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Le sanzioni Ue a tre Paesi dell’Est

È stato al momento della presentazione del rapporto di giugno sullo stato dei ricollocamenti che il Commissario europeo Dimitris Avramopoulos ha annunciato sanzioni. I paesi destinatari del provvedimento sono l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Polonia, il motivo è la loro mancata disponibilità al ricollocamento di profughi da Italia e Grecia.

Avramopoulos ha precisato che i tre paesi sono stati più volte sollecitati a cooperare ma non hanno dato alcun riscontro. “In oltre un anno non hanno fatto niente – ha detto – in particolare l’Ungheria. La Repubblica Ceca non ricolloca dall’agosto del 2016 e la Polonia si è detta disponibile a dare il suo contributo due anni fa, poi più niente”. Il Commissario ha espresso dispiacere per le sanzioni ma ha anche sottolineato che non c’è alternativa e che è il momento di passare dalle parole ai fatti annunciando per oggi la pubblicazione del pacchetto mensile delle sanzioni.

I paesi interessati hanno chiarito da tempo di non condividere la politica delle quote concepita dai vertici comunitari e soprattutto il governo ungherese critica la politica di Bruxelles in ambito migranti con un atteggiamento che va oltre la semplice determinazione e che appare sempre più apertamente ostile.

Per il ministro degli Esteri di Budapest Péter Szijjártó la decisione dei vertici europei è un vero e proprio ricatto.

Da Praga il primo ministro Bohuslav Sobotka ha affermato che il paese si difenderà anche davanti agli organi giudiziari. Sobotka ha ribadito il fatto che la Repubblica Ceca non condivide il sistema delle quote anche a causa del peggioramento delle condizioni della sicurezza in Europa.

Il presidente polacco Andrzej Duda ha subito chiarito di avere un’opinione negativa sulle sanzioni e ha aggiunto che la Polonia è un paese aperto che non nega aiuto a nessuno. “Quello che però non condividiamo è di dover prestare aiuto in modo forzato come vorrebbe l’Unione europea”, ha aggiunto il presidente e concluso che a suo avviso questi provvedimenti sanzionatori sono sbagliati ma che occorre rispettare la decisione di Bruxelles anche se per la Polonia quella dei ricollocamenti non è una buona soluzione.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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“A rischio la libertà di pensiero”

C’è sempre aria di protesta, a Budapest, per la legge approvata dal parlamento e firmata dal presidente János Áder, sul funzionamento delle università straniere in Ungheria. Nel mirino la CEU ossia la Central European University, fondata dal magnate americano di origine ungherese George Soros nel 1991 per diffondere nella regione il verbo del liberalismo.

Per l’opposizione di centrosinistra la legge non è solo un attacco alla CEU ma a tutta l’istruzione superiore, alla libertà di pensiero e allo spirito critico. Anche Bruxelles stigmatizza il provvedimento, e malumore circola a Washington malgrado i tentativi fatti dal governo di Viktor Orbán per tranquillizzare le autorità statunitensi che l’intento non è quello di smantellare la CEU ma di disciplinare la presenza e l’attività delle università straniere in Ungheria.

Secondo la legge in questione tali istituzioni possono funzionare in terra magiara solo sulla base di un accordo intergovernativo con i Paesi di origine delle università interessate. Quella fondata da Soros, secondo Orbán, gode di un vantaggio ingiusto in quanto i titoli che rilascia vengono riconosciuti sia in Ungheria che negli Stati Uniti.

La risposta delle autorità di Washington non è stata particolarmente conciliante. “Il governo ungherese deve trattare direttamente con la CEU in quanto gli Stati Uniti non trattano per raggiungere accordi internazionali sulle questioni universitarie”, ha detto Hoyt Yee, sottosegretario di Stato agli Esteri in visita a Budapest, dopo un incontro con rappresentanti del governo ungherese e con la CEU.

Ai giornalisti Hoyt Yee ha espresso preoccupazione per la legge che prende di mira l’università fondata da Soros e ne minaccia la sopravvivenza.

La CEU conta 1.400 studenti originari di 108 paesi e dà lavoro a circa 300 docenti.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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Orbán prova a fermare il magnate Soros

Washington protesta nei confronti del governo ungherese per la disposizione, approvata questa settimana in parlamento con i voti della maggioranza, che colpisce la Central European University, l’istituzione fondata nel 1991 dal magnate americano di origine ungherese George Soros, per diffondere il pensiero liberale nell’area ex socialista.

Da domenica scorsa ci sono state a Budapest manifestazioni che hanno visto la partecipazione di migliaia di persone scese in piazza contro una misura che secondo l’esecutivo ha la funzione di disciplinare il funzionamento delle università straniere in Ungheria. Il provvedimento prevede, tra l’altro, che le università straniere sottopongano i loro curriculum accademici al controllo del governo e che vengano attivate procedure particolari per studenti e personale che provengono da aree geografiche specifiche.

Alle proteste di Washington il governo di Budapest ha replicato di non aver alcuna intenzione di smantellare la CEU ma di voler stabilire il principio secondo il quale le università straniere possono operare in territorio ungherese solo sulla base di un accordo intergovernativo con il Paese di provenienza della data università. Il primo ministro Viktor Orbán ha affermato che l’esecutivo da lui presieduto è aperto alla trattativa con le autorità statunitensi. Sta di fatto che, con le nuove regole, la CEU rischierebbe di non poter più immatricolare studenti dal primo gennaio del 2018 e di chiudere entro il 2021.

Le proteste sono arrivate anche da Bruxelles e Berlino direttamente interessata, quest’ultima, in quanto Budapest ospita un’università tedesca. Nel mirino sembra però sia soprattutto quella fondata da Soros il quale non è ben visto dal governo del Fidesz. Secondo il ministro dell’Istruzione Zoltán Balog, il magnate americano finanzia organizzazioni travestite da ONG che in realtà opererebbero contro l’esecutivo ungherese.

Per l’opposizione di centrosinistra, la misura recentemente approvata dal parlamento è un attacco alla libertà di ricerca, per Michael Ignatieff, rettore della CEU che ospita 1.400 studenti originari di 108 Paesi, è un atto di vandalismo politico. Secondo la ONG statunitense Freedom House, l’Ungheria è diventata teatro di una crisi democratica particolarmente grave, nell’ambito dei Paesi ex socialisti. La Polonia le farebbe buona compagnia in termini di tendenza all’autoritarismo.

Studenti e insegnanti di altre università della capitale hanno solidarizzato con la CEU, ma a livello ufficiale sembra che prevalga un atteggiamento prudente. In interviste rilasciate di recente Orbán avrebbe detto che la Central European University gode di un vantaggio illegittimo nella competizione con le altre università, dal momento che i titoli da essa rilasciati sono validi sia in Ungheria che negli Stati Uniti. Il premier magiaro lascia intendere il bisogno di creare pari opportunità nel panorama universitario ungherese, ma per i manifestanti il governo non vuole far altro che isolare e blindare sempre di più il Paese.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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I confini ungheresi sempre più blindati

L’Ungheria di Viktor Orbán porta avanti, con grande determinazione, il suo progetto di autodifesa dai flussi migratori. Sono note la decisione del governo di rafforzare la barriera antimigranti al confine con la Serbia e l’approvazione del Parlamento della legge che prevede la detenzione preventiva dei richiedenti asilo in campi situati ai confini con la Serbia e la Croazia. Da ultimo, il ministro della Difesa István Simicskó ha inaugurato l’ultima delle quattro basi militari create lungo la frontiera meridionale del Paese.

Si tratta di piccole installazioni destinate a ospitare dei soldati che dovranno aiutare gli agenti di polizia nelle operazioni di pattugliamento dei confini e di fermo dei migranti che cercano di entrare in Ungheria dalla Serbia. Tali strutture, provviste di container, possono ospitare ciascuna 150 militari e sono state realizzate con l’aiuto di soldati austriaci.

Inaugurando le basi, il ministro Simicskó ha affermato che l’Ungheria condivide con la confinante Austria la volontà di dar luogo a una difesa più efficace dei confini nazionali dai flussi migratori che, secondo il primo ministro Orbán, costituiscono un serio pericolo per la sopravvivenza dell’Europa e della sua identità culturale cristiana e sono un potenziale veicolo di terrorismo. Per questo il Paese sta blindando sempre di più le sue frontiere situate in corrispondenza di una delle principali rotte seguite dai migranti al fine di raggiungere i Paesi dell’Europa settentrionale.

Sono circa tremila, attualmente, i soldati che collaborano con la polizia di frontiera per arrestare i migranti che riescono a superare la barriera metallica e di fil di ferro situata lungo tutto il confine con la Serbia.

Restando in tema, va segnalata la reazione delle autorità ungheresi al verdetto della Corte europea dei Diritti dell’Uomo che ha condannato l’Ungheria per una vicenda risalente al 2015. Due profughi del Bangladesh avevano accusato le autorità di Budapest di essere stati maltrattati, la denuncia era stata presentata alla Corte dalla Tasz, l’Associazione dei diritti fondamentali, una Ong finanziata in parte da George Soros, miliardario statunitense di origine ungherese. Nel verdetto, la Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Ungheria a risarcire i due richiedenti asilo versando loro la somma di 10.000 euro a testa.

Le autorità di Budapest, però, non accettano questo responso che considerano ingiusto dal momento che, come dice György Bakondi, consigliere di Viktor Orbán per la sicurezza, il Paese si è fatto carico della difesa di tutta l’Europa dall’invasione dei migranti. Ma c’è di più: in Parlamento, un deputato della maggioranza ha chiesto che l’Ungheria esca dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo, onde evitare, in futuro, condanne di questo genere.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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L’Ungheria viola le norme internazionali

Con la legge approvata dal parlamento martedì scorso, le autorità ungheresi intendono blindare ulteriormente i confini del Paese e renderlo sempre meno ospitale agli occhi dei migranti.

Il testo dispone che i richiedenti asilo e i migranti fermati in qualsiasi punto del territorio nazionale vengano sottoposti a un regime di detenzione preventiva in campi predisposti ai confini con la Serbia e la Croazia. Vi troveranno posto dei container che potranno ospitare dalle 200 alle 300 persone per il periodo della procedura necessaria a esaminare le richieste di asilo.

Il sistema della custodia preventiva era stato soppresso in Ungheria, nel 2013, dietro pressioni dell’Unione europea e dell’Onu, ma le sue autorità hanno deciso di ripristinarlo pur riconoscendo che questa prassi va contro le norme internazionali precedentemente accettate anche da Budapest. “Lo sappiamo ma andremo avanti lo stesso su questa strada”, ha detto di recente il primo ministro Viktor Orbán. Secondo il premier i flussi migratori hanno posto sotto assedio il Paese. Questi ultimi a suo avviso si sono solo temporaneamente affievoliti.

È ormai nota da tempo la posizione del governo ungherese nei confronti di questo fenomeno che Orbán e i suoi collaboratori e sostenitori considerano negativo sotto tutti i punti di vista. Lo vedono come una minaccia per la cultura europea e la sua identità cristiana. “Questi migranti sono persone che vogliono vivere da noi senza accettare i nostri usi ma solo gli standard di vita europei”, ha detto ancora il premier e aggiunto che i clandestini vanno arrestati e sottoposti a trattamenti rigorosi, quelli previsti dalla legge.

Pochissime persone ottengono il diritto di asilo in Ungheria: nel 2016 solo 425 persone l’hanno avuto su un totale di 30.000 richiedenti. Sono 170.000 coloro i quali hanno attraversato il confine ungherese solo per recarsi in Austria o in Germania.

Diverse organizzazioni attive in questo campo hanno criticato duramente l’adozione di questa legge. Per Amnesty International il sistema della detenzione preventiva dei profughi e migranti è semplicemente inaccettabile. A suo avviso il ricorso alla custodia preventiva non significa dar luogo a una politica in ambito migranti, ma piuttosto decidere di non averne una. Alle critiche di Amnesty e di altre organizzazioni simili, il ministro dell’Interno Sándor Pintér ha risposto che spesso i richiedenti asilo non rispettano le regole, non attendono la fine della procedura e si muovono a loro piacimento entro i confini di Schengen per raggiungere i paesi dell’Europa nord-occidentale. Ciò costituisce, secondo Pintér, un rischio per la sicurezza di tutti. Per Amnesty, invece, è l’Ungheria a violare norme internazionali adottando una prassi che definisce disumana.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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Chiude il principale giornale d’opposizione

La società Mediaworks, editrice del Népszabadság, principale quotidiano ungherese d’opposizione al governo Orbán, ha deciso di chiudere il giornale fino alla definizione di una nuova strategia economica per rimettere a posto i conti.

Un giornalista che ha lasciato il quotidiano qualche mese fa e che è stato intervistato dal portale di informazione francese Hulala, specializzato in Europa centrale e orientale, afferma che i redattori del Népszabadság sono stati informati del fatto solo un giorno prima. Questi ultimi dichiarano di non aver più accesso né alla sede del quotidiano né al loro indirizzo mail professionale. Molti di loro parlano di “putsch” e di nuova spallata alla libertà di stampa in Ungheria. Il riferimento al governo è chiaro.

Il sito web del giornale risulta non più disponibile; al suo posto c’è un comunicato in ungherese e in inglese redatto da Mediaworks, che precisa che la tiratura del Népszabadság è scesa del 74% in questi ultimi dieci anni, il che significa una diminuzione di centomila copie. Il testo parla di una situazione sempre più critica a partire dal 2007 e di una perdita di 5 miliardi di fiorini. La società editrice conclude affermando che il suo obiettivo è elaborare, per il quotidiano, un nuovo modello che sia più in linea con le nuove tendenze del settore.

