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Sacco e Vanzetti, uomini innocenti

Lo sceneggiatore e disegnatore americano Rick Geary ha raccontato nel graphic novel The Lives of Sacco and Vanzetti la tragica storia di Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, gli anarchici italiani emigrati negli Stati Uniti nel 1908 e morti sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927.

The lives of Sacco and Vanzetti è stato tradotto e pubblicato in Italia dall’editore Panini Comics nella collana “9L” nell’agosto 2014.

Sacco e Vanzetti furono accusati di aver preso parte a una rapina e di essere stati gli autori materiali di un omicidio avvenuto il 15 aprile 1920. Rick Geary ripercorre l’intera vicenda raccontando i fatti, descrivendo con oggettività giornalistica ciò che accadde nelle strade, nelle vite delle vittime, nelle aule di tribunale in cui furono condotti i processi e dove sia i giudici che le giurie si accanirono contro due persone che avevano una conoscenza molto limitata della lingua inglese e, pertanto, non erano in grado di difendersi né di argomentare adeguatamente in merito alla loro posizione.

L’obiettivo era chiaro: trovare dei colpevoli a tutti i costi, individuare insomma dei capri espiatori, produrre delle prove – non importa se fasulle o artefatte – senza la minima remora nel manipolare all’occorrenza le indagini.

L’autore Rick Geary non prende posizione ma grazie a disegni chiari ed esplicativi, nonché a un plot narrativo asciutto e scevro da fronzoli, mette chi legge davanti all’evidente assurdità di una tragica vicenda. La stessa vicenda che, nel 1977, spinse il governatore del Massachusetts Michael Dukakis a dire pubblicamente: “Ogni onta e ogni disonore verranno tolti per sempre dai nomi di Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti”. Erano passati cinquant’anni da quel 23 agosto 1927.

Leggendo la magnifica storia realizzata da Rick Geary vengono i brividi quando si arriva alla pagina in cui Sacco e Vanzetti, un istante prima di essere uccisi sulla sedia elettrica, dicono: “Siamo uomini innocenti. Viva l’anarchia”.

sacco e vanzetti cover

LE VITE DI SACCO E VANZETTI

AUTORE: Rick Geary

NUMERO DI PAGINE: 80, b/n

FORMATO: 15,5×23,5

PREZZO: EURO 9,90

  • Autore articolo
    Maurizio Principato
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Giacinto Facchetti, il rumore non fa gol

Mercoledì 5 giugno 1968. Presso lo stadio San Paolo di Napoli comincia la semi-finale di Coppa Europa. La sfida è tra Italia e Russia. Lo zero a zero porta ai tempi supplementari ma l’incontro non viene risolto dal risultato e si giunge al sorteggio. La fortuna è dalla parte della nazionale, che vince. Il capitano è Giacinto Facchetti: è lui che lancia la monetina da cento lire, è lui a comunicare alla squadra: “Siamo in finale”, è la sua biografia quella raccontata dal graphic novel “Giacinto Facchetti – Il rumore non fa gol“, recentemente pubblicato da Becco Giallo.

Gli autori di questo romanzo a fumetti sono tre: il disegnatore Davide Castelluccio, classe 1989, il più giovane della squadra, dal tratto asciutto e realistico e gli sceneggiatori orgogliosamente interisti Davide Barzi, collaboratore di Sergio Bonelli Editore e di ReNoir Edizioni, e il giornalista Paolo Maggioni, che in passato ha lavorato a lungo per Radio Popolare/Popolare Network. Oltre alla storia a fumetti ci sono interviste a personaggi come Marco Materazzi e Massimo Moratti, e un interessante capitolo sugli Undici giusti del calcio scritto da Claudio Agostoni.

Tornando al lavoro di Maggioni, Barzi e Castelluccio, la loro opera parla principalmente ma non esclusivamente di calcio: è un pezzo di storia del nostro paese, dai promettenti anni Sessanta agli impantanati giorni nostri. C’è nostalgia, meticolosità e rispetto nella narrazione di momenti che molti hanno vissuto in presa diretta e che altri (come gli autori del libro) hanno sentito raccontare, per esempio la leggendaria “partita del secolo” che si tenne a Città del Messico il 17 giugno 1970 e che vide l’Italia trionfare sulla Germania per 4 a 3.

Nel graphic novel la storia fatta di lavoro e sacrifici che caratterizza la biografia di Giacinto Facchetti, sportivo puro e uomo per bene, figlio di ferrovieri e che si allenò a correre nella giusta direzione come seguendo i binari, accelerando e rallentando al momento giusto, si sviluppa in parallelo a quella di due generazioni che, nella finzione narrativa, vivono e raccontano il calcio dal punto di vista dei giornalisti: Mario Bresciani e suo figlio Pietro. Il primo scrive per decenni i resoconti di un mondo calcistico – quello del passato – fatto di gioco e di umiltà, ma capisce che è il momento di farsi da parte quando si rende conto che scrivere di calcio significa anche scrivere di veline, muscoli ingrossati, fuorigioco passivi e falli tattici. Il figlio – erede di un approccio onesto alla professione – ha il compito di portare avanti un mestiere che, come tutto il resto, è inquinato da forzature, interessi e illeciti. “Ci sono giorni in cui essere interista è facile, altri in cui è doveroso e giorni in cui esserlo è un onore” sancì Giacinto Facchetti. Parole essenziali e profonde, coperte dal frastuono imperante di un’epoca in cui ognuno crede di avere qualcosa da dire . Franco Battiato cantò: “Com’è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti fanno rumore”. Giacinto Facchetti conservò la calma anche davanti alla morte ma non restò in disparte, mostrando che è inutile essere indifferenti: per cambiare le cose bisogna fare la differenza.

