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People – Prima le persone, l’Italia che include

È stata la più grande manifestazione antirazzista in Italia. Sempre da Milano. Una folla che ha almeno doppiato, nei numeri, il pur grande corteo “20 Maggio Senza Muri” del 2017. Forse è stata anche la manifestazione più semplice, non strutturata: i simboli dei partiti, se c’erano, comunque si disperdevano nella marea di colori, bandiere delle associazioni, cartelli autoprodotti. Niente palco in piazza Duomo e niente comizi.

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    Letizia Mosca
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Landini, le ragioni della piazza

maurizio_landini

La prima volta di Maurizio Landini su un palco come segretario generale della Cgil. A Roma sabato 9 febbraio i sindacati confederali manifestano insieme contro le politiche del governo Conte. Quelle economiche, ma anche quelle contro i migranti. Di fatto, si tratta della prima manifestazione di piazza da quando è in carica questo esecutivo.

Vi aspettate una partecipazione ampia?

Sì, abbiamo segnali molto positivi dai territori, dai luoghi di lavoro, quindi, penso che sarà una bella manifestazione. La novità vera non è che parla Landini, la novità vera è che si tratta di una manifestazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil, dei sindacati che offrono a tutti quelli che lavorano, ai pensionati, ai giovani, ai precari, a tutti quelli che vogliono cambiare questa situazione, che non accettano questo livello di diseguaglianze, che non condividono le scelte sbagliate che sono state fatte negli anni e che anche questo governo continua a fare e che vogliono mettere al centro un’idea diversa di lavoro, di diritti, di sviluppo e di giustizia sociale.

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    Letizia Mosca
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Nelle prossime ore Sala deciderà se restare

L’avvocato del sindaco di Milano Giuseppe Sala si è presentato in Procura per parlare dell’inchiesta sul maxi appalto della “piastra” di Expo per la quale Sala è stato indagato per falso materiale e falso ideologico. L’obiettivo era quello di conoscere il dettaglio delle accuse a Sala.

Il colloquio è durato solo una decina di minuti . Il legale del sindaco, Salvatore Scuto, ha incontrato il Procuratore generale Roberto Alfonso e il Procuratore aggiunto Felice Isnardi, titolare dell’inchiesta.

“E’ stato un colloquio sereno e proficuo, come da prassi”, ha commentato l’avvocato, uscendo dall’incontro. Che ha aggiunto: “Sul contenuto di questo colloquio riferirò al sindaco che nelle prossime ore prenderà le sue decisioni“. Il legale non ha voluto rispondere alla domanda se Sala sarà interrogato o meno.

E alla domanda dei giornalisti se il colloquio l’avesse soddisfatto, Scuto ha risposto: “La soddisfazione è una categoria che in questo momento non è il caso di evocare”.

Subito dopo c’è stata una riunione a casa del sindaco Giuseppe Sala, con Scuto con il capo di Gabinetto Mario Vanni, l’ex vicesindaco e avvocato Ada Lucia De Cesaris e l’assessore al Bilancio Roberto Tasca.

Le opposizioni a Palazzo Marino stanno mettendo alle strette il sindaco che si è autosospeso e che entro mercoledì dovrà sciogliere le sue riserve e decidere se rientrare pienamente nelle sue funzioni. Alla riunione dei capigruppo è stata decisa la sconvocazione della seduta del consiglio comunale di lunedì sera e sono state confermate le sedute di mercoledì e di giovedì.

Le opposizioni hanno ottenuto che prima di discutere qualsiasi altra delibera dovrà essere chiarita la posizione di Sala e le motivazioni che lo hanno portato a questa decisione di sospensione della sua attività. Il problema non è di poco conto perché in discussione ci sono due delibere urgenti: la modifica dell’accordo di programma per Cascina Merlata che scade il 24 dicembre; e la modifica degli accordi parasociali fra il comune di Milano e il comune di Brescia per il governo della società A2A.

Sullo sfondo anche l’approvazione del bilancio di previsione 2017 che ormai slitterà al prossimo anno con l’obbligo di esercizio provvisorio. Sala ha anche incassato la solidarietà di 650 sindaci che però gli hanno chiesto di rientrare nel pieno delle sue funzioni. Una richiesta analoga è venuta anche dal presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni che ha sollecitato Sala a tornare al lavoro viste le proposte comuni in discussione.

