Adesso in diretta

Ultimo giornale Radio

  • PlayStop

    GR di dom 08/12 delle ore 10:30

    GR di dom 08/12 delle ore 10:30

    Giornale Radio - 12/08/2019

Ultima Rassegna stampa

  • PlayStop

    Rassegna stampa di dom 08/12

    La rassegna stampa di Radio Popolare

    Rassegna Stampa - 12/08/2019

Ultimo Metroregione

  • PlayStop

    Metroregione di ven 06/12 delle 19:51

    Metroregione di ven 06/12 delle 19:51

    Rassegna Stampa - 12/06/2019

Ultimi Podcasts

  • PlayStop

    Chassis di dom 08/12 (prima parte)

    Chassis di dom 08/12 (prima parte)

    Chassis - 12/08/2019

  • PlayStop

    Chassis di dom 08/12 (seconda parte)

    Chassis di dom 08/12 (seconda parte)

    Chassis - 12/08/2019

  • PlayStop

    Chassis di dom 08/12

    Chassis di dom 08/12

    Chassis - 12/08/2019

  • PlayStop

    Favole al microfono di dom 08/12

    Favole al microfono di dom 08/12

    Favole al microfono - 12/08/2019

  • PlayStop

    Guida nella Jungla di sab 07/12

    Guida nella Jungla di sab 07/12

    Guida nella Jungla - 12/08/2019

  • PlayStop

    The Box di sab 07/12

    The Box di sab 07/12

    The Box - 12/07/2019

  • PlayStop

    Pop Up di sab 07/12 (terza parte)

    Pop Up di sab 07/12 (terza parte)

    Pop Up Live - 12/07/2019

  • PlayStop

    Pop Up di sab 07/12 (seconda parte)

    Pop Up di sab 07/12 (seconda parte)

    Pop Up Live - 12/07/2019

  • PlayStop

    Pop Up di sab 07/12 (prima parte)

    Pop Up di sab 07/12 (prima parte)

    Pop Up Live - 12/07/2019

  • PlayStop

    Pop Up di sab 07/12

    Pop Up di sab 07/12

    Pop Up Live - 12/07/2019

  • PlayStop

    Mind the Gap di sab 07/12 (seconda parte)

    Mind the Gap di sab 07/12 (seconda parte)

    Mind the gap - 12/07/2019

  • PlayStop

    Mind the Gap di sab 07/12 (prima parte)

    Mind the Gap di sab 07/12 (prima parte)

    Mind the gap - 12/07/2019

  • PlayStop

    Mind the Gap di sab 07/12

    Mind the Gap di sab 07/12

    Mind the gap - 12/07/2019

  • PlayStop

    Passatel di sab 07/12

    Passatel di sab 07/12

    Passatel - 12/07/2019

  • PlayStop

    Sidecar di sab 07/12

    Sidecar di sab 07/12

    Sidecar - 12/07/2019

  • PlayStop

    I Girasoli di sab 07/12 (prima parte)

    I Girasoli di sab 07/12 (prima parte)

    I girasoli - 12/07/2019

  • PlayStop

    I Girasoli di sab 07/12 (seconda parte)

    I Girasoli di sab 07/12 (seconda parte)

    I girasoli - 12/07/2019

  • PlayStop

    Sabato Libri di sab 07/12 (prima parte)

    Sabato Libri di sab 07/12 (prima parte)

    Sabato libri - 12/07/2019

  • PlayStop

    Sabato Libri di sab 07/12 (seconda parte)

    Sabato Libri di sab 07/12 (seconda parte)

    Sabato libri - 12/07/2019

  • PlayStop

    Sabato Libri di sab 07/12

    Sabato Libri di sab 07/12

    Sabato libri - 12/07/2019

Adesso in diretta
Programmi

Approfondimenti

Il no dei liberali europei ai 5 Stelle

Non è durato il matrimonio tra grillini e liberali europei. Per la verità non è stato neanche consumato. Sono bastate poche ore dall’annuncio del voto online, a sorpresa, domenica mattina, fino alla chiusura delle urne virtuali, perché una buona parte dei deputati liberali dicesse “No, questo matrimonio non s’ha da fare” perché puzza di opportunismo poltico da tutte le parti.

