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COVID-19 e vaccino: abbiamo un commissario, ma non il piano di distribuzione

vaccino antinfluenzale

Abbiamo un commissario straordinario per la distribuzione del vaccino contro il COVID-19, ma non abbiamo ancora un piano per farlo. Rischiamo quindi di essere già in ritardo. Domenico Arcuri si è già dimostrato un manager incline a mancare di tempismo, dalle consegne a singhiozzo delle mascherine al ritardo di Immuni, ai banchi con le rotelle, molti dei quali non sono ancora arrivati nelle scuole italiane.

Le prime dosi del vaccino prodotto da Pfizer e Biontech dovrebbero essere distribuite a gennaio. La Commissione Europea ha firmato il contratto per 200 milioni di dosi, 40 milioni dei quali arriveranno in Italia, una prima tranche sarà di circa 4 milioni. Non sarà facile distribuirlo perché questo vaccino deve essere conservato e trasportato a temperature più che glaciali, 80 gradi sotto zero.

L’Italia deve quindi preparare una struttura logistica che permetta di farlo. Impresa non facile attrezzare magazzini e mezzi di trasporto che lo consentano. Da quello che risulta, in un mese, non si è ancora venuti a capo della questione. Ci sono state riunioni a livello ministeriale, però all’insegna della flemma.

È stata formata una cabina di regia, ma si è proceduto in modo fumoso. Insomma, l’approccio burocratico e forse l’incertezza sui tempi dell’arrivo del vaccino hanno rallentato l’iter decisionale. Morale: non esiste ancora il piano di distribuzione e non esisterebbe neppure l’indicazione politica su quali fasce sociali dovrebbero beneficiare per prime del vaccino. Si parla degli operatori sanitari, ma non c’è la certezza.

É a questo punto che Conte e Speranza convocano Arcuri e gli affidano l’incarico. Dovrà colmare il gap, studiare ora il piano per la distribuzione e attuarlo nel minor tempo possibile. Non potranno esserci ritardi anche su questo fronte.

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    Michele Migone
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Lockdown in tutta italia? Ipotesi al vaglio del governo

Lockdown Italia Milano - Zona Rossa - Foto di Claudia Reali

Nel governo si riaffaccia l’ipotesi di un lockdown generalizzato su tutto il territorio nazionale. Verrà deciso dopo il 15 novembre, dopo l’analisi dell’andamento dell’epidemia nelle due settimane precedenti in Italia.

Allora si vedrà se la divisione in Zone Rosse, Arancioni e Gialle, con le misure restrittive del caso avranno avuto effetto nell’abbassare la curva dei contagi oppure no. Nell’esecutivo c’è chi è più deciso, come il Ministro Speranza, e chi più prudente, come lo stesso Giuseppe Conte, ma, a differenza di qualche settimana fa, nessuno più si dice contrario.

L’ipotesi sarebbe di estendere a tutta Italia le misure che vengono ora applicate nelle tre regioni Zona Rossa. Sarebbe quindi un lockdown molto diverso rispetto a quello dello scorso marzo, molto più soft, lo vediamo ora in Lombardia, con un doppio obiettivo: salvaguardare la maggior parte delle attività produttive e alleviare quel tanto che basta la pressione sugli ospedali, in particolare sulle terapie intensive.

Per fermare l’epidemia i medici chiedono una totale chiusura, ma Conte ha sempre detto che l’economia italiana non può più permettersela. Il lockdown morbido penalizzerebbe i commercianti e gli esercenti, a cui andrebbero i sostegni di Stato, ma non tutte le altre a categorie produttive.

Se attuato, il lockdown nazionale potrebbe durare circa un mese ed essere allentato per le feste. Rimarrebbero però numerosi divieti, soprattutto su spostamenti e sui festeggiamenti con i parenti, per evitare a Natale e Capodanno di compiere gli stessi errori fatti questa estate. Non sarà quindi un liberi tutti. Finora tutte queste sono ipotesi. Sapremo tra dieci giorni se diventeranno realtà.

Foto di Claudia Reali

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    Michele Migone
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Coronavirus, Pregliasco: possibile lockdown a Milano, decisivi i prossimi giorni

Lockdown Milano - Foto di Claudia Reali

Bisognerà, io temo, fare delle ulteriori restrizioni, sperabilmente localizzate, legate all’individuazione di focolai particolari e magari lockdown di un quartiere, di un contesto. È già successo a La Spezia, a Latina, a Roma nel recente passato e purtroppo è qualcosa che dobbiamo tenere in conto come opzione.

Lo ha detto il virologo Fabrizio Pregliasco, in un’intervista a Radio Popolare.

È possibile pensare che se la situazione dovesse sfuggire di mano si vada a un lockdown della città di Milano?

Potrebbe essere possibile. Immaginiamolo come scenario. Lo ha fatto Boris Johnson in Inghilterra per le principali città, ma anche la Francia lo sta immaginando. Purtroppo non vedo perché noi dovremmo essere esentati.

Lei consiglierebbe un lockdown di Milano per impedire che il virus dilaghi e si vada allo scenario più catastrofico?

Posso temerlo e bisogna immaginarlo e pianificarlo, prendere interventi minori e avere soprattutto capacità di ridurre tutto ciò che è un contatto inutile, che in questo periodo va davvero posposto a periodi migliori.

Ma adesso, secondo lei, ci vorrebbero delle misure più restrittive per la città di Milano?

Bisogna vedere l’evoluzione di questi giorni, di questo weekend e da lì decidere il da farsi.

Foto di Claudia Reali

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    Michele Migone
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Agli italiani interessa meno l’immigrazione

Migranti Immigrazione

Nicola Zingaretti aveva chiesto di modificare i decreti Sicurezza e Immigrazione subito dopo le elezioni regionali per dimostrare il cambio di passo del governo e alla fine, Conte e i ministri del Movimento 5 Stelle hanno accettato di farlo.

Segno del maggior peso del PD nelle scelte dell’esecutivo. Ma se Luigi Di Maio ha accettato di cambiare i decreti, la cui sostanza politica il Ministro degli Esteri aveva rivendicato anche nel momento della nascita del secondo Governo Conte, non è solo a causa della debolezza del Movimento 5 Stelle.

La ragione risiede anche nel fatto che, in questo momento, dicono i sondaggi, dopo gli anni dell’ossessione, l’immigrazione ha perso il primo posto tra i pensieri e le paure degli italiani, sostituita dal COVID-19 e dalla crisi economica.

In fondo anche gli ultimi, deludenti risultati elettorali di Matteo Salvini, sembrano sancire questa tendenza. In passato il leader leghista era stato tanto efficace nell’alimentare e cogliere i frutti elettorali della paura dello straniero, ma poi, nel nuovo momento politico, si è dimostrato, per ora, poco incisivo.

Così, se da una parte, con questa revisione dei decreti, Zingaretti può lanciare messaggi rassicuranti al suo popolo, dall’altra, Di Maio, se li può lasciare alle spalle, sapendo che ora, dopo la rottura con la Casaleggio, sia meglio puntare sulla stabilità di governo piuttosto che su posizioni intransigenti sull’immigrazione.

