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Beppe Sala si ricandida a sindaco di Milano, ma ha in mente l’Italia

Il sindaco di Milano Beppe Sala

Beppe Sala ha detto di essere disponibile a un secondo mandato.

Francamente non so cosa farò. Per fare politica ci sono molti modi. Credo che ricandidarmi a Milano sia un’ipotesi solida” – ha detto il sindaco di Milano Giuseppe Sala. Non è l’annuncio ufficiale, ma poco ci manca.

La parola decisiva verrà detta tra qualche mese. Qualche incognita rimane, ma la sua frase è stata piuttosto chiara. Alla base c’è un ragionamento sui futuri scenari politici. Come è ormai chiaro da tempo, Giuseppe Sala pensa a un suo ruolo nazionale. Leader del centrosinistra, candidato premier. In questa veste lo vedono in molti. Soprattutto a Milano, ma anche a Roma, basti pensare al buon rapporto con il segretario del Pd Nicola Zingaretti.

Ma, la strada è sbarrata. Il quadro politico nazionale lo impedisce. Non si sa quanto andrà avanti la traballante l’alleanza giallo-rossa che sostiene il Conte Bis, ma se dovesse durare, per Sala non ci sarebbe spazio. Se invece dovesse cadere nei prossimi mesi, i sondaggi ci dicono che la Destra vincerà le prossime elezioni politiche. Presentarsi come candidato premier del centrosinistra, per Sala vorrebbe dire bruciarsi.

Meglio quindi restare a Milano e affrontare la sfida del 2021. Ma non solo per fare il sindaco della città che rimane l’unico luogo dinamico nel panorama della stagnante economia italiana, ma anche per tentare di costruire un modello politico e sociale che non solo prosegua, ma che anche vada oltre l’esperienza iniziata con la vittoria del centrosinistra alle elezioni comunali del 2011.

Sala ha parlato spesso della necessità che nasca una forza ambientalista 2.0 che avvicini i giovani delle manifestazioni alla politica. La sua ambizione potrebbe essere quella di costruire un più raffinato e completo Modello Milano, basato su alcuni pilastri: lo sviluppo economico coniugato con una forte politica ambientale e con un minore divario delle diseguaglianze sociali; l’integrazione e il cosmopolitismo intesi come elementi capaci di portare alla città una maggiore ricchezza politica, culturale, ma soprattutto economica (basti pensare all’incremento del turismo per quest’ultimo aspetto).

Un modello che possa rappresentare a livello nazionale la vera alternativa al progetto politico di Matteo Salvini quando le circostanze lo permetteranno.

Prima però, Beppe Sala dovrà vincere la sfida nella sua città. E non sarà facile. La Lega la vuole a tutti i costi nel 2021. Nelle ultime elezioni europee è avanzata, ma il centrosinistra ha retto bene. Il sindaco ha un suo patrimonio personale di consenso che gli può permettere di vincere la sfida.

Dovrà stare molto attento alla questione delle periferie. È lì che si giocherà la partita. E’ lì che la scommessa sulla redistribuzione della ricchezza e di una qualità migliore della vita dovrà essere vinta. Non con la retorica, ma con i fatti. Ed è da lì, da quel test così difficile che in fondo, il Modello Milano potrebbe diventare in futuro il Modello Italia.

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    Michele Migone
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La senatrice Liliana Segre è sotto scorta

Liliana Segre e Sergio Mattarella

Le minacce contro Liliana Segre sono il frutto velenoso dell’ostilità della destra neofascista italiana contro questa straordinaria donna diventata bersaglio politico di Lega e Fratelli d’Italia perché ha fatto approvare al Senato la mozione per l’istituzione della commissione contro l’odio, il razzismo e l’antisemitismo.

Ricordate la scena? Seduti ai loro banchi i senatori dei partiti di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, ma anche di Forza Italia, sono rimasti in un silenzio per alcuni minaccioso e rancoroso, per altri opportunista e indifferente, mentre il resto dell’emiciclo applaudiva la coraggiosa iniziativa di Liliana Segre.

La proposta della Commissione è un’arma potente contro questo modello di fascismo 2.0 travestito lessicalemente con la parola sovranismo che tanto ha già preso piede nel nostro Paese, vedi alla voce migranti, ed è per questo che Salvini e Meloni la combattono aspramente.

Ma in quel silenzio dell’aula del Senato c’è qualche cosa di più. Per la prima volta nel Parlamento italiano la destra neofascista, con la morale complicità di Silvio Berlusconi, non ha avuto alcuna remora ad indicare come bersaglio politico nemica una sopravvissuta della Shoah. Anzi proprio quel silenzio è suonato come una sorta di assunzione politica e storica non esplicita del passato. Per chi ha voluto vederle sono emerse dallo sfondo di quel silenzio così violento le leggi razziali del ’38 e la complicità di Salò nella macchina dello sterminio.

Gianfranco Fini per far approdare al governo Alleanza Nazionale condannò l’Olocausto. Matteo Salvini invece ha voluto banalizzarlo quando ha equiparato le minacce ricevute da Segre con quelle che anche lui avrebbe ricevuto.

Segniamoci sul calendario la data di oggi: il giorno della scorta a Liliana Segre, il giorno della vergogna per il nostro Paese 81 anni dopo. In futuro potremmo scoprire che è stata la nostra simbolica e contemporanea notte dei cristalli.

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    Michele Migone
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Regione Lombardia: una lunga storia di scandali

palazzo_regione_lombardia

La Regione Lombardia del centro-destra ha una lunga storia di scandali giudiziari, arresti, permeabilità alla corruzione e, si è scoperto negli ultimi anni, di rapporti con la criminalità organizzata.

Al principio, ma anche dopo, era la sanità.

Ricordate l’arresto di Pierangelo Daccò, ciellino e mediatore di Roberto Formigoni con le strutture sanitarie private, beneficiate con decine di milioni di euro? Soldi pubblici regionali in cambio di favori al Celeste – così veniva chiamato Formigoni – tra cui cene, vacanze, yacht. Era il 2012, era l’inizio della fine del Celeste, ora in carcere a scontare una condanna definitiva a 5 anni 10 mesi per corruzione. (altro…)

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    Michele Migone
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Una lezione di cittadinanza

una lezione di cittadinanza

Ramy, 13 anni, uno degli eroi del pullman, ha dato una lezione a tutti. «Se mi daranno davvero la cittadinanza italiana sarò felice. Per essere schietti, è il mio sogno. (altro…)

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    Michele Migone
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“Nessuno ascolterà più la voce dei sopravvissuti”

Lello Di Segni

Lello Di Segni, l’ultimo sopravvissuto al rastrellamento di Roma del 16 agosto 1943, si è spento stanotte a Roma a 92 anni, più di 70 anni dopo esser stato liberato a Dachau dopo quasi due anni di campo di sterminio di Auschwitz.

Con la morte di Lello Di Segni se ne va quindi l’ultima testimonianza diretta di quanto accaduto quella tragica notte tra le vie del ghetto ebraico della Capitale e si riduce drasticamente anche il numero dei sopravvissuti in tutta Italia.

Abbiamo intervistato lo storico Marcello Pezzetti, direttore del Museo della Shoah di Roma, che ha commentato ai microfoni di Radio Popolare la scomparsa di Lello e ha tracciato un disegno piuttosto negativo per il futuro.

La retata del 16 ottobre 1943 rappresenta la memoria storica per eccellenza della città di Roma, perché è stata la prima e la più grande razzia che i nazisti abbiano fatto nella Capitale. Nessuno se l’aspettava, anche perché c’era stata la questione dell’oro di Roma che è stato un grande ricatto e per questo tutta la comunità ebraica si sentiva garantita dall’aver pagato questo ricatto. E invece i nazisti hanno scatenato la più grande retata che avrebbero mai compiuto in tutta Italia: hanno preso 1.250 persone. Alcune, come i non ebrei o i coniugi e i figli di matrimonio misto, sono state rilasciate, anche gli ebrei stranieri appartenenti a nazionalità in un certo senso neutrali. Alla fine sono state deportate 1.022 persone, qualcosa di enorme per la città di Roma, anche se bisogna dire che i nazisti volevano deportare molte più persone, ma non ci sono riusciti.
Lello Di Segni era l’ultimo sopravvissuto a questa retata. I sopravvissuti sono stati 16, 15 uomini e una donna, e sono morti tutti. Soltanto Lello era ancora in vita.

Allo stato attuale quanti sono i sopravvissuti ancora in vita in Italia?

Sono molto pochi. A Roma, di romani, sono soltanto due, deportati dopo il 16 ottobre, nella primavera del 1944. In tutta Italia sono veramente pochissimi, si contano sulle dita delle due mani, non sono di più.
Ci sono 3 rodioti ancora in vita, cioè 3 italiani che abitavano a Rodi e che oggi vivono in Italia e hanno appunto la nazionalità italiana. La loro deportazione appartiene alla deportazione degli ebrei dal territorio italiano, non dalla penisola. C’è ancora qualcuno che non è stato deportato ad Auschwitz perché ritenuto ebreo misto, come Gilberto Salmoni ad esempio. Purtroppo siamo proprio alla fine.

Questo cosa implica per la trasmissione della memoria? Molti di loro hanno passato il resto loro vita a raccontare quello che è successo, abbiamo numerose testimonianze che hanno permesso alla memoria di essere mantenuta, però tra poco loro non ci saranno più. Questo per la memoria cosa significherà?

Si pongono dei problemi. Prima di tutto bisogna dire che la memoria dei sopravvissuti italiani è raccolta al Centro di Documentazione Ebraica di Milano, perché ben prima di Spielberg, abbiamo raccolto le loro testimonianze quando hanno incominciato a parlare, ovvero solo a partire dagli inizi degli anni ’90, non prima. Prima per vari fattori non è stato possibile. La maggior parte di loro ha parlato una sola volta con noi e poi non ha più parlato. A noi sembrano tanti perchè ci sono dei personaggi, anche famosi – il più famoso rimane la senatrice Liliana Segre – che ci stimolano ogni giorno e ogni volta che si rivolgono agli italiani e non solo. Per questo abbiamo la percezione che che la presenza dei sopravvissuti sia forte, ma non è così. Il fatto che non ci siano più e il fatto che gli ultimi facciano anche fatica a parlare – dei poco più di 10 che rimangono in Italia quelli che parlano sono due o tre, non di più ormai – vuol dire che noi dobbiamo cambiare sistema, vuol dire che noi non possiamo più basarci sull’aiuto di questi sopravvissuti. Anche se, devo dire, tre fanno ancora i viaggi della memoria: sono le sorelle Bucci, che erano delle bambine, e Sami Modiano. Ora non possiamo più utilizzare la voce viva del sopravvissuto. Noi non siamo dei testimoni, noi siamo altro. Non è vero che chi ascolta un sopravvissuto diventa un testimone, come spesso si dice. Noi siamo un’altra cosa e quindi dobbiamo utilizzare altri sistemi. Noi che facciamo gli storici dobbiamo continuare a fare gli storici ancora di più, dobbiamo utilizzare certamente le testimonianze che loro ci hanno lasciato, ma dobbiamo contestualizzarle. Sempre. Dobbiamo rifarci e rimanere aderenti alla Storia, e non alla memoria. Loro rappresentavano la memoria, ma noi non siamo loro.

Quindi da adesso il testimone passa agli storici?

Che non devono essere testimoni. È questa la cosa che sembra una contraddizione. Gli storici vanno avanti a fare gli storici, gli insegnanti fanno gli insegnanti e quindi bisognerà integrare vari modi di trasmissione che siano radicati proprio sugli eventi storici – e oggi è possibile perché la Storia ha fatto dei passi giganteschi – grazie anche ai sopravvissuti. Io ho lavorato per una vita con i documenti nazisti e con le voci dei sopravvissuti parallelamente, e anche Liliana Picciotto ha fatto così, come anche altri storici nel resto dell’Europa.
Oggi dobbiamo fare bene il nostro lavoro e non metterci al posto dei sopravvissuti. Questo è un rischio che non dobbiamo correre, anche perché risulteremmo non credibili. Certo, la loro testimonianza è preziosa, è quella che certe volte veicolerà l’attenzione e la sensibilità dei giovani, soprattutto, sul tema. Però sarà un’altra cosa: il mondo senza i sopravvissuti è un altro.

Quelli che stiamo attraversando sono tempi cupi. Secondo lei sarà sufficiente il lavoro sulla memoria una volta che sopravvissuti non ci saranno più?

Assolutamente no. Io sono molto pessimista. Spesso ho chiesto ai sopravvissuti qual è stato il loro momento peggiore dopo essere usciti da Auschwitz e una volta Goti Herskovits Bauer, che abita a Milano ed è ancora una donna fantastica sopravvissuta alla deportazione ad Auschwitz, ha detto tranquillamente “il trauma peggiora dopo è stato quando ho saputo cosa ha fatto Pol Pot“. Quanti altri Pol Pot abbiamo sopportato noi dopo la fine della Shoah? Abbiamo sopportato una guerra spaventosa nella ex Jugoslavia, abbiamo supportato di tutto. La storia ci fa vedere le cose, ma non è che poi l’uomo ne trae una condotta positiva. È il fallimento di quello che veniva chiamato l’intellettualismo socratico, quando Socrate diceva che quando uno conosce il bene non può non farlo. Non è vero, quando uno conosce il bene può fare ancora e continuare a fare il male.

Ho l’impressione che i sopravvissuti abbiano la sua stessa consapevolezza. Per loro immagino che sia una ferita impossibile da rimarginare.

Sì, anche l’altro giorno Liliana Segre ha detto che lei è abbastanza pessimista. Lei è pessimista, giustamente, perché crede che nessuno in futuro ascolterà più la voce dei sopravvissuti. Non è quello il problema, il problema è che anche ascoltandola, la gente comunque farà in un altro modo. Il loro insegnamento forse non servirà, perché forse nessun tipo di insegnamento servirà. La Storia è sempre uguale a se stessa da un certo punto di vista e questo è drammatico. Pensi a noi che abbiamo vissuto nella Shoah come storici e poi ci troviamo di fronte a migranti che vengono ributtati in mare. La Storia ci ha insegnato qualcosa?

Lello Di Segni
Foto dalla pagina FB della Fondazione Museo della Shoah – Onlus https://www.facebook.com/Fondazione-Museo-della-Shoah-Onlus-298127273579047/

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intervista Marcello Pezzetti

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    Michele Migone
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“Un sistema sanitario ormai al collasso”

ospedale

La manovra è dietro l’angolo e per mantenere le promesse fatte in questi mesi dal governo di Giuseppe Conte serve un miracolo. Inevitabile, quindi, iniziare a parlare di tagli, proprio come fatto dai governi precedenti. Poche ore fa è stato il Ministro dell’Interno Matteo Salvini a parlare di una “manovra coraggiosa” e di tagli agli sprechi “anche nella sanità. Sotto questo punto di vista saranno molto importanti i costi standard“.

Michele Migone ha intervistato Costantino Troise, segretario generale di ANAAO Assomed, il sindacato dei medici e dei dirigenti della sanità pubblica, che critica duramente la decisione del cosiddetto “governo del cambiamento” di comportarsi esattamente come gli esecutivi che lo hanno preceduto e ha invitato di parla di sprechi nella sanità pubblica a fare un elenco di cosa viene considerato uno spreco e cosa no.

Il famoso contratto di governo si interpreta per alcune parti e si applica come tutte le altre. Evidentemente per la sanità si interpreta, perché mi pare di ricordare che si parlava di investire nella sanità e investire negli operatori della sanità. Ora l’investimento presuppone la disponibilità di risorse e non la sottrazione di risorse. Questa storia degli sprechi della sanità mi pare un argomento non adatto al governo del cambiamento, è un argomento vecchio. Io aspetto sempre che qualcuno faccia un elenco degli sprechi e poi possiamo discutere su cosa è spreco e cosa non lo è. Mi pare di ricordare che noi spendiamo di sanità la cifra più bassa di tutti i Paesi del G7 e abbiamo i risultati migliori di molti altri Paesi, come Bloomberg ha sottolineato come qualche giorno fa. Abbiamo una drammatica carenza di medici, che non soltanto non ci sono, ma se ci sono non vogliono lavorare per il pubblico e vanno a lavorare per il privato. Abbiamo mezzo Paese, da Roma in giù, che è in una condizione gravissima per quanto riguarda lo Stato e le strutture sanitarie e la salute dei cittadini, che addirittura vivono quattro anni in meno rispetto ai Paesi del Nord. Se qualcuno ripete un copione già scritto e conosciuto da dieci anni, parlando ancora di tagli alla sanità, e addirittura torna questo mostro mitologico dello spreco, io aspetto che questi sprechi vengano elencati.
Ci sono 140mila dirigenti che aspettano un contratto da nove anni. Nove anni senza contratto di lavoro vuol dire avere le retribuzioni inchiodate al 2010 con condizioni lavorative che peggiorano giorno dopo giorno. I medici scappano letteralmente: vanno in pensione appena possono o vanno nel privato che paga di più e garantisce migliori condizioni di lavoro. Questo è lo stato della sanità italiana oggi. Non vederlo e parlare di sprechi senza elencarli mi pare un modo per aggirare il problema. Prepararsi a fare quello che hanno fatto tutti gli altri, cioè definanziare il sistema e prepararlo al collasso per aprire la strada alla privatizzazione. I cittadini lo sappiano: alla fine di questo percorso pagheranno tutto e lo pagheranno caro.

Salvini viene dalla Lombardia, che ha un sistema sanitario sostanzialmente basato sulle convenzioni col privato. Secondo lei vuole in qualche modo ampliare questo modello?

Se fosse così non sarebbe il solo. Anche i governi che avevano soldi e avevano radici in Emilia Romagna o in Toscana non mi pare che si siano adoperati molto per evitare che il sistema venisse privatizzato. La questione che occorre capire è se la sanità è tra le priorità di un governo che vuole pensare prima ai cittadini e poi ai numerini o se questa formula vale per tutto tranne che per lo stato di salute del Paese e dei suoi cittadini. Su questo chiediamo parole chiare anche dal Ministro della Salute, non soltanto dal Presidente del Consiglio e dai vicepremier. È per questo che i medici si mobilitano a partire dal 27 settembre per il contratto e per la salute del Paese.

Perché parlate di un sistema sanitario che è vicino al collasso?

Questo sistema sanitario con la legge 833 era diventato nazionale, ma da tempo non è più nazionale. Si sta regionalizzando con differenze non soltanto organizzative, ma anche della tutela della salute dei cittadini. Un sistema sanitario è vicino al collasso quando mancano le risorse per garantirne la sostenibilità, perché viene da 10 anni di definanziamento continuo e perchè non si valorizza il lavoro dei suoi professionisti. Anzi, si retribuisce sempre meno pretendendo più ore di lavoro e magari anche gratis. Un sistema è al collasso quando non c’è più nessun medico che ami lavorare per il pubblico, quando i giovani disertano i concorsi preferendo altri settori più remunerativi o all’estero. Un sistema è al collasso quando non riesce più a garantire la tutela della salute in maniera solidaristica e in maniera efficace. Abbiamo segnali in questo senso da più parti nel Paese. Non ovunque è così, ma gli scricchiolii a 40 anni dalla nascita del servizio sanitario sono evidenti. Il problema mi sembra serio, non è una questione di giocare con le parole e parlare di tagli e di sprechi. Qui occorre finanziare, aumentare gli investimenti. Così è scritto nel contratto di governo, non è che lo dico io.

ospedale

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intervista Costantino Troise

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    Michele Migone
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Lunedì 17 settembre. Siamo ripartiti!

