, infatti, ha deciso che chiuderlo e rimpatriare 260mila profughi somali sarebbe un atto persecutorio nei loro confronti. Rischierebbero la vita, se fossero costretti a tornare in Somalia.

Il governo di Nairobi aveva deciso nel maggio scorso di chiudere il campo. Poi lo smantellamento di Dadaab era stato rinviato di un anno. Ma ora anche la data di maggio 2017 non potrà essere rispettata, per ordine dei giudici.

Il campo di Dadaab fu allestito nel 1991 per ospitare le famiglie in fuga dalla guerra civile in Somalia. Da allora si è sempre ingrossato fino a comprendere cinque diversi agglomerati di tende e baracche.

Per i gruppi armati è stato facile mischiarsi ai profughi. Secondo le autorità del Kenya diversi attentati del gruppo Al Shebab sono stati pianificati proprio nel campo.

Eppure i profughi che abitano a Dadaab non ne hanno nessuna colpa: non è giusto che siano loro a pagare, hanno stabilito i giudici keniani. La vicenda fa pensare agli Stati Uniti e alla battaglia legale in corso sul bando di Trump, che colpisce indiscriminatamente i cittadini di sette Paesi musulmani.

Secondo il giudice keniano John Mativo, autore della sentenza, i profughi che vivono a Dadaab avrebbero dovuto essere ascoltati dal governo, prima della decisione di chiudere il campo. Non farlo è stata una violazione del diritto a un giusto procedimento legale, previsto dalla costituzione del Kenya.

Il giudice ha aggiunto che l’ordine di chiudere Dadaab è discriminatorio e viola i trattati internazionali che proteggono i rifugiati, i quali non possono forzati a tornare nel luogo dove sono perseguitati. In questo caso il governo keniano non ha fornito prove che la Somalia sia tornata un Paese sicuro.

Refugees stand outside their tent at the Ifo Extension refugee camp in Dadaab, near the Kenya-Somalia border in Garissa County, Kenya

Ma allora che fare di Dadaab? Non è pensabile neppure mantenere decine di migliaia di persone in una situazione così precaria. Secondo Amnesty International gli sforzi dovrebbero andare in due direzioni: cercare di integrare parte dei rifugiati nelle comunità locali in Kenya e sistemarne una parte all’estero.

In ogni caso il governo keniano non può lavarsene le mani: l’Alta Corte ha annullato anche la sua recente decisione di smantellare il Dipartimento per i rifugiati. Mentre non convincono gli accordi stipulati con le autorità somale per il rientro di una parte dei rifugiati.

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    Michela Sechi
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Accoglie i migranti minacciati da Trump

Sta diventando virale sui social media il video del Sindaco di Boston Marty Walsh che promette aiuto ai migranti minacciati da Donald Trump. “Aprirò il municipio per proteggervi”, promette. Altro che proibire l’ingresso a chi arriva in America, altro che costruire un muro. Gli Stati Uniti sono fatti di immigrati, ricorda il sindaco. Sono loro la forza e la vitalità dell’America, la linfa che l’ha resa grande.

[youtube id=”2sbsvvOzb8c”]

Walsh invita a i suoi cittadini a non avere paura ed appoggiarsi gli uni agli altri, per difendere i veri valori degli Stati Uniti. “Abbiamo la Costituzione americana dalla nostra parte” ricorda. E offre la sua città – Boston – come rifugio a chi venisse ingiustamente perseguitato.

Marty Walsh, 49 anni, democratico, è nato a Boston ma è di origine irlandese. E’ sindaco dal 2014. Qui sotto la traduzione completa del suo discorso.

“Ho convocato questa conferenza stampa perché sono infastidito e arrabbiato per le notizie che arrivano da Washington DC, oggi” dice il sindaco di Boston.

“La Casa Bianca sta mettendo in pratica le minacce più distruttive e anti-americane fatte in campagna elettorale.

Gli ultimi ordini esecutivi e dichiarazioni del Presidente sugli immigrati sono un attacco diretto agli abitanti di Boston, alla forza di Boston e ai valori di Boston.