“Giacinto Facchetti – Il rumore non fa gol” di Paolo Maggioni, Davide Barzi, Davide Castelluccio

240 pagine, in bianco, nero e azzurro – brossurato, Becco Giallo Edizioni, 18 euro

  • Autore articolo
    Maurizio Principato
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Venezia e le acque

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Le storie dell’incorreggibile Lupin III

Nella seconda metà degli anni Settanta del Novecento la TV italiana accolse un elevato numero di serie animate provenienti dal Giappone. Accanto alle storie lacrimevoli di bambini senza famiglia e a quelle di robot giganteschi che proteggevano il mondo dai malvagi, fece capolino una serie che con i due filoni citati non aveva nulla a che vedere.

Nel 1979 debuttò sugli schermi televisivi italiani il ladro erotomane Lupin III. All’epoca veniva ritenuta una serie minore e, pertanto, fu buttata nel palinsesto senza particolari riguardi. Nel corso del tempo Lupin III divenne uno dei personaggi più amati e richiesti, pertanto la sua importanza crebbe in modo straordinario.

In origine Lupin III era un manga. Uscì in Giappone per la prima volta nel 1967 e oggi, a quasi cinquant’anni di distanza dal suo debutto, viene ristampato in edizione integrale da Planet Manga, la divisione dedicata ai fumetti giapponesi di Panini Comics. L’autore del fumetto è il signor Monkey Punch, pseudonimo di Kazuhiro Kato, l’ex-radiologo che nel 1965 decise di diventare mangaka, ovvero autore di fumetti manga.

Le storie di Lupin III sono ancora oggi di piacevole lettura. Sorprende il loro taglio narrativo sincopato, nervoso e sgangherato. Il senso dello humour di Monkey Punch è un irresistibile minestrone di generi in cui si intrecciano sfacciatamente commedia slapstick, hard-boiled e porno soft. Mettete insieme Staanlio e Ollio, i fratelli Marx, Mickey Spillane, i soliti ignoti e sette uomini d’ora e avrete qualcosa che si avvicina a Lupin III e al suo amore per il crimine, per le donne formose, per le entrate a sorpresa e per le fughe a effetto.

Nella primissima storia compare il ridicolo ma immaercescibile Ispettore Zenigata che, sin da questa prima storia volutamente caotica e squadernata, viene turlupinato dall’abile e spesso subdolo Lupin. Le soluzioni narrative di Monkey Punch lo portano alla meta-narrazione, ritraendo se stesso mentre disegna la storia che stiamo leggendo, oppure lo spingono verso soluzioni e tagli grafici che richiamano i frenetici montaggi di Will Eisner e i primissimi piani di Guido Crepax. Spettacolare e trascinante, il mondo di Lupin III si arricchisce pagina dopo pagina di elementi inaspettati, come la sensuale Fujiko Mine, che esteticamente fu ispirata dalla nostra Rossana Podestà.

Leggere Lupin III è un modo insolito ma estremamente gratificante di entrare in un universo fumettistico divertente e folle allo stesso tempo.

 

LUPIN III – Volume 1, Planet Manga – Panini Comics, 126 pagine – bianco e nero – brossura, 4 euro e 50

  • Autore articolo
    Maurizio Principato
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Lo Sconosciuto del grande Magnus

Negli anni Settanta il disegnatore, sceneggiatore e visionario Roberto Raviola, in arte Magnus, si emancipò da Alan Ford e il Gruppo T.N.T., i personaggi che lo avevano reso una star del mondo del fumetto, creati con Luciano Secchi in arte Max Bunker.

Magnus desiderava esplorare altre strade e, da viandante pazzo per i fumetti quale si riteneva, si avventurò in percorsi inediti.

Grazie all’interesse dell’editore milanese Renzo Barbieri, che aveva raggiunto il successo portando nelle edicole celebri tascabili scollacciati come Sukia e Cimiteria, Magnus ebbe totale libertà creativa e ideò una serie di nuovi personaggi, come i protagonisti della sgangherata brigata della Compagnia della Forca.

Con la mini-serie Lo Sconosciuto diede vita a un affresco fumettistico che univa noir, politica, erotismo e humour nero. Uscito di scena e dal mercato nel 1976, Lo Sconosciuto fece ritorno in grande formato e con nuove storie negli anni Ottanta, per chiudere la propria esistenza definitivamente nel 1996.

L’editore Rizzoli-Lizard ha recentemente ripubblicato tutte le storie de Lo Sconosciuto, raccogliendole in un unico, elegante volume di 417 pagine.

Ex legionario ed ex mercenario, Lo Sconosciuto è un uomo solo che deve sopravvivere prima di tutto a se stesso e ai propri fantasmi. In costante movimento, braccato o assediato suo malgrado, lo conosciamo in Algeria nel 1975, lo ritroviamo poco tempo dopo in una Roma scossa dalle lotte studentesche e minata dalla minaccia del terrorismo di estrema destra, lo vediamo bruciante di febbre mentre cela la propria identità facendo il cameriere in una trattoria francese e successivamente il maggiordomo in un’elegante magione haitiana. Arrivato a Beirut viene ferito gravemente ma, a sorpresa, viene salvato in extremis e inizia di nuovo a errare: prima in Egitto e poi in Bolivia, per fermarsi a New York City.

Lo Sconosciuto è uno dei capolavori assoluti della letteratura a fumetti contemporanea. È un contenitore di idee, storie, testimonianze e visioni fosche del presente. Non costringe il fruitore a una lettura politica ma invita a domandarsi cosa sia la natura umana e perché, alla fine di ogni cosa, ci siano le tenebre.

Ma l’ultimissima storia di sei pagine che chiude la saga de Lo Sconosciuto, realizzata quando Magnus stava per morire, regala un momento di levità: il protagonista, finalmente, riceve un pagamento congruo che gli permetterà di godersi la vita senza ulteriori tormenti.

E vederlo felice mentre, nell’ultimo riquadro, si allontana sotto la neve ci porta, a sorpresa, al lieto fine.