Radio Popolare

Lunedì 17 settembre. Ripartiamo! In realtà, non ci siamo mai fermati in questa lunga e purtroppo drammatica estate. Ripartiamo con il palinsesto della nuova stagione. Tanti programmi, tante voci e tante novità ci aspettano.

Ripartiamo, ma iniziamo con le certezze. Il Demone del Tardi ritorna con l’ironia e il ritmo di Gianmarco Bachi, le competenze giornalistiche di Lorenza Ghidini e – new entry per la stagione – la capacità di dialogo di Massimo Bacchetta che si aggrega alla squadra dei conduttori della trasmissione. Dietro di loro, il team è completato da Massimo Alberti. Il Demone vi terrà compagnia da lunedì a venerdì dalle 7.45 alle 9.30. Venerdì, “l’allegato”: Il Giorno delle Locuste con il professor Andrea Di Stefano.

Ripartiamo, ma continuiamo con le certezze. Snooze, la trasmissione d’informazione locale raddoppia. Oltre alla fascia dalle 6 alle 7 di mattina, il programma occuperà anche quella tra le 9.30 e le 10.30. Alessandro Braga, Disma Pestalozza e il giovane Filippo Robbioni ci racconteranno il nostro territorio.

Roberto Festa, invece, ci racconterà cosa dicono i giornali stranieri tutti i giorni alle 8.30 con la sua Rassegna Stampa Internazionale.

A metà mattina, trasmissioni per le vostre necessità e curiosità. La sanità con 37.2 condotta da Vittorio Agnoletto e Elena Mordiglia. I racconti delle ancelle con Chiara Ronzani sarà il programma che ci condurrà nel mondo sempre troppo grande delle discriminazioni di genere. A come America con Roberto Festa ci parlerà dell’America di Donald Trump.

Sulla via, invece, ci porterà sui percorsi dei viandanti moderni. Attenzione perché in questa fascia, alle 11.30 di venerdì, ci sarà una nuova edizione, tutta dedicata ai film del weekend,  di Chassis, il programma di Barbara Sorrentini.

Alle 12, la prima vera novità del nuovo palinsesto: Radar, notizie in vista. È il programma d’informazione di metà giornata di Alessandro Principe. Un lungo giornale radio, dedicato all’approfondimento dell’attualità con un occhio particolare all’Italia, all’economia e all’Europa.

Radar sarà il nuovo pilastro dell’informazione di Radio Popolare.

Cult, la trasmissione di cultura, è alla 13, condotta da Ira Rubini. Alle 14, noi e il mondo animale con Cecilia Di Lieto e il suo Considera l’Armadillo.

Matteo Villaci quest’anno guiderà Jack. La musica, le novità, i concerti dalle 15.40 alle 17.

Bionda Radio è invece la trasmissione di Florencia Di Stefano-Abichain. Musica, notizie, temi tutti al femminile.

Dalle 18 entriamo nella fascia d’informazione con una trasmissione non d’informazione. Malos con Luigi Ambrosio e Davide Facchini. Missione del programma: dissacrare i vizi sempre più crudeli della nostra Italietta. Malos è un’altra delle novità del nostro palinsesto.

Quello che è accaduto nel mondo, in Italia e in Lombardia lo saprete dalle 19 alle 20 con Esteri, il programma a cura di Chawki Senouci, il gr e Metroregione.

Grandi cambiamenti nel weekend. Il sabato sarà dedicato all’attualità e la domenica alla cultura. Sabato mattina, dalle 8.45 alle 10.30 ci sarà Giorni migliori, la trasmissione di Claudio Jampaglia. Farà il punto della settimana tra rassegna stampa, approfondimenti e interviste e il dialogo con gli ascoltatori. Alle 10.40, Hong Kong Bar. Torna ai microfoni di Radio Popolare Marina Petrillo con un nuovo programma sull’attualità internazionale osservata attraverso la lente dei giornali stranieri. Alle 11.30, l’ambiente e i cambiamenti climatici con La Terra di Mezzo di Sara Milanese.

Attenzione. Alla domenica, novità per la rassegna stampa. Sarà alle 8.45 subito dopo il Gr. Alle 9.20, inizia la nostra mattinata dedicata alla cultura. I Girasoli di Tiziana Ricci (tutto sulle arti visive), Chassis di Barbara Sorrentini  (il cinema) e alle 10.40 La Domenica dei Libri, il programma di Roberto Festa che si trasferisce dal sabato alla domenica.

Poi i viaggi con Onde Road e Il meglio di Esteri alle 12.30.

La musica classica avrà un nuovo appuntamento. Domenica pomeriggio alle 14 con Labirinti, il programma della redazione di Rotoclassica.

Ecco, in parte, il nostro palinsesto del prossimo anno. L’intero schema lo troverete da lunedì sul nostro sito. Contiamo di avervi con noi. Tutti insieme anche per compiere l’ennesima impresa eccezionale. Ma di quest’ultima cosa, parliamo settimana prossima.

Buon ascolto.

Michele Migone

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    Michele Migone
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Salvini: quando l’eversione corre sul web

Matteo Salvini

Matteo Salvini è un mago dei social. Li usa per acquisire consenso, li sfrutta per attaccare la magistratura, li utilizza per picconare lo stato di diritto. Tutto si tiene. L’apertura della busta contenente l’avviso di garanzia per il caso Diciotti, in diretta su Fb, è un fatto senza precedenti.

Seduto alla sua scrivania dell’ufficio al Viminale, il ministro dell’interno ha voluto fare uno show che dietro l’apparente tono bonario (manda sempre i suoi “bacioni”) in realtà mostra il lato profondamente eversivo di Matteo Salvini. In primo luogo c’è stato un durissimo attacco alla magistratura. Quella siciliana – che gli ha inviato l’avviso di garanzia – ma anche quella genovese – che ha chiesto e ottenuto il sequestro dei fondi della Lega.

Salvini si è presentato come un perseguitato politico. Eppure il reato per cui è indagato dalla Procura di Palermo è molto, molto grave: sequestro di persona aggravato. Come gravi sono le colpe dei dirigenti leghisti provate dai magistrati di Genova.

In questo senso, Matteo Salvini ha già preso l’eredità di Silvio Berlusconi. Il Cavaliere usava le televisioni per aggredire i magistrati che indagavano su di lui.  Il leader della Lega utilizza i social. Entrambi chiamavano ad adunata il popolo e giustificavano definendoli degli atti politici quelli che in realtà erano dei puri reati. Vince l’idea di un’adunata virtuale.

Così come faceva Berlusconi ora anche Salvini sfrutta gli avvisi di garanzia per aumentare il suo seguito.” Io sono stato eletto, i giudici no”. Parole che rieccheggiano il Berlusconi più eversivo, quello che in virtù del suo consenso elettorale pretendeva di essere al di sopra della legge.

Matteo Salvini è un eversore per questa ragione: perché si ritiene ormai il potente che pone ogni suo atto al di sopra dello stato di diritto. E che, anzi, combatte coloro che gli chiedono conto dei suoi atti.  Non c’è rispetto dei principi democratici in quella diretta Facebook del ministro degli interni. C’è lui e il suo popolo. C’è lui, Matteo Salvini, il capo politico eletto dal popolo. Fatto da elettori e complici, come lui li ha chiamati.

Matteo Salvini
Foto dal profilo FB di Matteo Salvini https://www.facebook.com/salviniofficial/
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Salvini chieda scusa ai profughi della Diciotti

Palestrati? Ecco quale è la realtà dei profughi della Diciotti. Hanno subito anni di violenze, alcuni sono stati tenuti sotto terra in un magazzino, venduti due o tre volte, e in quello stato di detenzione durato per molto tempo sono nati sedici bambini tutti morti dopo 4-5 mesi. Un’orrore. Schiavi trattati come cose. Le donne stuprate. I bambini lasciati morire dai loro carcerieri.

Palestrati? Queste sono le storie che i profughi stanno raccontando agli operatori sociale del centro “Mondo Migliore” di Rocca di Papa dove sono stati ospitati dalla Caritas Nazionale. Sono purtroppo storie comuni a molti di coloro che sono scappati dalla Libia.  Un’odissea, una dolorosissima odissea. Queste persone hanno pagato per il viaggio in Europa. E invece di partire sono stati resi schiavi e venduti dai loro carnefici;  hanno subito torture, sono stati costretti a vivere in un lager per mesi e mesi. Poi un giorno, il viaggio, la paura di morire affogati su quel gommone.

Palestrati? Queste donne e bambini, questi uomini, sono rimasti su quella nave della Guardia Costiera italiana per giorni e giorni, usati come arma politica e di propaganda dal ministro degli interni. Trattenuti senza alcun motivo, sequestrati (se lo accerterà la magistratura). Nessuna Pietà, nessuna Umanità. Solo quell’insulto per gli uomini scappati dalla Libia. Palestrati!

Palestrati? Fatti scendere dalla Diciotti, i migranti sono stati portati in una località fuori Roma attesi da un gruppo di fascisti che ne ha contestato la presenza. Anche questo hanno dovuto subire questi profughi. Un altro sciacallaggio politico. Le loro storie drammatiche, quell’orrore e quei cori “Prima gli italiani“.  Nessuna Pietà, nessuna Umanità.

Palestrati? Ora che ha sentito quali sono state le loro sofferenze, Matteo Salvini dovrebbe fare le sue pubbliche scuse a quei profughi. E dovrebbe revocare l’autorizzazione data a Casa Pound per il presidio all’esterno del centro di accoglienza.

Di fronte a quelle storie, dovrebbe esserci un sussulto di umanità. Dovrebbe.

 

 

E

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Il sogno ungherese di Salvini per l’Italia

Matteo Salvini ha un sogno: trasformare l’Italia nell’Ungheria di Viktor Orban, replicare a Roma il modello di democrazia etnico-autoritaria di Budapest.

È il sogno di ogni leader dell’estrema destra europea. In Italia più che in ogni altro paese, il terreno sembra essere favorevole per trasformarlo in realtà. Lui usa l’arma dell’immigrazione per aumentare il consenso. E i risultati si vedono nei sondaggi che lo premiano. La bolla di propaganda dentro cui si trovano milioni di italiani diventa sempre più grande. E il suo potere aumenta. Il fatto è che il suo sogno, se mai dovesse veramente realizzarsi, diventerà un incubo per il nostro paese

 

 

Matteo Salvini

Il sogno di Salvini potrebbe diventare realtà se il leader della Lega realizzasse un altro suo sogno: diventare presidente del consiglio. Lui sa che la guida del governo è a portata di mano. Si tratta di costruire le condizioni. Lo sta facendo con questa sua perenne campagna elettorale.

Nei prossimi mesi punterà sempre di più il dito contro l‘Europa cattiva, quella che non accoglie i migranti, che non permetterà al governo giallo verde di mantenere le sue promesse sull’economia. Sarà lui la “voce” dell’Italia. Lui e non Luigi Di Maio, a cui sta scavando la fossa.  Tutte le sue uscite provocheranno reazioni sui mercati. Bruceremo miliardi di euro in interessi a causa dello spread. Sarà presentata come una battaglia contro gli speculatori. Può essere. Di fatto, già registriamo una fuga degli investitori stranieri. Sarà un autunno incendiario per Salvini. Poi seguirà una primavera ancora più calda. Farà la crisi di governo in aprile per andare a votare in maggio, abbinando politiche alle europee? In molti scommettono su questo scenario.

salvini diciotti

Diventare il padrone di Palazzo Chigi. Con il vecchio centro destra o con un M5s sottomesso, poco importa. Arrivare alla guida del governo italiano. Per fare che cosa? Matteo Salvini vuole trasformare l’Italia nell’Ungheria di Viktor Orban? Un regime illiberale, etnico-nazionalista, dove lo spazio per il dissenso è sempre più limitato.

Orban ha messo il bavaglio alla libertà di stampa attraverso il controllo diretto dei media. E quelli su cui non è riuscito a mettere sopra le mani, li ha colpiti a forza di altissime tasse, costringendoli alla chiusura o a lasciare l’Ungheria.

Il secondo bersaglio è stata la magistratura. Nel 2012, cone le modifiche alla Costituzione, Orban ha esautorato la Corte Suprema e ha posto – di fatto – le toghe sotto il controllo dell’esecutivo. Il primo Ministro ha smantellato pezzo per pezzo lo Stato di Diritto. Il Balance of Powers è sparito. Il Parlamento e la Presidenza della Repubblica sono stati costretti a diventare i passacarte del governo.

Poi sono state varate le leggi e i provvedimenti che hanno colpito le coppie di fatto e gli omosessuali e che hanno premiato invece le famiglie tradizionionali. Il quarto grande bersaglio sono stati i migranti. Per un paese in crisi economica quale miglior capro espiatorio? Prima i muri al confine, poi la “Legge Soros”, il provvedimento che vieta alle Ong di aiutare gli stranieri.

Prende il nome da George Soros, il finanziere statunitense di origine ungherese. Orban lo considera un nemico. E un pericolo per il suo regime a causa della sua “ideologia liberal”, come ha affermato in una occasione. Anche lui viene utilizzato come capro espiatorio, alimentando tra l’altro, il già forte antisemitismo della società ungherese. Matteo Salvini vuole far diventare così l’Italia? Lui ha già detto che Viktor Orban è un modello.

Viktor Orban (HUN)

Salvini e Orban condividono un’altra cosa: odiano l’Europa di Bruxelles. Non odiano solo la burocrazia e l’austerità, ma odiano l’Unione Europa in sé.  Da nazionalisti non vogliono organismi sovranazionali a dettar legge. Da autoritari non vogliono un’Europa i cui pilastri siano Parigi e Berlino, cioè due democrazie (non in splendida forma), ma ancora profondamente liberali.

Per i sovranisti quella Vecchia Europa deve essere radicalmente modificata. Almeno così dicono a parole. In realtà, la vogliono distruggere. E’ il loro obiettivo.  Salvini vuole spostare l’asse politico dell’Italia da Ovest a Est. Il suo abbraccio con Orban è l’abbraccio con il Gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceka e Slovacchia); con quattro paesi che si muovono all’unisono soprattutto sulla questione immigrazione.

Sullo sfondo c’è Vladimir Putin. Il Cremlino vuole che vengano tolte le sanzioni europee a Mosca. Indebolire l’Ue fa parte del gioco per raggiungere lo scopo. Ma più in generale l’obiettivo di Putin appare lo stesso dei sovranisti. Sappiamo da rapporti internazionali che i russi avrebbero tentato di influenzare l’esito del referendum sulla Brexit e altre consultazioni nazionali in Europa. A favore degli anti europeisti.

I partiti contro Bruxelles hanno da tempo rapporti con la Russia. Il Fronte Nazionale francese, l’Fpo austriaco e la Lega. Nel 2017, il partito di Matteo Salvini ha firmato un accordo con Russia Unita, la formazione politica di Putin, nel quale i due partiti s’impegnano a promuovere un “ampio scambio di informazioni” con seminari, convegni, viaggi, basati su un “partenariato paritario e confidenziale”. Confidenziale? Ora che la Lega è al Viminale?

putin

Questa è l’alleanza rosso – bruna. Basata sul portato ideologico secondo cui le democrazie liberali sono il nemico perché sono il prodotto di società aperte e basate sullo stato di diritto, impossibili quindi da controllare completamente. Per essere controllabile, una società deve essere chiusa. Per i sovranisti, la prossima deve essere l’era delle democrazie autoritarie. I leader vengono formalmente eletti, ma in realtà governano senza alcun controllo.  Il pilastro di questi regimi è l’emarginazione del diverso. I migranti, gli omosessuali, chi dissente, chi professa un’ altra religione.

I muri e le norme draconiane per fermare gli immigrati, l’islamofobia, l’antisemitismo latente, l’omofobia, le leggi contro i gay, la difesa della famiglia tradizionale, gli attacchi alla magistratura, il bavaglio alla stampa scomoda, le promesse populiste in campo economico agli elettori e la loro mancata realizzazione: sono tutte cose che abbiamo visto nella Russia di Putin e nell’Ungheria di Orban.

E’in questo modello di regime che convergono le visioni e gli interessi nazionali e politico-personali dei personaggi in questione. E’anche il modello di Matteo Salvini per l’Italia?

Dicono i sondaggi che gli italiani abbiano voglia ancora una volta dell’Uomo Forte. Questi sono i prezzi che devono essere pagati per averlo.

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Salvini hai fallito, falli scendere

Matteo Salvini

La linea politica di Matteo Salvini sull’immigrazione è fallita. I muscoli e la propaganda non sono serviti a risolvere la questione. L’Europa non ha voluto cedere al ricatto politico del Ministro dell’Interno. Perché in questo caso di ricatto si deve parlare. Salvini voleva che i migranti della Diciotti venissero portati in altri paesi europei. La risposta è stato un prevedibile No.

Gli hanno sbattutto la porta in faccia i suoi amici del Gruppo di Visegrad (Unfheria, Polonia, Repubblica Ceka e Slovacchia).

Gli hanno detto no gli altri paesi che hanno partecipato alla riunione di Bruxelles. Per egoismo, certo! Ma anche perché nessuna cancelleria europea ha capito perchè non sia l’Italia a farsi carico dei 160 migranti che sono a bordo di una nave militare italiana e in un porto italiano, quindi di competenza italiana.

Nessuna cancelleria ha compreso perché avrebbe dovuto diventare elemento della propaganda a colpi di dirette su Facebook del Ministro dell’Interno.

Incassato il No, il Viminale ha reagito come era prevedibile che facesse:  ha fatto sapere che nessuno sbarcherà dalla Diciotti.

I migranti e l’equipaggio della nave rimangono ostaggi nonostante ci sia un’inchiesta della magistratura sul trattenimento illecito di queste persone.

Una situazione senza precedenti. Potrebbe intervenire Giuseppe Conte per porre fine a questa situazione di illegalità,  ma non lo farà.  Al governo, sull’immigrazione, comanda Matteo Salvini.

Ma finora la sua politica sull’immigrazione è stato un fallimento.  L’Europa gli ha risposto picche; l’opposizione sembra essersi finalmente svegliata, l’Italia è ora nel mirino dei media internazionali per la strumentalità e mancanza di umanità con cui sta trattando i migranti della Diciotti.

Matteo Salvini sbandiera la diminuzione degli sbarchi. Ma a che prezzo!! Le guerra contro le Ong è stata vinta, ma il numero dei morti annegati è aumentato. Non è questo un “particolare” che può lasciare indifferenti.