Sarà sulla gestione della pandemia, ma soprattutto sull’efficacia delle politiche per uscire dalla crisi economica, che si giocheranno i destini elettorali dei prossimi anni.

La maggioranza dovrebbe rimanere blindata fino al 2023, ma il momento decisivo per sapere se il vento cambierà nel paese sarà il 2021. Se Conte e Zingaretti sbaglieranno nei prossimi 12-15 mesi sul fronte dell’economia daranno la possibilità a Salvini, o comunque alla destra, di veleggiare verso Palazzo Chigi.

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    Michele Migone
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Regionali, Renzi e Zingaretti si mobilitano per la Toscana

Nicola Zingaretti - regionali toscana

Nicola Zingaretti ha lanciato la mobilitazione straordinaria del partito in Toscana. Anche Matteo Renzi ha convocato in fretta e furia una nuova edizione della Leopolda: venerdì 11 settembre. Una sola serata, poche ore. Segno dell’importanza del voto delle regionali del 20 e 21 settembre. E della paura di perderlo.

Il tentativo di Zingaretti e di Renzi è di raddrizzare una campagna elettorale che sta prendendo una pericolosa china, tanto scivolosa da poter portare a una disastrosa sconfitta in Toscana di Eugenio Giani, il felpato candidato voluto dal PD e dal leader di Italia Viva, presidente del Consiglio Regionale, ex Psi, voluto da Renzi e da Andrea Orlando, dicono i bene informati.

A una settimana dal voto, al Nazareno e alla Leopolda sono molto preoccupati. Giani non prende quota. Lui professa sicurezza, dice di conoscere bene la Regione, ma questo non rassicura i dirigenti nazionali e locali dei due partiti. La leghista Susanna Ceccardi è sempre lì, tallona Giani, con l’effettiva possibilità di superarlo. Lui spera nel voto disgiunto, ma gli elettori dei 5 Stelle e delle liste di sinistra non sembrano disposti a darlo. In più c’è l’incognita del voto dei 65enni. Andranno alle urne?

Matteo Salvini, al contrario di quanto fatto in Emilia-Romagna, ha deciso di non presentare il voto toscano come un referendum sul governo Conte. E sembra che la strategia stia funzionando. Più il leader della Lega sta lontano, più per la Ceccardi aumentano le chance. Se poi dovesse prevalere, gli effetti dentro il PD, ma anche poi sul governo, sarebbero devastanti.

Nicola Zingaretti lo sa bene. Ha quindi deciso di mobilitare la sua squadra. Ha mandato ministri e dirigenti del PD nelle Feste dell’Unità toscane per serrare le fila. Ha chiesto aiuto (tardivo) anche alle Sardine, Chiuderà la campagna elettorale il 17 a Firenze. Il giorno dopo, in piazza ci saranno Salvini e Meloni. Pochi giorni per raddrizzare le sorti di una elezione che il Pd deve assolutamente vincere.

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    Michele Migone
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Molte scuole potrebbero non riaprire il 14 settembre

scuole 14 settembre

Secondo l’Associazione Nazionale Presidi molte scuole non riapriranno il 14 settembre. Non ci saranno le condizioni. Perché, ha spiegato il Presidente Antonello Giannelli, mancano ancora i banchi monoposto, mancano gli spazi alternativi alle aule scolastiche e manca e il personale docente, in particolare gli insegnanti di sostegno.

A quattro giorni dalla data d’inizio (anche se alcune regioni cominceranno dopo) l’allarme lanciato dai Presidi appare molto serio, a differenza delle tante strumentalizzazioni della campagna elettorale.

Giuseppe Conte ha detto che il governo ha predisposto 2 milioni e mezzo di banchi monoposto. Si è dimenticato di dire che la loro produzione e distribuzione sarà completata solo entro la fine d’ottobre. É vero che era previsto nei bandi, ma la maggior parte degli istituti che ne ha fatto richiesta, non li vedrà almeno per un mese e mezzo. Allo stato attuale, secondo la Cgil Scuola, ne sono stati distribuiti solo 100.000.

Il ritardo è nei fatti. La gestione del commissario Arcuri, uomo vicino a Giuseppe Conte, mostra ancora una volta delle pecche. Senza banchi monoposto, i Presidi devono avere spazi alternativi per garantire la sicurezza, ma anche su questo siamo in forte ritardo. Molti enti locali non sono riusciti a reperirli.

Secondo i Presidi almeno 100.000 studenti non riusciranno ad essere in presenza nelle scuole il 14 settembre. Ma, alla fine, il problema principale appare la mancanza di personale docente. Secondo i sindacati poco più del 30% degli 85mila docenti previsti sono stati immessi in ruolo. Di fronte a questa situazione, i Presidi preferiscono mettere le mani avanti.

Secondo il responsabile dell’associazione in Lazio, in quella sola regione, sarebbero un centinaio gli istituti che non riaprirebbero. Non è il caos di cui parla Salvini, ma i problemi sembrano ancora tanti.

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    Michele Migone
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Elezioni, Zingaretti ha tutto da perdere e poco da guadagnare

Nicola Zingaretti PD

Nicola Zingaretti è il leader politico che attende con maggiore preoccupazione le elezioni del 20 e 21 settembre. Ha tutto da perdere e poco da guadagnarci.

Solo se ci fosse un pareggio con il centrodestra (3 regioni a testa) potrebbe tirare un sospiro di sollievo. Ma i sondaggi dicono che sia più probabile un 4 a 2, con il PD e gli alleati del caso che mantengono Campania e Toscana. Se fosse così, per il segretario sarebbe una sconfitta. Non dovrebbe dimettersi, ma dentro il partito la sua leadership verrebbe messa in discussione.

Lo scenario peggiore delle elezioni prevede la perdita anche della Toscana: i sondaggi la danno in bilico e in quel caso, Zingaretti dovrebbe lasciare. Non potrebbe restare. Sarebbe una conclusione all’insegna del paradosso. Il segretario sarebbe la vittima di un’alleanza di governo con i 5 Stelle che un anno fa ha accettato solo perché i dirigenti del PD governisti gliela hanno praticamente imposta, ma sarebbe anche, allo stesso tempo, la vittima di un’alleanza politica ed elettorale che non è mai nata, nonostante lui lo abbia chiesto, visto che Di Maio l’ha di fatto rifiutata in queste elezioni. Elezioni da cui, poi, si è tenuto lontano. Come il furbo Giuseppe Conte, che non vuole pagare alcun pegno.

L’altro paradosso è che, in virtù dell’alleanza di governo, Zingaretti ha dovuto schierare il PD per il Sì, ma il partito è diviso. Tanti sono per il No. Qualcuno spera che questa confusione porti a un rimpasto di governo, qualcuno a un cambiamento di rotta nel partito. Zingaretti dovrà giocare le sue carte migliori per non annaspare.