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    Letizia Mosca
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De Magistris-Lettieri, come cinque anni fa

Come cinque anni fa. Il Pd fuori al primo turno e di nuovo vanno al ballottaggio Luigi De Magistris e Gianni Lettieri. Questa volta a parti invertite, il sindaco uscente è nettamente in testa. De Magistris, che si è presentato contro tutti, che ha usato come una clava lo scontro con Renzi su Bagnoli, infatti, ha ottenuto da solo la somma dei voti dell’imprenditore candidato di Forza Italia e di Valeria Valente sostenuta da Pd, Udc, verdiniani, liste civiche.

Attesi a lungo dai giornalisti nei rispettivi comitati elettorali, alle fine De Magistris, Lettieri e Valente hanno rimandato a oggi le dichiarazioni. Lo scrutinio andava molto a rilento e De Magistris, prima di commentare, voleva essere sicuro su chi sarà il suo sfidante. La distanza tra Valente e Lettieri era di pochi punti, tanto che ancora all’una e mezza, da Roma, il vicepresidente del partito, Lorenzo Guerini, diceva che nonostante le difficoltà di partenza poteva essere ancora possibile che andasse al ballottaggio Valente.

Una sconfitta del Pd e dei renziani che hanno tirato la volata a Valente nelle primarie contro Bassolino. Lo stesso Matteo Renzi è venuto più volte a Napoli per farle campagna elettorale senza riuscire a portare ai seggi gli elettori che non volevano votare De Magistris o erano indecisi.

L’astensione è stata molto alta. Praticamente un elettore su due a Napoli non è andato a votare.

Dalle dichiarazioni di oggi si cercherà di capire se c’è davvero un accordo per il ballottaggio tra il Pd e il candidato di Forza Italia contro De Magistris, come si vociferava nei giorni scorsi. Con il rischio, dopo i veleni delle primarie e le divisioni per l’alleanza con i verdiniani, di lacerare ulteriormente il Pd e magari lasciare ugualmente Palazzo San Giacomo all’ex magistrato e alla sua coalizione dichiaratamente antagonista.

Fuori dal secondo turno il consigliere Cinque Stelle Matteo Brambilla, l’ingegnere brianzolo trapiantato a Napoli che, però, è stato l’unico a essere accolto con abbracci e applausi dagli attivisti del movimento con cui ha brindato. “Entriamo in Consiglio a testa alta – ha detto – e per il ballottaggio non daremo indicazioni di voto”.

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    Letizia Mosca
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Napoli, De Magistris contro tutti

A Napoli il sindaco uscente Luigi De Magistris parte favorito per il voto di oggi, a differenza di cinque anni fa. L’incognita è con chi andrà al ballottaggio, se con Valeria Valente, Pd, o con l’imprenditore candidato di Forza Italia, Gianni Lettieri.

Napoli è la città dove il Pd di Renzi rischia di più, teme di essere buttato fuori già alla prima tornata elettorale, sarebbe la seconda volta in cinque anni. E questa volta nel Partito la cosa avrebbe conseguenze politiche più pesanti rispetto al 2011. A Napoli è in atto anche la prova nelle urne di quel che sarà a Roma il Partito della Nazione: non più un patto informale, come accaduto un anno fa alle regionali della Campania, ma alleanza organica e ufficiale con Ala e Ncd, che sostengono Valente e lo rivendicano. Un accordo che ha provocato polemiche e lacerazioni nel Pd napoletano, in una campagna elettorale già avvelenata dagli scontri delle primarie per il candidato sindaco.

Matteo Renzi, che in questa campagna elettorale è venuto più volte a Napoli  per sostenere Valeria Valente ed è salito sul palco con lei anche per il comizio conclusivo alla Mostra d’Oltremare, ha ammesso che la partita è difficile, che solo “se si riesce ad arrivare al secondo turno a quel punto si può ripartire da zero a zero” e ha spronato i militanti a impiegare le ultime ore prima del voto andando porta a porta per convincere chi non vuole votare o è indeciso. “Il governo ha fatto la sua parte ora la partita ce l’avete in mano voi” ha detto.