Fondato nel 1956, il Népszabadság è una testata storica; è stato l’organo ufficiale del Partito Socialista Ungherese dei Lavoratori (MSzMP), all’epoca di János Kádár. Dopo il cambiamento politico, è stato acquistato dal gruppo tedesco Bertelsmann AG. poi, nel 2003, da quello svizzero Ringier infine, nel 2014, dall’uomo d’affari austriaco Heinrich Pecina, proprietario di Mediaworks. Nel giugno del 2015 il Partito Socialista (MSzP), ha venduto la sua quota (27,65%).

Dopo l’annuncio della chiusura del giornale ci sono state testimonianze di solidarietà da parte di diverse testate ungheresi, tra esse il quotidiano socialdemocratico Népszava, ma anche il quotidiano di destra Magyar Nemzet che avrebbe definito inaccettabile il comportamento di Mediaworks nei confronti dei redattori del Népszabadság.

Secondo il Partito Socialista oggi è un giorno triste per la libertà di stampa in Ungheria e ha organizzato una manifestazione davanti alla sede di Mediaworks. Un’altra dimostrazione ha avuto luogo di fronte all’edificio del Parlamento dove i presenti hanno scandito in coro “Democrazia! Democrazia!”. I dimostranti accusano il governo di nuove manovre contro la libertà di stampa e l’ex premier socialista e attuale leader di Coalizione Democratica (DK), Ferenc 3 Gyurcsány, afferma che il Paese si trova di fronte al “più grave crimine mai commesso da Viktor Orbán” e invita militanti ed elettori del partito a impegnarsi per sostenere la democrazia nel Paese.

Il quotidiano Népszava fa riferimento a voci secondo le quali personaggi vicini al primo ministro avrebbero creato una società incaricata del compito di acquistare diverse testate di proprietà di Mediaworks. Secondo informazioni che non hanno ancora trovato conferma, si potrebbe trattare di Gábor Liszkai, direttore del giornale di destra Magyar Idők e di Lőrinc Mészáros uomo del partito governativo Fidesz e sindaco di Felcsút, piccolo centro abitato in cui è cresciuto il primo ministro. I giornalisti del Népszabadság annunciano battaglia.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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L’Ungheria dopo il referendum

Anche se non ha raggiunto il quorum, il primo ministro ungherese Viktor Orbán si dice soddisfatto dell’esito del referendum. A suo avviso ciò che conta è che 3,3 milioni di ungheresi abbiano detto no al sistema delle quote di accoglienza ai migranti. “Una cosa della quale Bruxelles deve tenere conto”, ha detto il premier che lunedì scorso ha annunciato al parlamento l’intenzione di dar luogo a una modifica costituzionale. Servirebbe a sottrarre l’Ungheria all’obbligo di ospitare migranti e profughi senza l’assenso dell’Assemblea nazionale. Orbán ha precisato che una commissione dovrà redigere il testo della modifica che però il Parlamento non sarà obbligato a recepire visto il mancato raggiungimento del quorum.

Per il primo ministro si tratta di un’iniziativa che si inserisce nello spirito del referendum. All’indomani del voto Orbán ha annunciato l’intenzione di trattare subito con l’Ue per ottenere che l’Ungheria non debba ospitare per forza cittadini stranieri indesiderati; il riferimento è evidentemente ai musulmani e ai terroristi. L’attività di questi ultimi, secondo il governo, è strettamente legata ai grandi e incontrollati flussi migratori. Bruxelles non mostra, però, grande disponibilità nei confronti dell’esecutivo di Budapest. Per i vertici dell’Unione il referendum non avrebbe avuto alcuna validità anche se il quorum fosse stato raggiunto.

Secondo il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, quello che Orbán fa è un “gioco pericoloso” a fronte dei meno di 1.300 migranti che l’Ungheria dovrebbe accogliere su un numero di 160.000 in partenza dall’Italia e dalla Grecia e prossimamente oggetto di smistamento. Ma il premier ungherese intende andare avanti per la stessa strada intrapresa oltre un anno fa in questo ambito. È orgoglioso del fatto che il suo governo abbia interpellato l’elettorato sul problema dei migranti. “Purtroppo è stato l’unico”, ha precisato il premier.

Il referendum è stato uno strumento per legittimare l’opposizione di Budapest al sistema delle quote. Esso è stato appoggiato dal partito Jobbik e descritto dall’opposizione come iniziativa “xenofoba e islamofoba”. Gli appelli di quest’ultima a disertare le urne sono stati ascoltati dato che l’affluenza è stata del 43%. I partiti di centrosinistra avversari del governo possono quindi esprimere soddisfazione, del resto l’esecutivo fa la stessa cosa dal momento che il 98% di chi è andato a votare ha scelto il “no” contro il solo 2% a favore dell’opzione contraria.

L’Unione europea disapprova l’orientamento politico dell’Ungheria di Orbán in ambito migranti e Amnesty International denuncia violenze della polizia magiara al confine contro questi ultimi per scoraggiarli dal fare richiesta di asilo alle autorità di Budapest. L’organizzazione accusa da tempo il governo ungherese di spendere più in reticolati e mezzi per sigillare le sue frontiere che per accogliere coloro i quali scappano dalle guerre. Secondo recenti calcoli l’Ungheria ne ha finora accettati poco più di 500 respingendone otto su dieci e la musica non sembra destinata a cambiare come dimostrano anche i proclami del premier. “La burocrazia di Bruxelles e la sinistra europea considerano utile l’immigrazione di massa”, ha affermato Orbán, il quale si dice pronto a battersi contro il “partito dell’accoglienza”.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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Amnesty International accusa l’Ungheria

Il titolo è “Speranze abbandonate: l’attacco dell’Ungheria ai diritti dei rifugiati e dei migranti”, si tratta di un rapporto di Amnesty International (AI) su come le autorità ungheresi, politiche e di polizia, si comportano nei confronti dei migranti.

Il dossier parla apertamente di maltrattamenti da parte delle forze dell’ordine e di procedure volutamente lunghe e complesse, tese a scoraggiare i migranti a fare richiesta di asilo in Ungheria. “Violenze anche su minori non accompagnati, respingimenti illegali e detenzioni arbitrarie”, queste le pratiche denunciate dal dossier e confermate da John Dalhuisen, direttore di AI per l’Europa. Quest’ultimo ha dichiarato di recente che questi comportamenti vengono messi in atto dalle autorità di Budapest, proprio per chiarire ai migranti che l’Ungheria vuole tenerli lontani.

Comportamenti che trovano posto all’interno di un disegno politico e di un sistema dei quali fanno parte i reticolati ai confini con la Serbia e con la Croazia, la propaganda governativa che mette in cattiva luce i migranti creando un nesso tra il fenomeno dell’immigrazione e quello del terrorismo internazionale e il referendum contro le quote obbligatorie di accoglienza che si svolgerà domenica 2 ottobre.

Per Dalhuisen il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha sostituito lo Stato di diritto con uno Stato di paura. Le sue accuse, però non si rivolgono solo all’Ungheria, ma un po’ a tutti i leader europei che non sono stati in grado di impedire al governo ungherese di adottare certi provvedimenti.

Le accuse di AI si sono aggiunte ad altre formulate di recente contro l’Ungheria, in modo particolare quelle di Human Rights Watch, che stigmatizza l’esecutivo di Budapest per la sua politica che viola i diritti umani e non mostra alcuna solidarietà nei confronti dei migranti. Anzi… Nel momento in cui questo articolo viene scritto non si è a conoscenza di reazioni da parte del governo al rapporto di AI, ma è noto che, prima ancora della pubblicazione del dossier, Zoltán Kovács, portavoce dell’esecutivo, aveva definito bugie le notizie sui maltrattamenti inflitti dalla polizia ungherese ai migranti.

AI è naturalmente di parere opposto; il suo dossier si basa sulle testimonianze di 143 persone che hanno raccontato le loro vicende al confine con l’Ungheria. Ai confini particolarmente interessati all’arrivo di migranti sono state predisposte delle zone di transito le quali non sono altro che dei container in cui vengono sottoposte a esame le domande dei richiedenti asilo e trattenute le persone accettate. Secondo AI, ogni giorno, nelle zone di transito vengono ammesse solo trenta persone, le altre restano fuori, lungo il confine, in condizioni di grande precarietà o nei centri esistenti in territorio serbo e perennemente sovraffollati.

Un anno fa, nel periodo in cui la crisi era al culmine, si sono verificati più volte incidenti al confine ungaro-serbo tra migranti e agenti ungheresi. I testimoni raccontano di lacrimogeni, manganellate, spesso gratuite, e uso di idranti. Dall’altra, lancio di sassi e tentativi di sfondare il cordone di sicurezza per superare il confine e sperare di raggiungere un giorno la Germania o l’Austria.

A un anno da quegli avvenimenti le visioni dell’Ue in ambito migranti si scontrano sempre più con quelle dell’Ungheria, degli altri paesi del V4 e dell’Austria. E il referendum ungherese di domenica vuole essere una risposta a Bruxelles e contiene l’auspicio che altri stati membri dell’Ue facciano altrettanto.

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Domenica il referendum sui migranti

Ci avviciniamo a grandi passi al 2 ottobre, giorno del referendum ungherese sulle quote obbligatorie di accoglienza dei migranti volute dall’Unione europea. E siamo anche alle ultime battute di una campagna elettorale martellante, quale quella svolta dal governo con manifesti affissi in tutto il Paese, messaggi televisivi e comizi, soprattutto nelle zone di provincia, per convincere l’opinione pubblica a bocciare il sistema delle quote votando no al referendum.

Previsioni

Secondo gli ultimi sondaggi, il no avrebbe un vantaggio schiacciante sul sì: 73 per cento, contro il 4 per cento attribuito ai sì. Ma, sempre secondo i sondaggi, è a rischio il raggiungimento del quorum. Il voto è valido se va a votare almeno il 50 per cento degli elettori e, stando ai numeri dell’Istituto Republikon, al momento il 48 per cento degli elettori sarebbe sicuro di andare a votare e secondo altri anche meno. Invece, la percentuale degli aventi diritto decisi a boicottare il voto sarebbe passata dal 17 al 21 per cento.

Il quesito del referendum

“Volete che l’Unione europea imponga l’insediamento obbligatorio sul territorio ungherese di cittadini non ungheresi anche senza il consenso del Parlamento ungherese?”.

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I manifesti del governo dicono: “Non mettiamo a repentaglio il futuro del Paese, votiamo no”. Il governo Orbán ritiene che il sistema delle quote non solo non risolva il problema migranti ma incoraggi l’immigrazione clandestina e l’attività dei trafficanti di esseri umani. Perciò respinge questo sistema e l’intera politica dell’Unione in ambito migranti che definisce fallimentare.

Il governo paventa l’arrivo di un numero ancora maggiore di migranti musulmani che, a suo avviso, metterebbero a rischio l’esistenza stessa dell’Europa. Il governo ungherese, che ha scelto la linea dura in questo ambito, sostiene di essere l’unico a essersi impegnato veramente nella difesa dei confini di Schengen, l’unico ad avere rispettato le regole europee in questo ambito.

L’opposizione, il cui slogan è “il 2 ottobre decidi di restare a casa e quindi di restare in Europa”, è divisa fra boicottaggio, voto non valido ed è in minima parte impegnata a sostenere le ragioni del sì.

Numerosi personaggi in vista del mondo ecclesiastico ungherese hanno dichiarato di appoggiare le ragioni del governo, la comunità ebraica sembra invece divisa, almeno per certi versi: il rabbino Zoltán Radnóti avrebbe deciso di boicottare il referendum per “non fare il gioco del governo”, mentre il rabbino Slomó Köves della Congregazione Unificata Ebraica d’Ungheria affiliata al movimento Chabad, avrebbe invece preso la decisione di sposare la causa dell’esecutivo. “Si tratta di una questione che riguarda da vicino l’incolumità dei membri della comunità ebraica d’Ungheria”, ha detto e aggiunto: “Non credo che sia un bene il fatto che la sistemazione dei migranti diventi obbligatoria o incontrollabile”.

Spinta dalla sfiducia nei confronti delle politiche dell’Ue, non solo in ambito migranti, l’Ungheria di Orbán procede, quindi, verso il referendum del 2 ottobre con il quale l’esecutivo intende mostrare all’Ue di avere il Paese dalla sua. Di recente il primo ministro ungherese ha espresso l’auspicio che questo appuntamento alle urne porti ad altre consultazioni popolari nell’Ue, per fermare a titolo definitivo questa “politica nichilista”.

La proposta di Orbán

In un’intervista, concessa recentemente al portale di informazione Origo, il primo ministro Orbán avrebbe affermato che occorrerebbe rastrellare i migranti in giro per l’Europa e deportarli in un’isola o sulle coste dell’Africa settentrionale in campi profughi da porre sotto sorveglianza armata. I migranti potrebbero lasciare queste strutture solo quando venisse individuato il Paese disposto ad ospitarli. Il premier ha battezzato questa proposta “Schengen 2”. A suo avviso il programma dovrebbe essere realizzato con i fondi dell’Ue, nell’interesse stesso di Bruxelles.

In pratica Orbán avrebbe tratto ispirazione da una pratica adottata dalle autorità australiane in due isole della Micronesia e di Papua Nuova Guinea e già proposta in Europa da Frauke Petry, leader, insieme a Jörg Meuthen dell’AfD (Alternative für Deutschland, populisti di destra).

 

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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Ungheria, il 2 ottobre referendum sulle quote

Il presidente ungherese János Áder ha indetto per il prossimo 2 ottobre il referendum voluto dal governo di Viktor Orbán sulle quote di accoglienza dei migranti.La stessa data è stata scelta anche in Austria per ripetere il ballottaggio, invalidato dalla Corte costituzionale.

“Volete che l’Unione europea disponga l’insediamento di cittadini non ungheresi in Ungheria senza l’approvazione del Parlamento ungherese?”. Sarà questo il quesito rivolto a coloro i quali si recheranno alle urne. Per l’esecutivo è inammissibile che Bruxelles pretenda dai cittadini di un Paese membro di accettare una decisione imposta da poteri esterni scavalcando il parere dei parlamenti nazionali.