C’è solo una cosa che a questo punto il ministro dovrebbe fare: liberare le persone che sono a bordo della Diciotti. Dovrebbe smetterla di mostrare i muscoli su i social media (guadagna consenso, ma a che prezzo) e tornare allo stato di diritto.  Cambiare politica sull’immigrazione.

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Il “Me ne frego” di Matteo Salvini

Il caso della Diciotti ha mostrato il completo disprezzo per le regole di Matteo Salvini. L’abbiamo visto quando la nave era in mare. Lo vediamo anche e soprattutto ora con i migranti e l’equipaggio della Guardia Costiera ostaggi nel porto di Catania.

La reazione di Salvini alla notizia dell’apertura di un’inchiesta della Procura di Agrigento per illecito trattenimento e forse per  sequestro di persona ci dimostra come oltre al disprezzo per il diritto, Salvini sia pronto a picconare le istituzioni repubblicane pur di raggiungere i suoi scopi politici e propagandistici, pur di guadagnare il consenso. Un’altra linea di confine oggi è stata superata.

Nel suo lungo monologo su Facebook, Salvini ha prima sfidato la magistratura a processarlo, poi ha sfidato Sergio Mattarella a intervenire per permettere lo sbarco delle persone che si trovano sulla Diciotti. Non solo. Di fatto lo ha sfidato a prendere posizione nella seconda grave crisi tra esecutivo e magistratura.

Analoga sfida ha lanciato anche a  Giuseppe Conte, ma il Colle era il suo vero obiettivo.

Salvini ha poi zittito Roberto Fico dicendo che è lui, il ministro a decidere chi scende dalla nave e non il presidente della Camera, il quale aveva sollecitato lo sbarco.

“O cambiate Paese o cambiate ministro”.  E poi: “Ci sono centinaia di persone che ogni giorno mi dicono di andare avanti” sono altre due frasi di Salvini nel messaggio su Facebook. Come un fiume in piena, il ministro dell’interno, cerca di sommergere con le sue scelte e la sua propaganda le regole e le istituzioni. Sparisce il diritto. Emerge il “Me ne frego”. C’è solo lui, Salvini e il suo popolo. La sua volontà politica. La deriva è sempre più pericolosa.

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L’italia di Salvini senza diritto e umanità

Matteo Salvini

Pur di raggiungere il risultato – nessuno sbarco di migranti – Matteo Salvini ha deciso di infrangere ogni regola di diritto e di umanità. Il primo obiettivo erano le Ong. Con la complicità degli alleati dei 5stelle e dell’Europa, il Ministro degli Interni ha risolto la questione chiudendo di fatto i porti alle loro navi.

Le ONG non possono più operare. Le vite di migranti perdute a causa di questa politica sono già state decine. Ma questo non è bastato a fermare il flusso nel Mar Mediterraneo. Ci sono navi che raccolgono ancora profughi. Per Salvini un grosso problema. Perché dimostra che il suo teorema sulle ONG era, appunto, un teorema. Per questa ragione, il leader leghista ha deciso di oltrepassare la linea di confine. E ha lanciato chiaro il messaggio: per qualsiasi nave che salverà e accoglierà naufraghi saranno guai. Che siano navi private di qualsiasi nazionalità; che siano addirittura navi della guardia costiera italiana.

La vicenda della Diciotti è emblematica. La nave con a bordo 67 profughi, salvati dal rimorchiatore Von Thalassa e poi trasbordati sull’unità della guardia costiera italiana dopo che i migranti si erano rifiutati di essere riconsegnati ai libici, attraccherà a Trapani dopo che per ore e ore il Viminale ha negato l’accesso a un porto italiano.

Salvini era furioso con il collega di governo Toninelli, il ministro della infrastrutture, perché la Diciotti aveva preso a bordo i profughi e li stava portando in Italia. Ha disertato un vertice a Palazzo Chigi per dimostrare la sua rabbia. E poi, quando ha capito che non poteva impedire l’attracco ha iniziato a criminalizzare i profughi a bordo dicendo che devono andare in galera perché si sono rifiutati di essere riportati in Libia. Verranno arrestati anche donne e bambini? O solo un paio di “facinorosi” come li ha definito il ministro Toninelli?

Salvini li accusa di aver tentato di dirottare con la violenza il rimorchiatore che li aveva salvati. Il ministro degli interni ha già preso il posto della magistratura? In tutta questa storia, Salvini è passato con una ruspa sopra alcune elementari regole. Salvare le persone in difficoltà è una delle leggi del mare; non riportarli in Libia (respingimento) è una norma del diritto internazionale; accogliere in Italia un gruppo di profughi su di una nave italiana (territorio italiano) è un dovere imposto dalla giurisprudenza; accusare un gruppo di persone e chiedere che vengano imprigionate senza che la magistratura abbia aperto e chiuso un’inchiesta sulle eventuali responsabilità penali dei singoli è un atto da Stato di polizia e non di diritto.

Su tutto questo è passato Matteo Salvini. Su tutto questo e su ogni principio di umanità. Lo ha fatto perché solo stracciando il diritto e seppellendo la pietas può tentare di imporre la sua linea politica sull’immigrazione. Conte non esiste, i 5 stelle lo lasciano fare, l’Europa gli strizza l’occhio, l’establishment (compresi tanti giornalisti e intellettuali) lo comprendono, i sondaggi lo premiano, la maggioranza degli italiani applaude. Nave dopo nave, carico di esseri umani dopo carico di esseri umani, naufragio dopo naufragio, regola stracciata dopo regola stracciata, nel Mediterraneo stiamo perdendo l’orizzonte della nostra civiltà e assistiamo quasi con distacco al diffondersi di una cappa mefitica che lentamente sta coprendo tutto: le nostre menti, le nostre norme anche le nostre istituzioni.

Matteo Salvini rischia di diventare il nuovo biografo di questa nazione, l’ennesimo in grado di interpretare quel disprezzo sottile per le regole e quella voglia di atteggiamenti muscolari che pervade da sempre parte della società italiana. La questione non è demonizzare lui, ma riuscire a scrivere un’altra storia sull’Italia del presente. Molti ci stanno provando. Il capitolo che racconta dei 67 profughi e del loro viaggio sul rimorchiatore Von Thalassa e poi sulla nave Diciotti, nella sua ormai feroce banalità, è forse uno dei più importanti.

Matteo Salvini
Foto dal profilo FB di Matteo Salvini https://www.facebook.com/salviniofficial/
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    Michele Migone
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Porti aperti all’Aquarius: una questione di civiltà

La priorità è salvare le vite umane. Nel braccio di ferro tra Il Viminale e Malta sul destino dei 629 profughi della nave Aquarius è intervenuta Carlotta Sami, la portavoce dell’Alto Commissariato per i rifugiati dell’Onu, ricordando quale è la cosa più importante. Salvini ascolterà? Qualcuno ascolterà ?

Il neo ministro degli interni sembra aver deciso di dare seguito alle sue minacce. Vuole il giro di vite sugli sbarchi e, di concerto con il ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli, ha di fatto disposto la chiusura dei porti italiani all’Aquarius. Malta deve prendersi i profughi, non l’Italia.

Malta in genere però non li prende. Questo significa che, se nessuno cambia posizione, i 629 se ne staranno in mare. Fino a quando? Difficile dire. L’Aquarius deve diventare un esempio per tutte le altre Ong che ancora organizzano salvataggi nel Mediterraneo.

Siamo vicini alla conclusione di quel processo iniziato la primavera dello scorso anno con la criminalizzazione delle Ong. Matteo Salvini fu uno dei più impegnati in quella campagna, una campagna che ha portato – tra l’altro – agli accordi tra il governo Gentiloni-Minniti e le autorità libiche per impedire a tutti i costi le partenze. Una campagna che ha procurato tanto consenso elettorale alla Lega.

Ora per Salvini è il momento di dare seguito alle sue promesse elettorali. Impedire l’attracco nei porti italiani alle navi delle Ong vuol dire – di fatto – impedirgli di operare in mare. E quindi di salvare le vite dei profughi. Altri che lo fanno, non ce ne sono più.

Carlotta Sami, come tanti altri operatori umanitari, ci ricorda quale è la priorità. La politica senza umanità scivola veloce verso il cinismo, allarga il fronte dell’indifferenza, sconfina nella ferocia. Salvare e accogliere quei profughi, aprire i porti italiani all’Aquarius è una questione di civiltà.

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Salvini contro Mattarella. Occasione per la destra

Sergio Mattarella

Matteo Salvini è stato molto abile. Il suo obiettivo era arrivare a Palazzo Chigi alla guida della Destra italiana, una destra xenofoba e sovranista. E ora, dicono i sondaggi, ha la possibilità di realizzare il suo sogno. Voleva far saltare il governo con i Cinque Stelle per andare alle elezioni e lo ha fatto.

Ha usato come grimaldello Paolo Savona. Ha messo lì un nome su cui, sapeva, Sergio Mattarella si sarebbe irrigidito. Gli storici diranno se, in questo frangente, il Presidente della Repubblica abbia fatto la scelta più opportuna dal punto di vista politico, visto le conseguenze che potrebbe provocare. Dal punto di vista costituzionale, la decisione di Sergio Mattarella sembra però inattaccabile. Preservare il risparmio degli italiani è tema della nostra carta fondamentale.

Le richieste di impeachment non sono quindi fondate e, in realtà, sembrano già fare parte della campagna elettorale. Ed è proprio questo il punto. Per la prima volta nella storia dell’Italia Repubblicana, nei comizi elettorali, l’inquilino del Quirinale sarà indicato come uno dei nemici del popolo.

Una campagna contro Bruxelles, Berlino e la Presidenza della Repubblica. Scalfaro e Napolitano erano stati nel mirino degli attacchi di Berlusconi, ma non erano mai stati mobilitati milioni di elettori contro di loro.

Nei prossimi mesi, contro Mattarella può accadere questo. È un gioco pericoloso. La nostra già sfibrata democrazia, può risentirne in profondità. I Cinque Stelle sono quelli che ora urlano di più, ma in realtà è il leader della Lega a condurre anche questa danza. Per la Repubblica, un rischio dal sapore eversivo. Per Salvini e la destra, una grande opportunità.

Sergio Mattarella
Foto | Quirinale
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Il fallimento della “nuova” classe politica

Sergio Mattarella dopo le consultazioni

Si torna alle urne. Dopo due mesi di litigi, veti contrapposti, tatticismi, personalismi, andremo ancora a votare. Chi poteva formare un governo non l’ha fatto perché non ha voluto guardare all’interesse generale, ma solo al proprio.

L’Italia e gli italiani sono stati messi in secondo ordine. In questi sessanta giorni la priorità è stata conquistare (o non perdere) la poltrona o la propria posizione di potere.

Foto | Quirinale
Foto | Quirinale

Luigi Di Maio voleva fare il presidente del consiglio a tutti i costi. Per questo è rimasto rigido sulle sue posizioni fino alla 25esima ora. Ma era troppo tardi.  La sua ambizione di essere il prescelto per Palazzo Chigi gli ha impedito di avere un vero spazio di manovra politico per portare al governo il M5s. Nessuno nel Movimento se ne è accorto? VOTO: 4.

La coalizione di centrodestra al Quirinale
Foto | Quirinale

Matteo Salvini è stato apparentemente il più abile. Ora gioca ora la carta di nuove elezioni, sicuro di uscirne vincitore. Da leader egemone della Destra italiana, se non avrà la maggioranza dei seggi in Parlamento, tornerà a trattare con i Cinque Stelle da una posizione di maggiore forza. Con loro e dentro la sua coalizione.  Per due mesi ha fatto finta di essere l’unico leader di buon senso. In realtà era quello che aveva maggior opzioni a suo favore. Non ha mai fatto un  mossa che l’abbia distratto dal suo vero obiettivo: arrivare a Palazzo Chigi, prima o poi. VOTO: 4.

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi ha sistematicamente boicottato ogni possibilità di accordo Lega – M5s.  Lui aveva un altro desiderio: governare con Matteo Renzi. Quello era il suo obiettivo. La rassicurazione che nulla sarebbe veramente cambiato. Lo schema era semplice: governo del Presidente con un pilastro (l’alleanza Pd – Forza Italia) e la Lega a tenerlo su. Ma Matteo Salvini fino a quello non è arrivato. Va bene non rompere con Silvio, ma fare l’Utile Idiota era troppo. Adesso Berlusconi s’imbarca nell’unica avventura che avrebbe voluto evitare: le elezioni. Con la speranza di una vittoria netta del Centrodestra. VOTO: 3.

Matteo Renzi

Matteo Renzi ha buttato alle ortiche l’unica possibilità che aveva per far tornare al governo il Pd nonostante la disfatta del 4 marzo. L’ha gettata via perché lui – o alcuni componenti del Giglio Magico – sarebbero stati sacrificati in caso della nascita di un governo Movimento 5 stelle – Pd. Ha guardato al suo interesse personale, al suo destino di leader politico e non a quello del paese. E della sinistra italiana.  In realtà, esce da questi 60 giorni con un pugno di mosche in mano. Magari fonderà il suo movimento e lo presenterà alle prossime elezioni (se ne avrà il tempo), magari riuscirà ancora a condizionare il Pd, ma quello che dicono i sondaggi è che il suo partito è in caduta libera. In ogni caso, ha creato solo macerie. VOTO: 3. Anzi, 2 perché è stato lui a volere questa legge elettorale.

mattarella consultazioni

Per la prima volta nella storia dell’Italia Repubblicana, si andrà a votare per le politiche a distanza di pochi mesi.  Con una classe politica che ha dato luogo a un osceno spettacolo per 60 giorni. Lo sfibrato rapporto tra i cittadini e la politica e le istituzioni rischia di diventare ancora più spossato. La cosa più curiosa è che questo dato non sembra preoccupare i protagonisti di questi due mesi di “passione”. Benvenuta Terza Repubblica.

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Il Pd deve fare un governo con il M5s

Il Pd dovrebbe tentare di formare un governo con il M5s. Un esecutivo con un programma politico di legislatura allargato a Liberi e Uguali.

Dovrebbe farlo per diverse ragioni. Noi ne elenchiamo un paio. La prima è che in questo modo milioni di voti di persone di sinistra (sia quelli andati ai 5 stelle, sia quelli che sono rimasti al Partito Democratico) troverebbero un senso compiuto.

Il governo che nascerebbe dovrebbe infatti tenere conto soprattutto delle istanze sociali di quelle fasce di popolazione e di quei segmenti della società italiana che non vogliono sentirsi escluse o che possono e vogliono includere.

Dall‘abbandonato Meridione (che ha votato in massa per i 5 stelle) e dall’Isola Progressista del Modello Milano potrebbe nascere un’originale alleanza per il rilancio del Paese basata sulla ricerca di soluzioni dei gravi problemi sociali (disoccupazione, sviluppo, scuola, servizi sociali) e modellata dai valori (e dal pragmatismo) del riformismo meneghino.

La seconda ragione è che un governo del genere terrebbe lontano dalla stanza dei bottoni Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, li costringerebbe all’opposizione per cinque anni, allontanerebbe lo spettro di un egemonia politica della Destra.

Invece che essere la morte del Pd, quel governo potrebbe essere il modo per evitarne il collasso prima e il decesso poi. Potrebbe essere una chance per recuperare il proprio popolo perduto

Certo: il rapporto con il M5s non deve essere di vassallaggio. Se i dirigenti del movimento pensassero a questo farebbero un grosso errore. Luigi Di Maio dovrebbe fare comunque un passo indietro rispetto alla presidenza del consiglio e pensare a un personalità che possa rappresentare le parti. Ma se ci fossero le condizioni di “parità”, il tentativo dovrebbe essere fatto.

Ma il Pd ha intenzione di seguire questa strada?

Per quello che ne sappiamo, Matteo Renzi ha altri programmi. E’in silenzio da tempo, ma è evidente che l’opzione M5s è quella che non predilige. Lui guarda a Silvio Berlusconi, ai “moderati”, a ereditare, in prospettiva, gli elettori di Forza Italia.

Gli altri dirigenti del Pd su di un governo con i Cinque Stelle sono attendisti. Nessuno – da Maurizio Martina in giù – sembra crederci veramente. Dovrebbero farlo invece. Sarebbe un mossa in grado di ribaltare il disastroso risultato del 4 marzo e di fermare il declino del partito.

Con lungimiranza, con lo sguardo ai bisogni del paese, con l’idea di ricostruire una sinistra, i dirigenti del Pd dovrebbero fare questa coraggiosa scelta.

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    Michele Migone
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Il Potere secondo Matteo (Renzi)

Matteo Renzi

La concezione proprietaria del potere di Matteo Renzi tiene in ostaggio il Partito Democratico. Dopo la sua conferenza stampa è chiaro che in realtà il segretario non ha alcuna intenzione di farsi da parte. Darà le dimissioni, ma ha già messo in moto l’iter per essere rieletto.

Nel frattempo gestirà questa fase politica mettendo un veto su qualsiasi soluzione di governo che possa metterlo ai margini. Renzi ha sempre dimostrato di amare il potere e lo ha sempre gestito con una disinvoltura che è sconfinata spesso nella  spregiudicatezza.

Il potere è stata la sua bussola in questi anni. Anche quando, dopo la sconfitta nel referendum invece che farsi da parte come aveva promesso, ha pianificato e poi portato a termine un ritorno che si è rivelato un fallimento per lui e per il Pd. Ed è questa concezione egocentrica del potere che lo spinge a fare questo ultimo, clamoroso errore: non lasciare dopo la sconfitta.

Il rottamatore non vuole essere rottamato a 43 anni. Piuttosto rottamerà con lui l’intera esperienza del Pd. Il rischio è concreto. I dirigenti di lunga data del partitto lo sanno bene. Se Renzi rimane alla guida del partito, lui avrà un ruolo, ma il Pd rischia di non riprendersi più.

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    Michele Migone
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Tutti insieme per l’Impresa Eccezionale

E’ una bellissima campagna abbonamenti. L’affetto degli ascoltatori ancora una volta ci ha travolto. In centinaia e centinaia hanno deciso di darci il loro sostegno. A tutti loro, i “nuovi” arrivati diciamo: grazie!!! Come un grazie va a tutti coloro che da anni scommettono su questo progetto. E un grazie a tutti coloro che lo faranno nelle prossime settimane.

Siamo appena all’inizio di questa nostra Impresa Eccezionale. Ci siamo dati un obiettivo ambizioso: 5.000 abbonati in più entro il… L’idea è il 2018, ma magari ci vorrà più tempo. Ce lo prenderemo. Se raggiungiamo quota 20.000 abbonati usciamo dalle secche economiche in cui ci troviamo da tempo. Rilanciamo la radio, diamo ossigeno al nostro progetto, mettiamo in sicurezza tutte le nostre risorse (e tutti i posti di lavoro).

