Programmi

Approfondimenti

“Letter to you”, il tanto atteso ritorno del Boss

Letter to you - Bruce Springsteen

Dodici canzoni, sessanta minuti del più classico rock and roll, prevedibile – se si vuole – ma certamente potente. Springsteen rimette insieme, in uno studio, i vecchi amici e compagni di strada della E Street Band, e il risultato viene da sé. “Letter to you” é un album con un filo conduttore, il tempo che scorre, introdotto subito dal primo brano “One minute you’re here” e svolto fino al pezzo di chiusura “I’ll see you in my dreams“, in cui Springsteen si rivolge agli amici lasciati per strada, come il sassofonista Clarence Clemons e l’organista Danny Federici.

C’è tanta malinconia in “Letter to you“, ma anche tanta gioia di tornare a fare musica insieme, sognando il ritorno sul palco. Springsteen ha detto che il suo brano preferito di questo disco é “The house of a thousand guitars“, la casa delle mille chitarre, perché parla del suo rapporto col pubblico.

E di chitarre ce ne sono moltissime in questo album, in cui Bruce ha inserito tre vecchie canzoni degli anni ’70, reincise. Tre bellissimi pezzi: “Janey needs a shooter“, “Song for orphans” e “If I was the priest“. Quest’ultima, pensate, era tra quelle da lui portate al provino per la Columbia Records, nel 1972. Come ha fatto a rimetterla nel cassetto fino ad oggi, lo sa solo lui…

Non manca una canzone politica, in questo album che Bruce ha voluto uscisse prima delle elezioni per la Casa Bianca. “Rainmaker” è il mago della pioggia, un demagogo a cui la gente ha bisogno di credere, si spaccia per l’uomo dei miracoli ma ti porta via tutto. Comunque, Trump perderà, si é mostrato sicuro Springsteen in una delle tante interviste per l’uscita del disco. E speriamo che non si sbagli.

In questo “Letter to you”, come canta nella title track, il Nostro mette nero su bianco i suoi sogni e le sue paure, le sue certezze e i suoi dubbi, l’angoscia per essere rimasto l’unico in vita dei Castiles, il suo gruppo giovanile (è la storia del brano “Last man standing “) ma anche la voglia di guardare al futuro, sognando San Siro, come dice nel film di Thom Zimney uscito su AppleTV+ contestualmente al disco e con lo stesso titolo.

Quattro serate a San Siro, il sogno della E Street Band, che freme per poter ripartire.
Perche, come ha scritto Alessandro Portelli sul manifesto, “Bruce Springsteen é stato il primo a capire che il rock and roll non appartiene a un solo momento, a una fase adolescenziale della vita, ma é capace di accompagnare il tempo e intridersi di storia e memoria“.

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Ci ha lasciati la nostra collega e amica Letizia Mosca

In direzione ostinata e contraria, fin dal primo giorno della tua vita. Quando tua madre, sfidando il marito e la tradizione dei nomi di famiglia, ti volle chiamare Letizia. Un nome sentito in città, a Catanzaro, che si era fatta scrivere su un foglietto. Da Soveria Simeri sei venuta via presto, con tanti sogni in testa, ma le tradizioni della tua terra te le sei portate dentro, non le hai rinnegate mai.

La tua strada era quella delle lotte, le lotte sociali, del mondo del lavoro, del sindacato, e un giornalismo militante che non arretrava davanti a niente e nessuno.

Poi è arrivato Marco, un grande amore, più giovane di te. “Sarà il caso?” ci chiedevi. La tradizione che tornava a galla, ma hai deciso con il cuore. Poi la malattia, ma anche i figli, arrivati contro ogni aspettativa. In direzione ostinata e contraria, questa era la tua essenza.

Nei tuoi 30 anni a Radio Popolare nessuno può dire di essere stato tuo amico se non ha litigato con te almeno una volta. Letizia, sempre sulle barricate, cocciuta, ci sfinivi e poi ci offrivi un caffè con quel sorriso dolce e accogliente che ci disarmava, e non si poteva non volerti bene. E così nel sindacato giornalisti, nei movimenti femministi come “Usciamo dal silenzio”. Fulminante la battuta che fece un giorno tuo marito: “Letizia ma tu quando sei stata in silenzio?”

Non hai mollato mai, nemmeno quando è tornata la malattia, impegnata a crescere due ragazzi liberi e indipendenti. A loro e Marco va oggi l’abbraccio di Radio Popolare, con tutto l’affetto possibile.

[Foto di Fabio Minotti]

 

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

40 anni fa la strage di Ustica

Strage di Ustica

Delle 81 vittime della strage di Ustica, 42 sono ancora in fondo al mare da alllora, perché solo 39 corpi furono recuperati. Tutte e 81 le famiglie però, chi può piangere il suo morto al cimitero e chi no, aspettano la verità. 40 anni di depistaggi, accordi indicibili, segreti di Stato, sudditanza verso le grandi potenze, il tutto ben riassunto nell’espressione “muro di gomma“, come il titolo del film, quello contro cui le famiglie si sono sempre scontrate.

Nel 2007 la Cassazione ha messo la parola fine alle inchieste penali. La principale, quella accurata e faticosa del giudice Rosario Priore, che non ha retto ai processi ed è finita in una archiviazione nel 1999. La sentenza ordinanza del magistrato però resta il quadro più vicino a ciò che probabilmente è successo. E poi l’inchiesta sui depistaggi, che ha visto assolvere i generali dell’aeronautica. Per la Cassazione quella sera del 27 giugno 1980 non c’è stata nessuna battaglia aerea, e tantomeno nessun missile.

Ma come è accaduto per altri misteri senza colpevoli, sono stati i processi civili, per i risarcimenti alle famiglie, ad accendere una luce di verità. Basandosi sulla sentenza ordinanza di Priore e non sulla Cassazione penale, i Tribunali civili di Roma e Palermo hanno accolto la tesi del missile sparato contro il DC9 Itavia da un caccia straniero, e hanno condannato i ministeri della Difesa e dei Trasporti per non aver garantito la sicurezza di quel volo. Il tutto passato in giudicato con sentenza della Cassazione nel 2013.

Alla fine, 40 anni dopo, la verità gli italiani la sanno comunque. Quella sera sui cieli del Tirreno ci fu una vera e propria battaglia aerea, con caccia americani, francesi, libici e in mezzo un volo civile italiano che fu colpito e affondato.

C’è però ancora qualcosa che il Governo italiano potrebbe fare, se lo volesse: chiedere con forza a Washington e Parigi cosa ci facevano quella sera i loro caccia nei nostri cieli, e desecretare i documenti degli accordi internazionali stretti in quegli anni dai nostri servizi segreti.

Foto di I, Ghedolo, CC BY-SA 3.0

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Mattarella ha rappresentato tutti e ciascuno di noi

Mattarella 25 Aprile 2020

Ancora una volta il presidente Mattarella ha rappresentato tutti e ciascuno di noi, in questo tempo così difficile e triste.

Solo con i suoi pensieri all’Altare della Patria, come soli o quasi siamo stati tutti noi, pur cantando dal balcone.

Mattarella che non si taglia i capelli da due mesi, Mattarella che fa gli auguri di Buona Pasqua agli italiani e dice: anch’io sarò a casa da solo domenica.

I simboli contano, e oggi ce n’era bisogno. Chi è abituato a sfilare a Milano si è sentito come menomato, privato di un diritto, per di più dopo due mesi di reclusione e con davanti un futuro incerto.

Il Presidente è arrivato ai piedi del Vittoriano senza nessun’altra autorità. La scorta è rimasta sotto e lui ha salito le scale. Giunto in cima ha tolto per un momento la mascherina, la stessa che indossavano due corazzieri davanti alla tomba del milite ignoto. Un militare ha suonato il silenzio alla tromba, poi dopo un momento di raccoglimento ha rimesso la mascherina e ha ridisceso le scale.

Un’immagine molto forte: sull’immensa scalinata che dà su piazza Venezia il Presidente era un uomo anziano e solo, e proprio per questo ha rappresentato tutti, in particolare le persone più esposte al pericolo del virus.

Come allora, insieme possiamo farcela“, aveva scritto qualche ora prima in un messaggio agli italiani. Un messaggio fatto di parole significative sì ma mai potenti come i gesti.

Foto | Quirinale

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Un 25 aprile sui balconi con lo smartphone

Milano Deserta - Foto di Claudia Reali

Dopo la Liberazione non è mai successo che il corteo del 25 aprile venisse cancellato. Anzi è stato proprio negli anni più difficili della nostra Storia che quello stare insieme, quel ritrovarsi ha avuto il senso più profondo. Ci furono gli anni delle stragi, del terrorismo, gli anni delle trame eversive che rimisero in discussione la democrazia riconquistata con la Resistenza. E chi non ricorda il ’94, quando un fiume di persone, sotto un mare di ombrelli, volle farsi sentire, volle dire: “Noi vigileremo, ora che Berlusconi porta al Governo i postfascisti di Alleanza Nazionale”?

Sarebbe stato un grande corteo, questo del 75esimo anniversario della Liberazione. Un corteo consapevole del rischio ancora reale di un governo Salvini – Meloni. Il corteo di chi solo tre mesi fa ha temuto che l’Emilia-Romagna cadesse nelle mani della Lega, e ha toccato con mano l’effetto domino.

E invece staremo a casa, sul balcone – chi ce l’ha – con lo smartphone – chi ce l’ha. Molti italiani di una certa età non ce l’hanno, ma in corteo ci andavano, anche coi loro acciacchi. Questo virus che ci tiene lontani ha colpito duro proprio nella generazione di chi allora c’era, chi ha respirato la puzza della dittatura e soprattutto della guerra.

Oggi più che mai siamo chiamati a prendere il testimone della memoria, da una generazione che pensava di averle ormai viste tutte.

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Tributo a Piero Scaramucci, 11 novembre a Palazzo Marino

Piero Scaramucci

Comune di Milano, Radio Popolare e Anpi

in collaborazione con Alg, Articolo 21 e FNSI

vi invitano a:

Tributo a Piero Scaramucci

Milano, Palazzo Marino – Sala Alessi

lunedì 11 novembre ore 21

La Milano democratica ricorda Piero Scaramucci. Lunedì 11 novembre 2019 alle ore 21 presso la Sala Alessi di Palazzo Marino, ingresso libero con registrazione obbligatoria sul sito web del Comune di Milano o in sala subito prima dell’evento

Figura di grande rilievo per la nostra città, Piero Scaramucci tra gli anni ’60 e ’80 ha raccontato per la Rai vicende politiche, sindacali e di cronaca con libertà e rigore non comuni. Dalla morte di Enrico Mattei alla guerra Iran – Iraq, dal processo per la strage di Piazza Fontana all’alluvione in Valtellina.

Lo stesso spirito di libertà con cui nel 1976 ha fondato Radio Popolare, divenuta rapidamente punto di riferimento nel panorama dell’informazione indipendente a livello cittadino e nazionale. Al punto che il Comune di Milano nel 2001 premiò Radio Popolare e Piero Scaramucci con l’Ambrogino d’Oro.

In questo 50esimo anniversario della strage di piazza Fontana e della morte di Giuseppe Pinelli, Milano ricorda anche la tenacia con cui Scaramucci si battè e indagò per arrivare alla verità su quei fatti che tanto segnarono la Storia del nostro paese, oltre che della nostra città.

Con la Presidenza del Consiglio Comunale e Radio Popolare, organizza il Tributo a Piero Scaramucci l’Anpi, l’Associazione Nazionale Partigiani, nelle cui file il giornalista ha portato avanti il suo instancabile impegno civile fino agli ultimi giorni della sua vita.

Ricorderemo Piero insieme a Carlo Smuraglia, Beppe Giulietti, Marino Livolsi, Antonio Di Bella

Foto di Matteo Bergamini

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Springsteen on Broadway: il disco, il film

16 canzoni, la voce accompagnata dalla chitarra acustica o dal pianoforte, e per ogni canzone un’introduzione, tratta dalla sua recente autobiografia. Un racconto che parte dalle radici, dall’infanzia nel New Jersey, e che a quelle radici infine ritorna, perché solo a quelle ti puoi attaccare quando nella tua vita arriva la tempesta. Perché una tempesta prima o poi arriva.

E’ uno Springsteen insieme malinconico e spiritoso quello che si racconta, si confessa davanti al suo pubblico in questo show che ha appena chiuso i battenti a New York dopo quasi 250 repliche. Non un concerto, ma uno spettacolo teatrale portato in scena sera dopo sera, in cui si intuisce la necessità stringente dell’artista alle soglie dei 70 anni di fare un bilancio della sua carriera e della sua vita.

Nel documentario uscito su Netflix il pubblico quasi non si vede, se ne sentono solo gli applausi. Bruce è solo sotto i riflettori, vestito di nero e con le scarpe da lavoro. Le inquadrature strette rivelano ogni momento di commozione, con qualche lacrima che è costretto ad asciugarsi e uno sbattere d’occhi nervoso, sui passaggi per lui più impegnativi. Sono quelli che riguardano suo padre, quell’irlandese triste con la faccia rubizza per le troppe birre, quell’uomo che non lo ha mai capito nè tantomeno appoggiato, ma che sul punto di diventare nonno ha riconquistato la dolcezza di un rapporto mai curato. Springsteen passa con facilità dal registro drammatico a quello comico, come quando rivela di non avere mai messo piede in una fabbrica, nonostante abbia cantato tante storie di lavoratori, o di abitare a 10 minuti dal suo paesino natale, proprio lui, “mister born to run”.

