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Al Cairo nulla è cambiato

“A un anno dalla scomparsa di Giulio Regeni, al Cairo nulla è cambiato. Il traffico incessante tra i palazzi color caramello della capitale è una costante e sembra essere divantato la metafora della continua repressione del governo egiziano che rende questo giorno – sesto anniversario della rivoluzione egiziana – uno dei più temuti da quando al Sisi ha preso il potere con un colpo di Stato nel 2013. Nessuna manifestazione indetta per la rivolta che destituì Mubarak e nessuna commemorazione organizzata per Giulio“.

Inizia così il racconto di Laura Cappon dal Cairo. Un audio reportage con tre importanti interviste a chi, nell’ultimo anno dall’Egitto, ha seguito da vicino il caso Regeni: la sindacalista che nell’autunno 2015 mise in contatto il ricercatore italiano con il capo del sindacato degli ambulanti che segnalò Giulio ai servizi di sicurezza del Cairo; un avvocato dell’associazione di legali che rappresenta la famiglia Regeni e un altro avvocato che si batte per i diritti umani.

Ascolta qui il reportage di Laura Cappon

REPORTAGE CAPPON

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    Laura Cappon
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Economia in crisi, diritti umani violati

Per l’opinione pubblica italiana, il caso Regeni ha puntato una luce sull’operato del presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi i cui primi anni di mandato erano passati quasi in sordina nella copertura della stampa. Le promesse di riportare il Paese “nella giusta via per la transizione” annunciate nel 2013 – quando il generale destituì il primo e unico presidente egiziano islamista, Mohammed Morsi – sono un miraggio lontano.

A delineare uno scenario preoccupante non è solo la questione dei diritti umani, con 1.400 manifestanti uccisi, 500 sparizioni forzate dal 2013 e 1176 casi di tortura da parte delle forze di sicurezza solo nel 2015.

A scricchiolare, oltre alla fantomatica lotta al terrorismo (che però non ha fermato gli attentati nella penisola del Sinai che da anni si verificano su base quotidiana) è anche l’economia. I grandi progetti – altro punto chiave della costruzione del consenso del presidente – come la nuova tratta del canale di Suez non stanno portando i risultati sperati. Un mese sopo l’inaugurazione, nel settembre del 2015, i profitti dell’infrastruttura segnavano il 4 per cento in meno.

A continuare a calare è anche il turismo, che lo scorso aprile ha registrato entrate inferiori al 54 per cento rispetto al 2015 e la ripresa sembra lontana dopo la tragedia del volo russo precipitato lo scorso ottobre in Sinai e la cui responsabilità è stata rivendicata dallo Stato Islamico.

Ad aprile il tentativo di cessione all’Arabia Saudita delle isole di Tiran e Sanafir – inserite in un accordo miliardario con Ryad – ha aperto una nuova crisi.

Le proteste, anche se con numeri ridotti, hanno portato all’ennesimo giro di repressione con numerosi arresti che hanno coinvolto – per la prima volta nella storia egiziana – anche il capo del sindacato dei giornalisti egiziani, Yahia Qallash.

Intanto, il Consiglio di Stato ha annullato l’accordo di cessione delle due isole innescando l’ennesimo iter giudiziario farraginoso che proseguirà con il ricorso presentato dal governo del Cairo.

Gli eventi dell’ultimo anno sono riusciti a mettere in discussione la credibilità tra gli egiziani e tra i membri della comunità internazionale in particolare sui diritti umani. Ma al momento non è ancora abbastanza per isolare l’Egitto. Un Paese che per gli occidentali, alla luce anche delle blande prese di posizione in Europa dopo la morte di Regeni, sembra non perdere la sua importanza strategica sul piano economico e geopolitico.

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    Laura Cappon
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L’anniversario “amaro” di Sisi

Il regime di Sisi si sta sgretolando?

A porre la domanda è il magazine americano Foreign Policy. In occasione del quinto anniversario della rivoluzione il giornalista Eric Trager riporta alcune fonti dall’esercito che raccontano di frizioni e rivalità causate dalla sempre difficile situazione politica ed economica del paese.

