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Tributo a Piero Scaramucci, 11 novembre a Palazzo Marino

Piero Scaramucci

Comune di Milano, Radio Popolare e Anpi

in collaborazione con Alg, Articolo 21 e FNSI

vi invitano a:

Tributo a Piero Scaramucci

Milano, Palazzo Marino – Sala Alessi

lunedì 11 novembre ore 21

La Milano democratica ricorda Piero Scaramucci. Lunedì 11 novembre 2019 alle ore 21 presso la Sala Alessi di Palazzo Marino, ingresso libero con registrazione obbligatoria sul sito web del Comune di Milano o in sala subito prima dell’evento

Figura di grande rilievo per la nostra città, Piero Scaramucci tra gli anni ’60 e ’80 ha raccontato per la Rai vicende politiche, sindacali e di cronaca con libertà e rigore non comuni. Dalla morte di Enrico Mattei alla guerra Iran – Iraq, dal processo per la strage di Piazza Fontana all’alluvione in Valtellina.

Lo stesso spirito di libertà con cui nel 1976 ha fondato Radio Popolare, divenuta rapidamente punto di riferimento nel panorama dell’informazione indipendente a livello cittadino e nazionale. Al punto che il Comune di Milano nel 2001 premiò Radio Popolare e Piero Scaramucci con l’Ambrogino d’Oro.

In questo 50esimo anniversario della strage di piazza Fontana e della morte di Giuseppe Pinelli, Milano ricorda anche la tenacia con cui Scaramucci si battè e indagò per arrivare alla verità su quei fatti che tanto segnarono la Storia del nostro paese, oltre che della nostra città.

Con la Presidenza del Consiglio Comunale e Radio Popolare, organizza il Tributo a Piero Scaramucci l’Anpi, l’Associazione Nazionale Partigiani, nelle cui file il giornalista ha portato avanti il suo instancabile impegno civile fino agli ultimi giorni della sua vita.

Ricorderemo Piero insieme a Carlo Smuraglia, Beppe Giulietti, Marino Livolsi, Antonio Di Bella

Foto di Matteo Bergamini

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    Lorenza Ghidini
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Springsteen on Broadway: il disco, il film

16 canzoni, la voce accompagnata dalla chitarra acustica o dal pianoforte, e per ogni canzone un’introduzione, tratta dalla sua recente autobiografia. Un racconto che parte dalle radici, dall’infanzia nel New Jersey, e che a quelle radici infine ritorna, perché solo a quelle ti puoi attaccare quando nella tua vita arriva la tempesta. Perché una tempesta prima o poi arriva.

E’ uno Springsteen insieme malinconico e spiritoso quello che si racconta, si confessa davanti al suo pubblico in questo show che ha appena chiuso i battenti a New York dopo quasi 250 repliche. Non un concerto, ma uno spettacolo teatrale portato in scena sera dopo sera, in cui si intuisce la necessità stringente dell’artista alle soglie dei 70 anni di fare un bilancio della sua carriera e della sua vita.

Nel documentario uscito su Netflix il pubblico quasi non si vede, se ne sentono solo gli applausi. Bruce è solo sotto i riflettori, vestito di nero e con le scarpe da lavoro. Le inquadrature strette rivelano ogni momento di commozione, con qualche lacrima che è costretto ad asciugarsi e uno sbattere d’occhi nervoso, sui passaggi per lui più impegnativi. Sono quelli che riguardano suo padre, quell’irlandese triste con la faccia rubizza per le troppe birre, quell’uomo che non lo ha mai capito nè tantomeno appoggiato, ma che sul punto di diventare nonno ha riconquistato la dolcezza di un rapporto mai curato. Springsteen passa con facilità dal registro drammatico a quello comico, come quando rivela di non avere mai messo piede in una fabbrica, nonostante abbia cantato tante storie di lavoratori, o di abitare a 10 minuti dal suo paesino natale, proprio lui, “mister born to run”.

Le canzoni scorrono una dopo l’ altra in una sequenza studiata alla perfezione, non è una sfilza di grandi successi e la sua canzone più nota al grande pubblico “Born in the Usa” è cantata quasi senza musica, ridotta all’osso, lontanissima da quella del disco così spesso equivocata e scambiata per un inno degli Stati Uniti degli anni di Reagan. Per introdurla Bruce racconta di quando fu scartato alla visita per partire in Vietnam. Di come invece partirono due suoi amici, due giovani rocker di belle speranze, e di quando andò a Washington a cercare i loro nomi sul memoriale dei caduti per quella causa persa. “E ancora mi chiedo chi è partito al posto mi – dice Bruce con il volto impietrito – Perchè qualcuno è andato al posto mio”.

Ricordi, ricordi e sogni che si intrecciano, con un omaggio ai suoi compagni di sempre della E Street Band e uno struggente “arrivederci nella prossima” vita indirizzato a Clarence Clemons, morto diversi anni fa. Sul palco arriva Patty Scialfa, per due duetti tratti da Tunnel of Love, Springsteen presenta sua moglie come “la regina del suo cuore”, colei che gli sta accanto da tanti anni pur avendo visto dietro le sue numerose maschere.

La moglie, la famiglia, quella straordinaria mamma Adele che nonostante l’Alzheimer ama ancora ballare, il grande albero vicino a casa sua, la Chiesa. “I cattolici una volta che ti acchiappano non ti mollano più”, scherza Bruce. Poi fa silenzio e recita il Padre Nostro.

Amore e dolore, ricordi malinconici e speranze per il futuro, “che non è ancora scritto”, ci ricorda Bruce con uno sforzo di ottimismo. Non manca un passaggio sull’America di Trump, come introduzione al suo capolavoro dedicato ai migranti, The Ghost of Tom Joad. “Pensavo che ci fossimo lasciati alle spalle certe cose, e invece dobbiamo ancora combattere per l’America che vogliamo“.

Due ore e 20 di musica e parole. Un disco difficile da ascoltare facendo altro, un racconto che va seguito passo passo, e che richiede una discreta conoscenza dell’inglese, oltre che naturalmente un grande amore per questo artista. Ma è Bruce come non lo avete mai visto e sentito. Bruce che vi invita nel salotto di casa sua perché ha bisogno di raccontarvi tutto. Tutto quanto cominciò quella volta che vide Elvis in tv. “Il genio del rock and roll era uscito dalla lampada- , dice Bruce- e io sentii l’odore del sangue…..”

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    Lorenza Ghidini
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“È necessario identificare i morti in mare”

Cristina Cattaneo

Cristina Cattaneo, professoressa di medicina legale all’università di Milano e direttrice del LABANOF, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense della stessa università di Milano, è anche la coordinatrice di un lavoro per ricostruire l’identità dei migranti morti in alcuni naufragi nel Mediterraneo, in particolare quello di Lampedusa del 3 ottobre 2013 e quello del 18 aprile 2015.

Dal suo lavoro è nato un libro “Naufraghi senza volto – Dare un nome alle vittime del Mediterraneo“, pubblicato da Raffaello Cortina Editore. Oggi l’abbiamo intervistata e ci siamo fatti raccontare come si svolge il suo lavoro e quali sono le difficoltà che deve affrontare ogni giorno.

Il grande coordinatore di questo lavoro è un ufficio di governo, l’Ufficio del Commissario Straordinario per le persone scomparse, nato nel 2007. Noi come università abbiamo sempre combattuto per il diritto di chi ha perso qualcuno a ritrovare il suo morto e quindi a dare nome e cognome al morto. Abbiamo sempre collaborato con questo ufficio, ma ad un certo punto, per una serie di cose, ci siamo resi conto che c’erano delle enormi ingiustizie rispetto alle vittime dei grandi disastri degli ultimi 15 anni. Stiamo parlando di decine di migliaia di persone di cui la metà non ha un nome.
Spesso, nel mio mestiere, appena c’è un disastro aereo si corre per identificare le vittime. Abbiamo visto, però, che per queste vittime qui – e stiamo parlando del disastro più grosso del dopoguerra – nulla veniva fatto per identificarle. Questa sembra una grossa ingiustizia, perché diamo per scontato che i morti vengono identificati e che l’identità sia qualcosa in più che si fa per la dignità dei morti, ma noi stessi che gestiamo morti tutti i giorni abbiamo scoperto che anche i cari di queste vittime hanno bisogno di sapere per la loro salute mentale che il figlio è andare così avanti con la loro vita. Ma questo vale anche per motivi amministrativi: abbiamo visto orfani lasciati nei Paesi d’origine con amici perché non c’erano abbastanza soldi per far viaggiare tutta la famiglia. E quindi era fondamentale riuscire a dare un certificato di morte di madre e padre affinché gli orfani potessero fare ricongiungimento con quei pochi parenti che magari erano già scappati dall’Eritrea o dal Sud in Europa.

Il lavoro dell’identificazione dei corpi fatto magari giorni dopo la morte in mare di una persona, quando il corpo viene recuperato, è un lavoro particolarmente difficile. Poi c’è anche il lavoro parallelo con i parenti per cercare di rintracciarli e di contattarli, perché dopo aver stabilito le caratteristiche di un corpo è necessario incrociarle con le caratteristiche di chi te le può raccontare o di chi è rimasto e conosceva il corpo e le fattezze.

Esatto. E questa è la grande sfida. Ammesso che si potrebbe riuscire comunque a fare tutte le autopsie allo stesso modo, raccogliere i dati in maniera uguale per tutti questi morti – cosa già abbastanza difficile – la vera sfida è quella di recuperare i parenti che ti portino il figlio per il DNA o la fotografia o la lastra del dentista e via dicendo. Questa è la sfida, perché questi parenti non soltanto si sono anche abituati all’idea che nessuno si darà da fare per identificare i loro morti, e quindi non se lo aspettano e non cercano, ma sono difficili da contattare. Alcuni sono nei Paesi di origine e in alcuni Paesi è anche pericoloso approcciare i parenti di chi è fuggito perché potrebbero subire delle ritorsioni. Invece alcuni sono in viaggio e anche qui è difficilissimo con la diaspora riuscire a beccarli. Questa era una facile soluzione per chi magari non vorrebbe impegnarsi a identificarli, ma questa difficoltà non esiste, perché in realtà basterebbe che ogni Paese creasse degli hotspot in cui i parenti sanno che dovrebbero andare in questo posto, in Francia o in Germania ad esempio, e dare i loro dati per identificare i loro morti. Nel 2018 è una questione molto semplice perché la comunicazione dovrebbe essere il nostro forte, ma estremamente difficile. È possibile, però, ed è stato dimostrato con il primo esperimento dei morti eritrei del 3 ottobre 2013 di Lampedusa: siamo riusciti a far muovere in quello che si chiamerebbe un “worst case scenario” i componenti delle famiglie delle 70 persone scomparse, li abbiamo fatti spostare in Italia dai punti più disparati d’Europa per venirci a dare le informazioni. E così abbiamo identificato più della metà delle persone che erano cercate. Il punto è stato fatto: questi si possono identificare, vanno identificati e qualcuno li sta cercando.

C’è un elemento umano nel lavoro che state facendo, c’è un elemento civile, ma in fondo c’è anche un elemento profondamente politico in questo progetto. L’impressione che mi sono fatto è che ci sia una convenienza di natura politica nel lasciare questi morti senza nome, perché i morti senza nome in fondo restano nella categoria dell’astrazione, non toccano la carne, il vissuto e la sensibilità dell’opinione pubblica che li guarda. Lei che pensiero si è fatta?

Io sono partita subito in quarta dicendo che questa era una discriminazione molto pesante di natura culturale. E in realtà ho un po’ questa conferma: è chiaro che ogni momento politico ha le sue convenienze e spinge verso determinate cose. È facile far scomparire decine di migliaia di morti se non hanno identità e se non si parla con i loro parenti. Mi sono un po’ ricreduta sulle motivazioni perché in realtà, mettendoci mano, è un’operazione molto difficile. Non è un’operazione costosissima, ma non è molto molto facile per quello che ho appena detto: ci vorrebbe la volontà di diversi Paesi soltanto nel diffondere le informazioni e nel collaborare tra governi. Stiamo vedendo che questo non è facile, non è impossibile, ma ci sono diversi scogli. È chiaro che se la cosa non la vuoi fare, al primo ostacolo ti fermi.

Lei racconta nel libro che una volta vi hanno chiamati e vi hanno dato un tempo molto limitato per fare tante autopsie. E lei scrive che avere tanti corpi in un hangar è una cosa che ci si vuole levare di torno rapidamente.

Sì, si stava parlando del primo tentativo del primo gruppo di autopsie dei 13 famosi del disastro del 18 aprile 2015. Diciamo che qui la causa prevalente era un pregiudizio tecnico: in generale nel mio mestiere le difficoltà che incontriamo è che tutti pensano che tutto si risolva col DNA. Siamo un po’ viziati da questo DNA, dalla traccia dell’omicida sulla vittima e l’identità. Certo, il DNA ha un potenziale enorme, ma non si identifica soltanto con il DNA. Qui l’idea era che con questo DNA bastava prendere un tampone di saliva dalla bocca del morto senza neanche quasi aprire il sacco. Non è così, soprattutto su queste vittime: per identificare col DNA o ho bisogno dello spazzolino da denti della vittima, cosa difficile da ritrovare in questi casi, oppure un parente stretto – i fratelli, i figli o i genitori. Tante volte, però, anche la scienza segue ciò che è più conveniente e fa quello che è più necessario in quel periodo storico. Qui non abbiamo i dati ancora per identificare con il DNA queste persone. O meglio non conosciamo così bene i caratteri genetici di queste popolazioni – non così bene come conosciamo quelli delle popolazioni europee – e quindi diventa un po’ difficile raggiungere livelli di certezza soltanto con il DNA. Oppure è difficile trovare i parenti giusti per identificare col DNA. Questi ragazzi – e questo è stato un dato molto toccante – hanno tutti un profilo Facebook. E lì su Facebook il fratello o l’amica che cercava il fidanzato o l’amico ci apriva questi questi profili: c’erano tantissime fotografie su cui, per i cadaveri meglio conservati, si poteva identificare tramite tatuaggi, nei o cicatrici o banalmente la forma del volto. Questo è proprio un pregiudizio tecnico su quello che è un aspetto del mio mestiere ed è un po’ difficile da sfatare.

Immagino che chi fa il suo mestiere debba necessariamente elaborare una certa distanza nella relazione con i corpi e le vite dei defunti con cui si ha a che fare. Invece in questo momento state facendo un lavoro per cui in qualche modo siete costretti a riconnettere le storie e i vissuti umani di quei corpi. Che effetto le fa?

Questo è l’effetto di un lavoro che faccio da 25 anni. Il distacco non c’è, ci sono la consapevolezza e il metabolizzare quello che ti porta a lavorare ogni giorno sui morti, sulla violenza e sulle vittime. Qui l’elemento in più è l’ingiustizia che subiscono queste vittime di cui nessuno si ricorda neanche di dare identità e che questo stride molto. E il lavoro è proprio quello: cercare di non far dimenticare, anche avvicinando e raccontando quello che ci avvicina a queste persone, cioè l’idea di trovare nelle tasche di questi ragazzi le stesse cose che abbiamo noi o che hanno i nostri ragazzi è proprio utile per avvicinare e mediare. Credo che se tutti potessero vedere o se tutti potessero condividere la sensazione che fa passare attraverso la stiva di quel barcone – perché quel barcone si è salvato e c’erano mille persone sopra – e vedere le fotografie che hanno dei loro amici e delle loro feste nelle loro tasche, vedere questi sacchetti di terra che si portano dal loro Paese per portare un pezzo di casa loro con sé. Credo che questo accorci molto. Non c’è mai un allontanamento, anzi il mestiere va proprio nel senso di avvicinare.

Le va di raccontarci una storia che l’ha particolarmente colpita?

Sono tante, è difficile scegliere quella che ti colpisce di più. Una che ci ha colpito particolarmente è stata quella di un ragazzo del Gambia. Una delle ultime autopsie che abbiamo fatto sulle vittime del barcone grosso, quelle del 18 aprile 2015. Dopo che tutti insistevano che nessuno avrebbe cercato quei morti e che sarebbe stato impossibile identificarli. L’ultima vittima era un ragazzo di circa 18 anni, aveva un portafogli in tasca pieno di tessere, tutte con lo stesso nome, stessa data di nascita e stesse faccia. C’era una tessera identificativa che doveva essere un qualche documento tipo carta d’identità e poi tra le altre c’erano una tessera della biblioteca del suo Paese e una tessera di donatore di sangue. E questo non ha bisogno di commenti.

Al di là degli aspetti tecnici, cioè di chi dava per scontato che prelevando un rapido campione di saliva si potesse sistemare tutto, siete stati anche ostacolati in qualche modo in questo vostro lavoro?

Non c’è stato mai alcun ostacolo attivo, ma diciamo che l’inerzia e l’apatia possono essere un ostacolo enorme. Sono quattro anni che stiamo cercando di fare questa cosa e l’Europa è abbastanza sorda. L’Italia si è trovata da sola a gestire queste missioni, da sola e senza l’aiuto di chi è anche proprietario di queste frontiere a sud dell’Europa. E siccome si tratta di un diritto fondamentale sono rimasta molto sorpresa da questa inerzia dell’Europa nei confronti di questa problematica. L’inerzia e l’apatia sono forse uno degli ostacoli più grandi.

Cristina Cattaneo

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Intervista Cristina Cattaneo

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    Lorenza Ghidini
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“La fine di un’era. Ora la sinistra è divisa”

La cancelliera tedesca Angela Merkel

La cancelliera tedesca Angela Merkel ha annunciato ieri l’intenzione di chiudere con la politica nel 2021, alla naturale scadenza del suo mandato. Dopo i risultati tutt’altro che soddisfacenti ottenuti dal CDU, Merkel ha deciso di fare un passo indietro dopo 13 anni alla guida della Germania.

Cosa succederà adesso? Chi prenderà il posto di Angela Merkel e come cambierà la Germania nei prossimi anni? Ne abbiamo parlato con Manfred Kolbe, ex parlamentare ed esponente della CDU.

Senz’altro la giornata di ieri è stata una giornata storica. Si è chiusa un’epoca. Dopo 18 anni come presidente del Partito e dopo 13 anni come cancelliere della Germania, Angela Merkel ha deciso di ritirarsi lentamente e questa è la fine di un’epoca. Un giovane 25enne o anche trentenne non conosce altro che Angela Merkel. Nei prossimi mesi avremo un cambiamento storico.

È un cambio storico che non riguarda solamente la CDU, ma che potrebbe riguardare a breve, o forse meno a breve, anche le sorti della governo. Con il ritiro di Angela Merkel perde legittimità la grossa coalizione e molto dipenderà dalla scelta che verrà fatta per la segreteria: una scelta in continuità con l’eredità di Merkel oppure una scelta che porti la CDU in tutt’altra direzione. Lei che cosa pensa?

Storicamente in Germania il cancelliere della CDU è stato sempre anche il presidente del partito. Lo è stato Adenauer per decenni e anche Angela Merkel per 13 anni. La separazione non ha mai funzionato e lo aveva detto la stessa Angela Merkel solo due settimane. Adesso ha cambiato idea, ma ci sarà una cancelleria precaria e non so se durerà fino al 2021, non lo sa nessuno. Potrà durare alcuni mesi, ma potrebbe anche andare avanti per anni.

Rispetto alla successione noi abbiamo capito che ci sono tre candidati principali: Annegret Kramp-Karrenbauer, che la candidata della continuità con Angela Merkel, anche se non del tutto sulla sua linea. Jens Spahn, l’attuale Ministro della Salute, che se abbiamo ben capito fa parte dell’ala più a destra del partito. E Friedrich Merz, storico oppositore di Merkel. È corretto?

Sì, poi c’è un altro candidato di mezzo, Armin Laschet, Primo Ministro della North Rhine-Westphalia, che ieri ha detto di voler moderare la successione, magari anche con l’obiettivo di essere lui il successore. Attualmente abbiamo tre candidati e mezzo. In 60 anni di storia della CDU raramente il partito ha avuto una scelta così vasta.

A vedere i profili di questi candidati sembrerebbe che il vostro partito sia destinato ad andare più a destra rispetto alle posizioni di Angela Merkel. È così?

Diciamo che la situazione migliore sia non andare a destra, ma ritornare un po’ di più ai valori tradizionali. Angela Merkel ha spostato il partito un po’ nel centro-sinistra, anche mettendo in difficoltà la socialdemocrazia. Un candidato Merz o un candidato Spahn riporterebbe la CDU ai valori più tradizionali di Helmut Kohl. E questo è stato anche il dilemma alla fine dell’era Merkel: lei era la cancelliera incontrastata fino al 2015. Poi c’è stata la questione della crisi migratoria e della politica della quasi accoglienza illimitata che Angela Merkel ha propagandato e che la maggioranza dei tedeschi non ha seguito. Dal 2015 è iniziato il declino della cancelliera e adesso si vedrà se un altro candidato riporterà la CDU ai valori tradizionali o se la candidata Kramp-Karrenbauer, che sembra la piccola Merkel, continuerà il percorso di Angela Merkel. Questa sarà la decisione che dovrà prendere il partito.

Stiamo assistendo al declino di Angela Merkel e delle sue scelte politiche o stiamo assistendo al declino di quello che forse, anche per peso simbolico, è l’ultimo dei grandi partiti tradizionali rimasti in Europa? Un’Europa che in questi anni ha visto crollare progressivamente tutti i partiti tradizionali elezione dopo elezione. Siamo di fronte una crisi irreversibile per la CDU oppure è semplicemente una crisi dopo le scelte politiche adottate da Merkel?

Credo che le ragioni siano entrambe. In tutta Europa abbiamo una diversificazione dei partiti e nessuno raggiunge più il 40%. In Germania si è divisa la sinistra. 20 anni fa c’era la socialdemocrazia, adesso da una parte abbiamo la socialdemocrazia, abbiamo una parte dei Verdi e c’è anche la sinistra ex-comunista, ma abbiamo avuto una divisione anche sulla destra. È un fenomeno che abbiamo avuto in tutta Europa e credo che la cancelliera Merkel abbia giocato un ruolo in questo con la sua politica migratoria.

La cancelliera tedesca Angela Merkel
Foto dal profilo FB di Angela Merkel https://www.facebook.com/AngelaMerkel/

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intervista Manfred Kolbe

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    Lorenza Ghidini
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“Il Parlamento deve intervenire”

marco cappato

Marco Cappato, esponente dei Radicali e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, è tornato a Radio Popolare per parlarci dell’importante udienza di domani della Corte Costituzionale di Roma sul caso di Dj Fabo, Fabiano Antoniani, morto in Svizzera il 27 febbraio 2017 all’età di 39 anni grazie proprio all’intervento dell’Associazione Luca Coscioni, che lo ha aiutato ad avviare il percorso del suicidio assistito.

Cappato, attraverso un’azione di disobbedienza civile, offrì assistenza al suicidio, contravvenendo l’art. 580 del Codice penale, denominato proprio “Istigazione o aiuto al suicidio”. Cappato è stato assolto dall’accusa di istigazione al suicidio, mentre per l’accusa di aiuto al suicidio la Corte di Assise di Milano, lo scorso febbraio, aveva emesso una ordinanza di remissione alla Consulta per il giudizio di costituzionalità della norma.