Le canzoni scorrono una dopo l’ altra in una sequenza studiata alla perfezione, non è una sfilza di grandi successi e la sua canzone più nota al grande pubblico “Born in the Usa” è cantata quasi senza musica, ridotta all’osso, lontanissima da quella del disco così spesso equivocata e scambiata per un inno degli Stati Uniti degli anni di Reagan. Per introdurla Bruce racconta di quando fu scartato alla visita per partire in Vietnam. Di come invece partirono due suoi amici, due giovani rocker di belle speranze, e di quando andò a Washington a cercare i loro nomi sul memoriale dei caduti per quella causa persa. “E ancora mi chiedo chi è partito al posto mi – dice Bruce con il volto impietrito – Perchè qualcuno è andato al posto mio”.

Ricordi, ricordi e sogni che si intrecciano, con un omaggio ai suoi compagni di sempre della E Street Band e uno struggente “arrivederci nella prossima” vita indirizzato a Clarence Clemons, morto diversi anni fa. Sul palco arriva Patty Scialfa, per due duetti tratti da Tunnel of Love, Springsteen presenta sua moglie come “la regina del suo cuore”, colei che gli sta accanto da tanti anni pur avendo visto dietro le sue numerose maschere.

La moglie, la famiglia, quella straordinaria mamma Adele che nonostante l’Alzheimer ama ancora ballare, il grande albero vicino a casa sua, la Chiesa. “I cattolici una volta che ti acchiappano non ti mollano più”, scherza Bruce. Poi fa silenzio e recita il Padre Nostro.

Amore e dolore, ricordi malinconici e speranze per il futuro, “che non è ancora scritto”, ci ricorda Bruce con uno sforzo di ottimismo. Non manca un passaggio sull’America di Trump, come introduzione al suo capolavoro dedicato ai migranti, The Ghost of Tom Joad. “Pensavo che ci fossimo lasciati alle spalle certe cose, e invece dobbiamo ancora combattere per l’America che vogliamo“.

Due ore e 20 di musica e parole. Un disco difficile da ascoltare facendo altro, un racconto che va seguito passo passo, e che richiede una discreta conoscenza dell’inglese, oltre che naturalmente un grande amore per questo artista. Ma è Bruce come non lo avete mai visto e sentito. Bruce che vi invita nel salotto di casa sua perché ha bisogno di raccontarvi tutto. Tutto quanto cominciò quella volta che vide Elvis in tv. “Il genio del rock and roll era uscito dalla lampada- , dice Bruce- e io sentii l’odore del sangue…..”

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

“È necessario identificare i morti in mare”

Cristina Cattaneo

Cristina Cattaneo, professoressa di medicina legale all’università di Milano e direttrice del LABANOF, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense della stessa università di Milano, è anche la coordinatrice di un lavoro per ricostruire l’identità dei migranti morti in alcuni naufragi nel Mediterraneo, in particolare quello di Lampedusa del 3 ottobre 2013 e quello del 18 aprile 2015.

Dal suo lavoro è nato un libro “Naufraghi senza volto – Dare un nome alle vittime del Mediterraneo“, pubblicato da Raffaello Cortina Editore. Oggi l’abbiamo intervistata e ci siamo fatti raccontare come si svolge il suo lavoro e quali sono le difficoltà che deve affrontare ogni giorno.

Il grande coordinatore di questo lavoro è un ufficio di governo, l’Ufficio del Commissario Straordinario per le persone scomparse, nato nel 2007. Noi come università abbiamo sempre combattuto per il diritto di chi ha perso qualcuno a ritrovare il suo morto e quindi a dare nome e cognome al morto. Abbiamo sempre collaborato con questo ufficio, ma ad un certo punto, per una serie di cose, ci siamo resi conto che c’erano delle enormi ingiustizie rispetto alle vittime dei grandi disastri degli ultimi 15 anni. Stiamo parlando di decine di migliaia di persone di cui la metà non ha un nome.
Spesso, nel mio mestiere, appena c’è un disastro aereo si corre per identificare le vittime. Abbiamo visto, però, che per queste vittime qui – e stiamo parlando del disastro più grosso del dopoguerra – nulla veniva fatto per identificarle. Questa sembra una grossa ingiustizia, perché diamo per scontato che i morti vengono identificati e che l’identità sia qualcosa in più che si fa per la dignità dei morti, ma noi stessi che gestiamo morti tutti i giorni abbiamo scoperto che anche i cari di queste vittime hanno bisogno di sapere per la loro salute mentale che il figlio è andare così avanti con la loro vita. Ma questo vale anche per motivi amministrativi: abbiamo visto orfani lasciati nei Paesi d’origine con amici perché non c’erano abbastanza soldi per far viaggiare tutta la famiglia. E quindi era fondamentale riuscire a dare un certificato di morte di madre e padre affinché gli orfani potessero fare ricongiungimento con quei pochi parenti che magari erano già scappati dall’Eritrea o dal Sud in Europa.

Il lavoro dell’identificazione dei corpi fatto magari giorni dopo la morte in mare di una persona, quando il corpo viene recuperato, è un lavoro particolarmente difficile. Poi c’è anche il lavoro parallelo con i parenti per cercare di rintracciarli e di contattarli, perché dopo aver stabilito le caratteristiche di un corpo è necessario incrociarle con le caratteristiche di chi te le può raccontare o di chi è rimasto e conosceva il corpo e le fattezze.

Esatto. E questa è la grande sfida. Ammesso che si potrebbe riuscire comunque a fare tutte le autopsie allo stesso modo, raccogliere i dati in maniera uguale per tutti questi morti – cosa già abbastanza difficile – la vera sfida è quella di recuperare i parenti che ti portino il figlio per il DNA o la fotografia o la lastra del dentista e via dicendo. Questa è la sfida, perché questi parenti non soltanto si sono anche abituati all’idea che nessuno si darà da fare per identificare i loro morti, e quindi non se lo aspettano e non cercano, ma sono difficili da contattare. Alcuni sono nei Paesi di origine e in alcuni Paesi è anche pericoloso approcciare i parenti di chi è fuggito perché potrebbero subire delle ritorsioni. Invece alcuni sono in viaggio e anche qui è difficilissimo con la diaspora riuscire a beccarli. Questa era una facile soluzione per chi magari non vorrebbe impegnarsi a identificarli, ma questa difficoltà non esiste, perché in realtà basterebbe che ogni Paese creasse degli hotspot in cui i parenti sanno che dovrebbero andare in questo posto, in Francia o in Germania ad esempio, e dare i loro dati per identificare i loro morti. Nel 2018 è una questione molto semplice perché la comunicazione dovrebbe essere il nostro forte, ma estremamente difficile. È possibile, però, ed è stato dimostrato con il primo esperimento dei morti eritrei del 3 ottobre 2013 di Lampedusa: siamo riusciti a far muovere in quello che si chiamerebbe un “worst case scenario” i componenti delle famiglie delle 70 persone scomparse, li abbiamo fatti spostare in Italia dai punti più disparati d’Europa per venirci a dare le informazioni. E così abbiamo identificato più della metà delle persone che erano cercate. Il punto è stato fatto: questi si possono identificare, vanno identificati e qualcuno li sta cercando.

C’è un elemento umano nel lavoro che state facendo, c’è un elemento civile, ma in fondo c’è anche un elemento profondamente politico in questo progetto. L’impressione che mi sono fatto è che ci sia una convenienza di natura politica nel lasciare questi morti senza nome, perché i morti senza nome in fondo restano nella categoria dell’astrazione, non toccano la carne, il vissuto e la sensibilità dell’opinione pubblica che li guarda. Lei che pensiero si è fatta?

Io sono partita subito in quarta dicendo che questa era una discriminazione molto pesante di natura culturale. E in realtà ho un po’ questa conferma: è chiaro che ogni momento politico ha le sue convenienze e spinge verso determinate cose. È facile far scomparire decine di migliaia di morti se non hanno identità e se non si parla con i loro parenti. Mi sono un po’ ricreduta sulle motivazioni perché in realtà, mettendoci mano, è un’operazione molto difficile. Non è un’operazione costosissima, ma non è molto molto facile per quello che ho appena detto: ci vorrebbe la volontà di diversi Paesi soltanto nel diffondere le informazioni e nel collaborare tra governi. Stiamo vedendo che questo non è facile, non è impossibile, ma ci sono diversi scogli. È chiaro che se la cosa non la vuoi fare, al primo ostacolo ti fermi.

Lei racconta nel libro che una volta vi hanno chiamati e vi hanno dato un tempo molto limitato per fare tante autopsie. E lei scrive che avere tanti corpi in un hangar è una cosa che ci si vuole levare di torno rapidamente.

Sì, si stava parlando del primo tentativo del primo gruppo di autopsie dei 13 famosi del disastro del 18 aprile 2015. Diciamo che qui la causa prevalente era un pregiudizio tecnico: in generale nel mio mestiere le difficoltà che incontriamo è che tutti pensano che tutto si risolva col DNA. Siamo un po’ viziati da questo DNA, dalla traccia dell’omicida sulla vittima e l’identità. Certo, il DNA ha un potenziale enorme, ma non si identifica soltanto con il DNA. Qui l’idea era che con questo DNA bastava prendere un tampone di saliva dalla bocca del morto senza neanche quasi aprire il sacco. Non è così, soprattutto su queste vittime: per identificare col DNA o ho bisogno dello spazzolino da denti della vittima, cosa difficile da ritrovare in questi casi, oppure un parente stretto – i fratelli, i figli o i genitori. Tante volte, però, anche la scienza segue ciò che è più conveniente e fa quello che è più necessario in quel periodo storico. Qui non abbiamo i dati ancora per identificare con il DNA queste persone. O meglio non conosciamo così bene i caratteri genetici di queste popolazioni – non così bene come conosciamo quelli delle popolazioni europee – e quindi diventa un po’ difficile raggiungere livelli di certezza soltanto con il DNA. Oppure è difficile trovare i parenti giusti per identificare col DNA. Questi ragazzi – e questo è stato un dato molto toccante – hanno tutti un profilo Facebook. E lì su Facebook il fratello o l’amica che cercava il fidanzato o l’amico ci apriva questi questi profili: c’erano tantissime fotografie su cui, per i cadaveri meglio conservati, si poteva identificare tramite tatuaggi, nei o cicatrici o banalmente la forma del volto. Questo è proprio un pregiudizio tecnico su quello che è un aspetto del mio mestiere ed è un po’ difficile da sfatare.

Immagino che chi fa il suo mestiere debba necessariamente elaborare una certa distanza nella relazione con i corpi e le vite dei defunti con cui si ha a che fare. Invece in questo momento state facendo un lavoro per cui in qualche modo siete costretti a riconnettere le storie e i vissuti umani di quei corpi. Che effetto le fa?

Questo è l’effetto di un lavoro che faccio da 25 anni. Il distacco non c’è, ci sono la consapevolezza e il metabolizzare quello che ti porta a lavorare ogni giorno sui morti, sulla violenza e sulle vittime. Qui l’elemento in più è l’ingiustizia che subiscono queste vittime di cui nessuno si ricorda neanche di dare identità e che questo stride molto. E il lavoro è proprio quello: cercare di non far dimenticare, anche avvicinando e raccontando quello che ci avvicina a queste persone, cioè l’idea di trovare nelle tasche di questi ragazzi le stesse cose che abbiamo noi o che hanno i nostri ragazzi è proprio utile per avvicinare e mediare. Credo che se tutti potessero vedere o se tutti potessero condividere la sensazione che fa passare attraverso la stiva di quel barcone – perché quel barcone si è salvato e c’erano mille persone sopra – e vedere le fotografie che hanno dei loro amici e delle loro feste nelle loro tasche, vedere questi sacchetti di terra che si portano dal loro Paese per portare un pezzo di casa loro con sé. Credo che questo accorci molto. Non c’è mai un allontanamento, anzi il mestiere va proprio nel senso di avvicinare.

Le va di raccontarci una storia che l’ha particolarmente colpita?

Sono tante, è difficile scegliere quella che ti colpisce di più. Una che ci ha colpito particolarmente è stata quella di un ragazzo del Gambia. Una delle ultime autopsie che abbiamo fatto sulle vittime del barcone grosso, quelle del 18 aprile 2015. Dopo che tutti insistevano che nessuno avrebbe cercato quei morti e che sarebbe stato impossibile identificarli. L’ultima vittima era un ragazzo di circa 18 anni, aveva un portafogli in tasca pieno di tessere, tutte con lo stesso nome, stessa data di nascita e stesse faccia. C’era una tessera identificativa che doveva essere un qualche documento tipo carta d’identità e poi tra le altre c’erano una tessera della biblioteca del suo Paese e una tessera di donatore di sangue. E questo non ha bisogno di commenti.

Al di là degli aspetti tecnici, cioè di chi dava per scontato che prelevando un rapido campione di saliva si potesse sistemare tutto, siete stati anche ostacolati in qualche modo in questo vostro lavoro?

Non c’è stato mai alcun ostacolo attivo, ma diciamo che l’inerzia e l’apatia possono essere un ostacolo enorme. Sono quattro anni che stiamo cercando di fare questa cosa e l’Europa è abbastanza sorda. L’Italia si è trovata da sola a gestire queste missioni, da sola e senza l’aiuto di chi è anche proprietario di queste frontiere a sud dell’Europa. E siccome si tratta di un diritto fondamentale sono rimasta molto sorpresa da questa inerzia dell’Europa nei confronti di questa problematica. L’inerzia e l’apatia sono forse uno degli ostacoli più grandi.

Cristina Cattaneo

RIASCOLTA L’INTERVISTA

Intervista Cristina Cattaneo

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

“La fine di un’era. Ora la sinistra è divisa”

La cancelliera tedesca Angela Merkel

La cancelliera tedesca Angela Merkel ha annunciato ieri l’intenzione di chiudere con la politica nel 2021, alla naturale scadenza del suo mandato. Dopo i risultati tutt’altro che soddisfacenti ottenuti dal CDU, Merkel ha deciso di fare un passo indietro dopo 13 anni alla guida della Germania.

