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Sit-in contro il libero scambio

sit-in di protesta a Bruxelles

La ‘Via Campesina‘ ha organizzato un sit-in di protesta contro i trattati di libero scambio fra l’Unione europea ed altri paesi in occasione del 17 aprile, Giornata Mondiale della Lotta Contadina.

Una giornata che vede centinaia di eventi in simultanea nel mondo da parte delle organizzazioni e sindacati che difendono i diritti dei piccoli produttori.

Nella città di Bruxelles una cinquantina di attivisti si sono dati appuntamento al rond point Schuman, nel cuore del quartiere che ospita le istituzioni europee fra la sede del Consiglio e della Commissione della comunità europea, per chiedere la fine dei trattati di libero scambio e maggiori diritti per i piccoli produttori.

L’evento cade in occasione della giornata mondiale di commemorazione della resistenza contadina, l’iniziativa delle organizzazioni che lottano per i diritti dei piccoli produttori agricoli, che secondo la Via Campesina sono oggi minacciati da una politica economica neo-liberale dai trattati di libero scambio, come il TTIP (fra Stati uniti e Unione europea) ed il Ceta (fra il Canada ed l’Unione europea), trattato che è stato ratificato dal parlamento europeo e che attende l’approvazione di tutti i parlamenti degli stati membri della comunità europea.

La giornata del 17 aprile è stata istituita per commemorare l’uccisione di 19 contadini nel 1996 nello stato di Parà, in Brasile, mentre occupavano delle terre inoccupate. Per questo massacro non ci sono stati colpevoli perseguiti dalla giustizia brasiliana. Ed è questa l’occasione per protestare contro ogni forma di privatizzazione delle risorse naturali e d’accaparramento delle terre da parte delle multinazionali.

sit-in di protesta a Bruxelles

  • Autore articolo
    Gabriele Annichiarico
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Tutto è cambiato, nulla è cambiato

Sono passati due anni dagli attentati che hanno colpito al cuore Bruxelles, all’apice di una parabola del terrore che ha scosso il vecchio continente e minato alla base il modello di convivenza multiculturale. Sono passati due anni in cui tutto è cambiato e niente è cambiato.

Quel 22 marzo 2016 3 kamikaze, appartenenti alla cellula che pochi mesi prima, il 15 novembre del 2015, aveva colpito Parigi nella sua quotidianità, si facevano esplodere nella stazione della metro Maelbeek, nel cuore del quartiere che ospita le istituzioni europee, e nell’aeroporto internazionale, con un bilancio di 32 morti e 340 feriti. Due simboli di una Bruxelles internazionale contrapposta (non solo simbolicamente) ad un’altra Bruxelles, poco conosciuta e colpita dagli stessi problemi che affliggono le periferie europee.

Quel 22 marzo l’opinione pubblica europea scopriva una Bruxelles diversa da quella, troppo spesso e (diciamolo pure) grossolanamente, assimilata alla tecnocrazia che governa le istituzioni internazionali : « Bruxelles ha detto … », « Bruxelles ammonisce … », « il richiamo di Bruxelles » ; una Bruxelles in cui i tassi di disoccupazioni e di reddito pro-capite restano ai livelli fra i più preoccupanti del continente. Una Bruxelles in cui un terzo della popolazione è di cultura musulmana, una comunità variegata e composita, vista come un blocco unico solo agli occhi di chi rifiuta la complessità dell’evidenza, attraversata da tensioni identitarie e fibrillazioni sociali, in stallo fra quello che il mondo dell’associazionismo denuncia da anni come repli identitaire (ripiegamento identitario verso un’agoniata purezza culturale, solo in rari casi ricondotta all’ortodossia della religione) e la ricerca di un difficile equilibrio fra emancipazione laica e valorizzazione del senso d’appartenenza.

