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Le sanzioni Ue a tre Paesi dell’Est

È stato al momento della presentazione del rapporto di giugno sullo stato dei ricollocamenti che il Commissario europeo Dimitris Avramopoulos ha annunciato sanzioni. I paesi destinatari del provvedimento sono l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Polonia, il motivo è la loro mancata disponibilità al ricollocamento di profughi da Italia e Grecia.

Avramopoulos ha precisato che i tre paesi sono stati più volte sollecitati a cooperare ma non hanno dato alcun riscontro. “In oltre un anno non hanno fatto niente – ha detto – in particolare l’Ungheria. La Repubblica Ceca non ricolloca dall’agosto del 2016 e la Polonia si è detta disponibile a dare il suo contributo due anni fa, poi più niente”. Il Commissario ha espresso dispiacere per le sanzioni ma ha anche sottolineato che non c’è alternativa e che è il momento di passare dalle parole ai fatti annunciando per oggi la pubblicazione del pacchetto mensile delle sanzioni.

I paesi interessati hanno chiarito da tempo di non condividere la politica delle quote concepita dai vertici comunitari e soprattutto il governo ungherese critica la politica di Bruxelles in ambito migranti con un atteggiamento che va oltre la semplice determinazione e che appare sempre più apertamente ostile.

Per il ministro degli Esteri di Budapest Péter Szijjártó la decisione dei vertici europei è un vero e proprio ricatto.

Da Praga il primo ministro Bohuslav Sobotka ha affermato che il paese si difenderà anche davanti agli organi giudiziari. Sobotka ha ribadito il fatto che la Repubblica Ceca non condivide il sistema delle quote anche a causa del peggioramento delle condizioni della sicurezza in Europa.

Il presidente polacco Andrzej Duda ha subito chiarito di avere un’opinione negativa sulle sanzioni e ha aggiunto che la Polonia è un paese aperto che non nega aiuto a nessuno. “Quello che però non condividiamo è di dover prestare aiuto in modo forzato come vorrebbe l’Unione europea”, ha aggiunto il presidente e concluso che a suo avviso questi provvedimenti sanzionatori sono sbagliati ma che occorre rispettare la decisione di Bruxelles anche se per la Polonia quella dei ricollocamenti non è una buona soluzione.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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“A rischio la libertà di pensiero”

C’è sempre aria di protesta, a Budapest, per la legge approvata dal parlamento e firmata dal presidente János Áder, sul funzionamento delle università straniere in Ungheria. Nel mirino la CEU ossia la Central European University, fondata dal magnate americano di origine ungherese George Soros nel 1991 per diffondere nella regione il verbo del liberalismo.

Per l’opposizione di centrosinistra la legge non è solo un attacco alla CEU ma a tutta l’istruzione superiore, alla libertà di pensiero e allo spirito critico. Anche Bruxelles stigmatizza il provvedimento, e malumore circola a Washington malgrado i tentativi fatti dal governo di Viktor Orbán per tranquillizzare le autorità statunitensi che l’intento non è quello di smantellare la CEU ma di disciplinare la presenza e l’attività delle università straniere in Ungheria.

Secondo la legge in questione tali istituzioni possono funzionare in terra magiara solo sulla base di un accordo intergovernativo con i Paesi di origine delle università interessate. Quella fondata da Soros, secondo Orbán, gode di un vantaggio ingiusto in quanto i titoli che rilascia vengono riconosciuti sia in Ungheria che negli Stati Uniti.

La risposta delle autorità di Washington non è stata particolarmente conciliante. “Il governo ungherese deve trattare direttamente con la CEU in quanto gli Stati Uniti non trattano per raggiungere accordi internazionali sulle questioni universitarie”, ha detto Hoyt Yee, sottosegretario di Stato agli Esteri in visita a Budapest, dopo un incontro con rappresentanti del governo ungherese e con la CEU.

Ai giornalisti Hoyt Yee ha espresso preoccupazione per la legge che prende di mira l’università fondata da Soros e ne minaccia la sopravvivenza.

La CEU conta 1.400 studenti originari di 108 paesi e dà lavoro a circa 300 docenti.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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Orbán prova a fermare il magnate Soros

Washington protesta nei confronti del governo ungherese per la disposizione, approvata questa settimana in parlamento con i voti della maggioranza, che colpisce la Central European University, l’istituzione fondata nel 1991 dal magnate americano di origine ungherese George Soros, per diffondere il pensiero liberale nell’area ex socialista.

Da domenica scorsa ci sono state a Budapest manifestazioni che hanno visto la partecipazione di migliaia di persone scese in piazza contro una misura che secondo l’esecutivo ha la funzione di disciplinare il funzionamento delle università straniere in Ungheria. Il provvedimento prevede, tra l’altro, che le università straniere sottopongano i loro curriculum accademici al controllo del governo e che vengano attivate procedure particolari per studenti e personale che provengono da aree geografiche specifiche.

Alle proteste di Washington il governo di Budapest ha replicato di non aver alcuna intenzione di smantellare la CEU ma di voler stabilire il principio secondo il quale le università straniere possono operare in territorio ungherese solo sulla base di un accordo intergovernativo con il Paese di provenienza della data università. Il primo ministro Viktor Orbán ha affermato che l’esecutivo da lui presieduto è aperto alla trattativa con le autorità statunitensi. Sta di fatto che, con le nuove regole, la CEU rischierebbe di non poter più immatricolare studenti dal primo gennaio del 2018 e di chiudere entro il 2021.

Le proteste sono arrivate anche da Bruxelles e Berlino direttamente interessata, quest’ultima, in quanto Budapest ospita un’università tedesca. Nel mirino sembra però sia soprattutto quella fondata da Soros il quale non è ben visto dal governo del Fidesz. Secondo il ministro dell’Istruzione Zoltán Balog, il magnate americano finanzia organizzazioni travestite da ONG che in realtà opererebbero contro l’esecutivo ungherese.

Per l’opposizione di centrosinistra, la misura recentemente approvata dal parlamento è un attacco alla libertà di ricerca, per Michael Ignatieff, rettore della CEU che ospita 1.400 studenti originari di 108 Paesi, è un atto di vandalismo politico. Secondo la ONG statunitense Freedom House, l’Ungheria è diventata teatro di una crisi democratica particolarmente grave, nell’ambito dei Paesi ex socialisti. La Polonia le farebbe buona compagnia in termini di tendenza all’autoritarismo.

Studenti e insegnanti di altre università della capitale hanno solidarizzato con la CEU, ma a livello ufficiale sembra che prevalga un atteggiamento prudente. In interviste rilasciate di recente Orbán avrebbe detto che la Central European University gode di un vantaggio illegittimo nella competizione con le altre università, dal momento che i titoli da essa rilasciati sono validi sia in Ungheria che negli Stati Uniti. Il premier magiaro lascia intendere il bisogno di creare pari opportunità nel panorama universitario ungherese, ma per i manifestanti il governo non vuole far altro che isolare e blindare sempre di più il Paese.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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I confini ungheresi sempre più blindati

L’Ungheria di Viktor Orbán porta avanti, con grande determinazione, il suo progetto di autodifesa dai flussi migratori. Sono note la decisione del governo di rafforzare la barriera antimigranti al confine con la Serbia e l’approvazione del Parlamento della legge che prevede la detenzione preventiva dei richiedenti asilo in campi situati ai confini con la Serbia e la Croazia. Da ultimo, il ministro della Difesa István Simicskó ha inaugurato l’ultima delle quattro basi militari create lungo la frontiera meridionale del Paese.

Si tratta di piccole installazioni destinate a ospitare dei soldati che dovranno aiutare gli agenti di polizia nelle operazioni di pattugliamento dei confini e di fermo dei migranti che cercano di entrare in Ungheria dalla Serbia. Tali strutture, provviste di container, possono ospitare ciascuna 150 militari e sono state realizzate con l’aiuto di soldati austriaci.

Inaugurando le basi, il ministro Simicskó ha affermato che l’Ungheria condivide con la confinante Austria la volontà di dar luogo a una difesa più efficace dei confini nazionali dai flussi migratori che, secondo il primo ministro Orbán, costituiscono un serio pericolo per la sopravvivenza dell’Europa e della sua identità culturale cristiana e sono un potenziale veicolo di terrorismo. Per questo il Paese sta blindando sempre di più le sue frontiere situate in corrispondenza di una delle principali rotte seguite dai migranti al fine di raggiungere i Paesi dell’Europa settentrionale.