Per il governo di Budapest il sistema delle quote, che nel caso dell’Ungheria, ha disposto l’accoglienza di circa 1.300 migranti da ricollocare, è sbagliato in quanto non farà altro che incoraggiare l’immigrazione clandestina e l’attività dei trafficanti di esseri umani, per Orbán col referendum si tratta di decidere in merito all’indipendenza del paese e di far valere il principio secondo il quale sono i suoi cittadini a decidere con chi vogliono convivere. L’opposizione e gli ambienti progressisti della società civile criticano la politica dell’esecutivo che a loro avviso porterà l’Ungheria fuori dall’Unione, e c’è chi ha già iniziato a invitare gli elettori a boicottare il referendum in quanto quest’ultimo, a suo avviso, sarà l’anticamera della “Hungexit”.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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La Brexit vista dal Gruppo di Visegrád

Questa settimana si è svolto a Praga un vertice dei ministri degli Esteri del Gruppo di Visegrád con la partecipazione dei rappresentanti delle diplomazie di Francia e Germania. Dopo la riunione il ministro ceco Lubomir Zaoralek ha espresso chiaramente il suo punto di vista sul risultato del referendum britannico favorevole al leave e sulle sue conseguenze. Per il capo della diplomazia di Praga, l’accaduto e la prospettiva dell’uscita della Gran Bretagna dai 28, non ferma lo sviluppo dell’Unione europea, ma sottolinea il fatto che Bruxelles deve dare risposte precise alla situazione che si è venuta a creare. “Siamo tutti concordi nell’affermare che l’Unione europea non può permettersi di fare come se nulla fosse successo”, ha aggiunto il ministro ceco.

Nel corso del vertice di Praga, Zaoralek ha affermato che il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, non ha fatto niente per impedire l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione e che per questo dovrebbe rassegnare le dimissioni. Zaoralek ha aggiunto che quanto è avvenuto dimostra l’inadeguatezza di Juncker alla carica che ricopre. Quest’ultimo, durante l’incontro, è stato difeso dal rappresentante della diplomazia tedesca evidentemente propensa a ridimensionare le responsabilità del presidente della Commissione europea a fronte del caso Brexit.

Commentando i risultati del referendum britannico il primo ministro slovacco Robert Fico aveva detto che gli altri 27 membri dell’Unione europea devono reagire in tempi rapidi all’accaduto. “Ci dispiace che Londra ci lasci ma rispettiamo il responso delle urne”, ha affermato di recente Ivan Korčok, segretario di Stato agli Esteri il quale ha anche auspicato che le autorità di Londra dicano chiaramente quali passi compiranno nell’immediato per non lasciare spazio all’incertezza in un momento così delicato. Secondo diversi esperti slovacchi, la Brexit avrà ricadute limitate sull’economia del Paese, visto il volume non eccessivo degli scambi commerciali con la Gran Bretagna, ma sarà un impegno di notevole portata per la presidenza di turno slovacca dell’Unione europea.

L’Ungheria e la Polonia sono d’accordo sulla necessità di stringere ulteriormente i loro legami soprattutto dopo il voto britannico. In generale i Paesi di Visegrád seguono con grande attenzione la vicenda e si sentono toccati dalla Brexit non solo per il futuro dell’Unione ma anche per il numero non irrilevante di loro cittadini che lavorano in Gran Bretagna. Di recente il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ha affermato che, considerato questo aspetto, gli stati dell’area vorranno un posto al tavolo dei negoziati di uscita di Londra dall’Unione europea.

Intanto il governo ceco ha approvato l’istituzione di un gruppo di lavoro incaricato del compito di esprimere la posizione del paese e le sue priorità in vista di tali negoziati. L’annuncio è stato dato in settimana dal primo ministro Bohuslav Sobotka, per il quale, con l’uscita della Gran Bretagna, l’Europa di oggi è a maggior ragione minacciata da nazionalisti e pulsioni separatiste. Il premier ha anche affermato di considerare l’Unione la migliore delle garanzie contro le sciagure che si sono verificate nel Vecchio continente nel corso del XX secolo. E al vertice di Bruxelles Sobotka ha chiesto a David Cameron di impedire che il risultato del referendum crei  un clima di intolleranza verso i cittadini della Repubblica Ceca e di altri Paesi dell’Europa centro-orientale che vivono e lavorano in Gran Bretagna.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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Il governo Orbán verso il referendum anti-quote

Nelle città dell’Ungheria sono ricomparsi i cartelli governativi a sfondo azzurro, come quelli che un anno fa ammonivano i migranti a non portare via il lavoro agli ungheresi. Questa volta il messaggio dell’esecutivo guidato da Viktor Orbán è rivolto principalmente all’elettorato ed è stato concepito a sostegno del referendum che il premier e i suoi più stretti collaboratori intendono tenere a settembre o a ottobre. Tema della consultazione popolare la politica delle quote obbligatorie di accoglienza dei migranti voluta dall’Unione europea. Il referendum, che è stato approvato dal Parlamento lo scorso 10 maggio, prevede di chiedere agli aventi diritto il loro parere sulle quote con la domanda: “Volete che l’Unione europea disponga l’insediamento di cittadini non ungheresi in Ungheria senza l’approvazione del Parlamento ungherese?”.

Per il governo è inaccettabile che Bruxelles pretenda che i cittadini di un paese membro accettino una condizione imposta da poteri esterni scavalcando il parere dei parlamenti nazionali. Più volte le autorità ungheresi e quelle degli altri Paesi facenti parte del Gruppo di Visegrád, ossia la Slovacchia, la Repubblica Ceca e la Polonia, si sono espressi negativamente nei confronti della politica delle quote che secondo il governo di Budapest non farebbe altro che incentivare l’immigrazione e gli affari dei trafficanti di esseri umani. In perfetta sintonia con il governo ungherese, le autorità slovacche e quelle ceche hanno affermato di recente di considerare inaccettabile questo sistema e le sanzioni previste per i Paesi che si rifiutano di ospitare i rifugiati. Il disaccordo su questi punti tra l’esecutivo magiaro e l’Unione europea è noto da tempo così come è nota la critica di Budapest alla politica di Bruxelles in ambito migranti che Orbán considera falsamente buonista e comunque incapace di affrontare una crisi che a suo modo di vedere mette a repentaglio la sopravvivenza stessa dell’Europa.

In più occasioni il premier danubiano ha avuto modo di chiarire il suo parere sui flussi migratori che considera negativi da tutti i punti di vista. Orbán e il suo governo affermano apertamente di non vedere di buon occhio il fatto che persone di altra cultura e religione si mescolino ai cittadini ungheresi. A loro avviso la cosa non può funzionare come dimostra il fallimento del modello multiculturale sostenuto dall’Europa occidentale. Un modello che secondo il primo ministro di Budapest ha mostrato le sue vistose crepe in Francia e nel Regno Unito e che i paesi dell’Europa centro-orientale non vogliono accettare. L’opposizione politica e gli ambienti progressisti della società ungherese stigmatizzano il nesso fra l’immigrazione e il terrorismo fatto dal governo ungherese, ma Zoltán Kovács, portavoce dell’esecutivo sostiene che è la realtà dei fatti a stabilire questa relazione, non la compagine governativa di Orbán. Quest’ultima sostiene le ragioni del referendum anche se, secondo diversi esperti di diritto internazionale, questa consultazione è illecita in quanto la “Legge fondamentale” ossia la Costituzione voluta dal governo, vieta lo svolgimento di referendum su trattati e accordi internazionali. A loro avviso, inoltre, il referendum non avrebbe alcuna influenza sugli apparati decisionali dell’Unione europea. Ora l’Alta corte è impegnata nell’esame di un’obiezione fatta contro il referendum, se il test dovesse svolgersi e se dovessero vincere i no, il governo potrebbe usare il risultato di questa consultazione per dimostrare all’opposizione e all’Unione europea di avere l’appoggio della maggioranza della popolazione.

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“Per l’Islam non c’è posto da noi”

Al Prague European Summit di questa settimana si è discusso del futuro degli accordi di Schengen, degli effetti di un’eventuale uscita di Londra dall’Unione europea, di quelli delle elezioni americane sui rapporti tra Stati Uniti e Unione europea, e della crisi che l’Unione sta affrontando in questo momento. A Praga, nell’occasione, ha avuto luogo anche il vertice dei premier del Gruppo di Visegrád che con l’emergenza migranti ha trovato un nuovo slancio sullo scenario europeo e incarnato la critica più netta alla politica di Bruxelles sul fronte dell’immigrazione e al sistema delle quote obbligatorie di accoglienza dei migranti proposto dai vertici dell’Unione.

Proprio all’inizio della settimana i presidenti della Camere dei deputati ceca e slovacca, Milan Štěch e Andrej Danko, hanno dichiarato, a Praga, che i loro due Paesi considerano inaccettabili sia le quote di accoglienza dei migranti, sia le sanzioni previste per i paesi che si rifiutano di accogliere i profughi. “Faremo del nostro meglio perché questi meccanismi vengano respinti” ha aggiunto Štěch.

Tali posizioni sono in sintonia con quelle dell’Ungheria del premier Viktor Orbán il quale intende interpellare i suoi connazionali sulla politica delle quote in un referendum cui il governo di Budapest vorrebbe dar luogo a settembre o a ottobre. Di recente, in visita a Copenaghen per fare il punto sulle relazioni economiche ungaro-danesi, il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ha affermato che il sistema delle quote è inaccettabile in quanto non fa che incentivare i flussi migratori e aggravare ulteriormente la crisi migranti. Szijjártó ha aggiunto di essersi trovato d’accordo con il vice premier e ministro degli Esteri danese Kristian Jansen, sulla necessità di una più solida tutela delle frontiere europee quale aspetto centrale della lotta contro l’immigrazione clandestina.

I rappresentanti del Gruppo di Visegrád si sono quindi preparati in modo “agguerrito” al vertice praghese. Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, sostengono la linea dura nei confronti dei flussi migratori e condividono la critica al modo in cui Bruxelles ha finora affrontato la crisi. Nella prima intervista rilasciata dopo le elezioni di marzo all’agenzia di stampa TASR, il premier slovacco Robert Fico si è espresso con toni ancora più duri di quelli usati prima del voto, contro la politica delle quote. Fico ha detto: “Potrà sembrare strano ma purtroppo per l’Islam non c’è posto da noi”, e aggiunto che coloro i quali affermano che la Slovacchia vuole diventare multiculturale vanno contro lo spirito del paese.

Come Orbán, Fico teme l’arrivo di migliaia di musulmani che, in quanto tali, minacciano a suo avviso le radici culturali su cui si basa la Slovacchia, che il primo luglio assumerà la presidenza semestrale dell’Unione europea. Il primo ministro si è riferito alle esperienze negative vissute da altri paesi europei in questo ambito e precisato di aver discusso più volte dell’argomento con il suo omologo maltese secondo il quale il problema dell’arrivo dei migranti è che questi ultimi stravolgerebbero gli equilibri sociali e culturali dei paesi nei quali si stabiliscono. Secondo il primo ministro slovacco occorre parlare molto chiaramente di questi aspetti per evitare che si ripetano tensioni e problemi già avvenuti in Europa in ambito migranti.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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Polonia, osservato speciale dell’Ue

La visita a Varsavia del vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans si è conclusa con toni cordiali e con un po’ più di ottimismo da parte dell’Unione europea circa la possibilità di un accordo con le autorità polacche sulla questione dello stato di diritto.

Una questione di grave attualità per Bruxelles a causa delle norme decise dal governo polacco per controllare i media e per depotenziare la Corte Costituzionale in modo da poter imporre più facilmente decisioni di carattere politico. Questi aspetti hanno creato tensioni fra l’Unione e le autorità di Varsavia. La Commissione europea aveva fissato al 23 maggio scorso la data limite entro la quale l’esecutivo polacco avrebbe dovuto dare disposizioni concrete per modificare le norme che, secondo i critici, hanno legato le mani alla Corte Costituzionale.

Il primo ministro polacco Beata Szydło aveva reagito con veemenza alla pressione esercitata da Bruxelles sul suo governo e aveva detto che mai Varsavia si sarebbe piegata ad ultimatum imposti dall’Unione europea e aggiunto che alcuni membri della Commissione stanno distruggendo l’Unione. Poi ci sono stati il viaggio a Varsavia di Timmermans e i suoi incontri con le autorità del Paese che come già precisato hanno alimentato speranze di intesa tra le parti.

Dopo la visita del braccio destro di Jean-Claude Juncker nella capitale polacca, la Commissione europea ha smorzato i toni e deciso di concedere più tempo alla Polonia per mettere fine alla crisi istituzionale in atto nel Paese che è divenuto membro dell’Unione europea il primo maggio del 2004. L’esecutivo dell’Unione ha deciso di rimandare la pubblicazione del giudizio sulla situazione in Polonia che era atteso già nei giorni scorsi.

Le autorità di Bruxelles prevedono di tornare sull’argomento la prossima settimana vista la volontà di collaborare mostrata, secondo Timmermans, dal governo polacco. “Mi sembra che le nostre posizioni si siano avvicinate”, ha detto il vicepresidente della Commissione europea. Timmermans ha anche aggiunto di concordare pienamente con la Szydło quando quest’ultima afferma che quello dello stato di diritto è un problema della Polonia e che la soluzione deve essere necessariamente solo polacca.

Toni più concilianti, quindi, tra Varsavia e Bruxelles dopo le tensioni di quest’ultimo periodo e dopo che si era profilata la possibilità di dar luogo nel caso della Polonia alla sospensione del diritto di voto nel Consiglio europeo a causa dei provvedimenti incriminati, fermo restando che l’Ungheria di Viktor Orbán, nel caso si verificasse uno scenario simile, potrebbe bloccare l’imposizione di sanzioni nei confronti della Polonia ed è noto che questo tipo di provvedimenti necessita un voto unanime.

