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Panama-Cina, diplomazia e affari

Panama stabilisce rapporti diplomatici con la Cina e molla Taiwan. In base al principio di “una sola Cina”, le due entità politche eredi del Celeste Impero si escludono infatti a vicenda: chi riconosce diplomaticamente Taipei non può avere relazioni con Pechino e viceversa. Oggi, sono sempre meno i Paesi che considerano “Cina” la ex Formosa e saltano invece sul carro della Cina continentale. Nel 1909, Panama aveva stabilito relazioni diplomatiche con l’ultima dinastia cinese, quella Qing, e aveva poi continuato a mantenere relazioni con Taiwan, riconoscendola come erede della Cina imperiale. Pechino la considera invece una provincia ribelle che prima o poi tornerà sotto controllo.

Lunedì, è stato il presidente panamense Juan Carlos Varela ad annunciare in televisione che il suo Paese e la Cina hanno stabilito rapporti diplomatici formali e a comunicare parallelamente l’interruzione di ogni legame con Taiwan. Il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, si è affrettato a dichiarare che Panama ha fatto la scelta giusta per la propria gente e soprattutto una scelta al passo dei tempi.

Il voltafaccia è decisamente una vittoria per Pechino in America Centrale, regione dove sono ancora concentrati alcuni dei circa venti Paesi che hanno legami diplomatici con Taiwan: Nicaragua, Honduras, Guatemala, Belize, San Salvador. Ma in quest’area la Cina sta penetrando sempre più grazie al potere della sua economia, che si materializza soprattutto in contratti energetici e nella costruzione di infrastrutture. L’attivismo cinese in America Latina si manifesta proprio mentre Donald Trump, oltre a minacciare la deportazione degli immigrati clandestini latinos, cancella la partecipazione statunitense al patto commerciale trans-pacifico, che avrebbe coinvolto Paesi come Cile, Messico e Perù.

L’offensiva dello charme cinese ha come al solito la faccia molto prosaica del business, in questo caso trainato da logistica e trasporti. Tra il 2014 e il 2016, la honkonghina Hutchinson Wampoa ha sia ampliato il porto panamense di Balboa, sia ammodernato il famoso canale tra Atlantico e Pacifico, per renderlo praticabile anche da porta-container di stazza elevata. Hutchinson Wampoa appartiene all’ottuagenario Li Ka-shing, uomo più ricco di Asia legato a doppio filo con Pechino.

Questa politica delle infrastrutture fa comprendere che la nuova via della Seta non si snoda esclusivamente su Eurasia; c’è anche una via di mare dai confini indefiniti, che arriva fino all’America Latina.

Ma non solo. Lo scorso dicembre, anche Sao Tomé e Principe aveva rotto le relazioni diplomatiche con Taiwan per stringerle con la Cina. È un piccolo staterello insulare dell’Africa occidentale dove, guarda caso, ci potrebbe stare benissimo un altro porto cinese.

Tra Pechino e Taipei, i rapporti sono peggiorati da quando nel 2016 il Partito democratico progressista – che ha un programma indipendentista – ha vinto le elezioni di Taiwan, con la successiva nomina a presidente della sua leader Tsai Ing-wen. Ora Taipei è furente e, oltre a sospendere ogni investimento a Panama, accusa la Cina di “politica del libretto degli assegni”, che danneggia ulteriormente i rapporti tra i due lati dello stretto.

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    Gabriele Battaglia
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Una città intera occupata dagli islamisti

Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul sito di China Files

Combattimenti tra forze del governo e militanti islamici nella città filippina di Marawi continuano ormai da una settimana. Il bilancio attuale parla di almeno 19 civili, 20 membri delle forze di sicurezza e 65 jihadisti morti, secondo fonti militari. Le autorità filippine hanno intimato martedì ai militanti del gruppo Maute, che occupano ancora parti della città, di arrendersi o morire, mentre elicotteri d’assalto hanno battuto incessantemente le loro posizione, dove si pensa siano rimasti intrappolati fino a 2.000 civili.

All’origine degli scontri ci cono due gruppi, Abu Sayaf e il Maute, che ultimamente si confondono sempre più perché entrambi hanno espresso adesione a Daesh, l’Isis. Il conflitto tra musulmani e governo centrale nelle Filippine ha percorso tutto il 20esimo secolo nell’isola meridionale di Mindanao che ha 22 milioni di abitanti ed è più o meno grande come la Corea del Sud. Qui, la presenza dell’Islam c’è fin dal 14° secolo, ma durante il secolo scorso i cristiani sono diventati maggioritari perché appoggiati prima dai colonialisti statunitensi e poi anche dal governo di Manila. Un sostegno che si è tradotto soprattutto nell’esproprio di terre ai musulmani Moro e così sul conflitto religioso si innesta anche quello di classe. Si calcola che, dagli anni Settanta, la ribellione abbia causato oltre 120mila vittime.

I principali gruppi ribelli musulmani hanno ormai firmato accordi con il governo che dovrebbero portarli alla rinuncia delle proprie ambizioni separatiste in cambio di una maggiore autonomia. Il Maute, Abu Sayyaf e altri gruppi duri e puri non sarebbero però interessati a negoziare e si sono avvicinati all’Isis per sostegno morale e materiale.

Oggi, la novità è quindi l’internazionalizzazione del conflitto.

Gli scontri sono cominciati infatti quando il 23 maggio le forze di sicurezza hanno cercato di arrestare nella città a maggioranza musulmana di circa 200mila abitanti, Isnilon Hapilon, leader di Abu Sayaf e secondo fonti ufficiali il contatto dell’Isis nelle Filippine, che ha anche una taglia statunitense che pende sulla sua testa. I militari sarebbero stati sopraffatti da militanti jihadisti che si erano già infiltrati nella città e da quel momento sono cominciati i combattimenti, con intervento dei commandos filippini e anche bombardamenti arei. Gran parte della popolazione è sfollata.

Qui sotto il video di propaganda diffuso martedì in cui un prete preso in ostaggio dal gruppo Maute, padre Teresito Soganub, ribadisce al presidente filippino Rodrigo Duterte la richiesta di ritirare le forze governative da Marawi

[youtube id=”taCuBokrepk”]

 

Esperti della sicurezza ritengono che si sia trattato di una trappola scattata proprio in vista del Ramadan: i jihadisti filippini vorrebbero assumere così legittimità agli occhi di Daesh.

Le autorità di Manila dichiarano che si tratta di una jihad internazionale anche perché tra i militanti uccisi o catturati ci sarebbero diversi malesi e indonesiani. A parziale conferma, è arrivata la misura presa dal governo della Malaysia che nei giorni scorsi ha rafforzato la sorveglianza ai propri confini dichiarando esplicitamente che intende arrestare la fuoriuscita di militanti islamici diretti nei Paesi vicini, Thailandia in primis e poi anche Filippine e Indonesia. C’è quindi tutta una regione in sommovimento. Si teme che i militanti del sudest asiatico vogliano creare un’enclave autonoma, una specie di Stato islamico dell’estremo oriente.

Difficile distinguere fin dove arrivi il pericolo reale e dove invece subentri il solito spettro agitato dai governi per giustificare politiche autoritarie. È, questa, una pratica comune in tutti i Paesi asiatici: dall’Asia Centrale, dove fin dagli anni Novanta il pretesto di una “afghanizzazione” ha giustificato la repressione del dissenso da parte dei ras locali, alla Cina del pugno di ferro in Xinjiang, fino al Sudest asiatico. Sarebbe per altro ingenuo non riconoscere che esiste un problema di conflitti locali su cui si innesta una narrativa islamista.

Il presidente filippino Duterte è originario proprio di Mindanao, dove è stato per anni sindaco della città di Davao, in cui lo scorso settembre un attentato dinamitardo del Maute ha provocato 14 morti. Ha imposto la legge marziale in tutta l’isola, legge marziale che tecnicamente dovrebbe durare 60 giorni ma che lui ha già dichiarato con il suo solito piglio da sceriffo di voler estendere finché non risolverà il problema del terrorismo una volta per tutte. Questo approccio genera un problema con le altre istituzioni del Paese, perché le Filippine hanno creato contropoteri democratici contro la legge marziale dopo la caduta di Marcos nel 1987, proprio perché l’ex dittatore l’aveva utilizzata indiscriminatamente. È così che il conflitto di Marawi riecheggia anche a Manila.

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    Gabriele Battaglia
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Cina, al Partito non piacciono i single

Quando la politica, cioè il Partito, lancia un messaggio, la società civile ne trae le conseguenze. La scorsa settimana, la Lega della Gioventù Comunista cinese ha annunciato delle linee guida per aiutare i giovani cinesi a trovare un partner, ed ecco che i datori di lavoro si sono adeguati obbligando il proprio personale single a partecipare ad appuntamenti al buio di massa, organizzati lo scorso weekend in parchi e stadi. Complice la data: 20 maggio, che in cinese si dice wǔ’èr líng, quasi omofono di wǒ ài nǐ, cioè “ti amo”. A Hefei, nella provincia dell’Anhui, sono stati per esempio circa 10mila quelli che si sono “incontrati” in una piazza.

Su Weibo, il principale social network cinese, sono immediatamente comparse testimonianze e lamentele di quanti hanno dovuto partecipare ai blind date di massa e l’argomento è diventato tema caldo. Secondo il China Youth Daily, organo della gioventù comunista, nel 2016 erano 200 milioni i single, mentre secondo l’Accademia delle scienze sociali entro il 2020 ci saranno circa 15 milioni di uomini tra i 35 e i 59 anni senza una moglie, complice la ormai superata politica di controllo delle nascite che in quarant’anni figlio unico per legge ha fatto sì che in Cina ci siano oggi 118 uomini per ogni 100 donne. È una situazione che preoccupa le autorità, ossessionate dalla stabilità sociale.

L’elevato numero di uomini che non riescono a trovare moglie accresce infatti il rischio di violenze sessuali, aumenta la richiesta dell’acquisto di spose smerciate dal Sudest asiatico e accresce i costi del welfare. Non solo: ci sono studi secondo cui le società prevalentemente maschili sarebbero più predisposte alla guerra. Ma i giovani attribuiscono ai ritmi di vita frenetici, all’ipercompetitività, la mancanza di tempo per socializzare a dedicarsi alla ricerca di un partner.

La campagna lanciata dalla Lega della Gioventù non è un fulmine a ciel sereno. il 13 aprile, il Comitato centrale del Partito ha rilasciato un “piano a medio-lungo termine per l’evoluzione della gioventù” che copre tutti gli aspetti della vita di un giovane: ideologia, istruzione, salute, lavoro, cultura, relazioni e matrimonio. Così, si intende fare proseliti anche tra la gioventù di Hong Kong, quella sempre più disaffezionata nei confronti della Cina continentale, che ha dato vita al movimento degli ombrelli del 2014.

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    Gabriele Battaglia
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Taiwan verso i matrimoni gay

Taiwan potrebbe diventare il primo Paese asiatico a legalizzare le nozze tra persone dello stesso sesso, dopo che la corte costituzionale di Taipei ha sancito che vietarlo significa discriminare e non rispettare l’uguaglianza di tutti i cittadini. “Non consentire a due persone dello stesso sesso di sposarsi per salvaguardare un sistema etico, costituisce una discriminazione di trattamento con nessuna base razionale“, dice letteralmente la sentenza.

La corte dà tempo due anni al parlamento di varare leggi apposite o di emendare quelle vecchie, adesso la palla passa al legislativo. Il movimento Lgbt dell’isola è soddisfatto e spera che il parlamento allargherà a tutta la popolazione la legge già esistente sul matrimonio, che dà anche diritto all’adozione, all’affido, all’eredità e a prendere decisioni in caso di situazioni mediche estreme del partner. Il rischio è infatti che si decida invece di fare una legge specifica, che consente il matrimonio tra persone dello stesso sesso ma nega gli altri diritti.

In Cina continentale non esiste una legislazione che consenta le nozze omosessuali, ma il movimento Lgbt organizza spesso manifestazioni pubbliche in cui si effettuano matrimoni gay a titolo simbolico e una corte di Changsha, nello Hunan, ha accettato l’anno scorso il ricorso di un uomo contro il locale ufficio degli affari civili che gli aveva vietato di sposare il suo compagno. L’uomo poi perse la causa, ma il fatto che una corte abbia comunque accettato di discuterla fa pensare che qualcosa si stia movendo anche grazie all’attivismo del movimento Lgbt.