 

Lo Sconosciuto di Magnus, Rizzoli-Lizard, 417 pagine in bianco e nero, rilegato, 25 euro

  • Autore articolo
    Maurizio Principato
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Venezia e le acque

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LOV(e), amore e non amore

Porsi o porre la domanda: “Che cos’è l’amore?” è un esercizio retorico che potrebbe condurre a disquisizioni senza fine. Nell’epoca dei social network, cioè nella nostra epoca, le disquisizioni scatenerebbero un faccia a faccia fittizio e probabilmente surreale, in cui molti individui isolati esprimono il loro parere e, allo stesso tempo, diventano giudici dei pareri altrui a colpi di like o mi piace.

Riferendoci alle parole di chi si pronunciò quando i social network non esistevano ancora, prendiamo in considerazione la visione di Frank Zappa che trovò una risposta concreta, quando disse con una punta di cinismo: “Amore e sesso non sono la stessa cosa. L’amore è immaginario, il sesso è fisico”.

Il volume a fumetti LOV, contenente decine di micro-storie che cristallizzano momenti irripetibili di un’ipotetica coppia, è la risposta alla domanda con cui siamo partiti. Una risposta che usa un mezzo del passato, ovvero il libro cartaceo, direzionato con la mentalità del presente, ovvero la sintesi filosofica last minute dei social.

LOV non è un graphic novel ma è, piuttosto, una serie di fotografie istantanee, sono tante polaroid disegnate che parlano di amore e di non amore. Tante risposte alla domanda con cui siamo partiti. Chi risponde è un autore disincantato ma, allo stesso tempo, alla ricerca di qualcosa. Si chiama Davide Berardi, in arte DAW e, a poche ore dalle effimere celebrazioni di San Valentino, realizza decine di vignette che parlano delle conseguenze dell’amore.

Berardi ha la battuta pronta e l’occhio dell’osservatore. Ogni pagina è una storia e ogni storia è un confronto oppure uno scontro in una coppia eterosessuale. Intuizioni brillanti e una evidente misoginia caratterizzano la prima parte di LOV. Vediamo l’innamorato dire “Sei l’unica per me” e la sua controparte rispondere: “Beato te, io devo tenere un’agenda“. Oppure lui afferma: “Sei il sogno che inizia quando mi sveglio” e lei lo demolisce dicendo: “Sei l’alito di chi si è appena svegliato”. Nella seconda parte i ruoli si capovolgono. Lei dice: “Leggo nei tuoi occhi che mi ami” e lui risponde: “Dislessia”. Oppure lei romanticamente sussurra: “L’amore è un gioco” e lui: “Game Over”. Infine, la terza e ultima parte del volume invita alla partecipazione. Ci sono i personaggi e le nuvolette vuote: lettrici e lettori potranno scrivere la loro versione dell’amore.

 

LOV di Davide Berardi alias DAW, PANINI Comics, 60 pagine in bianco e nero, rilegato

Disponibile in fumetteria e libreria, 9,90 euro

  • Autore articolo
    Maurizio Principato
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Tex: Frontera!

Viviamo in piena “era del riflusso” e, sempre più spesso, assistiamo a una serie di processi di recupero del passato. Si tratta di tentativi che, in mancanza di nuove spinte creative, cercano di far tornare in auge persone, personaggi o episodi lontani nel tempo, rimettendoli a lucido.

C’è un ranger che vive al di sopra di tutto ciò e, dal lontano 1948, agisce sulla carta o in altri media, regalando avventure di ampio respiro a milioni di fan. Si tratta di Tex Willer, creato quasi settanta anni fa dallo scrittore Gianluigi Bonelli e dal disegnatore Aurelio Galleppini.

Tex è allo stesso tempo classico e contemporaneo, e non corre il rischio di finire nella palude del riflusso per una semplice ragione: da quando è comparso nel 1948 non è più uscito di scena e, ancora oggi, è titolare di uno dei periodici a fumetti più venduti al mondo.

Recentemente la casa di produzione Sergio Bonelli Editore ha affidato all’immarcescibile Tex Willer il compito di aprire una nuova strada editoriale. Arriva nelle fumetterie e nelle librerie il graphic novel FRONTERA! in cui lo sceneggiatore Mauro Boselli, erede diretto di Gianluigi Bonelli, e il disegnatore Mario Alberti immaginano e realizzano un viaggio nel tempo, raccontando un episodio inedito che fa luce sulla biografia del giovane Tex.

La storia: da qualche parte nel New Mexico la showgirl Madame Blanche Denoel libera un uomo che langue in prigione. Il prigioniero è Tex Willer al quale la donna chiede di aiutarla a rintracciare un ex-ranger del Texas di nome Dan Shannon che, secondo Madame Blanche, avrebbe ucciso a tradimento il padre di quest’ultima. Giunti ad Austin, Texas, il ranger e la donna si mettono in cerca di Shannon e di informazioni che facciano chiarezza sulla morte del padre di Blanche. La testimonianza attendibile e veritiera arriverà dai Comanches che a Tex, ovvero Aquila Nero dei Navajos, sveleranno come sono andate davvero le cose. Nel frattempo, tra una scazzottata e una sparatoria, farà la sua prima apparizione anche un affascinante Kit Carson, i cui tratti e il cui atteggiamento riportano alla mente il sornione Sean Connery e il glaciale Franco Nero.

Boselli e Alberti confezionano un’eccellente storia a fumetti in cui ogni singolo personaggio ha un profilo psicologico appropriato e convincente. La storia è solida e incalzante, i disegni sono straordinari e il mondo solitamente in bianconero di Tex qui viene vivacizzato da colori caldi e realistici, che brillano in tavole di grande formato. La nuova strada italiana ai graphic novel.

 

TEX – Frontiera!, Sergio Bonelli Editore, 52 pagine, rilegato, € 8,90

  • Autore articolo
    Maurizio Principato
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Caravan, un’odissea americana

A John Lennon è stata attribuita una frase diventata famosa, ovvero: “La vita è quella cosa che ci accade mentre siamo occupati in altri progetti”. A pensarci bene, è proprio la casualità degli eventi a determinare le nostre esistenze o a provocare, in molti casi, dei mutamenti sostanziali.

