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“Il cibo dev’essere democratico”

Sari multicolore, sorriso e sguardo determinato. L’attivista indiana Vandana Shiva con la stessa passione parla alle platee di giovani e ai meeting istituzionali. L’abbiamo incontrata a Bergamo, durante il G7 dei ministri dell’agricoltura. Ha parlato di economia circolare, di agroecologia e della necessità di abbandonare la strada della produttività ad ogni costo, intrapresa in questi anni. Vandana Shiva è nel comitato scientifico del Tribunale internazionale Mosanto, si batte da anni contro la proprietà intellettuale delle sementi ed è presidente di Navdanya, un progetto di appoggio ai contadini indiani che scelgono di praticare la biodiversità.

Che relazione c’è tra la biodiversità e il cambiamento climatico?

“Perché c’è il cambiamento climatico? Perché abbiamo emesso troppi gas serra, oltrepassando la capacità della Terra di riciclarli. Abbiamo scaricato troppa anidride carbonica, troppo protossido di azoto e troppo metano. Quando prendiamo questi tre gas scopriamo che il 50% proviene dal sistema globale del cibo prodotto a livello industriale. E questo sistema si basa su carburanti fossili, su prodotti chimici che provengono da carburanti fossili. E per il funzionamento di un sistema ad alti input chimici c’è bisogno di monocolture. Dal punto di vista biologico le monocolture sono molto povere. Non riescono a raccogliere abbastanza luce solare, non hanno una produttività efficace, hanno bisogno di dieci volte l’energia che riescono poi a trasformare in cibo. Per questo si ha un’entropia. Per questo si producono rifiuti. L’agricoltura basata sulla biodiversità fa a meno della chimica, fa a meno dei carburanti fossili. Quando si pratica la biodiversità non si producono rifiuti, la diversità garantisce il controllo sulle erbacce e quindi non serve il glifosato. Quando c’è diversità non c’è bisogno di pesticidi perché la varietà delle piante comporta una molteplicità di insetti e sono loro a garantire il controllo sui parassiti. Quindi tutti i prodotti chimici possono essere rimossi coltivando diversità biologica. Inoltre più c’è biodiversità nel sistema più carbonio viene fissato attraverso la fotosintesi. Più c’è biodiversità più il sole sarà in grado di convertire l’anidride carbonica in carbonio organico che assumiamo tramite il cibo e in parte torna al suolo. Tutto questo insieme avrebbe il potere di rimuovere i gas serra dall’atmosfera in 20 anni, se tutto il mondo si convertisse al biologico e garantisse la biodiversità. Nelle nostre fattorie abbiamo appena completato questi studi. Il 100% in più di materia organica, ovvero 2,2 tonnellate per ettaro. E’ tutto quello che ci serve. Se il mondo coltivasse in questo modo si potrebbero eliminare i gas serra in eccesso. E questa è l’unica possibilità di affrontare il cambiamento climatico”.

Molti sostengono la necessità di una nuova Rivoluzione Verde, che aumenti la produttività agricola, per combattere la fame. Lei che ha vissuto in prima persona le Rivoluzione Verde in India, cosa pensa?

“Mi sono impegnata nell’agricoltura a causa di ciò che la Rivoluzione Verde ha fatto al Punjab. Ha ottenuto il premio Nobel per la Pace ma il Punjab è diventato terreno di guerra. Nel 1984 ci fu così tanta violenza che 30.000 persone vennero uccise. 7.000 persone vennero uccise quello stesso anno a Bhopal a causa delle emissioni fuoriuscite da un impianto di pesticidi. Questo è il motivo per cui ho cominciato a osservare l’agricoltura e studiare la Rivoluzione Verde. In uno studio che feci per l’Università delle Nazioni Unite che divenne un libro Le violenze della Rivoluzione Verde per prima cosa scoprii che non stavano producendo di più. Stavano coltivando merce. Oggi stiamo coltivando merce come mais e soia. Tutta l’Europa sta coltivando mais. E’ per scopo alimentare? No, il 90% del mais e della soia è per produrre biocarburanti e per gli animali quindi è una bugia che un sistema basato sulla chimica, sui carburanti fossili e sulle monocolture possa risolvere il problema della fame. Sta generano fame perché non coltiva cibo. Sta generando malnutrizione perché non sta producendo nutrienti ma cibo vuoto. Sta generando malattie a causa dei prodotti chimici e della deficienza nutrizionale. Non sta sfamando il mondo. Una seconda Rivoluzione Verde è ancora peggio della prima perché è più spericolata. Almeno nella prima rivoluzione verde c’erano gli stati. La seconda è dominata da un cartello di tre soggetti. Monsanto si è fusa con Bayer, Syngenta con Chem China e Dow Chemical con Dupont. Un cartello di tre non ha nella sua agenda sfamare il mondo! Hanno solo un obiettivo: il profitto ad ogni costo”.

Lei è parte del Tribunale Internazionale della società civile che ha condannato Monsanto per ecocidio. Esistono strumenti per contrastare il potere delle multinazionali?