Foto dalla pagina ufficiale di Nicola Zingaretti su Facebook

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COVID-19, pubblicati tutti i verbali delle riunioni del Comitato Tecnico Scientifico

Conte - verbali comitato tecnico scientifico

Tutti i verbali delle riunioni del Comitato Tecnico Scientifico sono stati pubblicati sul sito della Protezione Civile. In un primo momento la loro diffusione era stata bloccata dal governo, poi le polemiche, la battaglia legale della Fondazione Einaudi, le accuse dell’opposizione hanno convinto Giuseppe Conte a renderli pubblici.

La loro lettura non svela le ragioni per cui nei primi giorni di marzo non sia stata attivata una Zona Rossa ad Alzano Lombardo e a Nembro, ma tra le righe si intravvedono le ambiguità attraverso le quali si sono mossi da una parte, i vertici del governo, e dall’altra quelli della Regione Lombardia.

Ambiguità che alla fine hanno determinato il mancato isolamento dei due comuni.
Il 3 marzo il Comitato Tecnico Scientifico chiede l’istituzione di una Zona Rossa nei due centri. Lo si legge nel verbale. Come si si legge che c’è stata una telefonata con l’assessore Gallera. In quella conversazione, Gallera conferma i dati dei contagi, ma – nel verbale – non c’è alcuna richiesta da parte sua di una chiusura totale di Alzano e Nembro. Gallera ha sempre detto di averlo chiesto più e più volte al governo. Forse non l’ha fatto in quella occasione. Una precisa fotografia dell’atteggiamento di interessato disimpegno della Regione sulla questione.

Giuseppe Conte ha raccontato di non aver mai visto personalmente quel verbale, ma di aver saputo della richiesta del Comitato Tecnico Scientifico e di aver chiesto un approfondimento sul caso. In una intervista dello scorso agosto ha detto di essere andato il 6 marzo nella sede della Protezione Civile per chiedere: ma perché solo Nembro e Alzano?
I vertici della Protezione Civile, secondo questa versione di Conte, convengono con la sua impostazione e il 7 marzo – racconta ancora Conte – “ci consegnano un verbale che opta per questa scelta. La notte del 7 emetto un Dpcm per una zona rossa in tutta la Lombardia”.

Nel verbale del 7 marzo, il Cts chiede misure più restrittive per la regione. Di fatto suggerisce a Conte di creare quella che poi verrà definita Zona Arancione e che verrà introdotta qualche giorno dopo anche nel resto d’Italia.

E qui emerge l’ambiguità del presidente del consiglio. Il 3 marzo, i tecnici gli chiedono di istituire una Zona Rossa ad Alzano e Nembro, lui prende tempo e il 7, invece, istituisce la Zona Arancione in tutta la Regione. Poi quando scoppiano le polemiche sulla strage nella bergamasca la presenta all’opinione pubblica come una Zona Rossa, ma non è così. Le attività produttive vanno avanti in Val Seriana.

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Lombardia, la Lega di Salvini e la nuova “Questione Morale”

Salvini Regione Lombardia Lega

In Lombardia, la gestione della Lega della pandemia sembrava all’insegna dell’incapacità o dell’indifferenza, ma era anche qualche cosa di diverso. Lo dicono le notizie che emergono dalle inchieste aperte dalla magistratura e che stanno rivelando un opaco intreccio di rapporti politici ed economici, un sistema di potere, controllo e spartizione delle risorse pubbliche, in particolare della sanità, i cui perni sono uomini della Lega, o vicini ad essa; un sistema che appare, la parola definitiva però la dirà la giustizia, sfociare nel malaffare.

Non c’è solo l’inchiesta che viene indagato il governatore Fontana, un’indagine che fa intravvedere l’odioso scenario di persone interessati a lucrare in un momento in cui la Lombardia era in ginocchio per la pandemia, con migliaia di morti e persone malate chiuse in casa, abbandonate da una sanità che non funzionava. C’è anche l’inchiesta della Procura di Pavia sull’accordo sui test sierologici tra la multinazionale Diasorin e l’ospedale San Matteo in cui spunta un messaggio del deputato leghista Paolo Grimoldi che intima ai sindaci eletti dal partito a non usare test diversi perché, dice ai suoi interlocutori: “Ti avviso, sentito anche Salvini, se fai come il sindaco di Robbio, sei fuori dal movimento”.

Perché sia stato inviato questo messaggio, perché sia stato speso il nome del leader leghista, lo diranno i magistrati, ma anche questa vicenda fa intuire quanto sia necessario andare a scoperchiare la pentola. Anche questo fa capire perché in Lombardia , la Lega abbia fatto di tutto per evitare che partissero i lavori della commissione d’inchiesta del Consiglio Regionale.

Se poi, a queste indagini, sommiamo quelle in corso da tempo, come il Russiagate, l’acquisto dell’immobile di Cormano, per poi arrivare alla più conosciuta, quella della Procura di Genova sui 49 milioni di rimborsi elettorali, possiamo dire che se in Italia oggi c’è una Questione Morale, e c’è, questa riguarda la Lega di Matteo Salvini. Gli elettori di Milano, che tra un anno andranno a votare, e quelli della Lombardia, non possono girare la testa dall’altra parte.

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    Michele Migone
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Stati Generali: Orlando conferma le frizioni con Conte

orlando stati generali

Dopo il lancio degli “Stati Generali” dell’economia da parte del presidente del consiglio Conte, nel Partito Democratico si sono manifestati malumori. Tanto che l’appuntamento, previsto per lunedì 8 giugno, slitterà alla fine della settimana.  Andrea Orlando, figura di spicco del Pd, conferma le frizioni con Conte e spiega in questa intervista a Radio Popolare quali sono le riserve del partito sull’iniziativa.

Il Partito Democratico è in frizione con un percorso che si ritiene debba essere precisato. Siamo stati noi a sollecitare l’esigenza dell’avvio di un confronto con il Paese su scelte fondamentali che riguardano il futuro ma crediamo che questo momento debba essere preceduto da un momento istruttorio di coinvolgimento serio.

Questo lo abbiamo fatto notare non come elemento di disappunto generico ma di preoccupazione rispetto a un passaggio che non ci possiamo permettere di sbagliare.

Conte è stato un po’ avventato a lanciare questa iniziativa senza avervi consultato?

Può darsi di no, ma il tema è sapere esattamente qual è il percorso di questi “Stati Generali”. Magari Conte chiarirà che i nostri dubbi sono risolti dal metodo che verrà adottato. Ma, a ieri, noi sapevamo che c’era questo appuntamento ma non sapevamo quali fossero i presupposti e le modalità.

Dopo il vostro intervento, Conte ha cambiato rotta?

Mah, non si capisce, non sappiamo quale sia la scelta di Conte. Sembra di capire che voglia costruire un percorso che inizia giovedì e che si sviluppa nelle prossime settimane e questa sarebbe già una risposta alla domanda che abbiamo posto.

Le vostre preoccupazioni per questa improvvisazione sugli “Stati Generali” è anche che Conte vada ad accettare ricette da parte di Confindustria, con un governo subissato dalla richieste degli industriali?

