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Il festival nazista rimasto senza birra

Magliette con scritte come “Adolfo era il migliore”, “Germania a noi tedeschi”, “Razzista”. Tatuaggi con, tra gli altri teschi, croci celtiche, il numero 88 (traduzione dell’acronimo di “Heil Hitler”) – oppure coperti da vistosi cerotti o bende. Ai cancelli grandi drappi con le parole: “Fratellanza Ariana”.  (altro…)

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    Flavia Mosca Goretta
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Goerlitz, la città che potrebbe avere un sindaco dell’Afd

Goerlitz, la città che potrebbe avere un sindaco dell'Afd

Di solito l’elezione del sindaco di una città di circa 57 mila abitanti non ha risonanza sulla stampa nazionale o addirittura internazionale. Nel caso di Goerlitz, in Sassonia, però è diverso. Perché la città più ad est della Germania, al confine con la Polonia, potrebbe domenica diventare la prima ad avere come sindaco un esponente dell’AfD. Dando, in un Land roccaforte del partito di destra radicale, anche un segnale importante per le elezioni regionali a settembre. (altro…)

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    Flavia Mosca Goretta
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Germania, i Verdi di Giegold conquistano gli elettori

verdi germania giegold

Europarlamentare dei Verdi dal 2009, già co-fondatore di Attac Germania, molto attivo sulle questioni economiche – Sven Giegold è stato alle ultime europee il candidato di punta, assieme alla collega Ska Keller, del partito ambientalista. Diventato, il 26 maggio, la seconda forza in Germania con oltre il 20% dei consensi. Un risultato superiore a sondaggi ed aspettative. Ai giornalisti che la sera delle elezioni gli chiedevano se fosse sorpreso, Sven Giegold ha risposto: “Naturalmente”. (altro…)

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    Flavia Mosca Goretta
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Una diga verde contro l’avanzata dell’estrema destra

DIE GRuNEN Germania

Due settimane fa la Baviera. Ora l’Assia. E la forte ascesa dei Verdi si vede anche nei recenti sondaggi nazionali, dove il partito ambientalista sta occupando con una certa frequenza il secondo posto alle spalle della CDU, con percentuali tra il 19 e il 21%.

I Verdi, per utilizzare un’espressione che si è sentita spesso in questi giorni, sono in “volo ad alta quota”. Un successo che ha diversi fattori, meriti propri e anche, in un certo senso, ha guadagnato dai punti deboli altrui.

In Assia i Verdi hanno sfiorato il 20%, oltre 8 punti in più delle scorse elezioni. In questi 5 anni sono stati al governo, partner di minoranza dell’esecutivo a guida CDU, con la quale hanno lavorato in maniera piuttosto soddisfacente, dicono gli elettori. Mostrato che si può collaborare tra forze di orientamento diverso anche senza gli scontri e i litigi che invece caratterizzano spesso la Grande coalizione di Berlino.

Tarek Al-Wazir, vicepresidente regionale e co-candidato di punta assieme a Priska Hintz, è stato poi dichiarato il politico più popolare del Land. I Verdi hanno ottenuto i voti soprattutto tra donne giovani, persone con alto livello di istruzione e abitanti delle città. Hanno portato via oltre 100 mila voti alla CDU, penalizzata dalla brutta immagine del governo federale, e ne hanno presi circa 140 mila da ex elettori socialdemocratici.

Una dinamica simile a quanto avvenuto due settimane fa in Baviera. E il successo nel Land meridionale ha fatto da traino anche per i colleghi assiani.

Protezione dell’ambiente, agricoltura sostenibile, ma anche più giustizia sociale, lotta al populismo, tolleranza, accoglienza, europeismo. Si possono sintetizzare così i punti cardine del partito. Che ha una classe dirigente, a partire dai leader Robert Habeck ed Annalena Baerbock, nuova e relativamente giovane, in grado di comunicare in maniera efficace. E credibile. Portando dalla propria parte anche chi non rientra nello schema diciamo dell’elettore tipo dei Gruenen.