Sono circa tremila, attualmente, i soldati che collaborano con la polizia di frontiera per arrestare i migranti che riescono a superare la barriera metallica e di fil di ferro situata lungo tutto il confine con la Serbia.

Restando in tema, va segnalata la reazione delle autorità ungheresi al verdetto della Corte europea dei Diritti dell’Uomo che ha condannato l’Ungheria per una vicenda risalente al 2015. Due profughi del Bangladesh avevano accusato le autorità di Budapest di essere stati maltrattati, la denuncia era stata presentata alla Corte dalla Tasz, l’Associazione dei diritti fondamentali, una Ong finanziata in parte da George Soros, miliardario statunitense di origine ungherese. Nel verdetto, la Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Ungheria a risarcire i due richiedenti asilo versando loro la somma di 10.000 euro a testa.

Le autorità di Budapest, però, non accettano questo responso che considerano ingiusto dal momento che, come dice György Bakondi, consigliere di Viktor Orbán per la sicurezza, il Paese si è fatto carico della difesa di tutta l’Europa dall’invasione dei migranti. Ma c’è di più: in Parlamento, un deputato della maggioranza ha chiesto che l’Ungheria esca dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo, onde evitare, in futuro, condanne di questo genere.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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L’Ungheria viola le norme internazionali

Con la legge approvata dal parlamento martedì scorso, le autorità ungheresi intendono blindare ulteriormente i confini del Paese e renderlo sempre meno ospitale agli occhi dei migranti.

Il testo dispone che i richiedenti asilo e i migranti fermati in qualsiasi punto del territorio nazionale vengano sottoposti a un regime di detenzione preventiva in campi predisposti ai confini con la Serbia e la Croazia. Vi troveranno posto dei container che potranno ospitare dalle 200 alle 300 persone per il periodo della procedura necessaria a esaminare le richieste di asilo.

Il sistema della custodia preventiva era stato soppresso in Ungheria, nel 2013, dietro pressioni dell’Unione europea e dell’Onu, ma le sue autorità hanno deciso di ripristinarlo pur riconoscendo che questa prassi va contro le norme internazionali precedentemente accettate anche da Budapest. “Lo sappiamo ma andremo avanti lo stesso su questa strada”, ha detto di recente il primo ministro Viktor Orbán. Secondo il premier i flussi migratori hanno posto sotto assedio il Paese. Questi ultimi a suo avviso si sono solo temporaneamente affievoliti.

È ormai nota da tempo la posizione del governo ungherese nei confronti di questo fenomeno che Orbán e i suoi collaboratori e sostenitori considerano negativo sotto tutti i punti di vista. Lo vedono come una minaccia per la cultura europea e la sua identità cristiana. “Questi migranti sono persone che vogliono vivere da noi senza accettare i nostri usi ma solo gli standard di vita europei”, ha detto ancora il premier e aggiunto che i clandestini vanno arrestati e sottoposti a trattamenti rigorosi, quelli previsti dalla legge.

Pochissime persone ottengono il diritto di asilo in Ungheria: nel 2016 solo 425 persone l’hanno avuto su un totale di 30.000 richiedenti. Sono 170.000 coloro i quali hanno attraversato il confine ungherese solo per recarsi in Austria o in Germania.

Diverse organizzazioni attive in questo campo hanno criticato duramente l’adozione di questa legge. Per Amnesty International il sistema della detenzione preventiva dei profughi e migranti è semplicemente inaccettabile. A suo avviso il ricorso alla custodia preventiva non significa dar luogo a una politica in ambito migranti, ma piuttosto decidere di non averne una. Alle critiche di Amnesty e di altre organizzazioni simili, il ministro dell’Interno Sándor Pintér ha risposto che spesso i richiedenti asilo non rispettano le regole, non attendono la fine della procedura e si muovono a loro piacimento entro i confini di Schengen per raggiungere i paesi dell’Europa nord-occidentale. Ciò costituisce, secondo Pintér, un rischio per la sicurezza di tutti. Per Amnesty, invece, è l’Ungheria a violare norme internazionali adottando una prassi che definisce disumana.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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Chiude il principale giornale d’opposizione

La società Mediaworks, editrice del Népszabadság, principale quotidiano ungherese d’opposizione al governo Orbán, ha deciso di chiudere il giornale fino alla definizione di una nuova strategia economica per rimettere a posto i conti.

Un giornalista che ha lasciato il quotidiano qualche mese fa e che è stato intervistato dal portale di informazione francese Hulala, specializzato in Europa centrale e orientale, afferma che i redattori del Népszabadság sono stati informati del fatto solo un giorno prima. Questi ultimi dichiarano di non aver più accesso né alla sede del quotidiano né al loro indirizzo mail professionale. Molti di loro parlano di “putsch” e di nuova spallata alla libertà di stampa in Ungheria. Il riferimento al governo è chiaro.

Il sito web del giornale risulta non più disponibile; al suo posto c’è un comunicato in ungherese e in inglese redatto da Mediaworks, che precisa che la tiratura del Népszabadság è scesa del 74% in questi ultimi dieci anni, il che significa una diminuzione di centomila copie. Il testo parla di una situazione sempre più critica a partire dal 2007 e di una perdita di 5 miliardi di fiorini. La società editrice conclude affermando che il suo obiettivo è elaborare, per il quotidiano, un nuovo modello che sia più in linea con le nuove tendenze del settore.

Fondato nel 1956, il Népszabadság è una testata storica; è stato l’organo ufficiale del Partito Socialista Ungherese dei Lavoratori (MSzMP), all’epoca di János Kádár. Dopo il cambiamento politico, è stato acquistato dal gruppo tedesco Bertelsmann AG. poi, nel 2003, da quello svizzero Ringier infine, nel 2014, dall’uomo d’affari austriaco Heinrich Pecina, proprietario di Mediaworks. Nel giugno del 2015 il Partito Socialista (MSzP), ha venduto la sua quota (27,65%).

Dopo l’annuncio della chiusura del giornale ci sono state testimonianze di solidarietà da parte di diverse testate ungheresi, tra esse il quotidiano socialdemocratico Népszava, ma anche il quotidiano di destra Magyar Nemzet che avrebbe definito inaccettabile il comportamento di Mediaworks nei confronti dei redattori del Népszabadság.

Secondo il Partito Socialista oggi è un giorno triste per la libertà di stampa in Ungheria e ha organizzato una manifestazione davanti alla sede di Mediaworks. Un’altra dimostrazione ha avuto luogo di fronte all’edificio del Parlamento dove i presenti hanno scandito in coro “Democrazia! Democrazia!”. I dimostranti accusano il governo di nuove manovre contro la libertà di stampa e l’ex premier socialista e attuale leader di Coalizione Democratica (DK), Ferenc 3 Gyurcsány, afferma che il Paese si trova di fronte al “più grave crimine mai commesso da Viktor Orbán” e invita militanti ed elettori del partito a impegnarsi per sostenere la democrazia nel Paese.

Il quotidiano Népszava fa riferimento a voci secondo le quali personaggi vicini al primo ministro avrebbero creato una società incaricata del compito di acquistare diverse testate di proprietà di Mediaworks. Secondo informazioni che non hanno ancora trovato conferma, si potrebbe trattare di Gábor Liszkai, direttore del giornale di destra Magyar Idők e di Lőrinc Mészáros uomo del partito governativo Fidesz e sindaco di Felcsút, piccolo centro abitato in cui è cresciuto il primo ministro. I giornalisti del Népszabadság annunciano battaglia.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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L’Ungheria dopo il referendum

Anche se non ha raggiunto il quorum, il primo ministro ungherese Viktor Orbán si dice soddisfatto dell’esito del referendum. A suo avviso ciò che conta è che 3,3 milioni di ungheresi abbiano detto no al sistema delle quote di accoglienza ai migranti. “Una cosa della quale Bruxelles deve tenere conto”, ha detto il premier che lunedì scorso ha annunciato al parlamento l’intenzione di dar luogo a una modifica costituzionale. Servirebbe a sottrarre l’Ungheria all’obbligo di ospitare migranti e profughi senza l’assenso dell’Assemblea nazionale. Orbán ha precisato che una commissione dovrà redigere il testo della modifica che però il Parlamento non sarà obbligato a recepire visto il mancato raggiungimento del quorum.