“Ci sono già leggi che hanno permesso di contrastare Monsanto. Mi impegno direttamente come cittadina sostenendo il governo quando agisce, perché ogni volta che un governo si mobilita Monsanto lo minaccia. A quel punto devo intervenire per dire che il governo ha fatto la cosa giusta nel regolare i prezzi delle sementi, nel non approvare brevetti, nel migliorare la sicurezza dei contadini. Esistono leggi che possono impedire alcune azioni. Manca però un’articolazione del crimine di ecocidio. Perché quello in cui è coinvolto il cartello velenoso dei tre è l’uccisione del pianeta: le api, le farfalle, gli organismi che si trovano nel suolo, gli animali. Ma non solo, sono coinvolti anche nell’uccisione dei contadini, attraverso l’imposizione dei brevetti e l’indebitamento che spinge molti di loro al suicidio. Hanno venduto una bugia, e questo è di per sé un crimine, perché il cotone BT di Monsanto ha fallito nel controllo delle malattie e ha aumentato l’uso dei pesticidi. Solo oggi 8 contadini in India sono morti ingerendo il veleno dei pesticidi. Il governo ha annunciato di voler procedere con l’accusa di omicidio colposo. Agire contro le compagnie che vendono pesticidi non è abbastanza, bisogna agire anche contro le compagnie che vendono ogm dicendo che non necessitano pesticidi. Per questo abbiamo bisogno di sempre più tribunali. Trent’anni fa ho cominciato a conservare sementi a causa di Monsanto e delle altre compagnie e loro dissero che avrebbero comprato la proprietà di ogni seme, che avrebbero raccolto le royalties e che ogni semente sarebbe diventata ogm. Quello fu il giorno in cui decisi che il nostro cibo e la nostra salute sono una questione di democrazia. Non permetteremo la distruzione del sistema alimentare: per questo conserviamo le sementi. Così abbiamo cambiato le leggi e oggi abbiamo buone norme. Credo sia importante difendere i paesi che non hanno ancora queste leggi e istituire il reato di ecocidio e di genocidio per le morti provocate dal cartello dei tre. Il genocidio, infatti, non ha solo un’accezione etnica: è la volontà deliberata di provocare danno. Per il danno provocato deliberatamente ai contadini, a coloro che hanno utilizzato il glifosato e si sono ammalati di cancro. E’ tutto pubblico ora grazie ai Monsanto Papers: sapevano che avrebbe provocato il cancro. Questo è provocare un danno in modo deliberato”.

L’Unione Europea si prepara ad una riforma della politica agricola comune. Secondo lei in che direzione dovrebbe andare?

“La Politica Agricola Comune è illegale perché nel 2013 avrebbero dovuto bloccare tutti i sussidi. E’solo una politica di sussidi. Ma a chi danno i sussidi? al cartello dei veleni, all’agribusiness. I sussidi stanno distruggendo l’agricoltura e il diritto al cibo. La cosa più urgente? La revisione e la riforma della Politica Agricola Comune deve andare nella direzione dell’agroecologia, dell’agricoltura sociale, dell’accesso alla terra e dell’economia circolare. E’ il momento per la UE di chiudere con la PAC che sostiene l’ecocidio della terra e il genocidio dei contadini”.

Che ruolo abbiamo nel cambio di paradigma?

“Penso che abbiamo raggiunto il momento in cui tutti i cittadini devono impegnarsi nella questione del cibo. I contadini sono molto importanti perché producono, ma lo sono anche coloro che mangiano. Dopotutto il 75% delle malattie più diffuse proviene da cibo cattivo. E’ il momento per tutti i cittadini di unire le forze con i piccoli contadini locali, biologici creando comunità alimentari. Né il contadino può perdere il suo stile di vita, né il consumatore può perdere la sua salute. Entrambi devono lavorare ad un progetto comune di democratizzazione del cibo”.

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    Marta Gatti
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L’assurda vicenda del sindaco Matilde Casa

Matilde Casa è il sindaco di Lauriano, nella città metropolitana di Torino, e ha fatto l’esatto opposto di quello che avviene nella maggior parte dei nostri territori: ha trasformato un terreno edificabile in area agricola, attraverso una variante al Piano regolatore. La sua scelta politica non solo non ha ricevuto il plauso di politici e amministrazioni locali ma l’ha costretta ad affrontare un processo penale. Si è trovata sul banco degli imputati con l’accusa di abuso d’ufficio per aver, come lei stessa dice riportando le parole della pubblico ministero: “impedito la costruzione di quaranta belle villette”.

“Un mondo all’incosì” è la definizione che Matilde Casa dà di quello che le è successo e che ha raccontato recentemente nel libro Il suolo sopra tutto, scritto a quattro mani con l’urbanista e docente del Politecnico di Milano Paolo Pileri, edito da Altraeconomia. Il mondo al contrario è quello che ha vissuto il sindaco di Lauriano nei mesi successivi, quando si è trovata a dover difendere in tribunale una scelta contro corrente a tutela del suolo agricolo. “Un mondo in cui se fai la scelta giusta , non solo non sei premiato come dovresti ma sei punito per questo”: così descrive la situazione paradossale che ha vissuto per quasi un anno, prima dell’assoluzione.