Quello che è dagli analisti è definito il “deep state“, ossia la potente entità in grado di decidere le sorti del Paese, darebbe infatti più di un segno di crisi. Il Consiglio Militare Supremo, la magistratura, i servizi segreti e il Ministero degli Interni sono rimasti uniti a sostenere il presidente Sisi per paura del ritorno dei Fratelli Musulmani. “I loro interessi erano profondamente minacciati dal presidente islamista Morsi”, scrive Foreign Policy; da qui l’esigenza di agire e supportare in maniera unanime Abdel Fattah El Sisi che – deposto Morsi nel 2013 e diventato presidente l’anno successivo – adesso sarebbe in seria difficoltà.

La maggioranza dei vertici del movimento islamista sono in carcere; così, con gli ikhwan fuori dai giochi e la crisi economica mai risanata, Sisi starebbe perdendo consenso non solo tra la popolazione (il consenso sarebbe sceso dal 93 al 60%) ma anche tra i membri della fumosa macchina autocratica egiziana.

Il conflitto sarebbe prima di tutto nella cerchia del Consiglio Supremo delle Forze Armate. Un ufficiale dell’esercito dice al magazine americano che il presidente sarebbe isolato. I generali starebbero mettendo in discussione alcune decisioni di Sisi, oltre a chiedere conto dei fallimenti del governo, in particolare delle operazioni militari. Le tensioni sarebbero presenti anche tra la presidenza e i vertici dei servizi segreti, che negli ultimi mesi sono stati ripetutamente attaccata dai media egiziani vicini al governo.

Alcune frizioni sono arrivate anche nel Parlamento, insediatosi da poche settimane. Il partito The Future of the Homeland Party, considerato vicino all’intelligence egiziana, lo scorso mese si era ritirato dalla coalizione pro-Sisi per poi rientrarci qualche giorno più avanti. Il portavoce allora dichiarò che c’erano state delle discussioni sull’influenza che il partito doveva avere nella direzione della coalizione e auspicava che il Parlamento avrebbe mediato tra le parti che supportano la presidenza.

L’ulteriore giro di vite delle ultime settimane – che ha portato a nuovi arresti e perquisizioni a tappeto nei centri culturali e in diversi appartamenti nell’area vicina a piazza Tahrir – sembra mostrare il timore da parte del presidente di nuove manifestazioni. Timore confermato anche dalla chiusura della fermata della metropolitana della storica piazza e dall’invito fatto dal Ministro per le autorità religiose a condannare le proteste per l’anniversario della rivoluzione.

Secondo diversi analisti e attivisti, quei pochi rimasti ancora in libertà, nessuna manifestazione significativa avrà luogo per questo anniversario. Le difficoltà future di Sisi, più che dalla piazza, potrebbero ora arrivare dalle storiche stanze del potere egiziano.

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    Laura Cappon
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Egitto, la crisi del turismo

2,2 miliardi di lire egiziane, circa 283 milioni di dollari di perdite al mese dallo scorso novembre. I dati comunicati dal Ministro del turismo egiziano Hisham Zazou all’emittente Al-Arabiya non lasciano spazio a dubbi.

Il turismo egiziano sta vivendo la sua crisi più grave della storia dopo che il 30 novembre un aereo di linea russa decollato da Sharm el Sheikh è esploso in volo provocando la morte di tutte le persone a bordo, 224 tra passeggeri e equipaggio. Lo Stato Islamico nella penisola del Sinai ha rivendicato l’attentato e gli investigatori russi e occidentali sostengono che a provocare l’esplosione del velivolo sia stata una bomba a bordo.

A dare l’ultimo colpo sono stati altri due attacchi negli ultimi 15 giorni. Il primo a un autobus di turisti israeliano alle piramidi di Giza e il secondo a Hurgada quando tre turisti europei sono stati aggrediti a colpi di coltello terroristi dell’ISIS. Ancora una volta il turismo è in difficoltà, Russia e Gran Bretagna mantengono il divieto per i voli verso l’Egitto e i flebili segni di ripresa che c’erano stati nei primi 10 mesi del 2015 sono stati completamente annullati dai recenti incidenti.