Per il primo ministro si tratta di un’iniziativa che si inserisce nello spirito del referendum. All’indomani del voto Orbán ha annunciato l’intenzione di trattare subito con l’Ue per ottenere che l’Ungheria non debba ospitare per forza cittadini stranieri indesiderati; il riferimento è evidentemente ai musulmani e ai terroristi. L’attività di questi ultimi, secondo il governo, è strettamente legata ai grandi e incontrollati flussi migratori. Bruxelles non mostra, però, grande disponibilità nei confronti dell’esecutivo di Budapest. Per i vertici dell’Unione il referendum non avrebbe avuto alcuna validità anche se il quorum fosse stato raggiunto.

Secondo il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, quello che Orbán fa è un “gioco pericoloso” a fronte dei meno di 1.300 migranti che l’Ungheria dovrebbe accogliere su un numero di 160.000 in partenza dall’Italia e dalla Grecia e prossimamente oggetto di smistamento. Ma il premier ungherese intende andare avanti per la stessa strada intrapresa oltre un anno fa in questo ambito. È orgoglioso del fatto che il suo governo abbia interpellato l’elettorato sul problema dei migranti. “Purtroppo è stato l’unico”, ha precisato il premier.

Il referendum è stato uno strumento per legittimare l’opposizione di Budapest al sistema delle quote. Esso è stato appoggiato dal partito Jobbik e descritto dall’opposizione come iniziativa “xenofoba e islamofoba”. Gli appelli di quest’ultima a disertare le urne sono stati ascoltati dato che l’affluenza è stata del 43%. I partiti di centrosinistra avversari del governo possono quindi esprimere soddisfazione, del resto l’esecutivo fa la stessa cosa dal momento che il 98% di chi è andato a votare ha scelto il “no” contro il solo 2% a favore dell’opzione contraria.

L’Unione europea disapprova l’orientamento politico dell’Ungheria di Orbán in ambito migranti e Amnesty International denuncia violenze della polizia magiara al confine contro questi ultimi per scoraggiarli dal fare richiesta di asilo alle autorità di Budapest. L’organizzazione accusa da tempo il governo ungherese di spendere più in reticolati e mezzi per sigillare le sue frontiere che per accogliere coloro i quali scappano dalle guerre. Secondo recenti calcoli l’Ungheria ne ha finora accettati poco più di 500 respingendone otto su dieci e la musica non sembra destinata a cambiare come dimostrano anche i proclami del premier. “La burocrazia di Bruxelles e la sinistra europea considerano utile l’immigrazione di massa”, ha affermato Orbán, il quale si dice pronto a battersi contro il “partito dell’accoglienza”.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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Amnesty International accusa l’Ungheria

Il titolo è “Speranze abbandonate: l’attacco dell’Ungheria ai diritti dei rifugiati e dei migranti”, si tratta di un rapporto di Amnesty International (AI) su come le autorità ungheresi, politiche e di polizia, si comportano nei confronti dei migranti.

Il dossier parla apertamente di maltrattamenti da parte delle forze dell’ordine e di procedure volutamente lunghe e complesse, tese a scoraggiare i migranti a fare richiesta di asilo in Ungheria. “Violenze anche su minori non accompagnati, respingimenti illegali e detenzioni arbitrarie”, queste le pratiche denunciate dal dossier e confermate da John Dalhuisen, direttore di AI per l’Europa. Quest’ultimo ha dichiarato di recente che questi comportamenti vengono messi in atto dalle autorità di Budapest, proprio per chiarire ai migranti che l’Ungheria vuole tenerli lontani.

Comportamenti che trovano posto all’interno di un disegno politico e di un sistema dei quali fanno parte i reticolati ai confini con la Serbia e con la Croazia, la propaganda governativa che mette in cattiva luce i migranti creando un nesso tra il fenomeno dell’immigrazione e quello del terrorismo internazionale e il referendum contro le quote obbligatorie di accoglienza che si svolgerà domenica 2 ottobre.

Per Dalhuisen il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha sostituito lo Stato di diritto con uno Stato di paura. Le sue accuse, però non si rivolgono solo all’Ungheria, ma un po’ a tutti i leader europei che non sono stati in grado di impedire al governo ungherese di adottare certi provvedimenti.

Le accuse di AI si sono aggiunte ad altre formulate di recente contro l’Ungheria, in modo particolare quelle di Human Rights Watch, che stigmatizza l’esecutivo di Budapest per la sua politica che viola i diritti umani e non mostra alcuna solidarietà nei confronti dei migranti. Anzi… Nel momento in cui questo articolo viene scritto non si è a conoscenza di reazioni da parte del governo al rapporto di AI, ma è noto che, prima ancora della pubblicazione del dossier, Zoltán Kovács, portavoce dell’esecutivo, aveva definito bugie le notizie sui maltrattamenti inflitti dalla polizia ungherese ai migranti.

AI è naturalmente di parere opposto; il suo dossier si basa sulle testimonianze di 143 persone che hanno raccontato le loro vicende al confine con l’Ungheria. Ai confini particolarmente interessati all’arrivo di migranti sono state predisposte delle zone di transito le quali non sono altro che dei container in cui vengono sottoposte a esame le domande dei richiedenti asilo e trattenute le persone accettate. Secondo AI, ogni giorno, nelle zone di transito vengono ammesse solo trenta persone, le altre restano fuori, lungo il confine, in condizioni di grande precarietà o nei centri esistenti in territorio serbo e perennemente sovraffollati.

Un anno fa, nel periodo in cui la crisi era al culmine, si sono verificati più volte incidenti al confine ungaro-serbo tra migranti e agenti ungheresi. I testimoni raccontano di lacrimogeni, manganellate, spesso gratuite, e uso di idranti. Dall’altra, lancio di sassi e tentativi di sfondare il cordone di sicurezza per superare il confine e sperare di raggiungere un giorno la Germania o l’Austria.

A un anno da quegli avvenimenti le visioni dell’Ue in ambito migranti si scontrano sempre più con quelle dell’Ungheria, degli altri paesi del V4 e dell’Austria. E il referendum ungherese di domenica vuole essere una risposta a Bruxelles e contiene l’auspicio che altri stati membri dell’Ue facciano altrettanto.

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Domenica il referendum sui migranti

Ci avviciniamo a grandi passi al 2 ottobre, giorno del referendum ungherese sulle quote obbligatorie di accoglienza dei migranti volute dall’Unione europea. E siamo anche alle ultime battute di una campagna elettorale martellante, quale quella svolta dal governo con manifesti affissi in tutto il Paese, messaggi televisivi e comizi, soprattutto nelle zone di provincia, per convincere l’opinione pubblica a bocciare il sistema delle quote votando no al referendum.

Previsioni

Secondo gli ultimi sondaggi, il no avrebbe un vantaggio schiacciante sul sì: 73 per cento, contro il 4 per cento attribuito ai sì. Ma, sempre secondo i sondaggi, è a rischio il raggiungimento del quorum. Il voto è valido se va a votare almeno il 50 per cento degli elettori e, stando ai numeri dell’Istituto Republikon, al momento il 48 per cento degli elettori sarebbe sicuro di andare a votare e secondo altri anche meno. Invece, la percentuale degli aventi diritto decisi a boicottare il voto sarebbe passata dal 17 al 21 per cento.

Il quesito del referendum

“Volete che l’Unione europea imponga l’insediamento obbligatorio sul territorio ungherese di cittadini non ungheresi anche senza il consenso del Parlamento ungherese?”.

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I manifesti del governo dicono: “Non mettiamo a repentaglio il futuro del Paese, votiamo no”. Il governo Orbán ritiene che il sistema delle quote non solo non risolva il problema migranti ma incoraggi l’immigrazione clandestina e l’attività dei trafficanti di esseri umani. Perciò respinge questo sistema e l’intera politica dell’Unione in ambito migranti che definisce fallimentare.

Il governo paventa l’arrivo di un numero ancora maggiore di migranti musulmani che, a suo avviso, metterebbero a rischio l’esistenza stessa dell’Europa. Il governo ungherese, che ha scelto la linea dura in questo ambito, sostiene di essere l’unico a essersi impegnato veramente nella difesa dei confini di Schengen, l’unico ad avere rispettato le regole europee in questo ambito.