Un sogno? Il nostro piccolo grande sogno. Da condividere con voi: senza gli ascoltatori che la finanziano, questa radio sarebbe chiusa da tempo. Ma questa, per fortuna, non è una radio normale. E’ una grande comunità che si ritrova attorno alle frequenze per dividersi e riappacificarsi, per emozionarsi e riflettere, per condividere passioni e pensieri. Una comunità larga, inclusiva, in cui le differenze vengono considerate una ricchezza. Questa comunità non deve mai perdere la dimensione del sogno di un mondo e di una radio migliore. Esagerato? Ma no! Semplicemente ognuno di noi può fare la sua parte. Siamo tutti, tutti noi insieme,  partecipi di questa Impresa Eccezionale chiamata Radio Popolare.

 

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Materiali da scaricare e condividere

Volantino A5 Impresa eccezionale 2 Volantino A5 Impresa eccezionale

 Volantino

logo_5000 Andrea Doneda vincenteDiabolikRadioPop aBBONATI

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Ong e Frontex: la Grande Manipolazione

Nelle riunioni di lavoro nella sede di Varsavia, i funzionari di Frontex hanno ripetuto per mesi in modo esplicito che le Ong sono il Nemico. Perché? Si deve partire dal fatto che il personale della missione europea è per lo più formato da militari e poliziotti e che la loro visione del fenomeno immigrazione è basato unicamente su due pilastri: la sicurezza e le direttive che i governi europei hanno stabilito per Frontex.

Le Ong sono il nemico perché si muovono sulla base del solo criterio umanitario. L’Europa non salva le vite, allora le salviamo noi, per dimostrare che se c’è la volontà si può fare. Da questo presupposto sono nate le missioni di salvataggio in mare delle organizzazioni non governative.

Vedere quelle golette cariche di profughi ha dato molto fastidio a Frontex. Per questo le Ong sono diventate il nemico. E uno dei modi per combattere l’avversario è denigrarlo: nella sede di Varsavia viene stilato un rapporto che punta il dito contro le Ong senza però offrire alcuna specifica accusa contro alcuna di queste organizzazioni. Il messaggio che passa è: le Organizzazioni non governative, di fatto, aiutano i trafficanti di essere umani.

E’ a questo punto che entra in scena il Procuratore di Catania Carmelo Zuccaro , il quale apre un’indagine sulla base di quel rapporto. Questa è una notizia, niente da dire. I media italiani la seguono, non rendendosi conto che l’origine di quell’inchiesta è l’interessata versione di Frontex.

Vogliamo chiamarla una manipolazione? Chiamiamola così. Manipolazione che diventa un caso politico nazionale grazie ai politici interessati a sparare contro l’immigrazione.

Carmelo Zuccaro rilascia interviste e dichiarazioni. Rimane sempre sul vago, non tira in ballo il nome di una specifica Ong, non potrebbe, visto che ci sono le indagini in corso, ma così facendo, di fatto, mette sotto accusa l’intero sistema di salvataggio messo in piedi dalle organizzazioni non governative.

Per il Procuratore non sembra essere un problema. Non lo è certo che i politici che vogliono speculare. Matteo Salvini è il primo a farlo. Poi Luigi Di Maio rilancerà il concetto dei “taxi” che portano a destinazione i migranti. La posizione dei vertici del M5s sull’immigrazione è ben chiara da tempo.

Il teatrino della politica ha iniziato il suo show. E’ un’escalation di allusioni, accuse, minacce nei confronti delle Ong. I media fanno la loro parte. Pochi si chiedono o ricordano quale sia la fonte originaria del Caso, ovvero il rapporto di Frontex; pochissimi si domandano il perché di quella genesi.

Grazie alle dichiarazioni di Carmelo Zuccaro (alcune delle quali con il sapore del commento e non della notizia, del fatto) e a quelle dei politici, il dibattito impazza sui media. Le Ong subiscono il colpo e contano i danni. Che non sono pochi. Sono costrette a difendersi. Eppure salvano vite umane in mezzo al mare.

Nelle audizioni davanti alla Commissione Difesa del Senato la maggior parte dei relatori spiega che non ci sono contatti tra le Ong e i trafficanti di essere umani. Lo stesso Zuccaro quando si presenterà a Palazzo Madama confermerà che l’inchiesta è stata aperta sulla base del rapporto di Frontex. Nulla di più. Ma tutto questo sembra essere sepolto dalla strumentalità del dibattito.

Si parla di una Ong tedesca che sarebbe sotto inchiesta per favoreggiamento della immigrazione clandestina perché con la sua nave avrebbe salvato un gruppo di profughi senza aver ricevuto una telefonata di Sos. Da qui il sospetto che qualcuno (i trafficanti di essere umani) li abbia avvisati che quell’imbarcazione si sarebbe trovata in quel punto del mare.

E’ successo? Sarà successo? Forse si. C’è da scandalizzarsi? Direi proprio di no. Se il principio è quello umanitario, non si sta a guardare chi ti manda il messaggio, chi ti avverte che c’è un gommone stracarico di persone in balia del mare. Quando devi evacuare i civili da una zona di guerra, non ti metti a parlamentare con gli schieramenti in campo, amici o nemici, regolari o irregolari, buoni o cattivi che siano.

Qui è più o meno la stessa cosa. Nel Mare Mediterraneo sono morte 5.000 migranti nel 2016 e quasi 2.000 dall’inizio del 2017. Non sono le cifre di un conflitto? La priorità non è quella di salvare vite umane?

Sembra quasi di ritornare indietro di 70 anni, quando gli ebrei tentavano di raggiungere la Svizzera per salvarsi dall’Olocausto e qualche guardia di frontiera li fermava perché non avevano di documenti per l’espatrio. Rimandandoli indietro, ne firmavano la condanna a morte. Qui, a lasciarli in mezzo al mare, si fa la stessa cosa.

Bene, quindi mettiamo in conto che magari c’è una Ong che non si formalizza rispetto ai propri interlocutori. Ma qui c’è stato un altro passaggio. Si è giocato (alcuni lo hanno fatto volontariamente) su di un’allusione: ovvero che lo facciano per guadagnarci; anzi che questo sia il motivo (il guadagno) per cui le organizzazioni non governative mettono i mare le loro navi

Perché questo è stato, in sintesi, il messaggio emerso dal più cinico dibattito politico che abbia coinvolto l’opinione pubblica italiana negli ultimi anni. Ma è un messaggio che scava ancora più a fondo rispetto al “semplice” ruolo delle Ong. Va dritto a colpire tutti coloro che fanno parte del sistema di accoglienza dei migranti, colpisce il senso stesso del concetto di accoglienza.

Missione compiuta per chi vede nelle Ong e negli operatori umanitari il nemico, nell’immigrazione una questione di sicurezza e di burocrazia, oppure un modo facile per avere voti e consenso.

Non c’è da stupirsi per questa “vittoria”.  Il terreno era già fertile.

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    Michele Migone
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I giovani e le elezioni. Democrazia a rischio?

Siamo alla vigilia del primo turno delle elezioni presidenziali francesi. Non è ancora chiaro chi andrà poi al ballottaggio tra i quattro principali candidati. I sondaggi dicono che lo scontro sarà tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen. E sempre le stesse indagini sull’opinione dei francesi affermano che alla fine sarà il giovane ex ministro dell’Industria a prevalere sulla leader del Fronte Nazionale. Vedremo se sarà così. Le incognite sono tante: l’attendibilità dei sondaggi e soprattutto altri possibili attentati (che potrebbero avvantaggiare la Le Pen).
Quello su cui vogliamo focalizzarci però è il voto dei giovani. Nelle settimane scorse i soliti sondaggi dicevano che la maggior parte degli elettori tra i 18 e i 15 anni avrebbe votato per il Fronte Nazionale. La discesa in campo di Jean-Luc Mélenchon ha bilanciato a sinistra questa tendenza giovanile. Il candidato de La France Insoumise ha attirato il consenso di una larga fetta di giovani elettori, confermando così la tesi secondo cui questa fascia dell’elettorato ha bisogno di una proposta politica fortemente identitaria (e per questo anche radicale)per convincersi a impegnarsi o anche solamente ad andare alla urne. In Italia, una recente inchiesta di Ilvo Diamanti ha spiegato come i giovani tra i 18 e i 25 siano divisi tra la Lega Nord e il M5S. Un’altra inchiesta, sempre di Diamanti, ha rivelato come cresca, soprattutto tra i giovani la voglia dell’Uomo Forte.
E poi c’è l’astensionismo. I millennials, le persone nate tra gli anni’80 e ’90 non vanno a votare. Sanno che il sistema politico non riesce ( o vuole ) a dare risposte ai loro bisogni e quindi disertano le urne. Non che siano indifferenti alle sorti delle loro comunità. Anzi. Sono consapevoli e informati, conoscono il mondo, si impegnano in causa come l’ambiente, la legalità, i diritti civili;  sanno cosa è la politica, ma stanno ben lontano dai politici. Vanno a votare solo se trovano qualcuno che li ispiri, come è successo per esempio alle elezioni canadesi vinte da Justin Trudeau.Se non avvertono questa ispirazione, se ne stanno a casa. In un bellissimo articolo di qualche settimana fa, The Economist spiegava anche come i Millennials abbiamo assolutamente bisogno di figure di riferimento.
L’esempio era quello di un giovane israeliano che, nnoostante il suo interesse per la Cosa Pubblica non era mai andato a votare: “Alex Orlyuk ricorda con affetto Yitzhak Rabin, il primo ministro israeliano assassinato quando lui aveva sette anni, per “aver cercato di realizzare un cambiamento” attraverso la pacificazione con i palestinesi. “Sto ancora aspettando l’arrivo di un altro Rabin. Allora voterò”, dice” – si legge nell’articolo della rivista britannica.
Tutti questi segnali che arrivano dal mondo giovanile ci dicono che  – al netto degli aspetti positivi – quelli negativi rischiano di essere di gran lunga superiori. E’esagerato dire che la democrazia è a rischio? Non credo. Se le nuove generazioni non hanno interesse a votare perchè il sistema politico li ignora o non è capace di produrre classe dirigente credibile (a prescindere dall’età); oppure, se danno il loro consenso alle formazioni come il Fronte Nazionale o la Lega Nord perchè hanno bisogno di identità e radicalità, quale sarà il futuro delle nostre istituzioni? L’allarme è grave, ma pochi sembrano prenderlo sul serio. Perchè pochi sembrano prendere sul serio i giovani.
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    Michele Migone
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Vincenzo De Luca se ne vada

Quando durante la campagna elettorale Donald Trump invitò i possessori di armi a fermare Hillary Clinton tutta la grande stampa statunitense scrisse che le parole del tycoon erano una vera e propria istigazione all’omicidio politico.

Era lo scorso agosto. Trump teneva un comizio in North Carolina e disse queste precise parole: “Hillary vuole abolire, di fatto vuole abolire il Secondo emendamento della Costituzione. E se dovesse trovarsi nella posizione di nominare i giudici, amici, non potreste più farci niente. Anche se quelli del Secondo emendamento qualcosa potrebbero ancora fare, non lo so. Ma ecco cosa vorrei dirvi: sarebbe un giorno terribile. Se Hillary dovesse nominare i giudici, avremmo le mani legate. Capite cosa accadrebbe”

Il New York Times disse che si era superato un limite. In un Paese, gli Stati Uniti, dove è molto facile che qualcuno prenda una pistola o un fucile d’assalto e si metta a sparare sulla folla o contro un personaggio pubblico, l’uscita di Trump era stata percepita da tutti come un qualche cosa di estremamente pericoloso.

Questo non ha impedito a Donald Trump di vincere le elezioni. Anzi. Quell’elettorato lo ha premiato. Ma quelle parole risuonano ancora come una vera e propria istigazione all’omicidio perché dette in un contesto dove c’è sempre qualcuno che può sentirle, elaborarle a modo suo e poi prendere una pistola e uccidere.

La frase di Vincenzo De Luca su Rosy Bindi (“Un infame, da ucciderla”) non può essere derubricata come l’uscita verbale di un personaggio tutto particolare, avvezzo all’uso di un linguaggio pittoresco; un uomo che usa il lessico come un’arma (retorica).

Il presidente della Regione Campania, qualsiasi rappresentante delle istituzioni, non può definire “infame” (termine usato spesso dai mafiosi) e pronunciare il verbo “uccidere” quando parla della  presidente del Comitato parlamentare Antimafia. Non può farlo visto il contesto (la Camorra come commenta questa uscita?); non può farlo in senso assoluto, visto che anche in questo caso supera un limite che non deve essere oltrepassato nello scontro politico.

Un rappresentante delle istituzioni non usa le espressioni usate oggi da Vincenzo De Luca. E poco importa che la frase sia stata detta in un fuori onda. Lui era lì, di fronte a un giornalista, come presidente della Regione Campania.

De Luca probabilmente pensa che sia normale dire quello che ha detto. Come lo pensava Donald Trump. Ma non è normale. “Un atto di irresponsabilità”, l’ha definito Roberto Saviano. Concordiamo. Ed è  proprio perché De Luca si è dimostrato un irresponsabile che dovrebbe lasciare la sua carica, dare le dimissioni da presidente della Regione.

Dovrebbe essere il suo partito a chiedergli di andarsene, e in particolare il suo segretario. Sarebbe un gesto di responsabilità e chiarezza.

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    Michele Migone
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Elezioni Usa, la posta in gioco

Nell’ultimo giorno del suo ultimo tour elettorale Barack Obama ha trovato la frase che spiega quale è la posta in gioco in questo secondo martedì di Novembre: “Volete che continuano in questo nostro viaggio verso il Progresso oppure volete buttare tutto questo dalla finestra?” – ha detto in New Hampshire. E qualche ora dopo in Michigan ha aggiunto: “Potete spingere questo paese in una certa direzione, nella giusta direzione, non lasciate che questa occasione vi sfugga”.

La sfida tra Hillary Clinton vs Donald Trump può essere vista sotto molte prospettive: l’establishment contro il populismo; la navigata politica contro il sorprendente milionario; la potente esponente della (ormai) più potente dinastia politica americana ( i Clintons) contro il tycoon dal linguaggio politicamente scorretto; il meno peggio contro il peggio.

La prospettiva scelta da Obama è invece una prospettiva storica. In estrema sintesi,  per il presidente gli americani sono chiamati a decidere se il ciclo storico progressista iniziato circa dieci anni fa e che ha portato a significative conquiste sul fronte dei diritti sociali e civili deve andare avanti oppure se deve essere interrotto dalla rivincita dell’America più conservatrice, più arrabbiata e delusa dalla direzione presa dal paese in questo decennio.

E’ una lettura parziale e in fondo piena di contraddizioni, ma è condivisibile.

Economia

In questi anni l’economia statunitense è stata rilanciata dopo il crollo del 2008. E’vero che il divario tra i più ricchi e il resto del paese è notevolmente aumentato durante i due mandati di Barack Obama, ma il tasso di disoccupazione è fortemente calato e una parte dell’industria è tornata a produrre. Il ceto medio, soprattutto quello bianco ha sofferto (se si pensa agli anni’90), ma alla fine non è stato spazzato via dall’onda di piena della crisi.

Nel 2014, Barack Obama ha firmato un decreto per aumentare il salario minimo ad alcune categorie di dipendenti pubblici. Un fatto più simbolico che altro. Era un invito a seguirlo. L’industria privata non l’ha fatto, ma i giovani dei fast food che protestavano per cheidere l’aumento della paga oraria si sono sentiti meno soli. Così come si sono sentite meno sole quando Obama ha preso le loro parti, le donne che hanno lottato per avere un paga uguale a quella dei loro colleghi uomini.

Riforma Sanitaria e matrimoni gay

La riforma sanitaria di Obama è stata una conquista storica. E’vero che trenta e più milioni di americani non ne hanno beneficiato, ma almeno altrettanti lo hanno fatto. Era un traguardo che i democratici tentavano di raggiungere da almeno quarant’anni e che alla fine hanno colto grazie ai numeri di cui godevano alla Camera e al Senato al momento della sua approvazione.

L’altra grande conquista sono i matrimoni gay. Qui è stata la Corte Suprema a dire la parola definitiva, ma il Sì espresso da Barack Obama durante la campagna elettorale del 2012 è stato decisivo per sdoganare quel diritto che la comunità omosessuale statunitense reclamava da anni.

Il fronte progressista ha fatto passi in avanti in questo decennio anche su altre questioni.

Immigrazione e possesso delle armi

Alla fine del suo secondo mandato, Barack Obama ha varato un ordine esecutivo per la regolarizzazione di milioni di migranti irregolari. Il Congresso a maggioranza repubblicana, invece, blocca da tempo una riforma sull’immigrazione. Ma, ormai gli Stati Uniti stanno andando verso una nuova composizione etnica dove i bianchi saranno presto la minoranza rispetto alla somma delle altre etnie (che diventeranno quindi presto maggioranza). In questo cambiamento, saranno fondamentale gli ispanici. Quei migranti che Donald Trump vorrebbe fermare con un muro lungo il confine con il Messico.

Ci sono poi altre questioni dove i passi sono stati molto più timidi, ma ci sono stati. Pensiamo al possesso delle armi da fuoco. Dopo la strage della scuola elementare di Newtown è iniziato un dibattito vero. E’vero che non ha prodotto alcun cambiamento concreto grazie all’opera di lobby della National Rifle Association (che ha rapporti con molti esponenti del Congresso), ma per la prima volta dopo decenni una parte della società americana ha iniziato a interrogarsi veramente sulla questione.

Non è detto che questo dibattito in futuro non abbia gli stessi frutti che ha avuto quello sulla pena di morte. In questo decennio, dodici stati hanno deciso di abolirla o di varare una moratoria, aggiungendosi così altri altri dodici stati che l’avevano abolita in passato. Rimane in vigore nella maggioranza degli stati, ma l’ondata di abolizioni di questi anni è stata molto significativa.

Afroamericani

In questi anni ci sono stati (ma c’erano anche prima) gli omicidi della polizia dei ragazzi neri. Ma è nato anche Black Lives Matter.

Tutte le tensioni razziali emerse con l’elezione del primo presidente nero nella storia degli Usa si sono coagulate proprio attorno a quelle uccisioni, decine all’anno, figlie per lo più di un pregiudizio razziale dei poliziotti bianchi nei confronti dei giovani afroamericani. Tutto questo è emerso con forza e una parte della società statunitense ha risposto con un movimento d’opinione trasversale che ha ricordato ad alcuni l’iniziative degli anni delle lotte per i diritti civili.

Economia, riforma sanitaria, matrimoni gay, immigrazione, possesso delle armi, pena di morte, questione razziale.

L’America progressista in questi anni ha fatto in alcuni casi passi da gigante, in altri, passi molto più timidi. Ma li ha fatti.

Hillary Clinton è politicamente di centro, ma alcune di queste battaglie possono essere anche sue. Donald Trump è l’altra America.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Quella campagna così sfibrante per il Paese

La posta in gioco è molta alta, la riforma della Costituzione, ma sette mesi e più di campagna referendaria non sono pochi per un Paese come l’Italia che naviga in cattive acque.