FOTO tessera MATILDE

La giunta di Matilde Casa, durante il suo primo mandato, ha approvato un piano regolatore, votato in consiglio comunale, che riduceva la superficie edificabile nel comune, non limitandosi a mantenerle stabili. “Abbiamo fatto un passo in più: abbiamo invertito la tendenza”, spiega Matilde Casa. “La mia formazione mi ha certamente aiutata in questa scelta a tutela del suolo”, spiega il sindaco laureata in agraria e che di agricoltura si occupa anche per lavoro. “C’è una cosa fondamentale che si impara attraverso la conoscenza del suolo: più cementifichiamo meno acqua sarà assorbita dal terreno. Meno terreno sarà coltivato, meno le acque saranno irreggimentate – e aggiunge- non stupiamoci poi quando arrivano le alluvioni”.

A denunciare il sindaco è stato un cittadino, che sosteneva di possedere un permesso di costruzione su una delle aree interessate dalla variante al piano regolatore e accusava il comune di averlo danneggiato. L’imprenditore che ha portato in aula il sindaco si è anche costituito parte civile. In caso di condanna Matilde Casa avrebbe dovuto scontare un anno e mezzo di carcere e pagare 120 mila euro di danni. “Quello che più mia colpito – spiega il sindaco – dopo il primo interrogatorio in cui avevo dettagliato tutto il programma e le mie scelte ambientali è stata la reazione della pm che mi disse: ‘Ma lei lo sa che in questo modo ha impedito a questo signore di costruire quaranta belle villette?’. Lì ho capito che stavamo parlando due lingue diverse”.

Rinviata a giudizio nel 2015 il processo si è concluso con sentenza di assoluzione in formula piena del Tribunale di Torino nel mese di giugno del 2016. Una soddisfazione per il suo ruolo di amministratrice e un sollievo per la sua vicenda privata. “ E’ stato un periodo molto difficile, molto pesante – racconta Matilde Casa – quello che accade normalmente in questi casi è un ricorso al TAR, io ho dovuto affrontare un processo penale che mi metteva in gioco in prima persona”.

Matilde Casa durante il processo si è sentita abbandonata dalle istituzioni, trovandosi da sola a sostenere la scelta di riportare quei terreni alla loro vocazione originaria. “Quello che ho provato è stata solitudine, almeno inizialmente, per l’assenza delle istituzioni e del mondo del sapere, degli atenei, che avrebbero potuto aiutarmi”, spiega il sindaco. I terreni in questione erano originariamente terreni agricoli trasformati in terreni edificabili, senza che fossero già stati rilasciati permessi per costruire. La variante votata in consiglio comunale e proposta dalla giunta guidata da Matilde Casa si poneva anche un altro obiettivo: mettere in sicurezza un terreno collinare ad elevato rischio idrogeologico. “Non lo fa nessuno”, è la frase che più spesso si è sentita ripetere durante le sue battaglie politiche, quando da amministratrice voleva apportare cambiamenti.

Nello stesso anno della sua vittoria giudiziaria Legambiente l’ha premiata con il titolo di Ambientalista dell’Anno.“Non voglio essere un eroe, ma voglio semplicemente fare bene il mio lavoro di sindaco, preservando i nostri territori”. La sua vicenda è diventata mediatica e Matilde Casa ha ottenuto la solidarietà dei colleghi amministratori, dei cittadini e di tante altre persone che l’hanno portata ad esempio. “Quando il mio caso è diventato nazionale – conclude il sindaco – mi è arrivata la solidarietà anche da costruttori, architetti e consulenti”.

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    Marta Gatti
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La resistenza delle tribù indigene brasiliane

“Se il governo brasiliano si sta preparando a ottenere quello che vuole tanto vale che invii i militari e ci ammazzi tutti. Dal 2003 al 2015 hanno ucciso più di 300 tra i nostri leader. È per la nostra terra che ci stiamo battendo”.

A parlare con noi è Ladio Veron, leader Guaranì, durante il tour che lo ha portato in diverse città europeetra cui Milano dove lo abbiamo incontrato – per raccontare la violenta repressione che colpisce il suo popolo. Un popolo che combatte, che non si arrende.

L’ultima grande mobilitazione è stata il 25 aprile. Nella capitale Brasilia si sono riunite migliaia di persone appartenenti alle comunità indios di tutto il Paese per protestare davanti al Congresso nazionale. Chiedono il rispetto del loro diritto a vivere nelle terre ancestrali e a seguire le loro tradizioni.

Gli indios contestano la politica del presidente Michel Temer, accusato di aver bloccato il processo di demarcazione delle terre e di aver nominato come ministro della Giustizia un deputato vicino agli interessi fondiari. Proprio al Congresso sono in discussione leggi che indeboliscono i diritti degli indios e un emendamento alla Costituzione (PEC 215) che, se approvato, esautorerebbe l’agenzia governativa per i popoli indigeni FUNAI dall’assegnazione delle terre. I territori indigeni potrebbero diventare oggetto di attività minerarie, di costruzione di strade e basi militari.

