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Processo Condor, giustizia per i desaparecidos

Non è mai troppo tardi perché a questo mondo venga fatta giustizia.

Ci riferiamo al processo clamorosamente concluso in Italia sull’Operazione Condor: quel fatale sistema repressivo ideato negli anni ’70 dal presidente degli Stati Uniti Richard Nixon e dal suo segretario di stato Henry Kissinger che, con il coordinamento della CIA, aveva organizzato i servizi di sicurezza delle dittature del Sudamerica per catturare, torturare ed eliminare fisicamente gli oppositori politici in quei paesi. (altro…)

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    Gianni Beretta
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La farsa elettorale nell’ultima Banana Republic

Situazione assai tesa e incerta in Honduras, ancora senza risultato elettorale presidenziale a dieci giorni dal voto di domenica 26 novembre.

Scrutate poco dopo la chiusura delle urne circa la metà delle schede, il candidato moderato dell’Alleanza d’Opposizione contro la Dittatura, il presentatore televisivo Salvador Nasralla, era dato dal Tribunale Supremo Elettorale cinque punti in vantaggio (tendenzialmente in crescita) sul suo avversario della destra del Partito Nazionale, il presidente uscente Juan Orlando Hernandez. Tanto che il terzo candidato minore riconosceva la vittoria di Nasralla.

E’ a questo punto che il sistema di trasmissione dei dati si è misteriosamente inceppato per ben tre volte. E quando ha ripreso a funzionare Hernandez è comparso improvvisamente in vantaggio di un punto su Nasralla.

I disordini sono subito scoppiati a Tegucigalpa e nelle principali città del paese, con un saldo di almeno sette vittime per mano delle forze di sicurezza. Il governo di Hernandez come reazione ha imposto, scrutinio in corso, lo stato d’emergenza per dieci giorni; con coprifuoco dalle sei di sera alle sei del mattino.

Il Tribunale Elettorale ha nel frattempo concluso il conteggio, che darebbe Hernandez vincitore; pur curiosamente senza proclamarlo ufficialmente come tale, di fronte alla pressante richiesta da parte dell’opposizione di ripetere la conta delle schede, in particolare il risultato di circa cinquemila urne mai pervenuto.

Il broglio è apparso da subito clamoroso. Tuttavia, dopo la repressione delle prime manifestazioni di piazza, è giunto il colpo di scena. Numerosi reparti della polizia, compresi i corpi speciali Cobras e Tigres, hanno annunciato uno sciopero bianco, rinchiudendosi nelle caserme e rifiutandosi di intervenire a soffocare le proteste.

Di qui gli osservatori internazionali dell’Organizzazione degli Stati Americani, fino a quel momento timidi, hanno preso coraggio ed hanno chiesto al Tribunale Supremo di accogliere la richiesta di Nasralla di includere nel conteggio le cinquemila urne mancanti. Gli osservatori dell’Unione Europea sono arrivati persino a sollecitare il rifacimento dell’intero scrutinio.

Di qui lo stallo; mentre è in corso un braccio di ferro fra i poteri forti di questo paese dagli esiti imprevedibili. Con l’ambasciata degli Stati Uniti (priva di ambasciatore da mesi) inusualmente silenziosa.

E’ d’obbligo ricordare che l’Honduras viene dal colpo di stato del giugno 2009, per il quale il presidente Manuel Zelaya (il cui partito è in coalizione con Nasralla) fu prelevato a forza dal suo palazzo e deportato a bordo di un aereo militare in Costa Rica. La sua colpa? Aver annunciato la realizzazione di un referendum popolare di riforma della Costituzione che permettesse la sua rielezione.

Hernandez si è invece ricandidato violando con disinvoltura la carta costituzionale grazie al suo controllo sulla Corte Suprema, che ha formulato una deroga speciale all’articolo che vieta la ricandidatura presidenziale.

Sullo fondo la lunga storia dell’ultima Banana Republic dell’istmo centroamericano, convertitasi in un narco-stato, di cui Juan Orlando Hernandez è il boss, insieme ad altri suoi pari dell’oligarchia honduregna e di settori dell’esercito. In attesa dell’epilogo della farsa elettorale in corso.

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    Gianni Beretta
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Attacchi acustici all’Avana, una ridicola spy story

Siamo in epoca di fake news. Non che le false notizie non fossero di moda nel passato. Diciamo che oggi la sfacciataggine non ha limiti.

Nel caso in questione si potrebbe parlare di una grottesca “diplomatic fake news”, con Donald Trump a fare da maestro di cerimonia, anche da presidente degli Stati Uniti d’America.

Nei mesi scorsi il Dipartimento di Stato Usa ha lamentato misteriosi “attacchi acustici” all’udito di una ventina di propri diplomatici a Cuba, riportando in alcuni casi imprecisati danni irreversibili. Tanto da disporre qualche settimana fa, in rappresaglia, l’allontanamento di due diplomatici cubani da Washington.