Siamo una città – e una nazione – costruita sul contributo degli immigrati e dipendiamo dai nuovi arrivati per preservare la vitalità della nostra comunità.

Il 28 per cento dei residenti di Boston è costituito da immigrati e il 48 per cento dei nostri bambini ha almeno un genitore nato all’estero.

Io ero uno di quei bambini. Boston ha aiutato me e la mia famiglia. Finché io sarò sindaco non volteremo mai le spalle a chi cerca una vita migliore.

Continueremo ad alimentare rapporti di fiducia tra le forze dell’ordine e le comunità di immigrati. E non sprecheremo risorse vitali per politiche di sicurezza federali sbagliate.

Non ci faremo intimidire da minacce di tagli ai finanziamenti federali. Ci aiuteremo a vicenda e abbiamo la Costituzione degli Stati Uniti dalla nostra parte.

Voglio dire direttamente a chi si sente minacciato oggi, o vulnerabile: siete al sicuro a Boston. Farò tutto ciò che è lecito e in mio potere per proteggervi. Se necessario, userò il Municipio come rifugio per proteggere chiunque sia preso di mira ingiustamente.

Ripeto a tutti i cittadini di Boston e a Washington: non arretreremo di un centimetro dal continuare ad essere una comunità cosmopolita e globale che ci ha reso una delle città di maggior successo al mondo.

Il nostro Ufficio di assistenza agli immigrati ha ampliato i suoi servizi sta attivamente monitorando la situazione. Chiunque sia preoccupato, lo può contattare chiamando il numero 311.

Infine, riguardo a questo grosso business della costruzione di un muro: l’energia del presidente e le risorse della nazione dovrebbero essere volte a risolvere le gravi sfide che abbiamo di fronte, sia a livello globale, sia locale. Il Presidente dovrebbe usare la sua amministrazione per creare buoni posti di lavoro.

Egli dovrebbe dirigere piani per aiutare i senzatetto nelle nostre strade; i veterani a rientrare nella vita civile; gli anziani che hanno lavorato duramente per tutta la vita e meritano una pensione sicura; e i bambini nelle nostre scuole.

Il compito di un Presidente è di promuovere l’unità dei cittadini e di farci diventare migliori, non di dividerci gli uni dagli altri e di spaventarci”.

Alla fine del discorso i giornalisti presenti chiedono a Walsh se intende aiutare solo il migranti con il permesso di soggiorno o anche quelli senza documenti. Il sindaco chiarisce che sta parlando proprio dei migranti senza documenti. Che tutti gli uffici del Municipio, compreso il suo, sono aperti per loro.

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    Michela Sechi
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Cosa sarà dei Palestinesi nell’era Trump?

Cosa sarà dei palestinesi nell’era Trump? Lo abbiamo chiesto alla più nota giornalista israeliana, Amira Hass, che da sempre vive nei Territori Occupati. Da anni è corrispondente da Ramallah per il quotidiano israeliano Haaretz. E’ stata nei nostri studi e abbiamo parlato di tutto: di Netaniahu e delle inchieste a suo carico, dello spostamento dell’ambasciata statunitense, delle colonie, della ormai “moribonda” soluzione dei due Stati.

Amira Hass, quali saranno le conseguenze dell’era Trump per i palestinesi?

“La presenza di Trump alla Casa Bianca dà a Netaniahu più fiducia nel fare quello che avrebbe fatto comunque: espandere le colonie. Alcuni dicono che Trump non farà quello che ha promesso, come spostare l’ambasciata. Rimane da vedere. Per palestinesi è triste, perché finché c’era Obama, c’erano comunque dei granelli di speranza. Era il Presidente statunitense che meglio conosceva il conflitto palestinese. Nella sua Amministrazione c’erano comunque delle persone con cui si poteva parlare, persone che parlavano il nostro stesso linguaggio. Con Trump non è più così. Questa è una grossa sconfitta per la politica di Abu Mazen, tutta basata sulla diplomazia. Per il palestinese della strada, penso che per ora non percepisca la differenza fra Obama e Trump. Se l’era Trump spingerà più palestinesi verso atti di disperazione, questo non lo posso prevedere”.