Essere pronti al cambiamento non è una questione di attitudine o di talento: può accadere oppure no. Cosa succederebbe se, all’improvviso, il cielo venisse offuscato da nuvole insolitamente strane e minacciose, e una strana, violenta tempesta magnetica rendesse inutili tutte le forme di comunicazione alimentate da energia elettrica o da qualsiasi altra forma di energia esistente?

E’ ciò che ha immaginato lo sceneggiatore e scrittore Michele Medda, autore del graphic novel CARAVAN, recentemente pubblicato nella collana Omnibus da Sergio Bonelli Editore. Gli abitanti di Nest Point, un qualsiasi paesone americano del mondo moderno, vivono le loro vite. C’è l’adolescente Davide Donati che sbaglia un rigore e porta la sua squadra alla sconfitta. C’è Massimo Donati, padre di Davide, che presenta un progetto affascinante ma poco appetibile dal punto di vista economico: la realizzazione di un grande parco cittadino che educhi le persone all’amore per la natura e faccia respirare sia il corpo che la mente delle persone che, in quel parco, trascorreranno momenti di pace.C’è il magnate Alistair Richards che, contrariamente a ogni previsione, decide di finanziare il progetto di Massimo Donati. E c’è il figlio di Richards che si oppone alle scelte del padre e lo percuote sino a ridurlo in fin di vita.

Le storie di questi e di altri personaggi si intrecciano o si muovono in parallelo, mentre la misteriosa tempesta magnetica si impossessa di ogni cosa creando il caos. Molti cercano una via di fuga, mentre l’esercito interviene per dire a tutti cosa bisogna fare ma senza spiegare cosa sta succedendo davvero.

La storia scritta da Medda entra nella psicologia di ogni individuo ma non ripropone il copione di film come The Day After e si spinge oltre. La TV e i messaggi a reti unificate sono il verbo che le persone ascoltano. I supermercati non vengono presi d’assalto: c’è l’esercito a controllare chi va e chi viene. All’interno, tra gli scaffali, si respira la solitudine e la profonda incertezza di chi non sa cosa succederà di lì a poco ma, nonostante ciò, deve andare avanti. Non c’è una direzione, l’unica cosa che conta è la sopravvivenza e questo concetto, a pensarci bene, è alla base di ogni esistenza: possiamo fare molti progetti ma, comunque vadano le cose e qualsiasi cosa possa succedere, non dovremo e non potremo fermarci.

I sei capitoli contenuti nel volume sono illustrati, con maestria e realismo, da Roberto De Angelis, Stefano Raffaele, Fabio Valdambrini, Werner Maresta, Andrea Cuneo, Emiliano Mammuccari.

CARAVAN – Omnibus Volume 1, Sergio Bonelli Editore, 594 pagine, rilegato – disponibile in librerie e fumetterie – 25 euro

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    Maurizio Principato
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Deadly Class: a scuola di Arti Letali

Nel 1987 l’America viveva i traumi e le azioni nefaste del secondo mandato di Ronald Reagan. Speculatori e finanzieri traevano profitto dalle gesta dissennate dell’allora Presidente degli Stati Uniti, ma c’erano anche persone che, loro malgrado, diventavano vittime sacrificali. Una di queste persone è Marcus Lopez Arguello, personaggio creato dalla fantasia dello sceneggiatore Rick Remender e del disegnatore Wes Craig, protagonista del graphic novel Deadly Class, pubblicato in America da Image Comics e in Italia da Panini Comics.

L’antefatto: mentre è a passeggio con i suoi genitori vede il corpo di Barbara Saliger, schizofrenica con tendenze suicide, a piede libero dopo il taglio dei fondi alle strutture di sanità, piombare sui suoi genitori. La signora Salinger si butta da un ponte e atterra su mamma e papà Arguello, uccidendoli sul colpo. Marcus è solo e, dopo aver passato qualche anno in centri di accoglienza per orfani, inizia a vivere in strada. Non ha nessuno che si prenda cura di lui, diventa un accattone, fa l’elemosina, ruba, mangia quando può e come può. Qualcuno lo osserva da lontano e, un giorno, lo salva in extremis da un arresto che si sarebbe rivelato un’esecuzione.

Chi ha permesso a Marcus di sopravvivere? Gli allievi del maestro LIN, un misterioso ed elegante orientale che gestisce in prima persona una scuola ubicata nelle viscere della terra e denominata Kings Dominion delle Arti Letali, il luogo dove vengono formati i migliori assassini del mondo.

Le materie sono Psicologia dell’Assassino, Lezioni di decapitazione, Teoria e pratica dei veleni, Combattimento corpo a corpo, Arti Nere. L’ambiente non è amichevole e Marcus si rende conto, ora dopo ora, di essere in un posto dove essere addestrati a uccidere è la normalità. Sopravvivere all’interno della Scuola è dura ma uscire e superare le prove d’esame è anche peggio.

Rick Remender è uno sceneggiatore di grandi capacità. Sua l’idea di ambientare la storia in uno dei periodi più spietati, anche se apparentemente più floridi e spendaccioni, della storia recente. Partendo dalla propria esperienza torna a quel 1987 in cui l’unico valore era il denaro, strumento per comprare e denetere il potere. Il disegnatore Wes Craig è asciutto, preciso, crudo e raffinato al contempo. La storia piacerà a chi vuole una lettura forte ma di spessore.

Deadly Class Panini Comics

100% HD, 100 pagine a colori, rilegato 

17 €

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    Maurizio Principato
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Il ritorno di Corto Maltese

A venti anni esatti dalla scomparsa di Hugo Pratt e a dieci anni dal ritrovamento di tredici strisce con dialoghi abbozzati che l’autore non fece in tempo a trasformare in una storia completa, torna Corto Maltese, viaggiatore cosmopolita alla continua ricerca di sé e del senso delle esistenze.