Nel 2015, dopo oltre mezzo secolo di rottura delle relazioni diplomatiche, l’ex presidente Barack Obama e il leader cubano Raul Castro avevano deciso di riaprire le rispettive ambasciate nelle capitali dei due paesi.

E ora il nuovo segretario di stato Rex Tillerson minaccia già di ritirare il suo personale da L’Avana.

Il governo cubano ha reagito con sorpresa, smentendo ogni tipo di azione ostile. Non solo: per la prima volta nella ormai sessantennale storia della rivoluzione cubana (particolarmente gelosa della propria sovranità nazionale) ha permesso che un’equipe di specialisti dell’FBI si recasse a Cuba per occuparsi del caso; ispezionando i locali della sede dell’ambasciata Usa (situata sul lungo mare di L’Avana) e le residenze dei funzionari diplomatici interessati dalla vicenda (diversi dei quali rientrati nel frattempo negli States). Ma la squadra di provetti James Bond non ha trovato alcunché.

Mentre la scorsa settimana il ministro degli esteri cubano, Bruno Rodriguez, si è riunito col suo omologo nella capitale statunitense. Al termine del lungo colloquio Tillerson ha fatto sapere che “probabilmente” il fantomatico attacco sarebbe stato perpetrato da un “paese terzo nemico”; o comunque da “nemici” del disgelo fra Cuba e Usa. Ha dunque deciso di non chiudere per ora l’ambasciata Usa. Ma, ritenendo in ogni caso che le autorità cubane non sarebbero in grado di garantire “la sicurezza” del proprio personale, ha disposto un drastico taglio dei funzionari; oltre a lanciare un monito ai cittadini statunitensi che intendessero recarsi a Cuba; e sospendendo (per l’impossibilità di far fronte al carico amministrativo) il rilascio di visti ai cubani che intendessero andare negli Stati Uniti.

Donald Trump, poco dopo il suo insediamento nel gennaio scorso, aveva cancellato alcune aperture verso Cuba propiziate dal suo predecessore Obama. E ora, dopo aver affermato sulla vicenda in questione che “a Cuba accadono fatti assai gravi”, cerca di trovare il pretesto per sospenderne altre. Ma si trova di fronte a una certa opposizione da parte dei businessmen statunitensi sbarcati nell’isola caraibica per fare affari; oltre che da una buona fetta di opinione pubblica nordamericana (compresi cubano-americani di matrice repubblicana). Basti pensare che solo lo scorso anno sono stati 250mila i turisti arrivati dal “gigante del nord” per visitare la “perla delle Antille”.

Per di più il governo di Raul Castro sta osservando alla lettera gli impegni assunti negli storici accordi con Obama del 2014.

E allora il nuovo inquilino della Casa Bianca ha pensato bene di provare a inventarsi questa ridicola spy story, che sa di guerra fredda anni ’60; con fantomatiche armi elettromagnetiche e marchingegni a ultrasuoni, spara fake news.

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    Gianni Beretta
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Il tormentone delle rielezioni presidenziali

E’ addivenuto a più miti consigli il presidente del Paraguay, Horacio Cartes, del conservatore Partido Colorado, con la sua dichiarazione di rinuncia a postularsi nel 2018 per un secondo mandato; che avrebbe necessitato di una riforma costituzionale ad hoc.

Ma per dissuaderlo ci sono voluti i violenti scontri del 31 marzo scorso, culminati col parziale incendio del parlamento ad opera di gruppi dell’opposizione liberale, che considerava le aspirazioni di Cartes un abuso di potere.

Resta aperta la discussione nell’assemblea legislativa sulla possibilità a futuro di compiere due mandati di fila. Ma, nel caso passasse, non sarà comunque Cartes il primo presidente a beneficiarne.

Quello della rielezione presidenziale (forzando modifiche costituzionali) si è convertito ormai da tempo in un vero e proprio tormentone in America Latina, che interessa via via capi di stato uscenti sia di destra (come nel caso attuale del Paraguay) che di sinistra.

Riferendosi a quest’ultima, il dilemma riguarda in particolare i Paesi dell’Alleanza Bolivariana (Alba), alla disperata ricerca di successori all’altezza per consolidare i cambiamenti progressisti che, bene o male, sono stati capaci di promuovere in funzione anti-neoliberista.

In Venezuela l’insostituibile fondatore del Socialismo del Siglo XXI, Hugo Chavez, vinse a suo tempo un referendum costituzionale al riguardo; salvo poi morire prematuramente e lasciare orfano un Paese, oggi sprofondato nel caos.

In Nicaragua invece l’ex comandante guerrigliero Daniel Ortega, in un delirio di potere, non è andato tanto per il sottile: con il ridicolo argomento che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani “prevaleva” sulla costituzione nicaraguense (laddove recita che ogni cittadino ha diritto di eleggere ma anche di essere eletto) ha imposto d’autorità la modifica della carta magna per garantire la sua rielezione indefinita. Ed ora è al suo terzo periodo; con sua moglie a fare da vicepresidente.