Cosa succederà adesso? Chi prenderà il posto di Angela Merkel e come cambierà la Germania nei prossimi anni? Ne abbiamo parlato con Manfred Kolbe, ex parlamentare ed esponente della CDU.

Senz’altro la giornata di ieri è stata una giornata storica. Si è chiusa un’epoca. Dopo 18 anni come presidente del Partito e dopo 13 anni come cancelliere della Germania, Angela Merkel ha deciso di ritirarsi lentamente e questa è la fine di un’epoca. Un giovane 25enne o anche trentenne non conosce altro che Angela Merkel. Nei prossimi mesi avremo un cambiamento storico.

È un cambio storico che non riguarda solamente la CDU, ma che potrebbe riguardare a breve, o forse meno a breve, anche le sorti della governo. Con il ritiro di Angela Merkel perde legittimità la grossa coalizione e molto dipenderà dalla scelta che verrà fatta per la segreteria: una scelta in continuità con l’eredità di Merkel oppure una scelta che porti la CDU in tutt’altra direzione. Lei che cosa pensa?

Storicamente in Germania il cancelliere della CDU è stato sempre anche il presidente del partito. Lo è stato Adenauer per decenni e anche Angela Merkel per 13 anni. La separazione non ha mai funzionato e lo aveva detto la stessa Angela Merkel solo due settimane. Adesso ha cambiato idea, ma ci sarà una cancelleria precaria e non so se durerà fino al 2021, non lo sa nessuno. Potrà durare alcuni mesi, ma potrebbe anche andare avanti per anni.

Rispetto alla successione noi abbiamo capito che ci sono tre candidati principali: Annegret Kramp-Karrenbauer, che la candidata della continuità con Angela Merkel, anche se non del tutto sulla sua linea. Jens Spahn, l’attuale Ministro della Salute, che se abbiamo ben capito fa parte dell’ala più a destra del partito. E Friedrich Merz, storico oppositore di Merkel. È corretto?

Sì, poi c’è un altro candidato di mezzo, Armin Laschet, Primo Ministro della North Rhine-Westphalia, che ieri ha detto di voler moderare la successione, magari anche con l’obiettivo di essere lui il successore. Attualmente abbiamo tre candidati e mezzo. In 60 anni di storia della CDU raramente il partito ha avuto una scelta così vasta.

A vedere i profili di questi candidati sembrerebbe che il vostro partito sia destinato ad andare più a destra rispetto alle posizioni di Angela Merkel. È così?

Diciamo che la situazione migliore sia non andare a destra, ma ritornare un po’ di più ai valori tradizionali. Angela Merkel ha spostato il partito un po’ nel centro-sinistra, anche mettendo in difficoltà la socialdemocrazia. Un candidato Merz o un candidato Spahn riporterebbe la CDU ai valori più tradizionali di Helmut Kohl. E questo è stato anche il dilemma alla fine dell’era Merkel: lei era la cancelliera incontrastata fino al 2015. Poi c’è stata la questione della crisi migratoria e della politica della quasi accoglienza illimitata che Angela Merkel ha propagandato e che la maggioranza dei tedeschi non ha seguito. Dal 2015 è iniziato il declino della cancelliera e adesso si vedrà se un altro candidato riporterà la CDU ai valori tradizionali o se la candidata Kramp-Karrenbauer, che sembra la piccola Merkel, continuerà il percorso di Angela Merkel. Questa sarà la decisione che dovrà prendere il partito.

Stiamo assistendo al declino di Angela Merkel e delle sue scelte politiche o stiamo assistendo al declino di quello che forse, anche per peso simbolico, è l’ultimo dei grandi partiti tradizionali rimasti in Europa? Un’Europa che in questi anni ha visto crollare progressivamente tutti i partiti tradizionali elezione dopo elezione. Siamo di fronte una crisi irreversibile per la CDU oppure è semplicemente una crisi dopo le scelte politiche adottate da Merkel?

Credo che le ragioni siano entrambe. In tutta Europa abbiamo una diversificazione dei partiti e nessuno raggiunge più il 40%. In Germania si è divisa la sinistra. 20 anni fa c’era la socialdemocrazia, adesso da una parte abbiamo la socialdemocrazia, abbiamo una parte dei Verdi e c’è anche la sinistra ex-comunista, ma abbiamo avuto una divisione anche sulla destra. È un fenomeno che abbiamo avuto in tutta Europa e credo che la cancelliera Merkel abbia giocato un ruolo in questo con la sua politica migratoria.

La cancelliera tedesca Angela Merkel
Foto dal profilo FB di Angela Merkel https://www.facebook.com/AngelaMerkel/

RIASCOLTA L’INTERVISTA

intervista Manfred Kolbe

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

“Il Parlamento deve intervenire”

marco cappato

Marco Cappato, esponente dei Radicali e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, è tornato a Radio Popolare per parlarci dell’importante udienza di domani della Corte Costituzionale di Roma sul caso di Dj Fabo, Fabiano Antoniani, morto in Svizzera il 27 febbraio 2017 all’età di 39 anni grazie proprio all’intervento dell’Associazione Luca Coscioni, che lo ha aiutato ad avviare il percorso del suicidio assistito.

Cappato, attraverso un’azione di disobbedienza civile, offrì assistenza al suicidio, contravvenendo l’art. 580 del Codice penale, denominato proprio “Istigazione o aiuto al suicidio”. Cappato è stato assolto dall’accusa di istigazione al suicidio, mentre per l’accusa di aiuto al suicidio la Corte di Assise di Milano, lo scorso febbraio, aveva emesso una ordinanza di remissione alla Consulta per il giudizio di costituzionalità della norma.

Domani, quindi, la Corte Costituzionale dovrà stabilire se il reato di aiuto al suicidio è ancora conforme alla Costituzione italiana. Ecco cosa ha spiegato Cappato a poche ore dalla sentenza ai microfoni di Radio Popolare, intervistato da Lorenza Ghidini e Massimo Bacchetta.

Lo può fare la Corte e lo può fare il Parlamento. Per me l’importante è riuscire a superare una situazione dove si applica una legge per casi che non c’entrano nulla con le motivazioni di quella legge: nel 1930 si voleva ribadire che la vita umana appartiene prima allo Stato, al Regime, e poi alla libertà di ciascuno, ma non era certamente una legge concepita per regolare la questione dei malati terminali che di fatto non esistevano nemmeno a quell’epoca. Fabiano Antoniani sarebbe sopravvissuto poche decine di minuti in quelle condizioni con lo stato di tecnologie mediche del 1930. Quella proibizione, che appunto è una proibizione con una condanna da 5 fino a 12 anni di carcere, deve essere superata. La Corte Costituzionale può decidere che sia un reato incompatibile con i principi costituzionali ed io aspetto, con il massimo rispetto per la Corte stessa, quella che sarà la decisione. Ovviamente anche il Parlamento potrebbe superare questa situazione, visto che c’è una proposta di legge di iniziativa popolare che abbiamo depositato 5 anni fa e che non è mai stata discussa dal Parlamento.

Che aspettative ha per domani? Ricordo che in quella aula il presidente della Corte Ilio Mannucci Pacini aveva letto tutta una serie di sentenze europee. Ora non vorrei dire troppe sciocchezze perché il giudice Mannucci è un fidato ascoltatore di Radio Popolare e non vorrei essere imprecisa.

Il contesto anche europeo è quello, ma anche quello della giurisprudenza costituzionale di un sempre maggiore spazio per i cosiddetti diritti di autodeterminazione è la ragione per la quale la Corte Costituzionale aveva stabilito e ha abrogato i divieti sulla fecondazione assistita, l’analisi genetica pre-impianto e l’eterologa, senza che il Parlamento sia mai intervenuto. Questo però dal mio punto di vista non significa voler essere ottimista o pessimista, ho il massimo rispetto per un lavoro che è comunque difficile da parte della Corte e mi interessa però chiamare la responsabilità del Parlamento in ogni caso, perché anche se la Corte dovesse rimandare la palla al Parlamento o magari stabilire un principio, poi ci sarebbe comunque bisogno di regole che aiutino a distinguere il caso di una condizione di disperazione ma che deve essere aiutata con un’assistenza medica psicologica e invece un caso davvero irreversibile e insostenibile che può richiedere il rispetto della volontà di terminare la propria vita. Mi chiedo, a questo punto, se la politica deve continuamente aspettare che sia poi la Giustizia a risolvere problemi che invece chiamano in causa dibattiti che sono presenti nell’opinione pubblica e che sono maturi nell’opinione pubblica. Visto che la Costituzione, tra l’altro, prevede anche che il popolo eserciti l’iniziativa delle leggi e quella legge è in attesa da 5 anni, mi interessa di più esigere da questo Parlamento che finalmente discuta questo tema.

Le chiedo se non teme che una sentenza eventualmente negativa della Corte possa in realtà inchiodare per molto altro tempo il tema. Lei cita il Parlamento, però va notato che lei va direttamente e caparbiamente sulla questione delle leggi sul tema in un momento in cui la politica vive esattamente in una situazione opposta: contano più le sparate alla luna, piuttosto che il merito delle cose. Dove la vede nel Parlamento attuale l’energia culturale per occuparsi di un tema del genere?

Io mi sono autodenunciato per questo, perché la forza della non-violenza è esattamente quella di far vedere in carne e ossa la conseguenza delle leggi e delle politiche giuste e sbagliate e in questo ha una solidità e una forza a mio avviso più profonda che non lo scontro di slogan, di polemiche, di insulti o di buffonate che continuamente vengono somministrate nel cicaleccio della politica. Penso che la solidità e la profondità di questi temi possa già trovare un’opinione pubblica favorevole. Non lo dico io, lo dicono tutti i sondaggi: uno del Gazzettino del Nord-Est dice che il 67% degli elettori della Lega Nord è d’accordo sulla legalizzazione dell’eutanasia. Allora conquistando un minimo di condizioni di democrazia diventa difficile, anche per i vertici di partiti finora ferocemente contro, girare la testa dall’altra parte. Non è detto che sia un’intesa che sarà realizzata o che sarà vinta subito, ma francamente non vedo altra soluzione che insistere.

Che ne pensa della situazione politica in generale di questo nuovo governo. Lei di solito non interviene molto sul generale e sta più sui temi che sono che sono quelli dei Radicali.

Penso che la cosa più negativa e pericolosa sia l’illusione del nazionalismo. Questo è veramente solo uno slogan superficiale, perché nessun problema del nostro tempo, dal riscaldamento globale alle crisi migratorie e quelle della finanza internazionale, può essere degnamente affrontato illudendosi di chiudersi in casa nostra. Certo, c’è bisogno di democratizzare le Istituzioni Internazionali, questo è lo sforzo che va fatto ed è effettivamente una delle grandi responsabilità in negativo di chi ha governato finora: non avere considerato il diritto, i diritti e la Democrazia una priorità politica. Oggi si raccoglie quello che si è seminato, però a questo punto non ci sono nemmeno più alibi, non si può continuare a dire “Eh ma allora il PD? E allora il centrosinistra?”. Adesso i mitici 100 giorni sono passati da un pezzo, le leggi che sono in vigore e le politiche che sono in vigore sono responsabilità di questo governo e dei partiti che lo compongono e ciascuno deve essere richiamato alle proprie responsabilità.

Lei citava appunto l’elettorato leghista e la maggioranza che sarebbe favorevole a soluzioni di questo tipo. Fino ad ora però dal governo abbiamo visto posizioni più legate all’integralismo da Family Day. Qualcuno della Lega l’ha chiamata per dirle che si sarebbe occupato del caso?

No, però da questo punto di vista devo dire che non mi ha chiamato praticamente nessuno, neanche dall’altra parte. A questo punto mi dico che chi crede nell’urgenza di svolta di libertà e di diritto, ma che riguarda anche il tema dei migranti, del lavoro o dell’ecologia, deve darsi da fare: non basta denunciare i pericoli, che sono enormi, di quello che sta accadendo in Italia per riuscire a rappresentare un’alternativa. L’alternativa si costruisce con la mobilitazione, con la non-violenza e le iniziative popolari, non soltanto con lo scambio di tweet e di post che evocavate voi.

marco cappato

RIASCOLTA L’INTERVISTA

intervista Marco Cappato

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

“Quando si fa del bene non si sbaglia mai”

Mimmo Lucano

L’arresto del sindaco di Riace sta ancora facendo molto discutere e le iniziative di solidarietà nei confronti di Mimmo Lucano si stanno moltiplicando col passare delle ore e dei giorni. Ma cosa sta succedendo in questi giorni a Riace? Come è stata accolta la notizia? Ne abbiamo parlato col vicesindaco Giuseppe Gervasi.

L’intervista di Lorenza Ghidini e Gianmarco Bachi.

Siamo sconvolti per quello che è accaduto. Questa questa indagine riguarda molte altre persone di Riace, persone che negli anni hanno fatto tanto per chi giungeva dalle guerre e dalle persecuzioni e siamo un po’ sconvolti per questo. Non dico che è un attacco con dei pregiudizi, non oso pensarlo, e non vorrei neanche che ci sia un intento politico dietro, ma è chiaro che questo è un piccolissimo paese della Calabria che ha lanciato un messaggio forte di umanizzazione e capisco che in un momento del genere questo messaggio possa anche far paura. Spero che tutto si possa chiarire velocemente.