Il turismo che nel 2010 con 14 milioni di visitatori aveva raggiunto un picco andando a rappresentare il 13 per cento del prodotto interno lordo entra in profonda crisi con la rivoluzione di piazza Tahrir nel 2011. Da allora la ripresa non è mai arrivata, nel 2013 con il colpo di stato e lo sgombero nell’agosto dello stesso anno del sit in dei Fratelli Musulmani di Rabaa el-Adaweya contro la deposizione del presidente islamista Morsi molti resort del Mar Rosso chiudono sospendo le loro attività per la prima volta. L’arrivo di Sisi, la lotta al terrorismo che ha comportato una repressione per i diritti umani senza precedenti sembravano rassicurare l’occidente.

Secondo la banca centrale egiziana le entrate erano tornate a 7 miliardi di dollari nell’anno fiscale terminato il 30 giugno 2015, segnando un aumento di due milioni rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il ministro Zazou ha dichiarato alla stampa di essere fiducioso ma la situazione nel Paese resta volatile.

Nella penisola del Sinai, nel povero e abbandonato nord, a poche decine di chilometri dal confine con Israele i movimenti jihadisti si sono rafforzati e – come avvenuto già sotto il regime di Mubarak – dopo attacchi giornalieri contro le forze di sicurezza hanno iniziato a colpire anche il turismo. Il governo del Cairo, trincerato in un apparente compiutezza della transizione democratica – ora più che mai con l’insediamento del nuovo parlamento – continua a negare che l’aereo russo sia esploso a causa di una bomba. Inoltre, la fallimentare politica della sicurezza e i nuovi attacchi della Provincia del Sinai, il gruppo che ha giurato fedeltà al califfo Al-Baghdadi nell’autunno del 2014, aumentano la sfiducia tra i turisti. Anche in Russia che con 4 milioni di turisti rappresenta la componente più forte del traffico turistico nei resort del Mar Rosso.

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    Laura Cappon
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Si insedia “il parlamento di regime”

Mortada Mansour è un avvocato egiziano noto all’opinione pubblica per le sue posizioni vicine al deposto dittatore Hosni Mubarak e per essere il presidente di una delle squadre di calcio più importanti del Cairo: lo Zamalek.

Mansour è stato eletto alle ultime elezioni parlamentari, terminate lo scorso dicembre e le prime dopo il colpo di stato che ha portato al potere l’ex generale Abdel Fattah el Sisi. Il nuovo parlamento, dopo tre anni di assenza, si è riunito ieri per la prima volta per il eleggere il suo presidente e Mansour, in perfetta linea con la sua stravagante personalità, non ha perso l’occasione per suscitare scalpore.

Nel giorno dell’insediamento della nuova Camera, il patron dello Zamalek ha modificato la formula giurando “sugli articoli della Costituzione” e non sul documento intero. Questo perché la carta costituzionale, approvata nel gennaio del 2014 e parte della nuova transizione democratica del presidente Abdel Fattah El Sisi, cita la rivoluzione di piazza Tahrir, quella che destituì, appunto, Hosni Mubarak.

Il 25 gennaio non è stata una rivoluzione ma una semplice rivolta“, ha affermato Mansour ai media egiziani. Il gesto del famoso avvocato può essere preso come un simbolo del nuovo parlamento.

La rivista americana Foreign Policy lo definisce una “foglia di fico all’autoritarismo del presidente Sisi”. La nuova camera, infatti, l’unica dopo l’abolizione del senato con l’ultima Costituzione, è composta da 596 deputati, la maggior parte dei quali appartengono a coalizioni vicine al governo. Inoltre, 75 sono ex membri delle forze di sicurezza o dei servizi segreti, mentre 28 sono stati direttamente nominati dal presidente Sisi.

Non c’è spazio dunque per l’opposizione: i Fratelli Musulmani che detenevano la maggioranza nel precedente parlamento post-rivoluzione eletto nel 2011 – poi dissolto per irregolarità l’anno successivo – sono stati dichiarati organizzazione terroristica e i suoi vertici sono stati condannati a pene durissime dalla giustizia egiziana.

Ora il nuovo organismo dovrà ratificare in solo 15 giorni circa 300 decreti presidenziali emessi negli ultimi anni dal presidente Sisi, che sino a ora deteneva il potere legislativo. Tra questi c’è anche la discussa legge anti-proteste e altri testi definiti da diversi attivisti “in piena violazione delle norme internazionali sui diritti umani”.