Per fortuna non è andata così nelle recenti elezioni in Ecuador, dove l’uscente Rafael Correa ha coraggiosamente rinunciato a ripresentarsi (nonostante la costituzione glielo permettesse) propiziando l’elezione, ai primi di questo mese, del suo compagno di partito Lenin Moreno.

Più complessa la situazione in Bolivia. Il presidente Evo Morales (già al suo terzo mandato) ha tentato di cambiare la costituzione ricevendo un no di misura nel referendum popolare dello scorso anno. Ma pare non avere un erede con il suo carisma per il 2019. Per questo sta studiando qualche altro artificio giuridico (o una nuova consultazione nazionale) per ovviare a quel referendum negativo. Col rischio di alienarsi ulteriormente quel consenso maggioritario che aveva dai boliviani.

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    Gianni Beretta
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Ecuador, ha vinto Lenín Moreno

In Ecuador, alla vigilia dell’incerto ballottaggio presidenziale dello scorso fine settimana, dirigenti e militanti del partito-movimento Alianza País temevano che il contemporaneo caos istituzionale nel vicino e politicamente cugino Venezuela, potesse ripercuotersi negativamente fino a favorire l’affermazione della destra neoliberista dell’ex banchiere Guillermo Lasso.

E invece Lenín Moreno, 64 anni, tre figlie, laureato in amministrazione pubblica, ex vice del presidente uscente Rafael Correa fra il 2007 e il 2013, si è imposto con un certo agio.

E molto di questo successo lo si deve proprio a lui, che già al primo turno del febbraio scorso aveva sfiorato quel 40% dei consensi che gli sarebbero bastati per diventare subito capo di stato. E che è riuscito a resistere all’ondata del conservatore Lasso, che per il testa a testa aveva riunito intorno a sé tutte le lobby della destra ecuadoriana, a partire dalle più reazionarie.

Perché forse solo Lenín Moreno (fu il padre a imporgli il nome del leader della rivoluzione russa), socialista moderato, affabile, rigoroso (soprattutto nei confronti del malaffare politico-economico) e per nulla ambizioso, poteva ereditare la carica di Rafael Correa; che per cambiare le sorti di questo ingovernabile e corrotto paese non poteva che avere avuto uno stile determinato e persino irruente.

Dal 1998, vittima di una rapina a mano armata, Moreno è su una sedia a rotelle. E sulla disabilità ha incentrato molto del suo impegno politico e sociale. Tanto che l’ex segretario generale della Nazioni Unite, Ban Ky-moon, nel 2013 lo nominò proprio delegato nella Commissione Onu di Ginevra sui diversamente abili.

Correa ha saputo fare marcia indietro e rinunciare a ricandidarsi dopo 10 anni di seguito al governo. Ma poteva farlo perché sapeva di avere un successore all’altezza. Moreno è preparato, oltre che con un carattere conciliante quanto fermo. La persona giusta per dare un futuro alla Revolución Ciudadana dell’Ecuador (paese che forma parte dell’Alianza Bolivariana); e per navigare nelle agitate acque dell’America Latina, dove nell’ultimo paio d’anni lo scontro fra la sinistra (nelle sue varie accezioni) e un neoliberismo a caccia di rivincita, si è fatto arrembante.

 

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    Gianni Beretta
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Migranti africani: i naufragi nel Pacifico

Che emigranti provenienti dall’Africa o dal Medio Oriente anneghino nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere le sponde dell’Unione europea è ormai purtroppo notizia assai frequente.

Ma non accade solo al largo delle nostre coste. Un flusso, certo molto minore, di africani provenienti dal Congo, dal Senegal e dal Togo giungono in Brasile in aereo e intraprendono il loro lunghissimo esodo via terra verso Nord con meta gli Stati Uniti.

Ma quando giungono nell’istmo centroamericano vengono fermati al confine fra il Costarica e il Nicaragua. Le guardie di frontiera del governo del presidente Daniel Ortega li blocca e li rimanda indietro.

E così centinaia di profughi si accampano per settimane o mesi in territorio limitrofe costarricense in attesa di trovare il modo di oltrepassare illegalmente il Nicaragua verso l’Honduras; per poi proseguire verso Nord, insieme a centinaia di centroamericani che da sempre emigrano negli States in cerca di miglior vita.

E l’unica via per loro sono le barche dei coyotes che, a caro prezzo, li trasportano o al largo del Pacifico nicaraguense, oppure per gli innumerevoli corsi d’acqua che attraversano i due Paesi fino al Gran Lago di Nicaragua. Ma in questo tragitto sono già una ventina gli africani annegati negli ultimi mesi dello scorso anno. Mentre coloro che sono naufragati o catturati sulle coste nicaraguensi sono stati deportati in Costa Rica. Con le autorità nicaraguensi a minacciare di multe o con il carcere coloro che li accogliessero e rifocillassero.