Noi non è che viviamo con l’incubo di Confindustria. Abbiamo posto una questione che vale per tutti i soggetti sociali. Noi arriviamo a un passaggio che sarà un passaggio cruciale nel quale sarà importante non solo avere le idee molto chiare, ma avere il tutto il Paese attorno a questi obiettivi. Per gestire alcuni passaggi, alcune riforme, trasformazioni della nostra economia c’è bisogno di dare il tempo alle imprese, al sistema finanziario, alla pubblica amministrazione, ai lavoratori di prepararsi adeguatamente. E il metodo in questo diventa assolutamente importante. L’Europa ci chiederà in ragione degli obiettivi che insieme abbiamo definito di sviluppare una transizione green, di rafforzare gli elementi di innovazione del sistema produttivo, di fare crescere il digitale nella nostra economia. Sono tutte cose che necessitano di preparazione, di tempo e di una cooperazione tra i soggetti istituzionali sociali ed economici. Questo è anche conseguenza del metodo che si sceglie. Noi ad esempio pensiamo che il metodo di un’istruttoria, il cosiddetto  “libro bianco” possa essere utilizzata in questo passaggio.

Conte sta giocando troppo da solo una partita che  riguarda più se stesso che il governo e il Paese?

Non stiamo dicendo che Conte sta giocando da solo, non è un giudizio sulla sua condotta in generale. E’ un giudizio su un passaggio specifico che riteniamo vada gestito in modo diverso. Siamo stati d’accordo in una serie di passaggi, in questo caso abbiamo manifestato una nostra perplessità.  Il fatto che questo diventi elemento di dibattito è paradossale. Fino a ieri il rilievo era che il Pd fosse troppo subalterno a Conte e ai 5 Stelle, oggi perché facciamo un’obiezione diventiamo improvvisamente insofferenti o ostili a Conte. Mi pare non ci sia equilibrio nel raccontare questa vicenda.

Per il Pd Conte è ancora l’uomo giusto per il rilancio dell’economia italiana o ci vuole altro? Autorevoli esponenti del suo partito hanno fatto capire che vorrebbe qualcos’altro…

Non so chi siamo questi autorevoli esponenti… 

Ad esempio Goffredo Bettini…

Non mi pare abbia detto questo, ha detto che ci vuole una fase diversa. E questo credo lo condivida anche Conte. Non mi pare ci sia una riserva sulla persona. Proprio perché c’è bisogno di aprire una fase nuova non possiamo permetterci di avere passaggi a vuoto. 

Un esponente Pd a Palazzo Chigi non sarebbe meglio secondo lei? 

Io credo che Conte abbia gestito bene la fase del lockdown e la fase del riavvio. Credo che Conte sia il punto più avanzato di equilibrio di un governo che ha avuto una genesi faticosa. Non solleviamo un tema di leadership. Ma una riserva su un singolo appuntamento. Se poi questo diventa oggetto di retroscena o indiscrezioni. Non possiamo, per paura dei retroscena, rinunciare a dire quando riteniamo si debba scegliere una strada piuttosto che un’altra.

Foto | Facebook

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Fase 2, allo studio nuovi modelli sociali e di organizzazione del lavoro

Fase 2 COVID-19

La task force per la Fase 2 guidata dall’ex amministratore delegato di Vodafone Vittorio Colao è già al lavoro. Giuseppe Conte ha chiesto in tempi brevi soluzioni pratiche per permettere alla macchina produttiva di ripartire finito il lockdown.

Gli esperti dovranno studiare in pochi giorni nuovi modelli sociali e di organizzazione del lavoro. Con una priorità: la sicurezza. L’orizzonte temporale è il 3 maggio, ma Conte, pressato da Confindustria, dai giornali degli imprenditori e da politici della maggioranza, soprattutto Matteo Renzi, ha chiesto alla task force di trovare soluzioni per riaprire già in aprile alcune attività produttive, oltre a quelle previste dall’ultimo decreto.

È uno scenario che non entusiasma certo i membri del comitato scientifico sanitario che affianca Conte e che potrebbe entrare in rotta di collisione con la Task force di Colao.

Il 3 maggio forse la situazione sarà migliorata, ma per ora i dati sui contagi parlano chiaro, soprattutto in Regioni, come la Lombardia, che sono sì il motore dell’economia nazionale, ma anche tra le zone più martoriate dal virus.

Ci saranno le condizioni e gli strumenti per attuare le proposte della task force? Per la fase 2, tra tre settimane, gli scienziati dicono che sarebbero necessari tamponi mirati e i test immunologici che non sono stati ancora introdotti a quasi due mesi dall’inizio dell’emergenza.

E poi c’è il tema dei controlli. 80.000 aziende sono rimaste aperte durante il lockdown in virtù dell’autocertificazione e del silenzio-assenso dei Prefetti. Cosa sappiamo dei loro livelli di sicurezza? Il lavoro della task force rischia di essere l’ennesima affannata e forse inutile rincorsa ad aggiustare i guasti di una gestione della crisi fatta di provvedimenti a singhiozzo e decisioni condizionate a volte da interessi particolari.

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    Michele Migone
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La bella Italia normale dell’impegno sociale

Sergio Mattarella

C’è un’Italia empatica, civile e coraggiosa; in fondo normale, non contaminata dalla profonda corrente di rancore che irradia la nostra società, un’Italia non eroica, ma esemplare e orientata all’impegno sociale; senza retorica, riesce ad essere concreta, utile. E che è felice di fare quello che fa.

Sergio Mattarella ha premiato 32 cittadini che si sono distinti per il proprio impegno sociale. In questa Italia c’è Romano Carletti. Vive in una zona di montagna, in una piccola frazione del comune di Montemignaio, in provincia di Arezzo. Tutte le mattine accompagna e riprende da scuola Xhafer, un bambino macedone di 7 anni, non vedente dalla nascita. I genitori non possono farlo e allora è Nonno Romano che ogni giorno che Dio manda in terra si fa 60 km in auto tra i tornanti per permettere a Xhafer di seguire le lezioni.

C’è Pompeo Barbieri. Nel 2002 a 8 anni, rimase paralizzato nel crollo della scuola di San Giuliano di Puglia. Un’infanzia rubata, le difficili cure. Ma non si è arreso. Anzi. Ora ne ha 26 e ha fondato l’Associazione di volontariato Pietre Vive per finanziare progetti di rilevanza sociale. Ed è diventato anche un atleta. Nello scorso marzo ha vinto due medaglie d’oro ai Campionati assoluti invernali di nuoto paralimpico.

In questa Italia c’è Angel Micael Vargas Fernandez. Il ragazzo di Lodi che salvò con una presa degna di Gigi Buffon il bambino di 4 anni che stava precipitando dal quarto piano. E Maria Coletti, 50 anni, che ha fondato un’associazione per l’integrazione e la pacifica convivenza nel quartiere di Torpignattara di Roma.