Ancora una volta la situazione ci riporta agli anni di Hosni Mubarak. L’ unica differenza è l’assenza di un partito di governo. Se l’ex rais era infatti appoggiato dal National democratic party (NDP), Sisi non ha mai fondato una formazione politica vera e propria.”Questo parlamento ha ben poco di rivoluzionario, non ha nulla dell’idea di un cambiamento radicale abbracciata dal 2011 in poi dalla maggioranza degli egiziani”, spiega Gennario Gervasio, professore di Storia del Medio Oriente alla BUE (British University of Egypt).

“E’ un parlamento di regime, l’unico dato positivo è la forte presenza di molte donne elette nella quote indipendenti. Per il resto questo organo non avrà nulla dei valori di piazza Tahrir”.

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    Laura Cappon
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Giornalisti, la scure della censura

Affiliazione all’organizzazione dei Fratelli Musulmani, promozione delle idee del movimento islamista e diffusione di notizie false.

Ancora una volta, in Egitto, queste accuse cadono su un giornalista.

Ismail Alexandrani è stato arrestato lo scorso primo dicembre. La magistratura egiziana ha ordinato per lui un provvedimento di custodia cautelare di 15 giorni. Alexandrani è stato fermato all’aeroporto di Hurgada, località sul Mar Rosso. Si era già trasferito, dopo un breve soggiorno negli Stati Uniti, in Turchia per evitare la sorte che ha accomunato molti reporter e ricercatori dopo l’arrivo dei militari e poi di Abdel Fattah El Sisi al potere dal luglio del 2013.

Il quotidiano Mada Masr parla di segnalazioni da parte anche dell’ambasciata egiziana in Germania – paese da cui Alexandrani era partito verso l’Egitto – che avrebbe informato il governo del Cairo sui suoi presunti legami con alcune organizzazioni per i diritti umani.

Alexandrani aveva recentemente scritto diversi articoli critici contro il presidente Sisi. Sui giornali libanesi Al-Safir e Al-Modon aveva pesantemente criticato la propaganda governativa sulla nuova tratta del canale di Suez e le operazioni contro il terrorismo fatte in Sinai e nel deserto occidentale egiziano.

Proprio la sua specializzazione accademica sul terrorismo lo rende ancora più indesiderato a un regime che punta a un blocco totale di tutte le informazioni provenienti dal Sinai e dal confine occidentale libico.

Nella penisola del Sinai lo scorso 31 ottobre un aereo di turisti russi è esploso in volo provocando la morte delle 224 persone a bordo. Il gruppo affiliato all’ISIS Wilayat Sina, la provincia del Sinai, ha rivendicato l’attentato. Un duro colpo per il governo egiziano che per l’ennesima volta subisce le conseguenze di una politica fallimentare, una strategia che anziché trovare una soluzione efficace contro i movimenti jihadisti ha privilegiato la repressione di tutte le forme di dissenso al presidente Sisi.

Con le stesse accuse di Alexandrani vennero detenuti per centinaia di giorni i tre giornalisti di Al Jazeera, arrestati nell’autunno del 2013; ma in questi ultimi 2 anni sono decine i reporter arrestati o che sotto minaccia hanno lasciato il paese.

Tra di loro c’è Hossam Baghat, altro giornalista investigativo detenuto per alcuni giorni lo scorso mese, e Mohammed Shawkan, il foto-reporter arrestato durante lo sgombero del sit-in islamista di Rabaa el Adaweya nell’agosto del 2013 e da allora ancora in carcere in attesa di giudizio.

L’organizzazione per i diritti umani Amnesty International, alcuni giorni fa, ha pubblicato una sua lettera. “Finalmente, nei prossimi giorni conoscerò almeno il mio destino. Ma non so. Come mi sento? In alcun modo sento che sarà per me un giorno di giustizia. Non voglio deludervi, cerco solo di essere realista”, afferma Shawkan. “Nel mio paese abbiamo perso il senso di questo tipo di parole. Certo, dopo più di 850 giorni nel buco nero senza equità né giustizia sono perso in un limbo. Solo perché stavo facendo il mio lavoro di fotografo. Sono in prigione senza neanche sapere perché sono qui! Mi dispiace dirvi che sono diventato una persona piena di disperazione. Questo è il mio nuovo ‘me’. Comunque, continuo a resistere al mio nuovo me grazie a voi, e solo grazie a tutti voi, tutte le persone che sono al mio fianco e mi sostengono”.