Ora invece l’Unione è più ottimista in quanto ritiene che l’esecutivo polacco consideri anche suo interesse collaborare con Bruxelles per risolvere un problema così spinoso. Ma non è detta l’ultima. Settimana intensa, quindi, quella in corso per la diplomazia di Varsavia, la scorsa è stata caratterizzata, tra l’altro, dalla promulgazione, da parte del presidente polacco Andrzej Duda, della legge che proibisce ogni riferimento al comunismo o ad altri regimi totalitari nei nomi delle vie, delle piazze e di altri luoghi pubblici delle città del Paese. La legge dispone che le autorità abbiano un anno di tempo per cambiare nomi di luoghi pubblici riconducibili al comunismo o comunque a regimi totalitari. Secondo fonti locali il numero dei luoghi interessati al provvedimento è compreso fra le 1.200 e le 1.400 unità.

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La svolta razzista della Slovacchia

In Slovacchia, secondo la polizia, si assiste oggi ad un aumento dei crimini perpetrati da estremisti. Ci sono delle statistiche che mostrano la crescita di questo fenomeno. Nel lasso di tempo compreso fra gennaio e marzo di quest’anno, sono stati rilevati diciannove casi di violenza a sfondo razziale o comunque di atti criminali, mentre nello stesso periodo dell’anno scorso ne sono stati registrati otto. Secondo gli esperti e le forze dell’ordine anche Internet è testimone di un aumento di manifestazioni di odio politico e razziale.

Recentemente gli ebrei, i Rom, gli immigrati e i profughi sono stati spesso oggetto di attacchi verbali da parte di membri e sostenitori del partito di estrema destra La nostra Slovacchia che siede in Parlamento con quattordici deputati grazie ai voti ottenuti alle elezioni politiche dello scorso marzo. Gli esperti fanno notare che la magistratura slovacca riesce difficilmente a punire gli autori di esternazioni razziste e di minacce nei confronti di ebrei, Rom e rifugiati.

Alcuni osservatori sostengono che la polizia e i servizi segreti avrebbero dovuto già da tempo prendere provvedimenti seri per scoraggiare questo tipo di fenomeno nei confronti del quale, a loro avviso, le autorità sono state un po’ troppo tolleranti, “e questa tolleranza – aggiungono – non fa che incoraggiare l’estremismo“. Ne sanno qualcosa i tifosi di calcio che non di rado sono costretti ad assistere alle performance delle teste rasate dentro e fuori dagli stadi, ad esempio dopo le partite e dopo abbondanti bevute in birreria con atteggiamenti che non hanno niente a che vedere con la passione per il pallone. Un episodio di questo genere è avvenuto di recente nella città di Trnava e qualche testimone ha detto che se prima si poteva parlare soprattutto di violenza verbale che trovava espressione in rete, ora si assiste sempre più spesso a disordini provocati da estremisti facinorosi e aggressivi.

Le statistiche riguardanti gli atti estremistici sono in crescita, ma questo, secondo gli esperti non dipende dall’approdo del partito di Marian Kotleba al Parlamento, ma dal fatto che a lungo le autorità giudiziarie e politiche hanno esitato a prendere delle misure contro il fenomeno, forse perché l’hanno sottovalutato, forse perché non in grado di interpretare correttamente la situazione, fatto sta che a lungo è mancata una risposta decisa alla violenza razzista e agli atti di teppismo delle teste rasate.

Il fenomeno è in crescita anche altrove in Europa: in diversi paesi del vecchio continente è aumentata la popolarità dei partiti di estrema destra, sempre pronti a dare la colpa a ebrei, Rom, immigrati e a fattori esterni, dei problemi nazionali di ordine economico e sociale. Non fa eccezione la Slovacchia che, come già precisato, sta assistendo alla recrudescenza del fenomeno della violenza razzista indipendentemente dal successo elettorale del partito di Kotleba, personaggio, quest’ultimo, che nel 2009 ha subito gli arresti domiciliari per aver appoggiato gruppi impegnati sul fronte della limitazione dei diritti umani. La forza politica che guida ha un atteggiamento notoriamente razzista, è ostile ai Rom che definisce “parassiti”, e agli immigrati. Le affermazioni che diversi suoi membri e sostenitori fanno sui loro profili Facebook non sono che il prodotto di una sottocultura intrisa di ignoranza e volgarità.

Secondo i dati del Ministero della Giustizia, fra il 2012 e l’aprile scorso, i Tribunali hanno giudicato 105 casi relativi a estremismo e violenza a sfondo razziale. La maggior parte delle persone condannate aveva diffuso in rete simboli di ideologie razziste, scandito slogan nazisti o aggredito fisicamente cittadini di etnia Rom.

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Bufera all’interno del partito Jobbik

In questo periodo il partito ungherese Jobbik (Movimento per un’Ungheria migliore) è scosso da problemi interni dovuti alla strategia stabilita dai suoi vertici per le elezioni legislative del 2018. Il presidente del partito Gábor Vona ha rimosso tre vicepresidenti perché considerati “troppo radicali” e li ha sostituiti con tre sindaci eletti nelle liste del partito. Uno di essi è László Toroczkai, 38 anni, dal 2013 sindaco di Ásotthalom, cittadina del sud dell’Ungheria, prossima al confine con la Serbia.

Toroczkai è stato tra i più accesi sostenitori della barriera antimigranti lungo la frontiera col paese confinante e negli ultimi mesi dell’anno scorso è apparso in un video nel quale ammoniva, con fare minaccioso, i migranti illegali a tenersi alla larga dal confine ungherese. Vona ha affermato che la scelta dei nuovi vicepresidenti è motivata dalla loro esperienza di amministratori locali e che il partito ha bisogno di loro per andare al governo. Il messaggio è chiaro, Jobbik intende presentarsi alle politiche del 2018 per prendere il posto del Fidesz alla guida del Paese. Un partito, quello guidato dal premier Viktor Orbán, che a parere di Vona è corrotto e ha deluso le aspettative dei suoi elettori. Secondo Jobbik il partito governativo non ha restituito l’Ungheria agli ungheresi, non ha dato luogo alla svolta politica promessa e finge di essere contro le banche e le multinazionali ma in realtà se la intende con loro illudendo la popolazione di impegnarsi per difendere gli interessi nazionali. Vona afferma che l’unico partito veramente intenzionato a tutelare tali interessi è Jobbik.

Questa forza politica si è fatta conoscere dai suoi esordi come principale interprete del radicalismo ungherese di destra, come soggetto politico ultranazionalista, xenofobo e razzista. Ostile all’Unione europea, alla NATO e a chiunque voglia intromettersi negli affari interni del paese, il partito è stato fondato nel 2003 e soprattutto in questi ultimi anni ha conosciuto una crescita che progressisti e liberali non esitano a definire inquietante. Alle europee del 2009 ha ottenuto tre seggi ed è risultato essere la terza forza politica ungherese, al voto nazionale dell’anno dopo ha aumentato i consensi ed è entrato al parlamento di Budapest con 47 deputati. Alle politiche del 2014 ha superato il 20 per cento dei voti e alle europee ha confermato i suoi tre deputati.

Alla luce di questi risultati Jobbik è diventato il secondo partito del Paese. Diversi sondaggi dimostrano che ultimamente ha visto aumentare la sua popolarità anche nelle città e fra gli studenti universitari; i giovani che credono nel suo impegno lo ritengono l’unico partito veramente in grado di rinnovare la vita politica e culturale del Paese. Ora Vona punta al governo e per questo ha adottato una strategia che mette al bando le dichiarazioni estremiste e le offese nei confronti degli ebrei e dei Rom. Il presidente del partito vuole ampliare il consenso e, forse soprattutto con un’operazione di facciata, proporre Jobbik come partito moderato popolare per avere la meglio sul Fidesz. Alcuni sondaggi fatti lo scorso anno mostrano che di fatto molti ungheresi non percepiscono più Jobbik come partito estremista dando così ragione alle manovre di Vona. Vi è comunque da aggiungere che secondo diversi analisti politici, con la nuova strategia, i vertici del partito rischiano di perdere una parte consistente del suo elettorato, quello che si connota per posizioni razziste e antisemite. Sta di fatto che per Jobbik la campagna elettorale è già iniziata da un po’ in vista delle elezioni del 2018 e la carta che gioca è quella di una strana rispettabilità.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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Anche due migranti invalidi sul banco degli imputati

Un gruppo di migranti è accusato dalle autorità ungheresi di aver partecipato, nel mese di settembre, a una rivolta di massa avvenuta per cercare di attraversare il confine con la Serbia chiuso in precedenza. Alcuni agenti di polizia, parte di un corpo schierato a difesa del valico di frontiera, erano rimasti feriti nel lancio di pietre da parte dei migranti che cercavano di superare la frontiera. Contro questi ultimi, migranti e rifugiati, erano stati usati lacrimogeni e idranti.

In quel periodo l’Ungheria aveva approvato da poco una legge che considera di fatto un crimine il tentativo di violare il valico di confine protetto. Per gli accusati era quindi iniziato l’iter giudiziario che prevede tra l’altro sette mesi di detenzione. Tra loro due invalidi: Fattoum Hassan, 64 anni, siriana, rimasta cieca a un occhio a seguito di un bombardamento aereo e con problemi all’altro dovuti al diabete, e Faisal Hamad, 29 anni, iracheno, anch’egli ferito nel corso di un attacco aereo in Siria che gli è costato l’uso delle gambe.

Il loro avvocato e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), ritengono non illegale il tentativo dei migranti di attraversare il confine, anche se chiuso, data le drammatica situazione esistente nel loro Paese di origine, e aggiungono che Fattoum Hassan e Faisal Hamad non possono aver preso parte alla sassaiola per motivi legati alla loro invalidità.

È noto che l’attuale governo ungherese è per la linea dura nei confronti del flusso di migranti che l’anno scorso ha visto oltre un milione di persone cercare rifugio in Europa. Budapest accoglie ben poche domande di asilo in più, secondo recenti stime. Dal mese di settembre oltre 2.500 migranti sono stati processati nel Paese per aver tentato di superare clandestinamente la linea di confine. I procedimenti penali si sarebbero conclusi nella quasi totalità dei casi con delle condanne, previste dalla legge approvata lo scorso settembre.

Le associazioni per la difesa dei diritti umani sostengono che il sistema creato dall’esecutivo ungherese è ingiusto e per nulla ispirato da principi umani. È la critica che l’opposizione politica e gli ambienti progressisti della società civile ungherese rivolgono al governo e ai provvedimenti da esso adottati a fronte della crisi migranti. Il primo ministro Viktor Orbán e i suoi collaboratori, però, continuano a sostenere la linea dura e ad affermare che quello da loro intrapreso è un percorso politico giusto, fatto di scelte che, al contrario di quelle di Bruxelles, si pongono realmente il problema della difesa dei confini di Schengen.

Lo scorso settembre Orbán ha più volte affermato di considerare gli imponenti flussi migratori in arrivo un vero e proprio pericolo per la sopravvivenza dell’Europa soprattutto come entità culturale. In precedenza il primo ministro di Budapest aveva detto in diverse occasioni pubbliche di non ritenere positivo il fenomeno dei flussi migratori da nessun punto di vista.

Lo scorso anno, proprio in questo periodo, i cittadini ungheresi hanno ricevuto un questionario che chiedeva il loro parere sulla crisi dei migranti con domande tese a mettere in cattiva luce la figura del rifugiato e a stabilire un nesso tra il fenomeno migratorio e quello del terrorismo internazionale. Iniziativa anch’essa criticata pesantemente dall’opposizione di centrosinistra e da associazioni e gruppi di attivisti che in diversi casi hanno organizzato manifestazioni contro la politica del governo guidato dal Fidesz la cui ostilità nei confronti dei migranti è largamente condivisa dagli ultranazionalisti di Jobbik.

Da tempo il partito governativo è impegnato in una raccolta di firme per un referendum contro il sistema delle quote obbligatorie di accoglienza voluto dall’Unione europea. Per l’esecutivo infatti a nessun Paese può essere imposto di accettare migranti tanto più che, come dice Orbán, queste persone sono portatrici di religioni e culture troppo diverse dalla nostra e quindi incompatibili.

 

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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“Rifiutiamo i soldi del governo Orbán”

È di questi giorni un episodio che riporta in primo piano il tema dei cattivi rapporti tra il governo ungherese di Viktor Orbán e la stampa non allineata. All’inizio di questa settimana il direttore del portale di informazione Vs.hu e undici giornalisti di questa testata hanno annunciato le dimissioni dopo aver saputo che l’editore di Vs.hu aveva ricevuto del denaro da una figura vicina al primo ministro il quale è da tempo accusato di voler controllare il sistema mediatico del Paese.

Sándor Joob, uno dei redattori del portale, è intervenuto sui social network per affermare che la società editrice cui fa capo Vs.hu avrebbe utilizzato fondi pubblici ricevuti in modo tutt’altro che chiaro. Più precisamente, l’annuncio delle dimissioni del direttore del portale di informazione e di undici suoi giornalisti ha avuto luogo dopo la diffusione di notizie secondo le quali alcune fondazioni controllate dalla Banca centrale ungherese avrebbero elargito alla società editrice dell’organo di stampa in questione la somma ragguardevole di 500 milioni di fiorini che corrispondono a oltre 1.600.000 euro. Da considerare che la Banca centrale presieduta da György Matolcsy, uomo vicino al primo ministro Orbán, e il governo avevano cercato invano di impedire la pubblicazione della lista dei beneficiari dei sussidi stanziati da queste fondazioni.

La stampa ungherese di opposizione parla di scandalo che vede al centro la Banca centrale, scuote l’esecutivo e provoca una nuova stretta sui media da parte delle autorità del Paese. L’opposizione punta il dito contro il governo e denuncia quelli che, secondo gli avversari politici di Orbán, sono gli aspetti, tra i più negativi, del sistema di potere creato dal premier: clientelismo, favoritismi, corruzione.