Scontri davanti parlamento di Brasilia
Scontri davanti parlamento di Brasilia

Sarah Shenker, campaigner di Survival International per il Brasile, descrive la protesta di fine aprile come la più grande da diversi anni. Secondo Survival le azioni del governo Temer potrebbero essere catastrofiche per i popoli indigeni perché avrebbero un impatto distruttivo sulle loro terre, e quindi anche sulle loro vite. Per i popoli indigeni, infatti, la terra è vita. Soddisfa tutti i loro bisogni materiali e spirituali. Fornisce cibo, case e indumenti, ed è il fondamento della loro identità e del loro senso di appartenenza.

Sarah Shenker quante sono le tribù indigene in Brasile e che cosa rischiano?

“Oggi in Brasile vivono circa 240 tribù, per un totale di quasi 900mila persone. I progetti di legge attualmente in discussione al Congresso costituiscono una grave minaccia: i violenti conflitti territoriali – che stanno già causando vittime indigene in tutto il Paese – potrebbero intensificarsi, e le terre rubate agli indiani potrebbero non essere mai restituite. È una chiara violazione dei diritti indigeni, che potrebbe portare alla distruzione di interi popoli. L’impatto potrebbe essere particolarmente catastrofico per tribù come i Guaranì del Mato Grosso do Sul – che si sono visti derubare di gran parte delle terre ancestrali per far spazio ad allevamenti e piantagioni di canna da zucchero e soia – e per le tribù indigene dell’Amazzonia – i popoli più vulnerabili del pianeta – che rischiano il genocidio se le loro terre non saranno protette”.

Che legame esiste tra il governo e le potenti lobby dell’allevamento e dell’agribusiness? I territori indigeni sono visti come un ostacolo all’espansione degli allevamenti e dei campi agricoli?

“Gli allevatori che operano nei territori indigeni hanno spesso legami molto forti con i politici. In alcuni casi, sono essi stessi dei politici. Sono chiamati ‘bancada ruralista’, e costituiscono una lobby di agricoltori e allevatori molto potente nel Congresso brasiliano. Questi allevatori considerano i popoli indigeni come un ostacolo al ‘progresso’ e al ‘profitto’, e spesso assoldano dei sicari per attaccare le comunità e tenerle fuori dalle loro terre. I leader indigeni spesso vengono uccisi dai sicari solo perché rivendicano con forza il diritto costituzionale, conquistato duramente, del loro popolo a vivere nella propria terra”.

brasile 2

Sarah Shenker, è vero che le unità governative, che hanno il compito di proteggere le tribù indigene del Brasile dalle invasioni di taglialegna e allevatori, potrebbero essere smantellate?

“Purtroppo le squadre sul campo del FUNAI – il Dipartimento brasiliano agli Affari indigeni – che svolgono un ruolo fondamentale nel proteggere i territori dei popoli indigeni da taglialegna, allevatori, minatori e altri invasori potrebbero essere eliminate dal budget statale brasiliano: alcune unità sono già state ritirate e abbiamo avuto notizie che ulteriori riduzioni sono previste per il prossimo futuro. Intere popolazioni appartenenti alle tribù indigene sono sterminate dalla violenza genocida di esterni che le derubano di terre e risorse, e da malattie, come l’influenza e il morbillo, verso cui non hanno difese immunitarie”.

Quante sono le tribù cosiddette incontattate in Brasile?

“Si stima che in Brasile ve ne siano più di cento; molte di esse vivono all’interno di territori indigeni, per un totale di 54,3 milioni di ettari di foresta protetta – un’area grande quanto la Francia. A proteggere questi vasti territori, però, ci sono solo 19 squadre del FUNAI. Questi tagli non hanno nulla a che fare con i soldi, anche perché i fondi necessari a mantenere le squadre sono esigui; è piuttosto una mossa politica del settore dell’agribusiness che sta prendendo di mira la foresta delle tribù incontattate, finora rimasta inaccessibile”.

Gli indigeni portavano in corteo a Brasilia tante bare quanti sono stati i morti tra di loro in questi anni, (si parla di 13 solo nel 2016). Perché tanti omicidi?

“Il furto di terra sta uccidendo gli indigeni in tutto il Brasile; solo nel 2015 sono stati uccisi 137 indigeni. Quando le loro terre non sono protette, le comunità restano inoltre esposte a malnutrizione e malattie. Molti popoli soffrono anche di tassi di suicidio molto alti; i Guaranì, ad esempio, convivono con uno dei tassi di suicidio più alti al mondo. I loro leader sono presi di mira dai sicari al soldo degli allevatori solo perché cercano di vivere in pace nelle loro terre ancestrali: negli ultimi anni sono stati assassinati decine di capi.”