L’opposizione, il cui slogan è “il 2 ottobre decidi di restare a casa e quindi di restare in Europa”, è divisa fra boicottaggio, voto non valido ed è in minima parte impegnata a sostenere le ragioni del sì.

Numerosi personaggi in vista del mondo ecclesiastico ungherese hanno dichiarato di appoggiare le ragioni del governo, la comunità ebraica sembra invece divisa, almeno per certi versi: il rabbino Zoltán Radnóti avrebbe deciso di boicottare il referendum per “non fare il gioco del governo”, mentre il rabbino Slomó Köves della Congregazione Unificata Ebraica d’Ungheria affiliata al movimento Chabad, avrebbe invece preso la decisione di sposare la causa dell’esecutivo. “Si tratta di una questione che riguarda da vicino l’incolumità dei membri della comunità ebraica d’Ungheria”, ha detto e aggiunto: “Non credo che sia un bene il fatto che la sistemazione dei migranti diventi obbligatoria o incontrollabile”.

Spinta dalla sfiducia nei confronti delle politiche dell’Ue, non solo in ambito migranti, l’Ungheria di Orbán procede, quindi, verso il referendum del 2 ottobre con il quale l’esecutivo intende mostrare all’Ue di avere il Paese dalla sua. Di recente il primo ministro ungherese ha espresso l’auspicio che questo appuntamento alle urne porti ad altre consultazioni popolari nell’Ue, per fermare a titolo definitivo questa “politica nichilista”.

La proposta di Orbán

In un’intervista, concessa recentemente al portale di informazione Origo, il primo ministro Orbán avrebbe affermato che occorrerebbe rastrellare i migranti in giro per l’Europa e deportarli in un’isola o sulle coste dell’Africa settentrionale in campi profughi da porre sotto sorveglianza armata. I migranti potrebbero lasciare queste strutture solo quando venisse individuato il Paese disposto ad ospitarli. Il premier ha battezzato questa proposta “Schengen 2”. A suo avviso il programma dovrebbe essere realizzato con i fondi dell’Ue, nell’interesse stesso di Bruxelles.

In pratica Orbán avrebbe tratto ispirazione da una pratica adottata dalle autorità australiane in due isole della Micronesia e di Papua Nuova Guinea e già proposta in Europa da Frauke Petry, leader, insieme a Jörg Meuthen dell’AfD (Alternative für Deutschland, populisti di destra).

 

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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Ungheria, il 2 ottobre referendum sulle quote

Il presidente ungherese János Áder ha indetto per il prossimo 2 ottobre il referendum voluto dal governo di Viktor Orbán sulle quote di accoglienza dei migranti.La stessa data è stata scelta anche in Austria per ripetere il ballottaggio, invalidato dalla Corte costituzionale.

“Volete che l’Unione europea disponga l’insediamento di cittadini non ungheresi in Ungheria senza l’approvazione del Parlamento ungherese?”. Sarà questo il quesito rivolto a coloro i quali si recheranno alle urne. Per l’esecutivo è inammissibile che Bruxelles pretenda dai cittadini di un Paese membro di accettare una decisione imposta da poteri esterni scavalcando il parere dei parlamenti nazionali.

Per il governo di Budapest il sistema delle quote, che nel caso dell’Ungheria, ha disposto l’accoglienza di circa 1.300 migranti da ricollocare, è sbagliato in quanto non farà altro che incoraggiare l’immigrazione clandestina e l’attività dei trafficanti di esseri umani, per Orbán col referendum si tratta di decidere in merito all’indipendenza del paese e di far valere il principio secondo il quale sono i suoi cittadini a decidere con chi vogliono convivere. L’opposizione e gli ambienti progressisti della società civile criticano la politica dell’esecutivo che a loro avviso porterà l’Ungheria fuori dall’Unione, e c’è chi ha già iniziato a invitare gli elettori a boicottare il referendum in quanto quest’ultimo, a suo avviso, sarà l’anticamera della “Hungexit”.

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La Brexit vista dal Gruppo di Visegrád

Questa settimana si è svolto a Praga un vertice dei ministri degli Esteri del Gruppo di Visegrád con la partecipazione dei rappresentanti delle diplomazie di Francia e Germania. Dopo la riunione il ministro ceco Lubomir Zaoralek ha espresso chiaramente il suo punto di vista sul risultato del referendum britannico favorevole al leave e sulle sue conseguenze. Per il capo della diplomazia di Praga, l’accaduto e la prospettiva dell’uscita della Gran Bretagna dai 28, non ferma lo sviluppo dell’Unione europea, ma sottolinea il fatto che Bruxelles deve dare risposte precise alla situazione che si è venuta a creare. “Siamo tutti concordi nell’affermare che l’Unione europea non può permettersi di fare come se nulla fosse successo”, ha aggiunto il ministro ceco.

Nel corso del vertice di Praga, Zaoralek ha affermato che il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, non ha fatto niente per impedire l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione e che per questo dovrebbe rassegnare le dimissioni. Zaoralek ha aggiunto che quanto è avvenuto dimostra l’inadeguatezza di Juncker alla carica che ricopre. Quest’ultimo, durante l’incontro, è stato difeso dal rappresentante della diplomazia tedesca evidentemente propensa a ridimensionare le responsabilità del presidente della Commissione europea a fronte del caso Brexit.

Commentando i risultati del referendum britannico il primo ministro slovacco Robert Fico aveva detto che gli altri 27 membri dell’Unione europea devono reagire in tempi rapidi all’accaduto. “Ci dispiace che Londra ci lasci ma rispettiamo il responso delle urne”, ha affermato di recente Ivan Korčok, segretario di Stato agli Esteri il quale ha anche auspicato che le autorità di Londra dicano chiaramente quali passi compiranno nell’immediato per non lasciare spazio all’incertezza in un momento così delicato. Secondo diversi esperti slovacchi, la Brexit avrà ricadute limitate sull’economia del Paese, visto il volume non eccessivo degli scambi commerciali con la Gran Bretagna, ma sarà un impegno di notevole portata per la presidenza di turno slovacca dell’Unione europea.

L’Ungheria e la Polonia sono d’accordo sulla necessità di stringere ulteriormente i loro legami soprattutto dopo il voto britannico. In generale i Paesi di Visegrád seguono con grande attenzione la vicenda e si sentono toccati dalla Brexit non solo per il futuro dell’Unione ma anche per il numero non irrilevante di loro cittadini che lavorano in Gran Bretagna. Di recente il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ha affermato che, considerato questo aspetto, gli stati dell’area vorranno un posto al tavolo dei negoziati di uscita di Londra dall’Unione europea.

Intanto il governo ceco ha approvato l’istituzione di un gruppo di lavoro incaricato del compito di esprimere la posizione del paese e le sue priorità in vista di tali negoziati. L’annuncio è stato dato in settimana dal primo ministro Bohuslav Sobotka, per il quale, con l’uscita della Gran Bretagna, l’Europa di oggi è a maggior ragione minacciata da nazionalisti e pulsioni separatiste. Il premier ha anche affermato di considerare l’Unione la migliore delle garanzie contro le sciagure che si sono verificate nel Vecchio continente nel corso del XX secolo. E al vertice di Bruxelles Sobotka ha chiesto a David Cameron di impedire che il risultato del referendum crei  un clima di intolleranza verso i cittadini della Repubblica Ceca e di altri Paesi dell’Europa centro-orientale che vivono e lavorano in Gran Bretagna.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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Il governo Orbán verso il referendum anti-quote

Nelle città dell’Ungheria sono ricomparsi i cartelli governativi a sfondo azzurro, come quelli che un anno fa ammonivano i migranti a non portare via il lavoro agli ungheresi. Questa volta il messaggio dell’esecutivo guidato da Viktor Orbán è rivolto principalmente all’elettorato ed è stato concepito a sostegno del referendum che il premier e i suoi più stretti collaboratori intendono tenere a settembre o a ottobre. Tema della consultazione popolare la politica delle quote obbligatorie di accoglienza dei migranti voluta dall’Unione europea. Il referendum, che è stato approvato dal Parlamento lo scorso 10 maggio, prevede di chiedere agli aventi diritto il loro parere sulle quote con la domanda: “Volete che l’Unione europea disponga l’insediamento di cittadini non ungheresi in Ungheria senza l’approvazione del Parlamento ungherese?”.