In tutto il mondo cinese, si tratta sempre di trovare un compromesso tra la tradizionale struttura confuciana della società e la velocità con cui i costumi cambiano. E quindi, molto spesso, le cose avvengono comunque ma senza sanzione legale. Forse, come fu già per le riforme di mercato, Taiwan aprirà ancora una volta la strada alla Cina tutta.

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    Gabriele Battaglia
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Corea del Nord, nuovo test missilistico

Rex Tillerson, il segretario di Stato statunitense, chiede nuove, accentuate sanzioni contro la Corea del Nord al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e subito dopo Pyongyang effettua un lancio missilistico. Fallito, come quello di due settimane fa, ma comunque un messaggio chiaro di sfida. C’è quasi una prevedibilità nelle cosiddette “provocazioni” di Pyongyang: tutte le volte che avversari – come gli Stati Uniti – e presunti alleati – come la Cina – stanno prendendo decisioni che riguardano la penisola, la Corea del Nord manda un avvertimento.

È il 75esimo lancio da quando Kim Jong Un è salito al potere nel 2011, un’escalation rispetto ai test missilistici compiuti da suo padre, Kim Jong Il.

È aperto il dibattito sul perché due tentativi di fila sano falliti. C’è chi ipotizza il successo di un programma di sabotaggio informatico lanciato dall’amministrazione Obama, ma d’altra parte sono forti le obiezioni di chi ritiene la tecnologia di Pyongyang troppo arretrata e quindi paradossalmente immune a un attacco così sofisticato. Si tratterebbe di fallimento del tutto domestico, punto.

Stanotte Trump ha immediatamente twittato che il lancio manca di rispetto alla Cina, ma in realtà sono proprio Stati Uniti e Corea del Nord a essersi avvitati in un circolo vizioso di minacce e contro minacce ed è proprio Trump l’elemento nuovo e destabilizzante in un contesto, quello dell’Asia Nord Orientale, dove tutti gli attori in gioco erano ormai abituati a vivere in un delicato equilibrio dove l’imprevedibilità di Pyongyang era tutto sommato prevedibile.

Cina e Russia insistono nell’opporsi all’opzione militare, Pechino continua a ripetere che la responsabilità del dossier nordcoreano deve essere condivisa e che la Cina da sola non può fare molto, premendo per una ripresa dei colloqui a sei, ma gli Stati Uniti vogliono prima un’umiliazione di Pyongyang e poi, forse, la ripresa dei colloqui. Scenario altamente improbabile.

Da parte sua, la Corea del Nord persegue sempre più l’opzione missilistica e nucleare per tutelarsi contro ogni ipotesi di cambio di regime che gli Stati Uniti hanno in passato attuato più volte in altri Paesi definiti, proprio come la Corea del Nord, “Stati canaglia”.

Ci sono dunque esigenze strategiche diverse tra tutti gli attori in gioco che rischiano di creare un corto circuito molto pericoloso.

Proprio in occasione del tradizionale bilancio dopo i primi 100 giorni di Donald Trump alla Casa Bianca – con l’indice di gradimento per il neo-presidente che sarebbe già al di sotto del 40 per cento – alcuni osservatori di cose statunitensi sottolineano come in politica estera l’amministrazione sia nel caos più totale. L’Asia Team di Trump è ancora un ectoplasma indefinito, con il segretario alla Difesa James Mattis e il segretario di Stato Rex Tillerson che sgomitano per piazzare i propri sottosegretari preferiti nei posti chiave, mentre il presidente distribuisce bastoni e carote a seconda delle proprie idiosincrasie politiche e personali.

Mattis non è per esempio riuscito a dare un incarico a Mary Beth Long, una veterana del Pentagono con trascorsi alla Cia, mentre Tillerson ha dovuto fare a meno di Elliott Abrams, un prominente neo-conservatore in circolazione fin dai tempi dello scandalo Iran-Contra. Entrambi si erano opposti al presidente nei giorni della sua candidatura e Long era anche tra i firmatari della campagna “Never Trump”. A casi come questi – non sono gli unici – si aggiunge la sostituzione di ben 28 ambasciatori dell’Era Obama, che lascia un vuoto ancora da colmare.

Così, Tillerson è stato spedito a navigare a vista in Asia Orientale a metà marzo, in una missione diplomatica ad ampio raggio che doveva costantemente fare i conti con i tweet estemporanei del presidente. L’esportazione di questo caos in Asia Orientale è stata del tutto consequenziale.

Dietro al caos c’è però il disegno di lungo periodo, che è il contenimento della Cina: la superpotenza di oggi che cerca di impedire la crescita della superpotenza di domani facendo leva sul vantaggio competitivo che ancora le appartiene, quello militare. Un disegno che per altro non dispiace ad altri player regionali, spaventati dall’ipotesi che Pechino stia cercando di ricreare un sistema di “Stati tributari” in Asia Orientale che ricorda l’era imperiale: la Cina al centro, benevola superpotenza regionale, e gli altri Paesi che traggono benefici dalla sua crescita ma, comunque, in posizione subordinata. Pechino, da parte sua, non fa molto per allontanare i sospetti, specialmente se si pensa alla sua politica estremamente assertiva nel Mar Cinese Meridionale. Giappone, Corea del Sud, ma anche Russia, sono in misura diversa interessati a un contenimento della Cina.

Infine, se ogni sistema tende in primis a riprodurre se stesso – gli Usa come potenza dominante, la Cina come potenza emergente – la Corea del Nord non sfugge certo a questo schema. Così, la politica missilistica e nucleare di Pyongyang sembra il deterrente per costringere gli Stati Uniti a sedersi al tavolo senza mediazioni di “estranei” per firmare finalmente quel trattato di pace in sospeso dal 1953, garanzia di sopravvivenza per il regime.

Probabilmente, l’unica strategia plausibile oggi consiste nel congelare la situazione: una non soluzione è spesso già una soluzione, secondo consuetudine asiatica. Ma l’ingresso dell’elefante Trump nella cristalleria dell’Asia Nord-Orientale – o Pacifico occidentale, dal punto di vista Usa – ha già messo la regione in sommovimento.

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    Gabriele Battaglia
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Cina-Usa, nessun accordo

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su China Files

Hanno fatto conoscenza reciproca. Nessun accordo significativo su commercio e Corea del Nord. Questo è in sintesi l’esito del summit di Mar-a-lago tra Donald Trump e Xi Jinping, presidenti delle due superpotenze globali, un summit su cui aleggiava l’ombra dell’attacco missilistico in Siria , avvenuto proprio mentre i due leader e il loro seguito consumavano la cena nel primo giorno dei colloqui. Non è chiaro se Xi fosse stato avvertito, come e quando. Dichiarazioni sparse da parte della delegazione Usa, bocche cucite sul lato cinese. Il risultato più concreto sembrerebbe l’avvio di un “piano dei cento giorni” per discutere le questioni commerciali. Del resto, i cinesi l’avevano annunciato con ampio anticipo: un incontro di 18 ore – il tempo complessivo che Xi e Trump hanno trascorso insieme – è solo l’inizio di una relazione che lo stesso Trump ha definito “di lunga durata”.

Il segretario al Commercio Wilbur Ross ha dichiarato che anche la Cina è preoccupata per il deficit statunitense nell’interscambio tra i due Paesi, 347 miliardi di dollari nel 2016. Loro, i protagonisti, hanno rilasciato commenti stringati secondo il proprio stile. Trump ha definito “eccezionale” (outstanding) la relazione tra lui e il presidente Xi. Il quale, da parte sua, ha ringraziato il munifico ospite e ha definito il summit “utile allo scopo di far progredire il rapporto Stati Uniti-Cina”. La cosa più importante – ha detto Xi – “è che abbiamo migliorato la comprensione e stabilito una sorta di fiducia; abbiamo dato inizio a un rapporto di lavoro e di amicizia”.

La Cina, in diplomazia e non solo, non cerca quasi mai di definire obiettivi misurabili nero su bianco, bensì di costruire piattaforme – ambienti – attraverso cui i processi possano proseguire con aggiustamenti continui. Al cambiare delle circostanze possono cambiare gli obiettivi, per cui l’importante è stabilire le regole dell’interazione reciproca e promettersi fiducia reciproca. Costruire prevedibilità. E poi i risultati salteranno fuori, vedrete. Del resto, una situazione congelata è già un risultato che evita il peggio, per i cinesi. In questo senso, Xi Jinping avrebbe proposto a Donald Trump “quattro meccanismi di consultazione paralleli” sui temi più spinosi – tra cui il commercio e la sicurezza informatica – per sostituire il defunto “dialogo strategico ed economico” (S&ED) che, dal 2009 e attraverso incontri periodici, serviva a contenere gli interessi divergenti e spesso conflittuali tra i due Paesi. Una nuova piattaforma è la proposta dei cinesi.

Così, il summit con Trump può essere salutato come un parziale successo da Xi Jinping che a novembre ha il congresso del Partito in cui dovrà compiere il grande rimpasto della commissione permanente del Politburo – cioè la stanza dei bottoni composta dai sette che di fatto governano la Cina – e aveva bisogno di incanalare la relazione con gli Usa in pratiche consolidate. Le ripetute dichiarazioni di Trump sulla “amicizia” che si prospetta di lungo periodo sono in questo senso fieno in cascina, così come la promessa di un nuovo incontro, questa volta a Pechino. Certo, c’è quello spiacevole bombardamento missilistico, che ha sicuramente imbarazzato Xi. L’attacco ordinato da Trump in contemporanea con il summit è sembrato quasi un tentativo di far saltare il banco – un bluff? – per cogliere la controparte di sorpresa. Una scortesia, quasi una trappola, che difficilmente i cinesi scorderanno.

Parlando a nuora perché suocera intenda, Washington ha voluto forse chiarire che anche per la Corea del Nord potrebbe prefigurarsi una soluzione del genere se Pechino non riuscirà a riportare Kim Jong-un a più miti consigli. Minaccia di difficile realizzazione, per altro: la Corea del Nord non è la Siria, la differenza passa per l’arsenale nucleare e i missili balistici a disposizione del giovane Kim. Tra i due presidenti non c’è stato accordo sul dossier nordcoreano, dunque, anche se la delegazione Usa ci ha tenuto a comunicare che lo stesso Xi ha definito la situazione nella penisola “molto grave”.

Ma l’impasse è dato dal fatto che la Cina insiste sulla formula dialogo-più-sanzioni Onu, mentre Washington non intende sedersi a nessun tavolo con Pyongyang. Ora, fonti Usa si affrettano a dire che non esiste nessuna relazione tra la visita del presidente cinese e la decisione di bombardare la base aerea in Siria ed è probabile che i cinesi accettino questa versione, che salva la faccia pure a loro. Ma nel consueto briefing con la stampa straniera del giovedì, il ministero degli Esteri di Pechino ci ha tenuto a ribadire che la Cina non interferisce nelle questioni interne di altri Paesi e che Assad è stato eletto dal popolo siriano, di cui bisogna rispettare le scelte. “Se gli ultimi eventi significhino un cambio di linea da parte dell’amministrazione Usa – ha detto il portavoce del ministero – bisogna chiederlo alla stessa amministrazione Usa”. Ha poi insistito sul fatto che la comunità internazionale deve spingere per un accordo che porti la pace e mantenga la stabilità, deve intensificare il proprio appoggio alle Nazioni Unite, favorire la mediazione e la fiducia reciproca affinché i colloqui di pace abbiano successo. Degno di nota anche il fatto che sull’attacco chimico di Idlib, con cui l’amministrazione Trump giustifica il bombardamento missilistico, Pechino chieda un’inchiesta indipendente “che arrivi a prove certe sulle responsabilità”, dato che “qualsiasi conclusione deve basarsi sui fatti”. Insomma, la Cina non appoggerà mai l’unilateralismo che sembra tornare in voga a Washington.