La mattina del 22 marzo i bruxellesi hanno vissuto un incubo, vittime di un attacco che nessuno si aspettava e che pertanto i servizi segreti avrebbero dovuto anticipare. I cittadini della capitale belga erano convinti della solidità del carattere multi-culturale, multi-linguistico e multi-identitario della propria città. Bruxelles è liquida, duttile ed aperta alla diversità ed il senso comune voleva che tutto ciò le avrebbe risparmiato le pene del terrore che pure le era nato in seno. I suoi figli (perché alla vigilia degli attentati del 22 marzo era oramai chiaro a tutti che gli autori della cellula del terrore erano nati e cresciuti a Bruxelles) non avrebbero mai levato le armi contro i propri concittadini. E invece.

Bruxelles dopo gli attentati del 22 marzo ha perso la sua spensieratezza e quella leggerezza che solo ora, dopo due lunghi anni, sta lentamente riacquistando. Un percorso difficile anche per l’azione speculativa di alcune forze politiche (irresponsabili quando forza di maggioranza nel governo federale) che non hanno perso occasione per alimentare i sentimenti d’intolleranza e finanche di xenofobia per compiacere la pancia del proprio corpo elettorale.

Dopo il 22 marzo è cambiato il sentimento, o meglio la percezione di sicurezza: ci si è lentamente ed ineserosabilmente abituati a prendere un treno oppure a recarsi in una sala concerto, a teatro o in un centro commerciale, con una imponente presenza di forze di polizia e militare, armate come se fossimo nel bel mezzo di un conflitto militare (quando in realtà il conflitto è prima di tutto sociale). La comunità musulmana è (perché lo è ancora) vittima di una troppo facile assimilazione all’ideologia terrorista, soffiando sul fuoco del repli identitaire, il quale a sua volta alimenta atteggiamenti d’intolleranza ed incomprensione fra comunità, di misoginia e d’omofobia, in una spirale d’odio sempre più preoccupante.

Dopo il 22 marzo nulla è cambiato poiché le ragioni economiche, culturali, politiche e sociali su cui si sono poggiate il proselitismo ed il terrore di matrice cosiddetta islamista sono ancora là. Dopo il 22 marzo tutto è cambiato poiché l’onda del terrore ha legittimato, ovunque, la retorica razzista. Il vecchio continente non avrebbe più subito la violenza cieca di una cellula criminale ed internazionale del terrore, poiché l’inziativa passava nelle mani del « lupo solitario », dello straniero che da taciturno e gentile vicino di casa può, in pochi click, trasformarsi in sanguinario esecutore del terrore islamista, creando un circolo vizioso da cui sarà difficile uscire.

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    Gabriele Annichiarico
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Il primo supermercato bio autogestito

È il primo caso in Europa di supermercato cooperativo autogestito con il metodo del consenso. Un’utopia concreta in cui i cooperatori sono al contempo clienti, proprietari e lavoratori-volontari. Bees-coop ha aperto le sue porte al pubblico, o meglio ai suoi soci, a settembre. Una superficie commerciale di 600 mq in cui si possono acquistare prodotti stagionali, locali e biologici, scelti con occhio attento alle condizioni di produzione e di lavoro dei contadini.

Il progetto Bees-coop nasce dalla voglia di rimettere in discussione concetti quali lavoro, sostenibilità, distribuzione, ma soprattuto proprietà. Un processo di partecipazione dal basso ha coinvolto i 1.300 soci-cooperatori nell’ideazione e nella creazione di un supermercato che promuove l’accessibilità e la sensibilizzazione all’agricoltura sostenibile, la creazione di nuovi canali di distribuzione più vicini alle necessità di produttori e consumatori.

Per far parte della cooperativa, e quindi per usufruire del supermercato in qualità di cliente, si deve contribuire con l’acquisto di una quota, che varia secondo le proprie possibilità economiche, garantendo l’equità nei processi decisionali. Tutti i soci hanno l’obbligo di prestare un minimo di 2,45 ore di lavoro al mese, nelle varie mansioni che servono alla gestione del supermercato. «Così facendo, chi si occupa della cassa o dello scarico delle verdure, altro non è che un collega cooperatore intento a svolgere il suo “turno” di 2,45 ore al mense», ci spiega Enrico, italiano e co-fondatore del progetto, il quale aggiunge che la rivoluzione di Bees-coop «sta nella voglia di dare a tutti la possibilità di partecipare, di acquistare dei prodotti sani ad un prezzo ragionevole, poiché con questo sistema riusciamo ad abbattere i costi salariali, garantendo prezzi più bassi e quindi accessibili anche a fasce di popolazione a basso reddito». In questa ottica, anche la scelta di aprire in un’area popolare della città (Schaerbeek) non è casuale.