Per il governo è inaccettabile che Bruxelles pretenda che i cittadini di un paese membro accettino una condizione imposta da poteri esterni scavalcando il parere dei parlamenti nazionali. Più volte le autorità ungheresi e quelle degli altri Paesi facenti parte del Gruppo di Visegrád, ossia la Slovacchia, la Repubblica Ceca e la Polonia, si sono espressi negativamente nei confronti della politica delle quote che secondo il governo di Budapest non farebbe altro che incentivare l’immigrazione e gli affari dei trafficanti di esseri umani. In perfetta sintonia con il governo ungherese, le autorità slovacche e quelle ceche hanno affermato di recente di considerare inaccettabile questo sistema e le sanzioni previste per i Paesi che si rifiutano di ospitare i rifugiati. Il disaccordo su questi punti tra l’esecutivo magiaro e l’Unione europea è noto da tempo così come è nota la critica di Budapest alla politica di Bruxelles in ambito migranti che Orbán considera falsamente buonista e comunque incapace di affrontare una crisi che a suo modo di vedere mette a repentaglio la sopravvivenza stessa dell’Europa.

In più occasioni il premier danubiano ha avuto modo di chiarire il suo parere sui flussi migratori che considera negativi da tutti i punti di vista. Orbán e il suo governo affermano apertamente di non vedere di buon occhio il fatto che persone di altra cultura e religione si mescolino ai cittadini ungheresi. A loro avviso la cosa non può funzionare come dimostra il fallimento del modello multiculturale sostenuto dall’Europa occidentale. Un modello che secondo il primo ministro di Budapest ha mostrato le sue vistose crepe in Francia e nel Regno Unito e che i paesi dell’Europa centro-orientale non vogliono accettare. L’opposizione politica e gli ambienti progressisti della società ungherese stigmatizzano il nesso fra l’immigrazione e il terrorismo fatto dal governo ungherese, ma Zoltán Kovács, portavoce dell’esecutivo sostiene che è la realtà dei fatti a stabilire questa relazione, non la compagine governativa di Orbán. Quest’ultima sostiene le ragioni del referendum anche se, secondo diversi esperti di diritto internazionale, questa consultazione è illecita in quanto la “Legge fondamentale” ossia la Costituzione voluta dal governo, vieta lo svolgimento di referendum su trattati e accordi internazionali. A loro avviso, inoltre, il referendum non avrebbe alcuna influenza sugli apparati decisionali dell’Unione europea. Ora l’Alta corte è impegnata nell’esame di un’obiezione fatta contro il referendum, se il test dovesse svolgersi e se dovessero vincere i no, il governo potrebbe usare il risultato di questa consultazione per dimostrare all’opposizione e all’Unione europea di avere l’appoggio della maggioranza della popolazione.

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“Per l’Islam non c’è posto da noi”

Al Prague European Summit di questa settimana si è discusso del futuro degli accordi di Schengen, degli effetti di un’eventuale uscita di Londra dall’Unione europea, di quelli delle elezioni americane sui rapporti tra Stati Uniti e Unione europea, e della crisi che l’Unione sta affrontando in questo momento. A Praga, nell’occasione, ha avuto luogo anche il vertice dei premier del Gruppo di Visegrád che con l’emergenza migranti ha trovato un nuovo slancio sullo scenario europeo e incarnato la critica più netta alla politica di Bruxelles sul fronte dell’immigrazione e al sistema delle quote obbligatorie di accoglienza dei migranti proposto dai vertici dell’Unione.

Proprio all’inizio della settimana i presidenti della Camere dei deputati ceca e slovacca, Milan Štěch e Andrej Danko, hanno dichiarato, a Praga, che i loro due Paesi considerano inaccettabili sia le quote di accoglienza dei migranti, sia le sanzioni previste per i paesi che si rifiutano di accogliere i profughi. “Faremo del nostro meglio perché questi meccanismi vengano respinti” ha aggiunto Štěch.

Tali posizioni sono in sintonia con quelle dell’Ungheria del premier Viktor Orbán il quale intende interpellare i suoi connazionali sulla politica delle quote in un referendum cui il governo di Budapest vorrebbe dar luogo a settembre o a ottobre. Di recente, in visita a Copenaghen per fare il punto sulle relazioni economiche ungaro-danesi, il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ha affermato che il sistema delle quote è inaccettabile in quanto non fa che incentivare i flussi migratori e aggravare ulteriormente la crisi migranti. Szijjártó ha aggiunto di essersi trovato d’accordo con il vice premier e ministro degli Esteri danese Kristian Jansen, sulla necessità di una più solida tutela delle frontiere europee quale aspetto centrale della lotta contro l’immigrazione clandestina.

I rappresentanti del Gruppo di Visegrád si sono quindi preparati in modo “agguerrito” al vertice praghese. Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, sostengono la linea dura nei confronti dei flussi migratori e condividono la critica al modo in cui Bruxelles ha finora affrontato la crisi. Nella prima intervista rilasciata dopo le elezioni di marzo all’agenzia di stampa TASR, il premier slovacco Robert Fico si è espresso con toni ancora più duri di quelli usati prima del voto, contro la politica delle quote. Fico ha detto: “Potrà sembrare strano ma purtroppo per l’Islam non c’è posto da noi”, e aggiunto che coloro i quali affermano che la Slovacchia vuole diventare multiculturale vanno contro lo spirito del paese.

Come Orbán, Fico teme l’arrivo di migliaia di musulmani che, in quanto tali, minacciano a suo avviso le radici culturali su cui si basa la Slovacchia, che il primo luglio assumerà la presidenza semestrale dell’Unione europea. Il primo ministro si è riferito alle esperienze negative vissute da altri paesi europei in questo ambito e precisato di aver discusso più volte dell’argomento con il suo omologo maltese secondo il quale il problema dell’arrivo dei migranti è che questi ultimi stravolgerebbero gli equilibri sociali e culturali dei paesi nei quali si stabiliscono. Secondo il primo ministro slovacco occorre parlare molto chiaramente di questi aspetti per evitare che si ripetano tensioni e problemi già avvenuti in Europa in ambito migranti.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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Polonia, osservato speciale dell’Ue

La visita a Varsavia del vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans si è conclusa con toni cordiali e con un po’ più di ottimismo da parte dell’Unione europea circa la possibilità di un accordo con le autorità polacche sulla questione dello stato di diritto.

Una questione di grave attualità per Bruxelles a causa delle norme decise dal governo polacco per controllare i media e per depotenziare la Corte Costituzionale in modo da poter imporre più facilmente decisioni di carattere politico. Questi aspetti hanno creato tensioni fra l’Unione e le autorità di Varsavia. La Commissione europea aveva fissato al 23 maggio scorso la data limite entro la quale l’esecutivo polacco avrebbe dovuto dare disposizioni concrete per modificare le norme che, secondo i critici, hanno legato le mani alla Corte Costituzionale.

Il primo ministro polacco Beata Szydło aveva reagito con veemenza alla pressione esercitata da Bruxelles sul suo governo e aveva detto che mai Varsavia si sarebbe piegata ad ultimatum imposti dall’Unione europea e aggiunto che alcuni membri della Commissione stanno distruggendo l’Unione. Poi ci sono stati il viaggio a Varsavia di Timmermans e i suoi incontri con le autorità del Paese che come già precisato hanno alimentato speranze di intesa tra le parti.

Dopo la visita del braccio destro di Jean-Claude Juncker nella capitale polacca, la Commissione europea ha smorzato i toni e deciso di concedere più tempo alla Polonia per mettere fine alla crisi istituzionale in atto nel Paese che è divenuto membro dell’Unione europea il primo maggio del 2004. L’esecutivo dell’Unione ha deciso di rimandare la pubblicazione del giudizio sulla situazione in Polonia che era atteso già nei giorni scorsi.

Le autorità di Bruxelles prevedono di tornare sull’argomento la prossima settimana vista la volontà di collaborare mostrata, secondo Timmermans, dal governo polacco. “Mi sembra che le nostre posizioni si siano avvicinate”, ha detto il vicepresidente della Commissione europea. Timmermans ha anche aggiunto di concordare pienamente con la Szydło quando quest’ultima afferma che quello dello stato di diritto è un problema della Polonia e che la soluzione deve essere necessariamente solo polacca.