La resurrezione di Corto Maltese è opera dello sceneggiatore Juan Diaz Canales e del disegnatore Rubén Pallejero, entrambi spagnoli, attenti a ridare vita al marinaio con l’orecchino creando un nuovo, trentesimo capitolo, di avventure. Canales e Pellejero lavorano con il dovuto rispetto, riprendendo lo stile narrativo e il tratto grafico del maestro e lo fanno abilmente, senza scivolare nel citazionismo o nella pedissequa reiterazione di ciò che il talento di Pratt aveva mostrato. Le nuove 77 tavole a fumetti di Corto Maltese si intitolano Sotto il sole di mezzanotte e si aprono su un gelido panorama nordico ammantano di neve, attraversato da una slitta trainata da quattro husky. La didascalia recita: “Strane cose accadono sotto il sole di mezzanotte. Si spezzano le schiene quegli uomini per l’oro ma le piste dell’artico continuano a nascondere segreti. Anche il tuo sangue gelerà scorrendo. Strane cose hanno visto le aurore boreali ma fra tutte la cosa più strana che avessero mai vista fu la notte sulle sponde del lago Letargie, la notte in cui cremai Sam Mogee“.

La slitta trasporta un infagottato e dolente Rasputin, amichevolmente chiamato Ras, personaggio che esordì ne Una ballata del mare salato, il primo capitolo della saga di Corto Maltese. È lui a giuidare la slitta attraverso il freddo. La piccola comitiva giunge infine a destinazione quando avvista un battello arenato nei ghiacci. Corto Maltese trasporterà Rasputin all’interno dell’imbarcazione, ne sistemerà il corpo nella caldaia e poi appiccherà il fuoco. Tra le fiamme lo sguardo torvo e acido di Rasputin protesterà dicendo: “Non sopporto il freddo” e le sue parole diventeranno: “Non sopporto il caldo”, sancendo così il risveglio di Corto Maltese che, dai sogni sotto zero, torna alla vita reale e si prepara a mettersi in viaggio verso San Francisco.

L’avventura continua.

Nella prefazione del volume Tristan Garcia scrive: “Corto Maltese è una linea che va, fluido e sfuggente, pronto a evadere. Corto Maltese incarna un ideale di navigazione individuale in cui l’universo appare indecifrabile: procede sotto la guida delle stelle, senza punti di riferimento prefissati, senza mappe, tranne quegli scarabocchi che non conducono a un tesoro ma, semmai, a un punto in cui il tesoro non c’è”.

Buona lettura.

Sotto il sole di mezzanotte di Juan Diaz Canales e Rubén Pellejero

Rizzoli Lizard

114 pagine – rilegato

20 euro

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    Maurizio Principato
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Approfondimenti

Cinesi a Milano nel 1931

Il nome cinese “Li Shan” significa “dritto come una montagna”.

«Probabilmente è vero che il destino di una persona è racchiuso nel suo nome», scrivono Matteo Demonte – nipote di Angelo, che è uno dei figli di Li Shan – e Ciaj Rocchi, autori del Graphic Novel Primavere e Autunni.

Ma chi è Li Shan e perché è proprio lui il protagonista di questa storia a fumetti? Perché è l‘io narrante, la coscienza morale e il personaggio realmente esistito che, lasciata la Cina, vive prima a Parigi e poi ad Amsterdam, per stabilirsi a Milano nel 1931. Non sa una parola di italiano e le persone che incontra gli parlano prevalentemente in dialetto milanese. Trova lavoro come Mai San, ovvero come venditore ambulante: sta in Galleria Vittorio Emanele, a pochi metri dal Duomo e nel centro della città, tutto il giorno in piedi per vendere cravatte tagliate e cucite dai connazionali. Impara i rudimenti essenziali della lingua italiana, per poter interagire con i potenziali clienti. Achi gli chiede: «Se la custa?», lui risponde: “Solo una lila, seta buona, ben cucita”. Gli amici di Li Shan stanno a casa la sera, lui va in giro per la città, alla scoperta di questo luogo così diverso dal villaggio tra le montagne cinesi in cui era nato e cresciuto lui.

A Milano, Li shan conosce Giulia, una lavandaia. Si innamorano e si sposano. Il matrimonio lo salva dalle leggi razziali del 1938, che costringono i cinesi al confino o nei campi di lavoro. Mentre imperversa la Seconda Guerra Mondiale, Angelina, la sorella di Giulia, si innamora di un cinese appena arrivato in Italia, Lam Bao Shin. La povera Angelina muore di tetano di lì a poco, ma la figlia della donna e di Lam Bao Shin, si affeziona a una donna di Cantù, Adele, che diventerà la sua nuova mamma.

La storia raccontata dal graphic novel Primavere e Autunni attraversa il boom economico degli anni Cinquanta, le rivoluzioni e i cambiamenti sociali degli anni Sessanta, le tensioni e le rivoluzioni degli anni Settanta. È come se la storia rimanesse sullo sfondo: sono le persone a scandire i fatti e l’incedere del tempo in quest’opera toccante, raccontata con grazia e precisione.

Ed è evidente che, più di ogni altra cosa, è l’incontro a generare nuove opportunità. Alzare i muri blocca il movimento, creare un ponte facendo delle cose insieme vuol dire creare il futuro.

Primavere e Autunni,

di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte,

Beccogiallo Editore, 190 pagine a colori, 18 euro.

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    Maurizio Principato
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Il lato più oscuro di Londra

Gli esoteristi hanno parlato spesso di due triangoli magici che uniscono cinque città. Il triangolo positivo o bianco comprende Lione, Praga e Torino. Il capoluogo piemontese è presente anche nel triangolo negativo o nero, che include San Francisco e Londra. Quest’ultima città, che nel Novecento fu scelta come dimora – tra gli altri – dal satanista Aleyster Crowley e dal negromante John Dee, oggi diventa protagonista di un romanzo a fumetti realizzato da una trentina di sceneggiatori e disegnatori.