Il marchio di fabbrica del progetto Bees-coop è la modalità di partecipazione ed il tipo di governance (ovvero la modalità di gestione delle decisioni), votata ad una dimensione collettiva e collegiale. Tutte le decisioni passano attraverso delle assemblee plenarie che si svolgono con il metodo del consenso (una modalità che aspira all’unanimità). «Funzioniamo in maniera orizzontale e non abbiamo (ancora) mai usato la votazione: tutti gli argomenti vengono trattati prima nei gruppi di lavoro, aperti a tutti i cooperatori interessati, e successivamente nelle assemblee plenarie, dove ognuno ha diritto ad esporre i propri dubbi ed obbiezioni, che vengono trattate e bonificate collettivamente», ci spiega Enrico. Per raggiungere questo obbiettivo la cooperativa Bees-coop è accompagnata da un collettivo specializzato nel metodo del consenso (réseau Ades) che offre, gratuitamente, i propri animatori per la gestione e la mediazione delle assemblee plenarie.

Con questo sistema la cooperativa Bees-coop esporta in Europa un’esperienza già nota oltre oceano (a New York con la cooperativa «Park Slope Food coop») in concomitanza con i cugini francesi della «La Louve», altro supermercato cooperativo aperto da pochi mesi a Parigi. Realtà capaci di mettere insieme attività imprenditoriale, partecipazione e attivismo ambientalista, creano i presupposti per ripensare il rapporto fra lavoratore, produttore e consumatore.

E in Italia? Un progetto simile è in fase di sperimentazione a Bologna, col nome di «Camilla», sulla scia del successo di esperienze come Campi aperti (della rete Genuino clandestino), i mercati contadini di produttori che propongono una certificazione biologica informale in aperta contrapposizione alla grande distribuzione.

  • Autore articolo
    Gabriele Annichiarico
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Molenbeek, tagli ai servizi sociali anti radicalismo

Nel quartiere-comune di Molenbeek, diventato simbolo (suo malgrado) del terrorismo jihadista in Europa, il governo federale ha deciso di tagliare i fondi anti radicalismo. Un servizio pubblico di prevenzione al radicalismo di matrice jihadista che offre un accompagnamento psicologico e percorsi di reinserimento socio-professionale a giovani radicalizzati, potenziali foreign fighters o combattenti jihadisti di ritorno dalla Siria. Una decisione che ha fatto arrabbiare la giunta del comune di Molenbeek, già a corto di fondi da investire nel sociale.

Il sussidio era stato istituito subito dopo gli attentati che hanno colpito Parigi e Bruxelles nel 2015-16, e che avevano designato Molenbeek come la base logistica della cellula jihadista che ha colpito il cuore dell’Europa. Una cellula composta in gran parte da giovani cittadini belgi e francesi d’origine nordafricana, di ritorno dall’esperienza di combattimento in Siria in qualità di foreign fighters.

“Siamo estremamente preoccupati”, ha dichiarato la sindaca di Molenbeek Françoise Schepmans, sorpresa dalla notizia dei tagli, ai microfoni della televisione pubblica francofona Rtbf. “Noi come comune – ha aggiunto – non abbiamo i mezzi finanziari per sostenere questi servizi, il nostro appello va al governo federale affinché torni sui suoi passi, non possiamo solo affidarci a politiche repressive, abbiamo anche bisogno di prevenzione”.