Toni più concilianti, quindi, tra Varsavia e Bruxelles dopo le tensioni di quest’ultimo periodo e dopo che si era profilata la possibilità di dar luogo nel caso della Polonia alla sospensione del diritto di voto nel Consiglio europeo a causa dei provvedimenti incriminati, fermo restando che l’Ungheria di Viktor Orbán, nel caso si verificasse uno scenario simile, potrebbe bloccare l’imposizione di sanzioni nei confronti della Polonia ed è noto che questo tipo di provvedimenti necessita un voto unanime.

Ora invece l’Unione è più ottimista in quanto ritiene che l’esecutivo polacco consideri anche suo interesse collaborare con Bruxelles per risolvere un problema così spinoso. Ma non è detta l’ultima. Settimana intensa, quindi, quella in corso per la diplomazia di Varsavia, la scorsa è stata caratterizzata, tra l’altro, dalla promulgazione, da parte del presidente polacco Andrzej Duda, della legge che proibisce ogni riferimento al comunismo o ad altri regimi totalitari nei nomi delle vie, delle piazze e di altri luoghi pubblici delle città del Paese. La legge dispone che le autorità abbiano un anno di tempo per cambiare nomi di luoghi pubblici riconducibili al comunismo o comunque a regimi totalitari. Secondo fonti locali il numero dei luoghi interessati al provvedimento è compreso fra le 1.200 e le 1.400 unità.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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La svolta razzista della Slovacchia

In Slovacchia, secondo la polizia, si assiste oggi ad un aumento dei crimini perpetrati da estremisti. Ci sono delle statistiche che mostrano la crescita di questo fenomeno. Nel lasso di tempo compreso fra gennaio e marzo di quest’anno, sono stati rilevati diciannove casi di violenza a sfondo razziale o comunque di atti criminali, mentre nello stesso periodo dell’anno scorso ne sono stati registrati otto. Secondo gli esperti e le forze dell’ordine anche Internet è testimone di un aumento di manifestazioni di odio politico e razziale.

Recentemente gli ebrei, i Rom, gli immigrati e i profughi sono stati spesso oggetto di attacchi verbali da parte di membri e sostenitori del partito di estrema destra La nostra Slovacchia che siede in Parlamento con quattordici deputati grazie ai voti ottenuti alle elezioni politiche dello scorso marzo. Gli esperti fanno notare che la magistratura slovacca riesce difficilmente a punire gli autori di esternazioni razziste e di minacce nei confronti di ebrei, Rom e rifugiati.

Alcuni osservatori sostengono che la polizia e i servizi segreti avrebbero dovuto già da tempo prendere provvedimenti seri per scoraggiare questo tipo di fenomeno nei confronti del quale, a loro avviso, le autorità sono state un po’ troppo tolleranti, “e questa tolleranza – aggiungono – non fa che incoraggiare l’estremismo“. Ne sanno qualcosa i tifosi di calcio che non di rado sono costretti ad assistere alle performance delle teste rasate dentro e fuori dagli stadi, ad esempio dopo le partite e dopo abbondanti bevute in birreria con atteggiamenti che non hanno niente a che vedere con la passione per il pallone. Un episodio di questo genere è avvenuto di recente nella città di Trnava e qualche testimone ha detto che se prima si poteva parlare soprattutto di violenza verbale che trovava espressione in rete, ora si assiste sempre più spesso a disordini provocati da estremisti facinorosi e aggressivi.

Le statistiche riguardanti gli atti estremistici sono in crescita, ma questo, secondo gli esperti non dipende dall’approdo del partito di Marian Kotleba al Parlamento, ma dal fatto che a lungo le autorità giudiziarie e politiche hanno esitato a prendere delle misure contro il fenomeno, forse perché l’hanno sottovalutato, forse perché non in grado di interpretare correttamente la situazione, fatto sta che a lungo è mancata una risposta decisa alla violenza razzista e agli atti di teppismo delle teste rasate.

Il fenomeno è in crescita anche altrove in Europa: in diversi paesi del vecchio continente è aumentata la popolarità dei partiti di estrema destra, sempre pronti a dare la colpa a ebrei, Rom, immigrati e a fattori esterni, dei problemi nazionali di ordine economico e sociale. Non fa eccezione la Slovacchia che, come già precisato, sta assistendo alla recrudescenza del fenomeno della violenza razzista indipendentemente dal successo elettorale del partito di Kotleba, personaggio, quest’ultimo, che nel 2009 ha subito gli arresti domiciliari per aver appoggiato gruppi impegnati sul fronte della limitazione dei diritti umani. La forza politica che guida ha un atteggiamento notoriamente razzista, è ostile ai Rom che definisce “parassiti”, e agli immigrati. Le affermazioni che diversi suoi membri e sostenitori fanno sui loro profili Facebook non sono che il prodotto di una sottocultura intrisa di ignoranza e volgarità.

Secondo i dati del Ministero della Giustizia, fra il 2012 e l’aprile scorso, i Tribunali hanno giudicato 105 casi relativi a estremismo e violenza a sfondo razziale. La maggior parte delle persone condannate aveva diffuso in rete simboli di ideologie razziste, scandito slogan nazisti o aggredito fisicamente cittadini di etnia Rom.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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Bufera all’interno del partito Jobbik

In questo periodo il partito ungherese Jobbik (Movimento per un’Ungheria migliore) è scosso da problemi interni dovuti alla strategia stabilita dai suoi vertici per le elezioni legislative del 2018. Il presidente del partito Gábor Vona ha rimosso tre vicepresidenti perché considerati “troppo radicali” e li ha sostituiti con tre sindaci eletti nelle liste del partito. Uno di essi è László Toroczkai, 38 anni, dal 2013 sindaco di Ásotthalom, cittadina del sud dell’Ungheria, prossima al confine con la Serbia.

Toroczkai è stato tra i più accesi sostenitori della barriera antimigranti lungo la frontiera col paese confinante e negli ultimi mesi dell’anno scorso è apparso in un video nel quale ammoniva, con fare minaccioso, i migranti illegali a tenersi alla larga dal confine ungherese. Vona ha affermato che la scelta dei nuovi vicepresidenti è motivata dalla loro esperienza di amministratori locali e che il partito ha bisogno di loro per andare al governo. Il messaggio è chiaro, Jobbik intende presentarsi alle politiche del 2018 per prendere il posto del Fidesz alla guida del Paese. Un partito, quello guidato dal premier Viktor Orbán, che a parere di Vona è corrotto e ha deluso le aspettative dei suoi elettori. Secondo Jobbik il partito governativo non ha restituito l’Ungheria agli ungheresi, non ha dato luogo alla svolta politica promessa e finge di essere contro le banche e le multinazionali ma in realtà se la intende con loro illudendo la popolazione di impegnarsi per difendere gli interessi nazionali. Vona afferma che l’unico partito veramente intenzionato a tutelare tali interessi è Jobbik.

Questa forza politica si è fatta conoscere dai suoi esordi come principale interprete del radicalismo ungherese di destra, come soggetto politico ultranazionalista, xenofobo e razzista. Ostile all’Unione europea, alla NATO e a chiunque voglia intromettersi negli affari interni del paese, il partito è stato fondato nel 2003 e soprattutto in questi ultimi anni ha conosciuto una crescita che progressisti e liberali non esitano a definire inquietante. Alle europee del 2009 ha ottenuto tre seggi ed è risultato essere la terza forza politica ungherese, al voto nazionale dell’anno dopo ha aumentato i consensi ed è entrato al parlamento di Budapest con 47 deputati. Alle politiche del 2014 ha superato il 20 per cento dei voti e alle europee ha confermato i suoi tre deputati.