Domani, quindi, la Corte Costituzionale dovrà stabilire se il reato di aiuto al suicidio è ancora conforme alla Costituzione italiana. Ecco cosa ha spiegato Cappato a poche ore dalla sentenza ai microfoni di Radio Popolare, intervistato da Lorenza Ghidini e Massimo Bacchetta.

Lo può fare la Corte e lo può fare il Parlamento. Per me l’importante è riuscire a superare una situazione dove si applica una legge per casi che non c’entrano nulla con le motivazioni di quella legge: nel 1930 si voleva ribadire che la vita umana appartiene prima allo Stato, al Regime, e poi alla libertà di ciascuno, ma non era certamente una legge concepita per regolare la questione dei malati terminali che di fatto non esistevano nemmeno a quell’epoca. Fabiano Antoniani sarebbe sopravvissuto poche decine di minuti in quelle condizioni con lo stato di tecnologie mediche del 1930. Quella proibizione, che appunto è una proibizione con una condanna da 5 fino a 12 anni di carcere, deve essere superata. La Corte Costituzionale può decidere che sia un reato incompatibile con i principi costituzionali ed io aspetto, con il massimo rispetto per la Corte stessa, quella che sarà la decisione. Ovviamente anche il Parlamento potrebbe superare questa situazione, visto che c’è una proposta di legge di iniziativa popolare che abbiamo depositato 5 anni fa e che non è mai stata discussa dal Parlamento.

Che aspettative ha per domani? Ricordo che in quella aula il presidente della Corte Ilio Mannucci Pacini aveva letto tutta una serie di sentenze europee. Ora non vorrei dire troppe sciocchezze perché il giudice Mannucci è un fidato ascoltatore di Radio Popolare e non vorrei essere imprecisa.

Il contesto anche europeo è quello, ma anche quello della giurisprudenza costituzionale di un sempre maggiore spazio per i cosiddetti diritti di autodeterminazione è la ragione per la quale la Corte Costituzionale aveva stabilito e ha abrogato i divieti sulla fecondazione assistita, l’analisi genetica pre-impianto e l’eterologa, senza che il Parlamento sia mai intervenuto. Questo però dal mio punto di vista non significa voler essere ottimista o pessimista, ho il massimo rispetto per un lavoro che è comunque difficile da parte della Corte e mi interessa però chiamare la responsabilità del Parlamento in ogni caso, perché anche se la Corte dovesse rimandare la palla al Parlamento o magari stabilire un principio, poi ci sarebbe comunque bisogno di regole che aiutino a distinguere il caso di una condizione di disperazione ma che deve essere aiutata con un’assistenza medica psicologica e invece un caso davvero irreversibile e insostenibile che può richiedere il rispetto della volontà di terminare la propria vita. Mi chiedo, a questo punto, se la politica deve continuamente aspettare che sia poi la Giustizia a risolvere problemi che invece chiamano in causa dibattiti che sono presenti nell’opinione pubblica e che sono maturi nell’opinione pubblica. Visto che la Costituzione, tra l’altro, prevede anche che il popolo eserciti l’iniziativa delle leggi e quella legge è in attesa da 5 anni, mi interessa di più esigere da questo Parlamento che finalmente discuta questo tema.

Le chiedo se non teme che una sentenza eventualmente negativa della Corte possa in realtà inchiodare per molto altro tempo il tema. Lei cita il Parlamento, però va notato che lei va direttamente e caparbiamente sulla questione delle leggi sul tema in un momento in cui la politica vive esattamente in una situazione opposta: contano più le sparate alla luna, piuttosto che il merito delle cose. Dove la vede nel Parlamento attuale l’energia culturale per occuparsi di un tema del genere?

Io mi sono autodenunciato per questo, perché la forza della non-violenza è esattamente quella di far vedere in carne e ossa la conseguenza delle leggi e delle politiche giuste e sbagliate e in questo ha una solidità e una forza a mio avviso più profonda che non lo scontro di slogan, di polemiche, di insulti o di buffonate che continuamente vengono somministrate nel cicaleccio della politica. Penso che la solidità e la profondità di questi temi possa già trovare un’opinione pubblica favorevole. Non lo dico io, lo dicono tutti i sondaggi: uno del Gazzettino del Nord-Est dice che il 67% degli elettori della Lega Nord è d’accordo sulla legalizzazione dell’eutanasia. Allora conquistando un minimo di condizioni di democrazia diventa difficile, anche per i vertici di partiti finora ferocemente contro, girare la testa dall’altra parte. Non è detto che sia un’intesa che sarà realizzata o che sarà vinta subito, ma francamente non vedo altra soluzione che insistere.

Che ne pensa della situazione politica in generale di questo nuovo governo. Lei di solito non interviene molto sul generale e sta più sui temi che sono che sono quelli dei Radicali.

Penso che la cosa più negativa e pericolosa sia l’illusione del nazionalismo. Questo è veramente solo uno slogan superficiale, perché nessun problema del nostro tempo, dal riscaldamento globale alle crisi migratorie e quelle della finanza internazionale, può essere degnamente affrontato illudendosi di chiudersi in casa nostra. Certo, c’è bisogno di democratizzare le Istituzioni Internazionali, questo è lo sforzo che va fatto ed è effettivamente una delle grandi responsabilità in negativo di chi ha governato finora: non avere considerato il diritto, i diritti e la Democrazia una priorità politica. Oggi si raccoglie quello che si è seminato, però a questo punto non ci sono nemmeno più alibi, non si può continuare a dire “Eh ma allora il PD? E allora il centrosinistra?”. Adesso i mitici 100 giorni sono passati da un pezzo, le leggi che sono in vigore e le politiche che sono in vigore sono responsabilità di questo governo e dei partiti che lo compongono e ciascuno deve essere richiamato alle proprie responsabilità.

Lei citava appunto l’elettorato leghista e la maggioranza che sarebbe favorevole a soluzioni di questo tipo. Fino ad ora però dal governo abbiamo visto posizioni più legate all’integralismo da Family Day. Qualcuno della Lega l’ha chiamata per dirle che si sarebbe occupato del caso?

No, però da questo punto di vista devo dire che non mi ha chiamato praticamente nessuno, neanche dall’altra parte. A questo punto mi dico che chi crede nell’urgenza di svolta di libertà e di diritto, ma che riguarda anche il tema dei migranti, del lavoro o dell’ecologia, deve darsi da fare: non basta denunciare i pericoli, che sono enormi, di quello che sta accadendo in Italia per riuscire a rappresentare un’alternativa. L’alternativa si costruisce con la mobilitazione, con la non-violenza e le iniziative popolari, non soltanto con lo scambio di tweet e di post che evocavate voi.

marco cappato

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intervista Marco Cappato

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    Lorenza Ghidini
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“Quando si fa del bene non si sbaglia mai”

Mimmo Lucano

L’arresto del sindaco di Riace sta ancora facendo molto discutere e le iniziative di solidarietà nei confronti di Mimmo Lucano si stanno moltiplicando col passare delle ore e dei giorni. Ma cosa sta succedendo in questi giorni a Riace? Come è stata accolta la notizia? Ne abbiamo parlato col vicesindaco Giuseppe Gervasi.

L’intervista di Lorenza Ghidini e Gianmarco Bachi.

Siamo sconvolti per quello che è accaduto. Questa questa indagine riguarda molte altre persone di Riace, persone che negli anni hanno fatto tanto per chi giungeva dalle guerre e dalle persecuzioni e siamo un po’ sconvolti per questo. Non dico che è un attacco con dei pregiudizi, non oso pensarlo, e non vorrei neanche che ci sia un intento politico dietro, ma è chiaro che questo è un piccolissimo paese della Calabria che ha lanciato un messaggio forte di umanizzazione e capisco che in un momento del genere questo messaggio possa anche far paura. Spero che tutto si possa chiarire velocemente.

Immagino che la notifica dell’arresto sia stata un fulmine a ciel sereno, però era da tempo che erano in corso delle indagini, delle verifiche e delle attenzioni particolari rivolte all’esercizio delle attività amministrative del comune di Riace. Il sindaco stesso, quando gli è stata notificata la comunicazione, ha detto “avevo già chiarito tutto, erano 18 mesi che ci stavamo confrontando su questi temi”.

Sì effettivamente parlavamo con il sindaco ed era tranquillo. Diceva di aver chiarito tutto e di aver detto tutto, anche perchè è abituato a dire tutto, spesso anche in maniera molto colorita. È una persona che non teme di dire le cose neanche di fronte a un magistrato e di assumersi la responsabilità. Lui una visione particolare del riconoscimento dei diritti e giustamente è convinto che non stava facendo nulla di male. È questo che lui diceva spesso e continua a dire. Molto probabilmente quella sua uscita per la Guardia di Finanza è la prova della mancanza di dolo di un uomo.

Voi della giunta condividevate questo suo approccio di dire “se la legge è balorda, io privilegio la giustizia”?

Qui a Riace siamo in un contesto particolare, siamo nello Stilaro. È una realtà molto delicata la nostra zona, parliamo di modello Riace, ma non riguarda soltanto Riace. C’è stato il copia-incolla e questo ha allontanato molte persone da ambienti poco raccomandabili. Molti ragazzi di Riace, ma anche degli altri paesi, hanno avuto la possibilità di rimanere. Diciamo che effettivamente è stata più di una risorsa umana, perché quando ci si raffronta con la diversità ci si arricchisce. È stata anche un’opportunità per riempire i vuoti che purtroppo la disoccupazione ha creato nel tempo.
Quante volte è capitato ad ognuno di noi, anche a chi ricopre ruoli importanti tipo Ministeri, di dire “io vado avanti senza guardare in faccia la norma“? È accaduto anche ai piani alti. Bisogna avere rispetto delle norme, lo dico da legale, anche quando queste norme non si ritengono giuste. Magari l’atteggiamento di Mimmo Lucano potrebbe portare ad un cambiamento delle norme.

Ma anche senza la forzatura delle norme, è impossibile il modello Riace?

Guardi, io spesso devo dimenticare di essere un avvocato in certi frangenti. Quando ci sono gli sbarchi emergenziali può accadere che ti chiama la Prefettura alle 7:00 di mattina e ti chiede se c’è la disponibilità di ospitare 10 o 20 ragazzi. Il sindaco di Riace, come altri sindaci della zona, diceva sempre di sì, diceva che non c’erano problemi. Quando accade una cosa del genere è praticamente impossibile rispettare le norme. Come fai tu se ti mandando dieci persone un’ora prima a fare il bando e tutto il resto? Le cooperative e le associazioni hanno delle strutture pronte, ma non strutture tipo alberghi, strutture dislocate nel centro storico che danno ai ragazzi e alle famiglie in accoglienza quella dignità che è giusto che venga riconosciuta, anche se in questo momento mi rendo conto che siamo in un momento particolare. Credo che quando si cerca di aiutare gli ultimi non si sbagli mai.

Come è stata accolta la notizia in paese?

A Riace siamo tutti ultimi. Non è un paese ricco, gli immigrati sono preoccupati perché hanno visto venir meno un punto di riferimento e il discorso vale anche per tutti gli altri, anche perchè ci sono altri 30 indagati, che sono persone a me vicine, anche ragazzi che per la prima volta si trovano in una situazione veramente delicata. Io so cosa vuol dire perché ho frequentato le aule giudiziarie, però per ragazzi che non avevano un posto di lavoro e si sono trovati in questa situazione non è non è facile, bisogna anche lavorare a livello psicologico. Noi cercheremo di andare avanti per garantire a chi è ancora in accoglienza a Riace e a chi lavora di continuare a fare quello che ha fatto Mimmo Lucano e che continuerà a fare, perchè non è mia intenzione sostituire il sindaco per questi motivi.

Mimmo Lucano
Foto dalla pagina FB di Riace In Festival https://www.facebook.com/Riace-In-Festival-843053969108143/

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intervista Giuseppe Gervasi

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    Lorenza Ghidini
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“Bisogna ricostruire il PD con un’identità chiara”

manifestazione PD Roma

Il Partito Democratico è sceso in piazza a Roma e in quello che è stato il primo passo verso una ricostruzione ormai necessaria dopo la frammentazione troppo netta di questi ultimi anni e le sconfitte in campo elettorale che hanno visto il PD passare dal primo partito italiano e un partito di opposizione verso il quale gli elettori hanno perso fiducia.

La manifestazione di ieri ha rappresentato un nuovo inizio, ma c’è ancora molto da lavorare e la ristrutturazione si preannuncia complessa e dolora. Oggi abbiamo intervistato l’economista Giuseppe Provenzano, vicedirettore dello Svimez e membro di minoranza della Direzione del Partito Democratico, che ci ha parlato del futuro del Partito Democratico e di come bisogna intervenire per riacquistare forza e credibilità agli occhi degli elettori e dell’opinione pubblica.

L’intervista di Lorenza Ghidini e Massimo Bacchetta.

Innanzitutto è stata una bella piazza e, diciamoci la verità, ha un po’ fermato quello che sembra da fuori un processo di dissoluzione in atto di questo partito. È stato il segnale di una comunità che c’è e di cui bisogna avere rispetto. Questo è secondo me il messaggio principale che ci viene da quella piazza. E bisogna dare atto a Maurizio Martina di aver fatto una scommessa non scontata in un momento in cui tutti dicevano che non c’era più l’opposizione e che il Partito Democratico era già sciolto o addirittura che andasse sciolto. E invece quella comunità esiste, vuole dire la sua e lo fa con un certo orgoglio. Questo secondo me è un dato importante è che fa bene alla democrazia prima che al Partito Democratico.

Lei come ha interpretato quel grido “Unità, Unità” che ha accolto e che sembrava riportare le lancette indietro di molto tempo nella politica italiana. Quello era il senso comune di moltissimi militanti della sinistra a vario titolo in Italia. Poi piano piano i militanti si sono sentiti raccontare dai dirigenti politici che il tema dell’Unità in realtà non poteva più essere posto.

Il tema dell’Unità è un tema molto avvertito dalla nostra base, meno dell’altezza probabilmente dopo anni di divisioni. È vero che quella piazza è stata del PD, ma è anche vero che quella piazza non è ancora una piazza che parla fuori al PD. Io sono convinto che l’unità sia un valore, ma che vada perseguita nella chiarezza. Ieri Maurizio Martina ha detto delle parole importanti e anche impegnative. Ha detto che abbiamo capito la lezione e che fin qui c’è stata una parte del Partito Democratico che, diciamo la verità, ha dato un po’ la colpa della sconfitta agli elettori, come se non ci avessero capito o se fosse stato solo un errore di comunicazione. Penso che l’unità vada ricostruita con settori della società che abbiamo abbandonato o che si sono sentiti abbandonati da noi prima che dai gruppi dirigenti. Poi senz’altro anche nei gruppi dirigenti bisognerà trovare il modo di svolgere un Congresso, fare chiarezza al nostro interno su una linea politica per seguirla nella lealtà e nel rispetto anche delle minoranze, perché è vero che in questi anni c’è stato un grado di conflittualità interna molto alto. Però c’è stato anche nella conduzione della leadership del Partito Democratico che non ha lasciato nessuno spazio a voci critiche, e chi ha detto la sua veniva bollato come gufo o peggio. L’unità sicuramente è importante e va però perseguita nella chiarezza.

Anche a me ha colpito quando Martina ha detto “abbiamo imparato la lezione”, perché in effetti molti militanti del Partito Democratico sono rimasti delusi rispetto al grado di elaborazione della sconfitta, non solo quella del 4 marzo, ma prima ancora quella del referendum costituzionale. Secondo lei questa elaborazione c’è stata o forse è arrivato il momento di gettare il cuore oltre l’ostacolo e cominciare a guardare il futuro?

Penso che gettare il cuore oltre l’ostacolo sia fondamentale e sia necessario in questo momento per costruire un’alternativa al governo gialloverde. Le due cose, però, non sono scollegate: bisogna partire dagli errori compiuti in passato. Dire che abbiamo capito la lezione poi va chiarito. Il Jobs Act è stato la grande riforma che ha fatto bene all’economia italiana oppure è stato un errore percepito dal mondo del lavoro che ha segnato un fossato tra noi e pezzi di popolo che storicamente la sinistra ha rappresentato? Questo è quello di cui dovremmo discutere al Congresso, anche poi per avere la credibilità di opporsi alle misure del governo che non ci soddisfano, come per esempio la legge di bilancio, la manovra prevista dal DEF che non prevede investimenti o creazione di lavoro. Su questo per essere credibili fino in fondo bisogna direi che anche noi abbiamo portato il livello di investimenti pubblici a quello più basso di sempre nella storia della Repubblica. Quindi dobbiamo chiarirci fino in fondo e dobbiamo farlo sulle idee, sui contenuti e sugli elementi di merito. Solo così torneremo a rispettarci e anche probabilmente a trovare delle sintesi e delle unità. Fin qui le divisioni che ci sono state nel Partito Democratico, e più in generale nella sinistra, sono state divisioni solo sulla base delle persone e invece, secondo me, noi possiamo anche fare una battaglia vera, ma questo probabilmente ci insegnerà anche a rispettarci tra di noi nelle diversità che pure sono inevitabili. Bisogna costruire un partito grande, non un partito del 15% o del 18%, è inevitabile che ci siano diversi punti di vista.

Lei sa che qualcuno oggi sul 18% metterebbe la firma in questo momento nel Partito Democratico in vista delle prossime elezioni. Il passaggio anche stiamo osservando noi esterni al Partito Democratico è come aver rinunciato a dei fondamentali della politica: a 6 mesi di distanza dalla sconfitta, Martina avrà detto “abbiamo capito la lezione”, però è vero che noi non sappiamo cosa il Partito Democratico pensa di quel passaggio. Seconda questione. Matteo Salvini di tutto può essere accusato tranne che di una cosa. Cioè, Matteo Salvini dai suoi elettori viene percepito come Capitano, non come un arrogante lontano dalla base. Il Partito Democratico, e in generale tutta la struttura della sinistra, si sta dimenando ancora in questa vicenda. Il Partito Democratico, anziché riuscire a elaborare logiche di opposizione al governo è lì che ancora ci deve spiegare che peso ha Matteo Renzi al suo interno. Questo non è venir meno a dei fondamentali della politica? Prima di convincere bisogna sapere che cosa state dicendo e invece non lo si capisce bene.

Io la penso esattamente così e sono dentro al PD per dire proprio le cose che ha detto lei, altrimenti un partito che parla solo a se stesso è un partito inutile. Io all’indomani della sconfitta ho detto di aprire subito una fase congressuale di confronto in cui chi ha portato la sinistra italiana e il Partito Democratico al livello più basso della storia della sinistra si faccia da parte e favorisca un confronto reale sulle cause di questa sconfitta. Un confronto soprattutto su cosa è il Partito Democratico oggi. Il punto è che se vogliamo costruire l’alternativa non possiamo farci solo convocare dal governo o convocare da Salvini: dobbiamo avere le nostre parole d’ordine e su questo io credo che si faccia fatica perché il Partito Democratico non si sa bene che cosa sia nella società italiana. È un partito di centro alla Macron come lo vorrebbe l’ex segretario o invece è un partito di sinistra? Ieri, ad esempio, Martina ha detto delle cose molto di sinistra. Ha detto che noi dovremmo tornare a combattere contro l’avidità del capitalismo finanziario. Noi in questi anni non solo non abbiamo combattuto, ma non abbiamo nemmeno nominato un nemico e siamo stati percepiti come un sistema di potere. E forse è una delle ragioni per cui nel Partito Democratico si discute sempre solo di organigrammi, sempre solo di chi fa chi o chi sta con chi. Avremmo bisogno di un momento di grande apertura e di discussione politica, non delle primarie in cui chiamiamo le persone a votare per un cognome e delegare tutto a questo. Quel quel meccanismo poi si spezza facilmente. Salvini si fa portatore di una linea politica che è condivisa dal suo popolo e a noi purtroppo manca la linea politica più che una leadership. Questo serve adesso. E la manifestazione di ieri è un incoraggiamento, ci dice che in quella comunità ci sono ancora le risorse per provare a ripartire. Questo non era né scontato né semplice.

manifestazione PD Roma
Foto dal profilo FB di Maurizio Martina https://www.facebook.com/maumartina/

Ci vorranno spalle molto larghe, anche perché questo dibattito che i militanti hanno voglia di fare sulla linea politica e su che cos’è oggi il PD e cosa deve essere per il domani non è che necessariamente possa venire fatto nel Congresso. Se è vero, come abbiamo potuto constatare in alcuni circoli qua a Milano, che all’ultimo Congresso c’era un dibattito dalle 18:00 alle 20:00 e il voto dalle 20:00 alle 22:00, è abbastanza evidente che quando il dibattito dura due ore e poi bisogna votare per tizio o per caio non è che ci sia tutta questa elaborazione di che cosa deve essere il partito. C’è molto da ricostruire anche rispetto agli spazi da concedere agli elettori, al contatto con gli elettori, al dibattito vero. C’è qualcuno fra di voi che ha le spalle così larghe per riuscire a risollevare questo tipo di situazione? Che ne pensa del candidato Zingaretti?

Io non faccio una questione di nomi. Secondo me ci sono diverse persone che hanno le spalle larghe, Zingaretti sarà uno di questi, però bisogna mettersi in testa che bisogna davvero rompere il meccanismo di cui parlava lei. Se tu hai un dibattito che dura due ore e poi due ore di voto, nel migliore dei casi avviene una contrazione del dibattito. Ci sono invece dei fenomeni degenerativi pericolosissimi, cioè a volte non c’è nemmeno il dibattito e ci sono file di militanti chiamati a votare dal notabile di turno – penso in particolare al Mezzogiorno – in cui il dibattito non si fa per niente, perché nel Partito Democratico si riproducono esclusivamente delle logiche di potere interno. Questo sistema va completamente scardinato perché è esattamente quello che ha reso repulsivo il Partito Democratico in molte zone del Paese. Non c’è solo un problema di linea politica e di classe dirigente nazionale che con ogni evidenza ha rotto un rapporto di fiducia con gli italiani; c’è un problema anche a livello periferico, soprattutto in alcune realtà del Paese. O abbiamo in mente che chi si fa carico della guida del Partito Democratico deve scardinare questo sistema oppure saremo sempre più una ridotta, militante, orgogliosa, attiva realtà, magari riusciremo ad intercettare il malcontento crescente che ci sarà prima o poi nei confronti delle politiche del governo, ma davvero non svolgeremo la funzione di cui invece avremmo bisogno.

Lei aveva detto due cose. Martina può favorire il cambio e No ad una opposizione in nome delle spread. Lei vedrebbe Martina come possibile candidato? E secondo lei il PD è sulla strada di fare opposizione non in nome delle spread in questi giorni?

Su quello che farà Martina deciderà Martina. Io le sto dicendo che secondo me bisogna parlare di politica. Sullo spread ieri sono stati fatti dei passi in avanti che, per esempio, non ci sono stati a Genova. Lì, con i morti ancora in caldo, pezzi del Partito Democratico si lamentavano delle azioni di Atlantia. Quello significa non aver capito chi vuoi rappresentare. Oggi il tema dello spread è un tema importante perché riguarda i mutui degli italiani, ma la priorità non sono gli zero virgola o quello che ci dice l’Unione Europea sui nostri conti: la priorità è capire cosa fai con questi soldi. E se non ci fa investimenti pubblici e ci fai la flat tax, questo non fa bene all’economia e commetti un’ingiustizia. Se finanzi un reddito di cittadinanza e tagli però il welfare, quello non fa bene nemmeno ai poveri perché lo pagheranno i figli dei poveri. Su questo bisognerebbe fare il Congresso del Partito Democratico, poi tutti diremo la nostra. Chi si assumerà l’onere di guidarlo deve farsi carico di indicare con nettezza una posizione politica agli italiani.