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    Gabriele Battaglia
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Cina-Usa, a Mar-a-Lago con l’ambiente sullo sfondo

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su China Files.
Tra le 65mila e le 75mila vittime. Sono questi i numeri dell’inquinamento transfrontaliero prodotto da Cina e India. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature, le Pm 2.5 e 10 non uccidono solo all’interno dei confini domestici, ma anche all’estero. In totale, al mondo, sarebbero circa 400mila le morti dell’inquinamento d’esportazione. Del resto, le nubi tossiche non hanno confini. Ma è anche vero che su circa tre milioni e mezzo di morti premature per l’inquinamento dell’aria a livello globale, di queste, 750mila avvengono in luoghi dove si producono merci che non verranno utilizzate lì, bensì altrove. Insomma, c’è chi paga l’inquinamento prodotto in un altro Paese, ma all’interno di quell’altro Paese c’è chi paga l’inquinamento per merci di cui non beneficerà mai.
I fumi tossici che uccidono globalmente partono soprattutto da Paesi dove si delocalizza perché il costo del lavoro è inferiore e anche le normative ambientali sono più permissive. Ognuno è sia vittima sia carnefice. Lo studio pubblicato da Nature calcola per esempio che noi europei occidentali compriamo merci d’importazione che sono responsabili di circa 173mila morti per inquinamento all’anno. Un po’ meno responsabili i consumatori statunitensi, che ne ammazzano solo 100mila.
In Cina muoiono ogni anno 238mila persone per la produzione di merci che andranno altrove, su un terrificante totale di un milione di morti per inquinamento nel Paese; 106mila i morti da export in India su 500mila morti per il degrado dell’aria, e 129mila nel resto dell’Asia. La produzione, come si vede, resta concentrata soprattutto lì, in un’Asia che a differenza di quanto sostiene Trump, non coglie solo i benefici dell’industrializzazione. Ne paga le conseguenze. E, almeno un po’, le esporta. Se le norme protezioniste e le politiche industriali energivore del neo inquilino della Casa Bianca passassero, si ritiene che aumenterebbero le morti da inquinamento negli Stati Uniti, ma si ridurrebbero a livello globale, perché Washington ha leggi ambientali più rigide dei Paesi asiatici. Almeno finora.
Di fronte al primo di passo di Trump verso lo smantellamento degli accordi di Parigi sul clima – la firma dell’ordine esecutivo che elimina gli standard ambientali imposti dall’amministrazione Obama alle centrali elettriche – il più grande inquinatore mondiale in numeri assoluti, la Cina, rischia di divenire ora il campione globale dell’ambiente così come sembra già esserlo della globalizzazione. Pechino, che è responsabile del 25 per cento delle emissioni globali, aveva collaborato spalla a spalla con l’amministrazione Obama per giungere all’intesa del 2015.
Dopo il dietrofront di Trump sancito la scorsa settimana, il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lu Kang, aveva dichiarato a stretto giro che la Cina continuerà su quella strada e, senza fare nomi e cognomi, aveva aggiunto che tutti i Paesi dovrebbero «stare al passo con i tempi»: una stoccata al presidente Usa, che in alcuni momenti sembra addirittura negazionista sull’emergenza riscaldamento globale.
La Cina in effetti ci sta provando: se il carbone è ancora il combustibile utilizzato per il 62 per cento del suo fabbisogno energetico, per il 2020 punta a far scendere questa dipendenza al 55 per cento; nel 2016, il consumo di carbone è sceso per il terzo anno di seguito e per il 2017 si prevede che le emissioni diminuiranno dell’1 per cento. Nel piano quinquennale 2016-2020, Pechino ha già programmato di investire 2.500 miliardi di yuan – cioè 335 miliardi di euro – nelle fonti rinnovabili. La Cina è il Paese che investe di più in rinnovabili al mondo ma per il 2020 si prevede che rappresenteranno ancora solo il 15 per cento del suo fabbisogno. Il problema sta tutto nelle dimensioni del Paese e quindi nelle difficoltà a riconvertire il suo modello di sviluppo energivoro. Piccoli passi, quindi, ma la direzione almeno sembra chiara.
Al summit di Mar-a-Lago, nella residenza privata di Trump in Florida, tra il neo-campione della globalizzazione Xi Jinping e il neo-alfiere dell’America First, «The Don», anche l’ambiente sarà dunque presente, seppur indirettamente. Si parla di produzione e commercio, ma sullo sfondo c’è anche la salute del pianeta.
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    Gabriele Battaglia
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Duterte accusato di 1.400 omicidi extragiudiziali

È ricomparso all’improvviso, Arthur Lascañas, il supertestimone che dovrebbe provare le accuse di omicidi extragiudiziali compiuti dal presidente filippino Rodrigo Duterte quando era sindaco di Davao, accuse che potrebbero portare al suo impeachment. Lascañas era stato più volte tirato in ballo da un altro testimone ed ex killer, Edgar Matobato, che l’aveva definito «braccio destro di Duterte»; era già stato ascoltato in un’audizione parlamentare lo scorso autunno, ma aveva sempre negato i fatti. Lunedì è ricomparso all’improvviso in una conferenza stampa ammettendo tutto. Lui dice per ragioni di coscienza, i sostenitori di Duterte lo accusano invece di far parte di una congiura per destituire il presidente.

Il supertestimone è rappresentato da tre avvocati per i diritti umani e racconta che, durante il suo mandato più che ventennale, Duterte mise a libro paga un vero e proprio «squadrone della morte» che ha sulla coscienza, tra le altre cose, il massacro di un presunto sequestratore con tutta la sua famiglia, l’omicidio di un giornalista e di una donna incinta. Sarebbero oltre 1.400 gli omicidi extragiudiziali compiuti a Davao tra il 1998 e il 2016. «Che sotterrassimo i corpi o li buttassimo a mare, eravamo sempre pagati dal sindaco Rody Duterte», ha raccontato Lascañas.

Duterte ha poi esteso i suoi metodi da sindaco a livello nazionale – anzi, ha proprio vinto le elezioni del maggio 2016 promettendo pugno di ferro – e nella sua campagna contro la droga e la piccola criminalità ha lasciato mani libere alle forze di sicurezza che, si stima, avrebbero già ucciso circa settemila tossicomani, spacciatori e piccoli criminali.

A stretto giro, il portavoce di Duterte, Marin Andanar, ha negato tutte le accuse di Lascañas, affermando che si tratta di un «lavoro di demolizione» messo in atto da forze che vogliono creare un «dramma politico mirato a distruggere il presidente e a rovesciare la sua amministrazione». Andanar ha aggiunto che Duterte è già stato prosciolto dalla Commissione per i Diritti Umani, dall’Ufficio del Difensore Civico e dalla Commissione Giustizia del Senato per ogni complicità nelle esecuzioni sommarie a Davao. Secondo la versione ufficiale, Duterte sarebbe sotto attacco perché le sue riforme colpiscono interessi costituiti.

Va però detto che è stato lo stesso Duterte, nel corso degli anni, ad alternare smentite e conferme sull’esistenza di uno squadrone della morte a Davao. Ha anche già ammesso di avere personalmente ucciso tre responsabili di sequestro per dare l’esempio alla polizia. E soprattutto, è sotto gli occhi di tutti il salto di qualità in senso repressivo della lotta alla droga da parte del governo da quando Duterte si è insediato. Una pressione costante che si esercita soprattutto sui quartieri popolari, teatro delle scorribande dei vigilantes, in divisa e no.

Ma qui si tratta di appurare le responsabilità non politiche bensì direttamente penali di Duterte e il quadro si complica.

Le riforme di Duterte, al di là della compagna antidroga, si sostanziano nel cosiddetto «Programma socio-economico in 10 punti» che con un grande piano infrastrutturale dovrebbe garantire crescita e lavoro. Tuttavia, i critici di Duterte dicono che il suo pugno di ferro e diverse prese di posizione in politica estera potrebbero determinare una fuga degli investimenti esteri. Duterte ha più volte attaccato gli Usa – alleato storico delle Filippine – e l’Onu, dopo avere ricevuto critiche sia dalla Casa Bianca sia dal Palazzo di Vetro per le sue politiche antidroga. Ha minacciato di costituire un nuovo blocco strategico con la Cina e i Paesi africani e ha più volte proclamato di voler condurre una politica estera «indipendente», affermazioni che hanno fatto alzare più di un sopracciglio a Washington. Non è ancora ben chiaro se la promessa di uno sviluppo più «inclusivo» stia dando risultati, ma c’è consenso nel ritenere che il futuro dell’amministrazione Duterte dipenderà calla capacità di mantenere un elevato livello di crescita e di creare lavoro.

Il senatore Richard Gordon, un veterano della politica filippina che presiede la Commissione Giustizia del Senato, ha già dichiarato che non promuoverà una nuova inchiesta in parlamento e ha aggiunto che i tempi di queste nuove rivelazioni di Lascañas sono quanto mai strani, perché coincidono con il caso della senatrice Leila de Lima, l’avversaria di Duterte ed ex ministro della Giustizia del governo Aquino che l’anno scorso portò in Senato la testimonianza di Edgar Matobato e che dovrebbe essere lei stessa incriminata per un caso di droga nei prossimi giorni. De Lima è stata accusata di aver accettato denaro da narcotrafficanti in carcere e di avere consentito a un condannato di gestire il proprio business da dietro le sbarre.

Il ministro della Giustizia Vitaliano Aguirre ha dichiarato il 17 febbraio che tre denunce sono state depositate contro de Lima, il suo autista e un certo numero di altre persone. Anticipando le critiche, Aguirre ha affermato che il procedimento «non è politico, bensì prodotto del commercio di droga». De Lima ha diffuso un comunicato nel quale afferma: «Se la perdita della libertà è il prezzo che devo pagare per oppormi alla macelleria messa in atto dal regime Duterte, allora questo è un prezzo che sono disposta a pagare».

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    Gabriele Battaglia
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La Cina e il trauma dei ‘bambini satellite’

Ne parla anche il governativo China Daily: si tratta quindi di uno di quei problemi che anche le autorità cinesi ritengono vadano messi all’ordine del giorno affinché siano risolti.
Stiamo parlando dei “bambini satellite”, cioè di quei minori figli di cinesi all’estero che vengono rimpatriati e affidati alle cure dei nonni o di altri parenti, per un motivo molto semplice: i genitori sono oberati di lavoro e non possono averne cura.
Il China Daily parla soprattutto dei sino-americani della Chinatown di Boston dove nella maggior parte dei casi i bambini sono rispediti in Cina in tenerissima età per poi tornare dai genitori espatriati dopo anni trascorsi con nonni e zii. A quel punto, i ragazzi hanno già sofferto il trauma di due separazioni: quella iniziale dai genitori e quella successiva dai parenti che si sono presi cura di loro negli anni di prima formazione.
Una ricerca di una Ong nata ad hoc, la Chinese-American Planning Council, mostra che quando i bambini si riuniscono con i genitori negli Stati Uniti dopo la separazione prolungata vivono uno stato di profonda confusione: mancano loro i parenti che ne hanno avuto cura in Cina, non si adeguano alle regole di genitori che hanno uno stile diverso rispetto agli parenti, non si adattano agli altri fratelli cresciuti in America, se ci sono, e alle diverse abitudini alimentari, alla lingua e al tipo di istruzione. Nei peggiori casi, il senso di straniamento è all’origine di istinti suicidi.
Le famiglie di questi ragazzi non sono i sino-americani di lunga data, quelli totalmente integrati nella realtà locale, bensì spesso i figli di giovani coppie arrivate da poco, a basso reddito, che lavorano con orari prolungati nei ristoranti, nei saloni di bellezza, nei negozi di alimentari, nelle tintorie e negli alberghi delle Chinatown, facendo lavori che nessuno vuole, e tuttavia non possono accedere ai servizi base in quanto stranieri.
Dietro al problema dell’infanzia si nascondono quindi questioni di diseguaglianza sociale e di immigrazione. Il governo cinese, nel parlare del problema, sembra voler comunicare che ha a cuore il destino dei connazionali, anche quelli che scelgono di vivere all’estero. Anche questo fa parte di quel messaggio di potenza benevola e responsabile su scala globale che Pechino vuole sempre più diffondere nel mondo, ma soprattutto tra i cinesi stessi.
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    Gabriele Battaglia
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La fine del “modello Wukan”

13 arresti e un numero imprecisato di feriti.