I temi di Napoli

È stata una campagna elettorale consumata a suon di insulti, accuse, salti  della quaglia imbarazzanti, carte bollate, in una città stanca, più che indifferente, dove molti si chiedono se vale la pena recarsi ai seggi. La plastica rappresentazione di questo clima è Bagnoli, oggetto dello scontro istituzionale tra il governo Renzi e l’amministrazione De Magistris, con la bonifica mai  completata e l’andirivieni dei progetti di riqualificazione. Chi ha meno di 25 anni non ha mai visto l’Ilva in produzione, di Bagnoli conosce solo i relitti industriali  antichi e moderni con sotto i veleni. Per Bagnoli Renzi ha inventato una norma ad hoc e il commissariamento, provocando una guerra dei poteri con De Magistris e le proteste di comitati e associazioni, sfociate anche negli scontri con la polizia nei mesi scorsi  durante le manifestazioni anti Renzi a Napoli.

I candidati

De Magistris contro tutti: il sindaco si mostra convinto di poter passare già al primo turno. “Primo-turno-secco”, ha scandito. In realtà superare il 50 per cento al primo turno, con dieci candidati sindaco, appare irrealistico e forse non se lo augura neanche lo stesso De Magistris. Senza ballottaggio non scatterebbe il premio di maggioranza, le sue liste prenderebbero meno consiglieri e si ritroverebbe a palazzo San Giacomo con quella che nel gergo politico viene definita l’anatra zoppa. Intanto sembra essersi assicurato il voto di chi fa attività politica e alle urne ci va di sicuro. Nelle liste che lo sostengono ci sono comitati e associazioni, attivisti gay e famiglie arcobaleno, sinistra radicale e sindacati di base.  Alle accuse di essersi isolato e di aver isolato Napoli ribatte “non siamo isolati, siamo autonomi”,  “siamo contro i poteri forti”. Populismo di sinistra e orgoglio partenopeo. Negli appuntamenti elettorali ha fatto il pieno con  slogan come “sud ribelle”,  “la storia la fa il popolo e non il potere costituito”, “il potere deve passare da palazzo  San Giacomo alle assemblee popolari” e persino “Renzi cagati sotto” urlato dal palco. Ha promesso il reddito di cittadinanza anche se non ha specificato con quali coperture. Ha avuto testimonial come Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso in Sicilia dalla mafia, che ha arringato la folla  con “resistenza, resistenza, resistenza”.

Gianni Lettieri, “l’imprenditore scugnizzo“, come si autodefinisce, studia da sindaco da 5 anni, facendo l’opposizione in Consiglio, da quando è stato sconfitto al ballottaggio dallo stesso De Magistris. Di lui dicono che convince soprattutto nella propaganda di strada, viso a viso. Alle “mani pulite” dell’ex  magistrato contrappone “serve l’onestà ma anche la competenza”. Di fronte alla coalizione di Valente, si presenta come l’imprenditore smarcato dai partiti, nonostante sia candidato di Forza Italia. Ha annunciato che sarà un sindaco a costo zero: non intende percepire stipendio. L’asso l’ha calato alla vigilia del voto: sanatoria per tasse e multe comunali, se diventa sindaco.

Valeria Valente, “cuore e coraggio”. Questo il suo slogan, e così promette di governare Napoli recuperando ritardi e occasioni  perdute. Soprattutto ha cercato di far leva sul possibile asse Governo- Regione- Comune che porterebbe a Napoli risorse e soluzioni per i tanti problemi della città. Uno degli esempi citato in tutti gli appuntamenti elettorali è l’asse tra il governatore della Campania, De Luca, e il governo Renzi che sta facendo togliere le ecoballe da Giugliano. Il messaggio che si vuole far passare e che potrebbe essere la volta buona anche per Bagnoli, e non solo.

Matteo Brambilla, l’ingegnere di Monza. Sembra una citazione cinematografica, da “Così parlo Bellavista”. In realtà vive e lavora a Napoli da diversi anni, impegnato nelle battaglie contro le discariche. La sua candidatura ha diviso i Cinque Stelle: molti nel movimento avrebbero voluto un candidato più forte, ma Brambilla potrebbe  avere comunque un buon risultato, che al ballottaggio peserà.