Secondo la versione dei fatti dell’opposizione, la Banca centrale avrebbe utilizzato le somme di denaro provenienti dalla svalutazione del fiorino, la moneta nazionale ungherese, per creare diverse fondazioni e sostenere finanziariamente ambienti vicini all’esecutivo e personaggi fedeli al suo capo. Si parla di una somma pari a 260 miliardi di fiorini ossia circa 900 milioni di euro. L’opposizione denuncia attività speculative svolte da queste fondazioni che, tra l’altro, sarebbero entrate in possesso di edifici di valore e elargito cospicue somme di denaro a gruppi editoriali che sostengono l’attuale governo conservatore.

I partiti politici di centrosinistra che danno vita a una difficile opposizione al governo Orbán e diversi giuristi denunciano il carattere illecito di queste operazioni. I medesimi hanno fatto un esposto alla procura e chiesto le dimissioni del presidente della Bcu György Matolcsy, 61 anni, già ministro nel primo e nel secondo governo Orbán.

All’inizio della settimana i giornalisti hanno trattato con grande interesse la questione, rincorso i politici nei corridoi del parlamento per porre loro numerose domande che sono state rivolte, peraltro, anche al primo ministro. La cosa ha infastidito gli ambienti politici interessati e provocato, martedì scorso, il divieto di ingresso al palazzo dell’Assemblea nazionale per i giornalisti più insistenti e indesiderati. Fonti locali affermano che in particolare sei cronisti sono stati fatti oggetto di questo provvedimento restrittivo. Gli avversari dell’esecutivo stigmatizzano anche questa decisione che a loro avviso non fa altro che dimostrare le attitudini antidemocratiche del governo e il suo cattivo rapporto con coloro i quali cercano di far luce su episodi come quello che in questi giorni sta impegnando i media dell’opposizione ed esprimono chiaramente un indirizzo critico nei confronti del sistema di potere incarnato da Viktor Orbán. Da ricordare che il primo gennaio del 2012, è entrata in vigore una legge restrittiva che, secondo i critici, ha come unico scopo quello di sottoporre la stampa nazionale al controllo dell’esecutivo e colpire i media antigovernativi.

 

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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Budapest, nuove tracce dell’Olocausto

Un centinaio di ossa appartenenti con tutta probabilità a ebrei uccisi dalle Croci frecciate, le milizie filonaziste ungheresi, sulle rive del Danubio, ha trovato sepoltura nel cimitero ebraico di Budapest. C’è voluto del tempo perché la cosa accadesse dal momento che questi resti sono stati trovati cinque anni fa nel fiume che attraversa la capitale ungherese, all’epoca dei lavori di ristrutturazione del Ponte Margherita.

Al ritrovamento hanno fatto seguito polemiche ed esitazioni che si sono protratte per anni. A lungo, infatti, le autorità hanno negato che i resti trovati nel Danubio appartenessero a vittime delle persecuzioni antiebraiche svoltesi nel paese durante la Seconda guerra mondiale. Così la cerimonia funebre tenutasi a Budapest per dare sepoltura a questa dolorosa testimonianza di una delle pagine più atroci della storia europea, è stata un po’ come un successo della comunità ebraica sull’atteggiamento recalcitrante delle autorità.

Lo scorso autunno la capitale ungherese è stata teatro di un altro ritrovamento legato alle persecuzioni antiebraiche. Il fatto è avvenuto nel corso della ristrutturazione di un appartamento del centro cittadino. Durante i lavori sono stati trovati documenti corrispondenti alla quasi completa schedatura degli ebrei di Budapest. 6.300 fogli scritti a mano nel 1944, anno della deportazione nei lager nazisti degli ebrei ungheresi, dai portinai dei vari edifici della capitale su richiesta delle autorità municipali. Questi documenti furono compilati agli inizi di giugno di quell’anno per segnalare la presenza di ebrei negli appartamenti dei vari edifici cittadini. All’epoca il ministero dell’Interno aveva disposto la ricollocazione degli ebrei in case speciali che dovevano essere contraddistinte dalla presenza della stella gialla. Le schede redatte dai portinai avevano lo scopo di preparare l’operazione.

Il ritrovamento è avvenuto in un edificio di Pest che si trova a poca distanza dal Parlamento. Si è poi saputo che in esso si trovava, in quegli anni, l’ufficio di un organismo responsabile della redistribuzione degli alloggi fra cristiani ed ebrei. Le schede sono state rinvenute dietro un doppio muro e sono state trasferite nell’archivio di Budapest dove, lo scorso autunno, poco dopo il ritrovamento, è iniziata un’opera di catalogazione e sistemazione dei documenti il cui stato di conservazione è risultato essere buono grazie soprattutto alla calce dell’intonaco e al fumo delle sigarette che insieme, secondo gli esperti che si sono occupati dei reperti, hanno impedito il processo di acidificazione della carta.

Questi documenti sono una testimonianza importante di quanto avvenuto allora e come detto hanno fatto da premessa al ricollocamento degli ebrei ungheresi nelle case speciali che è stato portato a termine il 21 giugno del 1944. Secondo il sito Olokaustos.org gli ebrei ungheresi sottoposti alla legge discriminatoria del 1941 sono stati 785.555, quelli uccisi durante l’Olocausto sono stati oltre 570.000. La maggior parte di loro deportati nei campi di concentramento nazisti, molti altri uccisi sommariamente sulle rive del Danubio dalle Croci frecciate. Oggi come oggi la comunità ebraica ungherese conta circa 100.000 persone. Domenica 17 aprile alcuni sopravvissuti all’Olocausto hanno preso posto sul palco sistemato di fronte alla Basilica di Santo Stefano in occasione della Marcia della Vita che si svolge a Budapest dagli inizi degli anni 2000 per conservare viva la memoria della Shoah.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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Marian Kotleba e l’ultranazionalismo slovacco

“Bisogna avere il coraggio di dire le cose come stanno: Marian Kotleba è un fascista!”.

Così ha detto il presidente slovacco Andrej Kiska in riferimento al leader del partito nazionalista La nostra Slovacchia (ĽSNS), incontrando gli studenti di una scuola superiore della città di Krupina, situata nella parte meridionale del Paese.

Citato dall’agenzia di stampa TASR il capo dello Stato ha aggiunto che quando si parla di tale argomento con gli studenti, questi ultimi dicono spesso che bisognerebbe sciogliere il partito di Kotleba con mezzi legali. Questa, però, secondo Kiska, non è una soluzione. A suo avviso l’unica via d’uscita è far funzionare bene lo Stato perché se lo Stato funziona la gente non ricorre a scelte politiche radicali.

Di recente il presidente slovacco si è recato in visita nella città di Krupina che alle elezioni politiche, caratterizzate nel loro insieme da un’avanzata delle destre, ha dato un appoggio consistente al partito di Kotleba. Un partito che per la prima volta è entrato in Parlamento dove può contare su quattordici deputati. Il suo leader è uno che sfila in uniforme con una torcia in mano e dice che l’Insurrezione Nazionale del 1944 ossia la resistenza slovacca organizzata per rovesciare il sistema collaborazionista di Josef Tiso, corrisponde a uno dei momenti più tristi della storia del paese.

A detta del presidente Kiska, Kotleba usa dire che non è un problema dei suoi connazionali il fatto che molti ebrei siano stati deportati nei campi di concentramento all’epoca del regime filonazista instauratosi in Slovacchia nel 1939. Nato nel 1977 a Banská Bystrica, proprio nella città in cui il 29 agosto 1944 cominciò l’Insurrezione Nazionale, nel 2003 Marian Kotleba diventa il leader del partito di estrema destra Comunità Slovacca- Partito Nazionale che viene sciolto dal Ministero dell’Interno nel 2008, decisione, quest’ultima, annullata l’anno successivo dalla Corte Suprema. Nel 2010 Kotleba fonda il partito che guida attualmente.

Quell’anno si candida alle elezioni regionali di Banská Bystrica e ottiene circa il 10 per cento dei consensi elettorali, tre anni dopo si candida alla guida della regione, ottiene al primo turno il 2 per cento dei voti, va al ballottaggio e prevale sul socialdemocratico Vladimir Maňka che aveva partecipato alle elezioni in qualità di governatore uscente della regione. Dal 2010 il partito di Kotleba è cresciuto in termini di consensi. Il suo leader si fa chiamare “Vodca” che in slovacco significa duce ed è un ammiratore di Josef Tiso. La forza politica che guida è nota per il suo razzismo, ha un atteggiamento ostile nei confronti dei Rom che chiama “parassiti” e degli immigrati in generale. Ha propensioni protezionistiche dal punto di vista economico ed è nemico dichiarato dell’Unione europea e della Nato.

Kotlebadivisa

Il suo programma prevede la lotta alla corruzione politica e un’azione che metta in primo piano gli interessi nazionali che secondo il partito sono minacciati dalle ingerenze dell’Unione europea e di qualsiasi organismo che dall’esterno intenda limitare il diritto slovacco all’autogestione. Laureato in discipline sportive e in pedagogia, Marian Kotleba ha subito gli arresti domiciliari nel 2009 per aver appoggiato gruppi impegnati sul fronte della limitazione dei diritti umani.

L’ingresso del suo partito in Parlamento è stato il dato più allarmante delle elezioni dello scorso marzo già caratterizzate da una deriva a destra del Paese. L’iniziale possibilità di formare un governo tecnico col quale indire nuove elezioni ventilata all’epoca è stata scartata prima ancora che lo spoglio fosse terminato per paura che La nostra Slovacchia ottenesse un risultato ancora migliore di quello che si stava ormai profilando al termine del conteggio dei voti. Il presidente Kiska ha detto senza remore che Kotleba è un fascista e ha riconosciuto che nel distretto di Krupina vi sono piccoli centri abitati nei quali la disoccupazione supera il 5 per cento e le infrastrutture sono carenti. Secondo il presidente questi problemi sono gravi ma non si possono certo risolvere con l’estremismo politico di Marian Kotleba.

Il video di una manifestazione del 2015, da Youtube

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La battaglia per l’aborto

In Polonia la sinistra e i settori progressisti della società civile protestano di nuovo contro il governo conservatore attualmente in carica. Alcuni giorni fa migliaia di persone hanno manifestato a Varsavia, di fronte al Parlamento, il loro dissenso nei confronti del progetto di legge che vieta l’aborto in quasi tutti i casi. Si tratta di un’iniziativa del partito governativo Diritto e Giustizia sostenuta dalla chiesa cattolica polacca. Tanto che le parrocchie hanno diffuso una lettera ai fedeli il cui testo appoggia il disegno di legge.

Quest’ultimo prevede il ricorso all’interruzione della gravidanza solo nel caso in cui la madre sia pericolo di vita e pene detentive fino a cinque anni per coloro i quali praticassero l’aborto nei casi non contemplati dal progetto di legge. Occorre tenere conto del fatto che attualmente le disposizioni polacche vigenti in questo campo sono tra le più restrittive in Europa. Esse prevedono infatti il ricorso all’aborto solo nel caso in cui la gravidanza metta a rischio lavita o comunque la salute della donna in attesa o sia frutto di violenza o incesto o ancora se da esami clinici preparto si dovesse accertare patologie gravi e irreversibili a danno del feto.

La manifestazione che si è svolta nella capitale polacca nei giorni scorsi è stata organizzata dal partito di sinistra Razem (Insieme). Alcune donne hanno partecipato alla dimostrazione indossando cinture di filo di ferro, un’esternazione simbolica per descrivere la condizione delle donne private del loro diritto di non portare a termine la gravidanza. La sinistra e i cittadini contrari alla politica del governo protestano, ma l’esecutivo sostiene questo disegno di legge che considera in linea con i principi cattolici i quali, in questo ambito, mettono al primo posto la difesa del nascituro. E difende i valori cristiani sottolineando il suo impegno a difendere la vita, bene sacro che, secondo i sostenitori del progetto di legge, l’uomo non ha il diritto di gestire a suo piacimento.

Del resto il partito governativo guidato da Jarosław Kaczyński ha sempre sostenuto la sua azione volta al ripristino dei valori cristiani contro le consuetudini di un mondo secolarizzato. La sua iniziativa  è stata stimolata dalla recente esortazione della Conferenza episcopale polacca alla difesa incondizionata del nascituro. Secondo diverse statistiche oggi a disposizione, in Polonia il numero di aborti è cresciuto nel tempo. Stando a quanto emerge dalle stime della Federazione delle donne il numero delle interruzioni di gravidanza all’anno è considerevole e molte donne si recano all’estero per sottoporsi all’intervento.

Dall’inizio dell’anno hanno avuto luogo in Polonia diverse manifestazioni contro il governo presieduto da Beata Szydło, 52 anni, primo ministro dal novembre dello scorso anno e vicepresidente del partito Diritto e Giustizia che il mese prima aveva vinto le elezioni politiche. A gennaio l’opposizione e i suoi sostenitori hanno manifestato contro una serie di misure volte a limitare le competenze della Corte Costituzionale e ad aumentare il potere di controllo dell’esecutivo sugli organi di informazione. A Varsavia i manifestanti erano scesi in piazza sfidando il freddo intenso di quelle giornate. Gridavano “Democrazia e “Libertà” e sfilavano con bandiere polacche e dell’Unione europea che aveva messo sotto accusa le autorità del paese ipotizzando il reato di violazione della libertà di stampa. Nel mese di marzo ci sono state nuove azioni pubbliche di protesta che hanno chiesto all’esecutivo di rispettare la costituzione. Nei giorni scorsi i critici dell’attuale governo si sono mobilitati per esprimere la loro condanna contro un disegno di legge, quello sull’aborto che, secondo diversi analisti, potrebbe essere approvato senza troppe difficoltà dal momento che Diritto e Giustizia ha la maggioranza alla Camera bassa, particolarmente forte dal punto di vista decisionale.