Ladio Veron © Survival International/www.survival.it
Ladio Veron © Survival International/www.survival.it

Ad aprile abbiamo incontrato Ladio Veron, leader Guaranì, durante il tour che lo ha portato in diverse città europee per raccontare la sua vicenda personale e la situazione in cui vive la sua comunità, costretta in un territorio minuscolo, costantemente minacciata e circondata dagli interessi degli allevatori e degli agricoltori. Ladio Veron ha assistito all’omicidio di suo padre da parte di un gruppo di paramilitari.

Com’è oggi la situazione per la tua famiglia e per la tua comunità?

“Lo stesso giorno in cui sono arrivato in Europa un elicottero ha sorvolato la mia comunità e in particolare la zona in cui abita la mia famiglia. Dall’elicottero sono scese diverse persone che li hanno intimiditi e insultati, promettendo che sarebbero ritornati. Si tratta di paramilitari che sorvolano le aree della ‘retomada’ e sono pagati per intimidirci. La mia comunità vive circondata da piantagioni di soia e canna da zucchero. La terra che ci è stata effettivamente restituita è un’area molto piccola, poco produttiva. Non riusciamo a coltivare nemmeno i prodotti tradizionali necessari alla nostra comunità. E’ troppo piccola per il numero di famiglie che ci abitano. Non basta per tutti. In Brasile non abbiamo voce per gridare quello che dovrebbe essere un nostro diritto. Questo è il motivo per cui sono venuto in Europa, voglio che la gente sappia quello che sta succedendo: è un genocidio. Ci uccidono, ci intimidiscono, deturpano il nostro ambiente naturale”.

Come funziona il processo della “retomada”, della rioccupazione delle terre?

“Nello Stato del Mato Grosso do Sul esistono 46 aree di retomada, di cui solo 16 hanno ottenuto il permesso definitivo per la rioccupazione delle terre ancestrali. L’area in cui vive la mia comunità è una delle 16 zone riconosciute. Si tratta, però, di permessi che rimangono sulla carta, manca ancora la certezza di poter vivere sulla terra rioccupata, viste le continue minacce. Il governo sta vendendo le terre alle compagnie agro-industriali. Le aree che una volta erano foreste sono state devastate e adesso al loro posto ci sono le piantagioni. Molte di queste terre erano già state destinate alla retomada. Il governo sulla carta ci garantisce le terre ma poi nella realtà le aree a noi assegnate vengono occupate dalle piantagioni”.

Che impatto avrà sugli indios l’approvazione dell’emendamento costituzionale PEC 215?

“Il PEC 215 non è ancora stato approvato ma nella pratica è come se lo fosse. I villaggi vengono costantemente minacciati. Si ripetono atti intimidatori e violenze per costringere le comunità ad abbandonare le loro terre. Se veramente verrà approvata questa riforma non ci sarà più speranza: sarà tutto perduto. Se il governo si sta preparando ad ottenere quello che vuole tanto vale che invii i militari e ci ammazzi tutti. Dal 2003 al 2015 hanno ucciso più di 300 tra i nostri leader. E’ per la nostra terra che ci stiamo battendo. Possedevamo un territorio enorme e ora, quello che stiamo chiedendo allo Stato per poter vivere è l’1% di quello che avevamo”.

***

Survival International sta conducendo una campagna internazionale per chiedere al governo del Brasile di non approvare alcun progetto che potrebbe distruggere le terre e le vite dei popoli indigeni.Survival ha lanciato una petizione diretta al governo del Brasile, per impedire che questi progetti di legge pericolosi vengano approvati.

© Eleanor K. Russell/ Survival International/ www.survival.it
© Eleanor K. Russell/ Survival International/ www.survival.it
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    Marta Gatti
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I contadini fanno causa alla Banca mondiale

Di Honduras e della sua terra si è parlato molto dopo l’omicidio di Berta Caceres, attivista ambientale e leader indigena. E’ passato poco più di un anno dalla sua uccisione, ma gli assassinii di leader indigeni non si sono fermati.

A riportare alla ribalta delle cronache questo piccolo Paese centro americano è la notizia che un gruppo di contadini ha citato in giudizio una costola della Banca mondiale per aver finanziato la locale compagnia di agribusiness Dinant, proprietaria di una piantagione di palma da olio nel nord del Paese, a Bajo Aguàn. La causa, appoggiata anche dalla Ong Earth Rights International, si terrà presso una corte federale a Washington DC, dove ha sede la Banca Mondiale.

I contadini chiedono di essere risarciti per gli attacchi e le uccisioni che hanno subito. Le due class action contro la compagnia rappresentano rispettivamente 200 membri della comunità Panamà e un gruppo agricoltori che contestano le acquisizioni di terre, considerandole illegittime. I documenti presentati dagli avvocati contengono denunce di violenze e attacchi perpetrati ai danni della popolazione a partire dal 2010.

A essere finita nell’occhio del ciclone è la International Finance Corporation (IFC) della Banca mondiale che nel 2009 ha finanziato per milioni di dollari la compagnia Dinant, proprietaria di oltre 20 mila ettari di terra. Presidente della compagnia, ora nelle mani della sua famiglia, era Miguel Facussé Barjum, proprietario terriero e businessman originario dell’Honduras, morto nel giugno del 2015.