 

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    Letizia Mosca
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Jihad Italia, “lupi solitari” a Lecco e Varese

Antiterrorismo in azione

Lupi solitari, “potenziali uomini-bomba”. Così il procuratore nazionale antiterrorismo Franco Roberti ha definito le sei persone arrestate il 28 aprile con l’accusa di terrorismo internazionale. Non sono state trovate armi nelle loro abitazioni. Nelle intercettazioni uno degli arrestati ammette di non essere riuscito a procurarsele e dalle indagini non sono emersi collegamenti o anche solo contatti tra le persone fermate e altre cellule terroristiche francesi o belghe. Il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli ha detto che ci sono legami con la Svizzera: “Li stiamo approfondendo”.

Per un anno sono stati controllati e intercettati 24 ore su 24 e quando è arrivato il messaggio audio con l’ordine di colpire a Roma, la procura di Milano non se l’è sentita di aspettare ancora e ha fatto scattare subito la retata. Attentato, quindi, proclamato ma non organizzato, da quello che risulterebbe dalle carte agli atti dell’indagine. Però, è la prima volta che un’inchiesta sul terrorismo jihadista rivela un ordine esplicito di colpire in Italia. Ordine fatto arrivare a un lupo solitario. Sono questi gli elementi che hanno allarmato l’antiterrorismo italiano.

Gli arrestati

L’operazione è nata da due inchieste parallele partite poco più di un anno fa dai carabinieri e dalla polizia della Brianza e di Varese.

Alla caserma di Costa Masnaga, provincia di Lecco, nel febbraio 2015, si era presentata la mamma di Alice Brignoli, italiana convertitasi all’islam,  per denunciare la scomparsa della figlia che, insieme al marito, Mohamed Koraichi, di nazionalità marocchina, e ai bambini, all’improvviso avevano lasciato Bulciago (sempre in Brianza). Secondo gli inquirenti, ora si trovano in Siria. Sono destinatari di due degli ordini di arresto emessi ieri e risultano latitanti. A Baveno risiede la sorella di Mohamed, Wafa Koraichi, anche lei arrestata durante il blitz.

Dalla Siria, Mohamed Koraichi, tramite la sorella, era in contatto con il pugile lecchese Moutaharrik Abderrahim, cittadino italiano, ora anche lui è in carcere con la moglie Salma Benchark.

L’altra indagine era partita quasi nello stesso periodo dalla provincia di Varese dove risiede Abderrahmane Khachia, 23enne nato in Marocco e residente a Brunello. Il fratello Oussama, 30 anni, operaio, anche lui cresciuto a Brunello, è stato espulso dall’Italia nel gennaio 2015 per aver scritto alcuni post su Facebook a favore dell’Isis. Avrebbe raggiunto la Siria dove sarebbe stato ucciso mentre combatteva per il Califfato.

Secondo gli inquirenti, proprio per la perdita del fratello Abderrahmane Khachia si sarebbe avvicinato alla causa del Jihad.

Le intercettazioni

Il campione lecchese di kickboxingMoutaharrik, cerca di mettersi in contatto con Mohamed Koraichi in Siria: vuole andare a combattere nelle terre del Califfato. Invece, la risposta che ottiene da Koraichi, in un messaggio audio invito tramite WhatsApp è l’incitamento a compiere attentati in Italia.

“Fratello mio – diceva Koraichi – lì in quella Italia, quella è la capitale dei crociati, fratello mio è quella, è lì dove vanno a fare il pellegrinaggio, è da lì da dove prendono la forza e da lì vanno a conquistare i popoli, e da lì combattono l’islam, fino ad ora non è stata fatta nessuna operazione (attentato,ndr), sai che se fai un attentato è una cosa grande”.