E’ il risultato dell’irruzione dei paramilitari avvenuta ieri nella cittadina di Wukan e nelle case dei suoi abitanti che protestavano contro la condanna per corruzione del leader del villaggio, Lin Zuluan. Wukan è famosa perché nel 2011 la gente di questa cittadina di circa 20mila abitanti condusse una lotta che durò oltre un anno contro le autorità locali, che intendevano sequestrare i terreni agricoli per darli a un’immobiliare di Hong Kong.

Una storia come se ne vedono tante, in Cina, dove molto spesso le casse dei governi locali e le tasche dei funzionari si riempiono proprio grazie alla vendita di terre al palazzinaro di turno. A differenza di molte altre, la lotta di Wukan fu però coronata dal successo ed ebbe il suo culmine nel settembre del 2011, quando la cittadinanza cacciò via letteralmente i funzionari di Partito e diede il via a un’esperienza di autorganizzazione. La polizia circondò il villaggio e la situazione di stallo durò per circa dieci giorni, nei quali alcuni giornalisti stranieri riuscirono a oltrepassare il blocco e cominciarono a raccontare quella vicenda in presa diretta, facendola conoscere al mondo attraverso i social media.

A quell’esperienza concorsero sia giovani migranti rientrati precipitosamente nel villaggio d’origine portando in dote le conoscenze tecnologiche acquisite in città, sia la vecchia generazione rurale, radicata su un territorio che conosceva da decenni. Tra questi ultimi, c’era proprio l’allora sessantacinquenne Lin Zuluan, che si distinse presto come leader della lotta: membro del Partito comunista, ex funzionario, divenuto poi businessman. Vecchio volpone dalla estesa rete relazionale.

Di fronte all’escalation, intervennero allora le autorità della provincia del Guangdong e, creando un precedente che fece gridare al miracolo la stampa occidentale, concessero elezioni democratiche. Così, all’inizio del 2012, gli abitanti della cittadina elessero il comitato di villaggio in una storica votazione che fu ripresa da tutti i media nazionali e internazionali (se googlate, trovate ancora le foto della gente che infila la scheda elettorale nelle urne a cielo aperto). Le elezioni a livello di villaggio sono ampiamente diffuse in Cina, ma il punto è la trasparenza del voto, con il Partito che di solito impone i propri candidati.

Vincitore delle elezioni e nuovo leader risultò allora essere proprio Lin Zuluan. Continuità e divergenza: lui iscritto al Partito ed ex funzionario, ma a capo di un comitato formato da semplici cittadini. Si parlò allora di «modello Wukan» per celebrare un’esperienza in cui dalla lotta nasceva l’autorganizzazione che si concludeva poi nel voto democratico. Musica per le orecchie dei liberaldemocratici di tutto il mondo: il movimento dal basso che poi si ricompone nelle pratiche elettorali della democrazia borghese.

Tuttavia, l’esperienza durò poco. Da subito, il comitato si scontrò con l’impossibilità di ridiscutere contratti di cessione delle terre già firmati da tempo e la gente che l’aveva votato cominciò a rivoltarglisi contro: ma come? Non ci avevano promesso che le nostre terre non sarebbero state cedute? Così, dopo circa un anno l’esperienza sembrava già fallita, con alcuni dei neo-eletti che lamentavano il fatto di essere diventati capri espiatori e giuravano che mai e poi mai si sarebbero ricandidati.

Il vecchio Lin però teneva duro e lo scorso giugno, ormai settantenne, ha convocato una manifestazione popolare per lanciare un nuovo round di lotte. Tuttavia, prima che potesse agire è stato portato via dalla polizia e quindi accusato di corruzione per avere intascato mazzette proprio durante il suo incarico a Wukan. Il processo a porte chiuse che si è svolto la scorsa settimana l’ha condannato a 3 anni di prigione e 200mila yuan di multa (oltre 25mila euro). La sua famiglia dice ora che il verdetto è stato ingiusto perché Lin avrebbe collaborato con le autorità durante il processo. Attivisti per i diritti civili sono stati tenuti fuori dalla corte e denunciano che l’imputato non ha potuto scegliersi gli avvocati e ha dovuto accettare quelli d’ufficio.

Quanto alla gente di Wukan, stava dimostrando da oltre 80 giorni e minacciava uno sciopero di quattro giorni, quando è avvenuto l’assalto di ieri. Difficile fare previsioni su cosa accadrà ora. Sembrerebbe fare una pessima figura Hu Chunhua, governatore del Guangdong, fino a poco tempo fa uno degli astri nascenti della politica cinese. La carriera dei funzionari locali non si basa solo sui successi economici, ma anche e soprattutto sulla loro capacità di mantenere la pace sociale. Ben diversamente si era comportato nel 2011-2012 Wang Yang, il suo predecessore, l’uomo che concesse le elezioni. Ma forse, la condanna del vecchio Lin e i proiettili di gomma di Wukan sono un avvertimento che viene da ben più in alto: nessuno spazio per l’autorganizzazione, nella Cina di Xi Jinping.

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    Gabriele Battaglia
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La bomba di Kim

Quando alle 8:30 di stamane (le 2:30 italiane) parecchi cinesi che abitano al confine con la Corea del Nord hanno avvertito una scossa di terremoto che ha fatto cadere dagli scaffali pentole e vasellame, nessuno ha creduto che si trattasse di un fatto naturale. Qualcosa del genere era già successo lo scorso gennaio ed era stato provocato da un esperimento atomico compiuto dal regime dei Kim. Da lì a poco la conferma: la Corea del Nord, in barba alle risoluzioni Onu e alle sanzioni internazionali appesantitesi dopo quel test di gennaio, ha compiuto il suo esperimento nucleare sotterraneo finora più potente, con una testata nucleare da 10 kilotoni montata su un razzo. Il terremoto provocato dall’ordigno è stato stimato sui 5.3 gradi ma, dice la propaganda di Pyongyang, non ha provocato alcuna fuga radioattiva (fatto per altro confermato anche da scienziati cinesi).

Nei giorni scorsi erano stati compiuti alcuni esperimenti con missili balistici ed è sia simbolico sia significativo che il regime di Pyongyang effettui questi test sempre in concomitanza con qualche grande evento internazionale: il G20 di Hangzhou per i missili di qualche giorno fa, il vertice Asean oggi. Il programma nucleare di Kim Jong-un è sia un’ombra sulle relazioni internazionali, sia una spina nel fianco per i vicini sudcoreani, giapponesi, cinesi, sia una ben congegnata operazione di marketing: «Ci siamo anche noi, non dimenticatelo mai».

Le reazioni sono arrivate a stretto giro: la presidentessa sudcoreana Park Geun-hye ha denunciato la «sconsideratezza maniacale» di Kim, mentre Barack Obama ha avvertito delle «gravi conseguenze» e ha comunicato l’avvio di serrate consultazioni con Seul e Tokyo.

Più complessa la posizione della Cina, Paese protettore e formalmente alleato di Pyongyang ma al tempo stesso esasperato dalle intemperanze del regime nordcoreano.

Pechino ha comunicato di «opporsi fermamente» al test, ma il suo spazio di manovra è limitato, dato che la priorità cinese resta quella di evitare un collasso del regime che provocherebbe con ogni probabilità un’ondata di profughi in direzione delle proprie province nord-orientali e sicuramente l’avvicinamento degli Stati Uniti ai propri confini. Proprio Washington e Seul, in risposta all’escalation nordcoreana, hanno deciso di recente di installare in Corea del Sud il sistema missilistico Thaad, che il sito Foreign Policy così descrive: «Thaad è una recente aggiunta rispetto ai dispositivi anti-missili balistici/intercettori degli Stati Uniti. È entrato in produzione nel 2008 e ha in primo luogo il compito di eliminare minacciosi missili balistici in quella che è conosciuta come la loro fase “terminale” (la “T” nella sigla)». In realtà – continua il sito – il sistema costruito dalla Lockheed Martin è finora predisposto per colpire missili durante la loro fase di discesa e non durante il decollo, ma potrebbe avere un ulteriore sviluppo che gli permetterebbe di colpire anche veicoli ipersonici come il cinese Wu-14. Ed è per questo che Pechino è assolutamente contraria al suo dispiegamento in Corea del Sud.

Così, la Cina si trova letteralmente presa in mezzo tra la necessità di far sopravvivere un regime che non accetta il suo ruolo di Paese protettore e le reazioni della Corea del Sud (e del Giappone) spalleggiata da Washington.

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    Gabriele Battaglia
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Il «Consenso di Hangzhou»


Prima che arrivi il comunicato conclusivo, è già circolata una bozza che, salvo aggiunte o tagli fatti in extremis, dovrebbe rispecchiare le scelte finali e la filosofia che le ispira: i giochi veri si fanno nei mesi precedenti al summit finale, nella kermesse conclusiva si limano le asperità e si esce con un comunicato che stia bene un po’ a tutti. In omaggio alla Cina che voleva fare del «suo» G20 un grande evento, vi si parla pomposamente di un «consenso di Hangzhou» e di una «nuova Rivoluzione Industriale».
La parola chiave è «crescita comune e coordinata». Il G20 la vuole «sostenibile e inclusiva», e la chiave di questa «nuova Rivoluzione Industriale» è riconosciuta un po’ da tutti nell’innovazione. Altrimenti detto, mentre si reitera il tormentone sulla necessità di industrializzare l’Africa, si afferma anche che il punto nodale per una crescita di tutti è costituito in realtà dagli investimenti nell’economia informatica, nonché dalla soluzione che si darà al digital divide e al gap di competenze che dividono il mondo sviluppato da quello in via di sviluppo. È l’effetto Cina, che in questo consesso gioca il ruolo sia di superpotenza sia di capofila degli Emergenti.
Collegato a questo tentativo inclusivo, c’è l’affermazione di voler riformare la governance globale, altro pallino dei cinesi. Come? Si proclama di voler dare più spazio alle economie emergenti negli organismi internazionali come il Fmi e la Bm, misura finora avversata dal Congresso Usa. E soprattutto si cercherà di superare l’ideologia del rigore e della stabilità monetaria a tutti i costi, a favore di politiche fiscali un po’ più espansive. Questo ultimo punto è il lascito dell’amministrazione Obama, in dirittura d’arrivo, e bisognerà vedere come lo prenderanno i tedeschi, severi guardiani dell’austerity, che ospiteranno proprio il prossimo G20 del 2017, ad Amburgo.
L’intento dell’inquilino della Casa Bianca è anche quello di rendere irreversibile per il proprio successore una politica economica moderatamente espansiva. Lo stesso Matteo Renzi ha ieri fiutato l’aria e affermato durante i lavori che «è importante che le riforme […] si calino nella realtà quotidiana delle persone», dato che esiste «una crescente sensazione di sfiducia da parte dei cittadini, in particolare delle classi medie, nei confronti della finanza». Insomma, le liberalizzazioni spinte chiedono anni, forse non è il caso di forzare troppo la mano con i vari TTIP e via dicendo. La direzione è quella – chi pensa che il TTIP sia defunto non dorma sonni tranquilli – ma prima costruiamo il consenso, diamine.
I potenti del mondo intendono quindi lanciare una nuova fase di maggiore coordinamento tra le economie. È in questo senso passata la linea cinese ribadita ieri dal presidente Xi Jinping nel suo discorso di benvenuto: il G20 non dovrebbe più occuparsi delle emergenze, mettere cioè una pezza ai problemi della globalizzazione e chiudere la stalla quando i buoi sono scappati; bensì divenire un vero e proprio organismo di pianificazione a lungo termine.
È, questo, un vero e proprio must nella visione diplomatica cinese: parlare di ciò che unisce ed eludere ciò che divide. Affrontare insieme la crescita comune e lasciare le questioni spinose alle relazioni bilaterali. Tra queste ricordiamo i diritti umani, il cyberspionaggio, le tensioni nel Mar Cinese Meridionale, la questione del sistema missilistico Thaad che la Corea del Sud ha installato sul proprio territorio in collaborazione con gli Usa. Su tutti questi oggetti del contendere, Xi Jinping e Obama si sono trovati divisi, ma hanno invece ratificato l’accordo di Parigi sul clima che da oggi, con l’adesione dei due maggiori inquinatori planetari, avrà più possibilità di fare progressi.
Comunanza di vedute anche sulle cosiddette «guerre monetarie»: Pechino e Washington hanno dichiarato di rinunciare alla svalutazione competitiva delle proprie valute. Salvo imprevisti piuttosto clamorosi e fragorosi, ad Amburgo Xi Jinping e la Merkel ci saranno ancora; Obama sicuramente no.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su China Files
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    Gabriele Battaglia
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Al via il G20 di Hangzhou

Si è aperto il G20 di Hangzhou, una delle sette capitali storiche della Cina, che Marco Polo descrisse come «la più grande del mondo». Oggi è quartier generale di Alibaba, impresa di punta dell’ IT cinese, nonché meta per torme di turisti che si specchiano nelle acque del suo celebrato Lago dell’Ovest (Xi Hu). Meglio girare al largo se odiate il clima umido subtropicale. La gioventù comunista della città ha celebrato l’evento con un video destinato ai cari ospiti internazionali: «Huangzhou huanying ni» (Hangzhou vi dà il benvenuto).