Stiamo parlando di Londra in nero, una raccolta di storie e racconti brevi, appena arrivata nelle fumetterie e nelle librerie italiane, un’opera collettiva ideata e assemblata da Oskar Zarate, con il contributo di autori famosi come Alan Moore e Neil Gaiman e da autori meno noti ma di grande talento come Yaha Stajno, Stella duffy, Melinda Gebbie, Stewart Home e Jonathan Edwards, solo per citarne alcuni.

Londra in nero svela il lato meno turistico e più oscuro di una città affascinante ma non indugia su tematiche horror o surreali, bensì mostra il dolore del vivere contemporaneo attraverso il cuore in bianco e nero di Londra. Ed è Londra la protagonista delle storie: i personaggi, le loro parole e le loro azioni sono tasselli di un puzzle che mostra un luogo che, nel bene e nel male, ha una magia inconfondibile.

Neil Gaiman e Warren Pleece raccontano la vita e il cinismo di una guardia del corpo, assoldata da un uomo talmente ricco e potente da non comparire mai sui media e la cui vera passione è amare giovani uomini. Dalle case nobili e invisibili si passa al meraviglioso parco descritto da Stajno e Hogg, dove una giovane donna viene avvicinata da un esibizionista ma lei ribalta la situazione e, dopo averlo fatto spogliare, lo affida alle cure non amorevoli dei suoni cani.

Solitudine, cinismo, spirito di osservazione e compassione per chi ha perso il senso della propria esistenza sono gli elementi chiave del racconto Continuo a tornarci, di Oskar Zarate e dell’insuperabile Alan Moore.

Se anche voi avete voglia di tornare a Londra o di vederla con occhi nuovi, la lettura è suggerita.

Londra in nero, edizioni Magic Press, 136 pagine, 15 euro.

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    Maurizio Principato
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“Se Dio esiste”, Parigi e il terrorismo

Il fumettista e scrittore francese Joann Sfar è figlio di un avvocato sefardita e di una cantante askenazita. E’ un autore prolifico e inesauribile, diventato celebre per la serie Il Gatto del Rabbino e per altri capolavori a fumetti come Piccolo Vampiro, Doctor Bell e un adattamento del Piccolo Principe. Recentemente ha scritto il romanzo L’Eterno, che parla della strana relazione tra un vampiro che non crede nella psicanalisi e una psicanalista che non crede ai vampiri.

A partire dal 2002 ha iniziato a realizzare e pubblicare i Carnets. Sono dei taccuini autobiografici nei quali, con scritti e disegni parlanti, racconta ciò che vede, sente, pensa di sé, della famiglia e del mondo.

E’ appena stato stampato in Italia da Rizzoli Lizard il Carnet intitolato Se Dio esiste – Quaderni parigini dal Gennaio al Novembre 2015. 240 pagine che partono dalla strage della redazione di Charlie Hebdo dell’11 gennaio 2015 e si concludono con i sanguinosi attentati del 13 novembre 2015. Joann Sfar non è interessato a fare della retorica o a prendere una posizione. O meglio, non si schiera dalla parte di questa o quella fazione. Alza la voce e usa la matita per tutti coloro che, usando le parole di Sfar stesso, amano la vita. Perché sono sempre loro quelli che ci guadagnano. Sfar fa dire a uno dei suoi omini disegnati: «Il terrorismo non è un nemico. Il terrorismo è un modo di agire. Ripetere siamo in guerra senza trovare il coraggio di dare un nome ai nostir nemici non serve a niente. I nostri nemici sono quelli che amano la morte. Hanno indossato diverse divise ma ci sono sempre stati. La storia li dimentica in fretta. Parigi, invece, è sempre qui. E li manda affanculo. Amanti della morte, se Dio esiste, voi lo dissacrate. E avete già perso la vostra battaglia, come in cielo così in terra».

Sfar racconta a fumetti i pensieri e le crisi personali. Dopo la morte del padre e la separazione coniugale si sente smarrito e confuso. Mostra che cosa significa tutto ciò per lui e, in questo modo, ci invita a riflettere su noi stessi. E alla forza che dà l’essere uniti. A proposito dell’11 gennaio 2015 in cui Charlie Hebdo divenne obiettivo degli assassini, Sfar scrive: «Ho potuto scoprire, l’11 gennaio, che quattro milioni di smarriti, non appena si radunano, si sentono meglio. Le pagine di questo mio libro intitolato Se Dio esiste servono proprio a quello: sentirsi meglio insieme. E a persistere nella convinzione che, anche se non esprimiamo chissà quale programma politico, abbiamo il diritto di non credere ai pessimisti. Il futuro non è scritto e, se farà schifo, sarà colpa nostra». Un graphic novel importante, per rileggere il passato e sperare nel futuro.

SE DIO ESISTE – di Joann Sfar

Rizzoli Lizard – 240 pagine

18 euro

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    Maurizio Principato
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Polpette spaziali, tra Star Wars e Tostoj

“Polpette spaziali è il libro che sognavo da quando a otto anni mi sono innamorato del fumetto. Da bambino adoravo Star Wars, Ghostbusters e i Goonies, dr. Seuss e Calvin e Hobbes, e Poplette Spaziali è tutto questo, insieme alla storia dell’inustria del legno e delle politiche energetiche a anche una riflessione sulla division e di classe”.

Sono parole del disegnatore e scrittore statunitense Craig Thompson, nato nel Michigan 41 anni fa e diventato celebre con graphic novel come Blankets e Habibi.

L’edizione italiana di Polpette Spaziali, pubblicata in volume rilegato contenente bel 317 pagine di avventure e un centinaio di pagine con schizzi, spiegazioni, work in progress e antefatto, è curata da Rizzoli Lizard e ci porta tra le stelle in compagnia della giovanissima Violet che viaggia tra le stelle sul rimorchiatore fluttuante denominato Taglialacorda  guidato dal taglialegna Gar, il padre di Violet. A bordo c’è anche la sarta Cerulean Marlocke, la madre della ragazzina. I suoi genitori – capiamo leggendo le pagine colorate con maestria da Dave Stewart – non sono personaggi come quelli di Star Trek.