Alla luce di questi risultati Jobbik è diventato il secondo partito del Paese. Diversi sondaggi dimostrano che ultimamente ha visto aumentare la sua popolarità anche nelle città e fra gli studenti universitari; i giovani che credono nel suo impegno lo ritengono l’unico partito veramente in grado di rinnovare la vita politica e culturale del Paese. Ora Vona punta al governo e per questo ha adottato una strategia che mette al bando le dichiarazioni estremiste e le offese nei confronti degli ebrei e dei Rom. Il presidente del partito vuole ampliare il consenso e, forse soprattutto con un’operazione di facciata, proporre Jobbik come partito moderato popolare per avere la meglio sul Fidesz. Alcuni sondaggi fatti lo scorso anno mostrano che di fatto molti ungheresi non percepiscono più Jobbik come partito estremista dando così ragione alle manovre di Vona. Vi è comunque da aggiungere che secondo diversi analisti politici, con la nuova strategia, i vertici del partito rischiano di perdere una parte consistente del suo elettorato, quello che si connota per posizioni razziste e antisemite. Sta di fatto che per Jobbik la campagna elettorale è già iniziata da un po’ in vista delle elezioni del 2018 e la carta che gioca è quella di una strana rispettabilità.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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Anche due migranti invalidi sul banco degli imputati

Un gruppo di migranti è accusato dalle autorità ungheresi di aver partecipato, nel mese di settembre, a una rivolta di massa avvenuta per cercare di attraversare il confine con la Serbia chiuso in precedenza. Alcuni agenti di polizia, parte di un corpo schierato a difesa del valico di frontiera, erano rimasti feriti nel lancio di pietre da parte dei migranti che cercavano di superare la frontiera. Contro questi ultimi, migranti e rifugiati, erano stati usati lacrimogeni e idranti.

In quel periodo l’Ungheria aveva approvato da poco una legge che considera di fatto un crimine il tentativo di violare il valico di confine protetto. Per gli accusati era quindi iniziato l’iter giudiziario che prevede tra l’altro sette mesi di detenzione. Tra loro due invalidi: Fattoum Hassan, 64 anni, siriana, rimasta cieca a un occhio a seguito di un bombardamento aereo e con problemi all’altro dovuti al diabete, e Faisal Hamad, 29 anni, iracheno, anch’egli ferito nel corso di un attacco aereo in Siria che gli è costato l’uso delle gambe.

Il loro avvocato e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), ritengono non illegale il tentativo dei migranti di attraversare il confine, anche se chiuso, data le drammatica situazione esistente nel loro Paese di origine, e aggiungono che Fattoum Hassan e Faisal Hamad non possono aver preso parte alla sassaiola per motivi legati alla loro invalidità.

È noto che l’attuale governo ungherese è per la linea dura nei confronti del flusso di migranti che l’anno scorso ha visto oltre un milione di persone cercare rifugio in Europa. Budapest accoglie ben poche domande di asilo in più, secondo recenti stime. Dal mese di settembre oltre 2.500 migranti sono stati processati nel Paese per aver tentato di superare clandestinamente la linea di confine. I procedimenti penali si sarebbero conclusi nella quasi totalità dei casi con delle condanne, previste dalla legge approvata lo scorso settembre.

Le associazioni per la difesa dei diritti umani sostengono che il sistema creato dall’esecutivo ungherese è ingiusto e per nulla ispirato da principi umani. È la critica che l’opposizione politica e gli ambienti progressisti della società civile ungherese rivolgono al governo e ai provvedimenti da esso adottati a fronte della crisi migranti. Il primo ministro Viktor Orbán e i suoi collaboratori, però, continuano a sostenere la linea dura e ad affermare che quello da loro intrapreso è un percorso politico giusto, fatto di scelte che, al contrario di quelle di Bruxelles, si pongono realmente il problema della difesa dei confini di Schengen.

Lo scorso settembre Orbán ha più volte affermato di considerare gli imponenti flussi migratori in arrivo un vero e proprio pericolo per la sopravvivenza dell’Europa soprattutto come entità culturale. In precedenza il primo ministro di Budapest aveva detto in diverse occasioni pubbliche di non ritenere positivo il fenomeno dei flussi migratori da nessun punto di vista.

Lo scorso anno, proprio in questo periodo, i cittadini ungheresi hanno ricevuto un questionario che chiedeva il loro parere sulla crisi dei migranti con domande tese a mettere in cattiva luce la figura del rifugiato e a stabilire un nesso tra il fenomeno migratorio e quello del terrorismo internazionale. Iniziativa anch’essa criticata pesantemente dall’opposizione di centrosinistra e da associazioni e gruppi di attivisti che in diversi casi hanno organizzato manifestazioni contro la politica del governo guidato dal Fidesz la cui ostilità nei confronti dei migranti è largamente condivisa dagli ultranazionalisti di Jobbik.

Da tempo il partito governativo è impegnato in una raccolta di firme per un referendum contro il sistema delle quote obbligatorie di accoglienza voluto dall’Unione europea. Per l’esecutivo infatti a nessun Paese può essere imposto di accettare migranti tanto più che, come dice Orbán, queste persone sono portatrici di religioni e culture troppo diverse dalla nostra e quindi incompatibili.

 

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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“Rifiutiamo i soldi del governo Orbán”

È di questi giorni un episodio che riporta in primo piano il tema dei cattivi rapporti tra il governo ungherese di Viktor Orbán e la stampa non allineata. All’inizio di questa settimana il direttore del portale di informazione Vs.hu e undici giornalisti di questa testata hanno annunciato le dimissioni dopo aver saputo che l’editore di Vs.hu aveva ricevuto del denaro da una figura vicina al primo ministro il quale è da tempo accusato di voler controllare il sistema mediatico del Paese.

Sándor Joob, uno dei redattori del portale, è intervenuto sui social network per affermare che la società editrice cui fa capo Vs.hu avrebbe utilizzato fondi pubblici ricevuti in modo tutt’altro che chiaro. Più precisamente, l’annuncio delle dimissioni del direttore del portale di informazione e di undici suoi giornalisti ha avuto luogo dopo la diffusione di notizie secondo le quali alcune fondazioni controllate dalla Banca centrale ungherese avrebbero elargito alla società editrice dell’organo di stampa in questione la somma ragguardevole di 500 milioni di fiorini che corrispondono a oltre 1.600.000 euro. Da considerare che la Banca centrale presieduta da György Matolcsy, uomo vicino al primo ministro Orbán, e il governo avevano cercato invano di impedire la pubblicazione della lista dei beneficiari dei sussidi stanziati da queste fondazioni.

La stampa ungherese di opposizione parla di scandalo che vede al centro la Banca centrale, scuote l’esecutivo e provoca una nuova stretta sui media da parte delle autorità del Paese. L’opposizione punta il dito contro il governo e denuncia quelli che, secondo gli avversari politici di Orbán, sono gli aspetti, tra i più negativi, del sistema di potere creato dal premier: clientelismo, favoritismi, corruzione.

Secondo la versione dei fatti dell’opposizione, la Banca centrale avrebbe utilizzato le somme di denaro provenienti dalla svalutazione del fiorino, la moneta nazionale ungherese, per creare diverse fondazioni e sostenere finanziariamente ambienti vicini all’esecutivo e personaggi fedeli al suo capo. Si parla di una somma pari a 260 miliardi di fiorini ossia circa 900 milioni di euro. L’opposizione denuncia attività speculative svolte da queste fondazioni che, tra l’altro, sarebbero entrate in possesso di edifici di valore e elargito cospicue somme di denaro a gruppi editoriali che sostengono l’attuale governo conservatore.

I partiti politici di centrosinistra che danno vita a una difficile opposizione al governo Orbán e diversi giuristi denunciano il carattere illecito di queste operazioni. I medesimi hanno fatto un esposto alla procura e chiesto le dimissioni del presidente della Bcu György Matolcsy, 61 anni, già ministro nel primo e nel secondo governo Orbán.

All’inizio della settimana i giornalisti hanno trattato con grande interesse la questione, rincorso i politici nei corridoi del parlamento per porre loro numerose domande che sono state rivolte, peraltro, anche al primo ministro. La cosa ha infastidito gli ambienti politici interessati e provocato, martedì scorso, il divieto di ingresso al palazzo dell’Assemblea nazionale per i giornalisti più insistenti e indesiderati. Fonti locali affermano che in particolare sei cronisti sono stati fatti oggetto di questo provvedimento restrittivo. Gli avversari dell’esecutivo stigmatizzano anche questa decisione che a loro avviso non fa altro che dimostrare le attitudini antidemocratiche del governo e il suo cattivo rapporto con coloro i quali cercano di far luce su episodi come quello che in questi giorni sta impegnando i media dell’opposizione ed esprimono chiaramente un indirizzo critico nei confronti del sistema di potere incarnato da Viktor Orbán. Da ricordare che il primo gennaio del 2012, è entrata in vigore una legge restrittiva che, secondo i critici, ha come unico scopo quello di sottoporre la stampa nazionale al controllo dell’esecutivo e colpire i media antigovernativi.