Ci hanno provato – un bel blitz di Natale – l’eurodeputato grillino David Borrelli, per conto di Grillo, e Guy Verhofstadt (nella foto): hanno negoziato un accordo in quattro punti, due paginette, in cui si spartivano le poltrone destinate all’Alde (Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa), una vicepresidenza ai grillini, dei rapporti importanti e naturalmente l’appoggio dei 17 pentastellati all’elezione del nuovo presidente del Parlamento europeo che si terrà il prossimo 17 gennaio.

Era un accordo perfetto, almeno per loro due: Grillo si assicurava un futuro in Europa dopo l’uscita di scena dei nazionalisti di Farage, che comunque non ci saranno più dopo il 2019, e Verhofstadt provava la scalata per la presidenza del Parlamento. Solo che il resto del gruppo ha trovato questo blitz immondo, vergognoso, troppo distanti le posizioni tra i liberali pro libero scambio, pro immigrazione, pro rigore nei bilanci e pro euro e il Movimento 5 stelle, finora conosciuto per la sua alleanza con il nazionalista Farage, le sue critiche all’Europa, la proposta di un refererendum per uscire dall’euro.

La delegazione francese ha detto no, così come gli svedesi e persino un compagno di partito di Verhofstadt, l’ex ministro degli Esteri Louis Michel, padre dell’attuale premier belga. Questo accordo avrebbe fatto saltare il gruppo storico dei liberali, il più filoeuropeo che rimanga a Bruxelles. Ma ora scompare lo stesso. Le ambizioni cieche di Verhofstadt gli costeranno care, ha perduto in poche ore credibilità dentro l’europarlamento.

E che faranno i grillini, il cui capo ha scritto oggi una lettera d’addio a Farage? Andranno con Marine Le Pen, o nel gruppo misto, quindi senza soldi né rapporti da seguire, o torneranno con la coda tra le gambe dentro il gruppo di Farage almeno fino a fine legislatura?

  • Autore articolo
    Maria Maggiore
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Dopo la vittoria di Trump l’Europa si sveglierà?

Due schiaffi cosi’ dolorosi in cinque mesi sono difficili da digerire. Colpiscono il cuore e la testa dell’Europa. L’idea di un’Unione europea forte, irreversibile e unita è stata spazzata via dal No dei britannici a quest’Europa, lo scorso 23 giugno. Adesso l’inaspettata, non voluta, snobbata, vittoria di Donald Trump alla testa degli Stati Uniti è un altro grande colpo all’orgoglio e ai valori europei.

L’Europa non tifava per Trump: la destra come la sinistra tradizionali, tutto l’establishement del vecchio continente si era schierato con la candidata democratica. Molto più rassicurante avere una Clinton al potere che un imprevedibile, misogino e populista tycoon come Trump.

Ma non ha funzionato. Gli elettori americani, come quelli britannici, hanno altre priorità che quelle del mainstreaming di mantenere l’ordine mondiale. E in barba ai giornali, ai sondaggi, al rischio del cambiamento, o proprio per averlo, hanno votato per l’outsider, il success man Donald.

Ora andrà ancora peggio qui da noi. Ttip, lotta al cambiamento climatico, alleanze occidentali nel Mediterraneo o in Medio Oriente. Trump ha sempre detto in questi mesi “America first”: deciderà solo in base agli interessi nazionali e non più in nome di un paternalismo americano universale che vedeva gli Stati Uniti intervenire in tutti i teatri di crisi del mondo. Non sappiamo ancora se il Trump Presidente corrisponderà al Trump schioppettante e imprevedibile della campagna elettorale o, da domani, un po’ di realpolitik farà rientrare il nuovo Presidente nei ranghi.