Moutaharrik in un altro messaggio a Koraichi diceva: “Ci sono tante, tante storie, amico mio io una volta mi sono alzato e messo a progettare… ho detto che voglio picchiare (inteso come colpire e far esplodere) Israele e Roma. Sì… l’ambasciata… e sono andato da un ragazzo albanese a Varese e gli ho detto di procurarmi una pistola, la volevo comprare da lui e forse lui si è insospettito di me e mi ha girato le spalle, quante volte l’ho chiamato, ma mi ha trovato la pistola, mi ha trovato la pistola, ma lui… questo che ti dicevo era nell’anno 2009″. Poi la richiesta da Moutaharrik di mettere prima in salvo la famiglia nei territori del Califfato: “Però, fratello è l’unica richiesta che ti chiedo, è la famiglia, tu sai voglio almeno che i miei figli crescano un po’ nel paese del Califfato dell’islam, il paese dove c’è la legge islamica, questa è l’unica richiesta che voglio”.

Infine, l’8 aprile il poema-bomba.

L’8 aprile, sempre sotto forma di un audio su WhatsApp, dallo «sceicco» o comunque da qualcuno che gli inquirenti ritengono parli per conto del Califfato arriva l’ordine: “Caro fratello Abderrahim, ti mando il poema-bomba, ascolta lo sceicco e colpisci nel paese in cui ti trovi”.

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    Letizia Mosca
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Vigne di Viggiano, le trivelle sono in casa

“L’Eni è la casa più pulita al mondo”. Così l’ad del gruppo petrolifero, Claudio Descalzi, in merito all’indagine in corso da parte della procura di Potenza sull’inquinamento del petrolio lucano. Descalzi, durante l’audizione alle Commissioni riunite Attività produttive di Camera e Senato, ha aggiunto che è fiero di lavorare in Eni e di viverci: “Chi dice che si tratta di una pattumiera me lo venga a dire in faccia”.  Ma un conto è parlare nell’ovattata cornice di Montecitorio, altro è vivere a Viggiano, dove secondo i magistrati, l’Eni falsificava i codici per smaltire rifiuti pericolosi come se non lo fossero

Maria Cristina Berardone vive alle Vigne di Viggiano, l’area abitata più prossima al Cova, il Centro Olii val d’Agri. È arrivata lì con i genitori quando aveva dieci anni, dopo il terremoto dell’80, c’erano ancora le vigne che danno il nome alla contrada. Proprio lì lei e suo marito hanno costruito la loro casa. Il Cova, con l’acquisizione dei terreni da parte dell’Eni, ettaro dopo ettaro, si è fatto sempre più vicino alla sua abitazione e a quelle degli altri residenti delle Vigne. L’Eni è arrivata quasi in casa ma non sono ancora arrivate le fognature, l’illuminazione pubblica…

“La mia grande preoccupazione è di aver cresciuto i miei figli qua”, dice Maria Cristina Bernardone, che è una della mamme dell’Onda Rosa, il comitato di donne che già diversi anni fa hanno alzato la voce, inascoltate, per chiedere conto dei danni che il petrolio stava procurando alla salute dei viggianesi e alla loro terra. Famiglie che convivono da anni con il fumo e la puzza che arriva dall’area estrattiva, gli spaventi per le fiammate improvvise o per i rumori, quando diventano insopportabili. Raccontano che sembrano le urla di mostri.  A causa dell’indagine in corso, dalla fine di marzo, è stata sospesa l’attività produttiva di Val D’agri e alle Vigne è tornata un po’ di pace. “Da quando l’impianto è chiuso noi siamo tornati indietro di venti anni, almeno apparentemente. Abbiamo ritrovato la serenità, la tranquillità che avevamo perso”.

Non sentite più il fumo, la puzza…

“È cambiato tutto, i rumori, il fumo, la puzza. Noi siamo le persone che non sono mai state ascoltate né dall’Eni né dalla Regione, l’ente che ci doveva tutelare maggiormente. Non abbiamo mai avuto risposte, mai”.

Cosa chiedevate?

“Innanzitutto, la certezza di essere tutelati per quanto riguardava la salute, che a mio avviso è un bene inestimabile e deve essere messa al primo posto. E io la chiedo ancora oggi la tutela della salute, per noi e per i nostri figli, per il futuro dei nostri figli. La Basilicata è la Regione più povera d’Italia, ma Viggiano è il paese più ricco d’Europa, questo paradosso fa pensare. E la disoccupazione è a livelli altissimi”.

Le trivelle da voi non hanno portato lavoro?