Ventotto settimane, quelle che dividono il 2 maggio, il giorno in cui Matteo Renzi diede vita ai comitati referendari a Firenze, dal 4 dicembre, la data scelta per la consultazione, in cui il mondo politico si è concentrato solo ed esclusivamente sul tema: Renzi perderà o vincerà la sua scommessa?

Sette mesi di una campagna dall’andamento politicamente ed emotivamente altalenante. Iniziata con la bomba renziana (“Se perdo, lascio la politica”), proseguita con la presa di posizione dell’Anpi a favore del No e con i conseguenti attacchi del ministro Maria Elena Boschi (“I veri partigiani voteranno Sì”), continuata con il voto amministrativo di giugno (un pre-referendum sul presidente del Consiglio), questa campagna ha mutato d’umore quando Renzi si è reso conto dell’errore che aveva fatto personalizzandola così tanto.

Improvvisamente i toni sono diventati più soft (almeno nella forma), mentre nella sostanza, nulla è cambiato: i due schieramenti hanno continuato ventre a terra a fare propaganda per il Sì o per il No. Matteo Renzi si è preso la tv pubblica per spiegare al Paese la bontà della sua riforma. Gli altri, gli oppositori, si sono adeguati e hanno usato i mezzi a loro disposizione. Qualcuno possiede una corazzata mediatica (Forza Italia e la Lega). Qualcuno, chi sta a sinistra, si è dovuto arrangiare.

Molti hanno speso del tempo per spiegare nel merito le ragioni della loro posizione (come ha fatto Carlo Smuraglia nel confronto alla Festa dell’Unità di Bologna). Per lo più, però, il tema è stato il destino di Matteo Renzi.

Nelle ultime venti settimane, la principale attività del presidente del Consiglio è stata quella di convincere gli italiani a votare Sì. Di conseguenza, anche il lavoro del governo ne ha risentito. Non si ricordano grandi provvedimenti varati dall’esecutivo negli ultimi mesi. Anche il parlamento, complice il periodo estivo, si è sostanzialmente fermato dopo l’approvazione delle unioni civili.

In un primo tempo, il referendum avrebbe dovuto tenersi in ottobre. Poi è slittato a novembre. Infine, Matteo Renzi ha scelto la data ultima possibile: il 4 dicembre. Significa che ha bisogno di tempo per mobilitare il suo elettorato. Per adesso, infatti, nei sondaggi sembra prevalere il No.

La posta in gioco è molta alta, la riforma della Costituzione, ma sette mesi e più di campagna referendaria non sono pochi per un Paese come l’Italia che naviga in cattive acque. Sembrano non esistere altre priorità, mentre le priorità (la situazione economica) ci sarebbero e dovrebbero essere affrontate. La sensazione di stanchezza tra gli elettori è sempre più diffusa per un campagna troppo lunga, troppo chiassosa e troppo incentrata sul destino di una persona.

 

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    Michele Migone
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Beatrice Lorenzin si deve dimettere

Beatrice Lorenzin vive in un’altra epoca. Anzi, in epoche e in luoghi diversi da quelli in cui vive la maggior parte di noi. In ogni caso, non vive nell’Italia del 2016. Ed è forse questa la principale ragione per cui dovrebbe lasciare il suo incarico, dare le dimissioni da ministra della Salute.

L’esponente dell’Ndc ne ha combinata un’altra: dopo le recenti polemiche sul “Piano nazionale per la fertilità”  – un vero e proprio manifesto ideologico che di fatto sanciva la superiorità di chi fa figli – il ministero aveva optato per una campagna più neutra sugli “Stili di vita corretti per la prevenzione della sterilità e dell’infertilità”.

Più neutra ?!? Se con le linee guida del piano per la fertilità, il ministero della Lorenzin aveva espresso concetti simili a quelli che esprimeva il regime fascista (Italia anni ’30), con la la copertina dell’ultimo opuscolo siamo nell’Alabama degli anni ’60, o nel Sud Africa dell’apartheid.

La famiglia bianca e tradizionale viene contrapposta come modello positivo a un gruppo di giovani neri e/o hippy che invece rappresentano i cattivi nella narrazione del ministero.

Una gaffe? Magari chi ha scelto quella copertina era distratto ma è evidente che, come nel caso del Piano nazionale per la fertilità, anche dietro questa “leggerezza” c’è un impianto ideologico non degno di un membro del governo nell’Italia repubblicana.

Il Piano nazionale per la fertilità promuoveva solo il modello madre. Ora, se mai fosse possibile, Beatrice Lorenzin riesce a fare una cosa ancora peggiore: trasformare la sanità pubblica in sanità razzista. Per questo dovrebbe dare le dimissioni. Immediatamente.

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    Michele Migone
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Luca Mercalli: troppo scomodo per la Rai

La mannaia si è abbattuta anche su Scala Mercalli. La trasmissione che era in palinsesto su Rai 3 è stata cancellata. La dirigenza della rete l’ha comunicato a Luca Mercalli, uno tra i più famosi divulgatori scientifici televisivi. Come ci racconta lo stesso climatologo, non sono state date tante spiegazioni.

Ma è evidente che dietro alla decisione ci sono motivi politici. Il nuovo corso della Rai deve essere all’insegna del “nessuno disturbi il manovratore“. Lo dice lo stesso Mercalli a Radio Popolare.

“Chiedetelo a Daria Bignardi perché ci hanno chiuso. Io ho solo parlato con la dirigente che mi seguiva. Lei stessa non ha avuto troppe spiegazioni dalla direttrice della terza rete Rai”.

E quindi a cosa dobbiamo pensare?

“Ci sono tanti motivi. Io penso che i problemi ambientali oggi diano fastidio. Perché parlare di problemi ambientali in un momento di crisi economica, secondo una lettura vecchia e interessata, danneggia l’economia. Ovviamente sappiamo tutti che non è così; è una tesi destituita da ogni fondamenta, ma c’è a chi l’ambientalismo non piace. Il problema ambientale è un problema invece grave e quindi chi parla profondamente d’ambiente tocca degli interessi consolidati. E’ scomodo parlare di ambientalismo”.

E’ intervenuta qualche lobby?

“Ma non lo so… non credo. Io non ho mai parlato con Daria Bignardi. Il programma è nato l’anno scorso quando alla guida della rete c’era Andrea Vianello. Io so soltanto, perché lo vedo, lo sento, che parlare di ambientalismo procura fastidio a tanti, troppi interessi”.

Ci sono state puntate importanti: sulle trivelle, sulla No Tav…

“Tutte le puntate hanno trattato temi scomodi. Quando parli di clima, parli di emissioni e quindi di petrolio; quando parli di energia parli di petrolio; quando lo fai di cementificazione, tocchi gli interessi dell’edilizia… Insomma non c’è stata una puntata che non abbia toccato qualche aspetto scomodo”.

Quella sulle trivelle in piena stagione referendaria…siete andati direttamente contro il governo.

“Beh… sì, ma anche quando abbiamo parlato della cementificazione non siamo stati teneri. Se pensate che la legge sulla difesa del suolo stenta a passare come dovrebbe, io ho fatto vedere che più tempo passa e più i danni rischiano di essere irreversibili. Ho messo in luce l’urgenza di agire e le contraddizioni di un governo che tenta di accontentare tutti, ma che in realtà deve decidere da che parte andare tra petrolio ed energie rinnovabili”.

Ma tu pensi che ci sia stato un ordine diretto del governo per chiudere il programma oppure…?

“Ma non lo so, non mi interessa. La questione vera è che l’ambiente non interessa a nessuno. Non interessa al governo, che poi sente fastidio se qualcuno la tira fuori, non interessa ai cittadini. In fondo il programma non aveva milioni di ascoltatori, un milione sì, ma non milioni”.

Beh comunque non è poco avere un milione di telespettatori.

“Si, non è poco, ma rispetto ad altri temi che hanno più seguito, quello dell’ambiente può essere sacrificato (in quell’ottica)”.

Non ti aspettavi la chiusura?

“Direi di no, anche se sono sempre stato sul chi va là. I dirigenti che hanno voluto Scala Mercalli l’anno scorso sono stati lungimiranti, ma quando tratti questo tema sai bene che puoi dare fastidio”.

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    Michele Migone
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Per chi suona la campana della Brexit

Il vento della rivolta contro l‘establishment ha soffiato così forte sulla Gran Bretagna da sospingerla fuori dall’Unione Europea.

Chi ha votato per uscire dall’Ue non l’ha fatto solo per avversione contro Bruxelles, ma anche per dare una lezione alle classi dirigenti nazionali, incapaci di trovare una risposta all’inquietudine di una vasta parte della società britannica di fronte ai cambiamenti epocali della globalizzazione, primo tra tutti l’aumento delle diseguaglianze economiche.

La vittoria del Leave non è stata determinata solo da motivi politici ed economici, ma anche da fattori culturali che permeano la storia inglese, prima tra tutti la diffidenza verso tutti i poteri sovrannazionali che tolgono sovranità al governo britannico.

La Brexit ha vinto grazie al voto degli anziani contro i giovani, delle zone rurali contro i grandi centri urbani, delle città operaie del Nord inglese contro la Londra cosmopolita, che ha votato Remain anche nelle zone dove il benessere economico non è di casa.

Quell’Inghilterra inquieta e profonda ha voluto fare un salto indietro di 43 anni, nel tentativo di tornare a un passato più rassicurante e in apparenza più facile da decifrare, meno complesso e frustrante di un presente in cui l’incertezza economica della classe media, l’aumento delle diseguaglianze sociali e la questione dell’immigrazione, la fanno da padrone.

In questo senso, il voto della Brexit ha delle forti affinità con quello che sta accadendo dall’altra parte dell’Oceano, con le presidenziali negli Stati Uniti. Anche lì, una certa America (per lo più bianca, tradizionale e frustrata dall’ultimo decennio di cambiamenti sociali, negativi per la middle class, e di offensiva progressista sui diritti civili) cerca il suo riscatto seguendo il richiamo dello slogan di Donald Trump: “Far tornare grande l’America”.

E’ il vento della rivolta contro l’establishment che in Europa soffia da tempo e che nei diversi Paesi prende forme diverse. In Francia spinge il Fronte Nazionale alle porte dell’Eliseo; in Austria permette al candidato della destra di sfiorare la vittoria alle presidenziali; in Italia, questo vento assume una forma ancora diversa: lo abbiamo visto nelle recenti amministrative, con la vittoria del Movimento Cinque Stelle.

L’intero Occidente è ora invaso da questo vento. E, di fronte alla sua forza, le leadership nazionali e continentali mostrano tutta la loro debolezza. L’Europa deve ora fare uno scatto in avanti. Ci vuole una visione. L’epoca dell’austerità a tutti costi (sociali) deve terminare e lasciare lo spazio alla costruzione di uno spazio politico dove gli europei si sentano finalmente cittadini.

La Brexit è più di un campanello d’allarme. E’ la prova generale di quello che potrebbe accadere nella maggior parte dei Paesi occidentali se le classi dirigenti non saranno in grado di dare le risposte giuste in termini di equità, di giustizia sociale e di prospettiva esistenziale ed economica alle inquietudini di larghi settori della società.

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    Michele Migone
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La vittoria del M5S: una nuova fase politica nazionale

I risultati dei ballottaggi ci portano in una nuova fase politica. Il Movimento Cinque Stelle vince e si propone come l’unico antagonista in grado di insidiare seriamente Matteo Renzi.  Il Pd perde. Una sconfitta senza attenuanti, che non si tramuta in una vera e propria débâcle solo grazie alla vittoria di Giuseppe Sala a Milano.

Una vittoria sulla quale il presidente del Consiglio non potrà però mettere il cappello. Da una prima analisi dei risultati, sembra evidente come il centrosinistra rimanga a Palazzo Marino grazie al ritorno al voto di una parte degli astenuti di sinistra del primo turno e grazie ai voti di Basilio Rizzo e dei radicali di Marco Cappato che, pur di non lasciare la città in mano alla destra, hanno deciso di appoggiare l’ex commissario straordinario per Expo.

La destra subisce una forte battuta d’arresto. Tra il primo e secondo turno, le due formule proposte da quel fronte politico, antagoniste tra di loro, la Lega lepenista di Matteo Salvini e la coalizione moderata di Stefano Parisi, sono state entrambe bocciate. In più si è verificato un fenomeno significativo. Gli elettori di destra a Roma e a Torino hanno aiutato i Cinque Stelle a conquistare il Comune in nome dell’antirenzismo, ma a Milano i voti del movimento non sono stati fatti convogliare su Parisi, che infatti è rimasto al palo.

Quello che comunque imnpressiona nella vittoria dei Cinque Stelle è la sua nettezza numerica e politica. Un dato sul quale Matteo Renzi farà bene a riflettere. La sua strategia dovrà ora cambiare perché se questo voto non è stato un avviso di sfratto, poco ci manca.  L’autosufficienza elettorale del Pd appare ormai un lontano ricordo; l’appeal di Renzi sull’opinione pubblica è pesantemente scemato. Se Matteo Renzi non vorrà essere mandato a casa con il referendum del prossimo ottobre dovrà cambiare passo.

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    Michele Migone
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Perché Parisi non deve diventare sindaco

Ci sono almeno cinque ragioni e mezzo per cui Stefano Parisi non deve diventare sindaco di Milano.

  1. Milano sarebbe l’unica grande città europea governata da una coalizione di cui fa parte un partito, la Lega Nord, con posizioni apertamente xenofobe, razziste e con un’alleanza organica con formazioni politiche neofasciste. La vittoria di Parisi ci porterebbe vicino a Budapest e ben lontano da Londra o Barcellona. Sarebbe il trampolino di lancio per la destra lepenista a livello nazionale.
  2. Milano sarebbe in ostaggio due volte. Da una parte, della fase crepuscolare di Silvio Berlusconi sia come politico, sia come imprenditore. Nonostante le sue condizioni di salute, non uscirà di scena e userà il suo successo nel capoluogo lombardo come strumento per i suoi fini personali. Dall’altra, Milano sarà ostaggio della voglia di egemonia politica e culturale della Lega. Avremo un Centralino Gender anche al Comune di Milano?
  3.  La Milano dei diritti civili ne soffrirà. E’ vero che Stefano Parisi ha promesso che rispetterà la nuova legge sulle unioni civili, ma quali politiche sociali adotterà la sua giunta rispetto alle coppie di fatto e alle unioni omosessuali?  Il modello è quello del Family Day? Tutti gli altri non avranno più cittadinanza a Milano? Visto le premesse, è facile intuire le risposte.
  4. La Milano della legalità subirà forti contraccolpi. Una delle uscite più infelici di Stefano Parisi durante la campagna elettorale riguarda la Commissione antimafia del Comune di Milano. L’ha definita come uno strumento retorico, e quindi inutile. Eppure nel corso di questi anni è stato un importante presidio di controllo e monitoraggio sul territorio. Quella polemica sulla retorica dell’antimafia fa comprendere quanto Stefano Parisi non abbia capito l’importanza della diffusione di una cultura antimafiosa anche a Milano.
  5. La Milano delle donne diventerebbe molto marginale nel parlamentino della città. E’ noto, ma è bene ripeterlo. La vittoria di Stefano Parisi porterebbe ad avere 11 consigliere comunali su 48, tra cui solo 4 in maggioranza. In caso contrario, le donne sarebbero 20, di cui 16 in maggioranza.

L’ultima (mezza) ragione non riguarda Stefano Parisi, ma le dinamiche politiche nazionali.

Il voto amministrativo è diventato un voto contro Matteo Renzi. Se questo è avvenuto, è colpa del presidente del Consiglio che ha personalizzato lo scontro sul referendum costituzionale. Questo scontro si è sovrapposto alle elezioni del 19 giugno, che sono così diventate il banco di prova di quell’appuntamento.

Se il centrosinistra dovesse perdere a Milano, Renzi uscirebbe sconfitto dalle amministrative. Sarebbe un durissimo colpo. Ma non tanto forte da scalzarlo: come ha già annunciato, non si dimetterà. Direbbe che la colpa è di chi ha giocato la partita nel capoluogo lombardo e ha sbagliato il “calcio di rigore”. Rimarrebbe (più debole) a Palazzo Chigi, a combattere la vera partita decisiva: quella di ottobre.  Renzi avrebbe ancora carte da giocare. Milano, invece, sarebbe in mano alla destra.

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    Michele Migone
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La brutta notte elettorale di Renzi

La notte elettorale è stata molto deludente per il Pd.  Il sapore è quello della sconfitta. Matteo Renzi sapeva di andare incontro a una prova difficile, tanto da prendere le distanze da queste amministrative alla vigilia, ma neppure lui forse immaginava un risultato tanto negativo.  Deve riflettere perché su questo voto hanno giocato molti fattori che lo riguardano.

Milano è probabilmente il punto più dolente. Un sostanziale pareggio non era nelle previsioni. E invece è arrivato a causa soprattutto di un’astensione nata a sinistra e determinata dal profilo del candidato Giuseppe Sala.

Roma veniva considerata già persa e il fatto che Roberto Giachetti vada al ballottaggio è solo una consolazione: Virginia Raggi appare destinata a vincere al secondo turno con l’aiuto della destra. Il gruppo dirigente del Pd ha dato la colpa della sconfitta alla gestione del precedente sindaco Ignazio Marino, ma è evidente che la sconfitta arriva da lontano, dai fatti di Mafia Capitale.

A Napoli, il Pd rimane fuori dal ballottaggio. Anche in questo caso non si tratta di una sorpresa, ma è un risultato che brucia. Tra le grandi città, solo a Torino, il candidato del Partito democratico appare in una solida posizione. Piero Fassino guarda al secondo turno con la ragionevole speranza di essere rieletto.

Se Matteo Renzi piange, il Movimento Cinque Stelle, invece, ride. L’affermazione di Virginia Raggi a Roma è fuori di discussione. Al secondo turno, con l’aiuto dei voti di Giorgia Meloni, la candidata grillina dovrebbe conquistare il Campidoglio. Buona anche la prestazione a Torino (dove il M5s diventa il primo partito) e a Milano dove i suoi elettori rischiano di essere l’ago della bilancia del ballottaggio.

Anche per la destra è stata una serata positiva. Comunque sia, avanza l’ondata lepenista. Laddove è unita, come a Milano, risulta essere molto competitiva. Quando si presenta divisa, come a Roma, rimane fuori dal ballottaggio ma ha la forza numerica potenziale per giocarsi la partita.

Le forze a sinistra del Pd non possono dirsi soddisfatte per l’andamento di queste elezioni. Risultano marginali a Roma e a Torino, con percentuali che non le rendono determinanti in vista del ballottaggio, mentre a Milano possono avere voce in capitolo al secondo turno.

Infine l’astensione. Per molti è fisiologica e le percentuali di questa tornata elettorale ci portano ai livelli della maggior parte dei paesi europei. Può essere. In realtà quello che si intravvede dietro questa disaffezione alle urne è un sempre maggior distacco dalla politica. La sinistra sembra subire i maggiori danni di questa situazione. E’ un dato sul quale è indispensabile riflettere.