Maurizio Martina
Foto dal profilo FB di Maurizio Martina https://www.facebook.com/maumartina/

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intervista Giuseppe Provenzano

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    Lorenza Ghidini
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“Il PD deve combattere contro un governo pericoloso”

Maurizio Martina

Il Partito Democratico proverà a riorganizzarsi e risollevarsi a partire dalla manifestazione nazionale in programma domenica 30 settembre in piazza del Popolo a Roma, un evento fortemente voluto dal segretario nazionale Maurizio Martina che sta cercando di tenere le fila di un partito sempre più spaccato al suo interno, con diverse fazioni che sembrano sempre meno d’accordo tra loro.

Per l’Italia Che Non Ha Paura, questo il nome dato alla manifestazione, servirà a dare un segnale ai cittadini e a tentare di costruire una valida e forte alternativa al governo del cambiamento e al centrodestra più in generale. Ne abbiamo parlato con Maurizio Martina, fiducioso sulla rinascita del Partito Democratico e di un centrosinistra unito che possa dare battaglia a un centrodestra sempre più in crescita di consensi.

L’intervista di Lorenza Ghidini e Massimo Bacchetta.

Bisogna combattere contro un governo pericoloso. Abbiamo visto in questi 100 giorni tutte le scelte che hanno fatto: anziché essere scelte per risolvere i problemi sono state scelte per individuare i nemici, dai vaccini al tema delle periferie, dalla delicatissima questione delle armi alla disastrosa proposta di legge Pillon.
È un governo che rischia di mandarci a schiantare ed è un governo che ci vuole isolare dall’Europa e per tutto questo occorre un’alternativa. Il Partito Democratico c’è, deve cambiare, riorganizzarsi, rilanciarsi.
E serve una mobilitazione popolare perché questa alternativa si costruisce con le persone in maniera larga e diffusa. Io spero che sia il punto di inizio di un lavoro che andrà fatto anche con altre forze e dentro un campo più vasto, ma è fondamentale che il Partito Democratico dia questo segnale di presenza importante e che tantissimi siano con noi domenica a Piazza del Popolo.

Sono ore in cui il Governo è alle prese con due questioni, la manovra e il decreto Sicurezza. Vi affidate a Tria per quanto riguarda la manovra e il mantenimento di quel rigore sui conti e al Quirinale per quanto riguarda il decreto Sicurezza?

No. Noi faremo la nostra parte sia sulla legge di bilancio che sul decreto sicurezza. Su quest’ultimo adesso vediamo come esce dal Consiglio dei Ministri, ma se quello che abbiamo letto si confermerà rischiamo una deriva pericolosissima. Anche solo l’idea che questo Paese abbandoni il sistema di accoglienza diffusa così come si è costruito in questi anni, con lo sforzo dei comuni, mi pare una follia che produrrà più insicurezza e meno gestione. Noi daremo battaglia, per me fondamentale.
Sulla legge di bilancio noi presenteremo una contro-proposta di legge di bilancio. Per noi ci sono priorità che questo governo non sta neanche mettendo a fuoco. Io temo che alla fine si produrrà una legge di bilancio con un bel condono fiscale per gli evasori, con più debito pubblico per i giovani, senza la questione sociale al centro delle scelte fondamentali, magari inventandosi qualche formula per tirare su i numeri e per coprire più il bisogno di copertura propagandistica ed elettorale che Lega e M5S hanno da gestire. Non si affronteranno, invece, le questioni fondamentali che questo Paese ha davanti a partire dalla questione sociale: una scelta che dovrebbero fare è coprire integralmente il costo del reddito di inserimento per azzerare davvero da qui ai prossimi quattro anni, come è possibile fare e come ci dicono le associazioni, la povertà assoluta. Non lo faranno perché sono accecati biologicamente da alcune bandiere che devono in qualche modo poter sventolare. Temo che questo sia un grande problema per il Paese. Noi daremo battaglia, presenteremo la nostra proposta alternativa in Parlamento e anche fuori, cercheremo di animare un’iniziativa molto diversa.

I giornali in queste ore sono pieni di racconti e retroscena su un braccio di ferro importante non soltanto col ministro Tria o con l’Europa, ma anche tra i due alleati principali del governo, la Lega e il Movimento 5 Stelle. Lei è di quelli che pensano che questo governo durerà o questo braccio di ferro verrà poi portato avanti anche su altri temi?

Penso che le contraddizioni nella maggioranza emergeranno sempre di più. Penso che ancora oggi, però, ci sia un collante spaventoso fra di loro, che è quello del potere. Come abbiamo visto in queste settimane, Di Maio è disposto a cedere tutto, anche dal punto di vista dei princìpi, pur di rimanere lì. E Salvini non è certo uno che rinuncia ad alcuni passaggi fondamentali della sua propaganda per stare al governo. Ne vedremo di tensioni fra di loro. Quel che a me interessa è costruire un’alternativa a tutto questo. Io non mi rassegno all’idea che questo Paese decida di essere, da qui ai prossimi mesi, il problema europeo anziché la soluzione europea. Non mi rassegno al fatto che non si riesca a dare una reazione forte a questo clima di intolleranza e odio che c’è in giro. Abbiamo visto a Bari cosa è successo l’altra sera: per me è preoccupante che il ministro Salvini non abbia detto parole chiare e nette di condanna rispetto a quelle aggressioni. Penso che tutte queste cose portino a una iniziativa straordinaria di impegno per tanti anche oltre il PD. Il PD serve, ma servono anche tante altre forze. Bisogna che si faccia una lavoro insieme, un lavoro di tipo nuovo.

manifestazione PD roma 30 settembre

Però su questo c’è l’agire politico. Voi dite, anche nel manifesto della vostra manifestazione, che volete riorganizzare le forze progressiste. Berlusconi, che ieri ha praticamente detto che si ricandiderà, ha reso chiaro che la loro linea è quella di spaccare l’asse Lega-M5S, o quantomeno di provarci, e quindi di riportare l’assetto politico in una struttura precedente: centrodestra con Forza Italia e la Lega. E dall’altra parte? I retroscena parlano di contatti tra il PD e il Movimento 5 Stelle: ci dice se c’è del vero e se davvero questa è una linea su cui contare?

Glielo dico in maniera molto chiara: è fantapolitica. Non so davvero dove abbiano preso questi ragionamenti, ma non esiste un contatto con i vertici dirigenti del MoVimento 5 Stelle. Non esiste nella maniera più assoluta. Io sono per costruire un centrosinistra nuovo per aprire le contraddizioni di questa maggioranza. So bene che la Lega e il Movimento 5 Stelle non sono la stessa cosa. Il nostro obiettivo deve essere quello di recuperare tanti elettori che il 4 marzo non hanno votato centrosinistra, ma hanno votato i 5 Stelle per speranza o per domanda di cambiamento e che oggi sono in grandissima difficoltà. Li incontriamo tutti i giorni, penso che ciascuno di noi abbia a che vedere con cittadini che hanno dato un voto di fiducia già tradito.

Quindi non c’è un progetto per cui nel caso di rompa questo asse?

Non credo nella possibilità di un lavoro dei 5 Stelle che riconverta quello che in 100 giorni hanno fatto e ancora dicono in queste ore, totalmente succube della propaganda leghista. Qualche giorno fa Di Maio, tradendo il suo programma, è riuscito a dire che semmai ci sarà uno straccio di sperimentazione sul reddito di cittadinanza non riguarderà i cittadini immigrati. Qualche ora fa ha spiegato che è bene che nel Mediterraneo non ci siano più le ONG: sono al carro del dominio propagandistico della Lega e queste cose contano, perché sono valori, sono principi, sono scelte di governo. Noi non possiamo non vedere l’involuzione che il MoVimento 5 Stelle sta subendo. E parlo dei suoi vertici, perché invece a me interessa tantissimo ricostruire un rapporto con gli elettori in difficoltà che oggi non voterebbero più Movimento 5 Stelle, ma non si affidano ancora al centrosinistra. Diciamo la verità: stanno aspettando anche da noi un segnale di novità forte.

Lei prima diceva che il PD deve cambiare. Nei giorni scorsi tutti hanno ironizzato sulla cena di Calenda, la contro-cena di Zingaretti. Come deve cambiare il PD?

Sicuramente non con le cene, ma con un’iniziativa del Paese. Io ho detto che dobbiamo stare fianco a fianco delle persone che vuoi rappresentare e quindi ripartendo dai problemi di buona parte dei cittadini che, non stando bene o comunque essendo fragili, hanno bisogno che ci sia una forza di centrosinistra moderna e radicata che gli dà una mano. Ormai si parte dalla questione sociale, si parte dai cancelli dell’ILVA di Taranto, si parte dai territori ancora colpiti dal terremoto.

Maurizio Martina e Matteo Renzi
Foto dalla pagina FB di Maurizio Martina https://www.facebook.com/maumartina/

In generale sembrerebbe complicato perché, e lo dico senza timore di smentita, la segreteria di Renzi ha allontanato parecchio il partito dai circoli, dal territorio e dalla gente. spesso si è parlato di un partito di plastica. Adesso ricostruire non è facile.

Ricostruire è necessario. Dico anche che il tema non è solo tornare a ciò che c’era. Anzi, diciamo la verità: qui la questione non è tornare a qualcosa che già c’era. Bisogna costruire un’esperienza nuova. A dieci anni dalla nascita del Partito Democratico noi dobbiamo avere l’ambizione di riqualificare la sfida democratica in questo tempo. Non è quello di 10 anni fa, è quello che abbiamo davanti. E la sfida deve essere questa, deve essere una sfida appassionante. Bisogna appassionare un po’ di cittadini a questo impegno. Se discutiamo soltanto di quanto è bello tizio o caio o delle cene o del “mi piace o non mi piace” non appassioneremo nessuno. C’è da fare una battaglia nel profondo su alcuni temi cruciali, anche su alcuni valori. È la discussione che va spostata. E lo dico anche per chi ci guarda da fuori. Continuare a discutere in maniera astratta francamente non interessa a nessuno.

Sui giornali, però, è dal PD che arriva ancora l’incertezza di quando si fa o non si fa questo congresso. Lei dice chiaramente che il congresso si farà?

Le parlo da segretario: il congresso si fa prima delle Europee. Le primarie si fanno a gennaio. Il lavoro da fare è questo. Non stiamo più a discutere. Le dico io da segretario nazionale che questo è il percorso che faremo.

Lei si candiderà?

Questo sinceramente non lo so. Adesso io ho il grande obiettivo della manifestazione di domenica e per me deve servire davvero come segnale per tutti, anche oltre il PD. Poi valuteremo e ragioneremo, ma non si mettono i destini di una persona prima dei destini di un progetto. Per me adesso è fondamentale che domenica tanti siano in piazza per dare un segnale di forza e di presenza. C’è una domanda, perché in queste settimane girando in lungo e in largo per il Paese, la domanda di mobilitazione è una domanda forte. Il PD deve fare la sua parte senza arroganza e senza pensare di essere esclusivo in questo. È fondamentale che ci sia il Partito Democratico. Altro che sciogliersi! Senza il Partito Democratico al servizio di un’operazione più grande non c’è l’alternativa a questa destra.

Perché secondo lei in Italia c’è tanta gente che dice “Ho la sensazione di non sentire mai dire qualcosa di sinistra“?

Perché siamo in un tempo in cui è complicato. Questa è la stessa domanda che attraversa l’intera Europa. Poi ha una sua specificità in Italia che io non nego e se c’è da fare un lavoro, come ci siamo detti fin qui, è anche per poter rispondere a questi cittadini che domandano una politica più attenta ad alcune questioni fondamentali per noi. C’è da fare questo lavoro. Secondo me il tema del disagio sociale, il tema della lotta alle disuguaglianze, il tema dell’iniquità che si sta diffondendo in un passaggio di fase storica per l’Italia e per l’Europa, è la questione decisiva per noi. E bisogna però partire dalla vita quotidiana delle persone e, ad esempio, guardare in faccia alcuni temi decisivi del cambiamento del lavoro e provare a dare delle risposte nuove. Non mi basta più il programma che c’era. Vale per il PD e per tutto il centrosinistra.

Oggi scadono i tre anni del Jobs Act e cominciano a scadere i tempi delle casse integrazioni. Cosa deve succedere secondo lei?

Bisogna continuare a fare un lavoro per stabilizzare, per attivare strumenti che investono il più possibile sui contratti a tempo indeterminato, ben sapendo che anche questo passaggio non è sufficiente. C’è da riorganizzare l’intero sistema di protezione delle persone nel cambiamento del lavoro.

Hanno ragione i sindacati a chiedere altri 12 mesi di proroga?

Si può discutere su questo anche se, come sappiamo, il passaggio del superamento della cassa integrazione per crisi, per approdare a degli strumenti più ordinari e più universali per tutti, indipendentemente dalle fattispecie. È un passaggio ineludibile. Noi in questi anni abbiamo cercato di fare quest’operazione. In parte ci siamo riusciti e in parte no. E non c’è alcun dubbio che c’è tutto un fronte delicatissimo ancora di lotta alla precarietà che bisogna presidiare. Però fatemi dire anche un’altra cosa: il decreto di Luigi Di Maio sull’occupazione si sta rivelando un disastro. Si può dire? Ci sono decine e decine di contratti a tempo determinato che rischiano di non esser rinnovati per colpa di quel decreto. Ho toccato con mano esperienze di ragazzi che rimarranno a casa perché quel decreto, irrigidendo il sistema, li lascerà a casa. Io sono pronto a discutere in termini critici di quello che non siamo stati capaci di fare noi. È giusto e doveroso farlo, però per costruire l’alternativa bisogna anche dare battaglia su alcune scelte folli che stanno facendo questi al governo. Quel decreto è veramente pericoloso e dannoso. Siamo partiti con l’ideologia della Waterloo del precariato e arriveremo a centinaia e centinaia di contratti a tempo determinato che non verranno rinnovati. Vuol dire gente a casa! Alla faccia delle interviste di Di Maio. Discutiamone e soprattutto proviamo ad agire con strumenti nuovi, con idee nuove. Noi per primi, mi rendo conto.

A proposito di dire cose di sinistra e anche di fare cose di sinistra, non sarà un problema anche il fatto che alcuni provvedimenti che avete preso quando eravate al governo non sono stati riconosciuti come qualcosa di una forza di sinistra da parte dei vostri elettori? Una ascoltatrice ci fa notare che oggi stiamo a parlare di come Salvini vuole denunciare le ONG per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma in fondo il Ministro Minniti aveva voluto adottare un codice di condotta e le ONG dovevano firmarlo altrimenti non andavano in mare. La commissione Difesa del Senato avviò un’indagine conoscitiva.

Guardi, lasciamo perdere Salvini che fa ovviamente il suo gioco di propaganda. Discutiamo di tutto, ma guardiamo anche le grandi differenze di impostazione. Se ci fosse Minniti oggi al Ministero dell’Interno noi non vivremmo le cose allucinanti di questi mesi. Un conto è provare a proporre un codice di condotta coordinato con le ONG per investire sulle funzioni di questa organizzazione e per provare a cambiare insieme. Non c’è mai stato nessun atto di criminalizzazione generale e se mai qualcuno, anche nel nostro campo, l’ha messa così ha sbagliato. Qui siamo di fronte a un’altra cosa. Attenzione che non riconoscere la differenza che c’è tra un’impostazione e l’altra porta veramente allo sdoganamento di qualsiasi scelta. Io ragiono in termini critici di quel che abbiamo fatto. So che abbiamo mancato alcune partite, ma riesco anche a vedere sempre la differenza tra un campo di forze di centrosinistra, che anche su questi temi delicatissimi prova a dare alcune risposte, e la follia ideologica e pericolosa di una destra che si è insediata al governo e sta facendo quello che ha fatto in queste settimane.
Un caso Diciotti con noi al governo non sarebbe stato possibile. Rendiamoci conto anche delle differenze. Lo dico perché tutti dobbiamo cercare di costruire un punto di iniziativa unitario guardando al futuro. O pensiamo che di fronte a questa destra così pericolosa dobbiamo continuare a dividerci tra noi su ciò che è stato. Io penso che dobbiamo fare tutti un passo in avanti. E il senso della piazza di domenica è anche un po’ questo. Nessuna arroganza autoreferenziale, ma un messaggio aperto tutti quelli che vogliono andare lontano.

È che a volte sembra un po’ la settimana enigmistica quel gioco “Trova le differenze” e alcuni invece vorrebbero proprio due quadri completamente diversi, però domenica vedremo quanti in queste differenze ci si ritrovano o meno.

Le posso assicurare che noi per primi vogliamo rendere evidente il senso dell’alternativa netta a questo governo e a chi oggi sta governando il Paese. Io questo bisogno di una maggiore radicalità nella proposta alternativa lo sento ed è diffuso, non è legato a questo o quell’ambiente. È una domanda profonda che c’è e attraversa l’Europa, non è solo una questione italiana. Penso che dobbiamo riconoscerla e saperla interpretare e poi partire e fare delle battaglie maledettamente concrete. La legge Pillon è da respingere, punto. E bisogna battagliare in Parlamento e fuori, perché è una degenerazione civile del Paese inaccettabile. Dico questa per parlare della più recente e adesso vedremo anche nella legge di bilancio come faranno alcune scelte, ma anche sul terreno economico e sociale dobbiamo prepararci a dar battaglia e offrire un’alternativa.

Maurizio Martina
Foto | Presidenza della Repubblica

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intervista Maurizio Martina

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“Umanità, Umanità, Umanità”

proiezione film Stefano Cucchi

Migliaia di persone in tutta Italia stanno affollando le proiezioni pubbliche, autorizzate e non, del film che racconta le ultime ore di vita di Stefano Cucchi, “Sulla Mia Pelle“, distribuito in sala e su Netflix.

Questa enorme partecipazione viene vista da Ilaria Cucchi, che sta prendendo parte ad alcune delle proiezioni e che sarà anche a quella di Milano organizzata tra gli altri da Radio Popolare, come un grande segno di umanità in un periodo storico in cui in Italia sono sempre più diffusi il rancore e l’intolleranza e come un grande supporto alla battaglia che la famiglia Cucchi sta conducendo da anni affinché nessuno, nelle carceri italiane, muoia più come Stefano Cucchi, solo e ignorato da tutti.

Ogni volta che riguarda il film spero in un finale diverso, ma un finale diverso purtroppo non ci può essere. Stefano è morto ed è morto in quella maniera terribile. Quello che sta avvenendo in questi giorni e in queste ore è qualcosa di enorme, lo stringersi della gente normale che con una vicenda del genere fortunatamente non avrà mai nulla a che fare e che comunque ha voglia di stringersi intorno alla nostra famiglia e virtualmente intorno a Stefano.
Questo si contrappone anche alla maniera con cui Stefano è stato lasciato morire, letteralmente di dolore e da solo come un cane e probabilmente pensando che noi, la sua famiglia, l’avessimo abbandonato quando in realtà non era così. Questo film è estremamente vero, non ha una virgola in più rispetto a quello che è accaduto, anche perchè rispetto ai fatti non c’è nulla da aggiungere. È estremamente vero, estremamente attuale, ed è rigoroso e severo persino con Stefano.

Quello che colpisce in questa gemmazione di piazze per vedere insieme un film come quello che racconta la storia di Stefano, c’è quasi la rappresentazione di un senso identitario rispetto a quella storia e di un bisogno di ritrovare una comunità di visione nel guardare quella storia. In qualche modo ci è apparso quasi come una sorta di ricerca di antidoto rispetto al clima di rancore, di violenza e di intimidazione che a livelli diversi si registra quotidianamente anche nel dibattito pubblico. Tu che tipo di impressione hai avuto? Cosa ti ha restituito lo sguardo di quelle piazze e di tutta quella gente?

Esattamente quello che stai dicendo. Credo che le persone si sentono vicine a noi e questo lo percepisco con quelle piazze piene, così come con le persone che incontro per strada. In qualche maniera si rivedono in noi e nel senso di frustrazione che si ha di fronte ai soprusi che ciascuno di noi è costretto a subire nel suo vivere quotidiano. Quando dico che questo film è estremamente attuale è proprio per i motivi che stavi dicendo. Questo film racconta drammaticamente la morte di Stefano Cucchi, un essere umano morto in soli sei giorni nel disinteresse generale di tutti coloro che gli hanno ruotato intorno. Racconta la violazione dei diritti fondamentali della persona e, ahimè in un momento in cui si sta facendo passare il concetto che i diritti umani sono sacrificabili e che in qualche maniera il nostro benessere è legato alla violazione dei diritti di altre persone o di gruppi di altre persone, questo film fa veramente riflettere.
Credo che lo slogan che dovremmo usare è semplicemente questo: “Umanità, umanità, umanità“, perchè veramente se ne sente parlare troppo poco.

È uno slogan che si ritrova poi in una delle dichiarazioni che ha rilasciato Alessandro Borghi, l’attore che nel film interpreta Stefano, che ha detto “Quando vedo una foto con 2200 persone sul prato a vedere il film mi viene da piangere“.
Ci sono state reazioni diverse tra quelli che hanno fatto questo film rispetto a queste proiezioni. Il regista Cremonini diceva che vedere il film in piazza gratis non aiuta, questi film hanno bisogno di incassi affinché se ne possano fare di nuovi. Invece Andrea Occhipinti, il produttore della Lucky Red, oggi sul Fatto Quotidiano dice “Vabbè, la pirateria condivisa c’è sempre stata, certe volte si piratava Sky per vedere le partite, non cambia poi molto“. Tu come la pensi?

Io ci tengo a sottolineare, semmai ce ne fosse bisogno, che io da questo film non ho alcun ritorno economico. Il fatto che se ne parli per me è fondamentale per la nostra battaglia che stiamo portando avanti da anni, adesso anche con l’associazione Stefano Cucchi, che porta appunto il nome di mio fratello. Penso che se tante persone speravano, e continuano a sperare, che si smettesse di parlare del caso Cucchi, il fatto che si riempiano le piazze e che questo film sia visto in 190 Paesi nel Mondo grazie a Netflix, per me è un contributo enorme. Ma, ripeto, non è tanto un contributo alla nostra vicenda giudiziaria, che è finalmente in una fase di verità grazie al mio personale impegno e di coloro che mi sono stati vicino, ma è un contributo enorme per la battaglia di civiltà.

Alessandro Borghi interpreta Stefano Cucchi

Tra le tante proiezioni che ci sono state, ce n’è stata anche una a Riccione, dove la Questura ha ritenuto di far piantonare la sala da parte di due poliziotti per tutto il tempo della proiezione e del dibattito. Ilaria Cucchi, stupida da quanto stava accadendo, ha chiesto al Questore di Rimini e al Ministro Salvini se fosse veramente necessario. Che tipo di risposta ti hanno dato? E ti hanno spiegato qual era il senso di portare lì due poliziotti per piantonare la proiezione?