“Per alcune persone sì, non certo per tutta la popolazione, se pensa che noi abbiamo il giacimento più grande d’Europa in terraferma, e c’è ancora gente che chiede lavoro perché non ha la possibilità di mantenere una famiglia, è una cosa che dovrebbe far riflettere, ma soprattutto dovrebbe far riflettere la politica”.

Quanti abitanti ha Viggiano?

“3300 abitanti. Le voglio solo dire una cosa, io abito nella contrada chiamata Vigne, era un luogo dove ognuno che aveva un pezzetto di terra coltivava la vigna e viveva di questo. Siamo rimasti in quattro gatti. Perché l’Eni per fare gli impianti ha acquistato inizialmente 18 ettari di terreno e l’anno scorso altri 70 ettari”.

Quindi, gli abitanti hanno venduto i terreni all’Eni.

“Per forza, gli è stata fatta una richiesta di acquisizione da parte dell’Eni e i proprietari sono stati quasi costretti a vendere. Oltre al danno la beffa, perché l’Eni, acquisendo i terreni, si è avvicinata sempre di più alle nostre case. Ci sono persone ammalate di tumore, ed è dire poco. Mi auguro che la magistratura riesca a capire quante persone si sono ammalate di tumore in questi anni”.

La magistratura ora ha acquisito le cartelle dagli ospedali ma servirà veramente tanto tempo prima di arrivare a dei dati certi sulle malattie.

“Mi auguro che questo si possa fare al più presto perché è da anni che stiamo cercando di ottenere un’indagine epidemiologica. Indagine che non è mai stata fatta. Quindi, mi auguro che adesso aprano gli occhi e se ci sono dei responsabili, se ci saranno… Perché, le ripeto, la magistratura deve dare giustizia a chi da tanti anni sta lottando per una verità”.

Ha mai pensato di andare via?

“Se avessi avuto la possibilità sicuramente me ne sarei andata. Mio marito all’età di 38 anni si è ammalato di linfoma, mio padre l’anno scorso è morto per un tumore allo stomaco. La cosa peggiore è pensare che sto crescendo i miei figli in una zona dove non siamo sicuri, dove nessuno ci ha dato al certezza che l’aria che respiriamo è salubre come venti anni fa. La mia grande preoccupazione è di aver cresciuto i miei figli qua. Mi auguro che non accada loro qualcosa di irreparabile, altrimenti me lo porterei sulla coscienza. Pensi anche che siamo in una zona così vicina al Centro Olii, in un paese così ricco e ancora oggi, nel 2016, non abbiamo la fognatura, non abbiamo l’illuminazione, i numeri civici. Se chiamo il 118 non ho neanche la certezza che mi trovino, le ho detto tutto”.

L’amministratore delegato dell’Eni, Descalzi, ha detto che è fiero di lavorare all’Eni e di viverci, che è la casa più pulita al mondo.

“Allora io lo inviterei a casa mia, gli offro un caffè e gli chiedo di comprarsi la mia casa, voglio vedere se la compra. Questo gli rispondo”.

Ascolta l’intervista a Maria Cristina Berardone

Maria Cristina Berardone

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In piazza, tra frustrazione e diffidenza

“Ora diritti alla meta”. “Italia Laica alza la voce”. Sono queste le parole d’ordine della manifestazione del 5 marzo a Roma, organizzata dalle associazioni lgbt e famiglie arcobaleno che in questi mesi hanno accompagnato con le mobilitazioni il percorso della Legge Cirinnà sulle Unioni civili approvata in Senato e che ora deve essere licenziata dalla Camera.

In piazza non solo le comunità Lgbt: hanno aderito anche associazioni come Amnesty, Cgil, Arci, Telefono Rosa. Sul palco, in piazza del Popolo, si esibiranno Emma Marrone, Paola Turci e Pamela Villoresi, presentate da Giulia Innocenzi. Una manifestazione che si preannuncia molto partecipata, stando anche a i pullman prenotati da tutta italia. All’appuntamento la comunità Lgbt arriva dopo un dibattto molto animato che c’è stato in questi giorni, nella stessa comunità Lgbt, dopo lo stralcio delle adozioni. Dibattito che ha avuto al centro anche gli obiettivi e l’oppotunità di questa manifestazione. A Paolo Hutter, tra i protagonisti storici del movimento omosessuale milanese, abbiamo chiesto innanzi tutto cosa chiederà al piazza domani.