Immagino che la notifica dell’arresto sia stata un fulmine a ciel sereno, però era da tempo che erano in corso delle indagini, delle verifiche e delle attenzioni particolari rivolte all’esercizio delle attività amministrative del comune di Riace. Il sindaco stesso, quando gli è stata notificata la comunicazione, ha detto “avevo già chiarito tutto, erano 18 mesi che ci stavamo confrontando su questi temi”.

Sì effettivamente parlavamo con il sindaco ed era tranquillo. Diceva di aver chiarito tutto e di aver detto tutto, anche perchè è abituato a dire tutto, spesso anche in maniera molto colorita. È una persona che non teme di dire le cose neanche di fronte a un magistrato e di assumersi la responsabilità. Lui una visione particolare del riconoscimento dei diritti e giustamente è convinto che non stava facendo nulla di male. È questo che lui diceva spesso e continua a dire. Molto probabilmente quella sua uscita per la Guardia di Finanza è la prova della mancanza di dolo di un uomo.

Voi della giunta condividevate questo suo approccio di dire “se la legge è balorda, io privilegio la giustizia”?

Qui a Riace siamo in un contesto particolare, siamo nello Stilaro. È una realtà molto delicata la nostra zona, parliamo di modello Riace, ma non riguarda soltanto Riace. C’è stato il copia-incolla e questo ha allontanato molte persone da ambienti poco raccomandabili. Molti ragazzi di Riace, ma anche degli altri paesi, hanno avuto la possibilità di rimanere. Diciamo che effettivamente è stata più di una risorsa umana, perché quando ci si raffronta con la diversità ci si arricchisce. È stata anche un’opportunità per riempire i vuoti che purtroppo la disoccupazione ha creato nel tempo.
Quante volte è capitato ad ognuno di noi, anche a chi ricopre ruoli importanti tipo Ministeri, di dire “io vado avanti senza guardare in faccia la norma“? È accaduto anche ai piani alti. Bisogna avere rispetto delle norme, lo dico da legale, anche quando queste norme non si ritengono giuste. Magari l’atteggiamento di Mimmo Lucano potrebbe portare ad un cambiamento delle norme.

Ma anche senza la forzatura delle norme, è impossibile il modello Riace?

Guardi, io spesso devo dimenticare di essere un avvocato in certi frangenti. Quando ci sono gli sbarchi emergenziali può accadere che ti chiama la Prefettura alle 7:00 di mattina e ti chiede se c’è la disponibilità di ospitare 10 o 20 ragazzi. Il sindaco di Riace, come altri sindaci della zona, diceva sempre di sì, diceva che non c’erano problemi. Quando accade una cosa del genere è praticamente impossibile rispettare le norme. Come fai tu se ti mandando dieci persone un’ora prima a fare il bando e tutto il resto? Le cooperative e le associazioni hanno delle strutture pronte, ma non strutture tipo alberghi, strutture dislocate nel centro storico che danno ai ragazzi e alle famiglie in accoglienza quella dignità che è giusto che venga riconosciuta, anche se in questo momento mi rendo conto che siamo in un momento particolare. Credo che quando si cerca di aiutare gli ultimi non si sbagli mai.

Come è stata accolta la notizia in paese?

A Riace siamo tutti ultimi. Non è un paese ricco, gli immigrati sono preoccupati perché hanno visto venir meno un punto di riferimento e il discorso vale anche per tutti gli altri, anche perchè ci sono altri 30 indagati, che sono persone a me vicine, anche ragazzi che per la prima volta si trovano in una situazione veramente delicata. Io so cosa vuol dire perché ho frequentato le aule giudiziarie, però per ragazzi che non avevano un posto di lavoro e si sono trovati in questa situazione non è non è facile, bisogna anche lavorare a livello psicologico. Noi cercheremo di andare avanti per garantire a chi è ancora in accoglienza a Riace e a chi lavora di continuare a fare quello che ha fatto Mimmo Lucano e che continuerà a fare, perchè non è mia intenzione sostituire il sindaco per questi motivi.

Mimmo Lucano
Foto dalla pagina FB di Riace In Festival https://www.facebook.com/Riace-In-Festival-843053969108143/

RIASCOLTA L’INTERVISTA

intervista Giuseppe Gervasi

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

“Bisogna ricostruire il PD con un’identità chiara”

manifestazione PD Roma

Il Partito Democratico è sceso in piazza a Roma e in quello che è stato il primo passo verso una ricostruzione ormai necessaria dopo la frammentazione troppo netta di questi ultimi anni e le sconfitte in campo elettorale che hanno visto il PD passare dal primo partito italiano e un partito di opposizione verso il quale gli elettori hanno perso fiducia.

La manifestazione di ieri ha rappresentato un nuovo inizio, ma c’è ancora molto da lavorare e la ristrutturazione si preannuncia complessa e dolora. Oggi abbiamo intervistato l’economista Giuseppe Provenzano, vicedirettore dello Svimez e membro di minoranza della Direzione del Partito Democratico, che ci ha parlato del futuro del Partito Democratico e di come bisogna intervenire per riacquistare forza e credibilità agli occhi degli elettori e dell’opinione pubblica.

L’intervista di Lorenza Ghidini e Massimo Bacchetta.

Innanzitutto è stata una bella piazza e, diciamoci la verità, ha un po’ fermato quello che sembra da fuori un processo di dissoluzione in atto di questo partito. È stato il segnale di una comunità che c’è e di cui bisogna avere rispetto. Questo è secondo me il messaggio principale che ci viene da quella piazza. E bisogna dare atto a Maurizio Martina di aver fatto una scommessa non scontata in un momento in cui tutti dicevano che non c’era più l’opposizione e che il Partito Democratico era già sciolto o addirittura che andasse sciolto. E invece quella comunità esiste, vuole dire la sua e lo fa con un certo orgoglio. Questo secondo me è un dato importante è che fa bene alla democrazia prima che al Partito Democratico.

Lei come ha interpretato quel grido “Unità, Unità” che ha accolto e che sembrava riportare le lancette indietro di molto tempo nella politica italiana. Quello era il senso comune di moltissimi militanti della sinistra a vario titolo in Italia. Poi piano piano i militanti si sono sentiti raccontare dai dirigenti politici che il tema dell’Unità in realtà non poteva più essere posto.

Il tema dell’Unità è un tema molto avvertito dalla nostra base, meno dell’altezza probabilmente dopo anni di divisioni. È vero che quella piazza è stata del PD, ma è anche vero che quella piazza non è ancora una piazza che parla fuori al PD. Io sono convinto che l’unità sia un valore, ma che vada perseguita nella chiarezza. Ieri Maurizio Martina ha detto delle parole importanti e anche impegnative. Ha detto che abbiamo capito la lezione e che fin qui c’è stata una parte del Partito Democratico che, diciamo la verità, ha dato un po’ la colpa della sconfitta agli elettori, come se non ci avessero capito o se fosse stato solo un errore di comunicazione. Penso che l’unità vada ricostruita con settori della società che abbiamo abbandonato o che si sono sentiti abbandonati da noi prima che dai gruppi dirigenti. Poi senz’altro anche nei gruppi dirigenti bisognerà trovare il modo di svolgere un Congresso, fare chiarezza al nostro interno su una linea politica per seguirla nella lealtà e nel rispetto anche delle minoranze, perché è vero che in questi anni c’è stato un grado di conflittualità interna molto alto. Però c’è stato anche nella conduzione della leadership del Partito Democratico che non ha lasciato nessuno spazio a voci critiche, e chi ha detto la sua veniva bollato come gufo o peggio. L’unità sicuramente è importante e va però perseguita nella chiarezza.

Anche a me ha colpito quando Martina ha detto “abbiamo imparato la lezione”, perché in effetti molti militanti del Partito Democratico sono rimasti delusi rispetto al grado di elaborazione della sconfitta, non solo quella del 4 marzo, ma prima ancora quella del referendum costituzionale. Secondo lei questa elaborazione c’è stata o forse è arrivato il momento di gettare il cuore oltre l’ostacolo e cominciare a guardare il futuro?

Penso che gettare il cuore oltre l’ostacolo sia fondamentale e sia necessario in questo momento per costruire un’alternativa al governo gialloverde. Le due cose, però, non sono scollegate: bisogna partire dagli errori compiuti in passato. Dire che abbiamo capito la lezione poi va chiarito. Il Jobs Act è stato la grande riforma che ha fatto bene all’economia italiana oppure è stato un errore percepito dal mondo del lavoro che ha segnato un fossato tra noi e pezzi di popolo che storicamente la sinistra ha rappresentato? Questo è quello di cui dovremmo discutere al Congresso, anche poi per avere la credibilità di opporsi alle misure del governo che non ci soddisfano, come per esempio la legge di bilancio, la manovra prevista dal DEF che non prevede investimenti o creazione di lavoro. Su questo per essere credibili fino in fondo bisogna direi che anche noi abbiamo portato il livello di investimenti pubblici a quello più basso di sempre nella storia della Repubblica. Quindi dobbiamo chiarirci fino in fondo e dobbiamo farlo sulle idee, sui contenuti e sugli elementi di merito. Solo così torneremo a rispettarci e anche probabilmente a trovare delle sintesi e delle unità. Fin qui le divisioni che ci sono state nel Partito Democratico, e più in generale nella sinistra, sono state divisioni solo sulla base delle persone e invece, secondo me, noi possiamo anche fare una battaglia vera, ma questo probabilmente ci insegnerà anche a rispettarci tra di noi nelle diversità che pure sono inevitabili. Bisogna costruire un partito grande, non un partito del 15% o del 18%, è inevitabile che ci siano diversi punti di vista.

Lei sa che qualcuno oggi sul 18% metterebbe la firma in questo momento nel Partito Democratico in vista delle prossime elezioni. Il passaggio anche stiamo osservando noi esterni al Partito Democratico è come aver rinunciato a dei fondamentali della politica: a 6 mesi di distanza dalla sconfitta, Martina avrà detto “abbiamo capito la lezione”, però è vero che noi non sappiamo cosa il Partito Democratico pensa di quel passaggio. Seconda questione. Matteo Salvini di tutto può essere accusato tranne che di una cosa. Cioè, Matteo Salvini dai suoi elettori viene percepito come Capitano, non come un arrogante lontano dalla base. Il Partito Democratico, e in generale tutta la struttura della sinistra, si sta dimenando ancora in questa vicenda. Il Partito Democratico, anziché riuscire a elaborare logiche di opposizione al governo è lì che ancora ci deve spiegare che peso ha Matteo Renzi al suo interno. Questo non è venir meno a dei fondamentali della politica? Prima di convincere bisogna sapere che cosa state dicendo e invece non lo si capisce bene.

Io la penso esattamente così e sono dentro al PD per dire proprio le cose che ha detto lei, altrimenti un partito che parla solo a se stesso è un partito inutile. Io all’indomani della sconfitta ho detto di aprire subito una fase congressuale di confronto in cui chi ha portato la sinistra italiana e il Partito Democratico al livello più basso della storia della sinistra si faccia da parte e favorisca un confronto reale sulle cause di questa sconfitta. Un confronto soprattutto su cosa è il Partito Democratico oggi. Il punto è che se vogliamo costruire l’alternativa non possiamo farci solo convocare dal governo o convocare da Salvini: dobbiamo avere le nostre parole d’ordine e su questo io credo che si faccia fatica perché il Partito Democratico non si sa bene che cosa sia nella società italiana. È un partito di centro alla Macron come lo vorrebbe l’ex segretario o invece è un partito di sinistra? Ieri, ad esempio, Martina ha detto delle cose molto di sinistra. Ha detto che noi dovremmo tornare a combattere contro l’avidità del capitalismo finanziario. Noi in questi anni non solo non abbiamo combattuto, ma non abbiamo nemmeno nominato un nemico e siamo stati percepiti come un sistema di potere. E forse è una delle ragioni per cui nel Partito Democratico si discute sempre solo di organigrammi, sempre solo di chi fa chi o chi sta con chi. Avremmo bisogno di un momento di grande apertura e di discussione politica, non delle primarie in cui chiamiamo le persone a votare per un cognome e delegare tutto a questo. Quel quel meccanismo poi si spezza facilmente. Salvini si fa portatore di una linea politica che è condivisa dal suo popolo e a noi purtroppo manca la linea politica più che una leadership. Questo serve adesso. E la manifestazione di ieri è un incoraggiamento, ci dice che in quella comunità ci sono ancora le risorse per provare a ripartire. Questo non era né scontato né semplice.

manifestazione PD Roma
Foto dal profilo FB di Maurizio Martina https://www.facebook.com/maumartina/

Ci vorranno spalle molto larghe, anche perché questo dibattito che i militanti hanno voglia di fare sulla linea politica e su che cos’è oggi il PD e cosa deve essere per il domani non è che necessariamente possa venire fatto nel Congresso. Se è vero, come abbiamo potuto constatare in alcuni circoli qua a Milano, che all’ultimo Congresso c’era un dibattito dalle 18:00 alle 20:00 e il voto dalle 20:00 alle 22:00, è abbastanza evidente che quando il dibattito dura due ore e poi bisogna votare per tizio o per caio non è che ci sia tutta questa elaborazione di che cosa deve essere il partito. C’è molto da ricostruire anche rispetto agli spazi da concedere agli elettori, al contatto con gli elettori, al dibattito vero. C’è qualcuno fra di voi che ha le spalle così larghe per riuscire a risollevare questo tipo di situazione? Che ne pensa del candidato Zingaretti?