Non è semplice darsi una spiegazione di questo atteggiamento di chiusura verso migranti che sicuramente non si fermeranno mai in Nicaragua. Salvo per i numerosi cubani che tentano anch’essi quest’avventura via Panamà, dove giungono in aereo da Cuba; il cui governo è stretto amico di Daniel Ortega.

Anche se, dall’avvento di Donald Trump alla Casa Bianca, questo flusso di cubani e africani è forse destinato ad assottigliarsi.

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    Gianni Beretta
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Venezuela, esautorato il parlamento

Si avvita a dismisura su se stessa la crisi politico-istituzionale in Venezuela dopo che il Tribunale supremo di Giustizia, controllato dal chavismo, ha esautorato tout court dalle sue prerogative il parlamento, dove invece è l’opposizione ad avere la maggioranza.

Il massimo organo del potere giudiziario imputa al parlamento il fatto di avere integrato (contro il suo parere) tre parlamentari del centrodestra, la cui elezione (nel dicembre 2015) era stata contestata. Tre parlamentari numericamente decisivi perché l’opposizione ottenesse la maggioranza assoluta dei due terzi dei seggi; dunque in grado di esigere elezioni presidenziali anticipate.

Non solo: il Tribunale supremo di Giustizia ha di fatto avocato a sé le funzioni stesse dell’Assemblea legislativa.

Insomma, è in corso un durissimo scontro fra i tre poteri dello Stato, con da una parte la magistratura e il potere esecutivo (impersonato dal presidente Nicolas Maduro) e dall’altra il potere legislativo, di fatto delegittimato.

Naturalmente è saltato anche ogni tentativo di dialogo fra le parti, da molti mesi mediato dal Vaticano e da vari ex capi di governo (come l’ex primo ministro spagnolo Zapatero).

L’opposizione al governo bolivariano ha subito ottenuto il sostegno del segretario generale dell’organizzazione degli Stati Americani, Luis Almagro, che ha minacciato a sua volta di sospendere il Venezuela dall’organizzazione stessa.

Mentre dal canto suo il presidente Maduro ha sollecitato “l’aiuto umanitario” delle Nazioni Unite per affrontare la drammatica crisi nell’approvvigionamento di medicinali nel Paese; da lui attribuita al boicottaggio economico dell’impresa privata che ha sostanzialmente paralizzato la produzione di numerosi generi di prima necessità (alimentari compresi).

In questo contesto, tutti gli attori in gioco, dentro e fuori del Venezuela, guardano all’atteggiamento delle forze armate: al momento leali, ma chissà fino a quando, all’erede dello scomparso Hugo Chavez.

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    Gianni Beretta
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La Storia lo assolverà

Doveva essere destino trovarmi “casualmente” a Cuba per l’ultimo saluto al Comandante en Jefe Fidel Castro Ruz. Come nell’ottobre 1997, quando dalla Bolivia giunsero i resti del Che. Anche allora il percorso fu il medesimo: dall’oceanico tributo nella Plaza de la Revolución di L’Avana, fino a Santa Clara, dove fu inumato. Ma l‘affollatissima carovana con le ceneri di Fidel, seguendo lo stesso tragitto (all’inverso) di quei primi giorni del gennaio 1959, è proseguita fino all’estremo oriente, a Santiago, culla della rivoluzione ai piedi della Sierra Maestra. Ceneri del “Comandante en Jefe” che sono state deposte nell’ultimo saluto ieri nel cimitero di Ifigenia, a fianco della tomba del padre dell’indipendenza dalla Spagna José Martí.

Sì, perché Fidel, è stato prima di tutto un nazionalista e un antimperialista; e a ragion veduta, per essere a sole 90 miglia dalle coste del “gigante del nord”, che di fatto operò l’annessione della Perla de las Antillas convertendola nel bordello di Miami (affidato in gestione al dittatore Fulgencio Batista).

Il partito comunista esisteva già dagli anni venti a Cuba. Ma Fidel attese fino al 1965 per ricostituirlo ex novo: dopo il tentativo d’invasione della Baia dei Porci, dopo l’imposizione dell’embargo economico-commerciale e numerosi vani tentativi di stabilire con Washington un rapporto di reciproco rispetto e sovranità.

Influenzato da Che Guevara, Castro aveva già espresso un suo orientamento socialista; ma fece più tardi la scelta di campo definitiva, per necessità, giostrandosi magistralmente fra le due superpotenze. E senza al contempo inginocchiarsi a Mosca; al contrario mantenne una grande autonomia nella sua politica verso l’America Latina e, successivamente, anche verso l’Africa, figurando tra i leaders del Movimento dei Non Allineati, per un’autodeterminazione dei popoli.