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    Michele Migone
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Una strage di bambini che non servirà a nulla

Negli ultimi giorni almeno 700 migranti sarebbero morti mentre tentavano di attraversare il Mediterraneo. Decine di loro erano bambini. L’ultima, l’ennesima strage, non servirà a cambiare le cose. L’Europa si era commossa per la foto del piccolo Aylan, ma poi si è  presto dimenticata di quella immagine. Come si è scordata del destino di centinaia di migliaia di minori che ogni giorno tentano di approdare sul Vecchio Continente.

alayn

L’indifferenza regna sovrana. In questi anni, nessun appello è stato ascoltato. Eppure dietro i numeri ci sono le storie di bambini e bambine che hanno perso i genitori lungo la traversata e sono costretti ad affrontare un futuro solitario nelle strutture di accoglienza; eppure, ci sono i racconti dei minori che da soli intraprendono il viaggio della speranza, e che si ritrovano in un girone infernale fatto di trafficanti  di essere umani, di violenze e omicidi, di stupri e sofferenze.

Andrea Iacomini è il portavoce dell’Unicef in Italia. Nelle sue parole, la speranza che qualche cosa possa cambiare per questi minori è molto flebile. Le priorità politiche sono altre. A farne le spese sono centinaia di bambini che scappano dalla guerra o dalla fame. Nell’intervista a Radio Popolare, Iacomini ribadisce un appello fatto al Presidente del Consiglio Matteo Renzi: dare vita a un piano riguardanti i minori (e non solo le famiglie) nell’Immigration Pact europeo.

Andrea Iacomini

Giovanna Di Benedetto è la portavoce di Save the Children. Da anni raccoglie i racconti dei minori che sbarcano sulle nostre coste. Racconti diversi, ma tutti uguali. C’è chi ha perso i genitori durante la traversata; c’è chi è a dieci, dodici anni è partito dal paese d’origine perché già consapevole di non avere alcun futuro nella terra natia. Tutti accomunati da un unico destino: saranno costretti a convivere per i prossimi anni con il dolore per quello che hanno vissuto e visto.

-Giovanna di Benedetto

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    Michele Migone
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L’Anpi e le ragioni del No al referendum

“Se le persone vanno a votare per me è un bene”. Carlo Smuraglia, appena rieletto presidente dell’Anpi, commenta la possibilità che si voti in due giorni, domenica e lunedì, anche per il referendum istituzionale del prossimo ottobre.

“Dobbiamo riportare i cittadini alle urne. Bisogna porre termine alla disaffezione al voto. Certo, rispetto al passato questa sembra una scelta di convenienza da parte del governo. Però, alla fine, tutto ciò non mi interessa: l’importante è che i cittadini vadano a votare. Nel referendum sulle trivelle noi abbiamo abbiamo invitato le persone a recarsi alle urne, il governo invece ha fatto il contrario. Ora l’esecutivo ha cambiato idea? Bene, meglio così.” Forse perché i sondaggi danno vincente il no? “Forse…”

Carlo Smuraglia torna anche sulle parole della ministra Maria Elena Boschi, che aveva detto: “Chi vota No al referendum di ottobre vota come Casa Pound”. Partigiano, antifascista da sempre, Smuraglia afferma: “Il paragone era così assurdo! Io a vent’anni ho fatto una scelta di campo che poi ho mantenuto per tutta la vita. Le parole della Boschi non mi hanno indignato o depresso. Semplicemente, se non fossi stato un poco scandalizzato, avrei riso. E’ solo il tentativo di alzare il livello della polemica. Ma non mi interessa farlo. A me interessa solo informare i cittadini sul contenuto della riforma. Perché se questo avverrà, la riforma verrà bocciata. Penso che sia stato un segno di debolezza da parte della Boschi. Forse hanno visto i sondaggi e allora si sentono in difficoltà”.

Qui potete sentire l’intera intervista a Carlo Smuraglia

Carlo Smuraglia

 

 

 

 

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    Michele Migone
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Referendum: Renzi gioca pesante

L’avevamo scritto qualche giorno fa: non c’è un bel clima attorno al referendum istituzionale. A sei mesi dalla consultazione, i toni sono già pieni di veleno. La prima puntata ha coinvolto la magistratura. Dopo lo scoppio del Caso Morosini (la conversazione pubblicata su Il Foglio), i magistrati sono stati cordialmente “invitati” a non prendere posizione.

Il vicepresidente del Csm Giovanni Legnigni ha motivato così la sua esortazione: è ormai diventato un appuntamento “politico”, quindi è meglio che le toghe si astengano da giudizi sulla riforma costituzionale.

Chi l’ha trasformato in questo modo, è bene ricordarlo, è stato Matteo Renzi. Il presidente del Consiglio ha legato il suo futuro in politica alla vittoria dei Sì. Per questo ha lanciato la mobilitazione del suo partito, ma soprattutto ha dato il via alla radicalizzazione della campagna referendaria.

I toni usati contro i sostenitori del No sono duri. E lo sono in particolar modo con chi fa parte del fronte progressista. In questo caso, si sfiora (e talvolta, si punta) alla deligittimazione.

È il caso delle parole usate da Maria Elena Boschi: “Chi vota No vota come Casa Pound”, ha detto la ministra. Nessuna equiparazione, solo una constatazione, ha voluto precisare. In realtà, la sostanza politica non cambia.

Boschi ha usato la retorica come una clava con un chiaro obiettivo: presentare come estremisti (antidemocratici e conservatori) tutti coloro che sono contrari alla riforma. Si tratta di un’evidente manipolazione.

Fa specie sentirla mettere sullo stesso piano Casa Pound e l’Anpi, i neofascisti e i presidenti emeriti della Corte costituzionale, i nipotini di Mussolini e le decine di giuristi e intellettuali che si sono schierati per il No. In politica, si possono mischiare le carte, ma farlo come lo ha fatto Maria Elena Boschi sembra essere più il frutto di una stizzosa reazione alle critiche che un modo efficace di difendere le sue ragioni.

Spiace dirlo, ma quelle di Boschi appaiono le parole della rappresentante di una classe dirigente politica già autoreferenziale, insofferente alle critiche, incline a non ascoltare le ragioni dell’altro;  una classe dirigente che ha fatto del rinnovamento il proprio passe-partout per entrare nella stanza dei bottoni, ma che ora è incapace, o non ha alcuna voglia, di guardare oltre a quell’orizzonte.

Non c’è rispetto nelle parole di Boschi. Non c’è alcun rispetto per le storie, le biografie, le idee, i filoni del pensiero politico democratico che sono dietro le decine di personaggi pubblici e semplici cittadini, dietro ai probabili milioni di persone che in nome di un equilibrato balance of powers delle istituzioni repubblicane voteranno No al prossimo referendum.

L’Italia ha bisogno di statisti che la guidino oltre il guado, non di politici che la buttano in rissa, alimentando lo scontro politico e le divisioni.

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    Michele Migone
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Il pessimo clima attorno al referendum

C’è un pessimo clima attorno al referendum istituzionale sulle riforme. Il “caso” Morosini è esemplare. Che cosa è successo? Il quotidiano Il Foglio ha pubblicato una lunga intervista a Piergiorgio Morosini, membro togato del Csm, esponente della corrente di sinistra di Magistratura Democratica.

Un’intervista – arrivata (guarda caso)  il giorno dopo lo scontro al Consiglio superiore della Magistratura sull’arresto del Sindaco di Lodi Simone Uggetti – che ha provocato un putiferio politico, l’intervento del Guardasigilli, un’infuocata riunione al Plenum e un aumento della già forte tensione tra il governo e i magistrati.

Il titolo dell’articolo riguardante Piergiorgio Morosini è: “Perché Renzi va fermato”. È tra virgolette. Quindi, dovrebbe trattarsi di una frase detta dal magistrato. Nell’intero articolo, questa frase però non compare. Non vi è traccia di queste parole.

Scoppiato il caso, è lo stesso Morosini a sottolinearlo nella sua parziale smentita affidata a un comunicato. Il magistrato ammette di aver parlato con la cronista del Foglio, smentisce però di aver mai rilasciato un’intervista, spiega come le sue affermazioni siano state travisate, ribadisce però di non aver detto mai quella frase. Una frase che infatti nel testo non compare, ma solo nel titolo.

Un titolo che viene collegato ad arte alla sostanza politica della conversazione con Morosini: il suo impegno attivo con il fronte del No nel referendum sulla riforma istituzionale di Matteo Renzi.

L’equazione suggerita è dunque semplice: Morosini vuole mandare a casa Renzi contribuendo alla vittoria del No nella consultazione del prossimo autunno.

Se in questo articolo il collegamento tra le cause e i motivi dell’azione del magistrato è basato sul gioco tra titolo e testo, diventa invece esplicito nell’editoriale del direttore del Foglio, Claudio Cerasa, che compare nella stessa pagina.

Cerasa dice esplicitamente: c’è un disegno delle toghe per bloccare l’azione del presidente del Consiglio. (Vi ricorda qualche cosa e qualcuno ?)

“Esiste – scrive  il direttore del Foglio – una volontà esplicita di una parte della magistratura politicizzata di combattere moralmente il governo sul terreno fertile dello scontro sul referendum costituzionale”.

Il motivo? Evitare che vengano meno i contrappesi tra i poteri dello Stato, è la sintesi del direttore del Foglio. È la paura delle toghe di essere alla mercè della politica, nel caso in cui dovesse passare una riforma che concede ampi poteri all’esecutivo. Da qui, le uscite dell’Anm di Piercamillo Davigo e le numerose inchieste sui parenti dei più influenti membri del governo; gli arresti (considerati) facili.

È la teoria del Grande Complotto della magistratura; una teoria che pensavamo di esserci lasciati alle spalle con la fine dell’Era Berlusconi e che, invece, purtroppo ci ritroviamo ancora una volta davanti.

L’operazione editoriale del Foglio è stata abile e Piergiorgio Morosini è apparso ingenuo nel cadere nella trappola. Per quel titolo (una frase mai detta) e per il contenuto dell’articolo, incentrato sul referendum di ottobre, il ministro della Giustizia Orlando ha chiesto chiarimenti al vicepresidente del Csm Legnini. Un intervento indiretto quello del Guardasigilli, ma comunque pesante nei confronti di Morosini.

C’è un pessimo clima attorno al referendum istituzionale sulle riforme. Qualche settimana fa, Fabrizio Rondolino, ora vicino a Matteo Renzi, ha sferrato un durissimo attacco contro il presidente nazionale dell’Anpi Carlo Smuraglia per le sue prese di posizione a favore del No.

Con toni irridenti, vicino all’insulto, l’ex portavoce di Massimo D’Alema, ha sferzato Smuraglia. Da microfoni di Radio Popolare, lui ha risposto: “Si è trattato di una sorta di ammonimento perché l’associazione dei Partigiani non si intrometta nella campagna per il referendum costituzionale”.

Una trappola per Piergiorgio Morosini, un ammonimento per Carlo Smuraglia. Alta è la posta in gioco nella consultazione. Per il Paese, soprattutto, ma anche per lo stesso Matteo Renzi che con quel referendum (come egli stesso ha più volte ripetuto) si gioca il futuro in politica.

Sarebbe importante che a quell’appuntamento si arrivasse senza aver provocato troppe macerie (istituzionali, nel caso dello scontro tra esecutivo e magistratura); senza teorie del complotto, vecchie e dannose, tirate fuori ad hoc, come ha fatto il Foglio,  per creare un clima politico irrespirabile; senza quella volontà di dividere (o con me o contro di me) che troppo spesso è stata utilizzata nella sua comunicazione politica da Matteo Renzi.

Sei mesi di una campagna elettorale così, il Paese non li merita. Mai più.

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    Michele Migone
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La disaffezione alla democrazia

L’operazione di Matteo Renzi è riuscita. Il referendum non ha raggiunto il quorum. Il governo aveva puntato su questo risultato e ha colto l’obiettivo.

E’stato per tante settimane un referendum clandestino. E quando il tema è diventato più scottante, il presidente del consiglio ha lanciato l’invito alla non partecipazione al voto, un atto di grande scorrettezza istituzionale.

In compenso, lo stesso Matteo Renzi ha già dato il via alla campagna per il referendum costituzionale del prossimo autunno. Quello sul quale si gioca il suo futuro politico.

Immaginiamo che in quella occasione vedremo un’importante spinta dell’esecutivo alla partecipazione al voto. Non ci sarà un problema di quorum (non è previsto in questo caso), ma, per il governo sarà necessario vincere a tutti i costi.

E quindi, siamo facili profeti, vedremo la mobilitazione  dell’elettorato e dei media. Il tempo che la Rai non ha dedicato alle trivelle, sicuramente verrà dedicato alle ragioni della Riforma Boschi.

Preoccupa questa disinvoltura da parte del governo nel gestire uno degli strumenti più importanti della nostra democrazia.

E’ bene ricordare che la partecipazione al voto degli elettori è sempre importante e non deve essere direzionata o condizionata a seconda della convenienza politica del capo dell’esecutivo perché questo gioco rischia di rendere ancora più difficile il rapporto, già sfibrato, tra gli elettori e le nostre istituzioni rappresentative

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    Michele Migone
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Ora sia la ministra Boschi a fare chiarezza

Bene ha fatto la ministra Federica Guidi a dare le dimissioni. L’episodio in cui è rimasta coinvolta è grave. La conversazione con il fidanzato, l’imprenditore Gianluca Gemelli, indagato nell’inchiesta di Potenza, ha rivelato un palese conflitto d’interesse.

Dall’intercettazione pubblicata dal sito di Repubblica si comprende come sia stata proprio Guidi a chiedere di reinserire un emendamento nell’ultima Legge di Stabilità che in un primo tempo era stato bocciato. L’emendamento avrebbe sbloccato i lavori al sito petrolifero di Tempa Rossa, gestito dalla Total. Gli affari di Gemelli – subappalti per due milioni e mezzo di euro – ne avrebbero beneficiato.

Federica Guidi a chi ha avanzato la richiesta di reintrodurre l’emendamento? Nell’intercettazione viene fatto il nome della ministra Boschi: “Maria Elena è d’accordo”, dice Guidi al fidanzato.

Le due si sono parlate? Se così fosse, la vicenda diventerebbe ancora più complicata. L’attività come imprenditore di Gianluca Gemelli è ben nota. Boschi ne era all’oscuro? È stato un favore fatto a una collega?

Nel giro di poche settimane, il governo Renzi si è trovato al centro di due importanti casi di conflitto d’interessi. Ora Federica Guidi. Prima di lei, la vicenda in cui è rimasta coinvolta proprio Maria Elena Boschi, la quale si è dovuta difendere in parlamento per il coinvolgimento del padre, Pierluigi, nel caso Banca Etruria.

Non è un bel segnale. In questi due casi, è apparsa esserci troppa confusione tra il ruolo pubblico e gli affari di famiglia.  La trasparenza lascia così il passo a un’opacità di gestione della cosa pubblica che fa intravvedere sullo sfondo una mancanza di cultura istituzionale che alla fine potrebbe essere interpretata come una spregiudicata concezione del potere.

Federica Guidi ha preso atto dell’opportunità di lasciare il suo posto. Un gesto che ha contribuito a fare chiarezza. Ora si dovrebbe fare chiarezza anche sul comportamento di Maria Elena Boschi. Se era consapevole di chi avrebbe poi beneficiato di quell’emendamento, dovrebbe anche lei riflettere sul da farsi.

Il quadro diventa anche più fosco se si aggiunge un altro elemento: il referendum sulle trivellazioni. Una consultazione – di fatto – oscurata dal governo. È vero che il sito di Tempa Rossa non c’entra con il voto del 17 aprile, ma la vicenda in cui sono rimasti coinvolti Federica Guidi e Gianluca Gemelli è una storia che riguarda il petrolio, gli affari del fidanzato della ministra, il governo. Una storia di lobby e interessi alla vigilia del referendum. Non è un bella storia.

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    Michele Migone
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Egitto: radiografia del regime di Al Sisi

Il dirottamento su Cipro, le polemiche sull’omicidio di Giulio Regeni, le critiche degli Usa sulla repressione, la crisi sociale ed economica: l’Egitto è nell’occhio del ciclone.

Ne abbiamo parlato con Giuseppe Dentice, ricercatore dell’Ispi, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. “Il regime di Al Sisi si trova in una situazione delicata. Deve affrontare molti dossier importanti, ma sembra non averne la forza”.

Questo regime non è solido ?

“Apparentemente sembra di sì, perché è un regime militare e nessuno sembra in grado di contrapporsi al suo potere. In realtà, io penso che sia abbastanza fragile. Io credo che abbia ragione chi dice che questo è un ‘non-regime'”.

In che senso?

“Nel senso che non si sa bene chi comandi. È una sorta di autocrazia, la somma di alcuni poteri forti che cercano continuamente un equilibrio tra di loro e che influenzano lo stesso presidente egiziano”.

E quali sono i centri di potere?

“I militari – che sono forza politica ed economica, visto che detengono più o meno il 30 per cento del Pil; i Tycoon, i grandi imprenditori che sono di estrazione per lo più liberale; la magistratura, rimasta molto legata a Mubarak, che oggi appoggia Al Sisi”.

Tre centri di potere. Ma i militari non sono i più forti?

“Sì, lo sono fino a prova contraria. Detengono il controllo in tutto il Paese, ma lo fanno anche grazie al fatto che gli altri centri di potere lo permettono”.

La situazione economica è un altro grave problema per Al Sisi…

“Sì. Ricordiamo che le proteste del 2010 e 2011 erano nate a causa delle crisi economica e che solo dopo sono diventate delle lotte politiche. Le cose ora non vanno meglio. Il Pil è tornato a crescere, ma non come in passato; il turismo è in crisi vista la situazione politica; c’è il terrorismo. Il regime ha cercato di rilanciare l’economia con grandi opere infrastrutturali come quelle relative all’ampliamento del Canale di Suez, ma non è servito a molto”.

È per quello che è aumentata la repressione?

“Sì, non c’è stata una risposta concreta ai problemi della gente e quindi il regime ha aumentato il livello di repressione per evitare che il malumore sfociasse in proteste di piazza. Non è un fatto nuovo. È la tradizione dei regimi mediorientali. Al Sisi si è convinto che questa sia la strada giusta da seguire. E lo ha fatto”.

È in questo contesto che si deve inserire la morte di Giulio Regeni?

“Probabilmente sì. Ci mancano ancora tante informazioni, ma il quadro è questo. L’unica cosa che  possiamo dire è che Regeni si sia trovato nella situazione sbagliata al momento sbagliato. Purtroppo qualcuno all’interno degli apparati dello Stato non è riuscito a dosare l’uso della forza”.

Queste tensioni possono sfociare in qualche cosa di importante?