 

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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È morto lo scrittore ungherese Imre Kertész

Si è spento all’età di 86 anni lo scrittore Imre Kertész, unico Premio Nobel ungherese per la letteratura. Il prestigioso riconoscimento gli è stato conferito nel 2002 “per una scrittura che – come si legge nella motivazione – sostiene la fragile esperienza dell’individuo contro la barbara arbitrarietà della storia”. Più precisamente il Nobel è arrivato grazie a Essere senza destino, romanzo sull’esperienza dei campi di concentramento che l’autore ha vissuto realmente quando, ebreo-ungherese, è stato deportato ad Auschwitz nel 1944, all’età di 15 anni, e poi trasferito a Buchenwald per essere liberato l’anno successivo.

Uscito nel 1975, Essere senza destino è il suo primo e più famoso romanzo ma Kertész non voleva che il suo nome, la sua figura di scrittore, fossero associati solo o soprattutto a questo testo e non al senso più ampio della sua opera complessiva che annovera diversi elaborati di grande profondità intellettuale quali Kaddish per il bambino non nato che sonda le intime lacerazioni della coscienza di chi ha vissuto l’Olocausto e i paradossi che segnano la condizione dei sopravvissuti ai lager nazisti; Storia poliziesca, un’opera che parla in modo spietato del potere e dei mezzi con i quali esso viene mantenuto, o ancora Il secolo infelice, una riflessione profonda sul Novecento e sulle tragedie che l’hanno caratterizzato.

Tornato a Budapest, sua città natale, dopo la detenzione nei campi di concentramento, Imre Kertész diventa giornalista per un quotidiano della capitale, fatto che avviene nel 1948. Solo in seguito comincia a scrivere romanzi e a tradurre opere dal tedesco. Fa parte della sua storia il rapporto controverso con il suo Paese natale, parte del quale non lo ha mai considerato ungherese. Kertész ha vissuto a lungo a Berlino e solo negli ultimi anni è tornato a Budapest ormai malato. Nella Germania ha trovato una sorta di patria adottiva e questa condizione ha forse contribuito a rafforzare il senso di estraneità concepito da molti ungheresi nei suoi confronti.

Estraneità mista a risentimento verso coloro i quali hanno recepito le sue non benevole osservazioni nei confronti dell’Ungheria come un attacco alla madrepatria. Quella dello scrittore è stata infatti una delle voci critiche verso una realtà socio-culturale, quella ungherese, che Kertész vedeva caratterizzata dall’assenza di una vera e propria identità democratica.

In un’intervista di Mariarosaria Sciglitano – la sua traduttrice in italiano – uscita sul manifesto nel 2010, lo scrittore definiva i suoi connazionali incapaci di trovare per essi una collocazione nei tempi attuali e di essere piuttosto inclini al vittimismo. Affermava che tutte le feste nazionali ungheresi ricordano le sconfitte subite in battaglie o insurrezioni. Il riferimento è alle celebrazioni dei moti risorgimentali che, secondo Kertész, non sono qualcosa di funebre; “Qui tutto è commiserazione e incapacità di riconoscere le possibilità che ci vengono date”.

Questo affermava lo scrittore sei anni fa e la sua voce critica ha accompagnato tutto il corso politico inaugurato nel 2010 dal primo ministro Viktor Orbán e dal sistema di potere che questi rappresenta. L’ultima fatica di Kertész è una sorta di diario la cui traduzione in italiano è in corso d’opera, che contiene il suo punto di vista su aspetti che caratterizzano i nostri tempi, compresa la crisi migratoria che ha messo in crisi l’Europa. La notizia della sua scomparsa, purtroppo attesa date le condizioni di salute dello scrittore, ha suscitato in Ungheria il cordoglio del mondo delle lettere che si è ritrovato nella veglia funebre organizzata dal Museo Letterario Petőfi.

Sulla scomparsa di Imre Kertész, Radio Popolare ha intervistato Mariarosaria Sciglitano, la sua traduttrice in italiano. Ascolta qui l’intervista a cura di Ira Rubini e Chawki Senouci

traduttrice nobel

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Se il medico dell’anno è yemenita

È ormai noto che l’Ungheria di Viktor Orbán ha un atteggiamento poco benevolo verso i migranti. Dall’inizio della crisi il governo conservatore e nazionalista guidato dal partito Fidesz si è distinto per dichiarazioni e iniziative che non lasciano dubbi sul suo orientamento.

La scorsa primavera a Budapest e nelle altre città del Paese sono comparsi dei grandi manifesti voluti dall’esecutivo con scritte frasi di questo tipo: “Se vieni in Ungheria non puoi portare via il lavoro agli ungheresi” o ancora “Se vieni in Ungheria devi rispettarne le leggi e la cultura”. Nel maggio dell’anno scorso gli elettori ungheresi hanno ricevuto a casa un questionario intitolato “Consultazione nazionale sull’immigrazione e il terrorismo” in cui si ponevano ai destinatari domande tutte tese a presentare in modo negativo la figura dell’immigrato, e a settembre è entrata in vigore una legge che prevede il carcere per chi entra illegalmente nel Paese.

Per Orbán i flussi migratori che impegnano le diplomazie europee sono un pericolo per tutto il continente e per l’esistenza stessa dell’Europa. L’anno scorso il premier ungherese ha dichiarato di non considerare positivo il fenomeno migratorio né dal punto vista economico né sul piano sociale e della sicurezza pubblica e di non considerare opportuno il fatto che genti di altre culture si mescolino agli ungheresi.

Una risposta a questo atteggiamento viene dalla storia di un uomo di altra cultura che si è stabilito in Ungheria oltre vent’anni fa. Si tratta di un medico yemenita di 46 anni che si chiama Abdulrahman Abdulrab Mohamed. Pediatra a Gyula, città di circa trentamila abitanti situata nella parte sud-orientale del Paese, Abdulrahman è stato appena eletto medico dell’anno come risultato di un voto svoltosi in rete al quale hanno partecipato dodicimila pazienti e un centinaio di candidati.

Si tratta di un premio istituito dalla filiale magiara del gruppo farmaceutico giapponese Astellas Pharma, che ogni anno viene attribuito a un medico come riconoscimento della sua competenza e delle sue qualità umane. Il concorso ha luogo grazie alla collaborazione dell’Ordine dei medici e dell’Associazione degli ospedali ungheresi che sperano di contribuire a scoraggiare in questo modo l’emigrazione, tutt’altro che irrilevante per numero, dei medici connazionali di Orbán che cercano migliori condizioni di lavoro all’estero, specie in Gran Bretagna e che si fanno apprezzare per le loro qualità professionali. Uno degli obiettivi del premio è provare a incoraggiarli a restare in patria.

Quest’anno il riconoscimento è andato ad Abdulrahman che dirige il centro di neonatologia dell’ospedale Kálmán Pándy di Gyula e che viene chiamato “zio Abdul” dai suoi piccoli pazienti e dai loro genitori. Abdulrahman ha infatti saputo instaurare con loro un rapporto di fiducia basato sull’empatia, ed è per questo benvoluto dalle famiglie che ricorrono a lui per affidargli i loro bambini.

La sua è una storia di integrazione riuscita in un Paese che ultimamente non sta brillando per apertura. Nato da una famiglia di contadini a 230 chilometri da Sana’a, ha dodici anni quando vede la sorellina di due, morire soffocata per aver ingoiato una moneta. Decide presto di diventare pediatra ma gli studi universitari costano troppo nello Yemen così, grazie a uno dei suoi docenti, ottiene una borsa di studio finanziata dai governi yemenita e ungherese per studiare all’Università di Szeged, nel Sud dell’Ungheria, verso il confine con la Serbia.

Comincia a esercitare la professione nel 1998, quando il Paese autorizza i medici stranieri a stabilirvisi ufficialmente. Intervistato dal quotidiano francese Libération, racconta di aver ricevuto dalla Gran Bretagna offerte di lavoro ben più allettanti dal punto di vista remunerativo, ma di aver scelto di restare a Gyula che considera tollerante e accogliente. Abdelrahman parla ungherese, ha ottenuto la cittadinanza nel 2007 e ha una famiglia. Il suo è davvero un esempio positivo che contribuisce a mettere in discussione le teorie sull’incompatibilità culturale promosse dall’attuale governo ungherese.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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La “nuova” Ungheria chiude l’archivio di Lukács

Un articolo uscito di recente sul sito web del settimanale di politica ed economia HVG, dedica spazio alla decisione, presa dall’Accademia Ungherese delle Scienze, di chiudere la casa-archivio del filosofo György Lukács e di conservare altrove il materiale in essa contenuto.

Il giornale aggiunge che al momento non è ancora del tutto chiaro quale sarà la nuova collocazione degli scritti del noto intellettuale ungherese. Secondo gli studiosi l’iniziativa è la conseguenza di una decisione presa e formalizzata il primo gennaio del 2012, quando venne deliberato di privare l’Archivio Lukács dello status di luogo di ricerca e di farlo funzionare solo come biblioteca.

C’è stata una reazione a livello internazionale innescata dall’articolo di Miklós Gábor e uscito di recente sul quotidiano di opposizione Népszabadság. La reazione, ungherese e non, ha avuto luogo sotto forma di petizioni in varie lingue, tra cui l’italiano, e di un appello rivolto a László Lovász, matematico e presidente dell’Accademia Ungherese delle Scienze.

La paura di intellettuali e studiosi è che con la decisione presa dall’Istituzione, venga disperso un patrimonio culturale prezioso. In realtà diversi intellettuali ungheresi critici nei confronti dell’attuale governo conservatore e nazionalista guidato da Viktor Orbán, vedono in questa iniziativa un nuovo tentativo, da parte delle autorità politiche, di mettere le mani sulla cultura e di dar luogo alla rimozione di un lascito che ha a che vedere col pensiero critico. Essi considerano questa decisione come ispirata da una volontà di controllo delle autorità politiche su tutto, sul sapere, sulla scuola, sui valori che conviene affermare nel paese. Come quando la statua di Karl Marx è stata rimossa dai corridoi della sede centrale dell’Università Corvinus, ex Università Karl Marx, di Budapest e trasferita in uno spazio espositivo sito nello stesso edificio ma meno centrale e senza dubbio più appartato. La decisione aveva suscitato dei commenti ai quali era stato risposto che ormai le università, le istituzioni, il paese tutto hanno bisogno di un nuovo ordine di valori.

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Appare chiaro che il clima politico che si respira nel paese dal 2010 indica riferimenti culturali ben diversi da quelli relativi all’opera di un pur importante pensatore. Nato a Budapest nel 1885, György Lukács è stato filosofo e critico letterario. Il suo marxismo umanistico ha influenzato la Scuola di Francoforte e gli esistenzialisti francesi. Noti sono, inoltre, i suoi scritti sull’estetica e il saggio Teoria del romanzo, pubblicato nel 1920 e ancora La distruzione della ragione, opera comparsa nel 1954, con la quale Lukács si era posto l’obiettivo di analizzare i presupposti ideologici e sociali che avevano portato in Germania all’avvento del Nazionalsocialismo.

L’appartamento situato a Pest, al numero 2 di Belgrád rakpart, sulla riva del Danubio, è stato il luogo in cui il filosofo ha vissuto e lavorato dal 1945 al 1971, anno della sua scomparsa, avvenuta nella capitale ungherese e quello in cui, l’anno dopo, è stato fondato l’Archivio.

Esso è stato istituito con l’obiettivo di tenere viva la memoria di Lukács, conservare una parte rilevante della sua vasta opera: scritti, lettere, inediti, e la sua biblioteca. A lungo l’Archivio è stato un luogo di studio, di riflessione e di ricerca per numerosi studiosi e, come si legge in un articolo uscito sul Manifesto lo scorso 9 marzo, un punto di riferimento, a livello internazionale, di primaria importanza.

Per questo, gli studiosi, non solo quelli ungheresi, hanno reagito con inquietudine alla decisione di trasferire il prezioso materiale contenuto nella casa di Lukács e di sopprimere quest’ultima come Archivio e luogo di ricerca. Si teme lo scorporo del fondo e la consegna all’oblio e all’indifferenza di un lascito che ha contribuito alla storia del pensiero occidentale. Le iniziative di protesta contro questa decisione sono presenti anche in rete e aspettano nuove firme a loro sostegno, a favore dell’appello rivolto al presidente dell’Accademia Ungherese delle Scienze e a difesa del patrimonio prodotto da colui che viene definito uno dei maggiori saggisti della modernità.

 

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

 

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Le sterilizzazioni forzate delle Rom

La situazione delle comunità Rom dell’Europa centro-orientale è oggetto di interesse per Bruxelles dagli anni del processo di avvicinamento dei Paesi dell’area all’Unione europea. In quel periodo la Commissione europea ha infatti più volte rivolto un appello ai Paesi interessati per fare di più contro l’emarginazione sociale dei membri di questa minoranza. Qualcosa è stato fatto ma evidentemente mai abbastanza e i problemi continuano a esistere.

La minoranza Rom in Ungheria conta, secondo diverse stime, da 600mila a 800mila membri. Le valutazioni sono approssimative ma mettono in luce il fatto che si tratta di una comunità ben numerosa. La maggiore minoranza etnica del Paese dal punto di vista numerico. Il grosso dei suoi appartenenti vive nelle regioni nord-orientali, quelle più depresse dal punto di vista economico. Disoccupazione, abbandono scolastico, tassi di mortalità più alti della media, caratterizzano la situazione di questa realtà che lamenta oltretutto lo stato di discriminazione in cui si trova da tempo.

Un fenomeno che a quanto pare inizia negli anni della scuola: diverse sono infatti le storie che raccontano di classi separate per i bambini Rom nelle scuole ungheresi, slovacche, ceche, romene. Si tratta di storie tristi che accomunano il vissuto di queste comunità nei vari Paesi dell’area. A queste si aggiungono i resoconti riguardanti la situazione delle donne Rom ancora più alle prese con i problemi legati alla disoccupazione e all’emarginazione sociale.