Terminata la “guerra fredda” con la caduta del Muro di Berlino, Cuba perse il proprio ruolo internacionalista, salvo continuare a inviare medici e maestri in tutto il Centro e Sudamerica (e non solo). I più la diedero mille volte per spacciata. Sono passati invece ben 11 presidenti degli Stati Uniti (alcuni per un doppio mandato) ma Cuba è ancora lì, con la stessa dignità. Chi avrebbe mai detto che avrebbe resistito ormai per quasi sei decadi, tre delle quali orfana dell’Urss? A testimoniare come quella cubana, con il suo “socialismo tropical”, sia stata una rivoluzione autenticamente popolare.

Tocca ora a tre generazioni cresciute da Fidel continuare nella sua opera: resistendo all’imminente “era Trump”, in un subcontinente latinoamericano dove (dopo la debacle dei governi di Brasile e Argentina) pare si sia invertita l’ondata progressista.

Intanto lui, Fidel, la storia l’ha fatta; e di certo la storia lo assolverà.

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    Gianni Beretta
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C’era una volta la rivoluzione sandinista

E’ andata come da copione. Anzi, stavolta Daniel Ortega, a scrutinio quasi ultimato, avrebbe superato il record del 70 per cento dei consensi. Del resto, quando disponi mesi prima la clamorosa destituzione di tutti i deputati dell’opposizione in parlamento e designi tu stesso chi dovranno essere i tuoi contendenti; e, come se non bastasse, vieti ogni osservazione elettorale indipendente e internazionale, il successo non può che essere garantito; e nelle dimensioni che stabilisci a tavolino.

All’opposizione (liberale e dei sandinisti fuorisciti) non è rimasto che chiamare all’astensione che, assicura, avrebbe riguardato i tre quarti degli aventi diritto. Le autorità elettorali “orteguiste” sostengono invece che la diserzione dal voto abbia contato per un fisiologico 35 per cento.

Un fatto è certo: girando ieri per i seggi della capitale non si sono viste le interminabili code delle elezioni del passato. Nonostante, in questo clima di vera e propria caccia alle streghe, i dipendenti statali siano stati minacciati di perdere il posto se non si fossero recati alle urne.

Ma andiamo ancora più al sodo. A che pro tutto ciò?

Chi pensa che Daniel Ortega, sempiterno candidato di quanto rimane del Fronte Sandinista (alla sua terza rielezione consecutiva) stia ripercorrendo le orme della passata Rivoluzione Popolare, inganna se stesso.

Nel Nicaragua dimenticato o rimosso, l’ex comandante guerrigliero ha patteggiato in questi anni con la destra ultrareazionaria e con la vorace impresa privata (garantendole esoneri di imposte, assenza di scioperi e i salari più bassi del Centroamerica); con l’arcinemico storico cardinale Obando Y Bravo (facendosi da lui risposare in chiesa e cancellando la legge che consentiva l’aborto terapeutico); fino a compiacere il Fondo Monetario Internazionale e sostenere il trattato di libero commercio con gli Stati Uniti (il Cafta).

Il tutto per fare affari per la sua famiglia e il suo clan. Collocando i numerosi figli in posti chiave dell’economia e dei media. Fino a imporre la moglie, Rosaria Murillo, come sua vicepresidente. Il che prefigura l’avvento di una nuova dinastia.

E dei poveri che tanto sbandierava di voler rappresentare? La realtà è che dopo dieci anni di suo “nuovo” governo il Nicaragua continua ad essere il Paese più indigente dell’America Latina (dopo Haitì). Quella di Ortega verso i meno abbienti è una politica puramente assistenzialistica: con la distribuzione di qualche animale da cortile o lamine di zinco per i tetti delle catapecchie dei più diseredati. Nulla di strutturale. E se il Nicaragua non è entrato nella spirale di tragica violenza quotidiana come i vicini Honduras, El Salvador e Guatemala (che ne fanno i Paesi più violenti al mondo in assenza di conflitti) lo si deve ancora alla passata rivoluzione che creò una polizia e un esercito da zero.

Ma i conti stanno venendo al pettine, dentro e fuori del Nicaragua; che già non potrà contare sui denari e il petrolio del Venezuela di Nicolas Maduro (che Ortega gestiva in proprio, fuori dal bilancio dello Stato).

Daniel stavolta ha esagerato.

Del resto, se si fosse sentito così sicuro del sostegno così massiccio dei nicaraguensi, perché avrebbe dovuto orchestrare una simile gigantesca farsa elettorale?

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    Gianni Beretta
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Colombia, è finita la guerra con le Farc

Solenne firma degli accordi di pace fra governo e guerriglia in terra colombiana (a Cartagena de Indias) alla presenza di una dozzina di capi di stato e una trentina di ministri degli esteri. Fra gli invitati Raul Castro da L’Avana, che per quattro lunghi e tormentati anni ha ospitato le negoziazioni sotto l’egida, oltre che di Cuba, della Norvegia, del Cile e del Venezuela.

Ma anche il segretario di stato Usa John Kerry era presente (con la promessa di finanziare il processo di pace con 660 milioni di dollari). Così come Federica Mogherini, che ha annunciato la sospensione delle Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane (FARC) dalla lista nera delle organizzazioni terroriste.