Io non faccio una questione di nomi. Secondo me ci sono diverse persone che hanno le spalle larghe, Zingaretti sarà uno di questi, però bisogna mettersi in testa che bisogna davvero rompere il meccanismo di cui parlava lei. Se tu hai un dibattito che dura due ore e poi due ore di voto, nel migliore dei casi avviene una contrazione del dibattito. Ci sono invece dei fenomeni degenerativi pericolosissimi, cioè a volte non c’è nemmeno il dibattito e ci sono file di militanti chiamati a votare dal notabile di turno – penso in particolare al Mezzogiorno – in cui il dibattito non si fa per niente, perché nel Partito Democratico si riproducono esclusivamente delle logiche di potere interno. Questo sistema va completamente scardinato perché è esattamente quello che ha reso repulsivo il Partito Democratico in molte zone del Paese. Non c’è solo un problema di linea politica e di classe dirigente nazionale che con ogni evidenza ha rotto un rapporto di fiducia con gli italiani; c’è un problema anche a livello periferico, soprattutto in alcune realtà del Paese. O abbiamo in mente che chi si fa carico della guida del Partito Democratico deve scardinare questo sistema oppure saremo sempre più una ridotta, militante, orgogliosa, attiva realtà, magari riusciremo ad intercettare il malcontento crescente che ci sarà prima o poi nei confronti delle politiche del governo, ma davvero non svolgeremo la funzione di cui invece avremmo bisogno.

Lei aveva detto due cose. Martina può favorire il cambio e No ad una opposizione in nome delle spread. Lei vedrebbe Martina come possibile candidato? E secondo lei il PD è sulla strada di fare opposizione non in nome delle spread in questi giorni?

Su quello che farà Martina deciderà Martina. Io le sto dicendo che secondo me bisogna parlare di politica. Sullo spread ieri sono stati fatti dei passi in avanti che, per esempio, non ci sono stati a Genova. Lì, con i morti ancora in caldo, pezzi del Partito Democratico si lamentavano delle azioni di Atlantia. Quello significa non aver capito chi vuoi rappresentare. Oggi il tema dello spread è un tema importante perché riguarda i mutui degli italiani, ma la priorità non sono gli zero virgola o quello che ci dice l’Unione Europea sui nostri conti: la priorità è capire cosa fai con questi soldi. E se non ci fa investimenti pubblici e ci fai la flat tax, questo non fa bene all’economia e commetti un’ingiustizia. Se finanzi un reddito di cittadinanza e tagli però il welfare, quello non fa bene nemmeno ai poveri perché lo pagheranno i figli dei poveri. Su questo bisognerebbe fare il Congresso del Partito Democratico, poi tutti diremo la nostra. Chi si assumerà l’onere di guidarlo deve farsi carico di indicare con nettezza una posizione politica agli italiani.

Maurizio Martina
Foto dal profilo FB di Maurizio Martina https://www.facebook.com/maumartina/

RIASCOLTA L’INTERVISTA

intervista Giuseppe Provenzano

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

“Il PD deve combattere contro un governo pericoloso”

Maurizio Martina

Il Partito Democratico proverà a riorganizzarsi e risollevarsi a partire dalla manifestazione nazionale in programma domenica 30 settembre in piazza del Popolo a Roma, un evento fortemente voluto dal segretario nazionale Maurizio Martina che sta cercando di tenere le fila di un partito sempre più spaccato al suo interno, con diverse fazioni che sembrano sempre meno d’accordo tra loro.

Per l’Italia Che Non Ha Paura, questo il nome dato alla manifestazione, servirà a dare un segnale ai cittadini e a tentare di costruire una valida e forte alternativa al governo del cambiamento e al centrodestra più in generale. Ne abbiamo parlato con Maurizio Martina, fiducioso sulla rinascita del Partito Democratico e di un centrosinistra unito che possa dare battaglia a un centrodestra sempre più in crescita di consensi.

L’intervista di Lorenza Ghidini e Massimo Bacchetta.

Bisogna combattere contro un governo pericoloso. Abbiamo visto in questi 100 giorni tutte le scelte che hanno fatto: anziché essere scelte per risolvere i problemi sono state scelte per individuare i nemici, dai vaccini al tema delle periferie, dalla delicatissima questione delle armi alla disastrosa proposta di legge Pillon.
È un governo che rischia di mandarci a schiantare ed è un governo che ci vuole isolare dall’Europa e per tutto questo occorre un’alternativa. Il Partito Democratico c’è, deve cambiare, riorganizzarsi, rilanciarsi.
E serve una mobilitazione popolare perché questa alternativa si costruisce con le persone in maniera larga e diffusa. Io spero che sia il punto di inizio di un lavoro che andrà fatto anche con altre forze e dentro un campo più vasto, ma è fondamentale che il Partito Democratico dia questo segnale di presenza importante e che tantissimi siano con noi domenica a Piazza del Popolo.

Sono ore in cui il Governo è alle prese con due questioni, la manovra e il decreto Sicurezza. Vi affidate a Tria per quanto riguarda la manovra e il mantenimento di quel rigore sui conti e al Quirinale per quanto riguarda il decreto Sicurezza?

No. Noi faremo la nostra parte sia sulla legge di bilancio che sul decreto sicurezza. Su quest’ultimo adesso vediamo come esce dal Consiglio dei Ministri, ma se quello che abbiamo letto si confermerà rischiamo una deriva pericolosissima. Anche solo l’idea che questo Paese abbandoni il sistema di accoglienza diffusa così come si è costruito in questi anni, con lo sforzo dei comuni, mi pare una follia che produrrà più insicurezza e meno gestione. Noi daremo battaglia, per me fondamentale.
Sulla legge di bilancio noi presenteremo una contro-proposta di legge di bilancio. Per noi ci sono priorità che questo governo non sta neanche mettendo a fuoco. Io temo che alla fine si produrrà una legge di bilancio con un bel condono fiscale per gli evasori, con più debito pubblico per i giovani, senza la questione sociale al centro delle scelte fondamentali, magari inventandosi qualche formula per tirare su i numeri e per coprire più il bisogno di copertura propagandistica ed elettorale che Lega e M5S hanno da gestire. Non si affronteranno, invece, le questioni fondamentali che questo Paese ha davanti a partire dalla questione sociale: una scelta che dovrebbero fare è coprire integralmente il costo del reddito di inserimento per azzerare davvero da qui ai prossimi quattro anni, come è possibile fare e come ci dicono le associazioni, la povertà assoluta. Non lo faranno perché sono accecati biologicamente da alcune bandiere che devono in qualche modo poter sventolare. Temo che questo sia un grande problema per il Paese. Noi daremo battaglia, presenteremo la nostra proposta alternativa in Parlamento e anche fuori, cercheremo di animare un’iniziativa molto diversa.

I giornali in queste ore sono pieni di racconti e retroscena su un braccio di ferro importante non soltanto col ministro Tria o con l’Europa, ma anche tra i due alleati principali del governo, la Lega e il Movimento 5 Stelle. Lei è di quelli che pensano che questo governo durerà o questo braccio di ferro verrà poi portato avanti anche su altri temi?

Penso che le contraddizioni nella maggioranza emergeranno sempre di più. Penso che ancora oggi, però, ci sia un collante spaventoso fra di loro, che è quello del potere. Come abbiamo visto in queste settimane, Di Maio è disposto a cedere tutto, anche dal punto di vista dei princìpi, pur di rimanere lì. E Salvini non è certo uno che rinuncia ad alcuni passaggi fondamentali della sua propaganda per stare al governo. Ne vedremo di tensioni fra di loro. Quel che a me interessa è costruire un’alternativa a tutto questo. Io non mi rassegno all’idea che questo Paese decida di essere, da qui ai prossimi mesi, il problema europeo anziché la soluzione europea. Non mi rassegno al fatto che non si riesca a dare una reazione forte a questo clima di intolleranza e odio che c’è in giro. Abbiamo visto a Bari cosa è successo l’altra sera: per me è preoccupante che il ministro Salvini non abbia detto parole chiare e nette di condanna rispetto a quelle aggressioni. Penso che tutte queste cose portino a una iniziativa straordinaria di impegno per tanti anche oltre il PD. Il PD serve, ma servono anche tante altre forze. Bisogna che si faccia una lavoro insieme, un lavoro di tipo nuovo.

manifestazione PD roma 30 settembre

Però su questo c’è l’agire politico. Voi dite, anche nel manifesto della vostra manifestazione, che volete riorganizzare le forze progressiste. Berlusconi, che ieri ha praticamente detto che si ricandiderà, ha reso chiaro che la loro linea è quella di spaccare l’asse Lega-M5S, o quantomeno di provarci, e quindi di riportare l’assetto politico in una struttura precedente: centrodestra con Forza Italia e la Lega. E dall’altra parte? I retroscena parlano di contatti tra il PD e il Movimento 5 Stelle: ci dice se c’è del vero e se davvero questa è una linea su cui contare?

Glielo dico in maniera molto chiara: è fantapolitica. Non so davvero dove abbiano preso questi ragionamenti, ma non esiste un contatto con i vertici dirigenti del MoVimento 5 Stelle. Non esiste nella maniera più assoluta. Io sono per costruire un centrosinistra nuovo per aprire le contraddizioni di questa maggioranza. So bene che la Lega e il Movimento 5 Stelle non sono la stessa cosa. Il nostro obiettivo deve essere quello di recuperare tanti elettori che il 4 marzo non hanno votato centrosinistra, ma hanno votato i 5 Stelle per speranza o per domanda di cambiamento e che oggi sono in grandissima difficoltà. Li incontriamo tutti i giorni, penso che ciascuno di noi abbia a che vedere con cittadini che hanno dato un voto di fiducia già tradito.

Quindi non c’è un progetto per cui nel caso di rompa questo asse?

Non credo nella possibilità di un lavoro dei 5 Stelle che riconverta quello che in 100 giorni hanno fatto e ancora dicono in queste ore, totalmente succube della propaganda leghista. Qualche giorno fa Di Maio, tradendo il suo programma, è riuscito a dire che semmai ci sarà uno straccio di sperimentazione sul reddito di cittadinanza non riguarderà i cittadini immigrati. Qualche ora fa ha spiegato che è bene che nel Mediterraneo non ci siano più le ONG: sono al carro del dominio propagandistico della Lega e queste cose contano, perché sono valori, sono principi, sono scelte di governo. Noi non possiamo non vedere l’involuzione che il MoVimento 5 Stelle sta subendo. E parlo dei suoi vertici, perché invece a me interessa tantissimo ricostruire un rapporto con gli elettori in difficoltà che oggi non voterebbero più Movimento 5 Stelle, ma non si affidano ancora al centrosinistra. Diciamo la verità: stanno aspettando anche da noi un segnale di novità forte.

Lei prima diceva che il PD deve cambiare. Nei giorni scorsi tutti hanno ironizzato sulla cena di Calenda, la contro-cena di Zingaretti. Come deve cambiare il PD?

Sicuramente non con le cene, ma con un’iniziativa del Paese. Io ho detto che dobbiamo stare fianco a fianco delle persone che vuoi rappresentare e quindi ripartendo dai problemi di buona parte dei cittadini che, non stando bene o comunque essendo fragili, hanno bisogno che ci sia una forza di centrosinistra moderna e radicata che gli dà una mano. Ormai si parte dalla questione sociale, si parte dai cancelli dell’ILVA di Taranto, si parte dai territori ancora colpiti dal terremoto.

Maurizio Martina e Matteo Renzi
Foto dalla pagina FB di Maurizio Martina https://www.facebook.com/maumartina/

In generale sembrerebbe complicato perché, e lo dico senza timore di smentita, la segreteria di Renzi ha allontanato parecchio il partito dai circoli, dal territorio e dalla gente. spesso si è parlato di un partito di plastica. Adesso ricostruire non è facile.

Ricostruire è necessario. Dico anche che il tema non è solo tornare a ciò che c’era. Anzi, diciamo la verità: qui la questione non è tornare a qualcosa che già c’era. Bisogna costruire un’esperienza nuova. A dieci anni dalla nascita del Partito Democratico noi dobbiamo avere l’ambizione di riqualificare la sfida democratica in questo tempo. Non è quello di 10 anni fa, è quello che abbiamo davanti. E la sfida deve essere questa, deve essere una sfida appassionante. Bisogna appassionare un po’ di cittadini a questo impegno. Se discutiamo soltanto di quanto è bello tizio o caio o delle cene o del “mi piace o non mi piace” non appassioneremo nessuno. C’è da fare una battaglia nel profondo su alcuni temi cruciali, anche su alcuni valori. È la discussione che va spostata. E lo dico anche per chi ci guarda da fuori. Continuare a discutere in maniera astratta francamente non interessa a nessuno.

Sui giornali, però, è dal PD che arriva ancora l’incertezza di quando si fa o non si fa questo congresso. Lei dice chiaramente che il congresso si farà?

Le parlo da segretario: il congresso si fa prima delle Europee. Le primarie si fanno a gennaio. Il lavoro da fare è questo. Non stiamo più a discutere. Le dico io da segretario nazionale che questo è il percorso che faremo.

Lei si candiderà?

Questo sinceramente non lo so. Adesso io ho il grande obiettivo della manifestazione di domenica e per me deve servire davvero come segnale per tutti, anche oltre il PD. Poi valuteremo e ragioneremo, ma non si mettono i destini di una persona prima dei destini di un progetto. Per me adesso è fondamentale che domenica tanti siano in piazza per dare un segnale di forza e di presenza. C’è una domanda, perché in queste settimane girando in lungo e in largo per il Paese, la domanda di mobilitazione è una domanda forte. Il PD deve fare la sua parte senza arroganza e senza pensare di essere esclusivo in questo. È fondamentale che ci sia il Partito Democratico. Altro che sciogliersi! Senza il Partito Democratico al servizio di un’operazione più grande non c’è l’alternativa a questa destra.

Perché secondo lei in Italia c’è tanta gente che dice “Ho la sensazione di non sentire mai dire qualcosa di sinistra“?