Non è la prima volta che la compagnia finisce in tribunale ma fino ad ora le denunce dei contadini sono rimaste lettera morta e la Banca mondiale è stata considerata al di sopra della legge. Gli agricoltori accusano la compagnia si avvalersi di forze private che agiscono minacciando, aggredendo e in alcuni casi uccidendo. Le denunce raccolte dalla Ong parlano di violenze perpetrate nelle case o durante il lavoro dei campi, nella vita quotidiana della comunità. Queste azioni, secondo le vittime, intendono intimidire o piegare i contadini che si oppongono all’acquisizione delle loro terre da parte della compagnia. Gli stessi controlli interni della IFC, nel 2013, hanno ammesso le falle nella supervisione dell’investimento. Nel report interno si legge che la International Finance Corporation non avrebbe supervisionato la compagnia Dinant per quanto concerne le accuse di abusi da parte del personale di sicurezza. L’Ong accusa la polizia privata della compagnia di aver ucciso, dal 2009, più di 100 contadini.

L’azienda di agribusiness sul suo sito internet risponde rigettando le accuse e annunciando di aver tolto, dal 2014, le armi da fuoco dalla dotazione degli agenti di sicurezza preposti al controllo delle piantagioni. Dinant starebbe anche adottando le linee guida volontarie per la sicurezza e i diritti umani al fine di garantire l’incolumità della popolazioni locali.

Sarà ora una corte federale di Washington a decidere se esistono delle responsabilità della International Finance Corporation nelle violazioni dei diritti umani subite dalla comunità di Bajo Aguan, in Honduras.

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    Marta Gatti
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La filantropia che fa il bene dell’agricoltura?

Il proverbio dice: “A caval donato non si guarda in bocca”. Eppure è quello che ha fatto l’organizzazione britannica Global Justice Now analizzando le donazioni della Bill e Melinda Gates Foundation. Grandi donazioni corrispondono ad un grande potere. Vuol dire decidere a chi dare finanziamenti, chi sostenere e quali politiche portare avanti. Tra i maggiori donatori al mondo c’è la Bill e Melinda Gates Foundation.

Basta andare sul loro sito per capire come le donazioni della fondazione spesso superino, e di molto, quelle della cooperazione statale di molti Paesi europei. L’Italia per il 2016 ha stanziato circa 400 milioni di euro. Tutt’altre cifre quelle della Fondazione che nel 2015 è arrivata a 4,2 miliardi di dollari.

La fondazione supporta progetti in un centinaio di Paesi del mondo: dalla ricerca alla salute, dall’istruzione fino all’agricoltura. Sono proprio alcuni progetti agricoli ad essere finiti sotto la lente di ingrandimento dell’organizzazione britannica. Nel mese di gennaio di quest’anno Global Justice Now ha pubblicato un report dal titolo “Gated Development. Is the Gates Foundation always a force for good?”.

Il report sostiene che la Fondazione favorisca, tramite il sostegno a progetti, l’azione di alcune multinazionali e la diffusione di un tipo di agricoltura industriale, molto diversa dalle pratiche sostenute e supportate dai movimenti contadini. Il report di Global Justice Now non è l’unico a sottolineare i legami con le grandi compagnie della chimica, dei fertilizzanti e delle sementi brevettate. Nel mese di marzo l’African Center for Biodiversity che si propone di promuovere la sovranità alimentare nei Paesi africani ha pubblicato un rapporto dal titolo “For your own good” che si concentra sull’impatto e la diffusione delle coltivazioni geneticamente modificate in Africa.

Secondo la ricerca il fondatore di Microsoft avrebbe finanziato la sperimentazione e la diffusione di alcuni ogm, in particolare per prodotti di largo consumo nei Paesi africani come il sorgo, il mais e il riso. Chi favorisce una donazione di questo tipo: i contadini o i colossi della chimica e delle sementi? Le organizzazioni contadine non hanno dubbi: a guadagnarci sono Monsanto, Dupont e Syngenta. Ad essere finito sotto i riflettori, in particolare, è il progetto lanciato nel 2006 dalla Bill e Melinda Gates e dalla Rockfeller Foundation “Alliance for a green revolution in Africa( AGRA)”.

Il progetto, si legge sul sito della fondazione, vuole facilitare l’accesso dei contadini a sementi di qualità e a fertilizzanti, migliorare la fertilità dei suoli, garantire i finanziamenti e la commerciabilità dei prodotti. Si tratta di obiettivi di tutto rispetto ma tra i soggetti partner elencati sul sito di AGRA compaiono Cargill, Syngenta e la African Fertilizer and Agribusiness Partnership. AGRA sul suo sito non nasconde anche il sostegno alla diffusione di semi ibridi o migliorati. L’approccio dell’agribusiness sembra essere dominante e poco spazio viene lasciato al processo di tutela delle risorse, della biodiversità e della sovranità alimentare. Per comprendere le preoccupazioni delle associazioni contadine basta guardare chi sono i destinatari delle donazioni della Bill e Melinda Gates Foundation. Si tratta in molti casi di soggetti che determinano le politiche agricole, che le sostengono e le implementano, come ad esempio: l’IFAD, ovvero il fondo internazionale per lo sviluppo agricolo, i Ministeri dell’agricoltura, come quello etiope e la FAO.