La celebrazione/autocelebrazione giunge al culmine di un processo iniziato due anni fa, quando la presidenza cinese del G20 scelse la città da nove milioni di abitanti per il grande evento. C’erano parecchie aspettative. Dopo il summit di Brisbane 2014, era stato infatti stabilito l’obiettivo del «two in five», cioè l’innalzamento del Pil globale di due punti percentuali in cinque anni (2014-2018), attraverso strategie di crescita concordate e rispettivamente monitorate tra i diversi Paesi. L’obiettivo è praticamente già fallito. Il G20 si tiene insomma in un momentaccio: il libero scambio globale vive un arretramento, la congiuntura economica internazionale non è rosea, aumentano le zone di crisi politica e le emergenze umanitarie nel mondo, perfino le vituperate barriere commerciali non sembrano voler sparire. Il tutto, alla faccia di un G20 nato invece per facilitare la cooperazione.

Ma al di là del sistema-mondo, anche le aspettative cinesi sono andate un po’ a farsi friggere: fino a due mesi fa era proprio il rallentamento dell’economia dell’ex Celeste Impero e l’ingigantirsi del suo debito a essere oggetto di chiacchiere nei corridoi. Poi «per fortuna» sono arrivati il Brexit e il golpettino turco, così l’attenzione si è spostata altrove. Fonti diplomatiche riservate ci hanno raccontato di come durante il summit dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali che si è tenuto a Chengdu il 24-26 luglio, la Turchia abbia cercato di infilare nel comunicato finale un endorsement del governo Erdogan, incassando un rifiuto (e infatti nel comunicato poi non è comparso). Il G20 di Hangzhou tirerà proprio le somme di tutte le riunioni specifiche che si sono tenute in Cina nel corso dell’ultimo anno e rilascerà il documento finale. Una grande cerimonia a cui parteciperanno ministri delle Finanze e capi di Governo: Renzi e Padoan per l’Italia. Schematizzando, i lavori seguiranno due «track» (tracce): la «Finance track», che riguarda i ministri delle Finanze e le organizzazioni internazionali, e che si occupa di riforme strutturali, finanziamenti, investimenti in infrastrutture e così via; la «Sherpas track», che si occupa invece di tutto il resto (con qualche sovrapposizione), cioè energia, sostenibilità, anti-corruzione, commercio, lavoro. Le nostre fonti ci dicono che il governo italiano ha seguito in maniera distratta entrambe le «track», inviando sottosegretari piuttosto incompetenti. Solo nel summit dedicato al commercio ha spedito una figura di spicco come Ivan Scalfarotto, segno evidente delle nostre priorità. Tra le chicche che si raccontano, il fatto che a giugno il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina non sarebbe andato al G20 di sua competenza perché avrebbe preferito restare a Milano per tirare la volata a Giuseppe Sala in corsa per la poltrona di sindaco.

Compito del G20 avrebbe dovuto essere quello di concentrarsi sulle riforme strutturali per rilanciare la crescita globale: liberalizzare i mercati dei beni e dei servizi, creare un ambiente favorevole al business e così via. Si diceva che l’obiettivo è già fallito e, quando si tratta di spiegare perché, sono oggi due le versioni che vanno la maggiore: da un lato, chi imputa il fallimento a riforme non abbastanza incisive e a governi non abbastanza credibili quando si tratta di applicarle (ritardi, compromessi, etc); Dall’altro, chi ritiene invece che in un contesto di bassa crescita globale le riforme non servano, ci vorrebbero prima politiche sul fronte della domanda. Schematizzando, i rigoristi tedeschi da una parte, i sostenitori della «demand side» dall’altra. I cinesi hanno abbracciato una politica vagamente filo-tedesca. Hanno quindi spinto per la creazione di un sistema condiviso in grado di misurare l’incisività delle riforme in termini quantitativi. Ma ciò ha dato luogo a un ginepraio, non solo perché è difficile «misurare» le riforme nel corso del tempo, ma anche perché il sistema avrebbe previsto un monitoraggio «cross-country», reciproco. E nessun Paese intende essere misurato dagli altri. «Le classifiche nessuno le vuole fare», ci spiegano le nostre fonti.

Un altro aspetto rilevante per la presidenza cinese è la riforma della governance globale, cioè la ridefinizione delle quote all’interno del Fondo Monetario Internazionale, da cui discendono poi quelle della Banca Mondiale. Dato che vengono riviste ogni cinque anni e che il congresso Usa si oppone a qualsiasi cambiamento dal 2011, un accordo ancora non c’è, anche se esiste un consenso nel ritenere che i Paesi emergenti avranno prima o poi più peso. In ballo c’è il finanziamento delle istituzioni internazionali, in un contesto in cui tutti stringono il cordone della borsa mentre qualcuno ha invece più liquidità disponibile. Come appunto la Cina. Nel frattempo, Pechino si è fatta la sua banca per lo sviluppo, cioè la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), che ad Hangzhou è invitata a partecipare al G20 per la prima volta. Proprio alla vigilia, il Canada ha chiesto di poter entrare a farne parte, lasciando Usa e Giappone con il cerino in mano, in quanto ultimi, tra le maggiori economie, che ancora la osteggiano. Alla voce «governance» c’è anche la riforma dei Diritti Speciali di Prelievo (SDR), la supermoneta che fa da unità di conto all’interno del FMI e che è composta da un paniere di valute nazionali, tra cui di recente è entrato anche il Renminbi cinese. Pechino punta a un utilizzo più sostanziale dei SDR, trasformandoli anche in valuta di riserva e strumento contabile. Chiede quindi al FMI di emetterne di più per offrire più liquidità, ma sia Washington sia la stessa organizzazione economica internazionale si oppongono. Qualche risultato a titolo compensativo la Cina l’ha però ottenuto: la Banca Mondiale ha emesso un bond in SDR solo per il mercato cinese.

Un pallino dei cinesi sono le infrastrutture. Hanno strappato al FMI una dichiarazione che riconosce la loro utilità per la crescita e hanno pure ottenuto un coordinamento globale sugli standard e sui finanziamenti. In pratica, il Paese che non ha al momento rivali nel costruire strade, ponti, tubi e ferrovie ha imposto l’idea che promuovano la domanda, in un contesto in cui Usa e Germania, i due membri più importanti del G20, sono tagliati fuori, perché hanno infrastrutture deficitarie perfino a casa loro e non sembrano intenzionati a investirvi in futuro.

Pechino ha inoltre istituzionalizzato il G20 del commercio, nonostante esista già il WTO. Su questo genere di faccende, tutto il mondo ce l’ha con la Cina, per motivi talvolta validi e talvolta pretestuosi. Il fatto che siano stati proprio i cinesi a volere un contenitore dove si parla di questioni commerciali ha suscitato quindi curiosità. Il summit specifico si è tenuto a Shanghai lo scorso luglio. Oltre alle consuete formule generiche, il comunicato finale ha accennato anche alla sovraccapacità, vero oggetto del contendere tra la Cina e il mondo. Si dice che Pechino abbia dovuto inghiottire. Altro ambito importante per i cinesi è l’anticorruzione. Sul piano puramente teorico, è un tema unificante. Tuttavia, quando Pechino propone standard di cooperazione internazionale, chiede di fatto che le vengano rispediti indietro i propri corrotti che riparano all’estero, il che crea imbarazzo perché non tutti i Paesi confidano nel sistema legale cinese.

Due novità introdotte dal G20 a guida cinese sono la «Climate finance» e la «Green finance». La domanda è: come rendere adeguati i sistemi finanziari affinché favoriscano la conversione dell’economia in senso ambientale? La «Climate finance» si pone il problema di stoccare risorse pubbliche per creare un fondo contro il riscaldamento globale. Operativamente, si tratta di finanziare con i soldi delle economie avanzare le economie emergenti affinché divengano «carbon free». Ci sono in ballo 100 miliardi di dollari, il punto è capire chi ce li mette e a chi vanno. La Cina, in questi casi, recita da sempre la parte dell’economia emergente, ma le indiscrezioni che abbiamo raccolto ci dicono che oggi lo stia facendo in maniera responsabile: non chiede soldi per sé, bensì che si facciano cose utili. Più complessa è la questione «Green finance», perché qui si tratta di finanziare i privati e la palla passa al mercato: come dare liquidità alle imprese verdi e stimolare quelle inquinanti a riconvertirsi? Bisognerebbe emettere dei «bond verdi» che finanzino le imprese virtuose e al tempo stesso siano interessanti per gli investitori. Il problema è che un’impresa che si riconverte al verde ha costi alti, per cui, per favorirla, bisognerebbe studiare per lei tassi di interesse bassi. Ma una rendita bassa scoraggerebbe gli investitori. Come si colma il divario tra necessità di finanziamento delle imprese verdi e aspettative del mercato? Il merito dei cinesi è a oggi quello di voler studiare questo gap. Con loro, per ora, ci sono i britannici. Si fa strada l’idea che una minore rendita per gli investitori sarebbe controbilanciata da una maggiore sicurezza dell’investimento: un’impresa «verde» non rischia infatti di provocare disastri ambientali dai costi altissimi come invece succede per quelle inquinanti. La seconda domanda a cui rispondere quando si parla di «Green finance» è: come si convincono le banche a finanziare queste imprese, cioè a infilare il parametro ambientale nei loro modelli? Il problema sembra essere che le banche si sentono già afflitte da troppe regole che limitano la loro operatività. Nessuno, nel settore bancario, desidera una nuova normativa «green».

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    Gabriele Battaglia
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Trame e interessi dietro una bomba

Un giorno prima delle annuali celebrazioni per l’indipendenza kirghiza dall’Unione Sovietica, un attentatore suicida forza con la propria auto l’ingresso dell’ambasciata cinese di Biškek, e si fa esplodere al suo interno, uccidendo se stesso e ferendo tre lavoratori locali, addetti alla sede diplomatica. L’agenzia di Stato cinese Xinhua include tra i feriti anche tre connazionale addetti alla sicurezza, per un totale di sei. Mentre scriviamo non è giunta ancora alcuna rivendicazione. L’inchiesta delle autorità del Paese centroasiatico e musulmano, fortemente caldeggiata da Pechino, è agli inizi. Per risalire all’identità del kamikaze si farà ricorso alla prova del Dna, ma le autorità kirghize hanno già parlato di «un terrorista». Qualche testata internazionale osserva come nota a margine che l’ambasciata cinese si trova di fianco a quella Usa. Fin qui i fatti.

Non si tratta del primo attentato anticinese in Kirghizistan. Nel 2000, separatisti uiguri – l’etnia turcofona originaria dello Xinjiang cinese – furono accusati dell’uccisione di due diplomatici di Pechino. Stessa pista per l’attacco del 2002, quando uomini armati spararono a Wang Teng Ping, primo segretario dell’ambasciata cinese a Biškek, e al suo autista, ammazzandoli. Nel marzo del 2003, 21 persone, tra cui 18 cinesi, furono rinvenute morte su un autobus incendiato, in un caso che i funzionari kirghizi descrissero inizialmente come «rapina e omicidio», per poi virare su una versione che accusava ancora una volta i separatisti provenienti dalla Cina, prontamente ripresa dai media di Stato cinesi. Nel 2014, undici uomini provenienti dal lato cinese furono uccisi dalla polizia di frontiera kirghiza. Le autorità di Biškek confermarono che erano uiguri e spiegarono che rappresentavano un rischio per la sicurezza.