Su un tema però le cose potrebbero davvero cambiare: la difesa europea. Finora gli inglesi hanno sempre bloccato la creazione di un vero esercito europeo. Non esiste, le nostre frontiere sono protette da basi e armamenti americani. In nome di una necessaria spending review in tutti i paesi europei, le spese per la difesa sono state tagliate quasi dappertutto negli scorsi anni. Ebbene ora gli europei dovranno cominciare a cavarsela da soli.

Trump ha più volte spiegato che il Trattato transatlantico è vecchio, bisognerebbe rivedere l’articolo 5, quello della mutua assistenza (in caso di attacco a un Paese Nato gli altri devono subito intervenire). “Col cavolo!” Ci ha detto Trump, “io interverrò se questi paesi hanno rispettato le regole Nato sul contributo di ognuno alle spese militari (minimo il 2% del Pil in ogni Paese) e se questo intervento corrisponderà agli interessi dell’America. Che sono, nella visione pragmatica di Trump, prima di tutto gli interessi commerciali. E allora paesi baltici, Polonia, Ungheria possono cominciare a tremare. Se la Russia, con cui proprio non navighiamo in buone acque in questo momento, dovesse un giorno invadere questo o quel Paese dell’est europeo, non aspettiamoci più l’arrivo immediato dei caccia americani.

I francesi si stanno fregando le mani. Loro spingono per una Difesa europea da sessant’anni e hanno sempre ricevuto un secco « NO » dai britannici. Ma ora che il Regno Unito se ne sta andando (forse) e Trump minaccia un fiero isolazionismo dall’altra parte dell’Atlantico, è possibile che almeno in materia di difesa europea, tedeschi, francesi, italiani e spagnoli si mettano d’accordo per fare qualcosa insieme.

E’ una cosa buona ? Certamente no. Noi, vecchi europei preferiremmo veder spendere i pochi soldi del budget europeo in eoliche, rinnovabili e progetti di formazione per i giovani.

Pero’ se l’Europa ritrova, anche grazie a Donald Trump, il suo orgoglio di Continente democratico, necessario per assicurare la Pace e speriamo anche la prosperità, tra un Putin, un Trump e un Erdogan che minacciano i nostri valori civili, beh.. ben venga anche un esercito europeo!

  • Autore articolo
    Maria Maggiore
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Renzi litiga con Hollande e Merkel

Sono riusciti a dar prova di unità, sono saliti nel favoloso battello la regina del Danubio, per mostrare che restano tutti a bordo di quest’Europa sfasciata. Tutti tranne Londra che sta per andarsene e non è stata invitata.

Ma adesso, a rovinare la festa ci ha pensato anche Matteo Renzi. « Dire che le conclusioni del vertice siano un passo in avanti significa avere dell’immaginazione o dell’acrobazia verbale », ha detto seccato il premier italiano. Deluso sul fronte crescita e immigrazione. In effetti queste due parole sono scomparse dalle conclusioni finali. 14 riforme da attuare in 12 mesi tutte incentrate sugli investimenti affidati a un piano di prestiti agevolati che pero’ bisogna andare a cercare nei mercati finanziari,

Nessun accenno alla possibilità di spendere di più, aumentando il deficit, se questo vorrebbe dire creare nuovi posti di lavoro. E poi nello spirito di Bratislava di volerci tutti bene per mostrare che anche senza Londra ce la facciamo – l’immigrazione si è trasformata in sicurezza. un pacchetto di misure sul controllo delle frontiere: l’invio rapido delle guardie costiere europee nel Mediteranneo, 200 soldati e 50 mezzi alla frontiere tra Bulgaria e Turchia e un sistema di satelliti spia e droni che dovrà dirci prima chi tenta di arrivare da noi.