Perché siamo in un tempo in cui è complicato. Questa è la stessa domanda che attraversa l’intera Europa. Poi ha una sua specificità in Italia che io non nego e se c’è da fare un lavoro, come ci siamo detti fin qui, è anche per poter rispondere a questi cittadini che domandano una politica più attenta ad alcune questioni fondamentali per noi. C’è da fare questo lavoro. Secondo me il tema del disagio sociale, il tema della lotta alle disuguaglianze, il tema dell’iniquità che si sta diffondendo in un passaggio di fase storica per l’Italia e per l’Europa, è la questione decisiva per noi. E bisogna però partire dalla vita quotidiana delle persone e, ad esempio, guardare in faccia alcuni temi decisivi del cambiamento del lavoro e provare a dare delle risposte nuove. Non mi basta più il programma che c’era. Vale per il PD e per tutto il centrosinistra.

Oggi scadono i tre anni del Jobs Act e cominciano a scadere i tempi delle casse integrazioni. Cosa deve succedere secondo lei?

Bisogna continuare a fare un lavoro per stabilizzare, per attivare strumenti che investono il più possibile sui contratti a tempo indeterminato, ben sapendo che anche questo passaggio non è sufficiente. C’è da riorganizzare l’intero sistema di protezione delle persone nel cambiamento del lavoro.

Hanno ragione i sindacati a chiedere altri 12 mesi di proroga?

Si può discutere su questo anche se, come sappiamo, il passaggio del superamento della cassa integrazione per crisi, per approdare a degli strumenti più ordinari e più universali per tutti, indipendentemente dalle fattispecie. È un passaggio ineludibile. Noi in questi anni abbiamo cercato di fare quest’operazione. In parte ci siamo riusciti e in parte no. E non c’è alcun dubbio che c’è tutto un fronte delicatissimo ancora di lotta alla precarietà che bisogna presidiare. Però fatemi dire anche un’altra cosa: il decreto di Luigi Di Maio sull’occupazione si sta rivelando un disastro. Si può dire? Ci sono decine e decine di contratti a tempo determinato che rischiano di non esser rinnovati per colpa di quel decreto. Ho toccato con mano esperienze di ragazzi che rimarranno a casa perché quel decreto, irrigidendo il sistema, li lascerà a casa. Io sono pronto a discutere in termini critici di quello che non siamo stati capaci di fare noi. È giusto e doveroso farlo, però per costruire l’alternativa bisogna anche dare battaglia su alcune scelte folli che stanno facendo questi al governo. Quel decreto è veramente pericoloso e dannoso. Siamo partiti con l’ideologia della Waterloo del precariato e arriveremo a centinaia e centinaia di contratti a tempo determinato che non verranno rinnovati. Vuol dire gente a casa! Alla faccia delle interviste di Di Maio. Discutiamone e soprattutto proviamo ad agire con strumenti nuovi, con idee nuove. Noi per primi, mi rendo conto.

A proposito di dire cose di sinistra e anche di fare cose di sinistra, non sarà un problema anche il fatto che alcuni provvedimenti che avete preso quando eravate al governo non sono stati riconosciuti come qualcosa di una forza di sinistra da parte dei vostri elettori? Una ascoltatrice ci fa notare che oggi stiamo a parlare di come Salvini vuole denunciare le ONG per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma in fondo il Ministro Minniti aveva voluto adottare un codice di condotta e le ONG dovevano firmarlo altrimenti non andavano in mare. La commissione Difesa del Senato avviò un’indagine conoscitiva.

Guardi, lasciamo perdere Salvini che fa ovviamente il suo gioco di propaganda. Discutiamo di tutto, ma guardiamo anche le grandi differenze di impostazione. Se ci fosse Minniti oggi al Ministero dell’Interno noi non vivremmo le cose allucinanti di questi mesi. Un conto è provare a proporre un codice di condotta coordinato con le ONG per investire sulle funzioni di questa organizzazione e per provare a cambiare insieme. Non c’è mai stato nessun atto di criminalizzazione generale e se mai qualcuno, anche nel nostro campo, l’ha messa così ha sbagliato. Qui siamo di fronte a un’altra cosa. Attenzione che non riconoscere la differenza che c’è tra un’impostazione e l’altra porta veramente allo sdoganamento di qualsiasi scelta. Io ragiono in termini critici di quel che abbiamo fatto. So che abbiamo mancato alcune partite, ma riesco anche a vedere sempre la differenza tra un campo di forze di centrosinistra, che anche su questi temi delicatissimi prova a dare alcune risposte, e la follia ideologica e pericolosa di una destra che si è insediata al governo e sta facendo quello che ha fatto in queste settimane.
Un caso Diciotti con noi al governo non sarebbe stato possibile. Rendiamoci conto anche delle differenze. Lo dico perché tutti dobbiamo cercare di costruire un punto di iniziativa unitario guardando al futuro. O pensiamo che di fronte a questa destra così pericolosa dobbiamo continuare a dividerci tra noi su ciò che è stato. Io penso che dobbiamo fare tutti un passo in avanti. E il senso della piazza di domenica è anche un po’ questo. Nessuna arroganza autoreferenziale, ma un messaggio aperto tutti quelli che vogliono andare lontano.

È che a volte sembra un po’ la settimana enigmistica quel gioco “Trova le differenze” e alcuni invece vorrebbero proprio due quadri completamente diversi, però domenica vedremo quanti in queste differenze ci si ritrovano o meno.

Le posso assicurare che noi per primi vogliamo rendere evidente il senso dell’alternativa netta a questo governo e a chi oggi sta governando il Paese. Io questo bisogno di una maggiore radicalità nella proposta alternativa lo sento ed è diffuso, non è legato a questo o quell’ambiente. È una domanda profonda che c’è e attraversa l’Europa, non è solo una questione italiana. Penso che dobbiamo riconoscerla e saperla interpretare e poi partire e fare delle battaglie maledettamente concrete. La legge Pillon è da respingere, punto. E bisogna battagliare in Parlamento e fuori, perché è una degenerazione civile del Paese inaccettabile. Dico questa per parlare della più recente e adesso vedremo anche nella legge di bilancio come faranno alcune scelte, ma anche sul terreno economico e sociale dobbiamo prepararci a dar battaglia e offrire un’alternativa.

Maurizio Martina
Foto | Presidenza della Repubblica

RIASCOLTA L’INTERVISTA A MAURIZIO MARTINA

intervista Maurizio Martina

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

“Umanità, Umanità, Umanità”

proiezione film Stefano Cucchi

Migliaia di persone in tutta Italia stanno affollando le proiezioni pubbliche, autorizzate e non, del film che racconta le ultime ore di vita di Stefano Cucchi, “Sulla Mia Pelle“, distribuito in sala e su Netflix.

Questa enorme partecipazione viene vista da Ilaria Cucchi, che sta prendendo parte ad alcune delle proiezioni e che sarà anche a quella di Milano organizzata tra gli altri da Radio Popolare, come un grande segno di umanità in un periodo storico in cui in Italia sono sempre più diffusi il rancore e l’intolleranza e come un grande supporto alla battaglia che la famiglia Cucchi sta conducendo da anni affinché nessuno, nelle carceri italiane, muoia più come Stefano Cucchi, solo e ignorato da tutti.

Ogni volta che riguarda il film spero in un finale diverso, ma un finale diverso purtroppo non ci può essere. Stefano è morto ed è morto in quella maniera terribile. Quello che sta avvenendo in questi giorni e in queste ore è qualcosa di enorme, lo stringersi della gente normale che con una vicenda del genere fortunatamente non avrà mai nulla a che fare e che comunque ha voglia di stringersi intorno alla nostra famiglia e virtualmente intorno a Stefano.
Questo si contrappone anche alla maniera con cui Stefano è stato lasciato morire, letteralmente di dolore e da solo come un cane e probabilmente pensando che noi, la sua famiglia, l’avessimo abbandonato quando in realtà non era così. Questo film è estremamente vero, non ha una virgola in più rispetto a quello che è accaduto, anche perchè rispetto ai fatti non c’è nulla da aggiungere. È estremamente vero, estremamente attuale, ed è rigoroso e severo persino con Stefano.

Quello che colpisce in questa gemmazione di piazze per vedere insieme un film come quello che racconta la storia di Stefano, c’è quasi la rappresentazione di un senso identitario rispetto a quella storia e di un bisogno di ritrovare una comunità di visione nel guardare quella storia. In qualche modo ci è apparso quasi come una sorta di ricerca di antidoto rispetto al clima di rancore, di violenza e di intimidazione che a livelli diversi si registra quotidianamente anche nel dibattito pubblico. Tu che tipo di impressione hai avuto? Cosa ti ha restituito lo sguardo di quelle piazze e di tutta quella gente?

Esattamente quello che stai dicendo. Credo che le persone si sentono vicine a noi e questo lo percepisco con quelle piazze piene, così come con le persone che incontro per strada. In qualche maniera si rivedono in noi e nel senso di frustrazione che si ha di fronte ai soprusi che ciascuno di noi è costretto a subire nel suo vivere quotidiano. Quando dico che questo film è estremamente attuale è proprio per i motivi che stavi dicendo. Questo film racconta drammaticamente la morte di Stefano Cucchi, un essere umano morto in soli sei giorni nel disinteresse generale di tutti coloro che gli hanno ruotato intorno. Racconta la violazione dei diritti fondamentali della persona e, ahimè in un momento in cui si sta facendo passare il concetto che i diritti umani sono sacrificabili e che in qualche maniera il nostro benessere è legato alla violazione dei diritti di altre persone o di gruppi di altre persone, questo film fa veramente riflettere.
Credo che lo slogan che dovremmo usare è semplicemente questo: “Umanità, umanità, umanità“, perchè veramente se ne sente parlare troppo poco.

È uno slogan che si ritrova poi in una delle dichiarazioni che ha rilasciato Alessandro Borghi, l’attore che nel film interpreta Stefano, che ha detto “Quando vedo una foto con 2200 persone sul prato a vedere il film mi viene da piangere“.
Ci sono state reazioni diverse tra quelli che hanno fatto questo film rispetto a queste proiezioni. Il regista Cremonini diceva che vedere il film in piazza gratis non aiuta, questi film hanno bisogno di incassi affinché se ne possano fare di nuovi. Invece Andrea Occhipinti, il produttore della Lucky Red, oggi sul Fatto Quotidiano dice “Vabbè, la pirateria condivisa c’è sempre stata, certe volte si piratava Sky per vedere le partite, non cambia poi molto“. Tu come la pensi?

Io ci tengo a sottolineare, semmai ce ne fosse bisogno, che io da questo film non ho alcun ritorno economico. Il fatto che se ne parli per me è fondamentale per la nostra battaglia che stiamo portando avanti da anni, adesso anche con l’associazione Stefano Cucchi, che porta appunto il nome di mio fratello. Penso che se tante persone speravano, e continuano a sperare, che si smettesse di parlare del caso Cucchi, il fatto che si riempiano le piazze e che questo film sia visto in 190 Paesi nel Mondo grazie a Netflix, per me è un contributo enorme. Ma, ripeto, non è tanto un contributo alla nostra vicenda giudiziaria, che è finalmente in una fase di verità grazie al mio personale impegno e di coloro che mi sono stati vicino, ma è un contributo enorme per la battaglia di civiltà.

Alessandro Borghi interpreta Stefano Cucchi

Tra le tante proiezioni che ci sono state, ce n’è stata anche una a Riccione, dove la Questura ha ritenuto di far piantonare la sala da parte di due poliziotti per tutto il tempo della proiezione e del dibattito. Ilaria Cucchi, stupida da quanto stava accadendo, ha chiesto al Questore di Rimini e al Ministro Salvini se fosse veramente necessario. Che tipo di risposta ti hanno dato? E ti hanno spiegato qual era il senso di portare lì due poliziotti per piantonare la proiezione?

Io sono stata chiamata dal Questore – mi ha fatto piacere e lo ringrazio – e mi ha spiegato che è prassi. Io personalmente vado spesso al cinema e non ho mai visto piantonare le sale. Devo dire che mi ha fatto un certo effetto, Stefano piantonato anche da morto. Che dire? Abbiamo altre priorità, il pericolo nella nostra società non è certamente un film vero proiettato nelle sale.

Radio Popolare, in collaborazione con il Festival dei Diritti Umani e anche con l’assessore Pierfrancesco Majorino in rappresentanza del Comune, sta organizzando una proiezione qui a Milano. Se ho ben capito hai accettato anche il nostro invito a partecipare, fisseremo presto anche la data. Prima dicevi che il film è severo anche con Stefano, a me ha colpito che sui titoli di coda sia stato scritto che quando è stata perquisita casa di Stefano è stata trovata della droga. Perché è stato scelto di scriverlo? Quando uno conclude la visione di quel film ha ben chiaro che non ha alcuna rilevanza se tuo fratello fosse o non fosse uno spacciatore.

Certo, questo è un po’ il senso di quello che stiamo portando avanti da un istante dopo la morte di Stefano. Noi non abbiamo mai risparmiato Stefano né da vivo né da morto, non abbiamo mai voluto fare di Stefano un santo e forse è proprio per questo, per la nostra credibilità, che stiamo andando avanti. Il problema non è chi era Stefano o cosa aveva fatto Stefano. È chiaro ed evidente che se Stefano aveva commesso degli errori doveva risponderne di fronte alla Giustizia. Il problema è quello che gli è stato fatto un istante dopo il suo fermo.

Quindi dici che lo hanno scritto perché non si pensasse che fosse un film agiografico o cose del genere?