E Rosalba Rotondo, la preside di frontiera di Scampia, responsabile di un Istituto che tra elementari e medie conta oltre 250 ragazzi Rom e che è diventato un presidio dell’inclusione sociale. E Dino Impagliazzo, lo chef dei poveri, 250 pasti gratis a Roma. C’è Marco Giazzi, l’allenatore di Basket giovanile che ritirò la sua squadra perché i genitori in tribuna insultavano l’arbitro della partita che aveva solo 14 anni.

E c’è Emanuela Evangelista, biologa, che si è trasferita in Amazzonia per dare una mano a conservare quella foresta. “L’arco dell’universo morale è lungo, ma tende verso la giustizia” è la famosa frase di Theodore Parker, ripresa poi da Martin Luther King. Questi 32 cittadini, insieme a migliaia e migliaia di altri a noi sconosciuti, sono quelli che sorreggono e indirizzano quell’arco.

Foto | Quirinale

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Balotelli e il Ku Klux Klan in salsa padana

Mario Balotelli

Ricordate? Città del Messico, ottobre 1968. Tommie Smith e John Carlos sul podio alzano i pugni al cielo durante l’esecuzione dell’inno americano. È uno dei gesti di protesta più famosi nella storia dello sport. “Se vinco sono un americano, non un afro-americano, ma se non vado bene diranno che sono un Negro”, racconterà più tardi Tommie Smith.

Brescia, novembre 2019. Cinquantuno anni dopo Massimo Cellino, il presidente della locale squadra di calcio, a modo suo dà ragione all’antica amarezza di Smith. Il razzismo nello sport usa sempre le stesse argomentazioni. Alla prima occasione buona tira fuori il colore della pelle. Cosa succede con Mario Balotelli? Chiedono a Cellino: “Che è nero, cosa devo dire, che sta lavorando per schiarirsi però ha molte difficoltà“. Punto.

La battuta in stile Ku Klux Klan è solo l’ultima delle vessazioni che subisce il giocatore, diventato il bersaglio preferito delle curve fasciste e dei politici di Destra. La penultima è stata la decisione della corte sportiva della Fgci di sospendere la squalifica della curva del Verona che aveva ripetutamente fischiato il giocatore del Brescia perché nero.

Ricordate? Balotelli aveva risposto calciando il pallone contro quel settore dello stadio. Si era ribellato. E questo aveva fatto imbestialire la Destra. Come si era permesso? Luca Castellini, ultrà del Verona, dirigente di Forza Nuova aveva detto “Balotelli ha la cittadinanza italiana, ma non potrà mai essere del tutto italiano”.

Contro la sua presenza in nazionale era sceso in campo anche Matteo Salvini. E, infatti, Balotelli, a prescindere dallo stato di forma, non ha più vestito la maglia azzurra. Urla e battute razziste impunite, la massa degli spettatori degli stadi inerti, sistema calcio, istituzioni sportive e non conniventi.

Lo ha raccontato Fiona May, la campionessa d’atletica, che ha lasciato la commissione integrazione della Federazione Italiana Giuoco Calcio. “In due anni non è stata fatto nulla. Per loro non era una priorità“. È la fotografia di questo Paese. Che forse è ancora più arretrato degli USA di cinquant’anni fa. Almeno, come raccontava Tommie Smith, se vincevi, eri Americano. Qui no, anche in quel caso, per tanta gente, anche se vinci, ma sei nero, non sarai mai italiano.

Foto dalla pagina ufficiale su Facebook del Brescia Calcio BSFC

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    Michele Migone
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Beppe Sala si ricandida a sindaco di Milano, ma ha in mente l’Italia

Il sindaco di Milano Beppe Sala

Beppe Sala ha detto di essere disponibile a un secondo mandato.

Francamente non so cosa farò. Per fare politica ci sono molti modi. Credo che ricandidarmi a Milano sia un’ipotesi solida” – ha detto il sindaco di Milano Giuseppe Sala. Non è l’annuncio ufficiale, ma poco ci manca.

La parola decisiva verrà detta tra qualche mese. Qualche incognita rimane, ma la sua frase è stata piuttosto chiara. Alla base c’è un ragionamento sui futuri scenari politici. Come è ormai chiaro da tempo, Giuseppe Sala pensa a un suo ruolo nazionale. Leader del centrosinistra, candidato premier. In questa veste lo vedono in molti. Soprattutto a Milano, ma anche a Roma, basti pensare al buon rapporto con il segretario del Pd Nicola Zingaretti.

Ma, la strada è sbarrata. Il quadro politico nazionale lo impedisce. Non si sa quanto andrà avanti la traballante l’alleanza giallo-rossa che sostiene il Conte Bis, ma se dovesse durare, per Sala non ci sarebbe spazio. Se invece dovesse cadere nei prossimi mesi, i sondaggi ci dicono che la Destra vincerà le prossime elezioni politiche. Presentarsi come candidato premier del centrosinistra, per Sala vorrebbe dire bruciarsi.

Meglio quindi restare a Milano e affrontare la sfida del 2021. Ma non solo per fare il sindaco della città che rimane l’unico luogo dinamico nel panorama della stagnante economia italiana, ma anche per tentare di costruire un modello politico e sociale che non solo prosegua, ma che anche vada oltre l’esperienza iniziata con la vittoria del centrosinistra alle elezioni comunali del 2011.

Sala ha parlato spesso della necessità che nasca una forza ambientalista 2.0 che avvicini i giovani delle manifestazioni alla politica. La sua ambizione potrebbe essere quella di costruire un più raffinato e completo Modello Milano, basato su alcuni pilastri: lo sviluppo economico coniugato con una forte politica ambientale e con un minore divario delle diseguaglianze sociali; l’integrazione e il cosmopolitismo intesi come elementi capaci di portare alla città una maggiore ricchezza politica, culturale, ma soprattutto economica (basti pensare all’incremento del turismo per quest’ultimo aspetto).

Un modello che possa rappresentare a livello nazionale la vera alternativa al progetto politico di Matteo Salvini quando le circostanze lo permetteranno.

Prima però, Beppe Sala dovrà vincere la sfida nella sua città. E non sarà facile. La Lega la vuole a tutti i costi nel 2021. Nelle ultime elezioni europee è avanzata, ma il centrosinistra ha retto bene. Il sindaco ha un suo patrimonio personale di consenso che gli può permettere di vincere la sfida.

Dovrà stare molto attento alla questione delle periferie. È lì che si giocherà la partita. E’ lì che la scommessa sulla redistribuzione della ricchezza e di una qualità migliore della vita dovrà essere vinta. Non con la retorica, ma con i fatti. Ed è da lì, da quel test così difficile che in fondo, il Modello Milano potrebbe diventare in futuro il Modello Italia.

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    Michele Migone
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La senatrice Liliana Segre è sotto scorta

Liliana Segre e Sergio Mattarella

Le minacce contro Liliana Segre sono il frutto velenoso dell’ostilità della destra neofascista italiana contro questa straordinaria donna diventata bersaglio politico di Lega e Fratelli d’Italia perché ha fatto approvare al Senato la mozione per l’istituzione della commissione contro l’odio, il razzismo e l’antisemitismo.