Questo non risolverà la crisi dei migranti, nè la sua gestione interna nell’Unione, ma certo rassicurerà gli elettori che andranno presto a votare in Francia, Germania Olanda e forse Spagna. Cosi’ come l’annuncio di un piano per andare avanti nella costituzione di una difesa comune, utile certo e possibile dopo che il freno di Londra viene meno, ma anche questo è quello che serve per far ridiventare il progetto europeo una buona causa ? Si è salvata l’unità, è vero, in questo nuovo spirito di Bratislava. ma a che prezzo? Cosa resta dell’Europa?

  • Autore articolo
    Maria Maggiore
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Merkel: “Non ci sarà un’Europa à la carte”

Si accetta di dare tempo a Londra per formare un nuovo governo dopo le dimissioni del premier David Cameron. Forse fino a fine settembre, quando sarà nominato il nuovo capo dei conservatori e formato un nuovo governo, ma non oltre, perché la pazienza europea sta finendo, la tensione è altissima e la cancelliera Angela Merkel ha già detto parlando davanti al suo Parlamento che non ci saranno sconti per i britannici quando torneranno per negoziare un nuovo accordo con gli europei. Una «Europe à la carte» si prende solo quello che si vuole, non sarà possibile, ha ribadito Merkel.

E oggi si riunisce il primo summit della storia europea senza Londra. I 27 fisseranno le priorità su cui vogliono lavorare, non grandi cantieri costituzionali – non c’è tempo, non c’è voglia – ma solo 3 priorità, le vere preoccupazioni degli europei, indicate già da Berlino con l’accordo di Francia e Italia, intorno alle quali fissare un calendario e portare risposte rapide ai cittadini.

Lo scopo, vitale per la cancelliera Merkel è mostrare unità, si puo’ si deve andare avanti a 27, non è il momento di salti in avanti di un piccolo gruppo per non dare voglia ad altri paesi, soprattutto nell’est dell’Europa di seguire il modello inglese.

Lotta al terrorismo, occupazione e crescita e una migliore governance dell’euro, questi i tre assi su cui si discuterà da qui a settembre per poi incontrarsi a Bratislava, in un nuovo summit convocato ieri e fissare idee più precise. Funzionerà? Perché i piani sull’immigrazione, la gestione della crisi greca, il piano Juncker sugli investimenti non hanno ancora portato i frutti sperati, se non addirittura naufragare nel mar Mediterraneo e questa volta tutti i 27 Paesi dovrebbero rispettare gli impegni ? Le risposte verranno in un secondo tempo. Oggi bisogna dimostrare che anche senza Londra l’Europa esiste e va avanti.

  • Autore articolo
    Maria Maggiore
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Brexit, l’Europa con il fiato sospeso

Il  momento è storico, sia che vinca il “sì” per restare in Europa sia che, alla fine, la spunti il “no”, per prendere il largo e tornare a essere solo Gran Bretagna. O forse, solo Inghilterra.

In Europa c’è chi tifa per il sì perchè è legato all’idea di un’Europa unita o anche solo perché vuol continuare a fare affari con Londra. Poi c’è chi ama l’Europa, ma tifa perché gli inglesi se ne vadano. Almeno ci toglieremo di mezzo questi inglesi che per 60 anni hanno sempre chiesto deroghe, freni, eccezioni. Ora si potrà infine provare a rifare quest’Europa che non funziona più. Il voto di oggi sembra comunque un punto di non ritorno. Si creeranno due, tre gruppi di Paesi: chi vuol andare più lontano, chi si accontenta di un grande mercato unico, chi non ne può più di lacci e lacciuoli che vangono da Bruxelles e preferisce tornare alla dimensione nazionale.

Se vince il sì Cameron sarà il primo leader europeo ad avere vinto un referendum sull’Europa e chiederà ancora tante e tante riforme e deroghe per il suo Paese. Se vince il no tutto diventa molto complicato.