Tutti ad applaudire dunque la stretta di mano fra il presidente Juan Manuel Santos e il comandante delle Farc, Rodrigo Londoño (alias Timochenko) che dovrebbe porre fine a 52 due anni di conflitto interno (il più prolungato e sanguinoso nella storia dell’America Latina con 218mila vittime e 7 milioni di contadini sfollati).

Il condizionale è d’obbligo visto che già domenica prossima, 2 ottobre, si terrà in Colombia un plebiscito sull’intesa, il cui esito i sondaggi danno come altalenante; anche se prevale di poco il Sì. A schierarsi contro gli accordi è soprattutto l’ex presidente ultra-reazionario Alvaro Uribe (legato nel passato ai gruppi paramilitari, campioni di violazioni dei diritti umani nel paese) che accusa Santos di “resa di fronte ai terroristi”.

Dopo di che i guerriglieri avvieranno la fase di concentrazione in alcuni punti del territorio nazionale; per successivamente consegnare le armi, sotto la supervisione delle Nazioni Unite. La procedura durerà circa sei mesi; mentre il cessate il fuoco era già iniziato a fine negoziato il 28 agosto scorso).

Da ultimo le Farc si convertiranno in partito politico e parteciperanno alle prossime elezioni legislative. Sperando che non accada come in un precedente tentativo di pacificazione nazionale (a cavallo degli anni ’80 e ’90) quando i dirigenti dell’Unione Patriottica (neo braccio politico delle Farc) furono uccisi uno per uno dai paramilitari.

Se tutto andrà bene anche papa Francesco si recherà in Colombia il prossimo anno per porre il suo sigillo sulla pace; dopo che aveva fatto capolino al tavolo delle trattative nel suo viaggio a Cuba di un anno orsono. A Cartagena Ha il inviato il suo segretario di Stato Pietro Parolin.

L’altra organizzazione guerrigliera colombiana (l’Esercito di Liberazione Nazionale ELN) assai minore ed anch’essa impegnata in una negoziazione per la sospensione delle ostilità, ha osservato un cessate il fuoco unilaterale in questa giornata storica per la Colombia.

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    Gianni Beretta
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Il tramonto del Sudamerica progressista

La definitiva defenestrazione di Dilma Rousseff da presidente del Brasile sancisce (ahimè) il lento esaurirsi della forza propulsiva (di berlingueriana memoria) delle istanze progressiste in America Latina; cui avevano dato il via, un paio di decadi fa, lo stesso Partito del Lavoratori (PT) di Lula da Silva in Brasile e il bolivarismo venezuelano (rimasto poi fisicamente orfano del suo leader Hugo Chavez).

A Paesi conservatori come Perù e Paraguay si è aggiunto un campione di neoliberismo come Mauricio Macrì, che ha spazzato via il kirchnerismo peronista nel colosso Argentina. Mentre la socialista Michelle Bachelet in Cile non si è mai risollevata in popolarità dallo scandalo familiare d’inizio mandato. E presidenti come Evo Morales in Bolivia e Rafael Correa in Ecuador mostrano di essere in affanno e soprattutto senza validi successori all’orizzonte.

Non basterà dunque la minuscola isola democratica dell’Uruguay di Tabaré Vasquez (e del suo generoso predecessore José Alberto Mujica) a risollevare l’immagine del subcontinente. E forse neppure lo storico accordo di pace recentemente sottoscritto fra governo e guerriglia nella Colombia di Juan Manuel Santos, che rischia di essere vanificato dal “no” del suo predecessore ultrareazionario Alvaro Uribe, nel referendum popolare di ottobre. Ometto volutamente il Messico e l’istmo centroamericano, non classificabili essendo tragicamente in balia del narcotraffico.

Deve però essere chiaro che non sono stati solamente il logoramento di lunghi e difficili anni al governo, né gli inesorabili fenomeni di corruzione ad avere indebolito le forze democratiche latinoamericane fin quasi alla débâcle.

Certo sono lontani i tempi delle dittature sanguinarie che imperversavano in quasi tutto il Centro e Sudamerica; e che l’ondata di queste variopinte sinistre, in pro di una genuina democrazia, hanno relegato per sempre (speriamo) alla storia.

Ma, come dimostra il pervicace golpe de facto in Brasile, è in corso da tempo una strategia precisa da parte dei poteri forti storici (quelli che risalgono ancora ai tempi della colonia, sempre sostenuti dai loro pari negli Stati Uniti, seppur oggi con un presidente Obama soft) di riprendersi quanto perduto: soprattutto quella fetta di ricchezza che la sinistra latinoamericana (in piena epoca, nell’emisfero nord-occidentale, di concentrazione di beni nelle mani di sempre più pochi) ha saputo ridistribuire, togliendo decine di milioni di persone dall’estrema povertà.

Alcune delle quali (persone) nel segreto dell’urna, le si sono poi (purtroppo) rivoltate contro.