 

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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Budapest, nuove tracce dell’Olocausto

Un centinaio di ossa appartenenti con tutta probabilità a ebrei uccisi dalle Croci frecciate, le milizie filonaziste ungheresi, sulle rive del Danubio, ha trovato sepoltura nel cimitero ebraico di Budapest. C’è voluto del tempo perché la cosa accadesse dal momento che questi resti sono stati trovati cinque anni fa nel fiume che attraversa la capitale ungherese, all’epoca dei lavori di ristrutturazione del Ponte Margherita.

Al ritrovamento hanno fatto seguito polemiche ed esitazioni che si sono protratte per anni. A lungo, infatti, le autorità hanno negato che i resti trovati nel Danubio appartenessero a vittime delle persecuzioni antiebraiche svoltesi nel paese durante la Seconda guerra mondiale. Così la cerimonia funebre tenutasi a Budapest per dare sepoltura a questa dolorosa testimonianza di una delle pagine più atroci della storia europea, è stata un po’ come un successo della comunità ebraica sull’atteggiamento recalcitrante delle autorità.

Lo scorso autunno la capitale ungherese è stata teatro di un altro ritrovamento legato alle persecuzioni antiebraiche. Il fatto è avvenuto nel corso della ristrutturazione di un appartamento del centro cittadino. Durante i lavori sono stati trovati documenti corrispondenti alla quasi completa schedatura degli ebrei di Budapest. 6.300 fogli scritti a mano nel 1944, anno della deportazione nei lager nazisti degli ebrei ungheresi, dai portinai dei vari edifici della capitale su richiesta delle autorità municipali. Questi documenti furono compilati agli inizi di giugno di quell’anno per segnalare la presenza di ebrei negli appartamenti dei vari edifici cittadini. All’epoca il ministero dell’Interno aveva disposto la ricollocazione degli ebrei in case speciali che dovevano essere contraddistinte dalla presenza della stella gialla. Le schede redatte dai portinai avevano lo scopo di preparare l’operazione.

Il ritrovamento è avvenuto in un edificio di Pest che si trova a poca distanza dal Parlamento. Si è poi saputo che in esso si trovava, in quegli anni, l’ufficio di un organismo responsabile della redistribuzione degli alloggi fra cristiani ed ebrei. Le schede sono state rinvenute dietro un doppio muro e sono state trasferite nell’archivio di Budapest dove, lo scorso autunno, poco dopo il ritrovamento, è iniziata un’opera di catalogazione e sistemazione dei documenti il cui stato di conservazione è risultato essere buono grazie soprattutto alla calce dell’intonaco e al fumo delle sigarette che insieme, secondo gli esperti che si sono occupati dei reperti, hanno impedito il processo di acidificazione della carta.

Questi documenti sono una testimonianza importante di quanto avvenuto allora e come detto hanno fatto da premessa al ricollocamento degli ebrei ungheresi nelle case speciali che è stato portato a termine il 21 giugno del 1944. Secondo il sito Olokaustos.org gli ebrei ungheresi sottoposti alla legge discriminatoria del 1941 sono stati 785.555, quelli uccisi durante l’Olocausto sono stati oltre 570.000. La maggior parte di loro deportati nei campi di concentramento nazisti, molti altri uccisi sommariamente sulle rive del Danubio dalle Croci frecciate. Oggi come oggi la comunità ebraica ungherese conta circa 100.000 persone. Domenica 17 aprile alcuni sopravvissuti all’Olocausto hanno preso posto sul palco sistemato di fronte alla Basilica di Santo Stefano in occasione della Marcia della Vita che si svolge a Budapest dagli inizi degli anni 2000 per conservare viva la memoria della Shoah.

Massimo Congiu è direttore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, un’agenzia che si propone di monitorare il mondo del lavoro e degli affari sociali in Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.

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Marian Kotleba e l’ultranazionalismo slovacco

“Bisogna avere il coraggio di dire le cose come stanno: Marian Kotleba è un fascista!”.

Così ha detto il presidente slovacco Andrej Kiska in riferimento al leader del partito nazionalista La nostra Slovacchia (ĽSNS), incontrando gli studenti di una scuola superiore della città di Krupina, situata nella parte meridionale del Paese.

Citato dall’agenzia di stampa TASR il capo dello Stato ha aggiunto che quando si parla di tale argomento con gli studenti, questi ultimi dicono spesso che bisognerebbe sciogliere il partito di Kotleba con mezzi legali. Questa, però, secondo Kiska, non è una soluzione. A suo avviso l’unica via d’uscita è far funzionare bene lo Stato perché se lo Stato funziona la gente non ricorre a scelte politiche radicali.

Di recente il presidente slovacco si è recato in visita nella città di Krupina che alle elezioni politiche, caratterizzate nel loro insieme da un’avanzata delle destre, ha dato un appoggio consistente al partito di Kotleba. Un partito che per la prima volta è entrato in Parlamento dove può contare su quattordici deputati. Il suo leader è uno che sfila in uniforme con una torcia in mano e dice che l’Insurrezione Nazionale del 1944 ossia la resistenza slovacca organizzata per rovesciare il sistema collaborazionista di Josef Tiso, corrisponde a uno dei momenti più tristi della storia del paese.

A detta del presidente Kiska, Kotleba usa dire che non è un problema dei suoi connazionali il fatto che molti ebrei siano stati deportati nei campi di concentramento all’epoca del regime filonazista instauratosi in Slovacchia nel 1939. Nato nel 1977 a Banská Bystrica, proprio nella città in cui il 29 agosto 1944 cominciò l’Insurrezione Nazionale, nel 2003 Marian Kotleba diventa il leader del partito di estrema destra Comunità Slovacca- Partito Nazionale che viene sciolto dal Ministero dell’Interno nel 2008, decisione, quest’ultima, annullata l’anno successivo dalla Corte Suprema. Nel 2010 Kotleba fonda il partito che guida attualmente.

Quell’anno si candida alle elezioni regionali di Banská Bystrica e ottiene circa il 10 per cento dei consensi elettorali, tre anni dopo si candida alla guida della regione, ottiene al primo turno il 2 per cento dei voti, va al ballottaggio e prevale sul socialdemocratico Vladimir Maňka che aveva partecipato alle elezioni in qualità di governatore uscente della regione. Dal 2010 il partito di Kotleba è cresciuto in termini di consensi. Il suo leader si fa chiamare “Vodca” che in slovacco significa duce ed è un ammiratore di Josef Tiso. La forza politica che guida è nota per il suo razzismo, ha un atteggiamento ostile nei confronti dei Rom che chiama “parassiti” e degli immigrati in generale. Ha propensioni protezionistiche dal punto di vista economico ed è nemico dichiarato dell’Unione europea e della Nato.

Kotlebadivisa

Il suo programma prevede la lotta alla corruzione politica e un’azione che metta in primo piano gli interessi nazionali che secondo il partito sono minacciati dalle ingerenze dell’Unione europea e di qualsiasi organismo che dall’esterno intenda limitare il diritto slovacco all’autogestione. Laureato in discipline sportive e in pedagogia, Marian Kotleba ha subito gli arresti domiciliari nel 2009 per aver appoggiato gruppi impegnati sul fronte della limitazione dei diritti umani.

L’ingresso del suo partito in Parlamento è stato il dato più allarmante delle elezioni dello scorso marzo già caratterizzate da una deriva a destra del Paese. L’iniziale possibilità di formare un governo tecnico col quale indire nuove elezioni ventilata all’epoca è stata scartata prima ancora che lo spoglio fosse terminato per paura che La nostra Slovacchia ottenesse un risultato ancora migliore di quello che si stava ormai profilando al termine del conteggio dei voti. Il presidente Kiska ha detto senza remore che Kotleba è un fascista e ha riconosciuto che nel distretto di Krupina vi sono piccoli centri abitati nei quali la disoccupazione supera il 5 per cento e le infrastrutture sono carenti. Secondo il presidente questi problemi sono gravi ma non si possono certo risolvere con l’estremismo politico di Marian Kotleba.

Il video di una manifestazione del 2015, da Youtube

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