Io sono stata chiamata dal Questore – mi ha fatto piacere e lo ringrazio – e mi ha spiegato che è prassi. Io personalmente vado spesso al cinema e non ho mai visto piantonare le sale. Devo dire che mi ha fatto un certo effetto, Stefano piantonato anche da morto. Che dire? Abbiamo altre priorità, il pericolo nella nostra società non è certamente un film vero proiettato nelle sale.

Radio Popolare, in collaborazione con il Festival dei Diritti Umani e anche con l’assessore Pierfrancesco Majorino in rappresentanza del Comune, sta organizzando una proiezione qui a Milano. Se ho ben capito hai accettato anche il nostro invito a partecipare, fisseremo presto anche la data. Prima dicevi che il film è severo anche con Stefano, a me ha colpito che sui titoli di coda sia stato scritto che quando è stata perquisita casa di Stefano è stata trovata della droga. Perché è stato scelto di scriverlo? Quando uno conclude la visione di quel film ha ben chiaro che non ha alcuna rilevanza se tuo fratello fosse o non fosse uno spacciatore.

Certo, questo è un po’ il senso di quello che stiamo portando avanti da un istante dopo la morte di Stefano. Noi non abbiamo mai risparmiato Stefano né da vivo né da morto, non abbiamo mai voluto fare di Stefano un santo e forse è proprio per questo, per la nostra credibilità, che stiamo andando avanti. Il problema non è chi era Stefano o cosa aveva fatto Stefano. È chiaro ed evidente che se Stefano aveva commesso degli errori doveva risponderne di fronte alla Giustizia. Il problema è quello che gli è stato fatto un istante dopo il suo fermo.

Quindi dici che lo hanno scritto perché non si pensasse che fosse un film agiografico o cose del genere?

Io personalmente non ho scritto nulla, è stata una scelta del regista. Io non ho avuto alcun ruolo in questo film. È una scelta che approvo assolutamente, proprio per questo dico che è un film vero. Questo non è il film per Ilaria Cucchi o per la famiglia Cucchi, né tantomeno è il film per Stefano Cucchi. È il film che racconta cosa è accaduto a Stefano e questo film deve necessariamente far riflettere tutti, anche coloro che lo criticano. Invito tutti ad andarlo a vedere.

proiezione film Stefano Cucchi
Foto dalla pagina FB di Ilaria Cucchi https://www.facebook.com/Ilaria-Cucchi-169874873028733/?tn-str=k%2AF

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intervista Ilaria Cucchi

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Forza Italia: Foa sarà Presidente Rai

Matteo Salvini

Domani la Commissione di Vigilanza approverà una risoluzione proposta da Lega e M5S per raccomandare al CdA Rai di eleggere il Presidente. Ai primi di agosto, proprio in Commissione di Vigilanza, era stato votato il nome di Marcello Foa come candidato presidente, ma era stato bocciato. Ci vuole una maggioranza qualificata ed erano mancati i voti di Forza Italia.

Marcello Foa fino a poco fa era l’amministratore delegato di un gruppo editoriale svizzero, quello che pubblica il Corriere del Ticino, ma ciò che preoccupa nel suo profilo è che come giornalista è da tempo su posizioni sovraniste, grande sponsor di Matteo Salvini e del governo Conte, nonché amico di Steve Bannon, l’ideologo della destra populista americana. Non esattamente una figura di garanzia come dovrebbe essere il Presidente della Rai.

Bene, sembra che Forza Italia abbia cambiato posizione: ora sarebbe pronta a dare il via libera al nome di Foa. Cosa è cambiato da agosto ad oggi? Allora dissero che il problema non era tanto il profilo di Foa, ma il fatto che Lega e M5S non li avessero coinvolti nella scelta del nome, dato che in Commissione di Vigilanza i loro voti erano necessari. Tutti allora pensarono che Berlusconi stesse alzando la posta, che volesse garanzie in cambio del via libera a Foa.

Domenica sera c’è stato il vertice Berlusconi – Salvini: cosa ha promesso Salvini a Silvio per ottenere il voto favorevole su Foa? I giornali scrivono che avrebbe rassicurato Berlusconi a proposito della proposta dei 5 Stelle di mettere un tetto alla pubblicità in tv, cosa che a Mediaset creerebbe grossi problemi. Salvini avrebbe detto che questa cosa non è nel contratto di governo e quindi Mediaset può stare tranquilla.

Abbiamo chiesto a Giorgio Mulè, portavoce dei gruppi di Forza Italia alla Camera e al Senato e capogruppo di Forza Italia in Commissione di Vigilanza sulla Rai, cosa è cambiato da agosto a oggi e perchè Forza Italia pare intenzionata a dare il suo ok a Marcello Foa come Presidente della Rai.

Sul nome di Foa io rivendico quello che ho detto in Vigilanza e che ripeto anche adesso: su Foa ci fu un errore, a mio giudizio, di ortografia politica nel non condividere prima della scelta di Foa questo nome con le minoranze. Non solo Forza Italia, anche il PD, perchè tra i famosi tre quinti in Commissione ci sono anche i voti della minoranza, una parte o tutta a seconda del tipo di percorso che si vuol fare, che è come quello che abbiamo fatto alla Camera e al Senato.
Alla camera abbiamo votato Roberto Fico, che infatti è stato il Presidente con più voti mai avuti nella storia degli ultimi vent’anni – ne ha avuti quasi 500 – e lo stesso con la Casellati. Noi qua abbiamo detto la stessa cosa: il metodo che avete usato è sbagliato. Per quanto ci riguarda, noi non entrammo neanche nella valutazione della persona, perchè dicemmo alla Lega e a M5S che “il metodo usato non ci convince” e quindi siccome il metodo non va bene, non valutiamo neanche la persona e votiamo contro. E infatti votammo contro l’elezione di Foa. Anzi, non votammo neanche contro: non partecipammo al voto, per essere precisi.

Cosa è cambiato adesso?

C’è stato l’incontro di domenica, fisicamente l’ultimo atto di un chiarimento, un rilancio, del perimetro della coalizione centrodestra in cui certamente Salvini e Berlusconi hanno parlato della prospettiva della coalizione, cioè siamo alleati e dobbiamo dimostrare di esserlo nei fatti. Quindi condividiamo il percorso delle Regionali in Abruzzo, in Molise, in Basilicata, in Piemonte e in Sardegna o dove andremo a votare.
E, ognuno per sua parte, ha poi detto alcune cose relative al Governo, al programma di Governo, a quello che sta facendo il governo e ai vincoli, nel caso di Salvini, che lo vede legato dal contratto con i 5stelle. L’argomento Foa, per quanto io ne so, non è stato sul tavolo. Al tavolo c’erano cinque persone e nessuno dei cinque ha detto una cosa diversa su questo punto.

Secondo lei la Rai, in questo momento, è più importante – faccio la domanda più al giornalista che lei è stato piuttosto che al politico che oggi – perché da lì passa una quota importante e strategica dell’informazione o perché da lì passa una cosa importante e strategica della pubblicità? Glielo chiedo perché, magari non si è fatto il nome di Foa, però mentre mangiavano pane e salame si è parlato del fatto che i 5 Stelle volevano mettere un tetto alla pubblicità e magari l’accordo con Salvini è stato su quello, no?

Guarda, anche lì bisogna essere chiari. A proposito dell’uscita del sottosegretario Vito Crimi, che a mio giudizio è il boia dell’informazione e dell’editoria: Crimi dà fiato a pensieri che non ha, perchè spara di quelle castronerie che sono pericolosissime, dicendo delle fesserie assolute sui contribuiti che non prendono le radio, sui contributi che non prendono i giornali. Il Presidente della Rai Marcello Foa ha zero, e sottolineo zero, poteri legati alla gestione dell’azienda della Rai. Il Presidente della Rai si occupa di
di relazioni con le Istituzioni, relazioni con i media e prepara all’ordine del giorno del CdA: fine dei poteri del presidente della RAI. Questo deve essere chiaro perché all’esterno sembra che nel momento in cui si vota il presidente, la RAI magicamente si mette in moto. Non è così, la Rai ha già un amministratore delegato che è nel pieno dei suoi poteri, il dottor Stellini, che è in grado di fare tutto ciò che vuole sui palinsesti, sulla pubblicità, su Netflix, su tutto quello che vuole.
Non è l’arrivo di Foa che legittima un’azione del direttore generale o del consiglio di amministrazione. Loro possono agire. Il presidente, lo ripeto, sostanzialmente va a tagliare i nastri. Scusate se sono banale, ma fa questo. Foa, o chiunque sarà, non è in grado di mettersi di traverso rispetto a ciò che decide l’amministratore delegato nella sua totale autonomia. Su questo bisogna essere chiari. È ovvio che è un problema politico, però non è uno di quei problemi pratici e ve lo dice chi ha fatto il giornalista: non mi manca l’editore se non ho il Presidente della Rai, io l’editore ce l’ho ed è in carica nella pienezza dei suoi poteri. Il Presidente è soltanto una figura, non è come il Presidente della Repubblica – e lo dico davvero per farmi capire – con poteri totalmente diversi. Mentre il Presidente della Repubblica ha poteri interdittivi e poteri veri sul governo e sulle Camere, Foa o chiunque sarà non ha questo potere non ce l’ha.

Matteo Salvini
Foto dal profilo FB di Matteo Salvini https://www.facebook.com/salviniofficial/
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    Lorenza Ghidini
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La sentenza: la trattativa con la Mafia c’è stata

Cinque anni di udienze, oltre 200 testimoni sentiti, e oggi il verdetto: la trattativa Stato- Mafia c’è stata.

Ascolta una sintesi della sentenza

sintesi sentenza

Condannati i mafiosi Leoluca Bagarella (28 anni) e Nino Cinà (12 anni), gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni (entrambi 12 anni) e Giuseppe De Donno (8 anni). Condannato Marcello dell’Utri (12 anni), il reato è minaccia a Corpo politico dello Stato, mentre Nicola Mancino, Ministro degli Interni all’epoca dei fatti, è l’unico assolto. Prescritto il pentito mafioso Giovanni Brusca, uomo chiave dell’accusa, e condannato per calunnia Massimo Ciancimino (8 anni), dalle cui dichiarazioni tutto era cominciato, molti anni fa. La sentenza attribuisce la responsabilità agli ufficiali del Ros per il periodo 1992, a Dell’Utri invece per il “periodo del governo Berlusconi”, testualmente citato dal Presidente della Corte Alfredo Montalto. E’ stato lui, secondo la Corte, a fare da cinghia di trasmissione tra Cosa Nostra e politica, quando al potere è andata Forza Italia. Era la seconda fase della Trattativa.

Il processo

E’ un fiume in piena Ciancimino jr, nel 2008, quando comincia a raccontare ai magistrati di Palermo i rapporti intercorsi dai primi anni 90 tra suo padre, don Vito, il sindaco mafioso, e i carabinieri del Ros. E’ la storia di una trattativa segreta intrapresa dai servizi per fermare le stragi mafiose dopo il sacrificio di Falcone e Borsellino. In cambio, Cosa Nostra pretendeva un attenuazione del carcere duro, meno 41 bis, e altri benefici che Totò Riina avrebbe elencato nel famigerato “papello”.

Il gup di Palermo accoglie la ricostruzione della Procura, parzialmente rivista e integrata dopo centinaia di interrogatori, e così nel maggio 2013 ha inizio il processo. Nel frattempo però Ciancimino viene arrestato per calunnia, ed è pesantemente attaccato dalla Procura di Caltanissetta – competente sulle indagini per Capaci e via D’Amelio – che lo considera del tutto inattendibile.

Il processo parte in salita, i pm inizialmente guidati da Antonio Ingroia, poi entrato in politica, cercano di inerpicarsi nei meandri più oscuri dei rapporti Stato Mafia, in cerca di prove difficilissime da trovare. La polemica politica intanto infuria:”A Palermo vogliono riscrivere la Storia d’Italia”, e non mancano i colpi di scena. Oltre a Ciancimino arrestato, l’allora presidente Napolitano intercettato mentre riceve una chiamata da un disperato Nicola Mancino, ministro degli Interni all’epoca della Trattativa, che tenta in tutti i modi di tirarsi fuori dall’inchiesta.

Dopo cinque anni e oltre 200 udienze, l’accusa riassume nella requisitoria:“Esponenti delle istituzioni hanno ceduto alle richieste della Mafia per paura o incompetenza, se si fosse attuata la linea della fermezza non ci sarebbe stato spazio per gli stragisti”. Ambizione di potere, non Ragion di Stato. Questo era, secondo chi ha svolto le indagini. Tra novanta giorni, con la motivazione della sentenza, la Corte d’Assiste spiegherà perché ritiene che sia andata davvero così.

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    Lorenza Ghidini
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Fausto e Iaio, due di noi

Sono passati quarant’anni. E mentre sui giornali si sprecano assurdi paragoni tra l’attualità e la violenza politica degli anni ’70, ci ritroviamo in via Mancinelli, nella nostra Milano, per ricordare Fausto e Iaio. Noi, Radio Popolare, che per prima diede la notizia dell’uccisione di “due compagni”, trascinando in un corteo spontaneo migliaia di persone già poche ore dopo i fatti.

Ascolta il primo giornale radio con la notizia su Fausto e Iaio

Ascolta il primo giornale radio con la notizia su Fausto e Iaio

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Ascolta le corrispondenze dal corteo notturno

Ascolta le corrispondenze dal corteo notturno

Venivano spesso a trovarci Fausto e Iaio, nella nostra sede di allora in via Pasteur, erano quasi due collaboratori per i conduttori delle “notturne” con cui in tanti a Radio Popolare si sono fatti le ossa dietro al microfono. “Hanno ucciso due di noi”, si sentiva ripetere nelle ore successive all’agguato. Ed era proprio così: il commando neofascista era venuto apposta da Roma per uccidere dei “compagni” nella zona del centro sociale Leoncavallo, puntando a provocare una reazione violenta che, a soli due giorni dal rapimento di Aldo Moro, avrebbe potuto giustificare una stretta repressiva da parte dello Stato. Una strategia in voga fin dal 1969, dai tempi della strage di piazza Fontana, che però – come allora – anche nel marzo ’78 Milano fu capace di respingere. Le immagini dei funerali di Fausto e Iaio sono impressionanti quanto quelle delle esequie delle vittime alla Banca dell’Agricoltura. I lavoratori, gli operai, gli studenti, le persone perbene, il popolo sapeva benissimo da che parte stare.

Ascolta la diretta radiofonica dei funerali di Fausto e Iaio

Ascolta la diretta radiofonica dei funerali di Fausto e Iaio

 

funerali fausto e iaio

Il contesto in cui matura l’omicidio dei due ragazzi e le ragioni per cui vengono uccisi, oltre ai nomi dei loro probabili assassini, vengono ricostruiti oggi in un libro di fresca pubblicazione: “L’assassinio di Fausto e Iaio. Quel maledetto 18 marzo 1978, ore 19.57”, edizioni RedStar Press. Gli autori sono lo storico avvocato della famiglia Tinelli, Luigi Mariani, e Saverio Ferrari, autorevole studioso di vecchie e nuove destre (Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre).

Mettendo in fila le dichiarazioni di esponenti dell’estrema destra rese agli inquirenti nel corso degli anni, Ferrari e Mariani riportano alla luce i nomi  di tre ex esponenti dei Nar, mai processati nonostante le tante inchieste: Massimo Carminati, Claudio Bracci e Mario Corsi. Neofascisti legati anche alla Banda della Magliana e dunque ad apparati deviati dello Stato. Da qui la tesi che il libro propone, quarant’anni dopo quel maledetto 18 marzo: un delitto politico, pensato per spingere la sinistra estrema milanese a una ribellione violenta, utile per aprire la strada a una stretta autoritaria. Carminati, Bracci e Corsi non sono mai stati processati, perché le prove a loro carico non sono state ritenute sufficienti per affrontare un dibattimento.

Ascolta Saverio Ferrari e l’avvocato Luigi Mariani

Ascolta Saverio Ferrari e l’avvocato Luigi Mariani

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Da quarant’anni la mamma di Fausto, Danila Tinelli, si batte per avere giustizia. Sentendosi sconfitta, ha deciso un anno fa di  andare per un po’ a stare a Trento, “per essere più vicina a Fausto”, che è sepolto lì. Prima di partire ha voluto salutare Radio Popolare, che fin da quella sera del 18 marzo 1978 è stata protagonista attiva in questa sua drammatica vicenda.

Ascolta il ricordo di Danila Tinelli

Ascolta il ricordo di Danila Tinelli

Danila, una vita spesa per avere giustizia. Con il Leoncavallo, che per molti anni è stato il punto di riferimento di chi non voleva arrendersi, e con l’associazione familiari e amici di Fausto e Iaio, in cui si è impegnata anche la sorella di Iaio, Maria Iannucci. Iaia, così la chiamano tutti, ci dice oggi che è arrivato il momento di lasciarli andare.

Ascolta Maria Iannucci

Ascolta Maria Iannucci

Barbara Pietrasanta era amica e vicina di casa di Fausto. La sera dell’omicidio sarebbe dovuta andare con lui e Iaio a un concerto al Leoncavallo. Li ha aspettati invano, non sono mai arrivati a suonare il suo citofono. Mille volte in questi quarant’anni ha pensato che su quel marciapiede sarebbe potuta cadere anche lei. “Hanno ucciso due di noi“.

Ascolta la testimonianza di Barbara Pietrasanta

Ascolta la testimonianza di Barbara Pietrasanta

casoretto

Quarant’anni dopo, al Liceo Artistico di Brera, l’ ex Hajech dove studiava Fausto, gli insegnanti ci tengono a far conoscere quella vicenda ai loro studenti. “La storia del nostro Liceo venne profondamente segnata da quell’evento”, ci ha scritto una professoressa qualche giorno prima dell’anniversario. Abbiamo incontrato i ragazzi al Teatro Elfo Puccini di Milano, dove nei giorni precedenti l’anniversario è andato in scena “Viva l’Italia. Le morti di Fausto e Iaio”, uno spettacolo di Roberto Scarpetti con la regia di César Brie. Una messa in scena intensa e toccante, che ha commosso adulti e ragazzi. Quanto è vicina, o lontana, quella storia? Fausto e Iaio sono ancora, in qualche modo,”due di noi”?

Ascolta gli studenti del liceo di Fausto

Ascolta gli studenti del liceo di Fausto

foto viva l'italia

Dalla prefazione di Maria Iannucci al testo teatrale

Dalla prefazione di Maria Iannucci al testo teatrale

Ascolta lo speciale “Fausto e Iaio, due di noi”

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Eutanasia, la Consulta ha un’occasione storica

Processo sospeso, gli atti trasmessi alla Corte Costituzionale. E’ la decisione in cui tutti speravano: Marco Cappato, l’Associazione Luca Coscioni, la Procura di Milano. Che avevano chiesto l’assoluzione dell’imputato, sì, ma in subordine la trasmissione degli atti alla Consulta. Perché è ora che in questo Paese si stabilisca una volta per tutte se aiutare qualcuno a morire senza sofferenze debba ancora essere reato.

La vicenda è quella di Fabiano Antoniani, “dj Fabo”, quarantenne diventato cieco e tetraplegico in seguito a un incidente stradale. Dopo anni di terapie senza esito, aveva chiesto pubblicamente alle istituzioni di intervenire per regolamentare l’eutanasia, e infine sconfitto si era rivolto all’Associazione Luca Coscioni per farsi aiutare ad andare in Svizzera, dove è morto in una clinica di Zurigo il 27 febbraio 2017. L’indomani Marco Cappato si era presentato in Procura, a Milano, per autodenunciarsi e rivendicare il suo gesto. “Un dovere aiutare Fabo – ha detto oggi – vedremo se per la Consulta sarà anche un diritto”.

E’ un lungo elenco di sentenze italiane ed europee quello che il presidente della Corte d’Assise Ilio Mannucci Pacini ha letto a sostegno della decisione presa. E la legge più citata è stata la nostra Costituzione, che garantisce il diritto all’autodeterminazione della propria vita e quindi il diritto a scegliere come e quando morire.

Per questo va rivisto l’articolo del codice penale contestato a Marco Cappato, il 580, quello che sanziona l’istigazione e l’assistenza al suicidio. Un reato di un’altra epoca, dice il giudice, quando togliersi la vita era considerato contrario ai canoni della società.

Sarà dunque la Corte Costituzionale a decidere sul gesto di Cappato, e sarà una decisione storica perché potrebbe aprire la strada a un passo avanti sul terreno dei diritti che il Parlamento non ha la forza né la volontà di fare. La Consulta potrebbe infatti stabilire che non è reato aiutare qualcuno che ha deciso di morire senza sofferenze.

Impassibile durante la sentenza, Cappato si è commosso quando davanti alle decine di giornalisti presenti in aula ha ringraziato Fabiano Antoniani per non aver voluto morire clandestinamente, per averlo fatto pubblicamente “onorando il valore della legge e dando così la possibilità alla Corte d’Assise di prendere la decisione di oggi”. Con la voce rotta dall’emozione Cappato ha ringraziato anche Valeria e Carmen, la fidanzata e la madre di Fabiano, “per aver avuto fiducia in lui, e in me”.

Per il leader radicale c’è ancora da attendere un’assoluzione o una condanna, il processo con il rinvio degli atti è congelato. Prosegue intanto la battaglia per una legge sull’eutanasia, quella già presentata alle Camere su iniziativa popolare. E’ valida per due legislature – spiega Cappato – la sfida riparte il 5 marzo prossimo.

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    Lorenza Ghidini
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Cosa farà il “ragazzo di sinistra”?

Si è dimesso dopo il voto, non prima, per rispetto dell’istituzione che presiede. Ma Pietro Grasso all’indomani dell’ addio al Partito Democratico ha spiegato le sue ragioni con parole molto dure. ” “Il fatto che il presidente del Senato veda passare una legge elettorale redatta in altra Camera senza poter discutere, senza poter cambiare nemmeno una virgola è stata una sorta di violenza che ho voluto rappresentare “. Non si riconosce più nel partito di Matteo Renzi, ha spiegato Grasso, “nè nel merito nè nel metodo”. E poi, dribblando le domande dei cronisti sul suo futuro: “Domani sono qui, al Senato”. Resta al suo posto, dunque, e rinvia eventuali annunci a dopo lo scioglimento delle Camere. Ma sono in molti, da qualche tempo, a pensare che Pietro Grasso entrerà in Mdp e sarà il candidato Presidente del Consiglio del listone di sinistra che dovrebbe vedere la luce di qui a poche settimane. Il listone che doveva essere guidato da Giuliano Pisapia.

La scintilla scocca a fine settembre, alla festa nazionale di Mdp a Napoli. Il presidente del Senato è invitato per presentare il suo libro, ricordi degli anni dell’antimafia a Palermo. L’incontro è programmato in una saletta vicino al palco centrale, per non tirare per la giacchetta la seconda carica dello Stato. Ma Pietro Grasso chiede di parlare dal palco. Una scelta di campo?