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    Marta Gatti
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Approfondimenti

Socfin, multinazionale della deforestazione

protesta land grabbing socfin

Vi è mai capitato di vedere un’aiuola circondata da filo spinato e invasa da improvvisati contadini? È quello che è successo la scorsa settimana a Bruxelles quando un gruppo di attivisti armati di rastrelli ha organizzato un’azione di protesta davanti alla sede della compagnia belgo-lussemburghese Socfin.

protesta land grabbing socfin
Credit: Ong Sos Faim

 

“Voi accaparrate la terra, noi sequestriamo la vostra”: con questo motto attivisti di diverse Ong belghe hanno voluto protestare contro Socfin, che produce gomma e palma da olio in Africa e in Asia. La stessa compagnia è finita sotto i riflettori anche dopo il rapporto pubblicato martedì scorso da Greenpeace France sugli impatti della deforestazione, in particolare nel bacino del fiume Congo.

Il rapporto “Minacce sulle foreste africane” denuncia in particolare due casi in cui la compagnia è coinvolta: nella Repubblica Democratica del Congo e a Sao Tomé e Principe. Socfin è accusata di aver deforestato per poter realizzare piantagioni per la produzione di gomma e olio di palma. Insieme a Socfin, a essere finito al centro delle proteste, in queste settimane, è il gruppo francese Bolloré.

Cosa c’entra in tutto questo il gruppo Bolloré? Il colosso francese sul suo sito vanta posizioni di rilievo in tutti settori strategici del business: dai trasporti alla logistica, dalla comunicazione ai media fino all’energia. In Italia ha un partecipazione anche nel settore bancario. Tra le tante, Bolloré possiede anche una quota di Socfin, il 38,7 per cento.

protesta land grabbing socfin
Credit: Ong Sos Faim

 

La partecipazione nella compagnia lussemburghese ha portato Bolloré alla ribalta delle cronache, soprattutto dopo la nascita di movimenti di contestazione agli investimenti di Socfin in Camerun, Sierra Leone e Cambogia.

Oltre al recente rapporto di Greenpeace che denuncia la deforestazione, la protesta contro Socfin e Bolloré è cresciuta dopo l’arresto in Sierra Leone di sei attivisti. In Sierra Leone la compagnia belgo-lussemburghese coltiva 12mila ettari di palma da olio e da anni viene contestata dalla comunità locale. Gli attivisti, supportati da Ong locali e straniere, sostengono che Socfin corrisponda allo Stato oneri di sfruttamento della terra molto bassi, per la concessione rilasciata dal ministero dell’Agricoltura.

Il 10 febbraio scorso Ong internazionali come Grain e Survie e il centro studi The Oakland Institute, impegnati contro il fenomeno dell’accaparramento delle terre, hanno lanciato un appello per la liberazione dei sei attivisti dell’associazione Maloa (Malen Affected Land Owners and Users Association), giudicati colpevoli dalla Corte di giustizia sierra leonese di aver distrutto 40 piante di palma da olio nel 2013.

Dovranno scontare dai cinque ai sei mesi di carcere. Solo uno degli arrestati è uscito pagando una multa salata, per aver incitato a commettere il crimine. Gli altri cinque rimangono in prigione. Uno dei sei condannati era stato invitato a Parigi durante i negoziati portati avanti dal gruppo Bolloré, per placare i conflitti esplosi nelle piantagioni in Sierra Leone.

Se le posizioni degli oppositori danno fastidio in Sierra Leone, le parole dei giornalisti danno fastidio a Bolloré in Francia. Tre giornalisti e due responsabili del sito Bastamag e quattro blogger sono finiti in tribunale per aver pubblicato un articolo in cui mettevano in relazione l’accaparramento delle terre in molti Paesi africani con gli interessi delle multinazionali. L’accusa è diffamazione. La testata Bastamag che ha invitato alla mobilitazione a sostegno dei giornalisti, denuncia come il fenomeno dell’accaparramento delle terre sia diventato un tabù che costa lunghi procedimenti giudiziari a coloro che vogliono parlarne.Ora rimane da vedere che effetto avranno le denunce congiunte arrivate in questi giorni da Greenpeace, gli appelli per la liberazione degli attivisti sierraleonesi e le azioni di protesta.

protesta land grabbing socfin
Credit: Ong Sos Faim
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    Marta Gatti
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Approfondimenti

La multinazionale cinese dell’agricoltura

Una mossa da 43 miliardi di dollari. È quella che ha fatto Chem China, la China National Chemical Corporation per acquisire la svizzera Syngenta. I vertici della compagnia chimica elvetica produttrice di semi e pesticidi hanno approvato la proposta cinese, che verrà lanciata ufficialmente nelle prossime settimane. Se l’operazione andasse in porto sarebbe la più grande acquisizione portata avanti da una società cinese all’estero.