Ma c’è in particolare un fenomeno che mette in causa il problema di un certo tipo di violenza subita da diverse donne Rom e denunciata in questi anni dalle medesime e da organizzazioni per i diritti umani. Una violenza fisica e psicologica che nega qualsivoglia diritto alla dignità. Quella riguardante casi non infrequenti di donne Rom sterilizzate contro la loro volontà. A questo proposito si può menzionare l’inchiesta intitolata “Corpo e anima: casi di sterilizzazione forzata e altri attentati alla libertà riproduttiva dei Rom in Slovacchia” che è stata realizzata nel 2003 dal Centro per il diritto alla riproduzione e servizio di consulenza per i diritti civili e umani di New York.

Da questa indagine risulta che a partire dal 1989 a oggi ci sono stati ben oltre cento casi di sterilizzazione forzata di donne Rom in ospedali pubblici della Slovacchia orientale. Nel novembre del 2012 la Corte europea per i diritti umani ha affermato in una sentenza che diversi medici operanti in ospedali slovacchi hanno violato il diritto di donne Rom alla riproduzione e alla possibilità di creare una famiglia. Risale a quell’anno una ricerca sulla discriminazione e sui soprusi ai danni di cittadini Rom slovacchi realizzata da diverse Ong che hanno messo in evidenza il problema delle sterilizzazioni forzate.

Secondo diversi osservatori si tratta di un problema trattato con poca attenzione dalla stampa slovacca. Un problema irrisolto dal momento che, secondo il Comitato dell’Onu per l’eliminazione delle discriminazioni razziali, non vi sono indagini vere e proprie disposte dal governo su questo fenomeno né vi è una situazione soddisfacente sul piano degli indennizzi malgrado due sentenze emesse negli anni scorsi dalla Corte europea per i diritti umani contro Bratislava.

La situazione dei Rom è peggiorata dalla caduta dei regimi, ma sembra che alcuni fenomeni come quello in questione avvenissero anche a quell’epoca. Secondo diversi attivisti dei diritti umani tale pratica ha resistito e il suo scopo sarebbe quello di controllare le nascite. A volte alle donne Rom vengono offerti soldi o regali, come sacchi di carbone o elettrodomestici oppure ancora dei bonus che vengono definiti premi di sterilizzazione. Ma in diversi casi, donne di questa comunità affermano di essere state sterilizzate senza che venisse loro chiesto il consenso. Negli anni scorsi donne Rom ungheresi, slovacche, ceche, romene e bulgare hanno denunciato questi soprusi alle organizzazioni per la difesa dei diritti umani. In effetti non se ne parla tanto e non solo in Slovacchia, ma questo non significa che la cosa non avvenga più.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

 

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In vantaggio il premier, amico dell’Ungheria

Sabato 5 marzo gli elettori slovacchi andranno alle urne per il rinnovo dell’assemblea nazionale. Attualmente il Paese è governato dai socialisti dello Smer-SD di Robert Fico che è anche il primo ministro. Classe 1964, capo del governo una prima volta nel periodo compreso fra il 2006 e il 2010 e, di nuovo dal 2012, Fico guida un governo monocolore grazie alla vittoria schiacciante ottenuta sui suoi avversari al voto di quattro anni fa.

La Slovacchia arriva alle nuove elezioni politiche in una situazione che la vede alle prese con un’alta disoccupazione e con squilibri territoriali caratterizzati dall’arretratezza economico-produttiva delle province orientali. È vero che soprattutto nell’ultimo trimestre dell’anno scorso il Paese ha fatto registrare una discreta crescita economica ma è anche vero che la sua economia dipende fortemente dal settore automobilistico che prevale nettamente in un contesto industriale tutt’altro che diversificato.

Ultimamente gli insegnanti hanno fatto sentire la loro voce per chiedere maggior attenzione nei confronti del sistema dell’istruzione pubblica. A questo proposito i sindacati del settore hanno organizzato diverse manifestazioni. Lo scorso autunno la Camera slovacca degli insegnanti ha chiesto un aumento di 140 euro al mese per quest’anno e di ulteriori 90 euro a partire dal 2017. Gli insegnanti e i loro rappresentanti hanno anche rivendicato la necessità di un aumento dei fondi a disposizione del settore per migliorare una situazione definita più che precaria nelle varie dimostrazioni pubbliche che si sono svolte ultimamente. La mobilitazione è sfociata in una lettera che i sindacati della scuola hanno scritto e consegnato al ministro dell’Istruzione Jurai Draxler al fine di chiedere al prossimo governo di inserire il settore tra le sue priorità per dei cambiamenti necessari.

Le forze governative vanno al voto in vantaggio sulle altre formazioni politiche anche se in calo rispetto al passato. I sondaggi attribuiscono allo Smer-SD il 34,1 per cento del favore popolare, seguirebbero i centristi del Siet a quota 13,7 per cento. In ascesa i nazionalisti dell’SNS. Numeri e analisi prevedono quindi la vittoria delle forze governative che però dovranno con tutta probabilità trattare con altri partiti per formare il nuovo esecutivo. Alcuni esperti ipotizzano un’alleanza con l’SNS anche se la cosa potrebbe non essere funzionale alla politica di buone relazioni con Budapest voluta dal premier, tanto che alcuni giornali ungheresi vedono tutt’altro che remota la possibilità che il partito di Robert Fico si metta d’accordo con le rappresentanze politiche della minoranza ungherese di Slovacchia che rappresenta, secondo il censimento del 2011, l’8,5 per cento della popolazione. Ma non sono mancate le smentite da parte di queste ultime.

Se lo Smer-SD non dovesse riuscire a formare il governo potrebbe aver luogo un ampio accordo tra i partiti dell’opposizione per la creazione di un esecutivo che però, come quello del 2010, rischia di essere una costruzione fragile. Con Fico la Slovacchia ha contribuito al rilancio del Gruppo di Visegrád di cui il Paese fa parte insieme all’Ungheria, alla Repubblica Ceca e alla Polonia, e si è schierato dalla parte della critica alle politiche dell’Unione europea per la gestione della crisi dei migranti. Una gestione da rivedere, secondo il Gruppo che sottolinea la necessità di scelte diverse per la sicurezza dei Paesi europei.

Al suo interno le posizioni più radicali sono espresse proprio dai leader di Bratislava e Budapest che hanno stabilito un’intesa, almeno in questo campo e respinto all’unisono la politica delle quote obbligatorie, si sono quindi trovati vicini dopo una storia di dissapori aventi al centro la situazione della minoranza ungherese. Fico e Orbán condividono punti di vista e istanze nei confronti dell’Unione sia per ciò che riguarda l’emergenza migranti sia per ciò che attiene al diritto – da essi sottolineato – dei Paesi membri di decidere del loro futuro senza ingerenze da parte di Bruxelles. In vista del voto di questo fine settimana si teme un nuovo episodio di astensionismo come già avvenuto più volte: bassa la frequenza alle urne alle politiche del 2006 e del 2012, bassissima quella che ha caratterizzato in Slovacchia le elezioni del 2014 per il rinnovo del Parlamento europeo.

Il diritto-dovere del voto non sembra interessare molto coloro i quali quest’anno sono chiamati a votare per la prima volta e, in generale, i giovani. Perciò, in vista del test elettorale, diverse iniziative organizzate hanno visto la luce per spiegare, soprattutto ai giovani, l’importanza della partecipazione attiva alle urne per il futuro del paese. Si teme, però, che pochi di loro recepiscano il messaggio e gli indecisi risultano essere numerosi.

 

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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La “rivolta” delle camicie a scacchi

Da qualche settimana si parla del fermento esistente tra gli insegnanti ungheresi, almeno quelli – e non sono pochi – contrari all’orientamento del governo in tema di istruzione.

Diverse sono state finora le manifestazioni a livello nazionale, per protestare contro il sistema centralizzato dell’istruzione pubblica. La mobilitazione è partita da Miskolc, città del nord-est. Vi si è recato anche István Pukli, il giovane preside del liceo Blanka Teleki di Budapest, e la sua scelta ha provocato la reazione delle autorità. Queste ultime gli hanno contestato il fatto di non aver informato i docenti dell’istituto e i genitori di aver deciso di partecipare all’iniziativa e hanno stigmatizzato la sua presenza alla dimostrazione.

Pukli è così diventato il bersaglio delle autorità distrettuali dalle quali dipende il liceo e dei filogovernativi che hanno pretestuosamente posto un problema di responsabilità e di etica in relazione all’iniziativa del trentasettenne preside – a favore del quale si sono schierati numerosi insegnanti e genitori. Di recente alcune migliaia di persone, soprattutto studenti e genitori, si sono recati di fronte alla scuola per testimoniargli la loro solidarietà.

 

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István Pukli

 

Così Pukli è divenuto una sorta di figura simbolica nell’ambito di questa agitazione, che vede gli insegnanti contestare la politica portata avanti dall’esecutivo nel campo della pubblica istruzione. Insieme a molti studenti criticano il numero di ore, giudicato eccessivo, di cui si compone la giornata scolastica, si oppongono all’insegnamento obbligatorio di religione ed etica e alle cinque ore settimanali di educazione fisica.

Secondo un insegnante che lavora in una scuola di Told, piccolo centro abitato dell’Ungheria orientale che conta una nutrita popolazione Rom, l’attuale sistema scolastico ungherese crea sfiducia e incertezza e uccide la creatività.

Pukli condivide la critica nei confronti di un orientamento politico che sottopone la scuola, i programmi didattici e la scelta dei libri di testo al controllo diretto del governo. István Klinghammer, docente universitario e segretario di stato all’istruzione superiore nel periodo compreso fra il 2013 e il 2014, ha detto di recente che l’Ungheria ha bisogno di una classe docente intelligente, provvista di senso etico e capace di comunicare queste qualità ai suoi studenti. “Mi irrita la presenza di tutti questi insegnanti che si presentano a scuola con la barba incolta e la camicia a quadri”, ha aggiunto. Questa frase ha provocato la reazione dei destinatari del messaggio che hanno a maggior ragione preso a indossare con maggior frequenza la tanto detestata camicia a quadri e si sono fatti fotografare.

Altrettanto hanno fatto molti ragazzi. Le loro immagini e la loro protesta, che vede partecipi gli insegnanti di diversi istituti, hanno fatto il giro della rete. Camicie a quadri e parapioggia colorati sono divenuti un po’ il simbolo di questa protesta sociale. La manifestazione svoltasi lo scorso 13 febbraio a Budapest, di fronte al palazzo del Parlamento, su iniziativa dei sindacati del settore, ha potuto contare sulla presenza di decine di migliaia di persone appoggiate anche da altre categorie lavorative: quelle della sanità, del trasporto pubblico e dei funzionari statali.

Numerose persone hanno preso parte all’iniziativa sotto una pioggia persistente dalla quale i presenti hanno cercato di ripararsi con dei parapioggia colorati. Per Pukli e per gli altri sostenitori della protesta il sistema lascia ben poco spazio alle scelte e alla creatività degli insegnanti che sono oltretutto costretti a pesanti obblighi amministrativi. Per questo necessita di una revisione radicale anche perché, secondo László Mendrey, presidente del Sindacato democratico degli insegnanti, la politica del governo ha fatto tornare di cento anni indietro l’istruzione pubblica ungherese.

C’è agitazione anche tra gli insegnanti slovacchi. I loro sindacati, dopo una serie di manifestazioni pubbliche, hanno firmato e consegnato una dichiarazione congiunta al ministro dell’Istruzione Juraj Draxler. Il documento si rivolge al governo che si costituirà in seguito alle elezioni del prossimo 5 marzo e gli chiede di inserire il settore dell’istruzione tra le sue priorità per dei cambiamenti necessari. A Praga il ministro della Scuola Kateřina Valachová ha accolto le richieste dei sindacati di categoria e chiesto che lo stipendio degli insegnanti aumenti del 10% il prossimo anno. Si prevede su questo un braccio di ferro con il ministero delle Finanze.

 

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La Destra riscrive la storia

Si chiama Jan Tomasz Gross, è nato in Polonia 69 anni fa, ma ha lasciato il suo paese nel 1969 per motivi politici.

Storico e sociologo, insegna all’Università di Princeton e di recente ha sollevato le ire del governo di destra polacco per una sua affermazione. In un articolo uscito lo scorso settembre sul quotidiano tedesco Die Welt, Gross ha stigmatizzato la riluttanza dei paesi dell’Europa centro-orientale ad accogliere i profughi e aggiunto che durante la Seconda guerra mondiale i polacchi hanno ucciso più ebrei degli stessi nazisti.

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Gross è anche l’autore di Neighbours, il libro uscito nel 2011 che racconta la storia del pogrom antisemita avvenuto nel 1941 a Jedwabne e che costò la vita a oltre 1.600 ebrei uccisi secondo Gross non dai nazisti ma dai polacchi che abitavano in quel piccolo villaggio della Polonia orientale. Dal libro è stato poi tratto un film diretto dal regista polacco Władisław Pasikowski e uscito nel 2012.

La tesi dello storico ha interessato le autorità giudiziarie di Varsavia che stanno esaminando il caso per vedere se Gross abbia infranto le leggi contro i tentativi di diffamazione del paese. Per il governo del PiS ossia Giustizia e Libertà, partito di destra guidato da Jarosław Kaczyński, il professore ha dimostrato di essere tutt’altro che un patriota e per questo gli deve essere tolta l’onorificenza conferitagli tempo fa dalle autorità polacche. A difesa di Gross si sono mobilitati numerosi intellettuali e accademici che hanno scritto due lettere aperte per protestare contro l’atteggiamento assunto dall’esecutivo di Beata Maria Szydło nei confronti del docente di Princeton. Un esecutivo che secondo i promotori dell’iniziativa intende negare le responsabilità dei polacchi a fronte dell’Olocausto.