Kirghizistan e Xinjiang confinano; sono circa 50mila gli uiguri che vivono nel Paese centroasiatico. La pista più scontata e gettonata punta quindi anche oggi verso l’indipendentismo uiguro. I media internazionali la pronunciano per ora sottovoce, i servizi di sicurezza kirghizi hanno già lasciato trapelare, non si sa su quali basi, che il kamikaze dovrebbe essere proprio un membro di quell’etnia.

Le istanze dei separatisti originari dello Xinjiang – che per Pechino sono sia un problema sia un comodo capro espiatorio – potrebbero oggi saldarsi con il malessere creato in Asia Centrale dal grande progetto made in China di rinnovata Via della Seta: un network di strade, ferrovie, gas/oleodotti, reti informatiche, infrastrutture e relativi investimenti che, partendo dallo Xinjiang cinese, dovrebbe rendere più vicini i due estremi di Eurasia.

Le repubbliche centroasiatiche sono già da tempo investite da questo processo che, se riempie le casse deficitarie degli Stati, crea nuove opportunità per i grandi tycoon e per il piccolo ceto medio che già sta emergendo ai margini del grande business, ma può anche provocare risentimento tra gli esclusi dalla spartizione della torta e tra coloro che vi vedono una forma di neocolonialismo economico. In tal caso, la saldatura tra disagio interno e separatismo uiguro nel nome di una identità etnico-religiosa transfrontaliera, sarebbe una brutta gatta da pelare sia per Pechino sia per i leader al potere nei Paesi dell’area. Proprio in queste ore si rincorrono voci contrastanti sull’ictus che avrebbe colpito Islam Karimov, l’uomo forte uzbeko, che negli ultimi 25 anni ha fatto fuori senza andare troppo per il sottile qualsiasi impulso fondamentalista presente nel proprio Paese. La sua quasi sicura dipartita (che sopravviva o meno) è un ulteriore elemento destabilizzante. Una nuova fase si sta aprendo in Asia Centrale, non si sa quanto complicata.

Non è invece al momento molto gettonata la pista Daesh (Isis), se non nella ormai consueta formula dell’attentato «in franchising», per cui la sezione propaganda del califfato mette postumamente il proprio brand su qualsivoglia atto terroristico dalla vaga connotazione «islamica». Le autorità del Kirghizistan detengono periodicamente sospetti militanti accusati di essere legati allo Stato Islamico, che li recluta in Asia centrale. Quanto è consistente il fenomeno? Qui, i dati reali si mischiano con le assortite e contrapposte propagande. Di recente, un funzionario turco ha dichiarato che uno dei tre attentatori suicidi coinvolti nell’attacco all’aeroporto di Istanbul fosse un cittadino del Kirghizistan.

Rimane inevasa la domanda: perché la Cina?

Per rispondere, si può fare ricorso a una terza ipotesi, per ora taciuta dai più e molto complottistica: l’attentato «autoprodotto». Nostre fonti a Biškek ci hanno spiegato come da tempo le autorità kirghize facciano di tutto per accreditare una emergenza terrorismo, in un Paese dove del fantomatico Isis non ci sarebbe comunque traccia. Lo scorso luglio, i servizi kirghizi hanno dichiarato di avere sgominato proprio a Biškek la prima cellula Isis non solo del Paese, ma di tutta l’Asia Centrale. Secondo Franco Galdini, giornalista freelance residente da anni a Biškek, si trattava però di un gruppo di noti criminali legati allo spaccio internazionale di droga.

In tal caso, l’attacco anticinese di ieri potrebbe essere due cose: un «procurato spavento» alla Cina, affinché si adoperi di più nella cooperazione securitaria (va detto però che tale cooperazione è già in corso sotto l’ombrello della Shanghai Cooperation Organisation, «la Nato d’Oriente»); oppure un avvertimento di qualche Paese che non vede con favore l’eccessiva assertività di Pechino in Asia Centrale, così forte grazie alla violenza della moneta, così vorace di risorse e così efficace nel ridefinire alleanze, amicizie, sfere d’influenza. A Biškek, nella sede dei locali servizi segreti, c’è un ufficio gestito dall’Fsb russo. Dopo lo smantellamento della base statunitense di Manas nel 2014 (avvenuta anche su pressioni di Mosca), russi sono i finanziamenti all’esercito e l’ammodernamento bellico, russi i gasdotti e gli investimenti in infrastrutture.

Molti definiscono il Kirghizistan uno «Stato satellite» della Russia, tant’è che il presidente Almazbek Atambayev ha di recente tentato un avvicinamento/diversivo con Angela Merkel, dopo il rallentamento del flusso di capitali in arrivo da Mosca per via delle sanzioni. Ma il Kirghizistan resta «cortile di casa» per Putin.

Qui però siamo nella fantapolitica, in un film che mixa il «Grande Gioco» di Hopkirk con uno 007 sulla Via della Seta.

 

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    Gabriele Battaglia
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Didi Chuxing, l’Uber cinese

Nordest italiano, anni Ottanta: l’operaio-massa viene incentivato a lasciare la fabbrica con la promessa di un nuovo status da «piccolo imprenditore». Nasce così il lavoratore autonomo di seconda generazione, il popolo delle partite Iva. Dal lavoro salariato si passa alla committenza, la consulenza, l’intermittenza. Tipico è il caso dell’autista che fa le consegne aziendali: gli si offre una buonuscita per comprare un camion, lo si trasforma nel fornitore di un servizio, si scaricano sulle sue spalle gli alti e bassi del mercato. Cambia perfino il consumo di droghe: dall’eroina debitamente immessa sul mercato per spezzare le reni al proletariato di fabbrica e al proletariato giovanile, si passa alle anfetamine, così adatte a reggere i ritmi di lavoro da 60 ore settimanali a cui, nella nuova dimensione ipercompetitiva, si sottopone il nuovo piccolo imprenditore plebeo. Dall’auto-organizzazione dei movimenti, si passa all’auto-sfruttamento dei singoli. Dal Partito comunista alla Lega Nord.

Cina, 2016: «Didi Chuxing ha creato più di un milione di posti di lavoro per gli esuberi dell’industria pesante», annuncia trionfalmente la stessa impresa già ribattezzata «Uber cinese». Didi Chuxing fornisce veicoli privati e taxi a chiamata grazie a un’applicazione per smartphone. Non hai voglia di aspettare in qualche incrocio di una metropoli cinese sventolando la mano a ogni taxi che passa? Apri «Didi», scopri chi c’è nei paraggi e contratta in tempo reale il costo del viaggio. È mediamente più rapido, efficiente e spesso anche più economico del taxi tradizionale. Nasce da due servizi preesistenti e concorrenti, supportati dai giganti dell’IT cinese – Didi Dache (Tencent) e Kuaidi Dache (Alibaba) – che si sono fusi di fronte allo sbarco di Uber – quello vero – in Cina. Di recente, anche Apple ha investito un miliardo di dollari in Didi Chuxing. Ora, si diceva, la stessa società afferma che 3,89 milioni dei suoi autisti full-time o part-time vengono da 17 delle regioni più industrializzate della Cina, sparse dalla rust belt del nord-est alla Cina centrale: Heilongjiang, Shanxi e Sichuan tra le altre. 530mila di questi chaffeur o autisti privati sono ex operai di industrie pesanti in corso di pesante ristrutturazione: carbone, acciaio, cemento. Secondo Didi, si tratterebbe del 60,2 per cento dei lavoratori dell’industria inseriti nel programma di ricollocazione del governo per il 2016; del 29,4 se si considera l’obiettivo quinquennale.

Dunque, ricapitolando, l’ex operaio massa cinese reso esubero utilizza la propria vettura privata (o quella fornita da un’agenzia) per offrire un servizio apprezzato dalla clientela, che produce profitti per Didi Chuxing e fa un piacere al governo. Ricorda terribilmente il nostro camionista nordestino; è la nascita del lavoratore autonomo di seconda generazione secondo caratteristiche cinesi (la prima generazione era quella dei piccoli-medi imprenditori manifatturieri di cui abbiamo già raccontato). Ma qui siamo nell’epoca dell’IT e in quel processo di transizione da società industriale a società dei servizi (e dei consumi) che è il sogno dei leader di Pechino.

Gli sbandierati successi di «Didi» appaiono anche come il trionfo della geolocalizzazione, forse il trend più interessante nell’ambito delle tecnologie informatiche. Se in Occidente si parla dei Pokemon Go come di «avamposto di Google per la guerra contro Facebook», da tempo le tre sorelle dell’IT cinese – Baidu, Alibaba, Tencent – competono per creare servizi che si basano sulla localizzazione geografica, nonché per fare il prossimo salto epistemologico. Due anni fa, Baidu strappò a Google Andrew Ng, guru del Deep Learning, quella tecnologia che ci permetterò di parlare ai nostri telefonini e sguinzagliarli alla ricerca di informazioni che loro stessi rielaborano. Prime applicazioni? I servizi connessi al territorio, naturalmente: « Dire al mio dispositivo elettronico “trovami un buon ristorante nel centro di Pechino”, è sicuramente più comodo che mettersi a digitare sulla tastiera», ci disse ai tempi Ng.

Ma torniamo a Didi Chuxing. L’amministratore delegato Cheng Wei ha dichiarato che le corse giornaliere che si basano sull’applicazione sono 15 milioni, e aggiunto che «mentre la Cina vive una profonda ristrutturazione economica, Didi è in una posizione unica per aiutare gli autisti a trovare opportunità di lavoro flessibili e un miglior tenore di vita, grazie al potere della tecnologia con la quale ci adoperiamo a creare città più sostenibili». A febbraio Pechino ha annunciato 1,8 milioni di licenziamenti nelle miniere e nelle acciaierie, cui si appresta a rimediare con un fondo da 100 miliardi di yuan per facilitare la riassunzione dei licenziati in comparti più strategici. Il premier Li Keqiang ha lanciato un vero e proprio appello affinché tutto il Paese si adoperi nel processo di ricollocamento dei lavoratori. Nell’anno in corso, il governo si propone di ridurre la produzione d’acciaio di 45 milioni di tonnellate e di tagliare la capacità produttiva nelle miniere carbonifere di 280 milioni di tonnellate. Come fa notare Kitty Fok, amministratore delegato della società di ricerca IDC China, «le piattaforme Internet come Didi sono in grado di offrire opportunità di lavoro per gli operai, aiutando al contempo anche a realizzare l’iniziativa governativa Internet Plus».

Un segnale d’allarme è lanciato però dagli economisti del grande gruppo bancario HSBC, secondo cui il passaggio troppo rapido da società industriale a società dei servizi abbatterà la produttività dei lavoratori cinesi, già non eccelsa. Il motivo? I nuovi lavori nel terziario – che ormai rappresenta la voce più importante del Pil nazionale – sono soprattutto servizi a basso valore aggiunto, che non richiedono grande specializzazione: chi è stato in qualsiasi ristorante di una metropoli cinese avrà per esempio ben in mente la ridondante presenza di camerieri inutilizzati e piuttosto inefficienti. Ecco quindi che Didi e servizi simili possono sembrare il classico cacio sui maccheroni (soia sui ravioli, fate voi): coniugano la ricollocazione della forza lavoro nei servizi con la creazione di innovazione. Ma, come nel Triveneto e ovunque, trasferisce estrema flessibilità sul groppone della forza lavoro. È il neoliberismo, bellezza.

Tratto da China Files

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    Gabriele Battaglia
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La corte dell’Aja dà ragione alle Filippine

Non vi è alcuna base giuridica con cui la Cina possa rivendicare diritti storici sulle risorse all’interno della zona di mare che rientra nella “linea dei nove tratti“. La Corte permanente di arbitrato dell’Aja ha respinto le rivendicazioni territoriali cinesi sul Mar Cinese Meridionale, sostenendo che non esiste alcuna prova che la Cina abbia storicamente esercitato un controllo esclusivo su quelle acque.

È la sentenza prevista da giorni ma già respinta da Pechino che la definisce «infondata».