Tutti gli scenari dopo la Brexit.

Londra dovrà negoziare due volte con Bruxelles. Prima la sua uscita: l’articolo 50 del Trattato di Lisbona prevede due anni per preparare l’uscita di un Paese dall’Unione europea, che ne faccia richiesta. Uscire da 60 anni di leggi e giurisprudenza europea.

Un accordo di libero scambio

Poi una volta fuori potranno cominciare a costruire una nuova relazione con Bruxelles. Ma quale? Un trattato di libero scambio come quello appena firmato con il Canada? Ci sono voluti dieci anni di negoziati per arrivare al traguardo. Oppure un’Unione doganiera come quella che esiste con la Turchia? Possibile? Londra sarebbe un Paese terzo che discute con l’Europa standone fuori, non parteciperebbe alle riunioni, si siederebbe al tavolo di volta in volta, secondo i vari capitoli.

La Brexit aprirebbe la porta a tutti gli euroscetticismi e nazionalismi galoppanti in Europa

Questo è possibile, già Geert Wilders in testa nei sondaggi in Olanda ha chiesto un referendum per l’uscita dei Paesi Bassi nell’Unione. Poi c’è Marine Le Pen in agguato, le elezioni presidenziali in Francia si tengono tra un anno. Hollande trema. E poi ci sono i Paesi dell’est, così “eurofili” quando si trattava di ricevere soldi a palate per ricostruire le loro autostrade o i loro ponti e così poco comunitari oggi con i rifugiati, con la Grecia, con il vecchio progetto europeo della solidarietà.

Un buon elettrochoc

Però forse il voto nel Regno Unito sarà quell’elettrochoc di cui quest’Unione stanca, apatica, priva ormai di un progetto comune avrebbe bisogno per ripartire o comunque provare a cambiare. Ma abbiamo i leader giusti per sapere raccogliere questa sfida? Hollande e Merkel attendono le elezioni nei loro Paesi l’anno prossimo, sono due leader molto indeboliti al loro interno. L’esito delle elezioni in Spagna è ancorra incerto. Chi ha interesse a farsi paladino di un’Europa solidale, amica in teoria, eppure ancora ispirata alle regole dell’austerità che non ha risolto la crisi greca e tiene questo continente in uno stato di apatia con 25 milioni di disoccupati? I britannici oggi sono chiamati a scegliere, domani toccherà agli europei chiedersi da che parte stanno.

  • Autore articolo
    Maria Maggiore
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Il Belgio spaccato in due

Tengono duro i ferrovieri della Vallonia in Belgio. Non intendono buttare al vento decenni e decenni di lotte sindacali, di diritti acquisiti. E poi, in nome di cosa, di uno “zero virgola” dettato dalla fredda logica dell’austerità europea?

No, piuttosto preferiscono perdere un po’ di soldi, ma la lotta non si ferma. Un nuovo preavviso è stato presentato per prolungare lo sciopero ancora per tre giorni – mercoledi, giovedi e venerdi. Treni fermi in tutto il Sud del Paese, chilometri e chilometri di code in auto per entrare nella capitale Bruxelles e una perdita stimata finora attorno ai 40 milioni di euro per uno sciopero che va avanti ormai da otto giorni.

Ma che succede in Belgio?

Il Sud sta male, ci vorrebbero investimenti pesanti nelle strade, nelle infrastrutture, per attirare soldi che finora sono andati solo al Nord, le Fiandre, una calamita di soldi per i servizi, l’industria chimica e l’agricoltura.

Il Sud arranca, i disoccupati delle ricche acciaierie di un tempo non sono riusciti a riconvertirsi, vivono di sussidi o posti pubblici che hanno ottenuto anche grazie alla tessera del Partito socialista.