Donne ebree uccise durante un pogrom in Polonia
Donne ebree uccise durante un pogrom in Polonia

Il governo accusa Gross, ma secondo Jan Grabowksi, docente di storia all’Università di Ottawa il protagonista di questa vicenda è un patriota che considera i vari aspetti della storia del suo paese, sia i momenti più edificanti che quelli più bui. Grabowski è fra i 30 firmatari della prima lettera aperta scritta dagli intellettuali a difesa di Gross. Per Dariusz Stola, direttore a Varsavia del Museo di storia degli ebrei polacchi e firmatario della seconda lettera, l’autore di Neighbours è un personaggio controverso, ma togliergli l’onorificenza sarebbe sciocco e controproducente. Stola fa notare che Gross è stato insignito dell’Ordine al Merito sia per le sue ricerche sia per il contributo da lui dato, anche se dall’estero, alla transizione democratica della Polonia.

Altri accademici sottolineano il fatto che Gross è attualmente uno dei maggiori studiosi dell’Olocausto. Secondo Agata Bielik-Robson, docente all’Università di Nottingham, il governo del PiS vuole mettere a tacere voci come quella di Gross per riscrivere la storia del paese. “Si tratta di una tendenza preoccupante”, sottolinea la Bielik-Robson.

Riscrittura della storia nazionale, rimozione e negazione delle responsabilità interne di fronte alla persecuzione, uccisione e deportazione di intere comunità di ebrei polacchi. Tutto questo ricorda l’attività di un altro governo dell’area centro-orientale, quello ungherese di Viktor Orbán che pure si è impegnato in un’operazione di riscrittura della storia del paese e che nel 2014, in occasione del settantesimo anniversario dell’Olocausto degli ebrei ungheresi, è entrato in conflitto con gli esponenti della comunità ebraica per il modo in cui il l’esecutivo intendeva commemorare e per la realizzazione di un monumento che, secondo anche numerosi storici ungheresi, nega le responsabilità del paese a fronte dell’Olocausto.

In Polonia il governo del PiS ha creato un’atmosfera simile e dato luogo a provvedimenti somiglianti a quelli presi pochi anni fa dal governo di Budapest: provvedimenti che riguardano il mondo dell’informazione e il ruolo e il funzionamento della Corte Costituzionale. C’è quindi una crescente volontà di controllo da parte di questo esecutivo conservatore e nazionalista che non incoraggia certo lo spirito critico e sanziona coloro i quali si oppongono anche solo a parole al suo operato e che per questo vanno considerati nemici della patria.

 

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L’Europa secondo il blocco di Visegrád

La crisi migranti è sempre nell’agenda dei quattro del gruppo di Visegrád, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia, che intendono proporre il loro modello di gestione del problema, data quella che considerano inadeguatezza delle politiche comunitarie in questo campo. La critica all’Unione europea è netta: secondo il ministro degli esteri ungherese Péter Szijjártó, il problema dell’immigrazione illegale è troppo grave perché l’Unione continui a essere, almeno da un anno, prigioniera del “politicamente corretto” che impedisce di fatto di guardare in faccia la realtà e porta alla stigmatizzazione di coloro i quali dicono come stanno realmente le cose”.

Szijjártó afferma che invece il governo ungherese dice da sempre quello che pensa e fa quello che dice; a suo avviso i fatti dimostrano che in questa crisi l’unica via percorribile è quella seguita e indicata dall’Ungheria che dall’inizio dell’emergenza si è posta il problema della sicurezza. Il governo guidato da Viktor Orbán sostiene che l’unica possibilità di salvare l’Europa dall’ondata migratoria è difendere i confini nazionali e quindi quelli di Schengen, e che tutti i paesi membri devono fare così se hanno veramente a cuore il destino dell’Europa.

Insieme agli altri tre di Visegrád, l’Ungheria rappresenta il no del blocco europeo centro-orientale agli orientamenti comunitari in termini di immigrazione. Con il governo di Beata Szydło la Polonia ha dato luogo a un’evidente svolta a destra e ad alcuni provvedimenti simili a quelli presi anni fa da Budapest. All’inizio di gennaio Orbán ha incontrato nel sud della Polonia Jarosław Kaczyńsky, leader del partito governativo Diritto e Giustizia (PiS) per parlare di immigrazione, individuare una tattica comune contro le politiche dell’Unione europea giudicate permissive e inadeguate in ambito migranti, e rafforzare la cooperazione all’interno del gruppo di Visegrád e il suo ruolo nel Vecchio Continente. Nel mentre le autorità slovacche reagivano agli incidenti di Colonia annunciando di non voler più accogliere migranti musulmani.

Il governo del Paese si prepara alle elezioni politiche in programma per il 5 marzo ed è impegnato in una campagna elettorale che l’ha visto giocare la carta della sicurezza nazionale e del rifiuto della politica delle quote. Anche per Praga la crisi migranti deve essere affrontata dando centralità al problema della sicurezza del territorio e dei suoi abitanti. Per il primo ministro Bohuslav Sobotka l’emergenza può essere affrontata solo con una cooperazione a livello europeo, senza iniziative isolate. A suo parere l’Unione deve aiutare le persone e le famiglie che scappano da guerre e persecuzioni ma senza mettere in pericolo la sua sicurezza.

Secondo un sondaggio effettuato a dicembre dall’istituto CVVM, il 60% dei cechi non ritiene sia il caso di accogliere profughi provenienti da Paesi in guerra. Il 30% si dice favorevole all’ospitalità ma solo a patto che i profughi vengano rimpatriati appena le condizioni cambiano nei loro paesi di provenienza. Ed è di nuovo il ministro degli esteri ungherese Szijjártó ad affermare che i paesi dell’Unione non devono garantire ai profughi un futuro in Europa ma aiutarli a ricominciare a vivere una vita normale a casa loro.

Lo scorso tre febbraio il capo della diplomazia ungherese ha visto a Budapest il suo omologo Witold Waszczykowski e a fine incontro ha parlato di comunanza di interessi tra i due Paesi; successivamente ha sottolineato il rapporto di amicizia fra i membri del Gruppo di Visegrád. Quest’ultimo si riunirà a Praga in un vertice straordinario che avrà luogo il prossimo 15 febbraio. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa ceca ČTK, nell’occasione i leader dei quattro Paesi discuteranno la proposta ceca di creare una linea di frontiera di riserva che se dovesse passare lungo il confine di Bulgaria e Macedonia, i cui leader sono attesi a Praga, limiterebbe il ruolo della Grecia nella protezione dei confini di Schengen. I quattro considerano infatti insufficiente l’impegno ellenico. Per il primo ministro slovacco Robert Fico, Atene non rispetta i compiti previsti dal trattato.

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La guerra di Orbàn. Con la scusa del terrorismo

Il governo ungherese conferma il suo interventismo sul fronte migranti. E teme la minaccia del terrorismo. Minaccia legata secondo Budapest al fenomeno migratorio che in questi mesi mette a difficile prova la comunità internazionale. L’esecutivo danubiano sostiene di essere stato l’unico ad aver rispettato gli accordi di Schengen e di aver quindi fatto del suo meglio per difendere non solo il proprio territorio ma i confini europei dagli imponenti flussi migratori che secondo il primo ministro Viktor Orbán mettono a rischio l’esistenza del Vecchio Continente. Sia dal punto di vista culturale che dal punto di vista politico-economico. Senza contare l’appena menzionata minaccia terroristica che per le autorità ungheresi è concreta.

Per questo motivo Orbán ritiene sia giunto il momento di dotarsi degli strumenti adatti a fronteggiare questo pericolo e vuole che al governo da lui presieduto vengano attribuiti poteri speciali. Il premier ha fatto questa dichiarazione alla radio pubblica all’inizio della settimana e precisato che, in presenza di informazioni su attentati terroristici in preparazione, l’esecutivo potrebbe decidere di dichiarare lo stato di emergenza, il coprifuoco, vietare trasmissioni via radio e tv, spegnere Internet, dar luogo a perquisizioni domiciliari anche senza mandato ed eseguire arresti, se la situazione lo rendesse necessario.

Tutto questo se il governo fosse dotato di poteri speciali per affrontare la minaccia. Perciò il Fidesz, partito guida dell’esecutivo, ha presentato in Parlamento una proposta di legge con una modifica alla Costituzione. Di fatto, però, le forze di governo non dispongono più della maggioranza parlamentare di due terzi e l’opposizione di centro-sinistra è contraria a questo provvedimento. Essa ritiene inopportuno che il governo sia dotato di poteri eccezionali col pretesto della sicurezza nazionale e della minaccia del terrorismo, per questo non intende votare a favore della proposta di legge.

Il primo ministro, però non si scoraggia e intende dar luogo a un referendum per avere la meglio sull’opposizione che dall’inizio della crisi migranti critica severamente l’operato delle forze governative. Anche nella scorsa tarda primavera l’esecutivo guidato da Viktor Orbán si è rivolto ufficialmente alla popolazione per conoscere il suo punto di vista sui rischi legati ai flussi migratori. L’iniziativa è stata battezzata “Consultazione nazionale sull’immigrazione e il terrorismo” e realizzata sotto forma di questionario con domande tese a presentare in modo negativo la figura del migrante e a sottolineare solo i pericoli legati al fenomeno.

L’iniziativa è stata a suo tempo criticata duramente dall’opposizione di centro-sinistra e dalle organizzazioni progressiste della società civile che hanno stigmatizzato il nesso tra immigrazione e terrorismo e la precisa volontà del governo di incoraggiare sentimenti xenofobi e razzisti tra la popolazione. Sempre a primavera inoltrata sono comparsi a Budapest e nelle altre città del paese cartelloni governativi con su scritte come “Se vieni in Ungheria non puoi portare via il lavoro agli ungheresi”, rivolte ai migranti. Anche questa iniziativa è stata oggetto di critiche da parte degli avversari di Orbán, ma il governo è andato avanti per la sua strada ed ha fatto ricorso ai reticolati di filo spinato per proteggere i confini interessati dall’arrivo dei migranti.

Del resto il primo ministro ha più volte avuto modo di dire di non considerare i flussi migratori come un fatto positivo né dal punto di vista culturale né dai punti di vista sociale ed economico. Oggi il premier ungherese si trova d’accordo con il suo omologo polacco Beata Szydło nell’affermare che bisogna chiudere i confini meridionali di Schengen e fermare l’immigrazione di massa. Budapest e Varsavia convergono anche sul Brexit e sulle richieste di riforme fatte da Londra.

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L’antisemita che si scoprì ebreo

Si chiama Csanád Szegedi e fino al 2012 è stato fra i dirigenti del partito ungherese di estrema destra Jobbik da cui è uscito proprio quattro anni fa dopo aver rivelato le sue origini ebraiche. La storia di Szegedi è particolare: nato nel 1982 a Miskolc, città dell’Ungheria nord-orientale da padre scultore del legno e madre ingegnere, si è laureato all’Università Károly Gáspár della Chiesa riformata ungherese.

Il suo attaccamento ai valori nazionali l’ha portato a organizzare fra il 1999 e il 2010 dei viaggi in Transilvania, regione che un tempo apparteneva al suo Paese natale. A lungo si è distinto in negativo per commenti antisemiti, finché non ha conosciuto la storia della sua famiglia da parte di madre: da allora ha lasciato il partito in cui ha militato a lungo e ha cambiato vita.

Szegedi è divenuto membro di Jobbik nel 2003, nel 2006 è stato eletto vicepresidente di questa forza politica e l’anno dopo si è segnalato fra i membri fondatori della Guardia ungherese, successivamente dichiarata fuorilegge da una sentenza del tribunale di Budapest per una serie di marce effettuate a scopo intimidatorio in località densamente abitate da comunità Rom. Nel 2009 è divenuto eurodeputato.

Una carriera brillante la sua, all’interno di quello che nel 2014, dopo le elezioni europee, è apparso essere il più forte partito europeo di estrema destra. Szegedi è stato molto attivo nel propagandare i valori di un’Ungheria desiderosa di riscatto per aver vissuto a lungo sotto il tallone di potenze straniere come gli Asburgo e l’Unione Sovietica, e poi subire le ingerenze di Bruxelles.

Nel giugno del 2012 Szegedi ha rivelato di aver appreso poco tempo prima che i nonni materni erano ebrei e che avevano vissuto l’esperienza dei campi di concentramento. Si è rivolto al rabbino Slomó Köves del movimento Lubavitch per chiedere aiuto. In seguito gli avrebbe chiesto anche scusa per le sue precedenti esternazioni antisemite. Da lì l’inizio di una vita nuova nella quale ha assunto il nome David, ha cominciato a usare la kippah, si è messo a studiare l’ebraico, si è fatto circoncidere e ha visitato Israele.

Alle rivelazioni pubbliche di Szegedi hanno fatto seguito le sue dimissioni da tutte le posizioni che ricopriva nel partito e la dichiarazione di voler comunque continuare a essere membro del parlamento europeo. Di fatto, secondo gli organi di informazione, Szegedi avrebbe saputo delle sue vere origini almeno due anni prima di averle rese note e offerto del denaro perché la stampa non le rivelasse. Questo particolare ha spinto il vicepresidente di Jobbik, Előd Novák, a chiedere le piene dimissioni di Szegedi dal partito per quella che ha definito “una spirale di bugie” che il protagonista di questa storia avrebbe detto a lungo e per essersi comportato da corruttore.

Questa vicenda si inserisce nella storia di un Paese che, secondo diversi studiosi, non ha ancora elaborato appieno la tragedia vissuta dagli ebrei ungheresi durante la Seconda guerra mondiale. Oltre 57omila, quelli uccisi nell’Olocausto. Oggi la comunità ebraica d’Ungheria conta circa centomila persone. Gli esponenti delle sue principali associazioni sostengono di assistere nel Paese a un rafforzamento dei sentimenti antisemiti.

 

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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