L’Egitto è al 159esimo posto su 180 paesi nell’indice della libertà di stampa, posizione che vista la continua e dura repressione governativa non è destinata a migliorare.

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    Laura Cappon
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Egitto, nuovi abusi delle forze dell’ordine

Talaat Shabeeb aveva 45 anni, martedì scorso è stato arrestato dalla polizia egiziana a Luxor per possesso di stupefacenti. Shabeeb è morto in cella, la motivazione data dalle autorità parla di “un peggioramento improvviso delle sue condizioni di salute”. Una versione che non convince i suoi familiari.

Hassan Said, cugino di Shabeeb, dice di aver visto dei lividi sul cadavere dell’uomo e sostiene che sia stato picchiato a morte dagli agenti di polizia. Niente di nuovo in Egitto, centinaia di manifestanti nei giorni seguenti alla morte di Shabeeb sono scesi in piazza a Luxor. “Al dakhlya baltagheya, (ossia “il Ministero degli Interni – e la polizia – sono dei teppisti”), questo lo slogan urlato da poche centinaia persone che sono state disperse dalla polizia in nome della legge anti proteste dell’autoritario regime di Abdel Fattah El Sisi. Anche qui niente di nuovo.

Quelle parole erano tra le più usate nelle rivolte di piazza contro la polizia. Sembra non esserci nessuna novità, dunque, nell’Egitto di Sisi che perpetua le peggiori abitudini e i peggiori crimini delle dittature precedenti. Le torture nelle carceri e nelle stazioni di polizia, come già ampiamente denunciato da diverse organizzazioni per i diritti umani , sono da sempre una prassi in Egitto. Human Rights Watch, in un report pubblicato nel 2011, le definiva “endemica agli apparati di sicurezza”. La difficoltà nel dare dei numeri precisi delle persone morte in carcere arriva anche dal divieto di accesso che le autorità egiziane impongono alle organizzazioni per i diritti umani.

Le testimonianze, arrivano, infatti dai parenti delle vittime o dai detenuti stessi dopo il loro rilascio. “Il sistema di polizia ha bisogno di una profonda riforma, la tortura è una pratica ben conosciuta che non si è fermata nemmeno durante la rivoluzione”, afferma un esponente di Human Rights Watch che per ragioni di sicurezza preferisce restare anonimo. Nel giugno del 2014 un’inchiesta del The Guardian denunciò la detenzione e la tortura di centinaia di persone nel carcere militare di Azouli nella cittadina di Ismailia. Diversi di loro sono stati incarcerati senza avere la possibilità di avvisare le famiglie o un loro legale e, secondo quanto riportato dal giornale britannico, hanno subito torture su base giornaliera.

Proprio da un abuso da parte delle forze di sicurezza scattò la scintilla della rivoluzione di piazza Tahrir, ormai quasi 5 anni fa. Khaled Said, un giovane di Alessandria, venne ucciso nel dicembre del 2010 in un internet café, picchiato a morte da alcuni agenti di polizia. La pagina Facebook Kullina Khaled Said (“siamo tutti Khaled Said”) raggiunse i 4 milioni di like e fu uno dei mezzi per organizzare le rivolte che deposero Hosni Mubarak. Intanto, il ministero degli Interni ha dichiarato ai media egiziani dai aver aperto un’inchiesta sulla morte di Shabeeb.

Abu Bakr Abdel Karim, vice ministro per le pubbliche relazioni e i media ha detto che il caso è stato portato davanti a un tribunale di competenza. “Il Ministero non può lasciare che la sua immagine venga offuscata da delle azioni individuali” ha affermato Abdel-Kerim al canale egiziano On Tv. La maggior parte degli agenti delle forze di sicurezza resta però impunita. Ancora di più oggi perché la propaganda di governo, portata avanti nel nome della lotta contro il terrorismo, continua a giustificare una delle repressioni contro i diritti umani più pesanti della storia egiziana.

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    Laura Cappon
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