Se davvero Trump sposterà l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, cosa potrebbe succedere?

“Personalmente non sono molto impressionata da questi simboli. L’ambasciata la puoi spostare a Gerusalemme e successivamente la puoi riportare indietro a Tel Aviv. L’Autorità palestinese ne ha fatto una grande questione e continua a lanciare allarmi. Io penso che sia un errore. L’Autorità Palestinese non ha il potere di fare molto: non può portare la gente in piazza perché non ha seguito. Non può minacciare ritorsioni da parte di altri stati arabi o musulmani perché molti sono amici di Israele. A quanto sembra lo spostamento dell’ambasciata non avverrà nei prossimi due mesi: ci vorrà qualche anno. Ma questo parlare di qualcosa di incerto che avverrà nel futuro, distrae la nostre attenzione da cose che stanno accadendo adesso. Nessuno parla, ad esempio, della demolizione di case nella Valle del Giordano, e dei continui attacchi dei coloni contro i palestinesi. Succede ogni giorno. Penso che sia anche un errore dei media il lanciare l’allarme su alcune questioni future, dimenticando quello che accade ora”.

Gerusalemme Est sta vivendo una situazione molto difficile, mi sembra.

“Gerusalemme est è un posto davvero triste. Durante 50 anni di dominazione israeliana abbiamo trasformato una città tranquilla, bella e piacevole in un insieme di quartieri degradati e impoveriti. L’80% degli abitanti palestinesi di Gerusalemme vive ormai sotto la soglia di povertà, e sotto pressione continua: in ogni momento la tua casa può essere sequestrata, o puoi essere aggredito dalla polizia, o dai coloni, o puoi essere arrestato, o il tuo bambino può essere arrestato, o puoi perdere il lavoro, o essere ucciso. Gli abitanti palestinesi di Gerusalemme vivono in uno stato di insicurezza permanente, perché sono sempre nel mirino. O meglio: tutti i palestinesi che vivono sotto occupazione israeliana lo sono, ma a Gerusalemme la situazione è ancora più pesante perché non c’è nessun posto dove nascondersi”.

E’ peggio di Gaza, con il muro e l’embargo?

“Ogni tanto scherzo e dico che sono diventata palestinese anch’io, perché – come i palestinesi – passo il tempo a fare confronti e discutere se si vive peggio in quella città o in quell’altra. A lungo ho sostenuto che il posto peggiore per i palestinesi è la Striscia di Gaza, ma negli ultimi anni sono giunta alla conclusione che il posto peggiore è Gerusalemme Est. Perché il contatto con la dominazione israeliana lì è quotidiano. Gli abitanti sono stati annessi a Israele e contemporaneamente sono discriminati. Sentono addosso ogni momento l’amarezza delle manifestazioni razziste della politica israeliana.

Dunque la situazione è peggiorata?

Basta camminare per le strade di Gerusalemme per vedere ogni momento poliziotti o poliziotte, di solito molto giovani, che fermano i passanti palestinesi e gli chiedono i documenti. Sono sotto attacco su tutti i fronti. Le tasse municipali continuano ad aumentare ma i loro salari non bastano a pagarle. In tutti gli aspetti della vita c’è umiliazione, oltre al continuo impoverimento. C’è un così grande contrasto fra la bellezza del posto e la tragedia di chi ci vive. Attenzione però, non voglio dare l’impressione di un posto soltanto tragico, perché i Palestinesi sanno come vivere anche in quella situazione, sanno come riderne e anche divertirsi. Ma io, che non vivo a Gerusalemme Est ma ci vado ogni tanto, venendo da Ramallah, noto sempre quanto è pesante.

Il premier israeliano Netaniahu è sotto inchiesta per corruzione. La polizia israeliana continua a trovare nuove prove. Questo potrebbe essere l’inizio della sua fine politica?