Si tratta di lavoratori che cercano di arrivare alla fine del mese, hanno problemi di soldi e affrontano questioni di ordinaria quotidianità, come cercare la scuola giusta per loro figlia. Una vita difficile affrontata con lo spirito giusto, mentre intorno a loro si muovo essere di tutte le razze e di tutti gli universi. Ma un brutto giorno il padre di Violet sparisce e lei si spingerà verso l’ignoto per ritrovarlo, accompagnata da due buffi amici: lo zuccone Zaccheo e il pollo parlante Elliot, facente parte di una generazione di polli che sono diventati senzienti a causa di una cura ormonale che, in origine, era stata messa in atto per far diventare i pennuti più grossi e nutrienti.

Polpette spaziali è un graphic novel fantascientifico che unisce il fascino narrativo di Lev Tolstoj all’epopea intergalattica portata alle masse da Guerre Stellari e Alien.

Craig Thompson ci porta lontani e, allo stesso tempo, ci avvicina al noi stessi e ai significati più profondi dell’esistenza, disegnando tavole che sono una meraviglia per gli occhi.

 

POLPETTE SPAZIALI di Craig Thompson e Dave Stewart

Rizzoli-Lizard, 420 pagine, rilegato

35 euro

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    Maurizio Principato
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Motorpsycho: c’è vita (elettrica) a Trondheim

Nel 2014 i norvegesi Motorpsycho (ovvero Hans Magnus Ryan – chitarra solista, voce; Bent Sæther – voce, basso, chitarra ritmica; Kenneth Kapstad – batteria) furono interpellati dal Norsk Teknisk Museum – Museo della Scienza e della Tecnica – di Oslo, che stanziò un congruo budget affinché il trio di Trondheim componesse dei brani originali per celebrare i primi cento anni di vita del museo. Hans, Bent e Kenneth accettarono.

Da sempre favorevoli alle collaborazioni estemporanee (un esempio significativo: il lavoro realizzato nel 2003 con il collettivo Jaga Jazzist per la serie “In the fish tank”, prodotta dall’etichetta olandese Konkurrent) i tre chiamarono il vecchio amico Ståle Storløkken. Compositore, tastierista e arrangiatore, nel 2012 herre Ståle scrisse e suonò e con i Motorpsycho il capolavoro di noise-prog “The Death Defying Unicorn”. Rallegrato dall’invito, si unì al trio.

Il materiale fu composto, messo a punto ed eseguito dal vivo. Successivamente i pezzi furono ripresi in mano e arricchiti un po’ qui e un po’ là, finendo per diventare il corpus di un nuovo disco, ovvero “Here Be Monsters“. Uscito sul finire dell’inverno 2016, questo viaggio in compagnia dei mostri creati dai Motorpsycho è uno straordinario nonché attualissimo esempio di prog psichedelico con venature cantautorali.

Sappiamo che le catalogazioni di genere lasciano il tempo che trovano ma siamo anche consapevoli che: (1) indicare il genere e/o i generi di un disco permette a chi legge – sempre che qualcuno legga ancora qualcosa di diverso dai ‘post’ in questo distratto e distrutto terzo millennio – di avere un’indicazione utile, come a dire: «Se amate il reggae siete nel posto sbagliato», (2) argomentare in modo attendibile è fondamentale per accostare rtisti e audience, (3) la categoria dei giornalisti è funestata da un’orda di pappagalli a caccia di accrediti e presentazioni con buffet ma ci sono anche professionisti seri, come noi, che trasferiscono concetti e informazioni con scrupolo, precisione e accuratezza.

Here Be Monsters è un album affascinante e molto vario. Ci sono momenti pacati e quasi meditativi come “Sleepwalking” e “Sleepwalking Again”, brani spigliati ed eleganti come “Lacuna/Sunrise” e lo strumentale “Running With Scissors”, fulmini a ciel sereno come la travolgente suite “Big Black Dog” e il brutale vortice di energie di “I. M. S. A.” quasi trent’anni dalla loro costituzione i Motorpsycho continuano a produrre dischi sopra la media e non risentono in alcun modo di crisi creative, a dispetto dell’impegno continuativo. «Io non credo che gli artisti possano consumarsi a causa del troppo lavoro» ci ha detto Hans Magnus Snah Ryan quando lo abbiamo incontrato a Milano, «La teoria del blocco dello scrittore non è credibile. Forse può capitare che ci sia un blocco a livello mentale ma si tratta di una questione psicologica e non di un problema creativo. Per i Motorpsycho la cosa più importante è poter continuare a lavorare».

Accanto ai sei brani inediti di Here Be Monsters compare anche un classico semi-psichedelico degli anni Sessanta, ovvero “Spin, Spin, Spin” di Terry Callier. L’interpretazione dei Motorpsycho prende le mosse dall’arrangiamento della band H. P. Lovecraft. Snah: «Avevamo inciso sei brani inediti a ci mancava qualcosa per completare l’album. Bent Sæther propose di inserire “Spin, Spin, Spin”, che scoprimmo più di venti anni fa grazie al nostro ex-batterista Kjell Runar Jenssen. Era l’idea giusta e così il brano è entrato nel disco. La versione live di questo pezzo, però, è molto, molto più aspra e selvaggia di quella che trovi in Here Be Monsters».

Per quanto riguarda l’imminente estate 2016 i Motorpsycho non stanno pensando alla villeggiatura: in programma c’è la realizzazione di canzoni inedite per una pièce teatrale e stanno già pensando al prossimo album. Restiamo in trepidante attesa di ascoltare nuove meraviglie sonore prodotte dall’inarrestabile trio di Trondheim.