Questa volta non si parla di gas o petrolio ma di agricoltura. La Cina sembra voler entrare prepotentemente nella sfida di sfamare la popolazione mondiale in crescita. Syngenta è, insieme a Monsanto e Du Pont, una delle maggiori produttrici di sementi, convenzionali e ogm, detentrice di un gran numero di brevetti. Fino a ieri Monsanto, Dupont e Syngenta possedevano insieme quasi la metà del mercato delle sementi, in particolare di mais e soia. Da domani potrà salire sul podio dell’agribusiness anche la Cina.

Con questa mossa Chem China mette i bastoni tra le ruote al colosso statunitense Monsanto che lo scorso anno aveva provato, senza successo, ad acquisire Syngenta. La multinazionale americana, infatti, puntava a diventare il gigante dell’industria chimica agraria e delle sementi, per riprendersi dal calo dei ricavi. Per Monsanto il 2015 non si è chiuso in bellezza: non tanto per le proteste e le cause giudiziarie contro prodotti chimici, che potrebbero causare danni alla salute o per l’imposizione di colture modificate che prevaricano quelle tradizionali, ma per questioni di mercato. Le vendite dei semi, soprattutto quelli di mais non stanno andando bene. La compagnia ha avuto un calo nei ricavi del 23 per cento rispetto a quelli attesi.

Che tirasse una brutta aria lo si era capito già da ottobre quando la compagnia aveva annunciato il taglio di 2.600 posti di lavoro, a cui se ne sono aggiunti altri mille, dopo le ultime perdite. In questo panorama di acquisizioni non bisogna dimenticare la fusione, cominciata nel 2015, tra altri due colossi della chimica: Du Pont (seconda produttrice di sementi dopo Monsanto) e Dow Chemical. Tutto questo sta avvenendo nel silenzio delle istituzioni che dovrebbero vigilare sul mercato. Se prima delle fusioni a dominare il mercato dei pesticidi e delle sementi erano una decina di compagnie, adesso potrebbero diventare una manciata: Du Pont-Dow Chemical, Chem China-Syngenta, Monsanto e Bayer. Monsanto, probabilmente non perderà il primato delle sementi, anche se verrà ridimensionata. Forse Monsanto continuerà ad essere il simbolo contro cui lotteranno i movimenti contadini, ma probabilmente nelle marce di protesta del futuro sentiremo nominare anche i nuovi colossi dell’agribusiness .

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    Marta Gatti
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Approfondimenti

La scomparsa del Lago Turkana

Un lago rischia di scomparire a poco a poco. Il Turkana è la principale fonte di sostentamento per popolazioni di pastori e pescatori in una regione prevalentemente arida. La maggior parte dell’acqua che alimenta il bacino verrà bloccata quando la diga sul fiume Omo, nella vicina Etiopia sarà a pieno regime. Lo sbarramento, Gibe III, realizzato dall’italiana Salini Costruttori è già contestato al di là del confine, per gli impatti sulle popolazioni etiopi della valle dell’Omo. In Kenya 300mila persone vivono delle acque del lago e della biodiversità di pesci e di piante che crescono sulle sue rive.

Ikal Ang’elei è direttrice esecutiva del gruppo di attivisti Friends of Lake Turkana che si batte per la giustizia ambientale della popolazione locale:

Il lago Turkana 1

Gli effetti della diga sulla vita attorno al lago Turkana sono devastanti. “Gli allagamenti dovuti alla variazione della portata del lago rappresentano una forma di sostentamento per le popolazioni locali che vivono di piccola agricoltura, aumentando il rischio di conflitti con le comunità che di vivono di pastorizia. L’impatto della diga potrebbe causare una riduzione del livello del lago che va da 5 a 10 metri per via della riduzione delle acque provenienti dal fiume Omo. Non si è tenuto conto di questo prima di costruire lo sbarramento”, spiega Ang’elei. Produrre energia per i campi di cotone dell’area potrebbe avere costi davvero ingestibili per l’ambiente.

In Etiopia non si parla dell’impatto che la diga avrà sul lago e lo stesso governo del Kenya sembra non voler fare nulla per ascoltare la popolazione che vive intorno al bacino. È troppo importante, infatti, l’energia prodotta dalla diga che servirà ad alimentare industrie e città. Ikal Angel’elei si batte per la partecipazione delle comunità alla gestione delle risorse:

Il lago Turkana 2

La protesta della popolazione locale continua: “Speriamo di riuscire a sensibilizzare le autorità locali a rappresentarci più di quanto abbia fatto fino ad ora il governo centrale. Le comunità pensano alla loro terra, all’acqua e alle risorse naturali. Lotteranno per i loro pascoli e per l’accesso all’acqua. Non hanno mai lottato per avere l’elettricità”, prosegue Ikal Angel’elei. Ora bisogna vedere quale interesse prevarrà: la terra oppure la più profittevole elettricità?

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    Marta Gatti
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