I tagli riguardano diversi comuni ritenuti sensibili su tutto il territorio belga, per un totale di 1,5 milioni di euro. Nel solo comune di Molenbeek i tagli, per circa 150mila euro, dovrebbero dimezzare gli effettivi di un servizio composto da quattro assistenti sociali e che in un anno d’attività ha trattato circa 70 casi di giovani radicalizzati alla retorica jihadista.

“I tagli erano previsti da tempo”, si difende il ministro di ferro dell’Interno Jan Jambon, rappresentante dell’ala intransigente del governo federale di centrodestra e ideatore del cosiddetto “Piano canale” per un maggiore controllo, da parte delle forze di polizia, di quei comuni ritenuti a rischio. Già protagonista di numerose dichiarazioni che hanno infiammato il dibattito pubblico per le facili analogie fra cittadini di confessione musulmana e terroristi jihadisti, il ministro Jambon difende la propria decisione sostenendo che il sussidio era a termine e sarebbe durato un solo anno.

Eppure resta alto il livello d’allarme in Belgio, come in tutta Europa, per possibili attentati dei cosiddetti “lupi solitari”. Un fenomeno a più riprese denunciato dai servizi segreti di mezza Europa a causa del rientro dalla Siria di giovani foreign fighters o per mano d’improvvisati attentatori indottrinati dalla retorica jihadista.

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    Gabriele Annichiarico
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Molenbeek, periferia sociale d’Europa

Sono sufficienti solo quattro fermate di metropolitana tra la stazione di Maelbeek – colpita da uno degli attentati terroristici del 22 marzo, nel cuore del quartiere europeo – e la fermata di Conte de Flandre a Molenbeek. Una delle zone più povere fra i 19 comuni che compongono la città di Bruxelles-Capitale, con una popolazione di centomila residenti, con il reddito pro capite fra i più bassi del Belgio e con un tasso di disoccupazione giovanile fra i più alti d’Europa (oltre il 40 per cento).

A dividere la città il canale fluviale, linea di demarcazione geografica e sociale. A sud il centro turistico, il quartiere europeo e i ricchi comuni che lo circondano, pieni di café, di ristoranti, di cinema e di teatri. A nord i quartieri più poveri, dove abita la gran parte della comunità musulmana della città, con i café di quartiere (spesso frequentati da soli uomini), le macellerie halal e lo spettro della radicalizzazione di matrice islamica, di cui naturalmente Molenbeek è tristemente capofila.

Un comune in cui l’attaccamento alla tradizione d’origine e il senso d’appartenenza in seno alla realtà belga, fortemente multiculturale, multilinguistica e cosmopolita, convivono e si sovrappongono. Una realtà in cui radicalizzazione e integrazione si sovrappongono. Da una parte una popolazione aperta alla diversità e iniziatrice di una rete associativa solida e vivace, capace non solo di creare lavoro sui temi dell’integrazione, ma anche di valorizzare quella mixité sociale che caratterizza il tessuto sociale della città. Dall’altra l’immagine di un comune in cui si sviluppa la retorica dell’estremismo islamico, colpevole delle partenze di molti giovani verso la Siria, divenuti poi terroristi una volta rientrati sul suolo europeo.

Il legame con i tristi fatti di questi giorni e l’assedio mediatico di questi mesi, ci restituiscono un’immagine opaca del comune di Molenbeek. A essere omessa è la realtà quotidiana di queste periferie sociali, piuttosto che geografiche, costrette a fare i conti con la stigmatizzazione culturale, nonché con le politiche di austerità che in Belgio iniziano lentamente a farsi sentire, soprattutto nelle fasce più deboli della società. Le realtà come quella di Molenbeek sembrano soffrire particolarmente questa condizione, fra nuove forme di povertà, tagli alla spesa pubblica e un processo di gentrification di grandi proporzioni che ne sta completamente compromettendo il tessuto urbanistico e sociale. In questo panorama a soffrire maggiormente sono proprio quelle giovani generazioni, facilmente affascinate dalla retorica cosiddetta integralista.

Gabriele Annichiarico lavora a Molenbeek

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    Gabriele Annichiarico
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