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    Gianni Beretta
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Fidel Castro: 90 anni e 12 presidenti Usa alle spalle

Ha visto passare una dozzina di presidenti degli Stati Uniti, che si ripromettevano ogni volta di rovesciarlo. Lo hanno dato per morto un sacco di volte. Il suo coccodrillo è pronto da qualche decennio nelle redazioni dei giornali di tutto il mondo; con la stampa a speculare sulle sue condizioni di salute ad ogni assentarsi pubblico appena prolungato.

E invece Fidel Castro Ruz è arrivato ai novant’anni; in fragile salute ma mentalmente lucido.

Qui risiede uno dei motivi della lunga durata (ad appena 90 miglia dalle coste degli Usa) della rivoluzione cubana, anch’essa alle soglie dei 60 anni: l’essere guidata da uno dei più grandi e abili statisti del secolo scorso, la cui longevità ha sfidato qualche centinaio fra attentati e complotti della Cia; che con la sua eliminazione avrebbe sicuramente azzerato l’esperienza cubana.

L’altro fattore decisivo per la sopravvivenza della Cuba castrista è paradossalmente rappresentato dall’essere un’isola; dunque non subdolamente infiltrabile via terra, ma invadibile solo con un troppo clamoroso sbarco  tout court (come per la fallita invasione della Baia dei Porci del 1961).

Il lider maximo cubano si è ritirato invece una decina d’anni fa per naturali problemi di salute (con gli osservatori internazionali a scommettere che il regime non sarebbe durato).

Suo fratello Raul gli è succeduto; e il ruolo delle parti fra i fratelli Castro si è invertito: con Fidel stavolta a fare il “cattivo” o comunque il diffidente sulla buona fede degli Stati Uniti nel recente storico riavvicinamento.

Di lui hanno detto i più (anche a sinistra) che sia stato un dittatore. Persino un satrapo.

Ma a vedere come sta procedendo la storia recente dell’umanità, fitta di squali della globalizzazione del dio denaro, di fronte a tanta resistenza di una Cuba dignitosamente (suo malgrado) austera, verrebbe ancora da dire, se possibile: larga vida a Fidel y a la Revolucion.

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    Gianni Beretta
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Firmata la pace tra governo e Farc

Dopo oltre mezzo secolo di conflitto bellico, più di duecentomila morti, 45mila desaparecidos e quasi sette milioni di sfollati interni, è arrivato il momento della pace in Colombia. Il governo del presidente Juan Manuel Santos e il leader delle Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane (Farc, la guerriglia più antica del continente americano) Rodrigo Londoño (alias comandante Timochenko) hanno sottoscritto uno storico “cessate il fuoco bilaterale e definitivo”, ovvero la fine delle ostilità.

La firma è stata apposta a L’Avana sotto l’egida del presidente Raul Castro e del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, nonché dei presidenti di Cile, Messico, Venezuela, El Salvador e Repubblica Dominicana.

Il prossimo passo sarà (probabilmente il prossimo 20 luglio) la firma globale di tutti i punti degli accordi di pace via via concordati in questi tre anni e sei mesi di estenuanti negoziati a Cuba.

Secondo il cronogramma di applicazione dell’intesa entro agosto inizierà la tregua permanente con la concentrazione dei guerriglieri in 23 zone del Paese. Dopodiché prenderà il via la consegna e distruzione delle armi; con il conseguente inserimento degli ex ribelli nella vita politica del Paese. Il tutto nell’arco di meno di un anno.

Per il presidente Santos la guerriglia “ha finalmente scelto la via dell’opposizione politica legale”. Mentre il comandante Timochenko ha affermato come non ci siano stati “né vinti né vincitori”.

Sarà comunque un plebiscito popolare (nei prossimi mesi) a legittimare o meno gli stessi accordi di pace.

L’unico a dichiararsi pubblicamente (e insidiosamente) contro l’intesa è stato l’ultrareazionario ex presidente colombiano Alvaro Uribe.

C’è da augurarsi ora che non finisca tutto come a cavallo degli anni ’80 e ’90, quando il primo vero tentativo di pacificazione fra le parti fu frustrato per mano dei gruppi paramilitari (cui Uribe è strettamente legato) che assassinarono uno per uno tremila militanti dell’Unione Patriottica, braccio politico delle Farc.

La firma degli accordi con le Farc dovrebbe poi propiziare la conclusione delle trattative fra il governo colombiano e il minoritario gruppo guerrigliero dell’Esercito Nazionale di Liberazione (Eln).

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    Gianni Beretta
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Washington-Caracas, prove di dialogo

“E’ necessario intavolare un dialogo diretto e immediato fra i nostri due governi”. Così a sorpresa si sono pronunciati il segretario di Stato Usa, John Kerry e la ministro degli esteri venezuelana, Delcy Rodriguez, a conclusione dell’Assemblea Generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) tenutasi a Santo Domingo.