“Questa manifestazione si basa su un doppio sentimento, come dice anche un comunicato dei giorni scorsi dell’Arcigay, che ha cercato di fare sintesi, dopo una discussione molto animata e anche molto polarizzata. Si è svolta ovviamente sui social, all’interno del mondo Lgbt e in generale del mondo Arcobaleno, che aveva accompagnato la mobilitazione per le unioni civili. Da una parte delusione, frustrazione, addirittura sorpresa per questo stralcio così netto e drastico del tema delle adoizioni dalla Cirinnà.

A questo sentimento di delusione, di protesta, si è unita una certa diffidenza. Per giorni si è discusso se non cerano altre fregatura, se magari questa abolizione dell’obbligo di fedeltà non fosse una fregatura, se nelle pieghe della legge non c’è qualche altra diminuzione dei diritti.

Dall’altra parte c’è invece un sentimento più realistico, più passo dopo passo, più di soddisfazione perché comunque doppo tanti anni potremmo cominciare a unirci civilmente. Però vogliamo anche che vengano raccolte le esigenze delle famiglie Arcobaleno come in tutto il mondo, perché ovunque c’è stata una legge per le copie omossessuali, che sia matrimonio o non matrimonio, c’è sempre stata come minimo l’adozione del figlio del partner. Quindi direi che tutte e due questi sentimenti sono rappresentati nella manifestazione con qualche sfumatura complicata in più dovuta al tema controverso della gestazione per altri sul quale, a mio parere, il movimento Lgbt era complertamente impreparato ma che la pubblicizzazione fatta dai media della vicenda del figlio di Vendola ha evidentemente accentuato”.

In sintesi, prevale l’idea che ormai rimettere in discussione questa legge è difficile, e forse anche rischioso, e quindi conviene proseguire dopo le altre battaglie?

“E’ una manifestazione, non è una riunione di un gruppo parlametare. E’ una manifestazione che dice: non crediate di aver risolto il problema solamente con la Cirinnà, noi c’eravamo, ci siamo ci saremo. Ci siamo mobilitati perché siamo dalla parte della ragione, , dell’Europa, dalla parte dei diritti umani. Penso sia questo il senso, poi come sarà declinato in Parlamento si vedrà”.

Realisticamente, prevale la convinzione che, dopo l’approvazione della legge, saranno i tribunali a supplire alle carenze della Cirinnà per quanto riguarda le adozioni?

“Calma. Su questo punto c’è stata, e in parte c’è tuttora, una polemica nel mondo Lgbt. Da una parte c’è chi dice di non preoccuparsi perché in effetti i tribunali suppliscono le carenze della legge e aggiungono che in ogni caso, anche con un testo migliore, ogni adozione deve essere sempre vagliata dal tribunale dei minori. Dall’altra c’è chi dice che questa supplenza del tribunale è una magra consolazione. La verità che è stata sbattuta la porta in faccia ai genitori omossessuali e questa porta va riaperta. Questa è una discussone che è ancora sul tavolo”.

Ascolta l’intervista a Paolo Hutter

Paolo Hutter

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    Letizia Mosca
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Giulietti: “Un primo passo per salvare il pluralismo”

Se ne discuteva da 15 anni. La Camera finalmente ha approvato, in prima lettura, la proposta di legge sull’editoria che istituisce il “Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione”. Le risorse arriveranno tra l’altro dalle eccedenze del canone Rai e da un contributo della raccolta e della vendita pubblicitaria.

La proposta, che ora passa al Senato, nelle intenzioni dichiarate, punta a un intervento organico su tutto il settore dell’editoria: dalla revisione dei profili pensionistici dei giornalisti alle competenze del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti.

Restano però le deleghe, troppe, al governo per ridefinire i criteri per accedere ai contributi pubblici e per la revisione della disciplina del settore.