In questi giorni ci si è chiesti più volte se i Verdi stiano cambiando, se siano diventati ormai diciamo una forza “moderata”, centrista. Dal partito dicono di no, che i Verdi restano a sinistra del centro e che piuttosto sono cambiate le sensibilità degli elettori – dall’inquinamento dei motori diesel ai cambiamenti climatici, in particolare dopo la torrida estate di quest’anno. Oppure, in una Germania dove cresce anche l’estrema destra e l’AfD è ora in tutti i parlamenti regionali, i Verdi sono stati visti come un argine a razzismo e xenofobia.

E adesso si guarda già avanti, alle elezioni europee l’anno prossimo. Dove i Verdi vogliono confermare i successi raccolti finora.

DIE GRuNEN Germania
Foto dalla pagina FB del partito Die Grunen https://www.facebook.com/B90DieGruenen/
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    Flavia Mosca Goretta
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Vienna, capitale dell’antifascismo

proteste a Vienna

“Basti Ciao” cantavano sulle note di “Bella Ciao” i manifestanti che a Vienna anche questo giovedì sono scesi in piazza per la settimanale “Donnerstagsdemo” contro il governo, in carica da fine 2017, del premier conservatore Sebastian Kurz – “Basti” appunto, il diminutivo – alleato con il partito di destra nazionalista FPOe.
Governo le cui politiche vengono viste con preoccupazione, come minimo, da chi era al corteo, come questa ragazza:

“Questo governo significa peggioramento. Per tutti: profughi, donne, disoccupati, studenti… insomma semplicemente per tutti. E contro ciò bisogna creare una forte resistenza. Io sono molto attiva nell’ambito dell’aiuto ai rifugiati e le nuove leggi, razziste, che tramite questo governo entreranno in vigore, e che in parte già sono in vigore, per i profughi rappresentano un autentico disastro”.

La recente ondata di proteste si rifà alle manifestazioni, il giovedì, dei primi anni 2000, contro l’esecutivo in cui i popolari erano alleati con la FPOe. Anche se sono passati tanti anni, quei cortei sono ancora ben presenti nella memoria di parecchi austriaci.

Ed è a quella tradizione che i manifestanti di oggi si sono riallacciati. Da inizio ottobre sono tornati a sfilare ogni settimana per le strade della capitale. Con migliaia di partecipanti – ieri sera erano circa 5000.

Can, uno degli organizzatori, spiega così i motivi della protesta:

“Da una parte vogliamo portare in strada tante persone, con le loro critiche a questo governo e al suo razzismo, sessismo, politiche che producono povertà. Ma vogliamo anche rendere possibile a chi non sa come esprimere il proprio malcontento di entrare in contatto con altri, scambiare idee, ragionare su che tipo di mondo vogliamo.
Non siamo così naive da pensare che con le manifestazioni faremo cadere il governo – a quelli non importa nulla. Dall’altra parte però, molti credono che contro questo governo non ci sia niente, nessuno. E invece noi vogliamo mostrare che è diverso, dire: ‘Ehi, siamo qui e siamo uniti’. E che un’opposizione esiste”.

Un cartello diceva: “L’asilo è un diritto umano. La vostra politica uccide”.

C’era chi manifestava oggi per la prima volta – spesso per motivi anagrafici – e chi invece era già presente ormai quasi 20 anni fa. Un nutrito gruppo di signore portava scritto “Nonne contro la destra”. Una di loro spiegava:

“Ho 59 anni e voglio che i miei figli e nipoti abbiano la vita per la quale io ho lottato negli anni passati, manifestando nelle strade. Non voglio che il mondo diventi più piccolo, bensì più grande. E che ci si impegni, assieme, per una società solidale. Ho partecipato alle proteste anche nel 2000. Credo che rispetto ad allora questo governo sia peggiore, perché riesce di più a dividere la società. Ai tempi poi avevamo ancora l’Europa dalla nostra parte. Oggi invece è più difficile, perché in Europa molti sono andati a destra”.