Ricordate la scena? Seduti ai loro banchi i senatori dei partiti di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, ma anche di Forza Italia, sono rimasti in un silenzio per alcuni minaccioso e rancoroso, per altri opportunista e indifferente, mentre il resto dell’emiciclo applaudiva la coraggiosa iniziativa di Liliana Segre.

La proposta della Commissione è un’arma potente contro questo modello di fascismo 2.0 travestito lessicalemente con la parola sovranismo che tanto ha già preso piede nel nostro Paese, vedi alla voce migranti, ed è per questo che Salvini e Meloni la combattono aspramente.

Ma in quel silenzio dell’aula del Senato c’è qualche cosa di più. Per la prima volta nel Parlamento italiano la destra neofascista, con la morale complicità di Silvio Berlusconi, non ha avuto alcuna remora ad indicare come bersaglio politico nemica una sopravvissuta della Shoah. Anzi proprio quel silenzio è suonato come una sorta di assunzione politica e storica non esplicita del passato. Per chi ha voluto vederle sono emerse dallo sfondo di quel silenzio così violento le leggi razziali del ’38 e la complicità di Salò nella macchina dello sterminio.

Gianfranco Fini per far approdare al governo Alleanza Nazionale condannò l’Olocausto. Matteo Salvini invece ha voluto banalizzarlo quando ha equiparato le minacce ricevute da Segre con quelle che anche lui avrebbe ricevuto.

Segniamoci sul calendario la data di oggi: il giorno della scorta a Liliana Segre, il giorno della vergogna per il nostro Paese 81 anni dopo. In futuro potremmo scoprire che è stata la nostra simbolica e contemporanea notte dei cristalli.

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    Michele Migone
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Regione Lombardia: una lunga storia di scandali

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La Regione Lombardia del centro-destra ha una lunga storia di scandali giudiziari, arresti, permeabilità alla corruzione e, si è scoperto negli ultimi anni, di rapporti con la criminalità organizzata.

Al principio, ma anche dopo, era la sanità.

Ricordate l’arresto di Pierangelo Daccò, ciellino e mediatore di Roberto Formigoni con le strutture sanitarie private, beneficiate con decine di milioni di euro? Soldi pubblici regionali in cambio di favori al Celeste – così veniva chiamato Formigoni – tra cui cene, vacanze, yacht. Era il 2012, era l’inizio della fine del Celeste, ora in carcere a scontare una condanna definitiva a 5 anni 10 mesi per corruzione. (altro…)

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    Michele Migone
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Una lezione di cittadinanza

una lezione di cittadinanza

Ramy, 13 anni, uno degli eroi del pullman, ha dato una lezione a tutti. «Se mi daranno davvero la cittadinanza italiana sarò felice. Per essere schietti, è il mio sogno. (altro…)

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    Michele Migone
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“Nessuno ascolterà più la voce dei sopravvissuti”

Lello Di Segni

Lello Di Segni, l’ultimo sopravvissuto al rastrellamento di Roma del 16 agosto 1943, si è spento stanotte a Roma a 92 anni, più di 70 anni dopo esser stato liberato a Dachau dopo quasi due anni di campo di sterminio di Auschwitz.

Con la morte di Lello Di Segni se ne va quindi l’ultima testimonianza diretta di quanto accaduto quella tragica notte tra le vie del ghetto ebraico della Capitale e si riduce drasticamente anche il numero dei sopravvissuti in tutta Italia.

Abbiamo intervistato lo storico Marcello Pezzetti, direttore del Museo della Shoah di Roma, che ha commentato ai microfoni di Radio Popolare la scomparsa di Lello e ha tracciato un disegno piuttosto negativo per il futuro.

La retata del 16 ottobre 1943 rappresenta la memoria storica per eccellenza della città di Roma, perché è stata la prima e la più grande razzia che i nazisti abbiano fatto nella Capitale. Nessuno se l’aspettava, anche perché c’era stata la questione dell’oro di Roma che è stato un grande ricatto e per questo tutta la comunità ebraica si sentiva garantita dall’aver pagato questo ricatto. E invece i nazisti hanno scatenato la più grande retata che avrebbero mai compiuto in tutta Italia: hanno preso 1.250 persone. Alcune, come i non ebrei o i coniugi e i figli di matrimonio misto, sono state rilasciate, anche gli ebrei stranieri appartenenti a nazionalità in un certo senso neutrali. Alla fine sono state deportate 1.022 persone, qualcosa di enorme per la città di Roma, anche se bisogna dire che i nazisti volevano deportare molte più persone, ma non ci sono riusciti.
Lello Di Segni era l’ultimo sopravvissuto a questa retata. I sopravvissuti sono stati 16, 15 uomini e una donna, e sono morti tutti. Soltanto Lello era ancora in vita.

Allo stato attuale quanti sono i sopravvissuti ancora in vita in Italia?

Sono molto pochi. A Roma, di romani, sono soltanto due, deportati dopo il 16 ottobre, nella primavera del 1944. In tutta Italia sono veramente pochissimi, si contano sulle dita delle due mani, non sono di più.
Ci sono 3 rodioti ancora in vita, cioè 3 italiani che abitavano a Rodi e che oggi vivono in Italia e hanno appunto la nazionalità italiana. La loro deportazione appartiene alla deportazione degli ebrei dal territorio italiano, non dalla penisola. C’è ancora qualcuno che non è stato deportato ad Auschwitz perché ritenuto ebreo misto, come Gilberto Salmoni ad esempio. Purtroppo siamo proprio alla fine.

Questo cosa implica per la trasmissione della memoria? Molti di loro hanno passato il resto loro vita a raccontare quello che è successo, abbiamo numerose testimonianze che hanno permesso alla memoria di essere mantenuta, però tra poco loro non ci saranno più. Questo per la memoria cosa significherà?

Si pongono dei problemi. Prima di tutto bisogna dire che la memoria dei sopravvissuti italiani è raccolta al Centro di Documentazione Ebraica di Milano, perché ben prima di Spielberg, abbiamo raccolto le loro testimonianze quando hanno incominciato a parlare, ovvero solo a partire dagli inizi degli anni ’90, non prima. Prima per vari fattori non è stato possibile. La maggior parte di loro ha parlato una sola volta con noi e poi non ha più parlato. A noi sembrano tanti perchè ci sono dei personaggi, anche famosi – il più famoso rimane la senatrice Liliana Segre – che ci stimolano ogni giorno e ogni volta che si rivolgono agli italiani e non solo. Per questo abbiamo la percezione che che la presenza dei sopravvissuti sia forte, ma non è così. Il fatto che non ci siano più e il fatto che gli ultimi facciano anche fatica a parlare – dei poco più di 10 che rimangono in Italia quelli che parlano sono due o tre, non di più ormai – vuol dire che noi dobbiamo cambiare sistema, vuol dire che noi non possiamo più basarci sull’aiuto di questi sopravvissuti. Anche se, devo dire, tre fanno ancora i viaggi della memoria: sono le sorelle Bucci, che erano delle bambine, e Sami Modiano. Ora non possiamo più utilizzare la voce viva del sopravvissuto. Noi non siamo dei testimoni, noi siamo altro. Non è vero che chi ascolta un sopravvissuto diventa un testimone, come spesso si dice. Noi siamo un’altra cosa e quindi dobbiamo utilizzare altri sistemi. Noi che facciamo gli storici dobbiamo continuare a fare gli storici ancora di più, dobbiamo utilizzare certamente le testimonianze che loro ci hanno lasciato, ma dobbiamo contestualizzarle. Sempre. Dobbiamo rifarci e rimanere aderenti alla Storia, e non alla memoria. Loro rappresentavano la memoria, ma noi non siamo loro.