Io personalmente non ho scritto nulla, è stata una scelta del regista. Io non ho avuto alcun ruolo in questo film. È una scelta che approvo assolutamente, proprio per questo dico che è un film vero. Questo non è il film per Ilaria Cucchi o per la famiglia Cucchi, né tantomeno è il film per Stefano Cucchi. È il film che racconta cosa è accaduto a Stefano e questo film deve necessariamente far riflettere tutti, anche coloro che lo criticano. Invito tutti ad andarlo a vedere.

proiezione film Stefano Cucchi
Foto dalla pagina FB di Ilaria Cucchi https://www.facebook.com/Ilaria-Cucchi-169874873028733/?tn-str=k%2AF

RIASCOLTA L’INTERVISTA

intervista Ilaria Cucchi

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Forza Italia: Foa sarà Presidente Rai

Matteo Salvini

Domani la Commissione di Vigilanza approverà una risoluzione proposta da Lega e M5S per raccomandare al CdA Rai di eleggere il Presidente. Ai primi di agosto, proprio in Commissione di Vigilanza, era stato votato il nome di Marcello Foa come candidato presidente, ma era stato bocciato. Ci vuole una maggioranza qualificata ed erano mancati i voti di Forza Italia.

Marcello Foa fino a poco fa era l’amministratore delegato di un gruppo editoriale svizzero, quello che pubblica il Corriere del Ticino, ma ciò che preoccupa nel suo profilo è che come giornalista è da tempo su posizioni sovraniste, grande sponsor di Matteo Salvini e del governo Conte, nonché amico di Steve Bannon, l’ideologo della destra populista americana. Non esattamente una figura di garanzia come dovrebbe essere il Presidente della Rai.

Bene, sembra che Forza Italia abbia cambiato posizione: ora sarebbe pronta a dare il via libera al nome di Foa. Cosa è cambiato da agosto ad oggi? Allora dissero che il problema non era tanto il profilo di Foa, ma il fatto che Lega e M5S non li avessero coinvolti nella scelta del nome, dato che in Commissione di Vigilanza i loro voti erano necessari. Tutti allora pensarono che Berlusconi stesse alzando la posta, che volesse garanzie in cambio del via libera a Foa.

Domenica sera c’è stato il vertice Berlusconi – Salvini: cosa ha promesso Salvini a Silvio per ottenere il voto favorevole su Foa? I giornali scrivono che avrebbe rassicurato Berlusconi a proposito della proposta dei 5 Stelle di mettere un tetto alla pubblicità in tv, cosa che a Mediaset creerebbe grossi problemi. Salvini avrebbe detto che questa cosa non è nel contratto di governo e quindi Mediaset può stare tranquilla.

Abbiamo chiesto a Giorgio Mulè, portavoce dei gruppi di Forza Italia alla Camera e al Senato e capogruppo di Forza Italia in Commissione di Vigilanza sulla Rai, cosa è cambiato da agosto a oggi e perchè Forza Italia pare intenzionata a dare il suo ok a Marcello Foa come Presidente della Rai.

Sul nome di Foa io rivendico quello che ho detto in Vigilanza e che ripeto anche adesso: su Foa ci fu un errore, a mio giudizio, di ortografia politica nel non condividere prima della scelta di Foa questo nome con le minoranze. Non solo Forza Italia, anche il PD, perchè tra i famosi tre quinti in Commissione ci sono anche i voti della minoranza, una parte o tutta a seconda del tipo di percorso che si vuol fare, che è come quello che abbiamo fatto alla Camera e al Senato.
Alla camera abbiamo votato Roberto Fico, che infatti è stato il Presidente con più voti mai avuti nella storia degli ultimi vent’anni – ne ha avuti quasi 500 – e lo stesso con la Casellati. Noi qua abbiamo detto la stessa cosa: il metodo che avete usato è sbagliato. Per quanto ci riguarda, noi non entrammo neanche nella valutazione della persona, perchè dicemmo alla Lega e a M5S che “il metodo usato non ci convince” e quindi siccome il metodo non va bene, non valutiamo neanche la persona e votiamo contro. E infatti votammo contro l’elezione di Foa. Anzi, non votammo neanche contro: non partecipammo al voto, per essere precisi.

Cosa è cambiato adesso?

C’è stato l’incontro di domenica, fisicamente l’ultimo atto di un chiarimento, un rilancio, del perimetro della coalizione centrodestra in cui certamente Salvini e Berlusconi hanno parlato della prospettiva della coalizione, cioè siamo alleati e dobbiamo dimostrare di esserlo nei fatti. Quindi condividiamo il percorso delle Regionali in Abruzzo, in Molise, in Basilicata, in Piemonte e in Sardegna o dove andremo a votare.
E, ognuno per sua parte, ha poi detto alcune cose relative al Governo, al programma di Governo, a quello che sta facendo il governo e ai vincoli, nel caso di Salvini, che lo vede legato dal contratto con i 5stelle. L’argomento Foa, per quanto io ne so, non è stato sul tavolo. Al tavolo c’erano cinque persone e nessuno dei cinque ha detto una cosa diversa su questo punto.

Secondo lei la Rai, in questo momento, è più importante – faccio la domanda più al giornalista che lei è stato piuttosto che al politico che oggi – perché da lì passa una quota importante e strategica dell’informazione o perché da lì passa una cosa importante e strategica della pubblicità? Glielo chiedo perché, magari non si è fatto il nome di Foa, però mentre mangiavano pane e salame si è parlato del fatto che i 5 Stelle volevano mettere un tetto alla pubblicità e magari l’accordo con Salvini è stato su quello, no?

Guarda, anche lì bisogna essere chiari. A proposito dell’uscita del sottosegretario Vito Crimi, che a mio giudizio è il boia dell’informazione e dell’editoria: Crimi dà fiato a pensieri che non ha, perchè spara di quelle castronerie che sono pericolosissime, dicendo delle fesserie assolute sui contribuiti che non prendono le radio, sui contributi che non prendono i giornali. Il Presidente della Rai Marcello Foa ha zero, e sottolineo zero, poteri legati alla gestione dell’azienda della Rai. Il Presidente della Rai si occupa di
di relazioni con le Istituzioni, relazioni con i media e prepara all’ordine del giorno del CdA: fine dei poteri del presidente della RAI. Questo deve essere chiaro perché all’esterno sembra che nel momento in cui si vota il presidente, la RAI magicamente si mette in moto. Non è così, la Rai ha già un amministratore delegato che è nel pieno dei suoi poteri, il dottor Stellini, che è in grado di fare tutto ciò che vuole sui palinsesti, sulla pubblicità, su Netflix, su tutto quello che vuole.
Non è l’arrivo di Foa che legittima un’azione del direttore generale o del consiglio di amministrazione. Loro possono agire. Il presidente, lo ripeto, sostanzialmente va a tagliare i nastri. Scusate se sono banale, ma fa questo. Foa, o chiunque sarà, non è in grado di mettersi di traverso rispetto a ciò che decide l’amministratore delegato nella sua totale autonomia. Su questo bisogna essere chiari. È ovvio che è un problema politico, però non è uno di quei problemi pratici e ve lo dice chi ha fatto il giornalista: non mi manca l’editore se non ho il Presidente della Rai, io l’editore ce l’ho ed è in carica nella pienezza dei suoi poteri. Il Presidente è soltanto una figura, non è come il Presidente della Repubblica – e lo dico davvero per farmi capire – con poteri totalmente diversi. Mentre il Presidente della Repubblica ha poteri interdittivi e poteri veri sul governo e sulle Camere, Foa o chiunque sarà non ha questo potere non ce l’ha.

Matteo Salvini
Foto dal profilo FB di Matteo Salvini https://www.facebook.com/salviniofficial/
  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

La sentenza: la trattativa con la Mafia c’è stata

Cinque anni di udienze, oltre 200 testimoni sentiti, e oggi il verdetto: la trattativa Stato- Mafia c’è stata.

Ascolta una sintesi della sentenza

sintesi sentenza

Condannati i mafiosi Leoluca Bagarella (28 anni) e Nino Cinà (12 anni), gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni (entrambi 12 anni) e Giuseppe De Donno (8 anni). Condannato Marcello dell’Utri (12 anni), il reato è minaccia a Corpo politico dello Stato, mentre Nicola Mancino, Ministro degli Interni all’epoca dei fatti, è l’unico assolto. Prescritto il pentito mafioso Giovanni Brusca, uomo chiave dell’accusa, e condannato per calunnia Massimo Ciancimino (8 anni), dalle cui dichiarazioni tutto era cominciato, molti anni fa. La sentenza attribuisce la responsabilità agli ufficiali del Ros per il periodo 1992, a Dell’Utri invece per il “periodo del governo Berlusconi”, testualmente citato dal Presidente della Corte Alfredo Montalto. E’ stato lui, secondo la Corte, a fare da cinghia di trasmissione tra Cosa Nostra e politica, quando al potere è andata Forza Italia. Era la seconda fase della Trattativa.

Il processo

E’ un fiume in piena Ciancimino jr, nel 2008, quando comincia a raccontare ai magistrati di Palermo i rapporti intercorsi dai primi anni 90 tra suo padre, don Vito, il sindaco mafioso, e i carabinieri del Ros. E’ la storia di una trattativa segreta intrapresa dai servizi per fermare le stragi mafiose dopo il sacrificio di Falcone e Borsellino. In cambio, Cosa Nostra pretendeva un attenuazione del carcere duro, meno 41 bis, e altri benefici che Totò Riina avrebbe elencato nel famigerato “papello”.

Il gup di Palermo accoglie la ricostruzione della Procura, parzialmente rivista e integrata dopo centinaia di interrogatori, e così nel maggio 2013 ha inizio il processo. Nel frattempo però Ciancimino viene arrestato per calunnia, ed è pesantemente attaccato dalla Procura di Caltanissetta – competente sulle indagini per Capaci e via D’Amelio – che lo considera del tutto inattendibile.

Il processo parte in salita, i pm inizialmente guidati da Antonio Ingroia, poi entrato in politica, cercano di inerpicarsi nei meandri più oscuri dei rapporti Stato Mafia, in cerca di prove difficilissime da trovare. La polemica politica intanto infuria:”A Palermo vogliono riscrivere la Storia d’Italia”, e non mancano i colpi di scena. Oltre a Ciancimino arrestato, l’allora presidente Napolitano intercettato mentre riceve una chiamata da un disperato Nicola Mancino, ministro degli Interni all’epoca della Trattativa, che tenta in tutti i modi di tirarsi fuori dall’inchiesta.

Dopo cinque anni e oltre 200 udienze, l’accusa riassume nella requisitoria:“Esponenti delle istituzioni hanno ceduto alle richieste della Mafia per paura o incompetenza, se si fosse attuata la linea della fermezza non ci sarebbe stato spazio per gli stragisti”. Ambizione di potere, non Ragion di Stato. Questo era, secondo chi ha svolto le indagini. Tra novanta giorni, con la motivazione della sentenza, la Corte d’Assiste spiegherà perché ritiene che sia andata davvero così.

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Fausto e Iaio, due di noi

Sono passati quarant’anni. E mentre sui giornali si sprecano assurdi paragoni tra l’attualità e la violenza politica degli anni ’70, ci ritroviamo in via Mancinelli, nella nostra Milano, per ricordare Fausto e Iaio. Noi, Radio Popolare, che per prima diede la notizia dell’uccisione di “due compagni”, trascinando in un corteo spontaneo migliaia di persone già poche ore dopo i fatti.

Ascolta il primo giornale radio con la notizia su Fausto e Iaio

Ascolta il primo giornale radio con la notizia su Fausto e Iaio

foto 2

Ascolta le corrispondenze dal corteo notturno

Ascolta le corrispondenze dal corteo notturno

Venivano spesso a trovarci Fausto e Iaio, nella nostra sede di allora in via Pasteur, erano quasi due collaboratori per i conduttori delle “notturne” con cui in tanti a Radio Popolare si sono fatti le ossa dietro al microfono. “Hanno ucciso due di noi”, si sentiva ripetere nelle ore successive all’agguato. Ed era proprio così: il commando neofascista era venuto apposta da Roma per uccidere dei “compagni” nella zona del centro sociale Leoncavallo, puntando a provocare una reazione violenta che, a soli due giorni dal rapimento di Aldo Moro, avrebbe potuto giustificare una stretta repressiva da parte dello Stato. Una strategia in voga fin dal 1969, dai tempi della strage di piazza Fontana, che però – come allora – anche nel marzo ’78 Milano fu capace di respingere. Le immagini dei funerali di Fausto e Iaio sono impressionanti quanto quelle delle esequie delle vittime alla Banca dell’Agricoltura. I lavoratori, gli operai, gli studenti, le persone perbene, il popolo sapeva benissimo da che parte stare.

Ascolta la diretta radiofonica dei funerali di Fausto e Iaio

Ascolta la diretta radiofonica dei funerali di Fausto e Iaio

 

funerali fausto e iaio

Il contesto in cui matura l’omicidio dei due ragazzi e le ragioni per cui vengono uccisi, oltre ai nomi dei loro probabili assassini, vengono ricostruiti oggi in un libro di fresca pubblicazione: “L’assassinio di Fausto e Iaio. Quel maledetto 18 marzo 1978, ore 19.57”, edizioni RedStar Press. Gli autori sono lo storico avvocato della famiglia Tinelli, Luigi Mariani, e Saverio Ferrari, autorevole studioso di vecchie e nuove destre (Osservatorio Democratico sulle Nuove Destre).