Sono un ragazzo di sinistra, esclama mandando in visibilio i militanti, e alla sinistra chiedo di non fare passi indietro sui principi”. Eccolo il leader, dicono in molti, ironizzando sui tentennamenti di Giuliano Pisapia. Pietro Grasso del resto ha un rapporto molto solido con Pierluigi Bersani, era stato lui nel 2012 a volerlo a tutti i costi in lista col PD. Ma soprattutto è estraneo alle storie di scissioni, rancori, veleni personali che contraddistinguono i rapporti dentro la sinistra e ormai anche tra certa sinistra e Pisapia. Pietro Grasso piace a Mdp, Sinistra Italiana, Pippo Civati, Tomaso Montanari.

E’ un volto istituzionale, di governo, un profilo perfetto come candidato presidente del consiglio, alla testa del listone di sinistra alternativo al PD, che ancora non c’è ma che dopo la separazione di Mdp da Campo Progressista è diventato molto più che un’ipotesi. Da realizzare entro la fine della legislatura: la decisione di Pietro Grasso arriverà infatti dopo lo scioglimento delle Camere.

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    Lorenza Ghidini
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Morto Aiello, l’uomo dei misteri Stato-mafia

Era noto alle cronache come “Faccia da mostro”, dal soprannome che gli avevano dato nell’ambiente delle cosche mafiose a Palermo. Il suo volto era rimasto sfigurato quando, da poliziotto nella Sardegna degli anni 60, aveva rimediato una fucilata in un conflitto a fuoco con gli uomini del bandito Graziano Mesina.

Giovanni Aiello, ex agente della mobile di Palermo e funzionario dei servizi segreti, è morto stamattina per un infarto, mentre era in spiaggia a Montauro, il paese della Calabria dove abitava da anni. Negli ultimi anni il suo nome era entrato nelle principali inchieste di mafia: secondo molti pentiti era un’importante figura di raccordo nell’indicibile convergenza di interessi tra Cosa Nostra e lo Stato.

Chi lo vedeva in faccia non lo dimenticava. E in molti lo hanno visto sulla scena dei principali delitti di mafia degli ultimi 25 anni. Delitti in cui, hanno poi accertato le indagini, c’era la complicità di pezzi dello Stato.

Giovanni Aiello alla fine degli anni 60 è un agente della squadra mobile di Palermo, il suo capo è Bruno Contrada, anche lui finito poi indagato per mafia. Aiello però è anche un agente dei servizi segreti, e in questa veste si sarebbe prestato al lavoro sporco che per alcuni delitti eccellenti ha messo insieme interessi di Cosa Nostra e di pezzi deviati degli apparati statali.

Il suo volto deforme è rimasto impresso nella memoria di molti pentiti per averlo visto in via D’Amelio il giorno della strage, nei pressi della villa dell’Addaura quando fu ritrovato l’esplosivo che doveva uccidere Giovanni Falcone, è stato riconosciuto dal padre dell’agente Nino Agostino ucciso nel 1989 e indicato tra i responsabili dell’ omicidio del commissario Ninni Cassarà nel 1985.

Anche Massimo Ciancimino, che a dire il vero è stato poi condannato per calunnia, ha raccontato che suo padre, don Vito, riceveva a casa sua uomini dei servizi segreti – tra cui faccia da mostro – per discutere della famosa Trattativa. Proprio in relazione alla Trattativa, di recente la procura di Reggio Calabria aveva aperto una nuova inchiesta su Giovanni Aiello, che avrebbe indotto un testimone a mentire ai pm. Chissà dove sarebbe arrivata quell’indagine: a Palermo, Catania e Caltanissetta faccia da mostro era sempre uscito indenne dalle inchieste, a suo carico non sono mai state trovate prove sufficienti.

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    Lorenza Ghidini
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“Fausto e Iaio, grazie Radio Popolare”

Sono passati quasi 40 anni da quel 18 marzo 1978. Ma non sono bastati per avere giustizia, anche se come sono andate le cose lo sappiamo. Ci ha lavorato anche Radio Popolare alla ricerca della verità su Fausto e Iaio: Umberto Gay, Fabio Poletti, Paolo Hutter, Biagio Longo. E poi Danilo De Biasio e tutti quelli che in tanto tempo non hanno dimenticato quei due ragazzi.

E così oggi, mentre fa le valigie per trasferirsi a Trento, la mamma di Fausto, Danila Tinelli, ci ha telefonato per salutarci. “Da Milano non ho avuto niente, solo la morte di mio figlio. Vado via con il rimpianto di non avere avuto giustizia. Ora voglio solo stare vicino a Fausto, sepolto nella mia città di origine, e poi un giorno lo raggiungerò”.

Scorrono i ricordi, di quel giorno che Fausto è morto: l’attesa per un figlio che tornava sempre a casa puntuale, la polizia che dà spiegazioni poco chiare, la corsa in ospedale. E poi il ritorno a casa “ad ascoltare Radio Popolare”, ci racconta oggi Danila.

Tante volte vi abbiamo riproposto gli audio originali di quella sera, e poi quelli del funerale: una folla oceanica in una Milano terrorizzata dalle notizie che arrivavano anche da Roma, in quelli che erano i giorni del sequestro Moro. Oggi ve li riproponiamo, insieme alle parole di Danila Tinelli, con i suoi ricordi e i suoi rimpianti. E con il suo grande affetto per Radio Popolare.

Ascolta

Ciao Danila

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    Lorenza Ghidini
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“Fu omicidio, l’unica verità possibile”

“Oggi è un grande giorno, un momento storico. Sono passati sette anni dalla morte di Stefano. Ora finalmente si parla di omicidio, di calunnia, di falso, si parla di verità. In questo momento mi viene da piangere, il mio pensiero va a Stefano, al suo povero corpo all’obitorio, ai suoi sorrisi e abbracci che nessuno mi restituirà mai”.

Sono queste le prime parole di Ilaria Cucchi dopo la decisione della Procura di Roma di accusare tre carabinieri per omicidio preterintenzionale per la morte di suo fratello Stefano. Secondo i magistrati la morte fu determinata da schiaffi, pugni e calci.

cucchi-stefano-ilaria

Otto anni dopo la morte di Stefano Cucchi, in un letto del reparto di medicina dell’ospedale Pertini di Roma, il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il pm Giovanni Musarò hanno concluso l’inchiesta aperta nel novembre del 2014 sui responsabili del suo pestaggio.

I tre carabinieri, Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, che arrestarono Stefano nel parco degli Acquedotti di Roma sono accusati di omicidio preterintenzionale.

“Stefano Cucchi fu colpito dai tre carabinieri che lo avevano arrestato con schiaffi, pugni e calci – hanno scritto Pignatone e Musarò – e le botte provocarono una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale, che unitamente alla condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Cucchi presso la struttura protetta dell’ospedale Sandro Pertini, ne determinavano la morte”.

Stefano è morto per gli esiti letali di quel pestaggio che subì la notte del suo arresto. Non si tratta dunque – sostiene la Procura – di una “morte per epilessia, o per fame e sete, o per motivi sconosciuti alla scienza medica”. È stato un omicidio preterintenzionale, un reato che avviene quando chiunque, con azioni dirette unicamente a percuotere o a provocare lesioni personali nei confronti di un’altra persona, ne provochi, senza volerlo, la morte.

Un omicidio in cui sarebbe stata decisiva la responsabilità di chi aveva in custodia Stefano, i carabinieri allora in servizio nella stazione Appia. Gli stessi che avrebbero incolpato degli innocenti della morte di Stefano per coprire la verità.

Con i tre carabinieri, sono stati accusati di calunnia il maresciallo Roberto Mandolini, allora comandante della stazione dei carabinieri Appia, quella che, nella notte dell’ottobre del 2009 aveva arrestato Stefano Cucchi, e i carabinieri Vincenzo Nicolardi e Francesco Tedesco. Mandolini e Tedesco, sono anche accusati di falso verbale di arresto.

La decisione della Procura di Roma cambia il capo di imputazione: i carabinieri a cui viene adesso contestato l’omicidio preterintenzionale erano stati a lungo indagati per lesioni personali aggravate. La decisione della Procura evita inoltre il rischio incombente della prescrizione sul caso della morte di Stefano Cucchi. Una morte sino a oggi senza responsabili. Ci sono stati tre giudizi, uno di primo grado e due di appello, oltre a una pronuncia della Cassazione, che hanno portato ad assoluzioni. Ora con la decisione della Procura di Roma ci sono le condizioni per un nuovo processo sulla storia del pestaggio e della morte di Stefano Cucchi. A partire da quanto accadde quella maledetta notte del 15 ottobre del 2009 quando fu pestato nei locali della caserma Casilina, dove era stato portato per essere fotosegnalato.

Ilaria Cucchi, ha anche affidato a un post su Facebook, una delle prime reazioni alla decisione della Procura di Roma: “I carabinieri sono accusati di omicidio, calunnia e falso. Voglio dire a tutti che bisogna resistere, resistere, resistere. Ed avere fiducia nella giustizia. Ma devo dire grazie soprattutto a questa persona persona”. Il suo avvocato Fabio Anselmo, nella foto con lei.

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Avvocato Anselmo, come commenta la decisione della Procura?

“Siamo emozionati, siamo soddisfatti. Questa è la verità. ‘Omicidio, calunnia e falso’ sono le parole che descrivono bene quello che è successo. Tutto il merito va alla famiglia Cucchi che ha saputo resistere per sette anni. Il merito va anche al procuratore Pignatone e al pm Musarò che hanno saputo fare un’inversione a U – letteralmente – per andare a cercare i veri colpevoli della morte di Stefano”.

Cosa emerge quindi secondo lei?

“È emersa anche la verità che era l’unica possibile, cioè che Stefano stava bene prima del suo arresto e dopo il suo arresto è stato restituito alla famiglia in quelle terribili condizioni, morto. Questa è la verità più semplice che tornerà a occupare finalmente un’aula di giustizia”.

Quali sono adesso le prospettive dal punto di vista giudiziario?

“Corte d’Assise e, per usare un termine poco tecnico, ce la giochiamo. Adesso faremo i conti. Faremo i conti con tutti”.

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    Lorenza Ghidini
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Tina Anselmi, partigiana e prima donna ministro

Se ne è andata Tina Anselmi, ‘una Madre della democrazia italiana’, come l’ha definitita in un messaggio di cordoglio la Presidente della Camera Laura Boldrini.

Solo tre mesi fa, il 29 luglio, avevamo ricordato il quarantesimo anniversario della sua nomina a Ministro, prima donna a ricoprire questo incarico nella storia italiana. In quel giorno del 1976  Tina Anselmi ricevette da Giulio Andreotti, presidente del Consiglio dei Ministri, la delega al Lavoro ed alla previdenza sociale.

Figlia di antifascisti, da ragazza Anselmi entrò nella Resistenza come staffetta partigiana con il nome di “Gabriella” e si iscrisse alla Democrazia Cristiana nel 1944. Da sindacalista, prima con la Cgil e poi dal 1950 con la Cisl si è occupata dei lavoratori del tessile e della scuola. Fu deputata della Dc dal 1968 al 1992. Fra gli incarichi più importanti della sua carriera ci fu la presidenza della commissione d’inchiesta parlamentare sulla loggia P2, dal 1981 al 1985. Al suo nome è legata la rifrma che introdusse in Italia il Servizio Sanitario Nazionale.

Anselmi aveva raccontato a Radio Popolare nel 2004 la sua esperienza di Partigiana, un’esperienza che aveva vissuto avendo già ben chiaro in mente di dover costruire, nella lotta di Liberazione, la classe dirigente dell’Italia libera.

La decisione di entrare nelle file della Resistenza nella sua Castelfranco (TV) era maturata in lei dopo l’eccidio di Bassano del Grappa, nel settembre 1944. Con le sue compagne di scuola, Tina Anselmi fu portata sul viale del paese a vedere i corpi di 31 antifascisti impiccati agli alberi. Una visione orribile, che fece scattare in lei la voglia di unirsi alla lotta di Liberazione.

A sessant’anni da quello e da molti altri eccidi perpetrati in Italia dai nazifascisti, Radio Popolare aveva realizzato una serie di trasmissioni speciali, intervistando storici e testimoni diretti di quelle stragi. Tina Anselmi aveva raccontato la sua storia a Lorenza Ghidini e Jurij Bogogna: nelle sue parole che vi riproponiamo, in occasione dei 40 anni dal suo incarico da ministra – prima donna in Italia – sentirete l’aspirazione a governare l’Italia libera, che i partigiani comunisti, socialisti, cattolici e liberali avrebbero conquistato il 25 aprile 1945.

Ascolta il racconto di come Tina Anselmi diventò partigiana

anselmi-come diventai partigiana

I suoi ricordi della vita da staffetta

anselmi-vita da partigiana

Il ruolo importante in Veneto dei partigiani cattolici, come lei

anselmi-partigiani cattolici

Le amare considerazioni sulla necessità della guerra, per arrivare alla pace

anselmi-la guerra come strumento di pace

Tina Anselmi, prima donna ministro in Italia, sentiva già in quel 1944 di dover prendere in mano le sorti del paese, una volta liberato dal nazifascismo

anselmi-l’aspirazione a governare

Oggi la ricorda così Rosy Bindi, che ci dice: “Tina Anselmi era un punto di riferimento per tutti quelli che amavano la politica, e io le devo molto”

Ascolta Rosy Bindi intervistata da Omar Caniello

rosy-bindi

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    Lorenza Ghidini
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Referendum, il confronto Renzi – Anpi si farà

L’ Associazione Nazionale Partigiani ha deciso di accettare l’invito di Matteo Renzi per un dibattito pubblico sulla riforma costituzionale, in vista del referendum del prossimo autunno. Una sorta di armistizio, dopo le molte polemiche legate al mancato invito dell’Anpi alle Feste dell’Unità.

Dunque il confronto si farà. Sullo stesso palco ci saranno Matteo Renzi, che ha fatto della riforma costituzionale la battaglia campale della sua carriera politica, e Carlo Smuraglia, schierato per il no, con la stragrande maggioranza delle sezioni sulla stessa linea e qualche dissenso.

Le polemiche erano cominciate quando è stato chiaro che in molte feste dell’Unità l’Anpi non sarebbe stata invitata. Quest’anno la festa è dedicata proprio alla campagna per il sì, hanno spiegato più volte i dirigenti del Partito Democratico, se i partigiani avessero partecipato con i loro stand non avrebbero dovuto fare propaganda per il no.

“Così non rispettate la nostra storia”, aveva protestato il presidente Smuraglia, “se veniamo alle feste dobbiamo essere liberi di dire come la pensiamo”.

Una pezza, infine, ce l’hanno messa alle feste in Emilia Romagna, e non per niente il duello Renzi-Smuraglia andrà in scena su un palco di quella regione. A Bologna come a Reggio i partigiani hanno partecipato e hanno reso visibile la loro posizione contraria alla riforma, senza che questo creasse alcuno scompiglio tra i militanti.

“La questione è risolta, dice dunque l’Anpi, e l’ invito di Renzi è accettato”. Non resta che stabilire data, luogo, modalità di un confronto che dovrà essere paritario.

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    Lorenza Ghidini
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“Referendum, Mattarella non doveva schierarsi”

“Il Presidente della Repubblica è il rappresentante dell’unità nazionale, e la spaccatura che vediamo nel Referendum è la prova che Mattarella avrebbe fatto meglio a non schierarsi“.

Massimo Villone, costituzionalista e membro del Comitato per il NO al Referendum sulla riforma costituzionale Renzi – Boschi, commenta così l’iniziativa del Comitato di chiedere al Quirinale un intervento per la parità di accesso delle due posizioni al sistema dell’informazione. Da settimane infatti i contrari alla riforma lamentano di avere pochissimo spazio su giornali e tv, dove campeggia invece sempre più spesso la posizione favorevole. E così Alessandro Pace, presidente, e Gustavo Zagrebelsky, presidente onorario del Comitato, hanno preso carta e penna e scritto una lettera a Sergio Mattarella. Ma il Presidente può fare poco, ci spiega il costituzionalista Villone, e del resto ha preso apertamente posizione a favore della riforma costituzionale.

“Da mesi ormai c’è una sorta di black out informativo su tutto ciò che riguarda il NO – dice il professor Villone – mentre giornali e tv sono invasi dalla propaganda per il SI. Questo netto squilibrio impedisce di avere una corretta rappresentazione delle ragioni dell’una e dell’altra posizione. Questo certamente può pesare sul risultato del voto, perchè da quello che vediamo dai sondaggi cè una larga parte del corpo elettorale che o non sa o è indecisa. L’obiettivo primario deve essere quello di rendere questo voto un voto consapevole, ma questo non si può fare con uno squilibrio informativo del genere. Soprattutto se il Governo, come ha fatto in una prima fase, ci mette sopra il peso della minaccia di dimissioni, crisi, fine del mondo, calamità, terremoti, devastazioni…

Come la pensa il Presidente Mattarella sulla riforma e cosa può fare davanti all’appello che gli ha rivolto il Comitato per il NO?

“Il Presidente della Repubblica in una vicenda di questo genere non ha poteri formali, spiega Villone. Potrebbe esercitare un potere di influenza, una moral suasion, con un’esternazione informale che esprimesse un sostegno alla causa dell’informazione equilibrata. Il problema è che Mattarella stesso si è già speso appoggiando esplicitamente il SI, cosa che forse avrebbe potuto evitare di fare: nel febbraio scorso, in un discorso alla Columbia University, disse che la riforma Renzi – Boschi sarebbe stata utile all’Italia. Credo che sarebbe stato più prudente per il Capo dello Stato, come per Giorgio Napolitano prima di lui,  essere più contenuto nelle sue manifestazioni. Entrambi si sono fortemente spesi per una riforma che già vediamo dividere il paese. Il Presidente è il rappresentante dell’unità nazionale, e la spaccatura che vediamo sul referendum è la prova che avrebbe fatto meglio a non prendere posizione.  

Ascolta l’intervista

Prof Massimo Villone

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    Lorenza Ghidini
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Regeni, dal Governo segnali contrastanti

Lo hanno ribattezzato ‘emendamento Regeni‘, perché di fatto è la prima mossa concreta dello Stato italiano in risposta all’omertà egiziana sull’omicidio del ricercatore friulano. L’aula del Senato ha approvato un’ iniziativa promossa da Sinistra Italiana, poi sposata dal PD, per bloccare le formiture all’Egitto di pezzi di ricambio per i caccia F-16. Ora l’emendamento verrà esaminato anche alla Camera.

Ma dal Governo Renzi, più volte sollecitato dalla famiglia Regeni e da Amnesty International a fare passi concreti per avere la verità, anche in questa circostanza sono arrivati segnali discordanti. L’Esecutivo non ha dato parere positivo a quell’emendamento, ha preferito – si dice a causa di divisioni interne – rimettersi alla decisione dell’Aula del Senato. In più, il Ministero dello Sviluppo Economico ha dato il via libera alla vendita al Consiglio Nazionale di Difesa egiziano di un sistema di spionaggio per internet da parte della società italiana Area Spa.

Lorenzo Declich, studioso del mondo islamico, ha scritto il libro Giulio Regeni, le verità ignorate (ed. Alegre): oggi a proposito di quell’emendamento parla di un piccolo passo, che arriva in grave ritardo e non è che una goccia nel mare.

“E’ un segnale positivo, almeno c’è stata una discussione parlamentare sulle forniture militari all’Egitto – dice Declich – ma ci sono anche segnali che vanno nella direzione opposta. Come il via libera dell’Esecutivo alla vendita all’Egitto di un sistema italiano di spionaggio su internet. Questo a mio parere è il fatto più importante, perché gli F 16 non sono direttamente coinvolti nella repressione messa in atto dal governo del generale Al Sisi. L’interrogazione parlamentare presentata da Sinistra Italiana – prosegue Declich – è corretta perché non sappiamo se quell’azienda abbia effettivamente venduto il software-spia al Cairo, ma sappiamo che c’è stato il placet del Ministero dello Sviluppo Economico e sappiamo anche che c’è un precedente, la vendita di un analogo sistema di controllo sulla rete sviluppato dall’italiana Hacking Team allo stesso dipartimento, che è stato creato proprio per il controllo informatico”.

“La verità di fondo sul caso Regeni – conclude lo studioso – la ‘verità ignorata’ di cui parlo nel mio libro, è che questo è un omicidio di Stato, e il regime di Al Sisi ha reso chiaro fin dall’inizio che non avrebbe collaborato. L’Italia avrebbe dovuto prendere immediatamente dei provvedimenti dal punto di vista politico, anziché cercare una collaborazione giudiziaria andando a sbattere contro un muro di gomma. Questa prima iniziativa, propagandata conme ‘emendamento Regeni’, arriva in grave ritardo e non è che una gocccia nel mare”.

Ascolta l’intervista con Lorenzo Declich di Lorenza Ghidini e Gianmarco Bachi

Lorenzo Declich

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    Lorenza Ghidini
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La vittoria di Alex Schwazer senza doping

Dalla polvere all’altare. Pochi giorni dopo aver scontato la lunga squalifica per doping, quasi 4 anni, Alex Schwazer ha vinto la 50 chilometri di marcia ai mondiali a squadre di Roma. Una vittoria che gli consente di partecipare alle Olimpiadi di Rio, il prossimo agosto. “La mia gara più bella – ha commentato il campione – non la dimenticherò mai”

A Radio Popolare parla il suo allenatore, Sandro Donati, poche ore dopo il successo ai mondiali. Considerato il guru dell’antidoping in Italia, Donati aveva accetatto la sfida di allenare Schwazer circa un anno fa, confessandogli anche di essere stato lui a fare la segnalazione all’autorità competente che gli costò la squalifica.

Oggi Donati, pur soddisfatto e orgoglioso, ci dice che la battaglia, sua e di Alex,  sarà ancora lunga. La battaglia per ripulire l’atletica davvero, e non solo dalle sostanze vietate.

“La gara e l’allenamento sono stati la parte più facile, dice l’allenatore. La parte più difficile è stata contrastare gli odii, le manovre, gli agguati che sono stati infiniti, alcuni anche durante la settimana che ha preceduto la gara. E credo che continueranno: c’è gente che giudica destabilizzante la crescita di questo ragazzo, con un sistema di allenamento diverso, completamente estraneo al doping. Sentono il rischio di una rottura di equilibri – sostiene Sandro Donati – Le mie migliori energie le ho dovute usare per contrastare questi agguati, allenare Alex è stata la cosa più facile”.

“Ho dimostrato che questo ragazzo, catalogato come ‘dopato’, poteva farne tranquillamente a meno, perchè era dotato di un grande talento che ho saputo valorizzare – dice Donati con soddisfazione – e ora mi domando: quanta responsabilità c’è in un ambiente che non aveva saputo valorizzarlo adeguatamente, al punto che questo ragazzo era caduto nella disperazione? Poi certo, rimangono le sue colpe, su questo non ci sono dubbi”.