Il tribunale dell’Aia sostiene anche che la Cina abbia violato i diritti sovrani delle Filippine. Sostiene infine che abbia causato «gravi danni all’ambiente della barriera corallina» attraverso la costruzione di isole artificiale. Le Filippine nel 2013 avevano sollevato il caso presso la Corte di Arbitrato dell’Aja, impugnando la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.

Manila chiedeva alla corte di esprimersi sulle rivendicazioni di Pechino nel Mar Cinese Meridionale e sulla cosiddetta «linea dei nove tratti», cioè la rivendicazione delle proprie acque territoriali da parte della Cina in base a una linea che oltre a comprendere arcipelaghi contesi come quelli delle Spratly e delle Parcelse, arriva a lambire le coste degli altri Paesi che si affacciano su quel mare. Manila sosteneva che siccome gran parte degli isolotti compresi da Pechino non sono in grado di sostenere la vita umana, in base alla Convenzione Onu non sono quindi da considerarsi un prolungamento della piattaforma continentale cinese.

La Corte di Arbitrato dell’Aja – ricordiamolo – non è la Corte Internazionale di Giustizia che sta sempre all’Aja. È un’organizzazione di tribunali nazionali che si mettono insieme per dirimere controversie internazionali. Anche la Cina aderisce a questa organizzazione, ma nel 2014 ha rifiutato la giurisdizione della corte sostenendo che non abbia competenza sui casi che riguardano la sovranità, eccezione sollevata in passato anche da altri Paesi.

E per la Cina il Mar Cinese Meridionale è questione di sovranità, perché, per ragioni cosiddette storiche, Pechino si rifà a mappe più o meno antiche per dire che isolotti, atolli e perfino secche sono cinesi, perché avevano nomi cinesi. Anche qui la questione è estremamente controversa, sarà sufficiente dire che anche le mappe danno risposte non univoche e soprattutto non sarebbero impugnabili come prova giuridica. Secondo un parere diffuso, la corte quindi ha giurisdizione sul caso, ma non ha poteri per imporre le proprie decisioni.

Quindi, si torna alle pressioni politiche: gli Stati Uniti sostengono da tempo che la Cina debba rispettare le decisioni della corte, Pechino continua a negarne la giurisdizione, Washington che manda le sue navi a scorrazzare vicino agli isolotti controllati dai cinesi  che, per tutta risposta, organizzano esercitazioni navali proprio in questi giorni. In realtà la Cina non vuole l’intromissione statunitense in quell’area, che giudica il proprio cortile di casa, non vuole neanche che organizzazioni internazionali si esprimano sull’argomento e vuole dirimere le questioni bilateralmente con gli altri interessati. Che però, presi individualmente, non hanno la forza della Cina.

A questo punto si pensa che Pechino debba valutare se sia peggiore la perdita di faccia data dal non rispettare la sentenza della corte oppure la rinuncia alle proprie rivendicazioni.

Tratto da China Files

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    Gabriele Battaglia
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L’UE che piace alla Cina: unitamente disunita

Fen jiu bi he, he jiu bi fen è l’incipit del Romanzo dei Tre Regni, uno dei quattro classici della letteratura cinese: «Il mondo sotto il cielo, dopo un lungo periodo di divisione, tende a unirsi; dopo un lungo periodo di unione, tende a dividersi. Così è stato fin dall’antichità», scrive il presunto autore Luo Guanzhong – detto lo «Shakespeare cinese» – per descrivere turbolenze, conflitti, intrighi e maneggi che determineranno la fine della dinastia Han.

Oggi, qualche cinese ha rispolverato il detto, che per estensione significa «tutto cambia costantemente», nel tentativo di descrivere una cosa incomprensibile ai più: la scelta del 52 per cento dei britannici aventi diritto al voto, al netto degli astenuti, di tagliare i ponti con l’Unione Europea. Quando poi si è diffusa la voce che sarebbero stati i sudditi di Sua Maestà più anziani a tirare su il muro a Calais via scheda elettorale – vero, ma i giovani semplicemente non sono andati a votare – quei cinesi che provano un qualche interesse per le vicende politiche europee sono giunti in genere a una conclusione che curiosamente coincide con quella dell’europeo «liberal ed evoluto» (o «extra-europeo liberal ed evoluto», nel caso dei britannici): «I vecchi hanno imposto le proprie paure e negato un futuro ai giovani, questa “democrazia” proprio non funziona».

Solo che questo, in Cina, lo teorizzano da tempo anche gli intellettuali neoconfuciani, è quasi dottrina di Stato: la liberaldemocrazia elettorale che arriva da Occidente è una bufala, intercetta solo le pulsioni del momento e non trae insegnamento dal passato; ma soprattutto, rischia di imporre opzioni pesanti come incudini sulla testa delle future generazioni. Così, come ipotesi di modello politico, si predilige l’idea di un regime «meritocratico» con accesso ai vertici dello Stato via cooptazione (tipo una tecnocrazia), democrazia «controllata» alla base dei villaggi (tutti eleggibili ma meglio se iscritti al Partito), varie ed eventuali in mezzo. Che poi gli alti papaveri al potere siano ben felici di impugnare tale ipotesi per garantire le proprie poltrone è fatto del tutto casuale.

Ma torniamo alla Brexit: come l’ha presa la Cina che governa? Stante il principio di non ingerenza nelle vicende altrui, nei giorni precedenti al referendum, i media di Stato avevano comunque più volte ripetuto le proprie perplessità. Pechino è in attesa del riconoscimento da parte dell’Europa dello status di «economia di mercato» (Mes), qualcosa a cui tiene molto. Negli scorsi mesi, all’interno della Ue si era costituito un fronte anti-Cina guidato dall’Italia e dagli altri Paesi latini, controbilanciato proprio dal Regno Unito e, forse dalla Germania. Ora, l’opinione britannica varrà come il due di briscola e il fronte del «no» al Mes si rafforza.

C’è poi la «golden decade», cioè il fatto che lo scorso anno, durante la sua visita in Gran Bretagna, Xi Jinping aveva sancito con Cameron l’avvio di un decennio di rapporti privilegiati tra Pechino e Londra. Chiara era la strategia cinese: usare il Regno Unito come porta verso l’Europa, per poi accedere ai benefici del mercato comune. Ora, la porta si chiude. Ma su questo punto esiste una diversa valutazione: la City perde significato come hub finanziario europeo per l’internazionalizzazione dello yuan? Che problema c’è, si va a Francoforte. E intanto si incassano i benefici di una Londra con il piattino della questua nei rapporti bilaterali.

Ecco, proprio questa ambivalenza nei confronti dell’Europa unita, questo sguardo distante ma al tempo stesso interessatissimo alle vicende che ci riguardano, nasconde in realtà una strategia assertiva, sia coerente sia in evoluzione, adattativa, pragmatica; sia diplomazia ufficiale sia public diplomacy, è il metodo con cui Pechino cerca di cogliere il meglio dalle circostanze che si verificano. A ottobre 2015, un consorzio di think-tank europei di recente formazione – European Think.tank network on China – ha pubblicato un rapporto che fa il punto proprio su questo tema: Mapping Europe-China Relations. A Bottom-Up approach [scaricabile gratuitamente qui].

Secondo lo studio, la Cina non ha interesse a un’Europa debole perché teorizza un mondo tripolare composto da se stessa, gli Stati Uniti e proprio la Ue. Non fa quindi nulla per dividere l’Europa, semplicemente si adatta a un’Europa che si disunisce già da sé, e applica uno schema consolidato. Alice Ekman, una delle autrici del rapporto, ci ha spiegato meglio questo «pattern».

Primo. Nello stile diplomatico, la Cina sottolinea sempre la «comprehensive strategic partnership» che ha con la maggior parte dei Paesi europei, anche se questa formula, di per sé, non vuol dire nulla. Con ogni Paese «partner», Pechino enfatizza per esempio anniversari come quello delle relazioni bilaterali; ma poi, di volta in volta, sbandiera «specifici legami storico-culturali» con molta disinvoltura. Così, se con i Paesi dell’Europa centro-orientale si tende sempre a ricordare un comune passato di sofferenze sotto la dominazione straniera, con altri – come Uk, Spagna e Portogallo – si sottolinea invece una medesima matrice imperiale, fatta di grande storia e di civiltà millenaria. Del resto, la Cina è sia una cosa sia l’altra. Al contempo, su un piano più sostanziale, si cerca la complementarietà tra le rispettive strategie di sviluppo.

Secondo. Per la Cina, esiste una gerarchia tra i Paesi europei e la «strategic partnership» viene così tradotta in modo diverso. In pole-position ci sono Germania, Francia e Regno Unito (quest’ultimo, almeno, fino alla Brexit). Dopo di che, la Cina cerca di creare propri network regionali di riferimento. Nel 2012, è stato creato il gruppo dei «16+1» con i Paesi dell’Europa centro-orientale, primo esempio di tale strategia, finora senza seguito altrove. Nella visione cinese, sono loro l’approdo della nuova Via della Seta. Esistono però politiche specifiche per il blocco dei Paesi nordici – «porta d’ingresso» all’Artico – e per l’Europa meridionale (senza la Francia), potenziale secondo punto d’arrivo per la «One Belt One Road».

Terzo. Le relazioni con un Paese europeo sono viste da Pechino come piattaforma diplomatica per altre parti di mondo. Così, si spera che le relazioni con la Francia facilitino anche i rapporti con l’Africa francofona, quelle con la Spagna contribuiscano all’ingresso in America Latina e il Portogallo apra la porta del Brasile. Non che la Cina non abbia una strategia indipendente verso queste parti di mondo, ma i Paesi europei dal passato coloniale sono intesi anche come «porte d’ingresso» verso ulteriori approdi.

Quarto. Esiste una public diplomacy che si affianca a quella ufficiale. Si compone di cooperazione economica tra singole città o regioni cinesi ed europee, di grandi investimenti, di lobbying, di offensiva mediatica. Con questa «diplomazia del quotidiano», la Cina impone nelle relazioni con i singoli Stati le cosiddette «3k»: key priorities, key concepts, keywords. «Sogno cinese», «One belt one road» e così via monopolizzano il discorso diplomatico, consentono alla Cina di impostare le relazioni secondo i propri termini. Prendiamo la Via della Seta.

La Cina la sbandiera di continuo, ma a oggi si sono visti pochi progetti concreti, per esempio il famoso corridoio ferroviario tra Ungheria e Serbia è ancora allo stato di progetto. Ecco però che le associazioni di industriali europei fanno pressione sui propri governi per entrare nella grande evocazione simbolica e il solo fatto che se ne parli prepara il terreno per gli scambi economici. In questo gioco, entrano anche singole amministrazioni, a prescindere dai propri governi: per attirare gli investimenti cinesi, Lione si è proclamata per esempio «città sulla Via della Seta», il che è piuttosto bizzarro. Il massiccio investimento cinese verso l’Europa è poi funzionale anche alla competizione con gli Usa, perché Pechino sa benissimo che non tutti i governi europei sono allineati con Washington. In buona sostanza, la diplomazia cinese ama la prevedibilità e lo scossone Brexit andrà digerito. Ma se si considera la flessibilità di questo schema, è impensabile che a Pechino si pianga troppo per i destini di Londra.