“Penso che per molti israeliani di destra sia meglio tollerare gli scandali che perderlo come leader della destra. Molti pensano che sia normale un certo grado di corruzione nei circoli del potere. Riguardo ai regali ricevuti da Netaniahu, è che chiaro che lui è sua moglie hanno sempre condotto uno stile di vita molto lussuoso, come se questa ricchezza gli spettasse di diritto. Ma anche se la polizia continuerà a indagare, io penso che Netaniahu ne uscirà indenne. Penso che la sua caduta sia più che altro un desiderio del centro-sinistra israeliano che non riesce a liberarsi di lui tramite le elezioni e dunque spera che sbarazzarsene tramite le inchieste. Ma la mia impressione è che la maggioranza degli israeliani non sia troppo impressionata da questi scandali”.

Ha ancora senso parlare della soluzione dei due stati?

“Ha ancora senso parlare dei principi che stanno alla base dell’idea dei due Stati. E’ importante ricordare che ci sono due popoli in questo paese e che entrambi hanno dei diritti, compreso quello all’autodeterminazione. Solo che uno dei due popoli ne gode, mentre l’altro ne è deprivato. Israele ha fatto di tutto per sabotare la soluzione dei due stati. Quello che hanno in mente gli israliani – lo dico da sempre – è la soluzione dei sette stati, ovvero creare delle enclave palestinesi che si possano controllare agevolmente: lo stato si Gaza, lo stato di Ramallah, lo stato di Nablus, e così via. E ci sono riusciti di fatto”.

Ma questo non assicura la pace.

“Gli accordi di Oslo hanno dimostrato che Israele non vuole la pace, se qualcuno aveva ancora qualche dubbio. Non si incoraggiano i coloni, non si sequestra la terra palestinese, non si demoliscono le case palestinesi se si vuole la pace. Se Israele accettasse la soluzione dei due stati, dovrebbe definire i suoi confini e smantellare le colonie. Ma non lo vuole fare, perché significherebbe rinunciare ai propri privilegi. Per questo Israele ha bisogno di essere sempre sull’orlo della guerra, ha bisogno di una continua tensione, per poter continuare a reprimere palestinesi. Israele lo fa perché la comunità internazionale glielo ha consentito. Da subito dopo gli accordi di Oslo”.

Le colonie rendono ormai impossibile la creazione di uno stato palestinese vivibile?

“Io non sono d’accordo con quelli che dicono che la soluzione dei due stati non è possibile perché ci sono troppe colonie. La presenza delle colonie non è un fatto irreversibile. Le colonie sono illegali secondo la legge internazionale e vanno rimosse. Chi dice che è una situazione irreversibile, fa il gioco delle autorità israeliane. Si può smettere di sottrarre terra e acqua e spazio ai palestinesi. E’ possibile”.

Come fare a rimuovere le colonie?

“Se ci fosse la volontà politica, Israele verrebbe messo di fronte a un’alternativa: o smantellate le colonie o evacuarle. Una decisione va presa, perché se la situazione va avanti così, può esplodere. Non ci vuole un profeta per dire che potrebbe esplodere. Ma io non ho idea di come si potrebbe dare il via a questo cambiamento nell’era Trump”.

Com’è la sua vita a Ramallah?

“A volte mi chiedo se ho una vita, perché lavoro, lavoro e lavoro (ride, ndr). Vivo in mezzo ai palestinesi e ciò mi piace, perché mi permette di vivere secondo le mie convinzioni. Vivo la mia vita in entrambe le società, quella israeliana e quella palestinese. O qualche volta penso: in nessuna delle due. Ma comunque è la mia scelta e va bene così”.

La sua voce continua ad essere ascoltata in Israele? Gli israeliani continuano a voler leggere quello che lei scrive?

“Non penso che gli israeliani abbiano mai voluto leggere quello che scrivo! Oppure sì, ci sono alcuni gruppi di israeliani che vogliono leggermi. Sono comunque orgogliosa di tanti giovani giornalisti che stanno crescendo, e di tanti giovani attivisti che mi usano come punto di riferimento. Mi sento un po’ il padre spirituale del sito internet d’informazione 972, fatto da una serie di giovani, scritto in ebraico e in inglese. Penso che che questo ambiente sia il mio habitat naturale. Ma in generale, no: non penso che gli israeliani vogliano leggermi. Non penso che gli israeliani vogliano sapere.

  • Autore articolo
    Michela Sechi
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