“Per allenare Alex Schwazer non ho eliminato solo il doping, spiega Donati, ma anche gli antiasmatici che gli avevano autorizzato i medici federali o quelli del Coni per un’asma che non ha mai avuto in vita sua. Usava sistematicamente la camera ipobarica, che ora non usa più. Supplementazioni di ferro che sono state eliminate. Allora qui la questione è più grande. Qui c’è la naturalità e basta, l’alimentazione corretta, l’allenamento e il talento. Punto. E questo dà fastidio, perchè qualcuno si pone la domanda: che conti la meritocrazia? Perchè anche nello sport – conclude l’allenatore – la meritocrazia è passata in secondo piano…”

Ascolta l’intervista con Sandro Donati

Sandro Donati

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    Lorenza Ghidini
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25 aprile in difesa della Costituzione

Si scrive aprile, si legge ottobre. Quest’anno le celebrazioni per ricordare la Liberazione dal nazifascismo assumono un significato particolare, perchè tra sei mesi saremo chiamati a votare per il referendum costituzionale. Dovremo dire Sì o No alla riforma Renzi- Boschi, il DDL che modifica in profondità la Carta fondamentale, scritta dopo la guerra dai rappresentanti dei partiti che avevano combattuto e sconfitto il fascismo: nata dunque dalla Resistenza. L’Anpi, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, ha già detto chiaramente da che parte sta: si è schierata per il No alla riforma, perchè  “considera la Riforma del Senato e la legge elettorale, così come approvate dal Parlamento, un vulnus al sistema democratico di rappresentanza ed ai diritti dei cittadini, in sostanza una riduzione degli spazi di democrazia“, come è scritto nella relazione approvata quasi all’unanimità nel Comitato Nazionale del 21 gennaio scorso.

Il presidente, Carlo Smuraglia (93 anni, mandato in scadenza, ma non è esclusa una sua rielezione al Congresso Nazionale che l’Anpi terrà a Rimini dal 13 al 15 maggio prossimi) in una recente intervista a Radio Popolare ha risposto agli attacchi ricevuti da Fabrizio Rondolino su L’Unità (sì, l’Unità…) sostenendo che al Governo non va giù la presa di posizione dei Partigiani: non si dovrebbero intromettere nella campagna per il referendum costituzionale.

Nell’appello per questo 25 aprile, l’Anpi non nomina la riforma nè l’appuntamento di ottobre, per evitare lo scontro frontale con il Governo. Si cita invece la crisi dei profughi, a cui l’Europa risponde alzano muri e chiudendo frontiere. Si citano il proliferare di movimenti neofascisti e neonazisti e la crisi economica da cui non si vede via d’uscita. “Non è questa la società che sognavano i combattenti per la libertà” – scrive l’Anpi – che chiama tutti gli antifascisti a celebrare questo 71esimo anniversario della Liberazione come una giornata di forte impegno per costruire un modo migliore.

A Milano sfilerà come sempre il corteo nazionale. In piazza del Duomo parleranno dal palco alcune personalità che ben rappresentano l’attuale momento politico e il messaggio contenuto in questo 25 aprile. Ci sarà il sindaco Giuliano Pisapia, che lo scorso 12 dicembre ricordando le vittime della strage di piazza Fontana ha promesso “Milano resterà antifascista”: il suo mandato sta per finire, tra un mese e mezzo si vota e i sondaggi dicono che il centrodestra targato Salvini non è per nulla in affanno come sembrava fino a poche settimane fa. In città, tra l’altro, i neofascisti di Casa Pound e Lealtà e Azione si preparano all’ennesima provocazione: nel giorno dell’anniversario della Liberazione andranno a rendere omaggio ai morti della Repubblica Sociale Italiana, al campo X del cimitero di Musocco. Sul palco con Pisapia ci sarà un altro sindaco, Giusi Nicolini di Lampedusa, a testimoniare quello spirito di accoglienza verso i migranti così raro in questo periodo. Ci sarà poi il prof. Gaetano Silvestri, presidente emerito della Corte Costituzionale, che non è certo un estimatore della riforma Renzi-Boschi, e da ultimo parlerà il presidente Smuraglia.

Radio Popolare racconterà questo 25 aprile con una serie di trasmissioni nel corso di tutta la giornata. Si comincia alle 9,00 con le voci di quattro Partigiane che ci hanno raccontato i loro ricordi della Liberazione. Alle 10,30 seguiremo in diretta alcune iniziative che si svolgono a Milano e hinterland. Alle 13,20 riascolteremo le canzoni degli anni della guerra selezionate da Marcello Lorrai per la nostra trasmissione del 2015 Radio Milano Liberata. Dalle 14,30 in diretta da piazza Duomo vi racconteremo il corteo e vi faremo ascoltare gli interventi dal palco.

Buon 25 aprile!

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    Lorenza Ghidini
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“Provenzano? Archeologia mafiosa”

“Ricordo ancora il covo di Bernardo Provenzano sulla montagna dei Cavalli: un covo miserabile, pieno di crocefissi, rosari, santini e tantissimi maglioni di cachemire ammassati in un angolo”.

Attilio Bolzoni, scrittore e giornalista, grande esperto di storia della mafia, ripercorre i dieci anni passati da quell’11 aprile 2006 in cui il superlatitante corleonese fu finalmente catturato.

“Sotto la guida di un grandissimo poliziotto, il dottor Renato Cortese, un pool di 27 uomini e una donna, chiamata “la gatta”, seguirono un uomo che aveva portato un sacco di biancheria pulita in un casolare, e notarono una mano che spuntava dalla porta per ritirare il sacco. Era la mano di Bernardo Provenzano, che fu così catturato”.

Dopo tanti anni di latitanza Provenzano era a Corleone, a casa sua. Cosa sappiamo, a dieci anni di distanza, delle protezioni di cui ha goduto?

“Si sa tutto e niente. Provenzano è stato catturato dopo 43 anni, Riina dopo 24 anni e 6 mesi. Queste non sono latitanze, chiamarli latitanti è il modo sbagliato di affrontare il problema. Quello è uno status altro, lo status di capo riconosciuto di uno Stato che non è lo Stato italiano. Il problema è che non li hanno mai cercati per molto tempo, quando hanno cominciato a cercarli li hanno presi”.

Quale è stato in questi dieci anni di carcere l’atteggiamento di Provenzano nei confronti degli inquirenti?

“Il silenzio totale. Questi Corleonesi sono una razza speciale di mafiosi, sono stati un’anomalia nella storia di Cosa nostra. Hanno seminato terrore in Italia per un quarto di secolo e moriranno in carcere rinchiusi nel segreto del 41 bis. Credo che non parleranno mai, non sapremo mai niente di più di quello che sappiamo adesso: sulle varie trattative con lo Stato, sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, sui delitti eccellenti come quelli di Mattarella, La Torre, Dalla Chiesa… Sono passati trent’anni e sappiamo a malapena chi sono stati gli esecutori materiali e i mandanti mafiosi, ma questi sono delitti politici. Ecco, i Corleonesi sono i depositari di questi segreti, e loro non parlano“.

Si può dire oggi che Bernardo Provenzano sia il capo, o un capo di Cosa nostra?

“No. E tra l’altro formalmente non lo è mai stato, perché il capo era Totò Riina. È dal 15 gennaio 1993, dalla cattura di quest’ultimo, che la Cupola di Cosa Nostra non si riunisce. Ogni tanto a Palermo provano a rifarla ma vengono beccati e arrestati. Bernardo Provenzano è archeologia mafiosa. La nuova mafia è una mafia imprenditoriale, in Sicilia c’è un’aristocrazia mafiosa. Gli ‘avanzi’ dei Corleonesi rappresentano una mafia popolare, ormai in declino, destinata a scomparire o a essere assediata dalla repressione poliziesca e giudiziaria. No, Provenzano non è un capo, è il simbolo di un pezzo di storia della mafia che non esiste più“.

Ascolta l’intervista con Attilio Bolzoni

Attilio Bolzoni

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    Lorenza Ghidini
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Caso Regeni: l’Italia richiama l’ambasciatore

L’incontro tra gli investigatori egiziani e italiani sul caso Regeni è finito come molti si aspettavano: con la delusione della Procura di Roma per la scarsa collaborazione e la mancanza di informazioni determinanti nel dossier portato dal Cairo. Poco dopo che da piazzale Clodio è stato reso noto l’esito del confronto, il governo ha deciso di richiamare l’ambasciatore in Egitto per consultazioni.

Lo aveva promesso il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni: se il Cairo non avesse cambiato atteggiamento, Roma avrebbe risposto con misure “immediate e proporzionali”. E lo aveva chiesto la famiglia di Giulio, che ora commenta la notizia con questo breve comunicato:

“La famiglia Regeni prende atto con amarezza del fallimento del vertice tra le autorità giudiziarie italiane e quelle egiziane ed esprime soddisfazione per la decisione del ministro Gentiloni di richiamare in Italia l’ambasciatore Massari. Siamo certi  che le nostre istituzioni e tutti coloro che stanno combattendo al nostro fianco questa battaglia di giustizia non si fermeranno fino a quando non otterranno verità”.

Nella conferenza stampa in cui avevano chiesto un gesto forte del governo nel caso in cui la collaborazione egiziana si fosse confermata insufficiente, i genitori di Giulio erano stati affiancati da Luigi Manconi, presidente della Commissione diritti umani del Senato, e Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. 

“Il richiamo dell’Ambasciatore per consultazioni è l’unica decisione che si poteva prendere – commenta Manconi. Una decisione che giunge in ritardo ma che apprezziamo. Deve però essere solo il primo passo – prosegue il Presidente della Commisisone diritti umani – si deve agire su altre leve per indurre l’Egitto a più miti consigli”.

Ascolta il commento di Luigi Manconi

Luigi Manconi

 

“Un gesto necessario – ci dice anche Noury – È arrivato il momento in cui non si può più stare dalla parte della ricerca della verità per Giulio Regeni e dalla parte della necessità di mantenere buone relazioni politiche e commerciali con l’Egitto”.

Ascolta il commento di Riccardo Noury

Riccardo Noury

 

Qui il comunicato integrale della Procura di Roma al termine dell’incontro:

“Nell’ambito dell’attività di indagine sull’omicidio di Giulio Regeni si è svolto a Roma nei giorni 7-8 aprile il programmato incontro tra inquirenti e investigatori italiani e una delegazione della procura generale della Repubblica araba d’Egitto e delle forze di polizia egiziane. E’ stata ribadita da ambedue le parti la determinazione nell’individuare e assicurare alla giustizia i responsabili di quanto accaduto chiunque essi siano; è stato confermato che per questa ragione nessuna pista investigativa è stata esclusa”.

“Nel corso dell’incontro la delegazione italiana ha riferito alle autorità del Cairo, consegnando integralmente la relativa documentazione, quanto emerso dagli accertamenti autoptici effettuati in Italia, il contenuto del materiale informatico recuperato dal pc di Giulio Regeni, nonché i risultati dell’elaborazione effettuata sui dati contenuti sui tabulati dell’utenza telefonica egiziana in uso a Regeni, consegnati alla procura di Roma durante l’incontro a Il Cairo il 14 marzo scorso”.

“I magistrati della procura generale egiziana hanno riferito le circostanze attraverso le quali sono stati, recentemente, rinvenuti i documenti di Giulio Regeni e che solo al termine delle indagini sarà possibile stabilire il ruolo che la banda criminale coinvolta nei fatti del 24 marzo 2016 abbia avuto nella morte del ragazzo italiano. La procura di Roma ha ribadito il convincimento che non vi sono elementi del coinvolgimento diretto della banda criminale nelle torture e nella morte di Giulio Regeni”.

“Sono stati consegnati alle autorità italiane: i tabulati telefonici delle utenze egiziane in uso a due amici italiani di Giulio Regeni, presenti al Cairo nel gennaio scorso, una relazione di sopralluogo con allegate foto del ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, una nota ove si riferisce che gli organizzatori della riunione sindacale tenuta al Cairo l’11 dicembre 2015, a cui ha partecipato Giulio Regeni, hanno comunicato che non sono state effettuate registrazioni video ufficiali dell’incontro”.

“In relazione alla richiesta del traffico di celle, presentata ancora una volta dalla procura di Roma, l’autorità egiziana ha comunicato che consegnerà i risultati al termine dei loro accertamenti che sono ancora in corso. La procura di Roma ha insistito perché la consegna avvenga in tempi brevissimi sottolineando l’importanza di tale accertamento da compiersi con l’attrezzatura all’avanguardia disponibile in Italia”.

“Durante l’incontro le forze di polizia italiane hanno richiesto una serie di accertamenti per una efficace collaborazione alle indagini condotte dalle autorità egiziane. Queste ultime hanno preannunciato nuove richieste di atti e di informazioni alle autorità italiane. La procura egiziana ha assicurato che la collaborazione continuerà attraverso lo scambio di atti di indagine fino a quando non sarà raggiunta la verità in ordine a tutte le circostanze che hanno portato alla morte di Giulio Regeni”.

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    Lorenza Ghidini
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Davide, incarcerato in Egitto senza cibo né acqua

Chi è “l’italiano Davide” rapinato qualche mese fa in Egitto dalla stessa banda che sarebbe responsabile dell’omicidio Regeni? Questo nome, secondo le anticipazioni pubblicate dal quotidiano egiziano Al Akhbar, comparirebbe nel dossier che gli inquirenti cairoti si apprestano a consegnare alla Procura di Roma. Davide e Giulio rapinati dalla stessa banda, quella poi sterminata dalle forze di sicurezza: a uno è andata bene, all’altro no. L’ultimo depistaggio.

Davide è anche il nome di un musicista milanese di 44 anni, che era effettivamente in Egitto cinque mesi fa, a Sharm El Sheikh, ma non è stato rapinato. E’ stato incarcerato dalle forze di polizia egiziane e lasciato per circa 35 ore senza cibo, acqua nè tantomeno spiegazioni. A Radio Popolare Davide Romagnoni racconta per la prima volta la sua storia, che – pur tra mille differenze – ci dice come quello di Giulio Regeni sia tutto fuorchè un caso isolato.

La “colpa” di Romagnoni, aver scattato una foto all’aeroporto di Sharm El Sheikh, mentre si apprestava a ripartire per l’Italia dopo una settimana in un resort sul Mar Rosso (oggi ci dice: “non avevo idea che negli aeroporti fosse vietato fare foto”). La sua sfortuna, trovarsi in quel luogo poche ore dopo l’abbattimento dell’aereo russo che era partito proprio da Sharm con una bomba terroristica a bordo (era il 31 ottobre 2015).

A Radio Popolare Davide ha raccontato le 35 ore di terrore passate tra due celle, una minuscola in cui erano in 4, l’altra comunque piccola in cui erano in 37, senza cibo nè acqua nè servizi igienici, con un’assistenza legale sommaria e interrogatori continui in una lingua, l’arabo, che lui non conosce. “Non mi hanno fatto del male, racconta Davide, se si eccettuano le privazioni cui sono stato costretto, ma chi mi ha interrogato era talmente aggressivo che mi sentivo più al sicuro in cella tra i detenuti che tra le guardie”.

Romagnoni tuttora non sa di cosa esattamente è stato accusato. C’è stato anche un processo lampo (sempre in arabo), dopo il quale è stato espulso dall’Egitto ed è potuto ripartire per l’Italia con il suo passaporto. “Quando mi hanno liberato mi hanno fatto uscire a piedi da un carcere-fortino nel deserto, in piena notte insieme due sudanesi. Seguendo delle luci in lontananza abbiamo camminato finchè siamo arrivati a un’autostrada”.

“Devono aver pensato che fossi il basista di una cellula di  foreign fighters”, è la spiegazione che si è dato Davide riesaminando quanto gli è successo. Considerazioni che fanno lui e il suo avvocato, in assenza di delucidazioni dalla Farnesina.  Già, quale è stato il ruolo delle autorità italiane in tutta questa vicenda? “Quando sono stato incarcerato, racconta Romagnoni, sono riuscito a mandare qualche sms ad alcuni amici prima che mi ritirassero il telefono. E per fortuna uno di loro ha chiamato l’Ambasciata”. Probabilmente per questo, immagina Davide, un avvocato egiziano che parlava un po’ di italiano è andato a trovarlo in cella poco dopo il fermo. “Mi ha detto in sostanza che ero nella m…. poi non si è più visto, anche se un’altra volta ha mandato un suo collaboratore”.

“Quando ho letto che Giulio Regeni era scomparso ho istintivamente fatto un paragone con la mia vicenda. Ho pensato: a me è andata bene e a lui no. Poi sono venute fuori altre notizie da cui ho capito che i nostri casi sono completamente diversi”.

Ascolta il racconto di Davide Romagnoni nell’intervista di Luigi Ambrosio e Lorenza Ghidini

Davide Romagnoni

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    Lorenza Ghidini
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Roma e Napoli, Pd alla prova delle primarie

A Roma (su Facebook) si sono cimentati con gli stornelli e la ricetta della carbonara. A Napoli, probabilmente con maggiore sobrietà, si confronteranno in un dibattito a quattro, solo 48 ore prima del voto. I candidati alle primarie del centrosinistra sono ormai pronti per il giudizio degli elettori: domenica si vota, dalle 8 alle 22 nella capitale, fino alle 21 nel capoluogo campano.

In entrambe le città il favorito è un candidato sponsorizzato da Matteo Renzi: a Roma Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera, a Napoli Valeria Valente, già assessore nella giunta comunale di Rosa Russo Iervolino.

Il principale sfidante di Giachetti, Roberto Morassut, esponente di spicco del Pd romano da molti anni, è appoggiato dalla minoranza antirenziana del partito, che spera di fare uno sgambetto al segretario. A Napoli invece l’insidia più pericolosa per Valente si chiama Antonio Bassolino, e paradossalmente è stato proprio con lui che la giovane candidata renziana si è avvicinata alla politica. La “bassoliniana” Valente.

Roma e Napoli, due città in cui il Partito democratico e il centrosinistra in generale non se la passano per niente bene. Nella capitale è ancora fresca l’eco delle polemiche seguite alla defenestrazione di Ignazio Marino, e non passa giorno senza che si parli su tutti i giornali del degrado della città. Tanto che i più maliziosi sospettano che nessuno dei sei candidati alle primarie abbia granché voglia di vincerle…

A Napoli l’entusiasmo che cinque anni fa aveva accompagnato l’elezione di Luigi De Magistris si è spento rapidamente. Lui si vuole ricandidare, si vedrà quale seguito potrà ancora avere. Ma la vera incognità del voto di domenica è se il Partito democratico per una volta riuscirà a organizzare una primaria trasparente, senza gli inquinamenti che nelle precedenti tornate hanno portato a ricorsi, polemiche, scontri interni, perfino all’annullamento del voto.

A “Il Demone del Tardi” abbiamo parlato della situazione di Roma con Danilo Chirico, presidente dell’ Associazione Da Sud, e di quella di Napoli con il giurista ed ex parlamentare Ds Massimo Villone.

Ascolta l’intervista con Danilo Chirico

Danilo Chirico- Roma

Ascolta l’intervista con Massimo Villone

Massimo Villone – Napoli

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    Lorenza Ghidini
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A sinistra, verso un nuovo partito

A sinistra di Renzi ci sono le praterie. Una considerazione sentita molte volte, certamente vera, ma che non si è ancora tradotta nella nascita di un soggetto che occupi stabilmente e con sufficiente credibilità lo spazio politico che si è aperto con la “mutazione genetica” del PD. “Cosmopolitica” è l’appuntamento dal 19 al 21 febbraio a Roma per tutti quelli che non si sono rassegnati a questa assenza.

Al Palazzo dei Congressi partirà formalmente il percorso che dovrebbe sfociare a dicembre nella fondazione di un nuovo partito. “Sì, un vero partito – dice Nicola Fratoianni coordinatore di Sel – perché non è più tempo degli accrocchi a sinistra”. E sono proprio quelli di Vendola i più lanciati verso la creazione di una forza nuova, mettendo in conto di sciogliere Sel quando arriverà il momento. Del resto hanno già rinnovato il gruppo in Parlamento, creando quello di Sinistra Italiana insieme ad alcuni fuoriusciti dal Partito Democratico, come Sergio Cofferati, Carlo Galli, Alfredo D’Attorre, che pure saranno tra i protagonisti della tre giorni romana. Meno propenso allo scioglimento del suo partito è il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, che comunque sarà al Palazzo dei Congressi, come ci sarà nonostante una certa dose di scetticismo Marco Revelli in rappresentanza de L’Altra Europa con Tsipras, la lista nata in occasione delle ultime Europee. Insomma, la sensazione è che valga la pena di esserci, ed è lo stesso ragionamento che hanno fatto due sindaci come Giuliano Pisapia e Massimo Zedda che, pur essendo vicini a Sel, non sembrano interessati a entrare in un nuovo partito ma saranno a Roma in questi tre giorni.

A Cosmopolitica ci saranno anche rappresentanti di Cgil Cisl e Uil, arriverà un messaggio di Maurizio Landini e parleranno esponenti dell’associazionismo, da Legambiente all’Arci fino ai gruppi LGBT. Grande assente, Pippo Civati, che fin dall’inizio ha fatto sapere di non essere interessato a questo percorso. In queste settimane però proprio a lui si stanno rivolgendo molti dei partecipanti a Cosmopolitica perché li rappresenti tutti come candidato sindaco a Milano, dopo la vittoria di Beppe Sala alle primarie.

L’organizzazione dei dibattiti al Palazzo dei Congressi sarà simile a quella adottata da Sel nella sua kermesse Human Factor: tavoli tematici, laboratori, piccoli eventi. L’idea è di arrivare a una bozza di programma comune e soprattutto a un organigramma che tenga le fila del nuovo soggetto fino alla sua fondazione vera e propria, a dicembre. Per allora, gli italiani avranno votato sì o no al referendum costituzionale fortemente voluto da Matteo Renzi. Una sfida che Cosmopolitica raccoglie fin da subito per rilanciare un no forte e chiaro. Un appuntamento politico cruciale, il cui esito mostrerà inequivocabilmente qual è lo spazio politico, in questo paese, a sinistra di Matteo Renzi.

Carlo Galli, deputato di Sinistra Italiana e politologo dell’Università di Bologna, è tra i promotori di Cosmopolitica. Gli abbiamo chiesto qual è il senso di questa iniziativa e cosa gli fa pensare che sia la volta buona per mettere insieme tanti soggetti solitamente più propensi a dividersi che a unirsi.

Carlo Galli

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    Lorenza Ghidini
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Civati: “Presto un candidato alternativo”

Quanto spazio apre, a sinistra, la vittoria di Beppe Sala alle primarie milanesi? Tanto, secondo tutti gli osservatori. Tanto che nelle scorse settimane qualcuno ha anche scritto maliziosamente che Pippo Civati, per fare un nome tra quelli che non hanno partecipato alle primarie, avrebbe tifato proprio per Sala. Così, all’indomani del risultato, e mentre Sel annuncia l’avvio di una “riflessione sulla nuova fase politica”, abbiamo intervistato il leader di Possibile per sentire quanto è concreta l’ipotesi di un candidato alternativo, e se potrebbe essere proprio lui, Pippo Civati. “Tra poche settimane faremo una proposta alla città – ci ha confermato Civati – ma il candidato non vorrei essere io”

Come commenta l’esito delle primarie?

Un pasticcio clamoroso che non poteva che finire così, mi dispiace. Questa è una vittoria di Renzi, è il Partito della Nazione che si compie anche a Milano. Per questo io ho sempre sostenuto un’ ipotesi fuori dal gioco delle primarie e soprattutto fuori dal gioco renziano: abbiamo sempre pensato di avere un candidato o una candidata diversa, ci abbiamo lavorato e nelle prossime settimane faremo una proposta alla città”.

Potrebbe essere lei il candidato o lo esclude?