Tratto da China Files

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    Gabriele Battaglia
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Meno carne, compagni

In cinese, il carattere che significa «casa» rappresenta un maiale sotto un tetto – 家 – ed esiste da circa 3mila anni. Questo ci dice quanta importanza abbia l’animale sinonimo di abbondanza, il cui prezzo, nella Cina di oggi, è addirittura uno dei parametri principali per misurare l’inflazione. Ma la carne significa gioiosa emancipazione dalla povertà ed è componente fondamentale della dieta anche sotto forma di polli, bovini, pecore e chi più ne ha più ne metta. Fino al 1982 i cinesi mangiavano in media 13 kg di carne pro capite l’anno. Adesso siamo a 63, di kg, cui se ne aggiungeranno altri 30 entro il 2030, secondo le proiezioni. La Cina divora il 28 per cento della carne che si consuma al mondo ed è quindi anche responsabile in grande misura delle emissioni di Co2 legate al bestiame – cioè il metano – e ai fertilizzanti per i pascoli, cioè l’anidride carbonica.Secondo un nuovo rapporto di WildAid, l’aumento previsto del consumo di carne da parte dei cinesi aggiungerebbe ogni anno 233 milioni di tonnellate di gas serra al totale delle emissioni globali. A meno che qualcuno o qualcosa tiri il freno.

dieta-cinesi

Così, il governo cinese ha rilasciato delle nuove linee guida sull’alimentazione consigliata che dovrebbero sia dare idea ai cinesi di che cosa sia una dieta bilanciata, sia ridurre le emissioni. Le «Linee guida nutrizionali per il 2016» (Jumin shanshí zhinan 2016), a cura della Società di Nutrizione Cinese (Zhongguo Yingyang Xuehui) consigliano di consumare tra i 40 e i 75 grammi di carne al giorno, cioè tra i 14 e i 27 chili l’anno, meno della metà di quanta se ne mangi ora.Per promuovere una campagna di massa così complicata, Pechino ha quindi assoldato testimonial d’eccezione per spot televisivi, come il regista James Cameron e l’ex attore-governatore californiano, il super muscoloso Arnold Shwarzenegger. Quasi a dire: «Visto? Per essere grandi e grossi non c’è bisogno di tutta quella carne». Negli spot, il dito è puntato proprio sulle responsabilità collettive verso il clima più che su altre considerazioni. Va ricordato che, a livello globale, il 14,5 per cento delle emissioni nocive dipende dagli allevamenti da carne.

Se le nuove linee guida del governo cinese dovessero essere seguite, si calcola che nel 2030 le emissioni da bestiame che produce la Cina saranno circa un miliardo di tonnellate meno del previsto. Ma va anche detto che se in numeri assoluti i cinesi consumano tanta carne, in numeri relativi ne mangiano molta meno dei cittadini di almeno una dozzina di Paesi più ricchi. Giusto per chiarire, uno statunitense o un australiano divorano oltre il doppio della quantità di carne che mangia un cinese. Tuttavia, alcuni rapporti sottolineano che la velocità dello sviluppo cinese ha travolto la popolazione anche quando si tratta di consumi alimentari. Circa 100 milioni di cinesi hanno oggi il diabete, mentre l’obesità è in aumento. Quanto all’ambiente, emissioni a parte, la terra arabile è drasticamente in diminuzione proprio a causa dei pascoli e le risorse idriche sono sottoposte a stress continuo.Come al solito, quando si tratta di Cina, l’inversione di rotta è una corsa contro il tempo.

Tratto da China Files

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    Gabriele Battaglia
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Merkel per la nona volta a Pechino

È la nona volta che Merkel viene in Cina in dieci anni di leadership. Per fare un impietoso paragone, Renzi ci è venuto solo una volta e frettolosamente. Questo ci dà una chiara idea delle rotte su cui viaggiano le relazioni internazionali che contano. Ma forse, per pareggiare, il presidente del consiglio italiano conta di governare trent’anni. L’attenzione e il rispetto con cui la cancelliera guarda a Pechino le permette anche di dire cose che gli altri europei non osano o non si sognano manco di dire.

Così, giunta il 12 giugno a Pechino per un summit tra il governo tedesco e quello cinese accompagnata da una ventina tra i massimi capitani d’impresa germanici, Merkel ha parlato alla locale Accademia delle Scienze, chiarendo immediatamente un concetto: l’Unione Europea non vuole guerre commerciali, ma che esiste un problema sulla sovrapproduzione di acciaio sussidiato cinese, che invade i mercati e manda in crisi le nostre imprese del settore. Ha poi aggiunto che le compagnie tedesche si aspettano uno Stato di diritto compiuto che renda i loro investimenti oltre Muraglia meno soggetti ad arbitrio. Chiede reciprocità, la Merkel, pressata dalla propria opinione pubblica che non vede di buon occhio l’offerta da 4,6 miliardi di euro con cui una società cinese – Midea Group Co – sta cercando di acquisire l’impresa di robotica Kuka AG. A Berlino ci sono state riunioni fiume in cui il governo ha cercato di convincere la proprietà di Kuka a valutare anche altre offerte, mentre Siemens è stata incoraggiata a fare un «passo avanti» in nome dell’orgoglio patrio e, naturalmente, del business.

Cina e Germania sono due Paesi manifatturieri. Il trasferimento di tecnologia implicato nell’acquisizione di un’impresa d’avanguardia da parte dei cinesi spaventa i tedeschi, che finora hanno goduto del vantaggio competitivo dato dall’innovazione. È la globalizzazione, bellezza, concetto che ha ribadito anche Frau Merkel appena sbarcata a Pechino, ricordando però che le regole devono valere per tutti.

Sul filone dello Stato di diritto, la cancelliera ha poi ricordato ai cinesi che il ruolo di superpotenza impone maggiori responsabilità e che quindi la Cina deve rafforzare la propria cultura legale sia nelle faccende internazionali – chiaro il riferimento alle dispute nel Mar Cinese Meridionale– sia in quelle domestiche. A questo proposito, nei giorni scorsi Merkel aveva ricevuto un appello dalla famiglia della giornalista Gao Yu, 71 anni, detenuta dal 2015 con l’accusa di avere divulgato segreti di Stato. Che Merkel conosca il proprio interlocutore lo rivela il fatto che abbia declinato la questione «Stato di diritto» in termini di stabilità sociale. In termini pragmatici, dunque, molto ammiccanti per i cinesi, che non accettano lezioncine morali ma al tempo stesso temono l’instabilità come la peste.«Stato di diritto» significa dunque una magistratura che «decide secondo le leggi e la regole del Paese in modo indipendente della politica, e tutti sono uguali davanti alla legge. Il che vuol dire che le procedure giudiziarie e le sentenze devono essere trasparenti», ha detto. «Se interpretato in questo modo – ha aggiunto Merkel – lo Stato di diritto rafforza la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nelle loro decisioni. E in tal modo rafforza anche la stabilità sociale di un Paese». Bingo.

Va ricordato che i tribunali cinesi sono controllati dal Partito comunista, anche se il presidente Xi Jinping sta cercando di renderli più giusti e affidabili togliendoli dalle grinfie dei funzionari locali. È una difficile strettoia: il potere del Partito deve restare inattaccabile – secondo Xi – ma le corti locali devono tutelare di più la gente comune contro i soprusi dei potenti. È la strategia identificata per impedire che i cinesi, sfiduciati, scendano sempre più in piazza o compiano gesti estremi per richiamare l’attenzione sulle proprie rimostranze e casi umani. Non si tende quindi a perseguire un Stato di diritto che i cittadini possano impugnare per attaccare anche il quartier generale, questo no, ma a rendere il giudiziario sufficientemente «autonomo» (virgolette plurime) da renderlo autorevole.

Ecco dove Merkel ha puntato il dito, segno che conosce il proprio interlocutore e lo tratta da pari a pari. Ma con rispetto. Certo, probabilmente non sposterà mezza virgola, ma il messaggio è arrivato. Dal canto loro, i media cinesi hanno sottolineato che il summit sino-tedesco rafforzerà senz’altro le relazioni bilaterali tra i due Paesi, ricordando la cooperazione a livello di G20 e nel grande progetto di moderna Via della Seta.

Tratto dal sito China Files

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    Gabriele Battaglia
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Cina, i traditi di Fanya

Quando ci sono di mezzo i soldi, non c’è grande firewall che tenga. È questa la storia di un gruppo di investitori cinesi che si è dotato di VPN – virtual proxy network – per aggirare la censura su internet e sbarcare su Twitter, che è bloccato nel loro Paese, dove hanno cominciato a spammare l’account di personaggi noti e meno noti, come per esempio il presidente statunitense Obama, per richiamare l’attenzione su una truffa che hanno subito. Lo riporta il sito Quartz.

Tutto è cominciato nell’aprile del 2015, quando Fanya Metal Exchange – una piattaforma per gli investimenti sui metalli divenuta poi una vera e propria società di gestione patrimoniale – ha dichiarato problemi di liquidità ed è stata sospesa dalla borsa di Shanghai. Fino a quel momento aveva rastrellato 6 miliardi di dollari da circa 220mila piccoli investitori promettendo ritorni interessantissimi e sicuri, che si aggiravano sul 13 per cento di interessi.

La società era collegata ad alcune delle maggiori banche di Stato cinesi, come ICBC e Bank of China. Nelle sue brochure presentava questi partner come «banche depositarie», garanti cioè degli investimenti, mentre in realtà si è poi scoperto che attraverso le banche passavano solo i bonifici. Al loro interno, c’erano però singoli funzionari che promuovevano i prodotti di Fanya, la quale aveva anche acquistato spazi pubblicitari sulla televisione nazionale, aumentando quindi la sensazione di un investimento sicuro.

Le prospettive di arricchimento facile hanno attirato molti piccoli investitori che spesso hanno raccolto cifre notevoli rastrellando i risparmi di parenti e amici. Un’umanità eterogenea – si va da giovani coppie ad anziani pensionati – ma accomunata dall’appartenenza al nuovo ceto medio cinese, quel brodo primordiale nato soprattutto dall’accesso alla proprietà immobiliare. Quando lo scandalo è scoppiato, i piccoli investitori hanno fatto appello sia alla giustizia cinese sia al governo per avere indietro i propri soldi. Hanno manifestato di fronte alla sede di Fanya a Shanghai, davanti alla sede dell’authority per la borsa cinese e infine ai palazzi governativi.

Inchieste sarebbero in corso, ma non avendo ricevuto nessuna soddisfazione concreta, circa 300 di questi piccoli investitori si sono alla fine organizzati, hanno acquistato delle VPN e sono sbarcati su Twitter. I loro post sono scritti in pessimo inglese, non molto articolati, ma accorati. Si lamentano soprattutto del fatto che al momento del crollo delle borse, il governo cinese ha cercato di tenere a galla i maggiori titoli con varie misure amministrative, oppure investendo direttamente. Ma nessuno ha pensato a loro, agli «gnomi» che hanno perso i propri risparmi. Chiedono soprattutto attenzione dai media, che la storia sia ripresa e raccontata.

Dato che i casi di scandali finanziari abbondano in Cina, si dice che altri gruppi di investitori traditi stiano scendendo sul sentiero di guerra o, meglio, di Twitter. La novità infatti è questa. Il social media made in Usa, mezzo morto in Occidente, inaccessibile e mai considerato dalla grande massa dei cinesi che hanno proprie piattaforme, appare oggi come un forum «libero» dove fare massa con le proprie rivendicazioni. È un fenomeno diffuso? Probabilmente no, ma il caso dei truffati di Fanya ci dice che, dove non possono gli ideali e il vago richiamo ai controversi «diritti civili», può invece il portafoglio.

Tratto da China Files

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    Gabriele Battaglia
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    Uno di Due di gio 21/01/21

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    1D2 - 21/01/2021

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    Considera l'armadillo gio 21/01/21

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    Considera l’armadillo - 21/01/2021

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    Jack di gio 21/01/21

    PFM, Massive Attack, Stormzy, Katy Perry, Intervista a Leo Pari a cura di Margherita De Valle

    Jack - 21/01/2021

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    Stay Human di gio 21/01/21

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    Stay human - 21/01/2021

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    Memos di gio 21/01/21

    Conversazione sul Pci. Cent’anni fa nasceva il Partito Comunista d’Italia e trent’anni fa il Pci decideva di sciogliersi. Una storia…

    Memos - 21/01/2021

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    Armando Massarenti, La pandemia dei dati. Ecco il vaccino

    ARMANDO MASSARENTI - LA PANDEMIA DEI DATI. ECCO IL VACCINO - presentato da IRA RUBINI

    Note dell’autore - 21/01/2021

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    Cult di gio 21/01/21

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    Cult - 21/01/2021

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    37 e 2 di gio 21/01/21

    Calmierizzazione dei prezzi dei tamponi e dei test sierologici; tamponi esportati nella scorsa primavera negli USA; le vostre domande; la…

    37 e 2 - 21/01/2021

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    Prisma di gio 21/01/21

    La crisi di governo: reggerà questa maggioranza? Con il vicedirettore del Foglio Salvatore Merlo e Daniela Preziosi del Domani. Renziani…

    Prisma - 21/01/2021

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    Rassegna stampa internazionale di gio 21/01/21

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    Il demone del tardi - copertina di gio 21/01/21

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    Fino alle otto di gio 21/01/21

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