Quindi da adesso il testimone passa agli storici?

Che non devono essere testimoni. È questa la cosa che sembra una contraddizione. Gli storici vanno avanti a fare gli storici, gli insegnanti fanno gli insegnanti e quindi bisognerà integrare vari modi di trasmissione che siano radicati proprio sugli eventi storici – e oggi è possibile perché la Storia ha fatto dei passi giganteschi – grazie anche ai sopravvissuti. Io ho lavorato per una vita con i documenti nazisti e con le voci dei sopravvissuti parallelamente, e anche Liliana Picciotto ha fatto così, come anche altri storici nel resto dell’Europa.
Oggi dobbiamo fare bene il nostro lavoro e non metterci al posto dei sopravvissuti. Questo è un rischio che non dobbiamo correre, anche perché risulteremmo non credibili. Certo, la loro testimonianza è preziosa, è quella che certe volte veicolerà l’attenzione e la sensibilità dei giovani, soprattutto, sul tema. Però sarà un’altra cosa: il mondo senza i sopravvissuti è un altro.

Quelli che stiamo attraversando sono tempi cupi. Secondo lei sarà sufficiente il lavoro sulla memoria una volta che sopravvissuti non ci saranno più?

Assolutamente no. Io sono molto pessimista. Spesso ho chiesto ai sopravvissuti qual è stato il loro momento peggiore dopo essere usciti da Auschwitz e una volta Goti Herskovits Bauer, che abita a Milano ed è ancora una donna fantastica sopravvissuta alla deportazione ad Auschwitz, ha detto tranquillamente “il trauma peggiora dopo è stato quando ho saputo cosa ha fatto Pol Pot“. Quanti altri Pol Pot abbiamo sopportato noi dopo la fine della Shoah? Abbiamo sopportato una guerra spaventosa nella ex Jugoslavia, abbiamo supportato di tutto. La storia ci fa vedere le cose, ma non è che poi l’uomo ne trae una condotta positiva. È il fallimento di quello che veniva chiamato l’intellettualismo socratico, quando Socrate diceva che quando uno conosce il bene non può non farlo. Non è vero, quando uno conosce il bene può fare ancora e continuare a fare il male.

Ho l’impressione che i sopravvissuti abbiano la sua stessa consapevolezza. Per loro immagino che sia una ferita impossibile da rimarginare.

Sì, anche l’altro giorno Liliana Segre ha detto che lei è abbastanza pessimista. Lei è pessimista, giustamente, perché crede che nessuno in futuro ascolterà più la voce dei sopravvissuti. Non è quello il problema, il problema è che anche ascoltandola, la gente comunque farà in un altro modo. Il loro insegnamento forse non servirà, perché forse nessun tipo di insegnamento servirà. La Storia è sempre uguale a se stessa da un certo punto di vista e questo è drammatico. Pensi a noi che abbiamo vissuto nella Shoah come storici e poi ci troviamo di fronte a migranti che vengono ributtati in mare. La Storia ci ha insegnato qualcosa?

Lello Di Segni
Foto dalla pagina FB della Fondazione Museo della Shoah – Onlus https://www.facebook.com/Fondazione-Museo-della-Shoah-Onlus-298127273579047/

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intervista Marcello Pezzetti

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    Michele Migone
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“Un sistema sanitario ormai al collasso”

ospedale

La manovra è dietro l’angolo e per mantenere le promesse fatte in questi mesi dal governo di Giuseppe Conte serve un miracolo. Inevitabile, quindi, iniziare a parlare di tagli, proprio come fatto dai governi precedenti. Poche ore fa è stato il Ministro dell’Interno Matteo Salvini a parlare di una “manovra coraggiosa” e di tagli agli sprechi “anche nella sanità. Sotto questo punto di vista saranno molto importanti i costi standard“.

Michele Migone ha intervistato Costantino Troise, segretario generale di ANAAO Assomed, il sindacato dei medici e dei dirigenti della sanità pubblica, che critica duramente la decisione del cosiddetto “governo del cambiamento” di comportarsi esattamente come gli esecutivi che lo hanno preceduto e ha invitato di parla di sprechi nella sanità pubblica a fare un elenco di cosa viene considerato uno spreco e cosa no.

Il famoso contratto di governo si interpreta per alcune parti e si applica come tutte le altre. Evidentemente per la sanità si interpreta, perché mi pare di ricordare che si parlava di investire nella sanità e investire negli operatori della sanità. Ora l’investimento presuppone la disponibilità di risorse e non la sottrazione di risorse. Questa storia degli sprechi della sanità mi pare un argomento non adatto al governo del cambiamento, è un argomento vecchio. Io aspetto sempre che qualcuno faccia un elenco degli sprechi e poi possiamo discutere su cosa è spreco e cosa non lo è. Mi pare di ricordare che noi spendiamo di sanità la cifra più bassa di tutti i Paesi del G7 e abbiamo i risultati migliori di molti altri Paesi, come Bloomberg ha sottolineato come qualche giorno fa. Abbiamo una drammatica carenza di medici, che non soltanto non ci sono, ma se ci sono non vogliono lavorare per il pubblico e vanno a lavorare per il privato. Abbiamo mezzo Paese, da Roma in giù, che è in una condizione gravissima per quanto riguarda lo Stato e le strutture sanitarie e la salute dei cittadini, che addirittura vivono quattro anni in meno rispetto ai Paesi del Nord. Se qualcuno ripete un copione già scritto e conosciuto da dieci anni, parlando ancora di tagli alla sanità, e addirittura torna questo mostro mitologico dello spreco, io aspetto che questi sprechi vengano elencati.
Ci sono 140mila dirigenti che aspettano un contratto da nove anni. Nove anni senza contratto di lavoro vuol dire avere le retribuzioni inchiodate al 2010 con condizioni lavorative che peggiorano giorno dopo giorno. I medici scappano letteralmente: vanno in pensione appena possono o vanno nel privato che paga di più e garantisce migliori condizioni di lavoro. Questo è lo stato della sanità italiana oggi. Non vederlo e parlare di sprechi senza elencarli mi pare un modo per aggirare il problema. Prepararsi a fare quello che hanno fatto tutti gli altri, cioè definanziare il sistema e prepararlo al collasso per aprire la strada alla privatizzazione. I cittadini lo sappiano: alla fine di questo percorso pagheranno tutto e lo pagheranno caro.

Salvini viene dalla Lombardia, che ha un sistema sanitario sostanzialmente basato sulle convenzioni col privato. Secondo lei vuole in qualche modo ampliare questo modello?