“La mia traiettoria biografica e politica è andata da tutt’altra parte in questi anni: sarei un candidato super politicista e proprio non vorrei che fosse così. Ne discuteremo, ma io sono per escluderlo”.

Ascolta l’intervista integrale a Pippo Civati

Pippo Civati

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    Lorenza Ghidini
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Gli esperti: Majorino il più efficace

C’erano molte aspettative ma il dibattito tra i quattro candidati alle primarie del centrosinistra di Milano è stato poco stimolante, soprattutto dal punto di vista dei contenuti. Il vincitore vero è stato il pubblico, cioè la partecipazione.

Così la pensano due esperti di comunicazione politica, come Alessandro Amadori (Istituto Piepoli) e Paolo Natale (Università di Milano)

Pierfrancesco Majorino, secondo Amadori e Natale, è stato il migliore: grintoso, molto chiaro, ha scaldato i cuori della platea.

Gli altri tre hanno confermato i rispettivi posizionamenti: Giuseppe Sala – dice Amadori – sembra più un prefetto che un uomo politico: stile chiaro, assertivo, ma manca l’anima.

Francesca Balzani rende meglio “faccia a faccia”. Ha fatto un discorso pieno di contenuti e di valori ma dal punto di vista della comunicazione ha dimostrato meno ritmo e meno incisività.

Antonio Iannetta, l’outsider, è stato il meno chiaro ed efficace.

Ascolta l’intervista integrale ad Alessandro Amadori e Paolo Natale di Gianmarco Bachi e Lorenza Ghidini

Amadori-Natale

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    Lorenza Ghidini
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Centrodestra, il problema è Berlusconi

Con una visita ai gazebo di Forza Italia nei quartieri di Baggio e Lorenteggio, Silvio Berlusconi apre ufficialmente la campagna elettorale per le elezioni amministrative di giugno a Milano.

Già, ma chi sarà il candidato Sindaco del centrodestra? È opinione di molti che l’ex Cavaliere stia aspettando il risultato delle primarie del centrosinistra, per scegliere lo sfidante più adatto. Il problema è che per candidarsi con Berlusconi non c’è la fila.

Resiste alle pressioni Paolo Del Debbio, il corteggiatissimo giornalista. Affonda invece il collega Alessandro Sallusti, sotto il peso di sondaggi molto poco lusinghieri (lo batterebbero sia Sala, che Balzani, che Majorino). Poco credibili gli altri nomi che periodicamente compaiono nelle indiscrezioni di stampa.

Un problema che Berlusconi, con gli alleati Matteo Salvini e Giorgia Meloni, sta incontrando anche in altre grandi città che si avviano al voto. Roma, in primis: ora il favorito dell’ex Cavaliere sembra essere Guido Bertolaso, ex capo della Protezione Civile, ma anche lui sembra non avere intenzione di candidarsi. Nel frattempo il PD di Matteo Renzi pare invece aver trovato in Roberto Giachetti l’uomo giusto, in grado di ricompattare il partito e giocarsi con qualche chance la poltrona di Sindaco.

Abbiamo chiesto un commento sull’impasse del centrodestra al professor Piero Ignazi, politologo dell’Università di Bologna.

A cosa è dovuta questa enorme difficoltà nel trovare i candidati per le prossime amministrative?

Il problema è Berlusconi. Un leader che ha dominato il centrodestra e la politica italiana per un ventennio e che ora non rappresenta più nulla. Quindi, non avendo avuto la capacità e l’intelligenza di lasciare già da tempo la leadership di questo schieramento, costituisce un elemento di freno e di blocco. Dunque – prosegue Ignazi – tutto l’elettorato di centrodestra, a parte le frange più estreme che seguono Salvini, attende di avere una leadership e una proposta per poter tornare a votare per quello schieramento. E’ una grande massa di elettori che rimane alla finestra. Alcuni vengono tentati dal Movimento 5 Stelle, quasi nessuno dal PD renziano – nonostante i fiumi di parole dette su questo – e la stragrande maggioranza è in attesa di una proposta che sia convincente.

Dunque sono dovute alla scarsa attrattività di Berlusconi anche le resistenze di quelli che lui vorrebbe candidare a sindaci? Parliamo di Paolo Del Debbio per Milano e Guido Bertolaso per Roma? Oppure sono restii perchè temono di perdere?

Berlusconi non è più un elemento di attrazione ma è un elemento che respinge. Non è certo un fattore di stimolo per altre figure che si possano avvicinare a quell’area – ragiona Piero Ignazi – Potrebbero semmai nascere componenti civiche che si rifanno al centrodestra. Ma il problema è sempre lui, Berlusconi, e il suo tentativo francamente un po’ patetico di rinverdire i fasti del passato. Con la sue presenza contribuisce invece a renderli sempre più cupi.

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    Lorenza Ghidini
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Profughi, frontiera chiusa sul ponte tra Svezia e Danimarca

Il ponte di Oresund, che collega Copenhagen a Malmoe, era il simbolo dell’integrazione scandinava e, più in generale, europea. Da alcune ore, per decisione del governo di Stoccolma, le autorità di frontiera chiedono i documenti a tutti i viaggiatori. La Svezia, e di conseguenza la Danimarca, hanno sospeso il trattato di Schengen per far fronte al flusso ininterrotto di richiedenti asilo in arrivo dai Balcani attraverso la Germania.

Nel 2015 gli svedesi, dieci milioni di abitanti, hanno accolto oltre 160mila profughi. Una percentuale di richiedenti asilo sul totale della popolazione che ora viene considerata insostenibile. La Danimarca, che invece ha accolto solo 21mila rifugiati, ha reagito immediatamente chiudendo il confine con la Germania per evitare di diventare la destinazione finale dei migranti in arrivo dai Balcani.

Abbiamo chiesto un commento su questa situazione a due giornalisti scandinavi: Peter Loewe è il corrispondente da Roma del quotidiano svedese Dagens Nyheter, Charlotte Sylvestersen è la corrispondente da Milano della radio danese 24-7.

Cosa è cambiato, cosa ha portato alla decisione di chiudere le frontiere?

Loewe: Io vedo una catena di effetti che mettono in discussione il Trattato di Schengen. La Svezia non ha messo alcun limite ai controlli alla frontiera: non sono temporanei, possono restare in vigore per tre anni a meno che non siano revocati. Una situazione completamente diversa dalla chiusura della frontiera che c’era stata temporaneamente a Ventimiglia, tra Italia e Francia. Bisogna considerare che noi svedesi siamo dieci milioni e nell’ultimo trimestre dell’anno scorso sono arrivati 115mila persone. Adesso al centro della situazione c’è la Germania, che per il momento non può chiudere le frontiere – anche se se ne è discusso. La Frankfurter Allgemeine Zeitung scrive che è come se Svezia e Danimarca facessero a gara per mostrarsi come il Paese meno attraente per i richiedenti asilo. Certo i numeri sono molto diversi: la Danimarca l’anno scorso ha accolto 21mila rifugiati, la Svezia 160mila. Una cifra record, non dico fuori dalla capacità di accoglienza della Svezia – che in questo momento è un Paese che sta economicamente bene – ma che certo ha creato dei problemi. Da qui la decisione del governo.

Sylvestersen: La decisione danese è conseguenza di quella svedese. È chiaro infatti che quegli 11mila migranti che ogni settimana entravano in Svezia ora si sarebbero fermati a Copenhagen, non potendo più passare lo stretto tra Danimarca e Svezia. Così il governo della Danimarca ha reagito dodici ore dopo quello svedese, reintroducendo i controlli alla frontiera con la Germania. Non per un periodo così lungo come la Svezia, perchè i danesi non vogliono offendere il loro grande vicino del Sud: al momento sono in vigore per dieci giorni, poi si vedrà. Il motivo è chiaro: evitare che la Danimarca diventi il Paese di destinazione finale dei profughi. Così ora il “tappo” diventerà il nord della Germania, dove già si raccolgono i profughi, molti dei quali sperano di andare ancora più a nord.

Loewe: Certo una chiusura delle frontiere anche da parte della Germania, il grande Paese al centro della politica europea, sarebbe un colpo mortale per uccidere il Trattato di Schengen. Ma in Baviera se ne sta già parlando…

Sylvestersen: Il discorso non riguarda solo le frontiere interne, ma anche quelle esterne dell’Unione europea, che hanno bisogno di essere rafforzate. La sensazione in Danimarca, come credo anche in Svezia, è che in Europa si parli molto di questa emergenza ma si faccia poco.

Come i governi svedese e danese hanno gestito la situazione in questi mesi?

Loewe: In modo piuttosto simile a quanto fatto dai tedeschi. Fino allo scorso autunno dicevamo “siamo un Paese aperto, che accoglie tutti quelli che hanno diritto di chiedere asilo”. Poi però abbiamo dovuto cambiare linea, non era possibile sostenere un flusso di migliaia di arrivi ogni giorno. Ci sono state anche ragioni politiche: la pressione dell’opinione pubblica, il partito dei cosiddetti Democratici svedesi – un partito di destra – che sta arrivando al 20 per cento dei consensi secondo gli ultimi sondaggi.

Sylvetersen: La Danimarca invece è stata meno aperta a questo flusso di migranti, ma il dibattito pubblico è stato molto acceso. Anche da noi c’è un partito di destra, il Partito popolare danese, accreditato di oltre il 20 per cento dei consensi, che ha salutato la decisione del governo chiedendo di più. Vogliono che torni una frontiera fisica, i controlli per tutti e la sbarra che si può alzare o non alzare. Certo il governo liberale del primo ministro Rasmussen ha reagito tempestivamente: la Svezia ha reintrodotto i controlli a mezzanotte del 3 gennaio e la Danimarca ha fatto altrettanto sul confine con la Germania a mezzogiorno del 4 gennaio. E in questo il Governo di centrodestra ha il supporto dei socialdemocratici.

Loewe: In questi ultimi quindici anni, dopo la costruzione del ponte di Oresund, le economie di Svezia e Danimarca si sono molto avvicinate, c’è un grande flusso di pendolari che ogni giorno si sposta tra un paese e l’ altro. Questa integrazione economica e i relativi posti di lavoro possono essere messi a rischio, perchè ora i controlli allungheranno il tempo di percorrenza del ponte, da mezz’ora a oltre un’ora. Gli effetti di questa decisione sono tutti da verificare.

Il ponte di Oresund è stato un simbolo dell’integrazione europea, e ora proprio lì vengono fermati i viaggiatori…

Sylvestersen: Nella storia, Svezia e Danimarca sono state spesso in guerra, dunque quel ponte rappresenta proprio l’avvicinamento tra i nostri paesi. Rappresenta una macroregione che funziona, in Scandinavia. Per questo la reintroduzione dei controlli fa male, anche psicologicamente. Riabituarsi sarà una botta.

Ascolta l’intervista integrale a Peter Loewe e Charlotte Sylvestersen

Loewe-Sylvestersen

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    Lorenza Ghidini
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Quando fondammo “la Repubblica”

Il 14 gennaio 1976 esce  in edicola il primo numero del quotidiano “la Repubblica“. Il nome viene scelto in omaggio al piccolo giornale portoghese che, l’anno prima, aveva dato voce alla “rivoluzione dei garofani”. Il fondatore, Eugenio Scalfari, chiama con sè alcuni amici e colleghi: tra loro Giorgio Bocca, Miriam Mafai, Giuseppe Turani, Natalia Aspesi, Giuseppe Turani, Giovanni Valentini.

Con lui ripercorriamo quarant’anni di storia del quotidiano, con il quale però Valentini non collaborerà più. Una scelta dolorosa, legata al prossimo arrivo di Mario Calabresi alla direzione della testata.

scalfari-valentini

Giovanni Valentini che ricordi hai di quei mesi, di quando avete fondato “la Repubblica“?

Cominciai a lavorare a Repubblica l’1 dicembre 1975 per fare i “numeri zero”: ne facemmo ben 15, che furono stampati ma non pubblicati. Quello fu un periodo particolarmente creativo, di grande entusiasmo, grande esaltazione professionale. Io avevo appena 27 anni, provenivo da Il Giorno, diretto allora da Gaetano Afeltra, che era il terzo giornale italiano. Io, a 27 anni, ero l’ultima ruota del carro, ma da lì uscirono personaggi e grandi firme come Bocca, Aspesi, poi più tardi Brera, Pirani e Fausto De Luca.

Che giornale voleva essere Repubblica quando è nato,  come si è trasformato nel tempo?

Noi volevamo essere un giornale di opinione, che vendesse 50-70 mila copie. Poi nel tempo Repubblica se ci si pensa bene ha realizzato un ossimoro: è diventato un giornale di opinione di massa, nei tempi d’oro è arrivato a vendere un milione di copie. È stato un giornale “di appartenenza”, un giornale che ha creato un pubblico. Quando nacque Repubblica ci dissero tutti che non c’era spazio, che il mercato era chiuso. In realtà già all’epoca tentammo di imporre un prodotto nuovo a cominciare dal formato, il tabloid, che per quell’epoca fu abbastanza rivoluzionario. Quello era un aspetto fisico, materiale, ma dentro la formula tabloid c’era l’idea di un giornale diverso: come diceva un nostro slogan dei primissimi tempi, un settimanale che uscisse ogni giorno.

Originariamente a che pubblico miravate?

I primi tempi, quando salivo su un autobus o una metropolitana, vedevo la Repubblica negli zainetti dei giovani: era un giornale alternativo, un secondo o addirittura un terzo giornale. Noi cercammo di contribuire a creare un pubblico più moderno, progressista, critico, non necessariamente antagonista. Voleva essere un giornale nuovo per un’Italia nuova. Da questo punto di vista credo che anche le polemiche che poi sono state fatte sul “giornale-partito” siano state riduttive: Repubblica è ben di più. Ha formato un suo pubblico, ha stabilito un rapporto, un transfert reciproco tra la redazione, gli editorialisti, gli opinionisti e chi lo legge, e mi piace molto di più usare un’espressione che Scalfari ha già usato per l’Espresso: una “struttura d’opinione”, un gruppo di persone che facevano il giornale o lo leggevano, ma che avevano in comune interessi di carattere intellettuale, politico e soprattutto civile.

Quale è stato il rapporto con i partiti e i movimenti?

E’ stato un rapporto sempre molto autonomo e indipendente. Il giornale ha sempre coltivato l’ambizione di avere una sua idea, una sua visione, un suo progetto della società italiana. Laico ma non anticlericale, democratico, progressista, con un pubblico che potesse diventare protagonista della modernizzazione del paese. Se a quell’epoca qualcuno ci avesse detto che nei successivi quarant’anni avremmo avuto due direttori che provenivano dal giornale della Fiat (il direttore uscente Ezio Mauro e quello in arrivo Mario Calabresi, ndr) ci saremmo sbellicati dalle risate. Repubblica è nato come giornale di controinformazione, che non vuol dire necessariamente opposizione al potere, ma semmai un giornale che controlla il potere, quello politico, quello economico e anche quello dell’informazione.

Moro rapito

Il vostro giornale è nato negli anni del terrorismo. Un vostro collega, Guido Passalacqua, è stato gambizzato dallo stesso gruppo che avrebbe poi ucciso Walter Tobagi. E poi c’è stata la foto di Aldo Moro, sequestrato dalle BR, con Repubblica in mano. Che ricordi hai di quando hai visto quella foto?

A dire il vero in quell’anno ero il direttore de l’Europeo. E subito dopo andai per tre anni a Padova, che in quel momento era la capitale di Autonomia Operaia. Quei momenti li ricordo bene, sono stati anni tremendi. Il gruppo dirigente di Repubblica ha tenuto sempre una linea molto ferma, di netta condanna non solo del terrorismo ma della protesta violenta, però si è sempre sforzato di capire quali erano le ragioni di fondo di questo fenomeno. Questo ci ha consentito da una parte di opporci al terrorismo, dall’altra parte di superarlo e di contribuire a trovare equilibri più giusti nella società italiana.

Alcuni scoop, alcune inchieste, alcuni momenti da ricordare…

Il periodo in cui ero capo della redazione milanese fu molto felice. Il giornale crebbe parecchio. Una mia grande soddisfazione fu quella di riuscire a coinvolgere grandi firme di Repubblica come Bocca, Aspesi, Turani anche nella cronaca locale, nella vita della città di Milano. E poi il periodo della vicedirezione, con Mauro Bene e Antonio Polito: quando Scalfari ci nominò alla fine del 1994 il giornale imbarcava acqua e noi tre in una stanzetta minima riuscimmo, con tutto il resto della redazione, a dare una sferzata di rinnovamento.

Parliamo di due momenti importanti per la Repubblica: i cambi di Direzione. Da Scalfari a Mauro e – tra non molto – da Mauro a Calabresi. Come dicevi prima, sono venuti tutti e due dal giornale della Fiat.

Ezio Mauro è sicuramente un grande professionista, ha fatto benissimo il Direttore de La Stampa e poi di Repubblica. La mia era una battuta, la loro provenienza non è certamente un minus. Però è innegabile che l’imprinting sia diverso: La Stampa è pur sempre il giornale della più grande impresa privata italiana. Io a 27 anni lasciai Il Giorno per andare a lavorare da un editore puro, un editore che facesse i giornali solo per fare i giornali e non per altri interessi. Ora vedremo Calabresi. E’ un giornalista molto esperto e solido, alla Stampa ha fatto un buon giornale. Ma deve risolvere una contraddizione che è allo stesso tempo professionale e politica: non è un mistero che la sua Stampa viene considerato in questo momento il giornale più filo-renziano di tutti. Non gliene faccio una colpa, anche perchè ho appena scritto un libro per Longanesi intitolato “La scossa” nel quale dico che non bisogna perdere l’ occasione di far traghettare il paese da Renzi in questa difficile transizione. Però c’è un’anima del giornale con la quale anche Calabresi dovrà fare i conti, dentro e fuori il giornale: è quello spirito critico, di autonomia e indipendenza, di distanza dalla politica che significa esercitare un controllo sui poteri. Il gruppo l’Espresso con Scalfari e Caracciolo è sempre stato una famiglia, spero che Repubblica non diventi un giornale di famiglia.

Anche Radio Popolare compie 40 anni. La ascoltavi quando eri il capo della redazione milanese del giornale?

Non solo la ascoltavo, ma mi piaceva molto! Mi ricordo le rassegne stampa di Gad Lerner e di Marco Taradash, che erano letture critiche dei giornali. A quell’epoca Radio Popolare era l’equivalente di Repubblica: una voce diversa, autonoma, alternativa, con un occhio critico sulla società, non per distruggere ma per costruire.

Ascolta l’intervista con Giovanni Valentini

Giovanni Valentini

 

 

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    Lorenza Ghidini
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Natale in corsia, ambulatori a rischio chiusura

Tempi duri per i medici ospedalieri. Le festività natalizie sono destinate ad aggravare il caos già creato in corsia dall’applicazione della direttiva europea sui turni di lavoro. Come è noto, la norma che dal 25 novembre viene applicata anche nel nostro Paese prevede che i turni durino al massimo 13 ore e i riposi almeno 11. Il tutto a parità di personale. Numeri che hanno fatto sballare l’organizzazione di molti reparti. Tagli di posti letto, unità accorpate, ambulatori chiusi, addirittura operazioni saltate. E gli ispettori del lavoro che fanno i controlli negli ospedali.

Anche in Lombardia, regione che fa dell’efficienza nella sanità il suo fiore all’occhiello, le ricadute della nuova normativa si fanno sentire. E la previsione per i giorni di Natale e Capodanno è che la situazione possa solo peggiorare.

“Confermo la situazione di caos – ci dice Sonia Ribera, segretaria regionale della Cgil Medici – il che però è abbastanza sorprendente. Che la direttiva europea sarebbe entrata in vigore il 25 novembre lo si sapeva da un anno. Tutti quanti però nutrivano la convinzione che ci sarebbe stata una proroga e si sarebbe potuto continuare a organizzare il lavoro senza regole certe”.

“In Regione Lombardia – prosegue la sindacalista – l’unica direttiva che è stata data alle direzioni aziendali e ai primari è stata di riorganizzare i turni in modo da garantire lo stesso tipo di prestazioni, nel rispetto delle norme, con il personale che avevano. Una cosa ridicola, se si pensa che si è venuti meno al rispetto delle regole proprio perchè il personale non era sufficiente”.

“Adesso con il periodo natalizio il problema si è acuito: tutte le strutture più piccole, che devono garantire i turni di guardia, non riescono a dare le ferie o non riescono a garantire il rispetto della norma. Devo dire che Regione Lombardia ha deciso una deroga al tetto delle assunzioni per garantire il turn over, ma ancora non è abbastanza”.

Parlando di caos, ci può fare qualche esempio?

“Nella riorganizzazione del lavoro, nel tentativo di garantire la continuità assistenziale e quindi i turni di guardia in conformità alle norme europee, stanno saltando delle prestazioni ambulatoriali. Si pensa per esempio di spostare le attività degli ambulatori delle fasce pomeridiane e serali”.

Per questi giorni di festività prevede altre ricadute sui pazienti?

“Sicuramente sì, anche se non ho notizie certe. Del resto a queste situazioni si cerca di dare meno visibilità possibile, perchè queste notizie hanno un impatto molto negativo sull’opinione pubblica. Ma certamente verranno chiuse delle linee di prestazioni: durante le Feste certi ambulatori saranno aperti solo la mattina, oppure saranno prolungati i giorni di chiusura di certi servizi. Ci sono delle chirurgie specialistiche o degli ambulatori che agiscono più su patologie di tipo cronico, i cui appuntamenti sono differibili, che invece di chiudere 7-8 giorni come avveniva solitamente durante il periodo natalizio staranno chiusi 15-17 giorni”.

Ascolta l’intervista integrale con Sonia Ribera.

Sonia Ribera – Cgil

Natale in corsia 2

 

“Quello che ha maggiormente scombussolato le cose sono le 11 ore di riposo tra un turno e l’altro – dice Silverio Selvetti, segretario regionale di Anaao (Associazione di medici e dirigenti ospedalieri). “I reparti piccoli con un minor numero di medici sono entrati in sofferenza, tanto che alcune sedute operatorie sono saltate o sono state rinviate. Si fa sempre più fatica a organizzare i turni di noi medici, occorre un’iniezione di forze fresche. Nei fine settimana – prosegue Selvetti – dove si era al lavoro in due ora bisogna esserci in tre o in quattro. Anche nelle Feste i medici faranno meno ferie di prima. E a gennaio, con il picco dell’influenza, saremo di nuovo in crisi nei Pronto Soccorso, dove ci sarà l’afflusso principale. Insomma, per quanta buona volontà ci si metta, la situazione sta per scoppiare”.

Ascolta l’intervista integrale di Silverio Selvetti

Silverio Selvetti – Anaao

Situazioni confermate anche da altri medici che abbiamo interpellato, che però preferiscono parlare sotto anonimato.

In un piccolo ospedale in provincia di Bergamo i medici hanno aumentato l’impegno e i pazienti non dovrebbero subire disservizi nelle festività natalizie. Ma l’andazzo generale è simile a quello raccontato dai dirigenti sindacali. “Abbiamo rimodellato i nostri orari di lavoro e qualche problema c’è stato, ma non ricadute sui pazienti perchè l’organico è comunque sufficiente. Certo, questo vale per le situazioni ordinarie. La direttiva prevede che le nostre ore settimanali di lavoro vengano spalmate sui quattro mesi. Sotto Natale lavoreremo tutti di più, mentre riposeremo nelle settimane successive”, spiega lo specialista di medicina generale.