Quello che è molto strano – e che purtroppo indebolisce il movimento sindacale di questi giorni – è che il Sud è pronto alle barricate, il Nord invece resta tranquillo. I valloni che si sono riversati per le strade di Bruxelles si lamentano per la riforma delle pensioni con l’innanzamento dell’età pensionabile a 67 anni. I fiamminghi che hanno partecipato alla manifestazione erano molto pochi. Gli stessi ferrovieri che subiranno tagli al personale e ai giorni di congedo non fanno sciopero, accettano.

Allora chi ha ragione?

Il Belgio non è un Paese, sono in realtà due Paesi, un po’ come l’Italia del Nord e del Sud, ma in più si ci mettono la lingua diversa e la politica a complicare le cose. «Il nostro scopo è far cadere il governo», ha ammesso chiaramente Michel Meyer, capo del più grande sindacato belga, il Cgsp. Il governo di destra di Charles Michel scricchiola, anche dopo gli attentati del 22 marzo, ma non cade, anzi intima ai ferrovieri di tornare al lavoro.

Se dovesse aprirsi una crisi di governo, si potrebbe tornare alla situazione di tre anni fa, quando per più di un anno non ci fu un governo, talmente era difficile mettere insieme fiamminghi e valloni. Ora i ferrovieri ci stanno riprovando.

  • Autore articolo
    Maria Maggiore
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

L’Europa ha perso i suoi valori

L’accordo Ue-Turchia per la gestione dei profughi è concluso: tra due giorni si parte. Non si sa come ma si parte con un piano molto complicato. Chi arriverà nelle isole greche sarà registrato, ma poi i migranti economici saranno  rispediti subito indietro. Chi farà appello contro il respingimento, aspetterà un responso della corte per chissà quanto. Il risultato sarà che la maggior parte dei siriani sarà rimandata indietro da dove è venuta, rischiando la morte in Turchia.

Da qui, non si sa ancora come, verranno scelti 72 mila siriani che, loro sì, avranno il diritto di avere una protezione in Europa. Per aiutare la Grecia, soffocata ancora più che in passato dalla presenza dei migranti, nonché snodo fondamentale di arrivi e partenze dei nuovi migranti, l’Europa dovrà trovare in due settimane (i primi rimpatri si faranno dal 4 aprile), 4 mila persone tra giudici, avvocati, esperti  di frontiere perché possano andare nelle isole greche per dare una mano.

E perché tutto questo piano bizantino parta, abbiamo accettato che i turchi vengano da noi senza visti, da giugno, e simbolicamente si riapra il negoziato d’adesione all’Unione europea.

E’ difficile rallegrarsi di questo piano, non solo perché è difficile immaginare che possa funzionare, o che possa davvero scoraggiare i 3 milioni di siriani già presenti in Turchia e pronti a tutto pur di avere una vita migliore. Ma soprattutto, perché questo accordo sancisce la fine dei nostri valori europei: quelli della solidarietà e della protezione appunto. Abbiamo delegato a un Paese terzo, non molto sicuro, la nostra politica di asilo, incapaci di assumere le nostre responsabilità. E niente ci assicura che, da domani, i flussi non si sposteranno verso la Libia, Paese allo sbando, dove ci sono tre governi e nessuno con il quale intavolare un negoziato. E allora se da domani i siriani arrivassero dalla Libia, quindi in Italia, che facciamo?

  • Autore articolo
    Maria Maggiore
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Italia-Europa, fine dello scontro?

Tolta la riserva italiana, è stato finalmente approvato il fondo da tre miliardi da inviare in fretta alla Turchia perché freni il flusso senza controllo dei migranti che dalle sue coste invadono l’Europa.

L’Italia ha tolto il veto che teneva da dicembre rilanciando in una dichiarazione scritta quello che ora attende dall’Europa. Almeno uno sconto di tre miliardi sul calcolo del deficit di quest’anno per le spese sostenute per i migranti in Italia e – se passa – addirittura uno sconto su tutte le spese sostenute dallo scoppio della crisi libica dal 2011. Parliamo di circa 8 miliardi di euro. 