“La situazione potrebbe degenerare solo se in piazza oltre ai giovani, ai disoccupati, scendessero anche le forze di qualche apparato dello Stato. Faccio un esempio: la polizia. È un organo importante, è alla pari di altri corpi dello Stato. C’è malumore tra gli agenti, un disagio finora controllato attraverso l’aumento delle paghe, ma se questo non dovesse più bastare per Al Sisi sarebbe un grosso problema”.

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    Michele Migone
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Omicidio Regeni: i perché di una montatura

Nessuno ha creduto alla montatura delle autorità egiziane sulla morte di Giulio Regeni. La versione secondo cui sarebbe stato rapito e ucciso da una banda di criminali comuni non sta in piedi. Il regime di Al Sisi pensava che l’opinione pubblica italiana potesse accettarla? Probabilmente, no. E’così smaccatamente falsa che nessuno avrebbe potuto dargli credito.

Ma allora perché è stata proposta? Qui si possono fare solo supposizioni. La prima: il regime egiziano ha voluto saggiare le reazioni italiane, e in particolare quelle del governo, piuttosto timide in questo caso. Un sorta di grande prova generale per quando verrà fornita una nuova versione di comodo, più verosimile, ma non meno lontana dalla verità. Quella sarà la verità che Al Sisi ha promesso, ma non sarà la verità sull’omicidio Regeni.

La seconda ipotesi, collegata alla prima: con questa versione, le autorità egiziane ci stanno dicendo che l’omicidio di Giulio Regeni rimarrà impunito. Le vere responsabilità – che con sempre maggiore evidenza sono da far risalire al regime stesso – non verranno mai ammesse, con buon pace delle mobilitazione dell’opinione pubblica italiana.

La terza suggestione: la versione fornita è una rivendicazione dell’omicidio Regeni. In tutto quello che abbiamo visto in questi due giorni c’è un solo dato oggettivo. La ricomparsa dei documenti del giovane ricercatore italiano. Sono nelle mani delle autorità egiziane. Da quanto? Perché una banda di criminali comuni avrebbe dovuto tenere con sé i documenti di una persona al centro di uno scomodo caso internazionale?

Ora il governo italiano si faccia sentire. Richiami l’ambasciatore. E’ una questione di dignità nazionale e di rispetto dei diritti umani. Noi vogliamo verità e giustizia per Giulio Regeni. Nulla di più, nulla di meno.

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Regeni: il governo italiano respinga le bugie egiziane

Il governo italiano non deve essere complice; non deve accettare una verità sulla morte di Giulio Regeni che appare chiaramente falsa, frutto di una messa in scena del regime di Al Sisi. La versione avallata dal ministero dell’Interno egiziano non è credibile.

Il ricercatore italiano sarebbe stato ucciso da una banda di criminali comuni specializzata in sequestri di persona, tutti uccisi, guarda a caso, durante l’operazione di polizia organizzata per catturarli.  E quale sarebbe la prova, secondo le autorità de Il Cairo?  Il portafogli e i documenti di Giulio ritrovati in un appartamento collegato alla banda, fotografati su un piatto d’argento (letteralmente) e postati sulla pagina Facebook del ministero dell’Interno egiziano. In più, secondo fonti della Procura generale, i parenti degli uccisi avrebbero affermato che Regeni sarebbe stato ucciso perché aveva tentato di resistere a una rapina.

regeni documenti

Come è possibile accreditare questa versione visto che l’autopsia sul corpo del giovane ricercatore ha provato che Regeni è stato torturato a lungo primo di subire il colpo che lo ha ucciso? Per quale motivo la banda di criminali avrebbe dovuto tenere sequestrato per diversi giorni un occidentale senza chiedere un riscatto, torturarlo e poi ucciderlo?

Come era prevedibile, il regime egiziano ha presentato un capro espiatorio (anzi, cinque), una versione di comodo nella speranza (o nella certezza) che le autorità italiane, in nome della Realpolitik, l’accettino. Palazzo Chigi ha fatto sapere che il governo “continua a essere determinato affinché le indagini in corso facciano piena, totale luce, senza ombre o aloni, sulla morte del giovane ricercatore italiano”.

Una posizione che appare timida. La versione accreditata dalle autorità egiziane è un insulto alla verità. Il governo italiano non deve essere complice. Deve rispondere con forza a questo tentativo di seppellire sotto una coltre di bugie le vere responsabilità della morte di Giulio Regeni, responsabilità che – sembra sempre più evidente – devono essere fatte risalire allo stesso regime egiziano. Non ci si può accontentare di una versione di comodo. Non si deve.

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    Michele Migone
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Regeni: verità ancora lontana dopo le parole di Al Sisi

La verità sul caso Regeni non è più vicina dopo l’intervista del presidente egiziano Al Sisi al quotidiano La Repubblica.

Le sue assicurazioni sono apparse poco convincenti, il tono più improntato alla realpolitik, l’eloquio pieno di messaggi trasversali al governo italiano.

Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, l’associazione per i diritti umani che ha lanciato la campagna per la verità sulla morte di Giulio Regeni, commenta le dichiarazioni del presidente egiziano.

“Mi sembra che Al Sisi abbia utilizzato l’intervista per promuovere il suo ruolo di stabilizzatore, di persona indispensabile per evitare il caos in Egitto. Ha voluto presentarsi come un capo di governo di cui fidarsi e questo credo che non ci porti più vicini alla verità sul caso di Giulio Regeni”.

Secondo lei, Al Sisi ha accettato di parlare perché la campagna per Regeni sta avendo seguito in Italia?

“Penso che la campagna abbia avuto effetto, così come l’ha avuta la risoluzione del parlamento europeo. Però questo è solo l’inizio. A questo proposito devo dire che ho visto troppo entusiasmo in alcuni ambienti italiani dopo l’intervista ad Al Sisi, un entusiamo precoce ed eccessivo. Nell’intervista non ha voluto toccare il tema dei diritti umani violati in Egitto. Anzi. Su questo, il presidente egiziano ha creato una vera e propria cortina fumogena. E poi, lo ha fatto anche sul caso Regeni, parlando di un episodio isolato, avvenuto ai danni delle relazioni Italia-Egitto. Insomma, credo che ci sia stata un’apertura di credito eccessiva nei suoi confronti”.

Si riferisce ai commenti di Matteo Renzi?

“Si. È evidente che, secondo me, Renzi si sia mostrato troppo ottimista. Ha parlato di una collaborazione tra le autorità dei due Paesi che a mio giudizio è ancora tutta da dimostrare. L’entusiasmo di Renzi fa entrare l’Italia in una fase in cui il nostro Paese chiede verità e giustizia e tende a fidarsi del soggetto a cui chiede verità e giustizia”.

Dobbiamo essere pessimisti?

“Non per forza. Continuo a pensare che la verità possa emergere se la magistratura italiana sarà aiutata. Ritengo però che queste aperture di credito ad Al Sisi rischiano di inficiare questi sforzi. Queste aperture di credito potrebbero aprire la strada all’accontentarsi di una verità di comodo, abbandonando la strada della verità”.

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    Michele Migone
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Terremoto elettorale in Germania

Per Gian Enrico Rusconi, uno dei più importanti germanisti italiani, il voto che ha visto l’affermazione di Alternativa per la Germania nei tre laender in cui si è votato domenica, è un vero e proprio terremoto. Il sistema politico tedesco ne esce modificato, più vicino a quello degli altri paesi europei dove l’ondata populista da tempo minaccia la stabilità, se non addirittura l’esistenza, dei partiti tradizionali. Per la Cdu è andata male; per l’Spd ancora peggio: vincono gli anti europeisti che hanno portato avanti una campagna elettorale a base di slogan contro gli immigrati.

In questo quadro, dice Gian Enrico Rusconi, emerge un paradosso politico: Angela Merkel, apparentemente la Grande Sconfitta, in realtà può uscire avvantaggiata dal test elettorale. Per un semplice motivo: pur indebolita, la cancelliera rimane l’unico baluardo contro l’avanzata dell’anti politica. Non ha rivali nel suo partito perché nessuno è in grado di insediarle la poltrona ed è l’unica in grado di coagulare attorno a sé una Grande Alleanza dei partiti tradizionali (Spd, Verdi e Liberali, che in queste elezioni hanno rialzato la testa) contro le forze dell’ anti politica.

L’Europa deve riflettere dopo questo voto, dice ancora Rusconi. La Germania è inquieta; i tedeschi sono inquieti. La nuova ondata di immigrati non è stata assimilata. La decisione di Angela Merkel di fare entrare i profughi siriani non è stata capita. Lei ha sempre rivendicato con orgoglio la scelta fatta; molti dei suoi connazionali, invece, l’hanno rifiutata.  Da ieri, Berlino è un’isola elettorale meno felice rispetto al passato.

Qui potete ascoltare l’intera intervista a Gian Enrico Rusconi

Rusconi per sito

 

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Fassina: Giachetti non rappresenta il nuovo per Roma

Stefano Fassina è il candidato per la sinistra nella corsa al Campidoglio. Commenta da avversario la vittoria di Roberto Giachetti nelle primarie del Pd.

“Il programma che esprime Roberto Giachetti è in continuità con tutto quello che abbiamo visto negli ultimi 20 anni a Roma. Non a caso lui è stato capo gabinetto della giunta Rutelli. Noi abbiamo bisogno di una netta discontinuità con quelle esperienze, con quei compromessi al ribasso che molte amministrazioni hanno fatto con diversi palazzinari e che poi hanno determinato i disastri che oggi conosciamo. A Roma c’è bisogno di una ricostruzione morale, economica e amministrativa”.

Vuol dire che Giachetti non è un volto nuovo…

“Non si tratta di volti nuovi, ma si tratta di scelte strategiche per la città e lui è in continuità con un modello che dobbiamo archiviare”.

Cosa ne pensa del calo di affluenza alle primarie?

“Conferma la bontà dell’analisi dalla quale siamo partiti per la mia candidatura: si è determinata una frattura profonda tra il Pde il popolo del centrosinistra. Ancora una volta c’è stato un crollo della partecipazione. Noi dobbiamo convincere i delusi che un cambiamento sia possibile”.

Come sarà la competizione per il Campidoglio?

“Spero sia focalizzata sui programmi. In queste settimane ho cercato di mettere al centro la questione del debito capitolino perché quella è la chiave di volta per mantenere poi le promesse che si fanno.  Dobbiamo ristrutturare quel debito perché assorbe ogni anno la metà dell’addizionale Irpef e che lascia le casse comunali prive delle risorse necessarie per la mobilità sostenibile e per il welfare, visto, per esempio, che si vogliono provatizzare gli asili nido. Spero si possa discutere di programmi e non fare chiacchere al vento”.

Quali sono le prospettive della sua candidatura?

“E’sostenuta da tutta la sinistra romana. Andiamo avanti. In queste settimane abbiamo trovato consenso in tanti pezzi della città che noi chiamiamo “La meglio Roma” perchè continua a combattere per la solidarietà, la legalità, per l’integrazione. E’quella Roma, la protagonista della riscossa della città”.

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“Perché la versione della morte di Piano e Failla non convince”

Perché due sono morti e gli altri due sono ora liberi? I quesiti sul destino dei quattro ostaggi in Libia sono ancora molti. Non è ancora chiara la dinamica dell’uccisione di Salvatore Failla e di Fausto Piano,così come non è ancora chiaro come Gino Pollicardo e Filippo Calcagno siano stati liberati.

I famigliari di Salvatore Failla hanno diffuso una dichiarazione tramite il loro  legale chiedendo che “dopo tante reticenze, segreti e misteri si spieghi come è stato possibile che appena ventiquattro ore dopo la morte di Salvatore Failla e Fausto Piano siano stati liberati gli altri due connazionali”.

Abbiamo parlato con l’avvocato Francesco Caroleo Grimaldi.

Quando parlate di reticenze, segreti e misteri a cosa vi riferite?

“Parto dal tragico epilogo. A 24 ore dalla morte dei primi due ostaggi c’è stata la liberazione degli altri due. Quest’ultima circostanza non può essere ritenuta superficiale e non collegata al primo, drammatico evento. In sostanza, ci sono ancora molti quesiti aperti in questa vicenda”.

Ma quali misteri ci sono ancora?

“Non sappiamo ancora come siano morti Salvatore Failla e Fausto Piano. Dobbiamo aspettare che ci sia l’autopsia (affidata all’Istituto di Medicina Legale del Policlinico Gemelli di Roma nella serata del 4 marzo, ndr). Un conto è che siano morti durante una sparatoria perché colpiti per sbaglio o perché usati come scudi umani, e un altro è, come dicono alcune autorevoli fonti giornalistiche, che i due siano stati uccisi con un colpo d’arma da fuoco alla nuca. In questo caso si tratterebbe di un’esecuzione. Un’esecuzione 24 ore prima della liberazione degli altri due ostaggi aprirebbe scenari inquietanti”.

Quali?

“Evidentemente la morte dei primi due sarebbe strettamente collegata alla liberazione degli altri due. Siamo nel campo delle ipotesi e voglio pesare responsabilimente le cose che dico, ma penso che qualcosa non sia andato nel verso giusto. Qualcosa  non è stato fatto per i primi due ostaggi ma è stato fatto per gli altri due”.

Quali sono i segreti?

“Non sappiamo chi abbia dato il via al conflitto a fuoco, non sappiamo se chi ha attaccato il convoglio sapesse della presenza degli ostaggi italiani. Abbiamo saputo immediatamente che i due morti erano Failla e Piano. Possibile che non si sappia ancora chi li abbia uccisi?”.

Ma le autorità italiane cosa vi hanno detto?

“Io non ho parlato con funzionari del governo, ho parlato con la Procura. La signora Failla ha invece da tempo un dialogo con la Farnesina, ma anche lei non ha informazioni in più rispetto a quelle che ho io”.

Durante il sequestro la famiglia è stata informata di eventuali trattative?

“Si, certo.  Senza però scendere mai troppo in particolari. Si sapeva che c’erano contatti, che le trattative andavano avanti, che il ministero si stava muovendo  in modo efficace. C’era speranza, una ragionevole speranza che tutto andasse bene”.

Si sapeva chi li aveva rapiti?

“Il ministero lo sapeva, ma a noi non l’ha mai detto”.

L’impressione era che la situazione fosse sotto controllo?

“Si, assolutamente. Io ho avuto la possibilità di parlare solo una volta con il responsabile dell’unità di crisi della Farnesina e l’impressione era quella. Lui mi diceva che l’Italia aveva sempre riportato a casa gli ostaggi. Di fronte ad affermazioni di questo genere, da parte nostra c’era fiducia e il rispetto della consegna del silenzio”.

Erano nelle mani dell’Is ?

“Non è chiaro. Di certo sappiamo che il conflitto a fuoco si è svolto nell’area conquistata di recente dall’Is”.

Gli ostaggi sono passati di mano?

“Credo proprio di sì”.

Voi avete avvertito una preoccupazione maggiore da parte dei vostri contatti al ministero negli ultimi tempi?

“Parlo per me e per la famiglia Failla. La preoccupazione vera è iniziata dopo il bombardamento del 19 febbraio. In quel momento il quadro è cambiato”.

La versione della morte quindi non vi convince ?

“Dobbiamo aspettare prima di dare un giudizio. Saranno importantissime le deposizioni dei due sopravvissuti. Loro diranno se sono stati separati e perché. L’autopsia poi ci dirà come sono morti Failla e Piano. E quello spiegherà molte cose”.

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Verdini è entrato nella maggioranza?

Il voto di fiducia sulle unioni civili di Denis Verdini ha provocato un doppio effetto, la tipica reazione di una legge fisica, come spesso accade in politica, quando le forze contrapposte si muovono; quel voto ha suscitato un piccolo grande terremoto nella sinistra del Pd e uno spostamento verso il centrodestra del governo. Matteo Renzi ha preferito glissare, derubricando la novità politica a banale episodio.

Il presidente del Consiglio però sa bene che la fiducia è un voto ben diverso da quelli già dati in precedenza da Ala, la formazione dell’ex braccio destro di Silvio Berlusconi, ad alcuni provvedimenti del governo. Lo sanno bene anche i suoi avversari interni. La minoranza si è fatta sentire. Soprattutto i bersaniani, che hanno subito chiesto un nuovo congresso.

Nicola Stumpo è un esponente di questa corrente:

“Votare la fiducia non è una cosa normale. Dobbiamo aprire una discussione con un nuovo congresso perché questo fatto rischia di aprire una frattura oggettiva tra un’idea di governo di centrosinistra (anche se non ci sono i numeri) e l’ipotesi di un governo spostato decisamente nel centrodestra”.

Ma Denis Verdini entrerà organicamente in maggioranza?

“Questo lo deve escludere Matteo Renzi. Io credo che lui non debba entrare in questa maggioranza anche se ha votato in precedenza le riforme. Per questo vogliamo che si vada a una discussione seria e profonda, aprendo la stagione congressuale”.

Lei pensa che Renzi voglia sostituire i vostri voti con quelli di Verdini?

“Il tema è la natura del Partito democratico. La sinistra del Pd vuole fare parte di questo partito, esserne il centro, il motore, la futura maggioranza. È Renzi a dover dire cosa vuole fare del rapporto con Denis Verdini. Lui ha vinto un congresso con una mozione che diceva: mai più con la destra. Ora, deve rimanere fedele a quell’indirizzo, altrimenti tradirebbe le conclusioni dell’ultimo congresso”.

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Ha vinto l’Italia dei tabù

Abbiamo una legge sulle unioni civili. “Un fatto storico”, è stato definito. Un passo timido, senza coraggio, che non ci porta in Europa, ma ci fa rimanere in Italia, in questa Italia.

Il destino giuridico, le tutele delle centinaia di figli delle famiglie arcobaleno sono stati sacrificati in nome del calcolo politico e dei sondaggi d’opinione. In prospettiva, la possibilità di avere in un futuro l’istituzione del matrimonio omosessuale è stata già cassata con la volgare mossa di togliere dal testo del disegno di legge l’obbligo di fedeltà per gli omosessuali.

La pallina della roulette della legge è andata a fermarsi laddove la maggior parte delle forze politiche, alla fine, voleva che si fermasse: non ci sarà adozione del figlio del partner. Era il grande tabù. La maggioranza dei senatori non ha avuto il coraggio, o l’intenzione di violarlo. Troppe pressioni, troppi calcoli, troppi giochi tra i partiti, troppi pregiudizi.

In pochi si sono sottratti allo spettacolo di ipocrisia offerto dal Senato.

È vero: questa legge sarà un’importante e positiva novità per migliaia di coppie etero e omosessuali. Godranno di diritti che finora non avevano. Discriminati fino a oggi, in questo senso non lo saranno più. E per loro, questo sarà un concreto passo in avanti.

Ma è proprio questo il punto. Il disegno di legge era nato con lo spirito di porre fine a tutte le discriminazioni e alle sofferenze di un’importante minoranza sociale. Quello spirito è stato tradito con lo stralcio della stepchild adoption. Ci saranno genitori e famiglie di serie A e di serie B, ma soprattutto ci saranno bambini di seria A e di serie B. Una democrazia laica e avanzata tutela tutte le minoranze, non solo alcune.