Mettendo in fila le dichiarazioni di esponenti dell’estrema destra rese agli inquirenti nel corso degli anni, Ferrari e Mariani riportano alla luce i nomi  di tre ex esponenti dei Nar, mai processati nonostante le tante inchieste: Massimo Carminati, Claudio Bracci e Mario Corsi. Neofascisti legati anche alla Banda della Magliana e dunque ad apparati deviati dello Stato. Da qui la tesi che il libro propone, quarant’anni dopo quel maledetto 18 marzo: un delitto politico, pensato per spingere la sinistra estrema milanese a una ribellione violenta, utile per aprire la strada a una stretta autoritaria. Carminati, Bracci e Corsi non sono mai stati processati, perché le prove a loro carico non sono state ritenute sufficienti per affrontare un dibattimento.

Ascolta Saverio Ferrari e l’avvocato Luigi Mariani

Ascolta Saverio Ferrari e l’avvocato Luigi Mariani

foto 5

Da quarant’anni la mamma di Fausto, Danila Tinelli, si batte per avere giustizia. Sentendosi sconfitta, ha deciso un anno fa di  andare per un po’ a stare a Trento, “per essere più vicina a Fausto”, che è sepolto lì. Prima di partire ha voluto salutare Radio Popolare, che fin da quella sera del 18 marzo 1978 è stata protagonista attiva in questa sua drammatica vicenda.

Ascolta il ricordo di Danila Tinelli

Ascolta il ricordo di Danila Tinelli

Danila, una vita spesa per avere giustizia. Con il Leoncavallo, che per molti anni è stato il punto di riferimento di chi non voleva arrendersi, e con l’associazione familiari e amici di Fausto e Iaio, in cui si è impegnata anche la sorella di Iaio, Maria Iannucci. Iaia, così la chiamano tutti, ci dice oggi che è arrivato il momento di lasciarli andare.

Ascolta Maria Iannucci

Ascolta Maria Iannucci

Barbara Pietrasanta era amica e vicina di casa di Fausto. La sera dell’omicidio sarebbe dovuta andare con lui e Iaio a un concerto al Leoncavallo. Li ha aspettati invano, non sono mai arrivati a suonare il suo citofono. Mille volte in questi quarant’anni ha pensato che su quel marciapiede sarebbe potuta cadere anche lei. “Hanno ucciso due di noi“.

Ascolta la testimonianza di Barbara Pietrasanta

Ascolta la testimonianza di Barbara Pietrasanta

casoretto

Quarant’anni dopo, al Liceo Artistico di Brera, l’ ex Hajech dove studiava Fausto, gli insegnanti ci tengono a far conoscere quella vicenda ai loro studenti. “La storia del nostro Liceo venne profondamente segnata da quell’evento”, ci ha scritto una professoressa qualche giorno prima dell’anniversario. Abbiamo incontrato i ragazzi al Teatro Elfo Puccini di Milano, dove nei giorni precedenti l’anniversario è andato in scena “Viva l’Italia. Le morti di Fausto e Iaio”, uno spettacolo di Roberto Scarpetti con la regia di César Brie. Una messa in scena intensa e toccante, che ha commosso adulti e ragazzi. Quanto è vicina, o lontana, quella storia? Fausto e Iaio sono ancora, in qualche modo,”due di noi”?

Ascolta gli studenti del liceo di Fausto

Ascolta gli studenti del liceo di Fausto

foto viva l'italia

Dalla prefazione di Maria Iannucci al testo teatrale

Dalla prefazione di Maria Iannucci al testo teatrale

Ascolta lo speciale “Fausto e Iaio, due di noi”

Ascolta lo speciale “Fausto e Iaio, due di noi”

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Eutanasia, la Consulta ha un’occasione storica

Processo sospeso, gli atti trasmessi alla Corte Costituzionale. E’ la decisione in cui tutti speravano: Marco Cappato, l’Associazione Luca Coscioni, la Procura di Milano. Che avevano chiesto l’assoluzione dell’imputato, sì, ma in subordine la trasmissione degli atti alla Consulta. Perché è ora che in questo Paese si stabilisca una volta per tutte se aiutare qualcuno a morire senza sofferenze debba ancora essere reato.

La vicenda è quella di Fabiano Antoniani, “dj Fabo”, quarantenne diventato cieco e tetraplegico in seguito a un incidente stradale. Dopo anni di terapie senza esito, aveva chiesto pubblicamente alle istituzioni di intervenire per regolamentare l’eutanasia, e infine sconfitto si era rivolto all’Associazione Luca Coscioni per farsi aiutare ad andare in Svizzera, dove è morto in una clinica di Zurigo il 27 febbraio 2017. L’indomani Marco Cappato si era presentato in Procura, a Milano, per autodenunciarsi e rivendicare il suo gesto. “Un dovere aiutare Fabo – ha detto oggi – vedremo se per la Consulta sarà anche un diritto”.

E’ un lungo elenco di sentenze italiane ed europee quello che il presidente della Corte d’Assise Ilio Mannucci Pacini ha letto a sostegno della decisione presa. E la legge più citata è stata la nostra Costituzione, che garantisce il diritto all’autodeterminazione della propria vita e quindi il diritto a scegliere come e quando morire.

Per questo va rivisto l’articolo del codice penale contestato a Marco Cappato, il 580, quello che sanziona l’istigazione e l’assistenza al suicidio. Un reato di un’altra epoca, dice il giudice, quando togliersi la vita era considerato contrario ai canoni della società.

Sarà dunque la Corte Costituzionale a decidere sul gesto di Cappato, e sarà una decisione storica perché potrebbe aprire la strada a un passo avanti sul terreno dei diritti che il Parlamento non ha la forza né la volontà di fare. La Consulta potrebbe infatti stabilire che non è reato aiutare qualcuno che ha deciso di morire senza sofferenze.

Impassibile durante la sentenza, Cappato si è commosso quando davanti alle decine di giornalisti presenti in aula ha ringraziato Fabiano Antoniani per non aver voluto morire clandestinamente, per averlo fatto pubblicamente “onorando il valore della legge e dando così la possibilità alla Corte d’Assise di prendere la decisione di oggi”. Con la voce rotta dall’emozione Cappato ha ringraziato anche Valeria e Carmen, la fidanzata e la madre di Fabiano, “per aver avuto fiducia in lui, e in me”.

Per il leader radicale c’è ancora da attendere un’assoluzione o una condanna, il processo con il rinvio degli atti è congelato. Prosegue intanto la battaglia per una legge sull’eutanasia, quella già presentata alle Camere su iniziativa popolare. E’ valida per due legislature – spiega Cappato – la sfida riparte il 5 marzo prossimo.

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Cosa farà il “ragazzo di sinistra”?

Si è dimesso dopo il voto, non prima, per rispetto dell’istituzione che presiede. Ma Pietro Grasso all’indomani dell’ addio al Partito Democratico ha spiegato le sue ragioni con parole molto dure. ” “Il fatto che il presidente del Senato veda passare una legge elettorale redatta in altra Camera senza poter discutere, senza poter cambiare nemmeno una virgola è stata una sorta di violenza che ho voluto rappresentare “. Non si riconosce più nel partito di Matteo Renzi, ha spiegato Grasso, “nè nel merito nè nel metodo”. E poi, dribblando le domande dei cronisti sul suo futuro: “Domani sono qui, al Senato”. Resta al suo posto, dunque, e rinvia eventuali annunci a dopo lo scioglimento delle Camere. Ma sono in molti, da qualche tempo, a pensare che Pietro Grasso entrerà in Mdp e sarà il candidato Presidente del Consiglio del listone di sinistra che dovrebbe vedere la luce di qui a poche settimane. Il listone che doveva essere guidato da Giuliano Pisapia.

La scintilla scocca a fine settembre, alla festa nazionale di Mdp a Napoli. Il presidente del Senato è invitato per presentare il suo libro, ricordi degli anni dell’antimafia a Palermo. L’incontro è programmato in una saletta vicino al palco centrale, per non tirare per la giacchetta la seconda carica dello Stato. Ma Pietro Grasso chiede di parlare dal palco. Una scelta di campo?

Sono un ragazzo di sinistra, esclama mandando in visibilio i militanti, e alla sinistra chiedo di non fare passi indietro sui principi”. Eccolo il leader, dicono in molti, ironizzando sui tentennamenti di Giuliano Pisapia. Pietro Grasso del resto ha un rapporto molto solido con Pierluigi Bersani, era stato lui nel 2012 a volerlo a tutti i costi in lista col PD. Ma soprattutto è estraneo alle storie di scissioni, rancori, veleni personali che contraddistinguono i rapporti dentro la sinistra e ormai anche tra certa sinistra e Pisapia. Pietro Grasso piace a Mdp, Sinistra Italiana, Pippo Civati, Tomaso Montanari.

E’ un volto istituzionale, di governo, un profilo perfetto come candidato presidente del consiglio, alla testa del listone di sinistra alternativo al PD, che ancora non c’è ma che dopo la separazione di Mdp da Campo Progressista è diventato molto più che un’ipotesi. Da realizzare entro la fine della legislatura: la decisione di Pietro Grasso arriverà infatti dopo lo scioglimento delle Camere.

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Approfondimenti

Morto Aiello, l’uomo dei misteri Stato-mafia

Era noto alle cronache come “Faccia da mostro”, dal soprannome che gli avevano dato nell’ambiente delle cosche mafiose a Palermo. Il suo volto era rimasto sfigurato quando, da poliziotto nella Sardegna degli anni 60, aveva rimediato una fucilata in un conflitto a fuoco con gli uomini del bandito Graziano Mesina.

Giovanni Aiello, ex agente della mobile di Palermo e funzionario dei servizi segreti, è morto stamattina per un infarto, mentre era in spiaggia a Montauro, il paese della Calabria dove abitava da anni. Negli ultimi anni il suo nome era entrato nelle principali inchieste di mafia: secondo molti pentiti era un’importante figura di raccordo nell’indicibile convergenza di interessi tra Cosa Nostra e lo Stato.

Chi lo vedeva in faccia non lo dimenticava. E in molti lo hanno visto sulla scena dei principali delitti di mafia degli ultimi 25 anni. Delitti in cui, hanno poi accertato le indagini, c’era la complicità di pezzi dello Stato.

Giovanni Aiello alla fine degli anni 60 è un agente della squadra mobile di Palermo, il suo capo è Bruno Contrada, anche lui finito poi indagato per mafia. Aiello però è anche un agente dei servizi segreti, e in questa veste si sarebbe prestato al lavoro sporco che per alcuni delitti eccellenti ha messo insieme interessi di Cosa Nostra e di pezzi deviati degli apparati statali.

Il suo volto deforme è rimasto impresso nella memoria di molti pentiti per averlo visto in via D’Amelio il giorno della strage, nei pressi della villa dell’Addaura quando fu ritrovato l’esplosivo che doveva uccidere Giovanni Falcone, è stato riconosciuto dal padre dell’agente Nino Agostino ucciso nel 1989 e indicato tra i responsabili dell’ omicidio del commissario Ninni Cassarà nel 1985.

Anche Massimo Ciancimino, che a dire il vero è stato poi condannato per calunnia, ha raccontato che suo padre, don Vito, riceveva a casa sua uomini dei servizi segreti – tra cui faccia da mostro – per discutere della famosa Trattativa. Proprio in relazione alla Trattativa, di recente la procura di Reggio Calabria aveva aperto una nuova inchiesta su Giovanni Aiello, che avrebbe indotto un testimone a mentire ai pm. Chissà dove sarebbe arrivata quell’indagine: a Palermo, Catania e Caltanissetta faccia da mostro era sempre uscito indenne dalle inchieste, a suo carico non sono mai state trovate prove sufficienti.

  • Autore articolo
    Lorenza Ghidini
ARTICOLI CORRELATITutti gli articoli
POTREBBE PIACERTI ANCHETutte le trasmissioni

Adesso in diretta

Ultimo giornale Radio

Ultima Rassegna stampa

  • PlayStop

    Rassegna stampa di gio 03/12/20

    La rassegna stampa di Radio Popolare

    Rassegna Stampa - 12/03/2020

Ultimo Metroregione

  • PlayStop

    Metroregione di gio 03/12/20 delle 07:16

    Metroregione di gio 03/12/20 delle 07:16

    Rassegna Stampa - 12/03/2020

Ultimi Podcasts

  • PlayStop

    Fino alle otto di gio 03/12/20

    Fino alle otto di gio 03/12/20

    Fino alle otto - 12/03/2020

  • PlayStop

    Funk shui di gio 03/12/20

    Funk shui di gio 03/12/20

    Funk shui - 12/03/2020

  • PlayStop

    Jazz Ahead di mer 02/12/20

    Jazz Ahead di mer 02/12/20

    Jazz Ahead - 12/03/2020

  • PlayStop

    A casa con voi di mer 02/12/20

    A casa con voi di mer 02/12/20

    A casa con voi - 12/02/2020

  • PlayStop

    Esteri di mer 02/12/20

    Esteri di mer 02/12/20

    Esteri - 12/02/2020

  • PlayStop

    Ora di punta di mer 02/12/20

    Ora di punta di mer 02/12/20

    Ora di punta – I fatti del giorno - 12/02/2020

  • PlayStop

    Sunday Blues di mer 02/12/20

    Sunday Blues di mer 02/12/20

    Sunday Blues - 12/02/2020

  • PlayStop

    Stile Libero di mer 02/12/20

    Stile Libero di mer 02/12/20

    Stile Libero - 12/02/2020

  • PlayStop

    Stay Human di mer 02/12/20

    Stay Human di mer 02/12/20

    Stay human - 12/02/2020

  • PlayStop

    Rassegna stampa internazionale di mer 02/12/20

    Rassegna stampa internazionale di mer 02/12/20

    Rassegna stampa internazionale - 12/02/2020

  • PlayStop

    psicoradio di mar 01/12/20

    psicoradio di mar 01/12/20

    Psicoradio - 12/02/2020

Adesso in diretta