È «Lascia e raddoppia»: questa la strategia del premier Renzi, che spara a zero sulle lezionincine che vengono dall’Europa, mandando il suo ministro delle finanze Pier Carlo Padoan a rilanciare la polemica con Bruxelles: «Non chiediamo regole nuove, ma vengano applicate quelle in vigore, l’uso della flessibilità non è una cosa che stiamo inventando».

Ma sembra che questa polemica Italia-Bruxelles si stia ormai spegnendo dopo che il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker ha ringraziato pubblicamente l’Italia, davanti l’Assemblea di Strasburgo, per aver cambiato posizione sui fondi da mandare alla Turchia. Negli ambienti diplomatici italiani c’è ottimismo: Roma dovrebbe ottenere la flessibilità almeno per i primi tre miliardi spesi per la gestione dell’immigrazione. Altrimenti sarà difficile per Bruxelles spiegare all’Italia perché – come ha detto il premier Renzi – «i morti nel mar Egeo valgono di più dei morti nel mar Mediterraneo».

 Ora vedremo se rimane qualche risentimento dentro la Commissione europea. «I professionisti dello zero, virgola» come li apostrofa il premier Renzi, pubblicheranno le previsioni economiche di primavera: occasione per giudicare le stime e umore dell’Europa usi conti pubblici italiani.

  • Autore articolo
    Maria Maggiore
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Schengen, futuro a rischio

Ancora una volta, il futuro dell’Europa dipende dalla Grecia. Da sette anni ormai sull’orlo della bancarotta, il Paese riceve mille migranti al giorno e non riesce a frenare il flusso di chi arriva sulle sue coste dalle isole turche.

Ieri ad Amsterdam è andata in scena la peggiore Europa di questi ultimi mesi: l’Europa del tutti contro tutti. I Paesi del Nord, luogo di destinazione dei migranti, chiudono le loro frontiere e intimano alla Grecia di registrare chi arriva, per evitare di dover fare loro il lavoro. E per fare più male ad Atene promettono di intensificare gli aiuti alla Macedonia, nemico storico della Grecia, inviando uomini e soldi alla frontiera. È da lì che comincia la rotta balcanica, uno dei corridoi più battuti nel 2015 dai profughi in fuga: quasi 900 mila transiti nel 2015, 40 mila solo nel gennaio 2016.

Di fatto, quindi, al Nord già mettono la Grecia fuori da Schengen. Il ministro dell’interno greco Iannis Mouzalas si offende e giura che non si può controllare meglio una costa marina, tranne lasciando annegare i migranti in mare. Ma non basta a scrollare di dosso dalla Grecia la responsabilità di far sopravvivere o meno Schengen.

La Commissione europea dovrà portare avanti un’indagine sul sistema di accoglienza ellenico: se entro tre mesi il premier Tsipras non avrà ripreso il controllo della situazione, almeno cinque Paesi europei otterranno il via libera per la sospensione dello spazio Schengen, quindi il ripristino delle frontiere interne per due anni. In nome della “clausola di salvaguardia” con la quale dei Paesi membri, per motivi di sicurezza, possono invocare il ripristino delle frontiere. Gli effetti? Potrebbe allora venir fuori quella mini-Schengen del Nord a cui pensa da un po’ di tempo la Germania, da cui Italia e Grecia resterebbero fuori.

In questo clima da Risorgimento, la Danimarca approva oggi una contestatissima legge sull’asilo dove saranno confiscati gioielli e beni mobili ai richiedenti asilo per contribuire alle loro spese di soggiorno. Il ricongiungimento familiare sarà impossibile per i primi tre anni di permanenza a Copenhagen. Difficile in questo clima capire da dove si può ripartire per salvare l’Europa.

  • Autore articolo
    Maria Maggiore
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni