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Approfondimenti

La Radio in Festa, che meraviglia!

GRAZIE, GRAZIE, GRAZIE…non possiamo dire altro!!!

Tre volte grazie, quanto i giorni della Festa.

Trecento volte grazie, quanto gli ospiti che l’hanno animata.

Quattordicimila volte grazie, quanto le persone che l’hanno affollata.

Un grazie enorme e riconoscente a Olinda e al suo parco, che l’hanno ospitata.

All You Need is Pop 2019 è stato un successo che ha addirittura superato quello degli anni scorsi.

Ormai la quarta edizione, quasi una tradizione.

Oltre 80 appuntamenti: incontri, dibattiti, teatro e concerti.

Speriamo li abbiate apprezzati, ma i numeri direbbero proprio di sì.

All You Need Is Pop è un’impresa eccezionale nell’Impresa Eccezionale.

Per Radio Popolare è ogni volta un orgoglio e una meraviglia ritrovare la comunità di ascoltatrici e ascoltatori che la seguono e la sostengono. Incontrarla, riconoscersi. Anche questa volta è stato cosi. Siete venute in tante e in tanti, e ne siamo felici.

Per chi c’era: potete inviarci le vostre impressioni, commenti, foto e video a eventi@radiopopolare.it

Per chi non c’era: nelle prossime ore caricheremo sul sito un po’ di fotografie della Festa (alcune le trovate già su Instagram e su Facebook) e durante l’estate riproporremo in onda alcuni degli appuntamenti e degli incontri che l’hanno animata.

Per quanto ci riguarda: non possiamo che dare già da ora appuntamento alla Festa dell’anno prossimo, e ringraziarvi ancora una volta.

A nome di tutta Radio Popolare!

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    Massimo Bacchetta
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Approfondimenti

Piero Scaramucci, in onda il discorso cancellato a Pavia

Non sempre togliere voce a chi non si vuol far parlare è così facile.
Per fortuna.
Piero Scaramucci, assurdamente escluso, in corsa, dalle celebrazioni ufficiali del 25 aprile a Pavia, alla fine ha parlato lo stesso.
Se non da un palco, da un microfono. (altro…)

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    Massimo Bacchetta
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Approfondimenti

Piero Scaramucci a Radio Popolare

piero scaramucci

Alle celebrazioni del 25 Aprile di quest’anno a Pavia, come ormai noto, Piero Scaramucci non potrà parlare dal palco.

Girare intorno alle parole non serve: la censura è censura.

Che sia strillata, minimizzata o travestita da baruffa di strapaese, resta censura. (altro…)

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    Massimo Bacchetta
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Approfondimenti

Di Maio, Radio Popolare e fondi per l’emittenza

Di Maio caso Lodi posizione M5S

Impegnato in una sua polemica politica, il vice presidente del Consiglio Di Maio ci ha fatto l’onore di citare Radio Popolare, ma un po’ a sproposito e con qualche allusione di troppo.

Parlando di fondi per l’emittenza ci ha inserito in una non meglio precisata categoria di “radio politiche”, che per questo prendono soldi pubblici. Ce ne fosse bisogno, ricordiamo che Radio Popolare, a differenza di altri, non è la radio di un partito.

Con le leggi passate, a Radio Popolare sarebbe stato sufficiente dichiararsi emittente che fa riferimento a un numero anche minimo di parlamentari, per accedere a notevoli contributi. Cosa che non abbiamo ovviamente mai fatto, a differenza di altre testate, anche insospettabili.

Le leggi le fanno e le cambiano i parlamenti. Noi ci limitiamo a verificare di avere realmente le carte in regola per accedervi, senza trucchi: Radio Popolare accede al fondo per le emittenti locali – TV e radio – commerciali e comunitarie, previsto nella Legge di Stabilitá 2016. I contributi eventualmente riconosciuti dipendono dai parametri previsti: raccolta pubblicitaria e soprattutto numero di dipendenti, che a Radio Popolare sono quasi 40, di cui oltre 20 giornalisti.

Quanto ai “portafogli pieni” di cui parla Di Maio, Radio Popolare vive con stipendi semmai ridotti delle sue redattrici e redattori e, per circa il 60% del suo bilancio, delle sottoscrizioni e abbonamenti che ascoltatrici e ascoltatori decidono ogni anno, liberamente, di fare.

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    Massimo Bacchetta
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Approfondimenti

Abbonamenti 2018: chi siete, quanti siamo

Gli abbonati e le abbonate a Radio Popolare, ad oggi, sono oltre 16 mila.

Mai così tanti, mai così importanti, mai abbastanza.

Il vostro sostegno si conferma – e sempre più sarà – la colonna portante del nostro bilancio, e voi il nostro vero editore di riferimento, quando programmiamo il lavoro e tentiamo di far quadrare i conti.

Il 2018 è stato per la Radio un anno eccezionale, di Impresa Eccezionale.

La Campagna abbonamenti è stata molto più del solito – per durata, importanza e risultati – dando un forte impulso alla crescita dei nostri sostenitori.

Vi abbiamo sollecitato in tutti i modi: via radio, via mail, attraverso spot e pubblicità, organizzando la nostra Festa all’ex Pini, chiedendovi di essere direttamente voi la nostra voce.

L’impegno è stato grande, il risultato altrettanto.

Avete risposto in tanti.

Da tentativo di rimediare al calo pubblicitario che ha investito tutto il settore, l’Impresa Eccezionale si è trasformata per noi, mese dopo mese, anche attraverso la vostra risposta, in qualcosa di più: la descrizione fedele del nostro essere collettivo, il bello e il difficile di esserci, guardare il mondo da un’angolazione autonoma, provare a farlo tutti insieme anche nelle difficoltà e nella confusione dell’oggi.

Impresa Eccezionale in fondo è Radio Popolare, con tutti voi, da oltre 40 anni.

“Chi siete, quanti siete…un fiorino!” diceva il surreale esattore di Non ci resta che piangere.

Nel nostro piccolo – ce ne rendiamo conto – quest’anno abbiamo fatto quasi la stessa cosa con voi.

Ma i risultati sono stati importanti e in queste righe proviamo a riportarvi, in sintesi, i numeri di questa Campagna 2018.

 

I numeri della Campagna

Un anno di Impresa Eccezionale ha prodotto un importante doppio effetto positivo: aumentare il tasso di ingresso di nuovi abbonati e ridurre le revoche “fisiologiche” che periodicamente riceviamo.

I nuovi abbonati sono stati circa 2700, ben oltre la media di incremento degli ultimi dieci. Le sottoscrizioni tramite c/c bancario sono state circa 2300, le restanti sono avvenute attraverso le altre forme di pagamento possibili (Paypal, contanti, etc). Tra chi ha sottoscritto la quota minima (90 euro) e chi di più, l’importo medio dei nuovi abbonamenti risulta di circa 97 euro.

L’ammontare della Campagna, ad oggi, è quindi di oltre 250mila euro.

Gli abbonamenti revocati sono stati meno di 300, circa la metà della media annua degli ultimi 10 anni.

Risultato complessivo: per la prima volta nella nostra storia abbiamo superato, stabilmente, la soglia dei 16mila abbonamenti attivi!

Ancora lontani da quelli sognati per garantire la stabilità, ma fondamentali per progettare il futuro.

Nel Bilancio 2018, pubblicato nelle pagine successive, troverete contabilizzati i risultati dei primi mesi della campagna. Un’avvertenza: la voce “Abbonamenti” include esclusivamente le sottoscrizioni tramite c/c bancario, le altre sono inserite nella voce “Altri ricavi”.

 

Chi si abbona, da dove

Per capire chi siano gli abbonati dell’Impresa Eccezionale, abbiamo spulciato, con metodo, i moduli delle sottoscrizioni bancarie (gli unici che riportano tutti i dati completi).

Qualche cifra.

Età degli abbonati. La classe di età più rappresentata è quella dai 50 ai 60 anni (circa un quarto), gli under 50 sono oltre il 40% .

La provenienza. Un terzo degli abbonamenti di quest’anno (oltre 800) proviene da Milano; estendendo il calcolo alla provincia di Milano si arriva alla metà. La seconda provincia più rappresentata, a una certa distanza, è Monza Brianza (circa 200). Gli abbonamenti dalle altre province in cui la radio è ascoltata attraverso il segnale FM sono circa 800, quelli da ascolto via web (altre regioni o estero) sono quasi 200.

Nuove o vecchie conoscenze. I due terzi degli abbonamenti risultano essere del tutto nuovi: persone che fino a oggi non avevano mai finanziato RP. La quota restante si divide tra chi, almeno una volta,  si era già abbonato in passato e chi ha deciso di aumentare la propria quota attuale o di regalare un abbonamento a qualcuno.

 

Il numero mancante

Al termine di un lungo elenco di numeri, l’ultima cifra, la più delicata: 5000.

Sono i nuovi abbonamenti che speravamo di raggiungere in questa Campagna.

Al momento in cui scriviamo non ci siamo ancora arrivati.

Ma non ci fermeremo.

Più che un obiettivo può sembrare un sogno irragionevole, il nostro, ma nasce da una lettura molto concreta dei conti.

Non averlo ancora realizzato non lo cancella.

Affidare il futuro al nostro impegno e al vostro sostegno è, in fondo, la cosa più ragionevole che si possa fare, in questi tempi bui.

Il record dei 16mila è il primo passo, per progettare.

Progetto e sogno però viaggiano insieme, a Radio Popolare.

L’Impresa Eccezionale continua.

Siete avvisati.

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    Massimo Bacchetta
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“Il malumore trascende i singoli temi”

Gregorio De Falco

Sta crescendo il malcontento tra i parlamentari del Movimento 5 Stelle? Il punto di domanda è d’obbligo: in queste ore di tensione tra alleati di governo, il rischio di un uso interessato e strumentale delle polemiche interne al movimento è ovviamente dietro l’angolo.

I fatti, però, qualcosa dicono.

Sul ddl Sicurezza, 18 parlamentari pentastellati, critici, hanno scritto una lettera ai vertici del Movimento chiedendo più confronto. Di Maio ha già risposto loro che si aspetta, nonostante tutto, la fedeltà di voto nell’imminente passaggio alla Camera.

Le contrarietà dei 18 sono più o meno le stesse che avevano portato 4 loro colleghi in Senato a rifiutarsi di esprimersi a favore del provvedimento e contro i quali Di Maio aveva annunciato la linea dura, con il deferimento ai probiviri, anticamera della possibile espulsione.

Gregorio De Falco, il Comandante del caso della Nave Concordia, era tra i senatori dissidenti. “Il malumore trascende i singoli temi” ci dice in questa intervista, lamentando un clima di attacchi personali continui che si accompagna all’assenza del confronto.

Lei un po’ capostipite di queste prese di posizione autonome all’interno del MoVimento 5 Stelle su quel tema della sicurezza. Lei era stato deferito ai probiviri per quel voto contrario. Ha avuto esito questa valutazione dei probiviri?

Non solo non ho avuto nessun riscontro dai probiviri, ma in realtà io non so assolutamente nulla neanche del deferimento al di là delle notizie di stampa.

Quindi non è detto che ci sia stato.

Il procedimento formalmente non esiste. Dovrebbe cominciare necessariamente con un atto d’accusa nel senso che va specificato qual è il motivo per il quale mi si contesta qualcosa. E questo non è avvenuto.

Partiamo dal condono di Ischia

Il 1 comma dell’articolo 25 dice effettivamente, nella prima parte, che i procedimenti pendenti devono concludersi entro sei mesi. Il problema è l’ultimo periodo del primo comma, che dice ” trovano esclusiva applicazione le disposizioni di cui ai Capi IV e V della legge 28 febbraio 1985, n. 47″. Io mi chiedo semplicemente perché.

E la risposta qual è stata?

Nessuna. Quello che ho cercato di fare è stato di ottenere un momento di confronto proprio per analizzare i problemi sia nell’ambito dell’articolo 25 del cosiddetto decreto Genova sia all’interno del cosiddetto decreto Immigrazione e Sicurezza. Il malumore a cui fate riferimento voi in realtà trascende i singoli temi per assurgere alla constatazione che attualmente al Senato, come mi pare anche alla Camera, non ci sono momenti di confronto tra i gruppi parlamentari e all’interno dei gruppi parlamentari di Camera e Senato si lamenta effettivamente mancanza di dialogo. Mi è stato obiettato: ma se la maggioranza decide in un certo modo, perché non ti adegui? Al di là delle considerazioni su alcune tematiche che investono la sfera personalissima, io mi adeguerei alla maggioranza se ci fosse stato un dialogo, una discussione e una votazione. Qui non c’è stato.

Lei ha detto di aver posto una domanda. Normalmente le domande importanti si pongono a chi comanda. Chi comanda nel Movimento 5 stelle? A chi si fanno le domande?

All’interno del gruppo parlamentare noi siamo tutti equi ordinati con un unico riferimento di coordinamento che è il capogruppo che abbiamo sentito in precedenza. Le prime domande le abbiamo poste a lui.

E anche in quel caso nessuna risposta. L’intenzione del confronto è la stessa che anima la lettera che hanno scritto i 18 Parlamentari. Il presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera, il parlamentare del MoVimento 5 Stelle Giuseppe Brescia, questa mattina in un’intervista dice in sostanza che M5S e la Lega viaggiano su binari paralleli: sui temi dell’interno, quelli salviniani, hanno loro l’ultima parola e su tutto il resto invece ce l’abbiamo noi. Come per dire che in questo contratto obbligatorio è un rospo che va digerito. Anche lei sente che a Salvini bisogna cedere qualcosa perché sul resto vi tenete voi la parola?

Non è che a Salvini vada ceduto qualcosa. Quel qualcosa è stato già stabilito nell’ambito del contratto e quello va seguito. Quando il contratto consente di fare quello che si può definire una sintesi, allora va. Se invece nel contratto non c’è l’argomento, non si tratta di far riferimento ai temi degli interni. La questione di pone in altri termini: i temi che dobbiamo valutare devono essere oggetto di sintesi laddove non sia già riportati o previsti nel contratto.

I cosiddetti dissidenti denunciano la mancanza di dialettica interna. C’è però chi, come la sua collega senatrice, Elena Fattori, ha parlato addirittura di un clima di terrorismo psicologico. Com’è il clima all’interno del Movimento 5 Stelle?

La situazione è questa. Effettivamente c’è una certa difficoltà. Io non parlerei proprio di terrorismo psicologico, sebbene gli attacchi di carattere personale non sono certo stati pochi. In realtà sul merito nessuno dice niente. Il fatto stesso che venga annunciata la via disciplinare ad ogni piè sospinto, ma poi non si percorre, è perché probabilmente si tratta in realtà di un messaggio diretto a tutti e non solo a noi.
Vorrei fare una precisazione sui cosiddetti dissidenti. Sul tema dell’articolo 25, ad esempio, o sui temi ambientalisti, io parlerei più di coerenti che di dissidenti. Noi ci rifacciamo ai principi costituzionali e quindi siamo coerenti sia con gli impegni del Movimento e sia con la Carta Costituzionale. L’ordinamento costituzionale non è un orpello o un fatto estetico.

Lei parla di personalismi. Questo è uno degli elementi che molti critici dei 5 Stelle sollevavano già in campagna elettorale come punto di pericolo politico. Lei ne troverebbe conferma in questa vicenda?

Io non facevo riferimento a personalismi, ma ad attacchi personali. È cosa ben diversa. Intendo dire che vengono fatti attacchi sulla persona e non sul comportamento o sulle scelte di carattere politico.

È un metodo politico un po’ pericoloso questo.

Assolutamente sì. Io sto facendo presente che ci sono arrivati e ci arrivano continuamente attacchi personali. Non dico che vengono dal Movimento, ci mancherebbe altro, però da tutto un entourage, una sorta di nebulosa che non ho ancora capito da dove provenga.

Però da persone vicine al Movimento

Sì, devo dire di sì. C’è quel sito, “silenzi e falsità” – da cui mi sono arrivati attacchi veramente sgradevoli. Sto valutando di tutto e anche come difendere la mia onorabilità.

Se lei avesse conferma che in realtà dai probiviri non è anche stato aperto il fascicolo nei suoi confronti, lei la leggerebbe come una presa di posizione di saggezza nonostante le dichiarazioni via tweet o di poca credibilità dei vertici?

Credo che se non fanno nulla potrebbe essere un gesto di saggezza, perché espellere qualcuno come me, o come qualche altro collega, che ha semplicemente chiesto di discutere di argomenti politici è piuttosto grave. Un partito politico si caratterizza, lo dice l’articolo 49 della Costituzione, per il metodo democratico.
Se non c’è il metodo democratico in un partito, che democrazia possiamo portare nel Paese?

Le sue sono obiezioni alla natura genetica politica del Movimento, non alla linea politica…

No, io mi riferisco all’attuale e specifico comportamento che stanno tenendo i miei confronti. Solo questo.

In questi giorni sta ricevendo più telefonate dai giornalisti, dai vertici del Movimento oppure da politici parlamentari di altri schieramenti che le dicono di salire a bordo con loro?

Direi zero dal Movimento, perché veramente non li ho sentiti. Qualche politico di altri partiti mi ha fatto semplicemente i complimenti, ma nessuno mi chiede di salire a bordo da altre parti perché sto bene dove sto. Per quanto riguarda le telefonate e i messaggi di conforto e vicinanza sono innumerevoli.

Questo patto di governo durerà 5 anni?

Viviamo un po’ giorno per giorno, questo è vero. Non faccio previsioni oltre le europee, però per il momento la maggioranza e salda e rimarrà salda finché il contratto potrà essere considerato un riferimento certo per entrambe le parti. Quando una delle due parti inizierà a stracciare il contratto, ovviamente le cose andranno male.

Gregorio De Falco
Foto dalla pagina FB di Gregorio De Falco https://www.facebook.com/gregoriodefalcom5s/

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    Massimo Bacchetta
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“Siamo fermi a prima della dichiarazione dei diritti umani”

medici senza frontiere

Medici Senza Frontiere denuncia un’emergenza senza precedenti nel campo profughi di Moria, nell’isola di Lesbo, in Grecia, con bambini e adolescenti che ogni settimana cercano di togliersi la vita o compiono gesti di autolesionismo e oltre 9mila persone bloccate indefinitamente a causa delle politiche di contenimento dei richiedenti asilo sulle isole della Grecia.

Gli arrivi non si fermano e lo spazio a disposizione è terminato da tempo. Ad oggi oltre 1500 persone non hanno un riparo, manca il cibo e anche le cure mediche sono limite.

Massimo Bacchetta ha intervistato Alessandro Barberio, psichiatra di Medici Senza Frontiere, impegnato da tempo nel campo profughi di Moria.

Tra i bambini e adolescenti stiamo acquisendo anche casi di autolesionismo e tentativi di suicidio, anche in bambini molto piccoli di 7, 8 o 10 anni.

È un tentativo disperato per andarsene da lì o perché invece è una situazione di disperazione in cui non vedono più alcuna soluzione?

Non c’è una totale consapevolezza, ma c’è solo una violenza inaudita e il rischio di essere aggrediti ogni notte, perchè ci sono comunque degli scontri internamente a Moria, anche molto violenti. Ci sono anche episodi di violenza sessuale, e questo avviene per tanti motivi, anche per il sovraffollamento e le condizioni di vita inaudite. Sono tutto il giorno in uno stato di angoscia perenne o dissociativo, cioè distaccati dalla realtà, e perseguitati dalle voci dei precedenti persecutori e dalle immagini dei persecutori, dei genitori morti o della moglie o del figlio uccisi davanti ai loro occhi.

Da dove arrivano queste persone?

Molti dall’Africa. La maggior parte delle persone che seguo io e che hanno sintomi psicotici, forse per una questione culturale e di appartenenza, hanno questo modo di esprimere il disagio. Più della metà della popolazione nel campo proviene invece dal Medio Oriente – Afghanistan, Siria, Iran, Iraq e quant’altro.

E sono persone che grazie agli accordi internazionali sono bloccate lì da mesi e al momento non hanno prospettiva di andare da nessuna parte.

Praticamente sì.

Life In Moria Refugee CampBecome an asylum seeker in Moria for three minutes and see what life would be like.

Posted by AJ+ on Wednesday, September 12, 2018

Nella sua lunga esperienza di psichiatra, perché dice che non aveva mai visto una situazione così?

Perché è così generalizzata e concentrata nel tempo e nello spazio, è caratterizzata da sintomi molto specifici psichiatrici e psicotici. È relativa a dei traumi orribili. Nella mia pratica lavorativa ho riconosciuto questa sintomatologia perché ne ho esperienza, ma non in questa quantità e qualità di numeri.

Sono sintomi che si sono sviluppati nel loro passato, ma anche nel loro presente nel campo?

Vengono riattivati già durante il primo, secondo o terzo giorno dopo l’arrivo qui a Lesbo. Abbiamo avuto il caso di una coppia, arrivata dopo la fatica del viaggio e stipata in poco spazio in attesa di fare la fila per la prima registrazione, che è lunghissima e d’estate ci sono 40 gradi. Privati del sonno e già con un trauma alle spalle di tortura e violenze sessuali subite reciprocamente uno davanti all’altro, col figlio di 3 mesi ucciso davanti a loro. Alla seconda notte iniziano a delirare e credere fermamente di essere ancora in Congo e di essere inseguiti dai persecutori. Quindi scappano nella campagna perchè vogliono uccidersi a vicenda. Questo è stato il mio primo caso qui, tutti gli altri sono equamente orribili.

E poi succede davvero che si uccidono a vicenda?

La maggior parte delle volte vengono fermati, il campo è piccolo e quasi sempre vengono fermati da chi li vede. Anche lì la polizia può fare poco, le risorse sono limitate e sembra che tutto quanto sia fermo a prima della Dichiarazione universale dei diritti umani.

medici senza frontiere
Foto di Sara Prestianni dal profilo FB di Medici Senza Frontiere Grecia https://www.facebook.com/msf.greece

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intervista Alessandro Barberio

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    Massimo Bacchetta
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Laura Boldrini a Radio Popolare

La presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini è stata ospite negli studi di Radio Popolare. Abbiamo parlato di quello che è successo a Macerata, che tra l’altro è la sua città natale, e di come sia necessario uno sforzo unitario della politica contro i rigurgiti di neofascismo degli ultimi mesi. Abbiamo parlato della questione dell’immigrazione, con lei che prima di entrare in politica era la portavoce dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, e ora viene attaccata e accusata di aprire la strada a una presunta invasione di immigrati. E ancora del suo impegno contro la violenza sulle donne e, naturalmente, della campagna d’odio scatenata contro di lei in particolare sui social network. Sono delle ultime ore i nuovi fotomontaggi su Facebook che la ritraggono con la testa mozzata. Fotomontaggi che secondo Laura Boldrini hanno un mandante morale, un cattivo maestro che ha un nome e un cognome.

Presidente, cosa vuol dire essere oggetto di minacce?

“C’è una motivazione alla base delle minacce che ricevo. Non giro attorno alle cose: l’impegno che da anni metto nel denunciare l’insorgere di gruppi fascisti, anche sulla rete, con pagine apologetiche e l’apologia è un reato. Poi avere fatto sempre una battaglia per i diritti delle donne. E poi perché mi batto per i diritti di tutti perché una società è più coesa se si garantiscono i diritti.
Tutto questo non viene accettato da uno zoccolo duro di misoginia e cultura retrograda che non accetta che una donna faccia questo. Su di me si scatena una furia di una galassia di estrema destra e di cattivi maestri che si scatenano in tv. Matteo Salvini è uno di questi”.

Matteo Salvini è il mandante morale delle minacce contro di lei?

“Salvini alimenta odio e rabbia contro diversi soggetti sociali e contro di me perché lui ha deciso che io dico che tutti i migranti devono venire in Italia. Non è vero, è l’ennesima fake news, io dico che chi chiede protezione ha diritto di farlo nel rispetto delle procedure e delle norme”.

Come vive personalmente questa situazione?

“Con fermezza e lucidità, capisco i motivi che ci sono dietro, capisco il bisogno portare avanti quella battaglia, non ho paura. Mi spiace per mia figlia, che è una ragazza. Non auguro a nessun figlio di vedere cosa accade alla propria madre, la madre decapitata o oggetto di stupri collettivi. Lei non è contenta ma capisce che è una campagna messa in atto da chi vuole sovvertire i principi di democrazia del nostro Paese e anche della Costituzione che è solidale e inclusiva”.

La accusano di essere la casta.

“E’ il mondo alla rovescia. Per 25 anni ho lavorato nei posti più difficili del pianeta per aiutare le persone. Se poi sono entrata nelle istituzioni io mi onoro di farlo portando dentro i miei valori”.

Non è che ha vinto la destra sull’immigrazione?

“C’è stata una grande strumentalizzazione, anche i media hanno responsabilità, inseguono chi la spara più grossa e dice cose più estreme perché si pensa faccia ascolto. Di Maio disse ‘taxi del mare’ poi si è rimangiato tutto perché agli osservatori internazionali non fa piacere. Quella affermazione significa non soccorrere i migranti in mare. Dovremmo dire mille volte grazie alle Ong e non accettare quella narrazione feroce che ci porta verso il baratro dell’umanità”.

Abbiamo avuto un primo atto terroristico in Italia. La matrice è fascista e razzista.

“Non c’è dubbio”.

Secondo lei, adesso è troppo tardi arginare queste pulsioni xenofobe e fasciste?

“Il veleno si è diffuso quando chi doveva fare argine a questa narrazione non l’ha fatto, ma anche perché il fenomeno migratorio non è stato gestito bene. La legge è ancora la Bossi-Fini che sembra fatta per non essere rispettata. Rimprovero al Pd di non essersi occupato di questo tema a cominciare dalla Bossi-Fini, la legge che non funziona. Salvini si ricordi che se la questione non funziona si deve alla legge loro, la Bossi-Fini. Capisco lo scontento e il senso di paura delle persone, non le biasimo, biasimo chi fomenta questa paura e ha interesse non a gestire il fenomeno ma ha interesse a che nulla sia fatto, altrimenti come potrebbero gestire il consenso?. Mi fa piacere invece che Del Rio abbia parlato contro razzismo e fascismo. Non è troppo tardi”.

Perché non sono andati i politici in ospedale a trovare le vittime?

“Questo lascia capire la trascuratezza, oggi bisogna riaffermare i principi della Costituzione anche con i gesti e le azioni concrete. Io ho parlato con la mamma di Pamela, la ammiro per il coraggio e il senso di responsabilità, mi ha detto ‘non voglio vendetta, fermate chi vuole fare vendetta, voglio solo giustizia’. E’ una grande lezione di civiltà. Ci incontreremo. Penso che i feriti debbano essere attenzionati, sapere come stanno, essere considerati vittima, sono una prova di come una società può perdere la bussola”.

Sul fronte razzismo e fascismo c’è stata una debolezza istituzionale?

“Ci sono due questioni: aver sottovalutato troppo a lungo che nel nostro Paese stavano nascendo queste entità di ispirazione nazifascista. Averlo denunciato ha causato derisione e attacchi. Solo negli ultimi tempi si sta prendendo atto di un problema serio. Nasce da una crisi prolungata nel nostro Paese, oltre il 40 per cento di giovani è senza lavoro, i ragazzi si sono visti senza futuro e questo ha creato rabbia e animosità. Su questo si sono inseriti i cattivi maestri. La condizione di crisi che abbiamo vissuto è alla base di una rabbia che qualcuno ha sfruttato a proprio vantaggio. Dobbiamo prendere atto tutti del problema e fare un corpo comune. Alzare la voce. Mi fa orrore quando il M5S dice che bisogna abbassare la voce, non parlare. Assolutamente il contrario. Ci deve esser un fronte democratico repubblicano contro la violenza. Unire le forze e mobilitarsi. Milano potrebbe essere la città ideale dopo la manifestazione del 20 maggio per affermare i principi della Costituzione e dire no a odio e razzismo”.

Secondo lei è inevitabile che ci siano le larghe intese dopo le elezioni del 4 marzo?

“Quando si fanno grandi coalizioni mettendo insieme partiti che non dovrebbero stare insieme si alimenta la sfiducia nei cittadini. Se si mettono insieme partiti agli opposti il cittadino non lo tollererà. Le grandi intese sono state un motivo aggiuntivo di delusione dell’elettorato di sinistra”.

***

Ascolta qui l’intervista integrale andata in onda nella trasmissione “Zona Mista”

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Sala: “Milano città aperta, solidale e competitiva”

“La Milano competitiva e la Milano solidale devono viaggiare assieme”.

Giuseppe Sala lo definisce il suo “mantra”.

A pochi giorni dal 20 maggio e dalla manifestazione “Insieme senza muri”, il sindaco di Milano è negli studi di Radio Popolare. A spiegare la sua adesione a un’iniziativa convocata nel nome dell’accoglienza e della solidarietà.

Un’ora di confronto con gli ascoltatori, dai risultati non scontati. Ci sono i “benaltristi”, che alla parola solidarietà preferiscono la parola sicurezza, e quelli che invece chiederebbero al Comune posizioni forti ed esplicite contro le recenti leggi Minniti.

“Da politico di sinistra io dico che Milano prospera soltanto se è una città aperta al mondo, in tutte le sue parti” spiega Sala. “Essere aperti dà dei vantaggi e a volte certamente può aver dei prezzi, ma noi dobbiamo pagarli perché ci torneranno indietro positivamente in futuro. Essere capaci di integrare significa non soltanto accogliere – cosa che facciamo – ma anche trovare e creare le condizioni per integrare. Io ci credo”.

Lei vede Milano come un’avanguardia nell’idea di città “aperta”?

“Assolutamente sì, lo dico senza alcun timore. La vedo all’avanguardia nello sviluppo economico ma anche in questa idea di apertura. Da sindaco che vive la contemporaneità prendo atto che il mondo è questo e resterà questo per molti anni: cerco di affrontare i problemi, senza girarmi dall’altra parte”.

Il sindaco è reduce da un incontro con il ministro dell’Interno Minniti, chiesto proprio da Sala all’indomani dell’operazione di polizia del 2 maggio in stazione Centrale, ordinata dalla Questura nel nome della sicurezza e del controllo degli stranieri. Un’operazione accolta subito dal Comune con disappunto per non essere stato avvertito e con perplessità sull’utilità di un blitz di quel tipo.

“All’incontro di ieri ho voluto che ci fossero tutti: ministro, prefetto, questore, Comune e Regione. Ho spiegato che a Milano stiamo cercando con uno sforzo quotidiano di mantenere un equilibrio delicato tra competizione e solidarietà e che non si possono fare strappi. Piaccia o non piaccia la città sta funzionando, proprio in virtù di questo equilibrio. Nessuno nega la necessità di sicurezza o che la stazione Centrale sia un luogo delicato, ma ci sono modi e modi. La sicurezza riguarda tutti: prefettura, questura e Comune devono lavorare insieme, ma per farlo non si può non tenere conto della nostra impostazione politica. Abbiamo vinto le elezioni sulla base di un certo programma e di una certa impostazione, per cui adesso si deve fare così. Tra quattro anni, se vincerà qualcun altro, potrà avere un’impostazione diversa. Ora no”.

La distanza rispetto alle campagne securitarie chieste da alcuni e assecondate da altri è evidente nei fatti, anche se non sempre viene esplicitata. Così come la lontananza dalla distinzione, recentemente fatta dal ministro Minniti, tra profughi di guerra e migranti economici da cui discenderebbero possibili gradi diversi di tutela. “Penso abbia diritto non soltanto chi scappa direttamente da una guerra – spiega Sala – ma anche chi scappa dalla miseria causata da guerre ormai finite. Negli ultimi due anni a Milano è cambiata radicalmente la mappa degli arrivi: prima magari erano siriani ora sono eritrei, cambia qualcosa? In realtà è sempre qualcuno che scappa da qualcosa che si chiama guerra oggi, o guerra per mangiare, o guerra passata. La generalizzazione tra ‘guerra si/guerra no’ è un po’ poco. Le regole ci devono essere, chiaramente, però dobbiamo anche ragionare sui motivi che spingono queste persone qui da noi”.

Sull’altro fronte, alcuni ascoltatori vorrebbero dal sindaco parole esplicite contro le recenti leggi Minniti sulla sicurezza e sull’accoglienza, qualcuno addirittura una dichiarazione di indisponibilità ad applicarle. Anche in questo caso, Sala prova a proporre la sua visione.

“La questione non si risolve con una semplice dichiarazione”, spiega il sindaco di Milano. “Un sindaco non lavora per abbattere delle leggi, lavora per cambiarle. Io voglio spiegare a Minniti che ci sono delle ragioni per le quali si può fare diversamente e di più. Se qualcuno si aspetta da me il rifiuto di una legge dello Stato, ovviamente non succederà. Se qualcuno invece si aspetta che io porti avanti, ogni giorno e faticosamente, l’idea di una città che può essere leader in un Paese ma anche nella solidarietà e che offre un terreno fertile per l’integrazione dimostrando che l’integrazione può funzionare, questa è un’altra cosa”.

Alla manifestazione del 20 maggio parteciperà con la fascia di sindaco?

“Non credo. Non è una manifestazione del Comune, invito tutti a partecipare e voglio partecipare da cittadino. Non è mancanza di rispetto ma vorrei essere libero, me stesso: sono Beppe Sala, mi muovo a testa alta e cerco di essere quello che sono. Quindi interverrò senza fascia”.

Ascolta la trasmissione e l’intervista integrale a Sala

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“Accuse alle Ong? Speculazione politica”

Le navi delle Ong sono “taxi del mare”, le Ong sono delle organizzazioni di affaristi, sono colluse o, peggio ancora, sono corresponsabili del traffico di esseri umani. È un tam tam che va avanti da settimane e che ha un possibile effetto: quello di spostare il centro della questione dalla tragedia dei migranti, dalle politiche che vengono fatte o non fatte, alla messa sotto accusa di chi soccorre i migranti.

Una delle persone che per prime, quando sono cominciate a uscire queste ipotetiche notizie, ha fatto sentire la sua voce molto chiara dalle pagine del manifesto è il sociologo Alessandro Dal Lago, che è stato ospite del Microfono Aperto di Radio Popolare.

Che evidenze ci sono su quello che sta succedendo in Italia attorno a questo tema?

“La mia impressione è che si tratti di una campagna – non so in che misura orchestrata o programmata – che ha preso avvio da Frontex, l’agenzia europea dei doganieri, fondamentalmente, dato che si occupa del controllo delle frontiere sia terrestri che marine. Tanto per fare un esempio, a dimostrazione del fatto che la cosa parte molto da lontano, due anni fa uno dei responsabili – un ex commissario di polizia di Monaco – fece un attacco violentissimo al governo italiano dicendo: ‘Gli italiani salvano troppi migranti in mare e in questo modo incentivano gli arrivi’. Questo per dire il livello intellettuale e morale della questione.

Poi questa cosa è stata ripresa, per una sorta di affinità elettiva, dai media berlusconiani, per esempio “Striscia la notizia”, e da esponenti di Forza Italia, come Romani e Ravetto, fino ad arrivare a Beppe Grillo. Io ho sempre sostenuto che il Movimento cinque stelle sulla questione migranti sfiorasse il razzismo, adesso mi pare che la questione sia palese.

Il punto qual è? Che non c’è una prova. Tutto si basa sul fatto che le navi delle varie Ong – Sos Méditerranée, Moas, Medici senza frontiere ecc – salvino i migranti in uno spazio definito ‘appena fuori dalle acque libiche’, il che mi sembra del tutto ovvio. Tra l’altro, nessuna nave si può muovere senza l’autorizzazione del ministero dei Trasporti, e infatti nessuna forza armata italiana che opera in mare ha mosso un attacco, anzi sono loro stesse oggetto di critiche.

Che cosa dedurre da tutto questo? Secondo me che c’è in atto una fortissima speculazione politica, legata in sostanza al timore che i partiti di destra sfruttino questa cosa per farsi propaganda. Poi gli altri partiti di destra si sono accodati; poi ci si è messo il procuratore di Catania Zuccaro, che ha aperto un’indagine conoscitiva, e continua a sostenere di avere le prove, ma le prove non vengono fuori mai. Mi sembra che in tutto questo ci sia un forte sospetto di strumentalizzazione politica”.

In effetti, sono argomentazioni che, se vengono fatte montare, poi mettono la pulce nell’orecchio e trovano un clima, un’atmosfera, anche culturale, prontissimi ad accoglierle…

“Assolutamente sì, una parte consistente dell’opinione pubblica, non so se maggioritaria, ma temo di sì, non chiede altro che farsi confermare in tutto questo. Io vorrei capovolgere il discorso. Facciamo un’ipotesi: l’anno scorso sono sbarcate principalmente in Italia circa 300mila persone che vengono dall’Africa o da alcuni Paesi asiatici. Supponiamo che il governo creda a questa campagna e decida il ritiro delle navi delle Ong. Succederebbe che il numero degli annegati aumenterebbe in modo esponenziale, perché se qualcuno pensa che gli scafisti rinuncino al loro mestiere, perché non ci sono le navi delle Ong, si illude. Quindi, si mettono sui piatti della bilancia due cose: da una parte, la protezione delle vite, che è l’interesse principale delle Ong – che fanno quello che dovrebbe fare l’Europa – e dall’altra tutto il discorso sul controllo delle migrazioni. E poi bisogna scegliere da che parte stare. Il discorso del cittadino che è terrorizzato dalle migrazioni ma si tappa gli occhi di fronte agli annegamenti, secondo me, è la cosa più ipocrita. Questa campagna che è stata lanciata e su cui si sono buttati come avvoltoi tutti questi politici di seconda fila, fondamentalmente è un modo per chiudersi gli occhi e per dire ‘non vogliamo più saperne’”.

Ascolta qui l’intervista integrale ad Alessandro Dal Lago

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La superbomba di Trump “il coreano”

“La superbomba? Marketing bellico, dagli esiti incerti”.

Luigi Bonanate, docente di Relazioni Internazionali all’Università di Torino, commenta così l’ultima mossa di Donald Trump, aggiungendo: “Sembra più una mossa nordcoreana che una mossa di tradizione occidentale”.

Ospite della trasmissione Zona Mista, Bonanate risponde ad alcune domande sul significato e le incognite di ciò che lo scenario internazionale sta offrendo in queste ore.

Propone alcune interpretazioni su alcune delle questioni centrali: la Siria, la Corea del Nord, l’assenza dell’Europa, il futuro possibile da qui a sei mesi. Parla del “dilettantismo delle grandi potenze”, descrive l’immagine inedita di un tripolarismo mondiale – Usa, Russia, Cina – che si confronta con tempi ed esiti difficili da immaginare: conflitto totale o “fiammata” di assestamento verso nuovi equilibri. “Siamo di fronte a un’escalation più rapida del previsto ed è difficile dire quali esiti avrà”.

Professor Bonanate, qual è secondo lei il significato della “super-bomba” sganciata nelle ultime ore dall’Amministrazione americana?

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Perchè, secondo lei, è stata sganciata proprio in Afghanistan?

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Siamo di fronte a un’escalation? Con quale velocità e con quali esiti possibili?

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La questione siriana porta con sé i problemi tra Usa e Russia, quello con la Corea del Nord sembra invece un confronto isolato. Oppure è in grado di aggregare altri problemi e altri attori?

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In queste ore gli unici attori in campo sembrano essere Stati Uniti, Russia e Cina. Più ancora delle altre volte. Tutti gli altri sembrano completamente assenti, a partire dall’Europa.

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Da qui a sei mesi che situazione vede: uguale o differente?

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No a plebisciti sulla costituzione

Vasco Erran è uno dei cosiddetti pontieri del referendum. L’ex presidente della Regione Emilia Romagna cerca di trovare uno spazio di dialogo tra il fronte del Sì e quello del No all’interno del Pd.

Con lui parftiamo dall’invito a un confronto pubblico fatto da Matteo Renzi a Carlo Smuraglia, presidente dell’Anpi.

“E’ un passo nella direzione giusta, un passo utile a svelenire la discussione tra il Sì e il No, perché sulla Costituzione dobbiamo evitare plebisciti, costruire una discussione vera e riconoscere le ragioni del No”.

Il presidente dell’Anpi Smuraglia ha detto: “Non basta un invito”. E’ segno che si è già andati troppo oltre?

“Non conosco le dichiarazioni di Smuraglia, ma penso che dobbiamo prima di tutto recuperare un rapporto con l’Anpi. Ho detto, qualche giorno fa, che bisogna stare attenti alle parole, alle dichiarazioni, perché rischiano di produrre delle rotture profonde che vanno in tutti i modi evitate. Quindi, si cominci questo lavoro di riconoscimento, di confronto serio. Io penso che sarà utile”.

Lei trova che la spersonalizzazione che Renzi ha introdotto recentemente sia un segno di saggezza, di furbizia? Ha in qualche modo riconosciuto l’errore di aver personalizzato troppo il referendum costituzionale?

“Sì, io penso che ‘l’uno contro tutti’ sia sempre un errore, e lo è ancora di più sulla Costituzione. Quindi questo è un passo – diciamo così – ma a questo passo deve corrispondere anche una qualità del confronto. Io ho posto una questione: il rapporto tra riforma costituzionale e legge elettorale non è equilibrato. Bisogna cambiare l’Italicum, perché l’Italicum è pensato sostanzialmente su due poli. Invece ormai abbiamo tre poli e la legge elettorale così concepita è un elemento che non dà qualità alla rappresentanza. Dopo il 4 ottobre ci sarà la sentenza della Corte costituzionale, ma è importante che il Pd assuma una iniziativa politica per modificare l’Italicum. Questo sarebbe un altro segnale importante per recuperare una situazione difficile, quella nella quale ci troviamo”.

A questo punto le chiedo una previsione su come andrà a finire: secondo lei ci saranno queste modifiche all’Italicum?

“Ci debbono essere, per dare un equilibrio al sistema istituzionale della rappresentanza. Per questo auspico, e chiedo, che il Pd assuma una iniziativa rapidamente. Moltissimi sostenitori del No pongono questo problema. Non rispondere, per me, sarebbe un errore incomprensibile”.

Parlare delle elezioni nel 2018 – e quindi togliere l’elemento plebiscitario che invece Renzi ha cavalcato per molti mesi – è una questione che paradossalmente può condizionare il risultato referendario da un punto di vista del merito del quesito?

“Favorisce la qualità del confronto e, visto che parliamo di Cosituzione, questo è un elemento fondamentale. La Costituzione deve essere un quadro di riferimento in cui ci riconosciamo come cittadini italiani, al di là di come la pensiamo. Bisogna stare molto attenti. Un’idea seria delle istituzioni richiede il coraggio di un salto di qualità in alto che è fondamentale”.

A proposito però di fare una discussione nel merito, non condizionata da altri elementi: l’incontro di Ventotene tra Renzi, Hollande e Merkel ha evidenziato il livello di sofferenza raggiunto dall’Unione europea. Non c’è il rischio che l’elemento dell’instabilità italiana nel quadro europeo si imponga nella scelta tra Sì e No al referendum?

“L’Europa deve essere profondamente rinnovata, riformata. Dobbiamo uscire dalle logiche dell’austerità, affrontare con una qualità diversa la questione dell’immigrazione e quella dei rifugiati, dare una dimensione politica e sociale all’Europa. Detto questo, voglio essere chiaro su questo punto: è il popolo italiano che decide sulla Costituzione italiana, non i giornali internazionali. L’Italia è un Paese forte e stabile”.

E se fossero i fautori del Sì ad alimentare la dimensione europea per garantire la stabilità, lei cose penserebbe, che è un altro sbaglio come la personalizzazione?

“Renzi ha giustamente detto tante volte: ‘Siamo un Paese forte, non siamo più gli scolaretti che devono prenderi i voti dagli altri Paesi’. Ed è bene che lo diciamo tutti, perché riguarda l’autonomia dell’Italia”.

Come vede però in questo momento la posizione italiana all’interno della dimensione europea. Il vertice di Ventotene ha messo in luce anche i punti di debolezza dell’Europa…

“Io credo che l’Italia stia facendo un’azione importante per uscire dalle politiche che hanno dominato l’Europa in questi ultimi anni e che si sono dimostrate fallimentari. Bisogna essere sempre più determinati in questa azione. E io penso che il Pd debba aprire un confronto serrato dentro il Partito socialista europeo, perché così non è all’altezza della sfida che abbiamo di fronte e del progetto di rilancio e di ricostruzione di un’idea di Europa. Poi bisogna anche affrontare le grandi questioni sociali del nostro Paese: le politiche industriali, per esempio. Poi non capisco cosa intenda Renzi quando dice che la minoranza del Pd non vuole ridurre le tasse. Questa è una battuta. Bisogna però avere ben presente che c’è un principio costituzionale, per noi irrinunciabile, che è quello della progressività: chi più ha più paghi. Bisogna rilanciare il welfare. Se non rispondiamo alla questione sociale, si rischia di andare in una direzione sbagliata – ce lo ha detto il risultato delle amministrative”.

Insomma, si capirà nella legge di stabilità se ci saranno queste risposte…

“E’ un grande appuntamento”.

 

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“L’Europa di fronte alle sue paure”

Otto ore. Dall’allarme per l’ipotesi di un atto di terrorismo jhiadista fino alla versione del gesto individuale, poi descritta come “follia omicida”, senza altri obiettivi. Otto ore, trascorse dal momento dei primi spari al centro commerciale fino alla conferenza stampa notturna della polizia tedesca.

A Monaco di Baviera si è vista una rappresentazione chiara di quello che il contesto internazionale e la sequenza recente di attentati in Europa, possono determinare: in termine di pratiche, di allarme, di reazione.

Episodi di panico e allarmi ripetuti, un’imponente operazione di sicurezza che per ore ha sigillato una grande città con un coprifuoco da vera guerra, un sistema di informazioni molto controllato.

Segni di una reazione sbagliata o di un nervo scoperto reale con cui è necessario fare i conti?

Ne abbiamo parlato Luigi Bonanate docente di relazioni internazionali all’università di Torino. Gli abbiamo chiesto se, a suo parere, quel che è successo a Monaco possa, o debba, insegnare qualcosa.

bonanate

Ascolta l’intervista di Massimo Bacchetta

Luigi Bonanate

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Case popolari, cose di Giunta

Si chiama Legge n. 273.

Si tratta della nuova normativa che la giunta regionale lombarda e il suo presidente, Roberto Maroni, puntano a far approvare, tra mille contestazioni dell’opposizione, in tema di gestione delle case popolari.

Un testo già approvato in Commissione, che ora affronta l’aula per il voto finale.

La filosofia di fondo è: portare pressochè tutta la materia sotto l’ala della Giunta, togliendola di fatto alla competenza del Consiglio Regionale.

Quella delle case popolari è una questione calda. Caldissima, come ha dimostrato la recente campagna elettorale a Milano.

La novità regionale è una legge-quadro, che lascia una discrezionalità davvero molto ampia all’esecutivo lombardo su alcune materie delicate – modalità di ingresso dei privati, stanziamento di fondi per la gestione e manutenzione, vendita del patrimonio edilizio pubblico – e restringe di fatto alcuni criteri previsti per l’accesso alla casa: dalle quote riservate alle fasce più deboli, agli anni di residenza necessaria per fare domanda.

A leggere il testo del norma, il quadro che ne emerge è quello descritto brevemente da Silvia Giacomini durante la puntata di Localmente mosso.

Ascolta Silvia Giacomini

Silvia Giacomini

 

“Questa è una brutta norma, che non risolve i problemi” commenta a Localmente mosso Umberto Ambrosoli, rappresentante del Patto Civico in Regione, durante una lunga conversazione che tocca più temi, dalla legge in discussione ai rapporti tra Regione e Comune in tema di case popolari.

Ascolta Umberto Ambrosoli

Umberto Ambrosoli

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Sala e il “modello Londra”

Un “modello Londra” per Milano.

In campagna elettorale Giuseppe Sala ha evocato più volte questa immagine, per descrivere la città a cui pensa.

Uno slogan immediato ed efficace, che a questo punto è però necessario guardare più nel dettaglio per capire ciò che potrebbe, davvero, accadere nei prossimi anni al capoluogo lombardo.

Londra è l’emblema della città internazionale, cosmopolita e multiculturale a cui il neo-sindaco di Milano sostiene di ispirarsi. Una città dalla forza “attrattiva” evidente e sotto gli occhi di tutti – in termini di soldi, di affari, di investimenti, di persone – e contemporaneamente dalle contraddizioni e dai punti nevralgici altrettanto evidenti: la spirale a crescere dei prezzi e del costo della vita, la polarizzazione sociale, i processi di espulsione delle fasce popolari dalle zone centrali.

La chiamano gentrificazione. E’ l’effetto “indesiderato” dell’appeal di una città ricca in cui gli investimenti agiscono da volano autonomo. La spinta a crescere che alimenta anche la spinta a espellere, e viceversa: due forze diverse, da controllare in un “effetto pendolo” che solo la politica può provare a gestire.

Una gestione, tuttavia, dai risultati per nulla non garantiti se si guarda agli ultimi anni.

Il costo delle case alle stelle e una crisi abitativa allarmante sono l’eredità più pesante lasciata dall’ex sindaco convervatore Boris Jonhson, l’aggressivo astro nascente del suo partito sostituito non a caso da un sindaco laburista come Sadiq Khan, la cui recente vittoria può essere interpretata principalmente così: aver capito che il livello di guardia era stato ampiamente superato, che la Londra internazionale stava strozzando quella popolare, e aver dichiarato di voler invertire la tendenza e governare il processo.

Del “modello Londra” e della sua trasferibilità a Milano, la trasmissione Localmente mosso ha parlato con due ospiti qualificati: il professor Alessandro Balducci, ordinario di Pianificazione e Politiche Urbane al Politecnico, e l’architetto Stefano Boeri. Entrambi con un’esperienza di peso nella giunta Pisapia: Balducci ne è stato l’ultimo assessore all’Urbanistica e Boeri il primo assessore alla Cultura.

Ascolta la conversazione con Alessandro Balducci

Intervista a Alessandro Balducci

Ascolta la conversazione con Stefano Boeri

intervista a Stefano Boeri

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Municipi, questi sconosciuti

Nuovo nome, più poteri e nuovo sistema di elezione.

Per le Zone di Milano c’è più di un cambiamento in arrivo, in occasione delle prossime elezioni amministrative. Anche se pochi forse se ne sono accorti.

Al posto delle Zone nasceranno i Municipi. Eletti con sistema maggioritario, al posto del vecchio sistema proporzionale. Con l’elezione diretta del Presidente di Municipio, nel caso anche attraverso ballottaggio. Con più poteri diretti su alcuni temi, come la manutenzione o la ricreazione.

Si tratta dell’effetto di una nuova normativa, varata in vista delle trasformazioni legate alla nascita della Città Metropolitana e che, come tutte le novità, porta con sé una serie consistente di incognite. A cominciare dalla prima: quanti ne sanno davvero qualcosa, a poche settimane dal voto?

Il Microfono aperto ha provato a fare il punto.

Il nuovo sistema di voto

Per i cittadini è la novità più immediata da tener presente, quando si recheranno alle urne. Si vota direttamente per il Presidente di Municipio e, così come per le elezioni Comunali, si potranno considerare le opzioni di voto disgiunto. Una breve guida pratica è contenuta nella conversazione, allegata, tra Silvia Giacomini e Luca Gattuso.

Ascolta la guida al voto per i Municipi

Municipi come si vota

 

Nuova organizzazione dei Municipi e nuovi poteri

Perchè una nuova norma per i Municipi, quali nuovi poteri e con quali nuove strutture? Ne abbiamo parlato con Fabio Arrigoni, attuale Presidente di Zona 1 a Milano, uno degli estensori della nuova legge.

Ascolta Fabio Arrigoni

intervista ad Arrigoni

 

Le incognite

Tutto a posto, quindi? Non del tutto.

Le novità previste dovranno fare i conti con la realtà e soprattutto con le condizioni per renderle operative: dal reale trasferimento dei poteri, al trasferimento del personale comunale. Simone Zambelli è l’attuale Presidente della Zona 8 di Milano.

Ascolta Simone Zambelli

intervista a Simone Zambelli

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La sinistra, senza centro e senza Sala

I nomi ora ci sono.

“Milano in Comune” ha presentato i suoi candidati al Consiglio comunale di Milano, in vista delle prossime elezioni amministrative. La lista è quella di chi, a sinistra, ha scelto di non riconoscersi nelle primarie del centrosinistra che hanno portato alla candidatura di Giuseppe Sala e di impegnarsi nel percorso che ha portato alla candidatura a sindaco di Basilio Rizzo. Una compagine variegata – da Altra Europa con Tsipras ai Comunisti Italiani, da Rifondazione Comunista a Possibile, al Partito Umanista – che sottotraccia si ritrova scorrendo l’elenco dei candidati: dalla consigliera comunale uscente Anita Sonego, alla storica animatrice del comitato Molise-Calvairate Franca Caffa, a Francesco Rizzati del PdCI, a Luciano Muhlbauer già consigliere regionale di Rifondazione.

La lista è composta da 48 nomi in tutto, rigorosamente in ordine alfabetico e senza un capolista. Una scelta voluta, che segnala quanto ricada proprio su Basilio Rizzo il compito di rappresentare la sintesi. E forse anche quanto, in alcuni momenti, sia delicata la questione degli equilibri da garantire.

L’avvocato Federico Sinicato è il candidato numero 45 in lista. Dalla sua, un impegno civile riconosciuto a fianco dei familiari delle vittime in vicende italiane tragiche come le stragi di Piazza Fontana o di Piazza della Loggia.

Sinicato, ospite per un’ora del Microfono aperto, presenta così la lista: “Sono tante le sigle e le provenienze che confluiscono in “Milano in Comune” e sul nome di Basilio Rizzo. Non ci sono quindi capilista, perchè siamo tutti capolista di qualcosa. E’ Basilio Rizzo il punto di riferimento per tutti quelli che hanno aderito alla lista e ne sottoscrivono l’impostazione. E forse doveva essere lui fin dall’inizio, anche quando si è cercato fuori dal Consiglio comunale un nome che avesse le energie e le idee per rappresentare quest’area”. Il riferimento è al lavoro complesso delle scorse settimane, che aveva portato a ventilare altri nomi eccellenti come possibili candidati – da Curzio Maltese a Gherardo Colombo – poi sfumati per scelta dei diretti interessati, di fronte alla complessità delle posizioni in campo.

La conversazione con Federico Sinicato affronta i nodi cruciali per “Milano in Comune”: il giudizio sull’operato di Giuliano Pisapia, la continuità rispetto al suo progetto, l’orizzonte politico a cui guarda la lista, la spinosa questione della scelta in caso di esclusione dal ballottaggio.

“L’ultimo anno della sindacatura di Pisapia ha lasciato un po’ di amaro in bocca a molti suoi elettori” dice Sinicato sul primo punto. “L’entusiasmo arancione del 2011, trasversale, si è andato perdendo. Si sono accumulate una serie di carenze, se non di errori, forse per stanchezza o perchè le condizioni politiche politiche erano già mutate. Credo che nel variegato mondo che aveva eletto Pisapia ci sia oggi una certa delusione e recriminazione”.

Il progetto attorno a Basilio Rizzo parte da qui: “tornare ad alcuni punti del programma di allora, che non sono stati completati e che erano quelli più qualificanti della spinta a sinistra della Giunta”. Sinicato sviluppa il ragionamento attraverso l’esempio di Expo: “La città è migliorata, esteticamente e nella sua funzionalità, ma ha concentrato su quei sei mesi le sue energie economiche e politiche, dimenticandosi il resto: le periferie, il problema degli alloggi sfitti, la gestione delle case popolari”.

La sinistra milanese punta a pesare, più che a vincere. A condizionare, con le sue istanze, il lavoro del prossimo sindaco, chiunque esso sia. L’orizzonte ipotizzato nei sondaggi è quello del 5 per cento, ma “potrebbe essere, speriamo, anche di più” commenta Sinicato.

Il dubbio da dissipare, di fronte agli ascoltatori, è però soprattutto uno: quello dell’utilità di camminare su strade separate, dell’incapacità di lavorare per un progetto comune e largo e del rischio di dividere il centrosinistra aiutando di fatto la destra. Telefonate e messaggi fotografano i due diversi modi possibili di vedere la cosa: “Grazie perchè mi permettete di votare senza turarmi il naso” scrive uno, “Soliti vecchi frazionisti” sentenzia un altro. Sinicato risponde: “Io rispetto chi ci critica, perché so che una certa storia della sinistra ha al suo interno, purtroppo, certe divisioni e certi risultati. In questo caso, però, credo che anche la critica sia vecchia: chi vede frazionismo nella proposta politica che sta dietro alla candidatura di Rizzo ha a sua volta un paio di occhiali vecchi e offuscati dalla storia della sinistra. Questo è un passaggio nuovo. Non bisogna sempre e necessariamente coniugare le proprie idee al ribasso. Il mondo è cambiato, ma va governato”.

In attesa del risultato elettorale, per “Milano in Comune” si intravede però già il problema in arrivo: quello del secondo turno, del probabile ballottaggio tra Sala e Parisi, della scelta da fare e dell’indicazione di voto da dare. Un ascoltatore lo chiede esplicitamente: “Voi cosa farete?”. Federico Sinicato risponde così: “Ovviamente vorremmo che al ballottaggio arrivasse il nostro candidato, ma superata la scaramanzia dobbiamo essere persone serie. Non si fa politica soltanto per far perdere qualcun altro: si fa per vincere, per governare o quanto meno per condizionare chi governa verso scelte condivisibili. In caso di ballottaggio tra due candidati, pur molto simili, secondo me la scelta è per quello di sinistra, mi sembra ovvio. E mi sembrerebbe anche offensivo pensare diversamente”.

Ascolta la trasmissione con Federico Sinicato

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“Continuità. Di sinistra e di governo”

Così lontani, così vicini.

Il rapporto tra progetto arancione milanese e Giuseppe Sala è una questione di distanze.

Emerse evidenti durante le primarie del centrosinistra, confermate nella successiva travagliata fase di formazione delle liste e ora progressivamente da colmare. Almeno per quella parte del movimento che ha scelto di confluire sulla candidatura di Sala a sindaco.

Concentrarsi sulle compatibilità più che sulle distanze è l’impegno del momento per entrambe le parti: un lavoro delicato quanto necessario, con l’avvicinarsi del voto.

L’anima civica che la volta scorsa accompagnò la vittoria di Giuliano Pisapia e che ora ha scelto di restare nel centrosinistra, è rappresentata dalla lista “Sinistra X Milano”. Nell’immagine del logo, in fondo, c’è già tutto: il colore arancione di fondo, l’assenza di un richiamo esplicito a Sala e la grande X al posto del “per”, richiamo alla campagna elettorale del 2011 che elesse il sindaco attuale, decisamente più vicino di Sala al cuore degli arancioni.

“La lista vuole garantire nel modo più evidente la continuità con l’esperienza di Giuliano Pisapia” spiega durante il Microfono aperto Filippo Del Corno, assessore alla Cultura nell’attuale Giunta, sostenitore di Pierfrancesco Majorino alle primarie e ora candidato in “Sinistra per Milano”.

Del Corno è il terzo candidato in lista, prima di lui Daria Colombo – capolista – e Anita Pirovano, coordinatrice milanese di Sel. “Nelle esperienze civiche che tra il 2010 e il 2011 si sono mosse attorno alla candidatura di Giuliano Pisapia – spiega Del Corno durante la trasmissione – era evidente la centralità della città di Milano. Il nostro simbolo, ora, spiega esattamente questo: c’è una parte della sinistra, che ha governato e che si candida per continuare quest’esperienza. Manteniamo fermo il principio di relazione di governo tra la sinistra e la città, con un appoggio leale nei confronti del candidato che ha vinto le primarie del centrosinistra. Credo sia stata una grande assunzione di responsabilità, da parte di soggetti che alle primarie avevano sostenuto candidati diversi, mettersi al servizio della candidatura che ha vinto e contemporaneamente marcare in modo evidente la coerenza di un percorso di idee e di pratica di governo”.

Per l’assessore alla Cutura si aggiunge un’esigenza in più, personale: spiegare perchè, da iscritto al Pd, abbia deciso di non candidarsi con la lista ufficiale del suo partito.

La spiegazione punta direttamente allo scontro nazionale interno ai democratici e all’orizzonte politico che accompagna la segreteria Renzi: “Sinistra per Milano può essere il lievito del pensiero di sinistra nella coalizione – spiega Del Corno – se riesce a rappresentare in maniera molto vasta l’area di pensiero e di movimento che sostiene da sinistra questa candidatura. Io resto iscritto al Pd ma ho un’ambizione: far sì che Milano venga riconosciuto come il grande laboratorio politico per il futuro del paese e del Partito democratico. Una futura azione di governo non può che essere di centrosinistra. L’attuale esperienza del governo Renzi e l’alleanza con il Nuovo centrodestra è un‘esperienza innaturale, forzata, dovuta a un esito elettorale complicato. Il futuro deve invece essere fortemente radicato nel perimetro dei valori della sinistra. E’ necessario, quindi, creare ponti con ciò che sta a sinistra del Pd e fare in modo che dall’esperienza locale nasca qualcosa con un riflesso nazionale rilevante”.

Tradotto sul piano milanese: “La nostra lista intende meritare il voto delle persone che in questo momento hanno delle perplessità o scetticismo nei confronti del candidato sindaco Sala”.

Durante il Microfono aperto, la questione nazionale si intreccia con quella locale, l’orizzonte politico con le pratiche amministrative e dell’assessorato alla Cultura. La questione delle distanze e differenze si sposta dal fronte interno a quello più largo che oppone centrosinistra e centrodestra su temi generali o specifici, come l’immigrazione.  “Da una parte c’è l’ipotesi del ‘me ne frego’, prospettata non tanto da Parisi ma dal vero candidato della destra che è Matteo Salvini. Dall’altra il ‘me ne occupo’ di Majorino e Sala. Su questo la differenza è netta”.

Tornando sul fronte interno, la domanda di sintesi però è: “Con Giuseppe Sala sindaco, Filippo Del Corno continuerà a fare l’assessore alla Cultura?“. Il tono della risposta può essere forse considerato il termomentro di quanto le differenze, o meglio le distanze, ancora pesino. “La nomina non compete agli assessori ma al sindaco”, dice diplomaticamente Del Corno. “Nel caso, però, io direi di sì”.

Questione che probabilmente non si scioglierà prima del voto.

Ascolta la trasmissione con Filippo Del Corno

micap_1_20_04_2016

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“A Milano guardo anche agli arancioni delusi”

Il suo primo problema, adesso, è farsi conoscere.

Gianluca Corrado, 39 anni, avvocato, è il candidato sindaco di Milano per il M5S. Salito in corsa su una macchina elettorale già avviata, dopo la rinuncia della precedente candidata Patrizia Bedori. A meno di due mesi dal voto, per molti il suo è ancora soltanto un nome.

Corrado è ospite del Microfono aperto, a confronto con gli ascoltatori e le loro domande.

I temi sono molti: dal profilo del candidato, al momento del M5S dopo la morte di Casaleggio, alle questioni più strettamente amministrative.

Di sé Corrado dice “appartengo all’ala pragmatica del movimento“, e nel modo in cui affronta le varie questioni – da quelle generali a quelle locali – tende a confermarlo. “La morte di Casaleggio, sotto il profilo umano è una grave perdita, per noi difficilmente recuperabile – spiega a inizio trasmissione – perché buona parte dell’idea e della costruzione del Movimento appartiene a lui. Per quanto riguarda il futuro, però, a mio avviso non cambierà nulla: noi non abbiamo capi, abbiamo dei portavoce, e la morte di Casaleggio non muterà la nostra organizzazione sul piano nazionale”.

Sui temi locali, va riconosciuto a Corrado di non sfuggire alle domande. Sul Pgt “noi sogniamo un grande polmone verde intorno alla città, ma mi rendo conto che è ancora un’utopia. Sugli scali ferroviari possiamo allora pensare a una soluzione pratica: 70 per cento di verde e 30 per cento costruibile”. Sul tema della moschea “proponiamo tanti luoghi di culto, diffusi sul territorio. Milano può anche fare a meno di una moschea vera e propria, che c’è già a Segrate”.

L’orizzonte politico proposto dal candidato del M5S passa attraverso il suo giudizio sull‘amministrazione Pisapia, che definisce pessimo. “Avevano promesso cose che non hanno mantenuto. Avevano parlato di un Expo sostenibile e diffuso e non è accaduto. Avevano parlato di partecipazione e non ci sono riusciti. Tanto che il sindaco ne ha preso atto e si è fermato”.

Guarda quindi agli arancioni delusi?

“Perché no?” risponde Corrado. “In alcuni momenti, quasi con una provocazione, ho pensato che avremmo potuto prendere il programma iniziale della Giunta Pisapia e dire: questo è il nostro programma. Solo che noi lo realizziamo”.

L’amo è lanciato.

Se, a Milano, il bacino elettorale del Movimento possa essere davvero quello lo dirà il voto.

Ascolta l’intervista a Gianluca Corrado

intervista a Gianluca Corrado

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Il cantiere della continuità possibile

Al referendum sulle trivelle voterà sì.

Su uno dei temi nazionali del momento, Pierfrancesco Majorino fa la sua dichiarazione di voto quasi al termine del Microfono aperto di cui è ospite. Più che una dichiarazione, in realtà, è un vero e proprio appello.

Ascolta Majorino

Majorino uno

Per l’elezione del sindaco a Milano mancano invece meno di due mesi.

Majorino, ex sfidante di Giuseppe Sala alle primarie del centrosinistra e ora capolista Pd in appoggio alla sua candidatura, è molto attivo in questa campagna elettorale.

Un’ora di confronto con gli ascoltatori offre molti temi da affrontare e una domanda di fondo: chiarire se, e come, le distanze emerse rispetto a Giuseppe Sala durante le primarie siano diventate ora conciliabili in un percorso comune. Il tema attraversa tutta la trasmissione, Majorino lo affronta da subito. “Le primarie implicano che poi si concorra tutti insieme a costruire un programma unitario a sostegno di chi vince. Partecipare con l’idea di fare come la Liguria sarebbe per me un errore politico enorme, oltre che una scorrettezza. A Milano non è avvenuto e in queste settimane c’è un bel confronto sul merito. Sono rimasto piacevolmente sorpreso da come Beppe Sala ha interpretato alcune cose dette durante le primarie rispetto ad alcuni punti chiave: per esempio la continuità non solo sulla legalità, ma anche sulle questioni sociali e sui diritti civili. Non era scontato e ne sono contento. L’alleanza di centrosinistra, inoltre, è un ottimo laboratorio e un’ottima garanzia: avere avuto la capacità di mettere in campo, alla fine, una coalizione molto simile a quella che ha governato Milano in questi anni è un fatto importante. Io dicevo che a sostegno di Sala non volevo gli amici di Formigoni o l’Ncd e non c’è niente di tutto questo”.

Per il centrosinistra, oggi, la necessità è ricucire le differenze interne e marcare quelle con il centrodestra, in termini generali così come sui temi concreti. I banchi di prova non mancano. Il primo, offerto già in queste ore, è quello del Pgt. L’attuale piano di governo del territorio è in scadenza e la prossima Giunta dovrà affrontarlo. Stefano Parisi ha affermato di volere metterci mano radicalmente. Giuseppe Sala di volerlo “aggiornare”. “Guai a pensare che l’attuale Pgt sia sufficiente, non l’abbiamo mai detto” spiega Majorino. “Vanno però tenuti fermi alcuni principi. La priorità è l’attenzione al consumo di suolo, alla riqualificazione e al recupero del molto spazio inutilizzato, che è anche un’idea di sviluppo e creazione di posti di lavoro, non solo un’utopia ambientalista. Inoltre, c’è la ripresa della scommessa sugli scali ferroviari, persa in questi anni in virtù di una strana alleanza tra la destra e alcuni consiglieri che venivano dal centrosinistra. Vedo che su questi temi Sala sta significativamente lavorando nella direzione delle cose che dicevo durante le primarie. Aggiungo un’annotazione sulle persone che lavorano al tema: Lucia De Cesaris, la ‘madre’ del Pgt dell’amministrazione Pisapia, come è noto è una delle consigliere più ascoltate da Sala. Anche in questo vedo il segno della volontà di far bene”.

Sulle differenze tra schieramenti: “Parisi l’ha detto chiaramente: cemento, cemento, cemento” afferma Majorino. “E’ un’idea secondo me vecchissima di sviluppo sregolato, come se il mercato da solo potesse farcela a disegnare uno sviluppo positivo della città. Non mi pare che Sala abbia questa intenzione e nella proposta che si sta elaborando sulle trasformazioni urbane non vedo assolutamente rischi di questo genere”.

Altro punto nevralgico: i rapporti a sinistra. La relazione, finora abbastanza agitata, ha portato a più di un distacco, fino alla candidatura di Basilio Rizzo. “Quella di Rizzo è una scelta trasparente e che rispetto” spiega Majorino. “Con lui ci uniscono importanti questioni, ma credo che sbagli la valutazione politica di fondo: io non penso che nel centrosinistra, con Sala candidato, si stravolga il lavoro di questi anni o si affermi il Partito della Nazione. In campo non ci sono gli stessi protagonisti che governano a Roma, come i verdiniani, cosa che infatti a livello nazionale non condivido; c’è poi la presenza di Giuliano Pisapia, c’è una lista alla sinistra del Pd, la mia stessa presenza non è ascrivibile al Partito della nazione. Penso che Rizzo sbagli a non stare nella nostra alleanza. Ma in ogni caso – è ovvio – l’avversario non è lui. E’ Parisi. Dietro al quale c’è un collante di potere che tiene insieme Salvini, Gelmini e De Corato. Io mi indigno quando mi dicono ‘siete la stessa cosa’: io sono capolista del Pd, Gelmini è capolista di Forza Italia, credo che rappresentiamo due modi opposti di concepire la politica e le istituzioni”.

Durante la trasmissione c’è il tempo per attraversare molti temi: Expo, profughi, moschee, piano contro le povertà. Gli ascoltatori tornno però spesso ai due dubbi di fondo.

Il primo è in proiezione nazionale, lo sintetizza una telefonata: “Come faccio a votare per Majorino ma non per il Pd?”. Una questione tecnicamente senza soluzione, ma politicamente centrale. L’ombra di Renzi che rischia di offuscare il voto locale. Majorino ringrazie e tenta la difficile distinzione: “Non ho mai nascosto la mia appartenenza al Pd come non nascondo di essere spesso lontano da Renzi. Il partito milanese mi ha chiesto di fare il capolista, sa chi sono e che non rinnego la mia storia. Io non accetto che il Pd sia soltanto quello che si vede a livello nazionale, ma attenzione a non utilizzare Milano per un referendum contro Renzi: perchè a quel punto arrivano a governare Gelmini, Salvini e De Corato. Non sarebbe un grande affare”.

Il secondo dubbio, espresso in sms ricorrenti, riporta alla dimensione locale alla domanda iniziale: “Dove sono finite le perplessità di un tempo su Sala?”. Majorino prova a rispondere in molti modi, anche in forma di domanda retorica: “Pensate davvero che questo sostegno a Sala, largo, sia per forza soltanto una questione di potere? O non forse perchè invece ci sembra si stia realizzando un’alleanza che può porsi in effettiva continuità con l’esperienza di questi anni?”

Due questioni che si intrecciano.

Gli elettori hanno ancora due mesi per cercare una risposta non retorica.

Ascolta l’intervista integrale a Pierfrancesco Majorino

intervista a majorino

 

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“Con Sala, per Milano”

Manager, in politica.

Il binomio, in vista delle prossime elezioni amministrative milanesi, è un mantra che inizia a oltrepassare la semplice soglia degli aspiranti sindaco, in corsa o ritirati che siano. Oltre Sala, oltre Parisi, oltre Passera: un piccolo contagio, il suono della supposta “modernità” in salsa ambrosiana, o del suo continuo ritorno al passato.

Fiorenzo Galli rientra nell’identikit.

Il direttore del Museo della Scienza e della Tecnologia è, da una settimana, capofila di “Noi-Milano”, la Lista civica di appoggio a Giuseppe Sala candidato sindaco per il centrosinistra. La lista più vicina a lui, la più simile a lui. Per Galli è un’esperienza nuova. La managerialità che si impegna – dice lui – per un progetto politico. Galli è ospite del Microfono aperto, un’ora per spiegare le idee che più lo legano a Sala, a partire da quelle sul “ruolo internazionale di Milano”, che così tanto richiamano le parole di Mr. Expo.

“Quello che ho fatto nella vita è mettere insieme uomini mezzi e risorse, come viene chiamato il mestiere di manager” dice Galli a inizio trasmissione. “Noi viviamo in società sempre più complessa. Anni fa non avevamo il problema di un milione di persone povere che hanno il desiderio di vivere meglio e, giustamente, vorrebbero venire qui. Sono temi su cui bisogna intervenire anche dal punto di vista organizzativo, non solo della buona volontà. Mettere insieme la managerialità con la socialità diffusa è il tema dello scenario prossimo venturo, e per quanto mi riguarda è la motivazione per la quale ho fatto questa scelta”.

Punto di inizio della conversazione è il recente ritiro di Corrado Passera in favore di Stefano Parisi, candidato del centro-destra in caccia del voto cosiddetto moderato. Lo spazio politico di centro che gli schieramenti provano ad occupare. La necessità di allargare gli spazi di consenso. “C’è una parte di Milano che assomiglia a me, che è quella delle persone che fanno senza mai arrendersi e che quindi è destinata a voler raggiungere gli obiettivi: quella parte è lasciata ora più libera dalla scelta di Passera, rispetto a quando stava lì, nel mezzo, con un po’ di indeterminatezza. Questa scelta favorisce quindi, secondo me, il centrosinistra e Giuseppe Sala. Ho ricevuto delle mail di chi, mi dice, quest’anno per la prima volta voterà per il centrosinistra. La cosa mi mette di buon umore”.

E lo spazio a sinistra? Su quel fronte è stato un inizio di campagna elettorale abbastanza burrascoso. Riconnettersi con quell’elettorato sarà più che un’esigenza, per il candidato Sala. “Col passare del tempo, la forbice tra le cose da fare e quelle che si vorrebbero idealmente è diventata molto stretta” dice Galli. “Abbiamo davanti a noi poco tempo, poche risorse, e problemi molto seri, primo dei quali è il lavoro. Il ‘fare’ significa portare attrattività alla città, in modo che ci sia lavoro e si aprano scenari positivi. Da questo punto di vista, nelle prossime settimane, i programmi e le scelte che vorremmo fare saranno quelli che mettono in fila le cose”.

Durante la trasmissione c’è spazio per parlare anche di altro. Di Europa, di referendum sulle trivelle (andrà a votare sì), di Renzi (“le piace?” “Nì”), del dopo Expo. Oltre che futuro post-elezioni.

Fiorenzo Galli dice che non sarà assessore. Alla domanda, diretta, se davvero lo esclude, si limita però a rispondere: “Io non escludo nulla”.

Ascolta l’intervista completa a Fiorenzo Galli

fiorenzo galli

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Patrizia Moretti: “Parlare, uno strazio necessario”

“Comprendo lo strazio dei genitori di Giulio: è lo stesso che io non risolverò mai. E nemmeno loro”.

Patrizia Moretti è la madre di Federico Aldrovandi. Morto a 18 anni. “Ucciso di botte per strada e senza motivo”, come dice lei. Una morte per la quale ha inseguito per anni giustizia, spesso da sola, e per la quale alla fine sono stati condannati quattro poliziotti. Omicidio colposo.

Patrizia Moretti è ospite del Microfono aperto il giorno dopo l’appello pubblico della madre di Giulio Regeni, per chiedere verità sulla morte del figlio e una reazione adeguata dalle istituzioni italiane.

“Il caso di Giulio mi addolora enormemente”, dice Patrizia Moretti. “Questo ragazzo deve avere avuto tanta paura. Questa paura mi sconvolge e lo accomuna a mio figlio. Capisco che i suoi genitori, ora, non riescano a piangere perché sono come annichiliti da una cosa enorme. Io riesco a farlo ora, dopo dieci anni”.

Somiglianze e differenze tra due vicende. Private e pubbliche allo stesso tempo. Federico morto in Italia per strada, Giulio in Egitto chissà dove. Genitori che chiedono giustizia e sottolineano le incongruenze delle versioni di comodo. Un Paese che in un caso si trova a denunciare i depistaggi altrui e nell’altro a essere stato scenario stesso di ciò che oggi denuncia.

Patrizia Moretti si muove, emozionata, tra queste diverse dimensioni.

“Oggi assistiamo alla richiesta di giustizia per Giuio – dice – perché ciò che gli è accaduto è avvenuto in un altro Paese. Ma accade anche qui. Succede molto spesso che vengano picchiati e uccisi i nostri ragazzi. Nelle carceri, nelle manifestazioni, nel caso di mio figlio anche per strada. E stava soltanto tornando a casa. Non c’era motivo. È assurdo che tocchi a una madre parlare – continua Patrizia Moretti – ma evidentemente è uno strazio necessario. Il fatto che si discuta di queste cose è comunque un fatto positivo, ma a questo punto è urgente una presa di posizione da parte della politica, in Italia. È necessario che la politica affronti questi problemi, qui, in Italia, se vuole avere titolo per chiedere la stessa giustizia a un paese straniero”.

“Regeni è l’ennesima goccia di un vaso che ormai trabocca”, racconta la mamma di Federico Aldrovandi durante l’intervista. E come accade in questi casi, i toni valgono almeno quanto le parole.

Conviene ascoltarla.

Ascolta la conversazione integrale con Patrizia Moretti

patrizia moretti

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“In Giulio ho rivisto Stefano e il nostro dolore”

“Il corpo martoriato di mio fratello, ciò che da quel momento la mia famiglia ha dovuto vivere: davanti al caso di Giulio Regeni, in qualche modo, ho rivisto tutto questo”.

Ilaria Cucchi è la sorella di Stefano.

Suo fratello è morto nel 2009 a Roma nel giro di una settimana, dopo un arresto, all’interno delle mura giudiziarie. Che sia stato a causa di un mix di botte e mancati controlli medici è più che un sospetto, finora entrato e uscito più volte dalle aule dei tribunali che si sono occupati del caso. Da allora Ilaria e la sua famiglia inseguono la verità.

Ilaria Cucchi è ospite del Microfono aperto qualche giorno dopo l’appello pubblico di Paola, la madre di Giulio, per chiedere verità sulla morte del figlio. Sono le ore in cui risuona ancora la sua “minaccia” alle istituzioni di rendere pubblica la foto del cadavere di Giulio, quasi irriconoscibile.

Da quella decisione, Ilaria è dovuta passare sette anni fa. “Pubblicare la foto di Stefano è stata per noi una scelta molto sofferta”, racconta Ilaria durante la trasmissione. “Mai avremmo voluto, ma siamo stati costretti a prenderla quando chi doveva darci delle risposte voleva mettere tutto a tacere e continuava a parlare di caduta dalle scale. Io insistetti molto, perché mi resi conto subito che quelle risposte di cui avevamo tanto bisogno non sarebbero mai arrivate da sole. Quella decisione, sofferta, ha infatti segnato la svolta in un caso che secondo alcuni si sarebbe dovuto chiudere sul nascere e neppure arrivare a un processo. Troppo spesso – prosegue Ilaria – le nostre famiglie sono costrette a rendere pubblico il proprio dolore, anche attraverso queste scelte. Mi sono spesso chiesta perché. Ma il fatto è che l’opinione pubblica ha bisogno di essere messa anche di fronte a queste immagini, per capire di cosa si sta parlando. Raccontare non è sufficiente, purtroppo è così”.

Giulio Regeni e Stefano Cucchi: storie molto diverse, che in alcuni punti si assomigliano molto.

Voglio abbracciare virtualmente la famiglia di Giulio – dice Ilaria durante il Microfono aperto – perché so perfettamente cosa li aspetterà da questo momento in poi. A quante sofferenze saranno sottoposti e quanta forza dovranno avere. Li invito a essere forti. Anche quando si chiederanno che senso ha. A ricordare sempre che tutto ciò che faranno sarà per loro figlio. Perché ne ha diritto. ”

Essere soli di fronte a ciò che succede. Ilaria Cucchi ne parla più volte. Di fronte al dolore, alle false verità, alle decisioni, alle omissioni. È il tema dominante. “Soltanto ora, dopo quasi sette anni, posso dire che io e la mia famiglia siamo meno soli. Perché la Procura di Roma è al nostro fianco, oggi, nella ricerca della verità. È una sensazione che non conoscevo. E assicuro che non è poco”.

Ilaria Cucchi parla fin dall’inizio in modo asciutto. Anche quando parla del corpo del fratello, rivisto dietro un vetro, quasi irriconoscibile. In alcuni momenti il suo tono assomiglia a quello della madre di Giulio che in molti nei giorni scorsi hanno definito, con ammirazione, coraggioso. L’emozione però, ascoltandola si sente. In alcune pause o qualche sospiro. La spiegazione di Ilaria è anche in questo caso semplice e asciutta: “Di piangere non c’è tempo. In vicende come la nostra, dove si è soli, non c’è tempo di piangere quelle lacrime. Perché bisogna andare avanti e trovare la forza di intraprendere quelle che, poi, diventano delle vere e proprie battaglie contro tutto e tutti. Battaglie che a volte ti obbligano anche a rendere pubblico il tuo dolore. E a mostrare quelle foto”.

Ascolta la conversazione integrale con Ilaria Cucchi

Ilaria Cucchi

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“Balzani? Porte aperte, se vuole”

“Se intende farlo, io non posso che esserne felice”.

Di fronte all’ennesima domanda se sarà offerta a Francesca Balzani la guida della lista Pd alle prossime elezioni amministrative, Pietro Bussolati alla fine risponde così.

Il segretario del Pd milanese è ospite del Microfono aperto. Il tema delle candidature attraversa inevitabilmente la trasmissione dopo che la vice-sindaco ha annunciato di non voler guidare la lista cosiddetta arancione. Le domande sul futuro della coalizione e di Balzani sono ripetute, le risposte un po’ diplomatiche, qualche ascoltatore arriva ad accusare Bussolati di “arrampicarsi sui vetri”. Finchè, quasi a fine trasmissione, di fronte alla nuova domanda diretta, la risposta cambia leggermente.

Ascolta Bussolati 1

bussolati 1

Giuseppe Sala offrirà un ruolo diretto, in Giunta, ai suoi avversari di primarie Balzani e Majorino? Anche di fronte a questa domanda, Bussolati dice di non voler risultare vago.

Ascolta Bussolati 2

bussolati 2

E’ il giorno dopo il gran rifiuto di Balzani. Il suo “no” a guidare la lista arancione ha scompaginato alcune carte. Una parte della coalizione sta pensando a come riorganizzare il proprio eventuale sostegno al candidato Sala e la propria presenza. I vertici del partito democratico dichiarano di voler andare in ogni caso avanti. “Si tratta di un passaggio stretto” sostiene Bussolati. “Al di là delle responsabilità, ora dobbiamo guardare avanti”.

Ascolta Bussolati 3

bussolati 3

Secondo i critici, siamo nel pieno di un classico caso di personalismo eccessivo. Secondo altri, invece, il nodo è politico, evidente ed è inutile nasconderlo: l’ala sinistra della coalizione rischia di essere chiamata esclusivamente ad attrarre voti per il candidato Sala senza aver garanzie di poter incidere sulle sue politiche. “Ritengo essenziale l’asse a sinistra” dice Bussolati, che curiosamente ricorre anche a un esempio personale per provare a spiegare: “Per fare la pace bisogna fare delle cose insieme. Serve in politica come nella vita”.

Ascolta Bussolati 4

bussolati 4

Ascolta tutto il Microfono aperto

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Le associazioni chiedono chiarezza

Un silenzio a dir poco sospetto.

In Italia, a guardare le reazioni, la questione delle emissioni inquinanti delle auto fatica davvero a rompere il muro del silenzio. Particolarmente quando minaccia di coinvolgere prodotti nostrani.

La recente denuncia dell’associazione ambientalista tedesca Deutsche Umwelthilfe a proposito del Suv Fiat 500-X, rischia di essere l’esempio che non sorprende. I test di controllo, commissionati dall’associazione all’Università di Berna, hanno riscontrato emissioni anche 11-22 volte superiori ai limiti di legge, in alcune condizioni. Il direttore federale dell’associazione, Jürgen Resch, ha avanzato più di un sospetto sulla conformità di queste auto alle normative

Lo spunto quindi ci sarebbe. Lo scandalo Volkswagen ancora non ha compiuto un anno e in altri Paesi denunce simili hanno già alimentato più di un caso e di un’inchiesta. Invece, finora, risultato in Italia: poca eco, poche risposte dalla politica, aria di sordina su giornali e tv.

“In Italia c’è un problema tra stampa e industria automobilistica che la sostiene”, dice durante il Microfono aperto Anna Gerometta, avvocato, presidente dell’associazione “Cittadini per l’aria”. Da settimane sta cercando risposte, da parte del governo e del parlamento, su questo come su altri fatti. Finora con pochi risultati.

Ascolta Anna Gerometta

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Fiat finora non ha voluto commentare il dati rivelati dalla Deutsche Umwelthilfe. Ha affidato la sua risposta, indiretta, a un comunicato diffuso ai primi di febbraio, prima cioè della pubblicazione dei risultati dei test.

Un comportamento che non soddisfa Anna Gerometta che, anzi, si appella al governo e al parlamento.

Ascolta Anna Gerometta

gerometta 3

Dall’Italia all’Europa, i problemi non cambiano. In un silenzio italiano pressoché generale, recentemente Bruxelles ha di fatto ritoccato al rialzo i livelli emissioni consentite alle auto controllate. Una decisione molto contestata dalle associazioni. La presidente di ”Cittadini per l’aria” spiega la sua contrarietà e racconta, in sintesi, gli ultimi dieci anni di politica europea sui controlli sulle emissioni delle auo diesel.

Ascolta Anna Gerometta

gerometta 2

Serena Pellegrino, di Sel, è vice presidente della Commissione Ambiente della Camera. La Commissione è la stessa che, in sessione congiunta con la Commissione Trasporti, ascoltò ormai settimane fa il ministro dei Trasporti Delrio a proposito del piano del governo per trasferire su rotaia e nave gran parte del traffico attualmente vincolato alla gomma. In quell’occasione fu affrontato anche il problema dei controlli sulle emissioni delle auto. “È sorpresa del silenzio che sta accompagnando la denuncia tedesca?”, le chiediamo. “Assolutamente no”, risponde lei.

Ascolta Serena Pellegrino

pellegrino

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“Io, l’unica candidatura politica”

A Milano mancano ormai tre mesi al voto per il sindaco.

Il panorama della candidature va lentamente – dove più, dove meno – completandosi.

Il nome di Patrizia Bedori, candidata per il Movimento 5 Stelle, di certo è stato uno dei primi a essere ufficializzato, ormai mesi fa, quando altri schieramenti ancora si dimenavano nei propri dilemmi interni: il centrosinistra sull’opportunità o meno di tenere le primarie, il centrodestra addirittura sulla propria esistenza in vita.

Un “tempismo” che ad oggi, tuttavia, non sembra aver raccolto i frutti che sperava. Ad accompagnare la candidatura di Bedori, finora, la costante necessità di scrollarsi di dosso alcune velenose perplessità dispensate a piene mani da avversari, amici o vertici stessi del Movimento: sull’esiguità delle preferenze ricevute durante le “primarie” interne al M5S per la designazione del nome (74 voti) o sul profilo defilato – secondo alcuni troppo basso – tenuto in questi primi mesi di campagna. Sobrietà o debolezza? Perplessità che hanno pesato.

Patrizia Bedori, la mattina del 26 febbraio, è stata per un’ora negli studi di Radio Popolare. Rispondendo, durante il Microfono aperto, alle domande degli ascoltatori (a fine articolo l’audio integrale della trasmissione).

La fioritura, a cui si è assistito, di candidati “manager” per Milano  (Beppe Sala per il centrosinistra, Stefano Parisi per il centrodestra, Corrado Passera in proprio) è l’occasione per provare a distinguersi. “La mia è l’unica candidatura politica a Milano, gli altri non sono stati capaci” spiega Bedori.

Ascolta Patrizia Bedori

Patrizia Bedori 1

La conversazione con la candidata sindaco parte necessariamente dalla cronaca di queste ore: il voto di fiducia in Senato sulle unioni civili, il piano presentato da Matteo Renzi per il dopo Expo, la legge lombarda “anti-moschee” bocciata dalla Corte Costituzionale. Bedori spiega perché “non voterebbe la fiducia posta dal Governo sul ddl Cirinnà”, spiega le sue critiche sul dopo Expo, spiega la sua idea sui luoghi di culto.

Ascolta Patrizia Bedori

Patrizia Bedori 2

Periferie, problema abitativo, case popolari. Sono stati questi, finora, il centro del dibattito elettorale a Milano. Sia durante le primarie del centrosinistra, sia nelle prime uscite del candidato del centrodestra, è circolata più di una proposta. L’occasione per confrontarsi, rispondere e affrontare il tema è la domanda diretta di un ascoltatore: “Come pensa di muoversi circa le occupazioni abusive per necessità?”

Ascolta Patrizia Bedori

Patrizia Bedori 3

Il verde e il consumo di suolo. Il tema torna più volte nel corso della trasmissione. A proposito delle idee generali sulla politica urbanistica o in riferimento a temi specifici, a partire dal problema degli scali ferroviari.

Ascolta patrizia Bedori

Patrizia Bedori 6

Milano antifascista. La domanda è diretta e ripetuta, da parte degli ascoltatori e nei loro sms. Qual è la sua posizione circa l’antifascismo? Chiedono di sapere il punto di vista della candidata e la sua posizione rispetto ad alcuni toni usati, nel tempo, dai vertici del M5S.

Ascolta Patrizia Bedori

Patrizia Bedori 4

Il metodo di governo della città. Patrizia Bedori ha un “modello” di riferimento: Barcellona e la sua sindaco Ada Colau.

Ascolta Patrizia Bedori

Patrizia Bedori 5

Ascolta la trasmissione in versione integrale

Audio integrale della trasmissione

 

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“Italia dei diritti: ieri lenta, oggi anche miope”

“L’Italia fatica ad accettare il principio di uguaglianza e di libertà, tanto più quando riguarda delle minoranze. Senza rendersi conto che, potenzialmente, siamo tutti delle minoranze”.

Chiara Saraceno, sociologa della famiglia, è perplessa. A suo avviso l’azione del parlamento sul ddl Cirinnà, dall’inizio al probabile epilogo, presenta più di un limite: di comprensione, di metodo e di prospettiva.

Il paragone con la stagione del divorzio – gli anni Settanta – aiuta a cogliere alcune differenze e analogie, nell’Italia dei diritti. Quasi mai, in entrambi i casi, positive.

La prima differenza è di percezione. “Sicuramente il divorzio veniva sentito come riguardante potenzialmente tutti”, spiega Saraceno durante il Microfono aperto. “Tutti, o quasi, sapevano che poteva capitare anche a loro che il matrimonio fallisse”.

La seconda differenza è di sguardo. “A favore dell’Italia di allora dobbiamo dire che, quando finalmente fu introdotto il divorzio, fu introdotto nel modo più avanzato possibile. Fu introdotto il divorzio consensuale e non per colpa, come fecero invece all’inizio gli altri Paesi. In questo caso, invece, siamo al minimo sindacale”.

L’insieme delle due differenze, secondo la sociologa, ha determinato che “sulle unioni civili l’Italia stia ripercorrendo, anche faticosamente e con molte controversie, la strada già percorsa da altri. Stiamo introducendo, in forma addirittura ridotta, quello che in Germania fu introdotto anni fa. Come se in mezzo non ci fosse stata storia, come se non imparassimo nulla da queste esperienze”.

Il paragone con la stagione del divorzio porta anche ad alcune analogie, neppure in questo caso positive: “Quello che colpisce è che, sui diritti, l’Italia arriva sempre in ritardo rispetto agli altri Paesi. Dobbiamo ricordarci che ci mise 110 anni ad arrivare alla legge sul divorzio, dalla prima volta che una proposta di legge sul tema venne presentata”.

Il paragone con la stagione del divorzio, tuttavia, non è l’unico tema toccato durante la conversazione.

Ascolta tutta l’intervista con Chiara Saraceno

chiara saraceno

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Grillini: “Senza una legge, altri 15 anni persi”

“Siamo di fronte a uno spaccato fedele della vita italiana: tutto entra nel tritacarne, anche se non dovrebbe”.

Franco Grillini è una figura storica nella lotta per i diritti degli omosessuali ed è stato a lungo anche parlamentare. Voce un po’ affaticata per motivi di salute, analisi molto delusa per quanto accaduto in Parlamento, Grillini è ospite del Microfono aperto sul futuro delle unioni civili in Italia.

“In questa vicenda è emerso un tema di tatticismo politico cinico”, dice. “Ciò che si vota non riguarda solo il contenuto – sarebbe tutto più semplice – ma altro: la convenienza o meno a votare, il favore o meno che si farebbe a Renzi. I più ondivaghi sono stati quelli del M5S, che hanno ceduto ai diktat dei loro ‘non leader’. Per non parlare però della responsabilità del Pd e dei suoi ‘teodem’, che sono il vero problema in questa vicenda e sono anche il vero problema del Pd”.

Grillini immagina quale potrà essere, a questo punto, il futuro del ddl Cirinnà. “Portare a casa la legge – dice – ora significherà far fuori l’articolo 5 per trovare i voti, un epilogo tristissimo”.

Secondo il fondatore dell’Arcigay è molto probabile che si vada verso l’attenuazione della norma sulle adozioni, per un calcolo politico di Renzi. “Il presidente del Consiglio vuole questa legge a tutti i costi per più di un motivo. Punterà a ottenere i voti dei suoi e di Alfano, per rendere ‘aggiuntivi’ quelli pentastellati”.

A questo punto, è preferibile una legge monca o nessuna legge?

“Io credo che dobbiamo portare a casa quello che possiamo”, risponde Grillini. “Se questa legge salta, in Italia perderemo altri 15 anni”.

Ascolta l’intervista a Franco Grillini

intervista a franco grillini

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    Massimo Bacchetta
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“Le nostre vite in mano ai tecnicismi”

Incredule e preoccupate. Le famiglie arcobaleno stanno vivendo queste ore con apprensione crescente.

La loro presidente, Marilena Grassadonia, questa mattina era andata direttamente in Senato per seguire la discussione su una legge che sperava di vedere approvata e che invece, ora, sembra sgretolarsi davanti ai suoi occhi. Il capogruppo del Pd Zanda ha annunciato la richiesta di un rinvio, dopo che il M5S ha ritirato la disponibilità a votare il cosiddetto “emendamento canguro”.  Tecnicismi parlamentari, che nascondono un’evidenza: la possibilità di una legge che approvi, contemporaneamente, le unioni civili e le adozioni dei figli del partner sembra allontanarsi in dirittura d’arrivo, fin quasi a svanire.

“La posizione del M5S è stata una doccia fredda”, dice Grassadonia. “Eravamo fiduciosi che si potesse trovare un accordo tra le parti politiche che hanno sempre sostenuto di volere questa legge. L’emendamento sembrava uno strumento idoneo, per eludere gli emendamenti della Lega che sono molti e pericolosi. La decisione del M5S ha spiazzato tutti. Rispettiamo le loro posizioni, ma credo che in nome dei regolamenti parlamentari non si possa mettere a repentaglio una legge necessaria come questa. Le notre vite non possono essere barattate con nessun tecnicismo”.

Il dilemma, ora, è se sia preferibile una legge monca – senza le adozioni – o nessuna legge. Il Pd, da solo, non ha i numeri per fare approvare il testo nella sua versione completa. Le trattative sono incrociate tra chi spera ancora in un’approvazione, chi sarebbe disponibile a votare solo le unioni civili, chi non vuole rinunciare a punire le continue forzature di Renzi nei confronti di alleati e oppositori.

Marilena Grassadonia è chiara. “Il testo Cirinnà era un primo passo verso l’uguaglianza. Ma questa legge ha un senso soltanto se si tutelano i bambini. Quando guardo in faccia i miei figli devo avere la possibilità e l’orgoglio di rassicurarli che ho fatto di tutto per difenderli. Il voto con uno stralcio sarebbe un risultato inaccettabile. Negli anni ci siamo finalmente conquistati la nostra dignità di genitori: non essere previsti in questo modo nel ddl sarebbe un passo indietro incredibile”.

Ascolta l’intervista a Marilena Grassadonia

marilena grassadonia

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“La sfida: tenere unita la sinistra”

Primarie di Milano, ultimo giorno di campagna.

È il giorno degli ultimi appelli dei candidati. Francesca Balzani è per un’ora negli studi di Radio Popolare, al Microfono aperto. Per lei un lungo elenco di domande degli ascoltatori: dai temi più generali – politiche sul traffico, aria, urbanistica – a quelli finora meno frequentati, dai provvedimenti previsti per gli animali selvatici che vivono in città, agli additivi per il carburante dei bus. Domande di merito alternate a questioni politiche di fondo. Il confronto con gli altri candidati attraversa più di una volta la conversazione.

studio balzani

 

Balzani polemizza con Giuseppe Sala, che alcuni giorni fa – a Radio Popolare – ha definito impossibile per chiunque, tranne che per Pisapia, tenere davvero unita tutta la sinistra. “Dirlo mi sembra una grave contraddizione”, ha affermato Balzani. Noi facciamo le primarie proprio per tenere insieme un centrosinistra ampio: è la sfida che in questo momento dobbiamo vincere”. La vicesindaco ha poi aggiunto: “Io sono sostenuta da molte anime. Ho il sostegno di un pezzo importante di Sel, di un pezzo importante del Pd e di un pezzo importante della società civile, da cui provengo. Saranno gli elettori a darci la misura della nostra capacità di tenere insieme il centrosinistra, ma dire che non si può è una contraddizione molto grave”.

Balzani ha affrontato anche la questione della doppia candidatura – sua e di Pierfrancesco Majorino – che rischia di indebolire il fronte dell’elettorato che non vorrebbe la vittoria di Sala. Alla domanda se non ritenga una grave debolezza non essere riusciti a trovare una soluzione, Balzani ammette il problema, ma ora invita a guardare avanti. “Forse l’incapacità politica è stata fare le primarie senza ballottaggio. Se ci fosse stato il ballottaggio sarebbe stata una sfida più fresca, trasparente e libera”. Balzani ha proposto una “riflessione molto pragmatica. La sinistra è bello se si unisce, ma le primarie devono essere coniugate con l’esigenza di fare sì che alla fine sia una sfida con regole che permettono scelte diverse. Forse l’incapacità è stata nella definizione delle regole di queste primarie, forse si poteva fare di più”.

Ascolta l’intervista a Francesca Balzani

intervista a Francesca Balzani

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“Senza Pisapia sinistra disunita”

Cinque giorni alle Primarie del centrosinistra a Milano. Nuova occasione di confronto tra i candidati e gli ascoltatori di Radio Popolare. Oggi tocca a Giuseppe Sala.

L’uomo di Expo partecipa per un’ora al Microfono aperto. L’elenco di domande è lungo: profilo personale, progetto politico, sistema di alleanze, priorità, problemi da affrontare, progetti. Sala risponde con il suo stile solito: pochi giri di parole e tono pragmatico. Anche se più di un’evasività emerge. “Su questo non ho ancora un pensiero chiaro” ammette qualche volta, “vedremo” dice qualche altra, “tra pochi giorni deciderà la gente con il voto” dice qualche altra ancora.

La questione politica più sensibile resta quella della visione generale e del sistema di alleanze. Sala mantiene la linea di queste settimane: restare fuori dalle vicende nazionali e provare a rassicurare su una continuità nell’esperienza milanese. “Io non tiro alcuna volata al Partito della Nazione e non prevedo allargamenti all’NCD. Più di così non so cosa dire, io tiro la volata a Milano” dice l’ancora commissario di Expo. Si scalda un po’ sul recente attacco di Francesca Balzani, a proposito dell’endorsement dedicatogli da Denis Verdini. Sala contesta addirittura di doverne prendere le distanze. “L’attacco è vergognoso – dice – Verdini non lo conosco. A lui non mi sono mai avvicinato: perché mai ora me ne dovrei ‘allontanare’?”

Previsioni sull’affluenza alle Primarie (“60 mila sarebbe un buon risultato” dice) e rivendicazione delle proprie caratteristiche “vincenti” (“sul profilo internazionale di Milano la giunta Pisapia ha fatto qualcosa, io penso di poter fare di più”): il confronto tocca più di un tema. E’ anche l’occasione per provare a puntualizzare alcune delle proposte avanzate finora, come quella di spostare il carcere di San Vittore. Un’uscita che ha già provocato più di una reazione e forse qualche ripensamento. “Ho sollevato il problema perché alla base c’è una condizione non dignitosa dei detenuti” spiega Sala. “Se esiste la possibilità di ‘rigenerare’ il carcere anziché spostarlo, facciamolo. Altrimenti bisogna porsi il problema. Io non lo so, ma i tempi di una discussione devono essere limitati”. Quanto limitati? “Non più di un anno”. A cosa destinerebbe l’area del carcere, eventualmente? “Non ho ancora un progetto”. Potrebbe essere un luogo dedicato alla memoria? “Un parco dedicato alla Memoria ci può stare, non fa mai male”.

I conti di Expo restano un tema caldo. Sala ne rivendica da sempre la correttezza e l’impossibilità di snocciolarli fino alla chiusura formale del bilancio, a fine marzo. Alla domanda se non ritenga tuttavia azzardato esporre il centrosinistra a possibili imbarazzi politici, nel caso in cui i numeri evidenziassero scelte contestabili, Sala taglia corto: “Direi di no. Non vedo perché il bilancio di Expo sia un problema, quando il Comune non ha presentato il suo sul 2016. Comunque tra pochi giorni si vota e la gente deciderà”.

Un po’ acrobatico ma forse sintomatico, invece, il ragionamento sulle continuità o discontinuità con la stagione arancione della Giunta Pisapia. “Diciamolo chiaro – afferma Sala – Giuliano Pisapia è l’unico che è riuscito a tenere insieme tutta la sinistra e l’unico che poteva farlo, ricandidandosi. L’ho detto mesi fa. Ma se ora lui mi accusa di non tenere insieme tutta la sinistra, allora gli chiedo: chi la terrebbe insieme? Balzani? Majorino? E’ veramente difficile”. Sono parole che suonano come l’ammissione di un voltapagina definitivo, in una lunga stagione politica milanese. Giuseppe Sala prova ad ammorbidirle in extremis: “La stagione arancione non è chiusa, perché non si può chiuderla in un perimetro di maglie e colori. Prosegue, attraverso il lavoro che è stato fatto e che proseguirà. E a cui io darò il mio apporto”.

Ascolta il Microfono aperto con Giuseppe Sala

Microfono aperto con Giuseppe Sala

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Tanti li usano, pochi lo dicono

Un fenomeno esplosivo, più che in espansione.

In Italia, l’uso dei voucher-lavoro vive una crescita inarrestabile. Nel 2015 ne sono stati utilizzati ben oltre cento milioni: quasi il 70 per cento in più rispetto all’anno prima, più del triplo rispetto al 2013.

A fronte dei dati, resta sempre molto difficile trovare chi ne ammetta l’uso stabile, se non nei casi più chiaramente legittimi.

Pagare come “occasionale” una prestazione di lavoro stabile, portarla in una zona grigia per nascondere il mare di nero in cui continua a nuotare. Secondo i sindacati è questa – con l’aiuto del Jobs act – la nuova vera frontiera del precariato mascherato. “Il Jobs act ha allargato a dismisura le tipologie e i settori in cui possono essere utilizzati i buoni lavoro” spiega al Microfono aperto Daniele Gazzòli, della segreteria Cgil Lombardia. “Sono stati allargati anche l’utilizzo medio possibile per ogni lavoratore e l’utilizzo che può farne ogni committente. Questo insieme di fattori, come denunciamo da tempo, ha fatto letteralmente esplodere la situazione”.

A segnalare l’uso quanto meno sospetto di questa misura, oggi, sono almeno due elementi: la sua estensione numerica (soprattutto in regioni ad alto tasso comprovato di lavoro nero) e la sua diffusione in quasi tutti i settori.

I dati Inps – fermi per ora al Novembre 2015 – segnalano nei primi 11 mesi dell’anno l’uso in Italia di oltre 102 milioni di buoni lavoro (nel 2014 erano 61 milioni, l’anno prima 36). Il tasso di crescita media nel 2015 è stato del 67 per cento. L’esplosione maggiore è in Sicilia (+97 per cento), le regioni meno toccate sono Friuli Venezia Giulia e Val d’Aosta. La ricca Lombardia è a +80 per cento, ben sopra la media nazionale: “Diciotto milioni e mezzo di buoni lavoro nei primi 11 mesi dell’anno – spiega ancora Daniele Gazzòli – e oltre due milioni soltanto a novembre: prevediamo che i dati finali 2015 supereranno ampiamente i 20 milioni di buoni utilizzati in Lombardia”.

L’uso dei voucher fu introdotto nel 2008 per dare alle prestazioni di lavoro cosiddette accessorie, o occasionali, copertura pensionistica e previdenziale. Negli anni è stato supportato da misure di garanzia, come il massimale annuo di pagamento possibile e la paga minima oraria. Oggi, su un buono lavoro da 10 euro acquistabile in tabaccheria (previa registrazione all’Inps), 1,30 euro vanno come contribuzione alla Gestione separata Inps, 0,70 a favore dell’Inail, 0,50 alla gestione del servizio, 7,50 al lavoratore. “Ai tempi della sua introduzione la ritenemmo un’utile forma di contrasto al lavoro nero – spiega ancora Gazzòli – e la ritengo tutt’ora, se mantenuta nei limiti giusti. L’utilizzo principale a cui era destinato inizialmente era il lavoro saltuario domestico (badanti, baby sitter, pulizie) o l’agricoltura nei suoi aspetti stagionali e giornalieri. L’aspetto positivo era tra l’altro la possibilità di essere utilizzati anche da disoccupati, cassintegrati o studenti. Poi le cose sono cambiate”.

Ai tipici settori inziali, oggi si sono affiancati gli altri: edilizia, commercio. “Oggi l’uso è davvero trasversale” dice Gazzòli, “con alcuni casi addirittura clamorosi. Ho perfino segnalazioni di municipalizzate di alcuni Comuni che hanno introdotto in modo strutturato, nel loro organico, l’utilizzo dei voucher. Magari con obiettivi ‘sociali’, ma in pianta stabile”.

Lavoro nero mascherato, sfruttamento mascherato, concorrenza sleale con chi rispetta le regole: visto così, più che un buono sembra una copertura.

Ascolta l’intervista a Daniele Gazzoli

Intervista a Daniele Gazzoli

Ascolta il Microfono aperto

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L’autogol delle statue coperte

“Portare un ospite in un luogo sacro della classicità e poi coprire le statue che ospita, più che appianare le differenze le sottolinea”.

Sulla vicenda dei Musei Capitolini e delle statue coperte in occasione della visita del presidente iraniano Rohani, lo storico dell’arte Roberto Pinto, docente all’Università di Bologna e storico collaboratore di Radio Popolare, ha un suo punto di vista.

“Non mi sembra un gesto che metta un ospite a suo agio”, spiega nel corso del Microfono aperto.

Allora perché un’iniziativa del genere?

Secondo Roberto Pinto è da escludere che l’iniziativa possa essere stata pensata autonomamente dai responsabili dei musei. “Hai passato la vita su quelle opere e poi, quando arriva un ospite importante, non vuoi spiegargli l’importanza di queste statue? Non è credibile”.

Chi può averla decisa?

“Più che a un’azione autonoma dei responsabili del museo, penso al contrario. Se c’è un’esplicita richiesta, come funzionario pubblico non puoi che adeguarti”.

In queste ore l’attenzione si sta concentrando sulla responsabile del cerimoniale di Palazzo Chigi, sospettata di un eccesso di zelo che avrebbe messo in imbarazzo il governo e fatto addirittura inviperire il presidente del Consiglio. Chissà poi se è vero.

“Di certo non mi è sembrato un gran gesto – commenta Pinto – anche se ora probabilmente si sta montando un caso un po’ più grande del dovuto”.

Con una consapevolezza: che questa forse non sarà l’ultima volta e di certo non è la prima. Un episodio su tutti: un famoso quadro di Tiepolo, di fronte al quale Berlusconi riceveva gli ospiti, dopo averlo opportunamente “velato”.

Ascolta la conversazione con Roberto Pinto

roberto pinto

 

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“La Storia attraverso le nostre vite”

“L’ultima volta l’ho sentito al telefono, otto giorni fa”.

Il critico cinematografico Gianni Canova aveva con Ettore Scola una conoscenza di lunga data. Iniziata trent’anni fa per motivi professionali e sviluppata nel tempo. Il giorno dopo la morte del regista, Canova ne ha tracciato durante il Microfono aperto un lungo e affettuoso ricordo (trovate la conversazione integrale in fondo all’articolo). Un ritratto che intreccia titoli di film, valutazioni sulla poetica di Scola, il suo senso della storia ed episodi personali. A partire dall’ultima conversazione…

Canova su Ettore Scola 1

 

Dai maggiori successi a quelli minori, fino alle collaborazioni con sceneggiature poi diventate pezzi di storia del cinema italiano. La produzione di Ettore Scola attraversa cinquant’anni. “Difficile dire quale quale film ho amato di più”, afferma Gianni Canova che alla fine, però, qualche titolo lo sceglie.

Gianni Canova su Ettore Scola

 

Da Una giornata particolare a La famiglia. Qualunque spettatore abbia visto questi film sa cosa significhi per Ettore Scola intrecciare storia e storie, il senso generale e le esistenze individuali. “Una capacità che mi commuove molto”, spiega Gianni Canova, chiarendolo attraverso alcuni esempi.

Gianni Canova su Ettore Scola

 

Umiltà autoironica e carattere schivo. L’ultimo ricordo di Gianni Canova su Ettore Scola ha a che fare col suo modo di relazionarsi con le cose e con il ruolo di intellettuale. Ed è nuovamente un ricordo personale, come il primo. “Per come l’ho frequentato, aveva la saggia modestia di chi fa le cose senza aspettarsi nulla. Era molto diverso da tanti altri intellettuali, anche di sinistra e impegnati, che ritengono doveroso l’omaggio pubblico nei loro confronti. Scola era grande e diverso – come Monicelli – perché prima di tutto faceva satira su se stesso. Sapeva di far parte del mondo su cui rideva, sorrideva e satireggiava. Non se ne chiamava fuori”.

Ascolta l’intervista integrale a Gianni Canova

conversazione su Ettore Scola

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“Differenze nel governo, ma sarà abolito”

“Confido che il governo firmi a breve il provvedimento”. La presidente della Commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, Pd, si dice fiduciosa: il reato di immigrazione clandestina dovrebbe – finalmente – essere depenalizzato.

Il governo avrebbe pronto un decreto (che tuttavia non è stato ancora varato), per dar seguito alla legge delega già votata in Parlamento sulla depenalizzazione di una serie di cosiddetti “reati minori”, che contiene anche quello di clandestinità. I termini della delega scadranno a breve, il 17 gennaio.

Il reato di clandestinità fu introdotto nel 2009 dal governo Berlusconi, contenuto nel “pacchetto sicurezza” dell’allora ministro dell’Interno Maroni. Una bandiera politica della Lega, che infatti oggi annuncia già le barricate e un referendum contro l’eventuale abolizione del reato.

“Quel reato ha dato prova di totale inutilità nel far fronte agli ingressi illegali, dimostrandosi anzi dannoso durante i processi nelle aule giudiziarie”, spiega Ferranti durante il Microfono aperto . Nelle sue parole è però evidente una preoccupazione del Partito democratico: non sembrare “debole” sul tema dell’immigrazione, nodo politico ad alto rischio di questi mesi.

ferranti 1

 

La stessa maggioranza sembra attraversata dalle tensioni. Il ministro dell’Interno Alfano è lo stesso che partecipò, come ministro, al governo Berlusconi che nel 2009 introdusse il reato di immigrazione clandestina. Le sue posizioni in tema di immigrazione non sembrano cambiate. Casualità o meno, il Consiglio dei ministri di oggi – 8 gennaio – si è chiuso senza affrontare il tema del decreto. Donatella Ferranti nega che questo sia segno di un conflitto in corso, ma la spiegazione – anziché smentire – sembra al contrario confermare il problema.

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“Si candidi chi viene dalla giunta”

“Milano non ha bisogno di un uomo solo al comando ma di persone che decidano di continuare a governarla, insieme ai cittadini”. Paolo Limonta, animatore dei Comitati per Milano e delegato del sindaco per i rapporti con la città, traccia un identikit del candidato possibile per le prossime elezioni. I criteri si intravedono già: un nome di comprovata esperienza nella giunta uscente, non calato dall’alto, che scelga la partecipazione come principio-guida.

Nel pieno del lavorìo per definire le candidature del centrosinistra per le prossime amministrative, sabato e domenica si riuniranno i ‘Comitati per Milano’. Appuntamento a partire dal mattino all’ex Ospedale psichiatrico Pini. Alla chiusura sarà presente lo stesso Pisapia. “Noi non faremo nomi – spiega Limonta al Microfono aperto – ma approfondiremo le proposte e i progetti che abbiamo sviluppato in questi anni, sui quali ci siamo confrontati con l’amministrazione e che vogliamo dare come lascito al prossimo candidato sindaco. I temi riguardano il verde, la partecipazione, le periferie, l’uso degli spazi, la mobilità, il lavoro. Dopo questi cinque anni, nessuno può immaginare di fare il sindaco di Milano ignorando la città e i cittadini”.

Il punto centrale è la continuità con l’esperienza Pisapia. Limonta spiega così il suo pensiero: “La continuazione naturale sarebbe stata una ricandidatura dello stesso Pisapia. Ma lui vuole rispettare la promessa fatta di un solo mandato, una scelta che deve essere rispettata. Secondo me le forzature non sarebbero utili. La continuità del percorso può essere garantita però soltanto da qualcuno che ne ha fatto parte, ci ha messo la faccia come tutti noi, si è sporcato le scarpe incontrando le tante cose positive che abbiamo fatto e anche quelle che ancora non siamo riusciti a fare. Al di là di ogni ragionamento politico su figure e nomi, questo è l’elemento semplificativo: se ragioniamo in questi termini, riusciremo a superare molte delle contraddizioni emerse in questi mesi”.

Le contraddizioni sono, evidentemente, quelle che hanno agitato il dibattito poltico: i nomi, i conflitti sul tipo di progetto immaginato, le alleanze. Questioni che i Comitati sperano di superare in nome della continuità e della partecipazione. “Il dibattito ‘politico’ coinvolge una minoranza di persone”, spiega Limonta. “Tutte quelle che io ho incontrato chiedono invece che i processi avviati in questi anni non si fermino. A differenza del 2010, però, il candidato sindaco non sarà più la persona attorno a cui si aggrega un movimento: sarà un candidato ‘collettivo’, che deve partire da ciò che è successo in questi anni e soprattutto dalla straordinaria mobilitazione che i cittadini hanno prodotto. Dovrà rappresentarli. Milano è dei cittadini: la maggior parte di loro non si iscrive ai partiti e cerca nell’attività sul territorio, nei quartieri, il proprio modo per esprimersi a favore di una città. La nostra preoccupazione è questa: fare in modo che il percorso avviato possa proseguire con le caratteristiche che ha avuto in questi 5 anni”.

È possibile immaginare, però, una continuità rispetto a un’esperienza nata in uno scenario politico molto distante dall’attuale, con un Pd che nel frattempo ha virato con sempre più evidenza al centro, tenendo distante la sinistra? “È chiaro che gli equilibri politici devono essere tenuti in considerazione – dice Limonta durante il Microfono aperto – ma è altrettanto chiaro che la maggioranza dei cittadini milanesi che ha affiancato questa amministrazione non si riconosce nei partiti. Bisogna tenerlo presente. Alla fine i cittadini si esprimeranno in basse a un progetto di città, non all’appartenenza a questo o quel partito”.

Ultimo punto: i nomi. Come detto, i Comitati non ne fanno. Su quelli che sono già in campo o aleggiano, Paolo Limonta tuttavia non rifiuta di dare un parere. A cominciare da Giuseppe Sala, che Limonta boccia usando una metafora: “Le scuole non hanno bisogno dei presidi manager voluti dal governo, ma di presidi che abbiano insegnato e conoscano bene le dinamiche che si sviluppano all’interno della scuola. Dove arrivano presidi manager, i danni agli studenti sono enormi”. Tradotto: “Sala ha fatto il manager e può continuare a farlo, ma Milano ha bisogno di un sindaco politico, non di un sindaco-manager”. Un ascoltatore chiama in causa gli altri due candidati Pd già in campo, Emanuele Fiano e Pierfrancesco Majorino, definendoli troppo deboli. “Non sono d’accordo”, risponde Limonta. “Chi, come loro, ha deciso di candidarsi costituisce un portato importante. Majorino ha lavorato benissimo come assessore”. Altro nome da sondare è quello che in queste ore sembra sempre più sulla rampa di lancio e nelle simpatie di Giuliano Pisapia: l’assessore al Bilancio e vicesindaco Francesca Balzani. “La ritengo senz’altro un nome molto valido, come qualunque assessore della giunta uscente”, dice Limonta attento a non sbilanciarsi. “Sto lavorando molto bene a contatto con lei, così come con Majorino”. Ne resta un ultimo: il suo, un ascoltatore lo evoca come possibile candidato. Limonta prova con l’ironia: “Abbiamo i sondaggi, avrei vinto troppo facile, quindi abbiamo deciso di evitare”. “In realtà – prosegue – fare il sindaco significa rinunciare a tutte le altre attività. Io non intendo rinunciare alla mia di maestro, con i bambini, che continuano a insegnarmi un sacco di cose in più degli adulti”.

Ascolta il Microfono aperto con Paolo Limonta

Milano: un candidato che venga dalla giunta?

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Gli ascoltatori: “Forza, Giuliano!”

“Forza Giuliano!”… “Spiegaci però perché cambi idea”… “E le primarie…si fanno lo stesso?”Le reazioni sono un puzzle che si compone in fretta, gli ascoltatori sono veloci, l’idea di una ricandidatura di Giuliano Pisapia a sindaco di Milano non li lascia di certo indifferenti.

Il sindaco ci starebbe pensando. E’ la voce di queste ore. Poco più di un’ipotesi, per ora. Ma un primo Microfono aperto a caldo sulle frequenze di Radio Popolare fornisce un quadro interessante dell’effetto che fa. E’ una risposta energica, se paragonata alle difficoltà e quasi smarrimento degli ascoltatori nelle ultime settimane, di fronte alle liti alle incognite e ai politicismi del centrosinistra.

Le prime reazioni, le più immediate, sono quelle entusiastiche. Sms lapidari: “Bravo Giuliano”, “Se si ripresenta vado a votare altrimenti no”, “Sarebbe un sogno che diventa realtà”, “Magari fosse vero!”. Sono tanti. Telefona Luigi: “E’ una buona notizia, spero che venga confermata. Pisapia è l’unico che può mantenere il profilo di un centrosinistra largo. L’alternativa è che venga avanti il Partito della Nazione o, peggio ancora, Sallusti”. Sono in molti a vedere in Pisapia l’unica figura unitaria che può garantire il risultato. Le divisioni nel centrosinistra, le perplessità su Giuseppe Sala, le critiche al Partito della Nazione sono gli argomenti di chi vede favorevolmente l’ipotesi di una sua ricandidatura. C’è anche, ovviamente, il timore di riconsegnare Milano alla destra. Ancor più nel clima che si è venuto a creare dopo la strage di Parigi.

Le perplessità, dove emergono, hanno a che fare con un punto in particolare: era stato lo stesso Pisapia a dichiarare, ormai mesi fa, di voler rispettare la promessa di un solo mandato. C’è chi chiede di vederci più chiaro, di chiarire quello che potrebbe sembrare un cambio di linea poco comprensibile. “Sarebbe un’incoerenza e una caduta di stile” scrive Gabriele e non è il solo. “Almeno ci spieghi perché, cosa è cambiato” scrive un ascoltatore che poi aggiunge: “Io non lo voterei”. Per altri, però, l’eventuale ‘incoerenza’ non sarebbe un problema. “La rinuncia di Pisapia, anche se coerente con la sua promessa elettorale, ci privava di un punto di riferimento solido ed affidabile che avevamo acquisito come ormai irrinunciabile” scrive Maurizio. “Solo gli stupidi non cambiano opinione” commenta Simona. Ci sono anche le critiche. Non molte, ma ci sono. In alcuni casi legate al giudizio negativo su questi anni di amministrazione comunale, in altri al progetto politico. Secondo Franco “è sbagliato tenere ancorato il Pd di Renzi al centrosinistra. Sarei contento se Pisapia si candidasse per Sinistra italiana”. Un altro sms è ancora più definitivo: “Pisapia eletto grazie alla sinistra milanese l’ha poi umiliata, non lo voteremmo più”. Telefona Antonella, consigliera di Zona a Milano: “Ricandidarsi sarebbe un gesto di grande responsabilità. E’ stato fatto moltissimo, chi ha lavorato lo sa, ma c’è un programma da completare. Basta parlare di sigle e nomi”. Cristiano le risponde secco: “Se la qualità della giunta la coglie chi ci ha lavorato dentro e i cittadini no, non meravigliatevi se non tutti sono in estasi davanti a Pisapia”.

Ultimo capitolo: le primarie. Se Pisapia si candidasse ci sarebbero ugualmente? Lui concorrerebbe? Non farle sarebbe una forzatura? Domande forse inutili, visto che il centrosinistra ha sempre dichiarato che una ricandidatura del sindaco sarebbe stato l’unico motivo per non farle. Ma agli ascoltatori non sembra bastare. Si interrogano lo stesso. Si portano avanti. Anche di fronte a una semplice ipotesi. Il logorìo di questi mesi ha lasciato il segno. E’ l’effetto ‘incertezza’.

Ascolta le voci e i commenti durante il Microfono aperto

voci degli ascoltatori

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    Massimo Bacchetta
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Cacciari: “Vaticano, un vantaggio per l’Italia”

“Il pericolo è reale e gli effetti sono imprevedibili. Ma forse l’Italia rischia meno di altri”.

Massimo Cacciari parla nel corso di un Microfono aperto sulle paure e rischi di possibili attentati in Italia. La sua non è una profezia. E’ l’analisi del pendolo delle possibilità, dei rischi e degli indizi. Intreccia tre voci in particolare: il ruolo dell’Italia sul piano internazionale, la sua scarsa coesione interna e, soprattutto, la presenza del Vaticano.

Quello che per molti costituisce il punto principale di preoccupazione, particolarmente alla vigilia del Giubileo, può invece rivelarsi secondo Cacciari un punto a favore. “Il Vaticano rappresenta una ragione di sicurezza per l’Italia” spiega durante l’intervista. “Attraverso un’azione armata durante il Giubileo, i terroristi si inimicherebbero radicalmente molti settori sunniti, con cui il Vaticano ha rapporti consolidati. Si tratta di settori numerosi, che al momento non sono distanti dalle istanze terroristiche. I fischi allo stadio di Istambul sono un sintomo”. L’analisi, ovviamente, non garantisce la certezza del risultato. “Un attacco contro il Vaticano sarebbe una mossa sicuramente sbagliata, nella logica dei terroristi, ma questo non significa che anche loro possano commettere degli ‘errori’. Noi occidentali ne abbiamo commessi di sciagurati, negli ultimi vent’anni” spiega Cacciari.

Secondo motivo di possibile maggior sicurezza dell’Italia: il suo ruolo defilato sullo scacchiere internazionale. “Il minor peso dell’Italia rispetto a Francia e Gran Bretagna è indubitabile” commenta Cacciari, che alla scarsa disponibilità del Governo ad affiancare Parigi nelle azioni militari attive sul territorio siriano, risponde con un sospiro: “Mi sembra che faccia bene, è un segno di giusta modestia. Se ci mettessimo a bombardare, tutto cambierebbe radicalmente”.

Un possibile punto di rischio per l’Italia, secondo Cacciari, è costituito da un terzo elemento: quella che il professore definisce ‘scarsa coesione’ interna. “Il primo effetto di un attentato in Italia sarebbe lo sfascio generale, il tutti contro tutti, esattamente l’opposto di ciò che avviene in quel grande paese che è la Francia. Questa è l’unica preoccupazione che al momento vedo: che i cosiddetti terroristi possano voler dare, con un attentato, il colpo di grazia al notro paese. Ma, al momento, i possibili vantaggi per loro mi sembrerebbero inferiori ai danni di cui parlavo, rispetto al Vaticano”. E’ il pendolo delle possibilità. Ma Cacciari, durante l’intervista, non parla soltanto di questo.

Ascolta l’intervista a Massimo Cacciari

Massimo Cacciari

 

Ascolta gli interventi degli ascoltatori sulle ‘paure di attentati e cambiamenti di abitudini’

Italia: paura di attentati?

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    Massimo Bacchetta
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Baghdad-Parigi, un filo lungo vent’anni

“Dietro la strage di Parigi c’è un filo di guerra che unisce gli ultimi 25 anni”.

Alessandro Colombo insegna Relazioni internazionali all’Università Statale di Milano. Studia da tempo le dinamiche belliche e recentemente ha pubblicato per Feltrinelli La grande trasformazione della guerra contemporanea. Commentando le reazioni di questi giorni alla strage di Parigi – durante il Microfono aperto – utilizza più volte termini come “impudenza” e “ipocrisia”: l’impudenza di dichiarare soltanto oggi “siamo in guerra”, l’ipocrisia di non connettere cioè che accade oggi a ciò che è accaduto negli ultimi decenni.

“La distinzione tra pace e guerra – spiega Colombo – si è andata progressivamente sfumando. La strage di Parigi avviene in un contesto nel quale possiamo, per molti versi, sentirci già in guerra da tempo: c’è guerra in Siria e in Medio Oriente, nello scacchiere mediorientale c’è guerra, di fatto, dal 1991”.

Le guerre asimmetriche moderne hanno le loro dinanimche. Per decifrarle è necessario comprenderne gli elementi. Il ragionamento di Colombo li ripercorre e prova a connetterli: dalla prima guerra del Golfo, al disinvestimento progressivo delle potenze occidentali sullo scacchiere mediorientale, fino al collasso attuale della regione, brodo di coltura di Isis. Un filo rosso che da Bagdad risale nel tempo agli ultimi giorni. E alla frase rivolta dal Presidente Hollande ai francesi all’indomani della strage: “Siamo in guerra”.

 

Ascolta l’intervista con Alessandro Colombo

Alessandro Colombo

 

Ascolta il Microfono aperto

Parigi: strage contro le bombe o la libertà?

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    Massimo Bacchetta
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“Lavoratori sostituibili, come pedine”

Su situazione economica e posti di lavoro, in questi giorni impazzano cifre e interpretazioni. L’Inps, l’Istat e l’Ocse, a vario titolo, hanno fotografato così la situazione in Italia: un inizio di ripresa, più timida che altrove, e un aumento dei contratti rispetto all’anno prima. Ma sulle cause, prudentemente, non si sbilanciano.

Effetto congiuntura? Decontribuzioni fiscali per i nuovi assunti? Jobs act? Una vera risposta ancora manca, anche se è necessaria.

Stando all’Inps, nei primi 9 mesi del 2015 sono stati attivati in Italia 1,7 milioni di nuovi contratti a tempo indeterminato (comprese le trasformazioni di contratti a termine). Scorparando 1,2 milioni di cessazioni, il saldo positivo è di 470 mila nuovi contratti, 370mila in più dello stesso periodo 2014. Tutto bene, quindi?

I numeri, da soli, non bastano a spiegare. Secondo gli analisti serve più tempo per uscire dall’ambiguità tra risultati veri, speranze e ideologia. Il governo si è però affrettato ad ascrivere al Jobs act – provvedimento fortemente voluto Renzi, con effetti incerti sull’occupazione ma conseguenze certe sui diritti dei lavoratori – i meriti di una ripresa dai contorni e dalle cause ancora così vaghi. Un azzardo spiegabile, visto che sul lavoro, come sulla riforma istituzionale e sulle tasse, Renzi gioca gran parte della sua traiettoria politica futura.

Le domande restano. I contratti cresciuti nel 2015 sono molti o pochi? Quanto ha pesato la decontribuzione e quanto il Jobs act? E di che lavoro stiamo parlando? Quanti contratti a tempo indeterminato sono semplice trasformazione di vecchi contratti? Questioni quanto mai delicate, visto che le norme sulla licenziabilità contenute nel Jobs act rendono ormai sempre più sfumato il concetto stesso di “tempo indeterminato”, e i nuovi assunti non sanno neppure dire se l’orizzonte del loro contratto guardi oltre i 3 anni della decontribuzione concessa.

Un Microfono aperto non fa statistica. Ma i racconti degli ascoltatori che in questo anno sono riusciti ad avere un contratto forniscono un primo quadro. Per averne un’idea vi consigliamo di ascoltare la trasmissione di oggi.

Ascolta il Microfono aperto

Lavoro e Jobs act: buoni effetti o cattivi difetti?

Il Jobs act non guarda però soltanto alla flessibilità in entrata in nome della nuova occupazione, peraltro eventuale. Nel suo insieme contiene misure, ancora poco sondate, sull’uscita dal lavoro e sul modo di gestirlo, quando c’è. Dalla licenziabilità al demansionamento. Su questo fronte iniziano a intravedersi i primi risultati, e non sono promettenti. “Tra licenziabilità e demansionabilità, i lavoratori sono ormai delle pedine. Sostituibili” sostiene Domenico Tambasco, giurista avvocato del lavoro che è stato ospite del Microfono aperto.

Ascolta l’intervista a Domenico Tambasco

Domenico Tambasco

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Verso un partito, senza leader: limite o virtù?

“Sinistra italiana” ha lanciato il suo progetto. L’intenzione è diventare un partito, per navigare lontano dai confini del Partito-nazione. Tra il dire e il fare, molte incognite da sciogliere, difficoltà da superare, perplessità da chiarire.

Renzi ha definito l’operazione una “reunion” dei perdenti, Civati un’operazione di vertice, il rischio di divisioni in culla è dietro l’angolo.

Stando ai sondaggisti, in Italia, la sinistra nel suo insieme potrebbe puntare a raccogliere a raccogliere un consenso elettorale attorno all’8%. Sufficiente o troppo poco, per giustificare un progetto politico? E l’assenza di un leader, che da subito incarni quel progetto, è un limite o una virtù?

 

Ascolta il Microfono aperto

Sinistra, un progetto senza un leader: limite o virtù?

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Ricordi personali, memoria collettiva

Ricordi, nostalgie, rimpianti, rimorsi. Collettivi o personali. Ci accompagnano nei giorni, magari più volte al giorno e senza che ci facciamo caso. Possono riguardare un fatto o una persona, un episodio o un volto, possono accendersi come un flash o restare costanti.

I ricordi sono la base su cui siamo seduti mentre viviamo l’oggi, ciò che costruisce il nostro presente e in qualche modo lo illumina. Luce chiara, tranquilla e serena, oppure tetra e di paura, dipende da quello che è successo.

La memoria è questione centrale. Soprattutto in momenti in cui sembra di vivere soltanto di presente o di un futuro vago, anche se la narrazione generale lo spaccia per bello, giovane e radioso.

Un ricordo collettivo, condiviso, elaborato, può diventare memoria. Un ricordo solo nostro, personale, intimo, forse non è memoria ma è ugualmente centrale. I ricordi ci determinano, a volte nel silenzio, a volte invadenti. Sentire quelli degli altri può farli affiorare, ascoltare un brano di De Andrè o dei Beatles può aiutare, metterli in comune può costruire una piccola storia collettiva. In un’ora di Microfono aperto è ciò che può accadere e che è successo. Buon ascolto.

Ascolta il Microfono aperto

Ricordi personali, memoria collettiva

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Majorino: “Se divisi, a Milano vince la destra”

“Parole, parole, parole…” L’sms desolato di un ascoltatore, al termine del Microfono aperto, rende bene l’idea di quanto, per un elettore di centrosinistra non renziano, possa essere frustrante interrogarsi oggi sul futuro. Rischio altissimo di nuove delusioni.

Dalla stagione dell’Ulivo sono passati anni-luce. Il Partito Nazione, la sua ambizione egemonica, hanno liquefatto la logica stessa delle alleanze nel centrosinistra. Renzi non cerca l’alleanza, la sinistra cerca un progetto per uscire da un recinto stretto. A livello nazionale così come a livello locale, a meno di un anno dalle elezioni amministrative cruciali di Milano, Roma, Torino, Bologna e Napoli.

Negli anni dell’Ulivo, la richiesta di unità saliva costante dalla base ai vertici, l’orizzonte era quello del centrosinistra. Oggi l’unità è in qualche caso uno spettro.

Nel Pd di Renzi, solo qualcuno ormai resiste nell’opzione di un progetto inclusivo. Pierfrancesco Majorino, in corsa alle primarie per il candidato sindaco del centrosinistra a Milano, difende la strada delle alleanze che ha segnato l’esperienza Pisapia. “Se ci spacchiamo e andiamo divisi, vincerà la destra” dice. Il ragionamento intreccia la sostanza politica e il metodo di scelta dei candidati. “Le primarie sono l’unica soluzione – spiega Majorino al Microfono aperto – per proseguire l’esperienza di questi anni di un centrosinistra unito, che non vuole fare patti con gli amici di Formigoni e Alfano, ma andare avanti nel rapporto tra il Pd e ciò che sta alla sua sinistra. E sono l’unico modo per decidere attraverso la partecipazione popolare, anziché riunioni di corrente”. A Majorino, lo slittamento dei tempi delle primarie voluto dai vertici del Pd per aprire la strada alla candidatura di Giuseppe Sala, proprio non piace.

Ascolta l’intervista a Majorino

Pierfrancesco Majorino

 

La sinistra intanto fa prove di partito, in nome dell’unità. Ma l’aria di divisioni già in partenza non manca. Sabato confluiranno in un unico gruppo parlamentare i deputati di Sel, Stefano Fassina, altri neo-ex del Pd e forse alcuni fuoriusciti dai 5 Stelle. Non Giuseppe Civati, che ha definito l’iniziativa una “forzatura”. Massimiliano Smeriglio, membro della segreteria nazionale di Sel, invece la difende: “Quella di sabato è un primo passo, faticoso ma importante, di ricomposizione”. Anche in Sel la discussione sul futuro però è profonda. A partire dalle candidature nelle varie città e le possibili alleanze. Un punto di equilibrio è difficile. “Dobbiamo decidere caso per caso – sostiene Smeriglio – evitando sia derive minoritarie estreme che salvano solo l’anima, sia una sorta di governismo a qualunque costo”.

Ascolta Massimiliano Smeriglio

Massimiliano Smeriglio

 

Ascolta tutto il Microfono aperto

Pd e sinistra: meglio divisi?

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    Massimo Bacchetta
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Rete Airbnb: libertà o speculazione?

Quando si dice: “La speculazione è di casa”. Una puntata del Microfono aperto su un fenomeno come quello degli affitti temporanei può davvero riservare delle sorpese. E rivelare, nelle pratiche, differenze anche molti grandi tra chi in teoria appartiene a mondi simili.

Lo spunto di discussione non mancava. I cittadini di San Francisco hanno bocciato la proposta – conosciuta come referendum “anti Airbnb” – di limitare a non più di 75 giorni l’anno gli “affitti brevi” delle abitazioni di proprietà. Il colosso mondiale dell’intermediazione digitale per gli affitti di camere e case è nato alcuni anni fa proprio a San Francisco e in quella città ha la sede. L’accusa dei proponenti era di aver sconvolto il mercato degli affitti che l’amministrazione cittadina tentava invece di calmierare e inquinato il mercato alberghiero.

L’italia è il terzo mercato mondiale nella rete di Airbnb e l’Expo ha determinato un’ulteriore impennata di offerte e richieste. Quanti ascoltatori hanno guadagnato con questi affitti? Quanti hanno fatto fronte in questo modo alla crisi economica? Quanti lo considerano un esempio democratico di “sharing economy” e quanti invece un sitema di speculazione, utile magari soltanto per agevolare forme di evasione fiscale? L’occasione di un confronto, anche molto animato, tra punti di vista differenti che convivono fianco a fianco. 

Ascolta alcuni interventi degli ascoltatori

voci degli ascoltatori

 

Ascolta tutto il Microfono Aperto

Il “sistema Airbnb”: libertà o speculazione?

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    Massimo Bacchetta
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“Continuità tra Sala e Pisapia”

Durante il Microfono Aperto molti ascoltatori sono chiari: “Io non lo voterei”. Se poi si ipotizza una sua candidatura senza le primarie, va ancora peggio.

Attorno al nome di Giuseppe Sala come possibile candidato sindaco di Milano, balla in queste ore buona parte del futuro del centrosinistra. Locale e non solo. E di ciò che resterà dell’esperienza Pisapia. E’ lui, sempre più chiaramente, il candidato numero uno del Pd, il nome che piace a Renzi e quello su cui la dirigenza locale del partito sta lavorando. Il piccolo problema è farlo digerire agli altri, alleati e militanti, evitando l’impressione di un’operazione esclusamente di vertice. Insomma: una quadratura del cerchio, che al momento non sembra ancora riuscire. Ma c’è tempo.

Quella di Sala è una candidatura che si sta costruendo passo dopo passo. Anche a costo di mettere in dubbio, nei fatti se non a parole, uno strumento delicato come quello delle primarie. L’uomo forte di Expo corrisponde all’ideale di Matteo Renzi: un candidato che piace al centro se non addirittura a destra – e lui di certo corrisponde –  in grado di correre col Pd, funzionale a superare l’esperienza del centrosinistra senza disconoscere formalmente l’esperienza Pisapia, limitando in un recinto stretto ciò che resta a sinistra del partito. A questo i vertici del Pd stanno lavorando.

Nell’attesa, il candidato in pectore si limita a dirsi interessato, senza sciogliere le riserve. “Siamo in tanti a pensare a lui come candidato sindaco ma sarà lui a decidere” dichiara il segretario lombardo del Pd Alessandro Alfieri, ospite del Microfono Aperto. Alfieri lunedì ha incontrato Sala insieme al segretario cittadino Bussolati. “Mettersi in gioco per un incarico del genere richiede riflessione – sostiene – e che qualcuno distribuisca patenti sulla sua appartenenza o meno al centrosinistra non aiuta. In una coalizione, nessuno può mettere veti su un nome”. Ecco il primo nodo politico.

Secondo nodo politico: la continuità con l’esperienza Pisapia. Un po’ semplicistica e molto “renziana” la spiegazione di Alfieri: “C’è, non ho dubbi. Sala ha lavorato a stretto contatto con Pisapia e ha costruito Expo, che rimarrà alla storia come il successo del governo, di Matteo Renzi e del Comune di Milano. Sala saprebbe rappresentare al meglio la continuità del lavoro fatto, di questo siamo convinti”.

Ascolta l’intervista ad Alfieri

alessandro alfieri

 

Ascolta il Microfono Aperto

Milano: votereste per Sala sindaco?

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Carne cancerogena, le reazioni

Carne e cancro: uno dei cibi e una delle paure che accompagnano la nostra vita. Associati nella stessa frase fanno impressione. Ancor più quando la frase è firmata Organizzazione mondiale della sanità.

L’Oms, analizzate 800 ricerche condotte negli anni in 10 Paesi, ha deciso di inserire salumi, insaccati e carni rosse lavorate tra le sostanze di “Gruppo 1”, certamente cancerogene al pari di tabacco, arsenico, asbesto e similari. La classificazione riguarda il rapporto chiaro tra consumo e malattia (in particolare del colon-retto), non l’entità del rischio. La carne rossa è stata inserita nel “Gruppo 2A”, che include sostanze per cui esiste evidenza meno stringente del rapporto consumo-malattia. Nulla di nuovo dal punto di vista scientifico, dopo anni di evidenze crescenti sui rischi del consumo di carne, ma di certo una svolta possibile di cui è indispensabile comprendere la portata. La prima reazione generale sembra essere: “Cautela e moderazione”. “È necessario spiegare meglio il significato di questa classificazione” afferma Carmine Pinto, presidente dell’Associazione italiana oncologia medica. Che per chiarezza aggiunge: “Continuerò a non togliere le carni dalle indicazioni alimentari ai miei pazienti”.

Ascolta l’intervista a Carmine Pinto

Carmine Pinto

Umberto Veronesi, uno dei fari dell’oncologia italiana e notoriamente vegetariano, ha commentato l’annuncio dell’Oms come una “vittoria della scienza sulla malattia, non certo dei vegetariani sui carnivori”. Tra chi ha deciso di bandire la carne dalla propria dieta ci sono però opinioni anche differenti. “Da anni lavoriamo per spiegare l’inutilità e addirittura dannosità del consumo di carne su più fronti” afferma Carmen Nicchi in Somaschi, Presidente dell’Associazione vegetariana italiana.

Ascolta l’intervista a Carmen Nicchi in Somaschi

Carmen Nicchi in Somaschi

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Boeri: “Servono idee non solo un nome”

“Io candidato alle primarie? No, no…” Lo ripete tre volte, prima di aggiungere: “Mi pare non ci siano le condizioni, in questo momento”.

Stefano Boeri è l’architetto milanese sconfitto da Pisapia alle primarie del centrosinistra nel 2010, poi Assessore alla Cultura nella sua Giunta e infine protagonista di un’uscita di scena tempestosa. Il suo è uno dei nomi che, pur tra le smentite, aleggiano da settimane tra i papabili per una prossima candidatura. Il 15 Ottobre Stefano Boeri è stato per un’ora negli studi di Radio Popolare, durante il Microfono Aperto, a parlare di Milano, dei cinque anni passati, dei prossimi anni, delle priorità, delle prospettive future del centrosinistra. Proviamo qui a mettere nell’ordine alcuni dei temi toccati a più riprese con gli ascoltatori.

 

I candidati possibili

Boeri, potrebbe essere tra i candidati alle primarie?

Io sto già cercando di dare una mano alla riflessione su Milano e alle propettive sui prossimi cinque anni. E’ possibile farlo anche fuori dalla politica istituzionale e mi pare il modo più efficace. Si fa politica anche andando nei quartieri e ragionando sul futuro della città.

Quindi non ci si deve aspettare il suo nome?

Mi pare che in questo momento non ci siano le condizioni.

Voglio essere sincero: se mi candidassi – potrebbero farlo molti altri milanesi – rischierei di perdere la possibilità di aiutare la città come mi sembra di essere riuscito a fare in questi ultimi mesi e anni, da architetto e da milanese che guarda anche al di là della propria sfera professionale. Lo sto facendo con i ragazzi di “Milano 2030” (iniziativa sul futuro di Milano, sponsorizzata dallo stesso Boeri, con ragazzi dai 15 ai 25 anni), lo sto facendo girando i quartieri. Mi piace molto e mi pare che dia risultati. Non vorrei compromettere questo possibile contributo entrando in un meccanismo partitico-elettorale che mi sembra ancora immaturo e legato a equilibri e dinamiche che peraltro io non so controllare. Quindi, al momento, io sono completamente fuori.

Chi vedrebbe come possibile candidato?

Milano ha risorse impensabili e straordinarie, anche in pezzi della società che oggi noi non guardiamo. Ad esempio, tra i ragazzi di “Milano 2030” forse non c’è un candidato sindaco, ma come squadra sono ragazzi sorprendenti. Hanno passione, che si accompagna alla grande informazione e all’amarezza di fondo che deriva dalla consapevolezza che il futuro non sarà facile per loro. E’ una caratteristica di fondo di questa generazione.

Proprio non fa un nome?

No.

Giuseppe Sala può essere un buon candidato per il centrosinistra a Milano?

Sala è stato certamente un grande manager nel portare a termine un progetto che in alcuni momenti era diventato molto difficile. Un sindaco tuttavia deve saper scegliere bene le persone di cui si circonda, perché a loro assegna una delega politica fondamentale. In questo, su Sala c’è qualche dubbio, perché in alcuni momenti della vicenda di Expo l’entourage che si è costruito intorno al Direttore generale non è stato dei migliori. Non lo dico io, lo dicono i fatti. Governare una metropoli è un processo di intelligenza collettiva, questo è il futuro. In questo tipo di futuro una città come Roma, Napoli o Milano ha bisogno di un sindaco che sa scegliere molto bene le persone di cui si circonda e con cui condivide una responsabilità così importante.

Cosa manca al centrosinistra per alzare il livello di dibattito verso un progetto credibile? Serve un intervento del sindaco Pisapia?

Potrebbe essere un buon consiglio. Di fatto, il sindaco ha dato un segno di discontinuità rispetto all’esperienza fatta finora. Giustamente si preoccupa delle primarie, ma se più che delle candidature si occupasse di promuovere un grande momento di riflessione collettiva sui prossimi cinque anni sarebbe un’ottima idea. Chi meglio di lui? Può dare il segnale sulla possibile continuità tra i primi cinque anni e i secondi.

Non è che il centrodestra, alla fine, rischia di riprendersi Milano?

Voglio essere chiaro. Il rischio c’è ma dipende da noi, non c’è un automatismo. Noi veniamo da cinque anni positivi e possiamo disegnare un futuro ancora più positivo. Dobbiamo fare uno sforzo di pensiero. Ripeto l’appello a chi ragiona sulle prossime scadenze: lasciamo un attimo da parte la questione dei valori – fondamentali ma che abbiamo ormai già tutte incarnate in questi anni – e i temi di equilibrismi tattici e politici sulle regole, per ragionare insieme su quello che deve essere fatto a Milano. Di candidature ne riparliamo a gennaio, penso che tutto si deciderà allora.

 

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L’esperienza Pisapia

Lei ha avuto un rapporto altalenante con Giuliano Pisapia: avversario alle primarie, suo Assessore alla Cultura, infine dimissionato dalla Giunta. Fa bene il “Comitato degli 11” a indicare come essenziale la continuità con l’esperienza di Pisapia?

Certamente si. Io sono uscito dalla Giunta per vicende che ancora fatico a spiegarmi, ma non sono mai uscito da quest’esperienza, la sento mia. Dopo le primarie ho fatto di tutto perché Pisapia vincesse le elezioni e ho fatto quanto potevo come Assessore. Mi sento parte dell’accelerazione di generosità sociale data dalla città. Milano è straordinaria quando unisce generosità e innovazione, tipici del suo Dna e che vanno insieme. In questi cinque anni forse abbiamo premuto l’acceleratore molto sulla prima questione e un po’ meno sulla seconda. Penso si debba ripartire, tenendo ben saldo quanto si è fatto in questi cinque anni.

Cosa ha prodotto l’esperienza Pisapia?

Come spiegato parlo al plurale, anche se non è tecnicamente corretto.

La cosa fondamentale è che siamo riusciti a garantire un buon governo, una città governata senza illegalità e con una trasparenza che non c’era mai stata.

Abbiamo inoltre sperimentato forme di generosità sociale e condivisione dei servizi. La sharing economy – l’economia della condivisione – è diventata una caratteristica abbastanza unica a livello europeo, sui trasporti e su alcuni servizi oggi Milano è davvero una città all’avanguardia.

Siamo anche riusciti a diffondere una serie di iniziative sul piano culturale. A lasciare che alcuni progetti di energie diffuse, private, partiti anche anni prima, arrivassero a compimento. Anche questa è una qualità della buona amministrazione: non volere determinare tutto, fare regia, fare in modo che la Fondazione Prada o altri spazi nati da iniziative private arrivassero a compimento. Tutti questi sono grandi valori, che vanno difesi. Oggi forse dobbiamo anche cominciare a ragionare di più su come risolvere alcuni enormi problemi di disuguaglianza che ancora Milano ospita. E avere, inoltre, un’idea di quale deve essere il futuro. Questo, credo, ci chiedono anche i giovani che si interrogano sul loro.

Qual è la parola chiave per immaginare il futuro?

“Rischio”. Le grandi città europee oggi competono sulla base di progetti identitari, distinguendosi tra loro, ma sempre con la capacità di guardare avanti prendendo anche dei rischi. Credo che noi dobbiamo iniziare a farlo.

In quali aspetti la Milano immaginata cinque anni fa è riuscita a realizzarsi?

Paragonata a città come Roma, Milano ha senza dubbio un sistema di trasporti pubblici efficiente. Unito al grande slancio sullo sharing – biciclette, auto e oggi anche scooter – questo ha fatto cambiare marcia alla città, quasi anche in senso fisico. Molti cittadini hanno imparato a muoversi senza auto privata e ciò ha generato un miglioramento complessivo della qualità degli spazi, delle zone di sosta e delle zone verdi. C’è ancora molto da fare: in primo luogo allargando a tutta la città questa qualità che al momento è ancora soprattutto visibile nel centro, perché dobbiamo vivere in una metropoli che cammina tutta insieme. Tuttavia, è indubbiamente un passo avanti fatto e su questo non si deve tornare indietro.

 

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Periferie sociali, priorità future

Cosa dovrebbe essere fatto, per la Milano di oggi e di domani?

Credo che il primo punto del programma della nuova Giunta debba essere “cosa fare” sui quartieri di edilizia economica e popolare. E’ un punto fondamentale.

Io sto girando le varie zone. In Via Gola, per esempio, c’è una situazione per me inaccettabile di degrado, abbandono e presidio della criminalità organizzata, che non ho visto nelle grandi metropoli del mondo dove ci sono le favelas. Milano ha perso completamente contatto con alcuni pezzi della città, soprattutto – va detto – corrispondenti ai quartieri gestiti da Aler. Il Comune ha fatto bene ad affidare pezzi del patrimonio pubblico a MM, una scelta molto utile e importante che inizia a dare qualche risultato positivo. La verità tuttavia è che ci sono stati anni di totale disattenzione. Anche nostri. Non abbiamo guardato con sufficiente attenzione ciò che accadeva in questi pezzi di città. Ci siamo concentrati su pezzi della città apparentemente più dinamici, dimenticandoci che migliaia di cittadini vivono in quelle situazioni. In quelle situazioni serve un intervento politico a tutto tondo, non è soltanto l’urbanistica con i regolamenti a poter intervenire.

 

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Expo

Giuseppe Sala ha annunciato che Expo ha ormai superato i 20 milioni di biglietti emessi. E’ legittimo considerarlo un indicatore di successo, per Expo?

Sicuramente si. Ci sono stati alcuni Expo che non hanno raggiunto il tetto minimo di accessi. Il fatto che Milano ci sia riuscita è un grande elemento di successo. Non tutto va misurato attraverso questo paramentro – anche perché al numero di accessi non corrisponde un numero omogeneo di incassi – ma è senza dubbio un segnale di successo fondamentale.

Per quanto riguarda i contenuti, invece, devo dire che anche al Salone del Mobile ci sono sempre momenti di incontri e dibattito, vicino ai prodotti, e quando vado sono contento e imparo qualcosa. Ma da questo a pensare che Expo sia stato un grande evento che ha alzato il livello di consapevolezza dei visitatori sulle grandi questione dell’alimentazione ce ne corre. Io ho qualche dubbio.

In questo momento tuttavia dobbiamo vedere i molti aspetti positivi, cercando di valorizzarli.

Expo è stato un enorme elemento di convergenza, uno sforzo collettivo, molte cose sono nate in questo periodo anche perché c’era Expo, ed è ciò che fanno i grandi eventi. Poi è servito a dare un’immagine internazionale di Milano potente, che da anni non aveva, a sviluppare relazioni internazionali e ad attrarre anche alcuni investimenti, che ci sono stati.

Io sono stato altrettanto chiaro nel criticare una lenta e inarrestabile deriva verso un evento che è diventato una grande kermesse sull’alimentazione. Anche se di grande successo e di qualità. Una specie di grande Salone del Mobile sull’alimentazione che lascia un’eredità importante e da salvare.

Ora che siamo alla fine, cosa dovrebbe succedere di Expo?

L’area di Expo deve restare un luogo centrale, in una città-territorio che ormai si è spostata verso nord arrivando fin quasi a Como, Varese, Lecco e Bergamo. Bisogna salvare le eredità principali: le infrastrutture, il tema dell’alimentazione, le relazioni internazionali che si sono determinate.

Io credo che un grande Salone dell’alimentare, fisso, con le Regioni che sotituiscono i Paesi, resterebbe un’attrazione fondamentale. Salone però vuol dire anche ricerca, produzione in loco.

In secondo luogo, credo che quella di un Campus sia un’ottima idea, se costruito in modo intelligente.

Infine non dimentichiamoci che un referendum ha chiesto di avere un parco su almeno il 50% di quell’area. Un parco delle bio-diversità potrebbe essere molto importante.

Finora, nel dibattito pubblico, si è sentito parlare di una sola tra queste tre voci.

Purtroppo è vero. L’attenzione sul dopo-Expo andava sviluppata prima. Solitamente i grandi eventi di costruiscono a partire dal “dopo”. Nel nostro progetto iniziale avevamo fatto così. Ma c’è ancora tempo di farlo, spero.

L’ingresso dello Stato in Area Expo mi pare una garanzia di attenzione, anche se ho qualche dubbio sul perché lo Stato, per occuparsi del dopo, debba investire ulteriori soldi pubblici entrando come azionista in una società. Lo Stato deve avere la possibilità di indirizzare, governare e determinare anche senza dover fare un investimento diretto. E’ una cosa che mi lascia perplesso. Ciò detto, sono felice che il Governo si stia occupando di Expo: l’ha fatto molto bene con Cantone, sono sicuro che lo farà molto bene anche sul dopo-Expo.

 

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    Massimo Bacchetta
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