MiniSonica Intervista Motorpsycho

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    Maurizio Principato
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Arrivederci, David B

«Negli anni Settanta, in uno dei periodi più difficili e malsani della mia vita, capii cosa dovevo fare: sperimentare e scoprire nuove forme di scrittura musicale, dando vita a nuovi linguaggi. E decisi che ci sarei riuscito»
(David Bowie)

David Bowie è morto nella notte tra il 10 e l’11 gennaio. A poche ore di distanza dall’arrivo sul mercato dell’album Blackstar. Un buco nero travestito da tumore, implacabile e spietato, lo ha risucchiato. E sia la soffitta popolata da fantasmi che i campi tenebrosi presidiati da spaventa-passeri, tutte immagini che costituiscono il cuore sensibile del lungo videoclip del brano “Blackstar”, sono il presagio della fine. O, se preferite, del nuovo inizio: sappiamo bene che la dipartita di Bowie è un passaggio spazio-temporale. È un punto di non-ritorno attraverso la porta che conduce in universi a cui noi, per ora, non possiamo accedere. Bowie è sempre stato un passo avanti rispetto agli altri e adesso è proiettato verso la prossima next big thing.

Buon viaggio mr David B. E a noi terrestri cosa rimane?

La sua musica e tutto ciò che stava intorno a essa: storie, racconti, personaggi, fatti, idee, immagini e immaginazioni. «Ma la musica resta» scrisse il poeta T. S. Eliot: niente di più vero. Resta, continua a vivere e, quando lo desidereremo, saprà accompagnarci nel viaggio di ogni giorno, rimanendo la stessa e al contempo cambiando con noi. Un antico detto orientale recita: «La vita è cambiamento» e, nel caso di Bowie, è un elemento di continuità tematica imprescindibile.

Il costante bisogno di evolvere e di spingere la propria ricerca artistica anche verso l’ignoto, talvolta in ambiti oscuri e pericolosi, ha contraddistinto questo artista che nell’agosto del 1965 si affacciò su una scena musicale dominata da Beatles, Rolling Stones e Kinks, cercando di aprirsi un varco con You’ve Got a Habit of Leaving, un brano dalla vaga fragranza psichedelica, scritto e cantato da Davy Jones (il primo personaggio interpretato da Bowie, che all’epoca usava ancora il vero cognome), accompagnato dagli oscuri Lower Third.

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Sul finire degli anni Sessanta, dopo tentativi poco fortunati, David Bowie individuò una direzione consistente: guardò tra le stelle e portò la sua sensibilità di songwriter verso le solitudini cosmiche, adottando canoni estetici che giocavano sull’androginia più teatrale. Agli albori degli anni Settanta ampliò il proprio panorama stilistico, includendo la musica da cabaret, i riferimenti colti (a Nietzsche, per esempio), agli artisti che avevano portato la grande arte alla gente, come Andy Warhol, e a quelli che avevano accresciuto la consapevolezza collettiva, come Bob Dylan.

In un’epoca in cui la musica era una forza trainante e un invito a trovare motivazioni, David Bowie capì che era necessario incarnare un personaggio sul palco e nella vita: nacque l’algido ma sensuale Ziggy Stardust e, dopo di lui, arrivarono l’instabile Halloween Jack, l’imperscrutabile Actor e, infine, il dolente e crudele Thin White Duke, re dei contrasti e del bianco/nero, equilibrista in bilico sulla linea d’ombra che unisce luce e tenebre.

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Bowie nel 1976

Nel 1976, esattamente quaranta anni fa, David Bowie camminava davvero sull’orlo del baratro. Viveva come un recluso a Los Angeles, sconvolto dall’abuso di droghe, tormentato da ossessioni paranoico-distruttive, dedito a una dieta suicida: peperoni, latte, quattro pacchetti di Gitanes al giorno e montagne di cocaina. Come riuscì a emergere dal girone infernale in cui stava soccombendo? Tornando agli amori di gioventù e alla fascinazione per l’arte espressionista tedesca degli anni Venti e Trenta. Preso sotto braccio l’amico James Osterberg (in arte Iggy Pop, all’epoca eroinomane) migrò nella vecchia Europa e, nella Berlino plumbea del 1976/77, trovò ciò che stava cercando: una via d’uscita per rigenerarsi come uomo e come artista.

In quel periodo di grandi transizioni artistiche, sociali e politiche David Bowie, con il contributo del grande produttore Tony Visconti, del poliedrico Brian Eno e del chitarrista Carlos Alomar, diede vita a un trittico di capolavori che influenzarono e continuano a influenzare un esercito di musicisti, compositori, performer: Low, Heroes, Lodger. Se questo nostro Belpaese avesse un sistema scolastico dinamico i tre album appena citati li ascolteremmo con gli studenti nelle scuole superiori. Chissà, forse un giorno succederà o lo faremo succedere.

Nel frattempo: la musica di Bowie. Gli anni Ottanta del Novecento sono il periodo meno interessante per l’artista (fatta eccezione per il capolavoro Scary Monsters), negli anni Novanta, con 1. Outside, la cose tornano a farsi interessanti. L’ultimo lavoro, il citato e magnifico Blackstar uscito l’8 gennaio in concomitanza con il 69esimo compleanno di David Bowie, chiude la carriera per quanto concerne brani e dischi inediti.

Bowie è partito per il primo tour ultraterreno: a noi che rimaniamo con i piedi per terra e con i cuori in tumulto resta la sua musica, per sempre.

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Un’immagine dell’ultimo video girato da Bowie, per la canzone “Lazarus”
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    Maurizio Principato
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Steve McQueen è sempre il miglior testimonial

Steve McQueen che legge il giornale a colori

La musica è come un film di Steve McQueen: sempre in primo piano, sempre in prima pagina, sempre. Prossimamente anche qui, sul sito di Radio Popolare.

 

Steve McQueen che legge il giornale a colori
Credits: web
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    Maurizio Principato
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