Se fosse così non sarebbe il solo. Anche i governi che avevano soldi e avevano radici in Emilia Romagna o in Toscana non mi pare che si siano adoperati molto per evitare che il sistema venisse privatizzato. La questione che occorre capire è se la sanità è tra le priorità di un governo che vuole pensare prima ai cittadini e poi ai numerini o se questa formula vale per tutto tranne che per lo stato di salute del Paese e dei suoi cittadini. Su questo chiediamo parole chiare anche dal Ministro della Salute, non soltanto dal Presidente del Consiglio e dai vicepremier. È per questo che i medici si mobilitano a partire dal 27 settembre per il contratto e per la salute del Paese.

Perché parlate di un sistema sanitario che è vicino al collasso?

Questo sistema sanitario con la legge 833 era diventato nazionale, ma da tempo non è più nazionale. Si sta regionalizzando con differenze non soltanto organizzative, ma anche della tutela della salute dei cittadini. Un sistema sanitario è vicino al collasso quando mancano le risorse per garantirne la sostenibilità, perché viene da 10 anni di definanziamento continuo e perchè non si valorizza il lavoro dei suoi professionisti. Anzi, si retribuisce sempre meno pretendendo più ore di lavoro e magari anche gratis. Un sistema è al collasso quando non c’è più nessun medico che ami lavorare per il pubblico, quando i giovani disertano i concorsi preferendo altri settori più remunerativi o all’estero. Un sistema è al collasso quando non riesce più a garantire la tutela della salute in maniera solidaristica e in maniera efficace. Abbiamo segnali in questo senso da più parti nel Paese. Non ovunque è così, ma gli scricchiolii a 40 anni dalla nascita del servizio sanitario sono evidenti. Il problema mi sembra serio, non è una questione di giocare con le parole e parlare di tagli e di sprechi. Qui occorre finanziare, aumentare gli investimenti. Così è scritto nel contratto di governo, non è che lo dico io.

ospedale

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intervista Costantino Troise

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    Michele Migone
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Lunedì 17 settembre. Siamo ripartiti!

Radio Popolare

Lunedì 17 settembre. Ripartiamo! In realtà, non ci siamo mai fermati in questa lunga e purtroppo drammatica estate. Ripartiamo con il palinsesto della nuova stagione. Tanti programmi, tante voci e tante novità ci aspettano.

Ripartiamo, ma iniziamo con le certezze. Il Demone del Tardi ritorna con l’ironia e il ritmo di Gianmarco Bachi, le competenze giornalistiche di Lorenza Ghidini e – new entry per la stagione – la capacità di dialogo di Massimo Bacchetta che si aggrega alla squadra dei conduttori della trasmissione. Dietro di loro, il team è completato da Massimo Alberti. Il Demone vi terrà compagnia da lunedì a venerdì dalle 7.45 alle 9.30. Venerdì, “l’allegato”: Il Giorno delle Locuste con il professor Andrea Di Stefano.

Ripartiamo, ma continuiamo con le certezze. Snooze, la trasmissione d’informazione locale raddoppia. Oltre alla fascia dalle 6 alle 7 di mattina, il programma occuperà anche quella tra le 9.30 e le 10.30. Alessandro Braga, Disma Pestalozza e il giovane Filippo Robbioni ci racconteranno il nostro territorio.

Roberto Festa, invece, ci racconterà cosa dicono i giornali stranieri tutti i giorni alle 8.30 con la sua Rassegna Stampa Internazionale.

A metà mattina, trasmissioni per le vostre necessità e curiosità. La sanità con 37.2 condotta da Vittorio Agnoletto e Elena Mordiglia. I racconti delle ancelle con Chiara Ronzani sarà il programma che ci condurrà nel mondo sempre troppo grande delle discriminazioni di genere. A come America con Roberto Festa ci parlerà dell’America di Donald Trump.

Sulla via, invece, ci porterà sui percorsi dei viandanti moderni. Attenzione perché in questa fascia, alle 11.30 di venerdì, ci sarà una nuova edizione, tutta dedicata ai film del weekend,  di Chassis, il programma di Barbara Sorrentini.

Alle 12, la prima vera novità del nuovo palinsesto: Radar, notizie in vista. È il programma d’informazione di metà giornata di Alessandro Principe. Un lungo giornale radio, dedicato all’approfondimento dell’attualità con un occhio particolare all’Italia, all’economia e all’Europa.

Radar sarà il nuovo pilastro dell’informazione di Radio Popolare.

Cult, la trasmissione di cultura, è alla 13, condotta da Ira Rubini. Alle 14, noi e il mondo animale con Cecilia Di Lieto e il suo Considera l’Armadillo.

Matteo Villaci quest’anno guiderà Jack. La musica, le novità, i concerti dalle 15.40 alle 17.

Bionda Radio è invece la trasmissione di Florencia Di Stefano-Abichain. Musica, notizie, temi tutti al femminile.

Dalle 18 entriamo nella fascia d’informazione con una trasmissione non d’informazione. Malos con Luigi Ambrosio e Davide Facchini. Missione del programma: dissacrare i vizi sempre più crudeli della nostra Italietta. Malos è un’altra delle novità del nostro palinsesto.

Quello che è accaduto nel mondo, in Italia e in Lombardia lo saprete dalle 19 alle 20 con Esteri, il programma a cura di Chawki Senouci, il gr e Metroregione.

Grandi cambiamenti nel weekend. Il sabato sarà dedicato all’attualità e la domenica alla cultura. Sabato mattina, dalle 8.45 alle 10.30 ci sarà Giorni migliori, la trasmissione di Claudio Jampaglia. Farà il punto della settimana tra rassegna stampa, approfondimenti e interviste e il dialogo con gli ascoltatori. Alle 10.40, Hong Kong Bar. Torna ai microfoni di Radio Popolare Marina Petrillo con un nuovo programma sull’attualità internazionale osservata attraverso la lente dei giornali stranieri. Alle 11.30, l’ambiente e i cambiamenti climatici con La Terra di Mezzo di Sara Milanese.

Attenzione. Alla domenica, novità per la rassegna stampa. Sarà alle 8.45 subito dopo il Gr. Alle 9.20, inizia la nostra mattinata dedicata alla cultura. I Girasoli di Tiziana Ricci (tutto sulle arti visive), Chassis di Barbara Sorrentini  (il cinema) e alle 10.40 La Domenica dei Libri, il programma di Roberto Festa che si trasferisce dal sabato alla domenica.

Poi i viaggi con Onde Road e Il meglio di Esteri alle 12.30.

La musica classica avrà un nuovo appuntamento. Domenica pomeriggio alle 14 con Labirinti, il programma della redazione di Rotoclassica.

Ecco, in parte, il nostro palinsesto del prossimo anno. L’intero schema lo troverete da lunedì sul nostro sito. Contiamo di avervi con noi. Tutti insieme anche per compiere l’ennesima impresa eccezionale. Ma di quest’ultima cosa, parliamo settimana prossima.

Buon ascolto.

Michele Migone

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