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Gli americani ci spiano. Chi è sorpreso?

Silvio Berlusconi è stato spiato dagli americani nel 2011, poco prima della sua caduta. Il suo telefono era intercettato. La National Security Agency, il Grande Fratello a stelle e strisce, ascoltava le sue conversazioni.
Le rivelazioni di Wikileaks hanno provocato un mezzo terremoto in Italia. La Farnesina ha convocato l’ambasciatore statunitense John Phillips. Palazzo Chigi chiede spiegazioni. Un gran polverone, insomma. In realtà, lo spionaggio ai danni di Silvio Berlusconi è quasi una non notizia. Che l’Nsa abbia spiato per anni la maggior parte dei leader e dei governi mondiali è una fatto che si conosce da tempo. Da quando Edward Snowden ha rivelato come funziona il Big Brother di Washington.
Sotto sorveglianza non ci sono (stati) solo i Paesi “nemici”: Russia, Cina, Iran. Ma anche gli alleati. Qualche anno fa, Angela Merkel affrontò a muso duro Barack Obama quando scoprì che anche il suo cellulare era intercettato. Che il telefono del suo ufficio fosse sotto sorveglianza americana, la cancelliera tedesca lo sapeva da tempo. Ma addirittura il cellulare privato! Era stato passato il segno.
Negli ultimi dieci anni, gli americani hanno spiato tutti gli alleati. Un paio di presidenti francesi, il governo tedesco, le ambasciate dei Paesi amici all’Onu, il Segretario generale delle Nazioni Unite, la maggior parte dei leader sudamericani, molte delle capitali dell’Est Europa.
Lo hanno fatto per capire quali mosse sarebbero state fatte dai loro sorvegliati; per carpirne i segreti economici, commerciali e militari; per comprendere quale linea di politica estera avrebbero seguito quei governi.
Di fronte a questo panorama, perché non avrebbero dovuto spiare Silvio Berlusconi? Per loro, nel 2011, l’allora capo del governo italiano era un bel problema. Ricordate? L’Europa era nella tempesta e le ondate speculative sui mercati rischiavano di far saltare l’Euro. Lo spread era a livelli altissimi e l’Italia era nell’occhio del ciclone. Se fosse affondata si sarebbe portata con sé la moneta unica. Sarebbe stato un disastro. Non solo per noi, ma anche per l’America. La ripresa economica, che allora faceva capolino dall’altra parte dell’Oceano, avrebbe lasciato il posto a una nuova recessione. Barack Obama era nel bel mezzo della campagna elettorale e non poteva permettere di giocarsi la rielezione a causa di una nuova crisi dell’economia.
Berlusconi era un problema per lui. Il Cavaliere, novello Nerone, pensava più alle serate di Arcore che ai destini dell’Euro. Tenerlo sotto sorveglianza era un problema di sicurezza nazionale per l’America. Così come mandarlo a casa era una soluzione per i centri di potere a Berlino e a Bruxelles.
Che fosse intercettato non può essere considerata una sorpresa. Ma allora perché questa reazione da parte dell’attuale governo italiano?
La risposta potrebbe essere semplice: gli americani continuano tuttora a spiare Palazzo Chigi (come tante altre sedi di governi alleati). È vero: i tempi sono cambiati rispetto al 2011, ma il lupo perde il pelo ma non il vizio. Matteo Renzi appare un solido alleato degli Stati Uniti, ma certe disinvolte prese di posizione del nostro presidente del consiglio a favore della Russia di Vladimir Putin non sono certo piaciute agli americani.
E poi, gli Stati Uniti sono sicuramente interessati alla nostra politica in Libia e in Medio Oriente, ai nostri veri orientamenti nella guerra contro l’Is. Perché Renzi non dovrebbe quindi essere tenuto sotto sorveglianza dall’Nsa?
Qualcuno potrebbe gridare allo scandalo, ma tutti sanno che questo è uno scandalo che va avanti da anni. L’Nsa ci spia. Chi è sorpreso, alzi la mano.
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Matteo Renzi, un leader in affanno

Dopo due anni a Palazzo Chigi, il Paese non è ancora sul binario giusto della ripresa economica e la leadership politica di Matteo Renzi mostra qualche segno d’affanno.

Conquistato il potere con un’operazione smaccatamente di Palazzo ai danni di Enrico Letta, il quale guidava uno dei più paludati governi della storia dell’Italia repubblicana, Matteo Renzi si era proposto di passare dal ruolo di Grande Rottamatore (con cui aveva fatto la sua fortuna politica) a quello di Grande Riformatore.

Da allora ad oggi, nei 24 mesi che sono trascorsi, la sua azione è stata intensa, ma non sufficientemente forte da produrre delle riforme che incidessero realmente sulla vita dei cittadini.

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Un’economia in difficoltà.

In particolare, in economia, i risultati rimangono deludenti. L’azione del governo in questo caso è stata un mix tra l’attesa di una ripresa che poi non è mai compiutamente arrivata (e che anzi, oggi vede sempre più nubi al suo orizzonte) e la rivendicazione del merito di qualche decimale in più rispetto al passato; decimale che comunque non toglie l’Italia dagli ultimi posti della classifica europea della crescita dal Pil.

Gli 80 euro non sono stati un fattore decisivo per fare ripartire la macchina dei consumi. Né lo sarà l’abolizione della tassa sulla casa. E la promessa fatta di una riforma fiscale che porti a contributi più leggeri per gli imprenditori che assumono, meno Irap per le aziende e sgravi sugli investimenti, potrà essere mantenuta solo se risulterà compatibile con il bilancio delle casse dello Stato.

La promessa verrà mantenuta se l’Europa concederà una flessibilità di spesa che allo stato appare difficile da ottenere.

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Il Jobs Act

Sul fronte del lavoro, la Grande Riforma è stata il Jobs Act. Contestato perché garantisce meno diritti che in passato, all’apparenza il provvedimento sembra aver dato qualche frutto. I numeri delle indagini statistiche ci dicono che il tasso di disoccupazione è lievemente diminuito. E’ stato invertito il trend? Per dare un giudizio definitivo bisognerà ancora attendere e vedere se le nuove assunzioni verranno confermate anche in futuro.

Altra riforma importante è stata la Buona Scuola. Dopo anni e anni sono stati stabilizzati migliaia di precari, ma la scuola pubblica langue ancora in una situazione difficile per la manzanza di adeguate risorse, che anche questo governo non ha stanziato.

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Il nuovo Senato e la nuova Legge Elettorale

La riforma su cui Matteo Renzi gioca il suo futuro politico è quella costituzionale. Voluto a tutti i costi, il combinato disposto della riforma del Senato e della nuova legge elettorale, a detta degli oppositori, crea un mostro istituzionale che concede il vero potere all’esecutivo. Chi è contrario invoca una centralità del Parlamento che già in questa legislatura è stata messa a dura prova, visto il numero record di voti di fiducia cui il governo ha fatto ricorso per far passare senza modifiche la maggior parte dei provvedimenti.

Sarà il referendum convocato in autunno a decidere se gli italiani sono d’accordo con questo nuovo impianto istituzionale. Per Matteo Renzi, i primi sondaggi che indicano una prevalenza del No dovrebbero essere un campanello d’allarme.

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Le altre riforme

Luci e ombre sulla giustizia, tra annunci e riforme che non sono stati graditi ai magistrati; un saldo negativo sulla Spending Review (che non ha proprio funzionato se non per tagliare servizi) e sul Sud, lasciato in fondo alle priorità del governo fino a quando non è scoppiata la polemica sui giornali grazie all’uscita di Roberto Saviano, per poi tornarci quando si sono spenti i riflettori.

C’è poi stata una riforma della Rai che avrebbe dovuto togliere l’azienda di Viale Mazzini dalle mani dei partiti, ma solo per metterla in quelle del governo e che poi ha avuto l’effetto finale di una paradossale spartizione da Prima Repubblica quando sono state fatte le nomine del nuovo CdA, dentro il quale sono entrati proprio i rappresentanti dei partiti che avrebbero dovuto rimanere fuori da quelle stanze.

L’Europa, il Mediterraneo, l’immigrazione – sulla quale c’è stato un oggettivo impegno – sono altri fronti su cui il governo Renzi si è mosso tra luci e ombre. Con Bruxelles, in una prima fase, il presidente del consiglio aveva alzato la voce contro l’austerità, per abbassarla subito dopo, allineandosi con docilità ad Angela Merkel sulla vicenda greca.

Ora torna a usare un tono più forte con Berlino e Bruxelles, per avere il via libera sulla flessibilità e la garanzia che il sistema bancario italiano non sarà sanzionato, ma l’operazione sembra essere subito in perdita: Matteo Renzi è isolato e, anche in Italia, i centri di potere che guardano Oltralpe iniziano a esprimere con forza il loro malumore rispetto alla politica ‘strumentale’ di Renzi nei confronti dell’Ue.

German Chancellor Merkel and Italian Prime Minister Renzi inspect guard of honour before German-Italian government consultations in Berlin

Uno stellone appannato

Dopo due anni di governo, lo stellone di Matteo Renzi brilla molto meno di prima. La politica degli annunci ha stancato da tempo e l’attesa dei veri risultati inizia a essere troppo lunga.

E’ vero che il presidente del consiglio può beneficiare di un quadro politico che sembra metterlo al riparo da sgradite sorprese. Lui è fermo al centro, e i suoi oppositori, a parte forse il Movimento Cinque Stelle, non sembrano avere alcuna chance di smuoverlo dalla sua posizione e batterlo. Ma le insidie di una montante disillusione non dovrebbero essere sottovalutate da parte di Renzi.

Come dovrebbero essere tenute in considerazione le critiche rispetto alla sua gestione del potere. Matteo Renzi si è circondato di una serie di collaboratori molto fedeli ma non all’altezza della sfida, e ora, quando sono molti i dossier aperti – dall’Europa alle Unioni Civili, dalle amministrative al possibile intervento in Libia – si avvertono tutti i limiti di un leader politico che troppo spesso si muove solo sulla base della ricerca del consenso, in quella che appare una lunga campagna elettorale.

Italian PM Matteo Renzi gives thumbs up from window of apartment at Chigi Palace in Rome

La questione è che la stagione dell’uomo solo al comando è ormai finita. Quello che serve è un progetto per questo paese che sia il più largamente condiviso. Essere un vero leader significa indicare una direzione di marcia e permettere al paese di oltrepassare quelle nuove frontiere.

Matteo Renzi sembra amare troppo il suo potere per avere la capacità lungimirante di guardare oltre il momento in cui lui avrà lasciato lo scettro. In questi due anni di governo, questo è stato il suo limite peggiore.

Un limite che è anche del Paese.

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    Michele Migone
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Unioni civili: ha prevalso l’ipocrisia

Il disegno di Legge Cirinnà è moribondo. Si salverà solo se verrà amputata la stepchild adoption. Alla fine l’esito sarà questo. A meno che qualcuno non ne approfitti per staccare la spina e determinare la morte (e sepoltura, con il ritorno in Commissione)  dell’intero provvedimento. Difficile però che si arrivi a tanto. In fondo, a parole, la maggioranza dei senatori è favorevole alle unioni civili. Non sono quelle il problema. Il problema sono le adozioni delle coppie gay. Da tempo, l’obiettivo è affossarle.

L’articolo 5 deve essere stralciato. Lo schieramento è trasversale. E si muove per motivi diversi. I cattolici credono nella famiglia tradizionale. Già accettare le unioni civili è un passo che pochi si sentono di fare. Se passasse la stepchild adoption, avremmo famiglie omogenitoriali per legge. E quindi perché poi non potremmo avere in Italia il matrimonio gay?  Una frontiera che non deve essere superata, come hanno ricordato con toni più o meno morbidi le gerarchie cattoliche.

Il M5S si è mosso come un qualsiasi altro partito. Ha guardato più all’obiettivo politico che al merito della questione: voleva mettere in difficoltà il Pd di Matteo Renzi e lo ha fatto. C’è poi un altro motivo per cui ha agito in questo modo: i sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani è contraria all’adozione. Il movimento di Grillo e Casaleggio ha previlegiato più la ricerca del consenso degli elettori che la difesa dei diritti delle famiglie arcobaleno.

Anche Matteo Renzi ha fatto dei gravi errori. Ha difeso la legge, ma non la stepchild adoption. Su questo punto ha lasciato libertà di coscienza ai suoi senatori. Forse non avrebbe potuto fare altrimenti, visto la natura del provvedimento da votare. Ma così facendo ha messo il ddl Cirinnà in mano ai cattodem e al M5S. Un’ingenuità o un calcolo? In fondo, se l’esito sarà quello (sì alle unioni civili e no alle adozioni, come dicono i sondaggi e i vescovi), lui uscirebbe da questo passaggio parlamentare senza troppi danni e senza sporcarsi troppo le mani.

In Senato abbiamo visto una prova di ipocrisia da parte di molti. Ha prevalso il calcolo politico. Il merito sembra essere sparito. La questione della stepchild adoption avrebbe meritato più sensibilità da parte dei nostri senatori. Il Credo e i Sondaggi non possono essere gli unici strumenti di giudizio per decidere quali devono essere le nostre regole collettive.

Soprattutto quando di mezzo ci sono migliaia di persone. E di bambini. Perché qui il tema non è tanto la difesa del diritto degli omosessuali ad avere una famiglia, quanto la necessità di tutelare le migliaia di famiglie arcobaleno che già esistono in Italia. Un numero che è destinato inevitabilmente a crescere, così come è cresciuto quasi clandestinamente in questi anni.

La mancanza di una norma non toglierà alle coppie omosessuali il desiderio di formare un famiglia; toglierà ai minori il diritto ad averla di fronte alla legge. Rimarranno non tutelati. Chi ha seguito Credo e Sondaggi non si è posto il problema. Eppure, nei prossimi anni, i figli delle famiglie arcobaleno saranno sempre di più.

Per costruire il futuro bisogna essere lungimiranti e generosi. E non bisogna guardare al presente, al consenso del momento. A volte, diritti e sondaggi non vanno d’accordo. Pochi in Senato lo hanno capito. Pochi hanno dimostrato di avere coraggio.

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    Michele Migone
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Unioni Civili: l’ingerenza di Bagnasco

La storia delle ingerenze delle gerarchie vaticane nella vita politica italiana è secolare, ma l’uscita del presidente della Cei, Cardinale Bagnasco, sulle Unioni Civili ha superato un limite,

Il prelato non è semplicemente intervenuto nel dibattito politico nel tentativo di  orientare le decisioni dei parlamentari, ma ha addirittura cercato di interferire sulle modalità di voto del Senato, uno degli organi di rappresentanza democratica della nostra repubblica.

La richiesta di votare a scrutinio segreto gli articoli del Ddl Cirinnà può essere avanzata da un senatore, non certo dal capo dei vescovi italiani, il quale ha mostrato di non avere alcun rispetto delle istituzioni repubblicane e del principio di una libera chiesa in uno libero stato. 

L’uscita del Presidente della Cei può essere intesa come un mossa disperata, effettuata nel tentativo di affossare la legge.  Il cammino del Ddl Cirinnà sarà molto difficoltoso. Sono numerose le trappole che lo attendono, forti le nubi che si addensano sui suoi articoli, in particolare su quello che regola la cosiddetta Stepchild Adoption.

Il voto segreto è il passepartout per arrivare a snaturare la legge e per modificare il suo impianto originario. Tocca ora al Senato dimostrare di non essere condizionabile dagli interventi delle gerarchie vaticane. 

La prova è importante. Non solo per salvare una legge che estende diritti a chi non ne ha, ma anche e soprattutto perché, se così non fosse, gli stessi senatori dimostrerebbero di non avere alcun rispetto, al pari di Bagnasco,  per l’istituzione di cui fanno parte.

La questione della laicità dello stato dovrebbe essere risolta ormai da tempo. Nella parte della società italiana che si proietta in avanti, questo concetto sembra essere stato elaborato dai più. Non è ancora così invece per alcuni esponenti delle gerarchie ecclesiastiche e per una pattuglia di nostri politici. Non è un caso che siano quelli più impegnati in una battaglia di retroguardia come quella sul Ddl Cirinnà.

L’ingerenza del Cardinale Bagnasco in fondo era attesa. Se sarà l’ultima da parte sua e dei vescovi, dipenderà dalla risposta dei nostri rappresentanti nelle istituzioni, laiche e repubblicane.

 

 

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Sala? Un manager sì, ma di sinistra

Pietro Bussolati è uno dei vincitori delle primarie di Milano. Il segretario metropolitano del Pd ha sempre sponsorizzato la candidatura di Giuseppe Sala e dopo l’affermazione di domenica scorsa lavora ora per tenere insieme il centrosinistra in vista della sfida delle comunali.

Lavoro non facile, visto che molti elettori di sinistra che hanno partecipato alle primarie, ora delusi dalla vittoria di Sala, minacciano di non votare per l’ex commissario straordinario di Expo alle prossime elezioni. Voti che invece sono necessari visto che il centrodestra ha presentato Stefano Parisi, una sorta di controfigura di Sala: un manager che conosce bene la macchina comunale e che ha avuto importanti incarichi in grandi aziende.

Una figura, quella di Parisi, che può impedire a Giuseppe Sala di conquistare quei voti moderati che sembravano già in tasca dell’uomo sponsorizzato da Matteo Renzi.

“Stefano Parisi è l’opportunità per il centrosinistra di dimostrare di che pasta è fatto – ha detto Bussolati –  Dopo le primarie, bisogna ripartire uniti. Dobbiamo mettere al centro i contenuti e valorizzare un uomo come Giuseppe Sala che è sì, un manager, ma che è soprattutto uno che ha sempre messo la centro della sua attività certi valori e ha lavorato per la città. Pensiamo a Expo: è stata una grande festa popolare. E poi, Sala ha voluto in quel contesto iniziative molto importanti: sul Documano si è svolto una sorta di Gay Pride per festeggiare i diritti civili. Stefano Parisi non ha certo quella storia e quei valori.”

Sul possibile ruolo futuro di Francesca Balzani ci sono due ipotesi: che sia capolista del Pd o di una lista civica in appoggio a Giuseppe Sala. “Ne parlerò con lei a breve” – ha detto Bussolati.

Infine, una battuta su Giuliano Pisapia: “Abbiamo bisogno del Sindaco Pisapia per dare continuità alla prossima esperienza di governo della città. Noi tutti abbiamo lavorato in modo tale che lui diventasse il sindaco più importante della recente storia di Milano. Ora siamo sicuri che potrà restituire questo impegno, dando una mano al centrosinistra a vincere le prossime elezioni.”

Ascolta qui l’intera intervista

Pietro Bussolati

 

 

 

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Family Day: una piazza del passato

La guerra dei numeri è inziata subito. Dal palco hanno detto: “Siamo 2 milioni”. In realtà, erano molti, molti di meno. Chi conosce con precisione le misure del Circo Massimo sa bene che benché siano state migliaia le persone che abbiano partecipato, il Family Day non è stato il successo a cui puntavano gli organizzatori.<