Nel pieno della crisi politica e del caos economico in Venezuela, pare dunque compiersi un timido avvicinamento fra i due Paesi, a confermare la gravità della situazione a Caracas, dove l’opposizione al presidente chavista Nicolas Maduro (che ha la maggioranza assoluta in parlamento) intende convocare un referendum “revocatorio”, appoggiato in primis proprio da Washington.

L’artefice di questo tentativo di disgelo (dopo che gli Stati Uniti avevano inserito lo scorso anno il Venezuela nella lista nera dei Paesi che minacciano la loro sicurezza nazionale) è Thomas Shannon, navigato esperto politico-diplomatico dell’America Latina e attuale consigliere di Kerry.

Shannon, preoccupato per l’inconcludenza delle trattative fra Maduro e opposizione, mediate dal dicembre scorso da ben tre ex presidenti (lo spagnolo Zapatero, il panamense Torrijos e il dominicano Fernandez) si è deciso ad avanzare la proposta di conversazioni dirette fra Caracas e Washington proprio nel momento in cui l’Osa si avvia maggioritariamente a isolare il Venezuela (dopo la caduta dei governi progressisti di Brasile e Argentina).

Shannon teme che il fallimento di ogni mediazione possa far precipitare gli eventi verso conflitti interni violenti e dagli esiti imprevedibili. A partire da un presupposto per Maduro irrinunciabile: così come l’opposizione presiede legittimamente il parlamento dopo il voto democratico del dicembre scorso, allo stesso modo Maduro, che si installò alla presidenza della repubblica con elezioni altrettanto legittime, deve portare a conclusione il suo mandato.

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    Gianni Beretta
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El Salvador, il Paese degli oligarchi

Il primo giugno a El Salvador si compiono due anni esatti dall’insediamento alla presidenza della repubblica di Salvador Sanchez Ceren, ex comandante della guerrigliero durante il sanguinoso conflitto armato degli anni ’80, cui posero fine gli accordi di pace del 1992.

Ceren aveva prevalso al ballottaggio sulla destra di Arena (Alleanza Repubblicana Nazionalista) con uno scarto solamente dello 0,1 per cento dei voti, dimostrando comunque che in un contesto decentemente democratico di elezioni libere, la sinistra potevaraggiungere il governo attraverso le urne. Cosa che le era stata impedita nel passato con brogli elettorali e una repressione sanguinaria, che la costrinsero ad imbracciare le armi.

Tuttavia governare non si sta rivelando per niente una passeggiata per l’oggi partito Fronte Farabundo Martì (FMLN), a partire dal non avere la maggioranza assoluta in parlamento, che costringe il governo a negoziare al ribasso ogni provvedimento con la destra di Arena. Il Fronte è così impossibilitato a far passare quella riforma fiscale indispensabile per avviare una redistribuzione effettiva della ricchezza concentrata da sempre nelle mani dell’oligarchia. Oligarchia che perpetua lo schema coloniale che si prolunga da cinque secoli e che riduce la stragrande maggioranza del paese a peones, condannati alla perenne povertà. Infatti a El Salvador, così come nel resto dei Paesi centroamericani confinanti, i ricchi e le loro imprese scandalosamente non pagano quasi imposte dirette sui loro redditi e patrimoni.

Se a questo si aggiunge che la moneta nazionale circolante è il dollaro statunitense coniato a Washington, ci si può immaginare quanto scarsi siano i margini di manovra economica e finanziaria per il governo del FMLN (oltre che dover gestire un paese con il più alto costo della vita nella regione).

Da ultimo il gravissimo problema della violenza delle bande giovanili, manovrate dal narcotraffico e dalla criminalità organizzata e che tanto comodo fanno alla destra politica che da un lato chiede “mano dura” per reprimerle e dall’altro le manipola, se non le controlla direttamente.

Ogni mese si registrano in El Salvador una media di 500 morti ammazzati su una popolazione di 5 milioni di abitanti, quasi tutti sotto i trent’anni. Facendo le debite proporzioni è come se Italia si contassero 6mila assassinii al mese. Analoga tragedia nei vicini Guatemala e Honduras, che fanno di questi paesi le nazioni più violente al mondo senza che sia in corso alcuna guerra.

Nelle ultime settimane pare che il governo sia riuscito a contenere in parte questo fenomeno che si concentra in giovani senza lavoro, disperati, che si organizzano per controllare interi quartieri popolari, finanziandosi con le estorsioni.

Il presente e il futuro di questo Paese non è dunque per niente roseo. Fino a che i suoi politici, tutti, non si ispireranno e non si approprieranno dell’eredità e degli ideali di pace e giustizia sociale per i quali si era battuto l’arcivescovo di San Salvador, Oscar Arnulfo Romero, assassinato dagli squadroni della morte mentre celebrava messa il 24 marzo 1980 (e da poco beatificato da papa Francesco) difficilmente El Salvador potrà uscire da questa spirale di violenza e povertà.

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    Gianni Beretta
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