“Caos non è la parola giusta – sostiene invece una internista del Policlinico di Milano – ma certo c’è un sovraffollamento, un carico di lavoro maggiore perchè le attività devono essere compresse in meno giorni. Con l’applicazione della direttiva chi fa la notte non lavora né il giorno prima né il giorno dopo. Chi c’è deve magari coprire due ambulatori, con il risultato che i tempi di attesa per i pazienti si allungano”.

Cosa prevede per i giorni di Natale e Capodanno?

“Di sicuro gli ambulatori osserveranno orari di apertura più corti, già in questi giorni l’attività è un po’ ridotta. Durante le Feste non possiamo risposare quanto facevamo gli altri anni, perchè mancherebbe il personale necessario per l’attività regolare. Tiriamo avanti posticipando le ferie, in una situazione in cui già da anni noi medici arriviamo a fare 200 ore l’anno di straordinario che non vengono pagate”.

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Condanna definitiva per Alberto Stasi

Si è già costituito ed è entrato nel carcere di Bollate Alberto Stasi, condannato in via definitiva per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi nel 2007. Sedici anni di prigione confermati dalla Corte di Cassazione dopo due ore di camera di consiglio, nonostante la richiesta del procuratore generale di annullare la condanna e rinviare gli atti per rifare il processo d’appello.

È dunque la parola fine per una vicenda giudiziaria durata 8 anni, e la famiglia Poggi l’ ha accolta con sollievo. “Giustizia è stata fatta, forse questo sarà un Natale diverso, anche se non si può gioire per una condanna”, ha detto la mamma di Chiara, Rita Poggi.

“Sentenza allucinante – ha commentato invece Fabio Giarda, legale di Stasi – Alberto viene messo in carcere per una sentenza totalmente illogica”.

 

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Il ricordo della strage di piazza Fontana

Alcune centinaia di persone hanno partecipato alla commemorazione della strage di piazza Fontana a Milano. Alle 16,37, l’ora in cui scoppiò la bomba, è stato osservato un minuto di silenzio e sono state deposte corone di fiori davanti alla lapide che ricorda le 17 vittime della bomba fascista. In piazza anche il neoprefetto Alessandro Marangoni, che quando era il Questore cittadino aveva proposto di mettere una lapide all’interno della Questura in memoria dell’ anarchico Giuseppe Pinelli, ucciso il 15 dicembre di quello stesso 1969 dopo essere stato ingiustamente accusato per la bomba nella Banca dell’Agricoltura.

Anche alcuni dei candidati ( o quasi candidati) alla poltrona di sindaco di Milano hanno voluto essere presenti alla commemorazione: c’erano Pierfrancesco Majorino, in corsa per le primarie del centrosinistra, la vicesindaco Francesca Balzani, in odore di candidatura e sponsorizzata da Pisapia (anch’egli presente) e il banchiere Corrado Passera, il candidato dell’area centrista. Assente invece Giuseppe Sala.

In piazza Fontana oggi mancavano però i giovani, che hanno partecipato più volentieri all’altro corteo in cui oggi si ricordava la strage di piazza Fontana ma anche Giuseppe Pinelli e Saverio Saltarelli, ucciso proprio durante una manifestazione analoga il 12 dicembre 1970. Un corteo organizzato da movimenti, collettivi studenteschi, realtà antagoniste della città, che ha raccolto anche la protesta della comunità curda milanese per la politica del presidente turco Erdogan e più in generale il NO alla guerra come risposta al terorrismo dei nostri giorni.

E proprio alle vittime degli attacchi di Parigi è andato il primo pensiero nel discorso pronunciato dal palco da Carlo Arnoldi, presidente dell’Associazione Familiari delle Vittime di Piazza Fontana. “Vogliamo ricordare anche tutte le vittime del terrorismo internazionale che ha colpito in modo particolare Parigi e la Francia – ha detto Arnoldi – ma anche le vittime innocenti e dimenticate delle stragi quasi quotidiane a Beirut, nel Mali, in tante regioni dell’Africa, senza dimenticare l’aereo russo colpito da un attacco terroristico nella zona del Sinai. La loro colpa è stata di trovarsi nel posto giusto al momento sbagliato, come purtroppo è successo ai nostri morti in quel maledetto venerdì di 46 anni fa.

 

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In Italia oltre 50 mila senza casa

Tutte le statistiche degli ultimi due anni sono concordi nell’indicare un aumento della povertà in Italia, anche di quella estrema. In questo contesto non può che peggiorare anche la situazione di chi non ha neppure un tetto. Secondo l’Istat infatti aumenta il numero dei senza casa, e aumenta anche la durata della condizione di senza dimora. Una stima che rischia di essere molto al ribasso, perchè basata sul numero di persone che si sono rivolte almeno una volta ai servizi di mensa o accoglienza notturna nei 158 comuni italiani in cui e’ stata condotta l’indagine, ma sono molte e difficili da quantificare le persone che per paura o per vergogna preferiscono rimanere nell’ombra. Qualche numero del rapporto ‘Le persone senza dimora – Anno 2014’: si stimano in 50.724 i senzatetto che nei mesi di novembre e dicembre 2014 si sono rivolte ai servizi, il 2,43 per mille della popolazione registrata alle anagrafi. Nel 2011, anno dell’ultimo rapporto, era il 2,31 per mille, pari 47.648 persone. Sono per lo piu’ di uomini (85,7%), stranieri (58,2%), con meno di 54 anni (75,8%), ma l’eta’ media e’ leggermente aumentata da 42,1 a 44 anni. Altro indicatore di una situazione in continuo peggioramento, si allunga anche la durata della condizione di senza dimora: diminuiscono, dal 28,5% al 17,4%, quanti sono senza dimora da meno di tre mesi, si dimezzano quanti lo sono da meno di 1 mese, mentre aumenta il numero di persone in strada da più di due anni (dal 27,4% al 41,1%) e di chi lo e’ da oltre 4 anni (dal 16% sale al 21,4%).

Alberto Sinigallia è presidente di Progetto Arca, che assiste i casi di povertà estrema.

Alberto Sinigallia

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16 morti per bomba in un locale del Cairo

Sono almeno 16 i morti in un attacco con bombe molotov avvenuto all’alba nel centro del Cairo. Obiettivo il nightclub al-Sayyad , che si trova nel quartiere Agouza non lontano dalle piramidi. Stando ad alcuni media locali le vittime sono 12, per altri 18, e ci sarebbero tra i 5 e i 10 feriti. Tutti farebbero parte dello staff del locale, e sarebbero morti asfissiati o bruciati perchè l’Al Sayyad si trova in un seminterrato e non ha vie di fuga. Ancora incerta l’origine dell’attacco. Secondo fonti della polizia del Cairo a lanciare la bomba, o le bombe, sarebbe stato un impiegato licenziato dal locale stesso. Altre fonti, citate dalla tv al-Arabiya, sostengono che da Al Sayyad siano stati visti entrare più uomini mascherati. Per il momento nessuna pista è esclusa, anche se sembra rafforzarsi quella degli ex dipendenti.

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Buon compleanno Woody Allen

“Non sarà certo un’occasione per brindare, semmai per deprimermi e farmi venire l’ansia”. Con l’ironia inarrivabile dei suoi migliori film, Woody Allen ha commentato recentemente il fatidico traguardo che raggiunge oggi: i suoi 80 anni. Ma con 45 pellicole all’attivo e 4 Oscar in bacheca, il grande regista si prepara all’uscita del suo ultimo film, The Irrational Man, mentre è già al lavoro per quello successivo.

Da “Manhattan” a “Io e Annie“, da “Provaci ancora Sam” a “Crimini e Misfatti“, da “Settembre” a “Amore e guerra“, i film di Woody Allen hanno lasciato una traccia in ognuno di noi. E ognuno di noi ha in mente una frase indimenticabile.

Così oggi non possiamo che celebrarlo con le sue parole.

 

La maggior parte di noi ha bisogno di uova – da Io e Annie

La maggior parte di noi ha bisogno di uova – da Io e Annie

Avremo un bambino. Ma a me bastava una cravatta – da Prendi i soldi e scappa

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Le cose per cui vale la pena vivere – da Manhattan

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L’ultima donna in cui sono stato dentro era la Statua della Libertà – da Crimini e Misfatti

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Wagner e la Polonia – da Misterioso omicidio a Manhattan

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“Per Valeria una grande partecipazione”

“La mia Valeria era amata e stimata da tutta la città”.

Alberto Solesin, padre della giovane veneziana uccisa nell’attacco terroristico al Bataclan, ha accompagnato il feretro della figlia nel palazzo comunale di Venezia, Ca’ Farsetti, per la camera ardente. Resterà aperta fino a lunedì sera, poi martedì i funerali di Stato, laici, in piazza San Marco. Prevista la partecipazione del Presidente della Repubblica Mattarella, in forse quella di Matteo Renzi.

Da questa mattina alla camera ardente è stato un via vai di centinaia di persone che hanno reso omaggio a Valeria, morta dissanguata tra le braccia del suo fidanzato dopo essere stata ferita con due colpi di arma da fuoco. Queste le risultanze delle prime indagini e dei primi interrogatori avviati dalla procura di Venezia.

A salutare la giovane molta gente comune ma anche il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e il patriarca Francesco Moraglia.

Dal padre, Alberto Solesin, parole di orgoglio per la figlia e di ringraziamento per la partecipazione della città al suo dolore. Lo sentiamo al microfono di Mario Ongaro, Radio Base-Popolare Network.

Alberto Solesin, padre di Valeria

 

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“Concussione? Sono parte lesa”.

“Non sono a conoscenza di nulla, sono anzi parte lesa e sostengo pienamente l’azione della magistratura”.

Con queste parole il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca si è presentato davanti ai giornalisti, per una conferenza stampa – lampo e senza domande, all’indomani della notizia di una nuova indagine a suo carico. La Procura di Roma ha messo sotto inchiesta una giudice di Napoli, Anna Scognamiglio, quella che lo scorso luglio ha scritto la sentenza che ha salvato De Luca dalla decadenza dal suo incarico. Il Presidente della Regione, già condannato per abuso d’ufficio, non poteva infatti ricoprire la sua carica per via della Legge Severino. Il Tribunale civile però, relatrice proprio la giudice Scognamiglio, aveva accolto il ricorso di De Luca, lasciandolo al suo posto e rinviando gli atti alla Corte Costituzionale. Oggi la procura di Roma ritiene che questa sentenza favorevole sia stata scritta in cambio di un incarico di dirigente sanitario conferito da De Luca al marito della giudice, Guglielmo Manna. Indagati oltre al magistrato e al presidente della Regione (concussione il reato a lui contestato) anche i presunti intermediari della corruzione, tra cui il dimissionario capo segreteria di De Luca, Nello Mastursi, che è anche il responsabile organizzazione del PD campano.

Una nuova grana per il PD nazionale e per Matteo Renzi, che fin dall’inizio del “caso De Luca” si è trovato in difficoltà. L’ex sindaco di Salerno, campione di preferenze per i suoi fans, signore delle tessere per i suoi detrattori, si era candidato a marzo alle primarie per la carica di Governatore nonostante la condanna per abuso d’ufficio. E aveva vinto, prima le primarie e poi le “secondarie”. Con un certo malcelato imbarazzo da parte del partito a Roma e del segretario, che ha cercato finchè ha potuto di tenere le distanze dalle grane locali. Dopo l’elezione di De Luca, Renzi aveva dovuto firmare il decreto di decadenza dall’incarico proprio in base alla legge Severino, e il neo Governatore aveva risposto con una serie di ricorsi alla magistratura. L’ultima parola però, quella della Corte Costituzionale interpellata dai giudici stessi proprio su quella legge, ha messo una forte ipoteca sul destino del Presidente della Regione. La Severino va bene, gli amministratori locali condannati anche in via non definitiva devono lasciare l’incarico.

Oggi, come un macigno, si aggiunge la nuova inchiesta: De Luca si sarebbe comprato la sentenza dai giudici di Napoli, dopo essere stato minacciato di un verdetto a lui sfavorevole. Matteo Renzi potrà ancora far finta di niente? Per il vicepresidente della Commissione Antimafia, Claudio Fava di Sinistra Italiana, è ora che il PD batta un colpo: “Credo che occorra una riflessione, ha detto Fava a Radio Popolare, e che il primo a dover fare una riflessione sarebbe lo stesso De Luca. Non ci aspettiamo però questa riflessione o parole che non siano quelle consuete di arroganza, e allora questa riflessione la pretendiamo dal suo partito. Il PD – ha aggiunto il vicepresidente dell’Antimafia – ha scelto De Luca, lo ha tutelato, garantito, lo ha difeso anche nei momenti in cui era assolutamente indifendibile. Ci aspettiamo che davanti a tutto quello che sta accadendo ci sia un momento di resipiscenza da parte del suo partito”.

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Unicredit: 18 mila tagli in tre anni

Dovevano essere 10-12 mila i posti di lavoro a rischio in Unicredit, stando alle voci circolate nelle scorse settimane. E invece gli esuberi sono molti di più: la banca milanese li ha messi nero su bianco stamattina nel piano per i prossimi tre anni presentato agli analisti. Unicredit taglierà circa 18.200 persone. Il dato – spiega l’istituto – include la riduzione di 6.000 lavoratori relativi alla cessione della controllata in Ucraina e alla joint venture tra Pioneer e Santander. La diminuzione degli occupati si realizzerà sia nei corporate centres sia nelle banche commerciali in Italia, Germania, Austria e nell’Europa Centro Orientale. In particolare i dipendenti italiani tagliati saranno ben 6.900, 540 persone in più rispetto al piano già concordato nel 2014 con i sindacati. 800 in totale le filiali che saranno chiuse in Italia, Germania e Austria. Accanto ai tagli, il gruppo prevede misure di contenimento dei costi per un valore complessivo di 1,6 miliardi: i costi per il personale si ridurranno di 800 milioni e le altre spese amministrative di altri 800 milioni.

“Abbiamo approvato un piano rigoroso e serio e al tempo stesso ambizioso”, ha detto l’amministratore delegato Federico Ghizzoni. L’ad aggiunge poi che il piano “è soprattutto realistico perché si basa su azioni che dipendono dalle nostre scelte manageriali ed è un piano totalmente autofinanziato”.

I tagli di personale in Unicredit si susseguono ininterrottamente dai tempi della fusione con Capitalia: a fine 2008 i lavoratori del gruppo a livello mondiale erano 174mila, di cui 77.420 in Italia, e le filiali oltre 10.200, metà delle quali nel nostro paese. A distanza di sette anni, sono ben 47.151 i posti di lavoro persi, di cui circa la metà in Italia. La banca chiude i 9 mesi con un utile di oltre 1,5 miliardi (-16,1 per cento sullo stesso periodo del 2014). Nel terzo trimestre l’utile è a 507 milioni: questo significa che negli ultimi tempi le cose vanno meglio ma che rispetto all’anno scorso la banca milanese è in una situazione di forte sofferenza.

Cosa ha pesato sui conti di Unicredit lo spiega per noi il professor Andrea Di Stefano

Andrea Di Stefano commenta i tagli di Unicredit

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La “Cosa Rossa? E’ Sel”. E Civati non ci sta

Su Radio Popolare proseguono le interviste sul futuro dei vari soggetti a sinistra del PD.

Dopo Stefano Fassina, che ha lanciato i nuovi gruppi parlamentari annunciando che l’anno prossimo ci sarà un vero e proprio partito, è la volta di Pippo Civati. Uscito dal PD pochi mesi fa, Civati ha creato “Possibile” e ora non ha alcuna intenzione di entrare nella cosiddetta “Cosa Rossa” (il nome ufficiale si conoscerà sabato): a suo parere non rappresenta nulla di nuovo, è semplicemente Sel più qualche singolo parlamentare fuoriuscito dal PD.

Sentiamo questo passaggio dell’intervista, realizzata da Lorenza Ghidini e Gianmarco Bachi

Civati – la “Cosa Rossa”

A riprova delle difficoltà di dialogo tra Sel e “Possibile”, c’è la questione delle alleanze per le prossime elezioni amministrative. In alcune città il partito di Vendola – secondo Civati – non ha ancora le idee chiare a proposito del rapporto con il PD e i suoi candidati.

Civati – Amministrative

A Milano, davanti alla probabile candidatura di Giuseppe Sala, Pippo Civati non ha dubbi: lo spazio per una candidatura di sinistra è ampio. “Possibile” ci sarà, e se Sel si libererà dell’“abbraccio” con il PD di Renzi sarà possibile arrivare a un candidato comune.

Civati – Milano

Infine Civati ha parlato del suo movimento, “Possibile”, della filosofia con cui è nato, della proposta politica che ha messo in campo, della battaglia per i referendum che non è andata in porto – “qualcuno non ne ha capito la portata”, ci ha detto.

Civati – Possibile

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Addio al partigiano Tino Casali

Il giorno della Liberazione, il 25 aprile del 1945, Tino Casali compiva 25 anni. Da un anno e mezzo era tra i capi della Resistenza nell’Oltrepò Pavese, e il 27 aprile la sua brigata sarebbe entrata per prima nella Milano liberata.

Agostino Casali, nome di battaglia Tino, era nato a Milano proprio il 25 aprile, nel 1920. Cresciuto in una famiglia di tradizione mazziniana e garibaldina, già a scuola aveva subito le conseguenze della mancata adesione alle organizzazioni fasciste.

L’8 settembre 1943 Casali, sotto il nome di Colombani August, si unì ai partigiani nella Francia meridionale, per rientrare poi in Italia nei primi mesi del 1944. Fu allora che decise di aderire al PCI.

Trasferito da Milano nelle formazioni Garibaldi dell’Oltrepò Pavese, fu prima comandante del Battaglione “Cosenz”, poi commissario della Brigata “Casotti”, infine alla vigilia dell’insurrezione commissario di guerra della divisione d’assalto “Antonio Gramsci“.

Questa formazione di montagna, equipaggiata e armata con mezzi pesanti, dopo aspri combattimenti, superati il Po e il Ticino e liberate Voghera e Pavia, entrò a Milano il 27 aprile 1945. “La colonna di circa 600 partigiani dell’Oltrepò Pavese – si legge su l’Unità del 27 aprile 1945 – è sfilata per la città, tra due ali di popolo plaudente; essa ha percorso Corso Italia, ha attraversato piazza Duomo, avviandosi poi, per Corso Buenos Aires, verso il piazzale Quindici Martiri”, come era stata ribattezzata l’attuale piazzale Loreto.

Nel maggio del 1945 Tino Casali rappresentò le formazioni dell’Oltrepò nella costituenda Associazioni Partigiani d’Italia.10 anni più tardi scelse la via della politica, nella sua Milano. Fu consigliere comunale dal 1955 al 1965, poi dal 1980 al 1985 assessore alla sanità nella Giunta guidata da Carlo Tognoli. A pochi mesi dalla strage di piazza Fontana, Tino Casali si fece promotore a Milano del Comitato Permanente Antifascista per la Difesa dell’Ordine Repubblicano.

Un organismo che di lì a poco, con il drammatico attentato che diede il via alla strategia della tensione, divenne punto di riferimento fondamentale per tutti quelli impegnati nella difesa della democrazia.

Tino Casali insomma era l’antifascismo milanese. Poco meno di 10 anni fa fu eletto alla Presidenza dell’Anpi nazionale, dove sostituì Arrigo Boldrini ormai troppo anziano per proseguire nell’incarico. Attualmente era Presidente Onorario dell’ANPI Nazionale e dell’ANPI Provinciale di Milano.

Venerdì 30 ottobre 2015 dalle ore 14,30 a Milano, nella Casa della Memoria in via Federico Confalonieri 14, verrà allestita la Camera Ardente.

Il presidente ANPI Provinciale di Milano, Roberto Cenati, ricorda per noi gli aspetti salienti della biografia del partigiano Tino Casali.

Roberto Cenati parla di Casali

 

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La mappa 1/GIARRE (CT)

Con Radio Popolare, un giro di ricognizione tra le opere incompiute in Italia.

Da poco è stato pubblicato l’anagrafe aggiornato con l’elenco integrale degli edifici e dei beni, di interesse nazionale o regionale, lasciati a metà, con un grande spreco di denaro pubblico.

La prima tappa ci porta in Sicilia, che guida la classifica del non finito con 215 opere. Nello specifico andiamo a Giarre, la località in provincia di Catania conosciuta anche come “la capitale dell’incompiuto”.

Mario Privitera, giornalista del quotidiano La Sicilia, ci accompagna in un tour virtuale tra lo stadio di polo a cavallo – di cui in Sicilia forse non si sentiva l’esigenza -, il teatro comunale che attende di essere inaugurato dal 1956, la piscina (abbandonata e comunque non regolamentare), il centro permanente per le piante ornamentali, l’impianto sportivo per automodellismo e il Duomo, ingabbiato da tre anni in attesa di restauro.

Viaggio tra le opere incompiute di Giarre

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Storia di Ruben, due mamme e un passaporto

Marta Loi, una delle due mamme di Ruben, ci racconta il percorso per arrivare alla registrazione all’anagrafe di Napoli.

Nato in Spagna grazie a un’inseminazione artificiale, il piccolo era destinato a restare senza documenti perchè la legge italiana non prevede che un bambino possa avere due mamme. Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris ha deciso di “accoglierlo”, ma ora la Prefettura ha richiesto tutti i documenti del caso e pare intenzionata a intervenire.

L’intervista a Marta Loi è di Eleonora Dall’Ovo – L’Altro Martedì

Marta Loi

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“Non ci arrendiamo. Il Vaticano sa ma non collabora”

“La verità la conoscono in molti, dentro e fuori il Vaticano”.

Al “Demone del Tardi” parla il fratello di Emanuela Orlandi, Pietro, all’indomani dell’archiviazione dell’indagine sulla scomparsa della ragazzina nel 1983.

Sono passati 32 anni ma la famiglia di Emanuela non intende arrendersi nemmeno ora. “Non ci sono prove che sia morta, è mio dovere cercarla viva”, ha detto Pietro Orlandi nell’intervista di Lorenza Ghidini e Gianmarco Bachi.

Le accuse al Vaticano, la delusione per l’atteggiamento di Papa Francesco, la spiegazione che la famiglia Orlandi si è data in tutti questi anni per la scomparsa di Emanuela.

 

Ascolta l’intervista a Pietro Orlandi, fratello di Emanuela.

Pietro Orlandi

 

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La mappa 1/LIGURIA

Con Radio Popolare, un giro di ricognizione delle zone a rischio idrogeologico in Italia.

La prima tappa ci porta in Liguria, con due casi emblematici che ritornano nelle cronache ogni volta che si verificano piogge particolarmente abbondanti: la foce del fiume Magra, nello Spezzino, e Genova, costruita sopra i torrenti Bisagno e Fereggiano.

Il vicepresidente di Legambiente Liguria, Stefano Sarti, ci spiega che poco è stato fatto dopo le alluvioni più recenti, sia a livello di interventi strutturali sia a livello di manutenzione dei corsi d’acqua e del territorio circostante.

Dissesto idrogeologico in Liguria

L’intervista è di Lorenza Ghidini e Gianmarco Bachi

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
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