Giuseppe Giulietti è il presidente della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), il sindacato dei giornalisti. Questa la sua opinione:

“È sicuramente un passo in avanti. Eravamo fermi al 2001, mancava qualunque assetto quadro. Era un caos totale anche per quanto riguarda i contributi alle imprese editoriali, e nel frattempo sono morte decine di radio e di giornali. Quanto meno adesso c’è un testo che detta delle norme, definisce il prodotto editoriale, unifica i contributi e introduce finalmente una norma per far decadere da ogni contributo, diretto o indiretto, le aziende che aggirano i contratti e le norme previdenziali. Ora tra Camera e Senato si dovranno forse introdurre delle modifiche, perché questa è una legge piena di deleghe al governo. Però, ripeto, dopo 15 anni di sostanziale blocco, siamo finalmente di fronte alla possibilità di discutere, di contrattare e di impedire la progressiva morte di quel che resta del pluralismo”.

Come potrà contribuire a rilanciare il settore?

“Intanto adeguando la definizione di prodotto editoriale. In questi anni sono nate numerose nuove realtà, multimediali, che hanno prodotto un nuovo tipo di comunicazione. Si introducono delle norme che aiutano coloro che vogliono creare nuove produzioni e vogliono sperimentare anche nuove reti della comunicazione. Invece di dare contributi a pioggia si danno contributi legati a progetti. Si crea poi anche un fondo per l’occupazione, sia per assistere e intervenire nelle situazioni di crisi – che sono molte – sia per incentivare nuove forme di assunzione.Naturalmente bisognerà attendere l’approvazione finale del testo, capire come queste norme saranno applicate e come sarà finanziata l’intera legge. E su questo bisogna essere particolarmente prudenti. Vediamo come andrà, è l’inizio di un percorso, ma senza questo primo passo tutto il resto sarebbe stato precluso”.

La legge sull’editoria si occupa delle grandi fusioni, come quella annunciata tra La Stampa e il gruppo L’Espresso?

“Questi sono i grandi scenari di cui ci si dovrebbe occupare. Non si possono bloccare le fusioni, però forse se c’è una cosa che manca in questa legge – e manca anche rispetto alla recente fusione Mondadori-Rizzoli – è una revisione delle normative antitrust e una possibilità di intervento delle Autorità della Comunicazione prima, e non dopo, la fusione. Manca anche la salvaguardia, dentro le fusioni, dell’autonomia dei corpi redazionali. Questo si chiama ‘Statuto dell’impresa editoriale’. Tutto questo nelle norme non è previsto. Io credo che, proprio perché si stanno delineando queste fusioni, sarebbe necessario rafforzare anche l’aspetto delle autonomie e delle garanzie”.

Ascolta qui l’intervista integrale a Giuseppe Giulietti

Giuseppe Giulietti Editoria p

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    Letizia Mosca
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Approfondimenti

“I pediatri non sono contro le adozioni gay”

Non è vero che i pediatri italiani sono contrari alle adozioni da parte delle coppie omosessuali. Posizione questa che ormai è stata pubblicata e amplificata dai media e usata, anzi continua a essere usata, strategicamente da chi si oppone alla legge sulle unioni civili.

È lo stesso presidente della Società italiana di Pediatria, Giovanni Corsello, a precisare che con la sua prima dichiarazione, poi strumentalizzata, non voleva esprimere un valore morale sulla genitorialità delle coppie omosessuali, né tantomeno una contrarietà a regolarizzare le coppie dello stesso con figli, che anzi vede con favore.

giovanni_corsello
Giovanni Corsello

 

Questa la sua dichiarazione che ha fatto discutere: “Non è scontato che avere due genitori dello stesso sesso non abbia ricadute negative sui processi di sviluppo psichico e relazionale nell’età evolutiva”. Frase che in realtà è stata riportata da un comunicato apparso il 27 gennaio sul sito dei pediatri.

La precisazione di Corsello inizialmente è uscita grazie a un utente di Facebook, Matteo Uslenghi, che ha pubblicato sul proprio profilo una mail ricevuta dal presidente dei pediatri in risposta a una richiesta di chiarimento su quanto pubblicato dai media.

 

foto fb letizia mosca

In realtà Giovanni Corsello ha affermato di aver chiarito la sua posizione anche con una nota, che però non ha avuto la stessa eco delle dichiarazioni iniziali. Noi lo abbiamo intervistato.

Ascolta qui Giovanni Corsello

Corsello pediatri mosca

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    Letizia Mosca
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