“Resistenza” scandivano i manifestanti camminando e ballando a ritmo della musica verso il Prater.

Andremo avanti finché voi [il governo] non ve ne andrete” diceva un cartello.

E tra meno di una settimana è di nuovo giovedì.

proteste a Vienna

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    Flavia Mosca Goretta
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Elezioni in Baviera: exploit dei Verdi. Giù CSU e SPD

Elezioni Baviera 2018 - Exploit dei Verdi

Le elezioni di ieri in Baviera hanno portato un discreto scossone nel panorama politico di questo ricco Land del sud della Germania. Dominato per decenni dalla CSU, che ha subito netto calo, fermandosi poco sopra il 37% e perdendo anche la maggioranza assoluta.

Nell’analizzare il voto iniziamo dai Verdi. Ora seconda forza politica e in un certo senso i vincitori di queste elezioni. Con temi come ambiente ed agricoltura biologica, democrazia liberale ed europeismo; tolleranza, accoglienza, e ancora politiche sociali, femminismo ed antifascismo sono saliti fin quasi al 18% – la volta scorsa non erano neanche arrivati in doppia cifra. Alla base dello storico risultato ci sono slogan come “Dare coraggio invece che creare paura”, il contrapporre l'”Europa unita” a “Prima la Baviera”. E due candidati di punta, lo “Spitzenduo”, come viene chiamato, Katharina Schulze e Ludwig Hartmann – giovani, spigliati, lei in particolare una vera trascinatrice.

I Verdi hanno saputo parlare al centro. E ai cattolici, citando valori cristiani come l’amore per il prossimo. E secondo le analisi dei flussi elettorali, circa 190 mila voti si sono spostati dalla CSU ai Gruene – elettori scontenti per l’uso “identitario” del crocefisso da parte dei cristiano sociali e anche per la loro linea troppo dura, e la troppa insistenza, sui profughi. 230 mila, invece, coloro i quali stavolta hanno messo la crocetta sul simbolo dei Verti invece che della SPD – socialdemocratici crollati sotto il 10% e ritenuti debole anche su temi tradizionalmente propri cavalli di battaglia.

La domanda che ci si pone in queste ore è: tenteranno ora i Verdi un accordo di coalizione con la CSU oppure andranno all’opposizione? La gente, hanno detto i due leader verdi, ha voglia di cambiamento e questo desiderio non si può ignorare. Il partito è pronti ad assumere responsabilità nei confronti della Baviera ma non a qualunque prezzo e solo se i contenuti saranno in linea con i propri.

La CSU, obbligata, per continuare a governare, ad accordarsi con altri, in realtà preferirebbe piuttosto un’alleanza con i Freien Waehler – formazione locale che sui contenuti è molto vicina ai cristiano sociali. E che si è già proposta, insistentemente, come partner. La CSU vuole iniziare i colloqui già mercoledì. Ed ha ri-nominato, all’unanimità, Markus Soeder per la funzione di presidente regionale. Nella squadra per i negoziati ci sarà anche Horst Seehofer, il leader del partito e ministro dell’Interno. È la sua testa quella che viene chiesta con maggiore insistenza. Ma lui per ora resta.

Tra le spiegazioni che vengono date per il crollo della CSU c’è, oltre agli scontri interni, l’aver scelto temi per così dire sbagliati. Come l’immigrazione, su cui il partito ha spinto molto. Ma che solo un terzo degli elettori bavaresi considera prioritario – mentre in testa alla lista ci sono istruzione, casa (con il problema degli alti prezzi degli alloggi) e ambiente.

Migranti sono stati l’argomento principale della destra radicale, l’Alternativa per la Germania, che entra anche in questo Landtag con il 10%, raccogliendo consensi tra chi generalmente non vota ed elettori di altri partiti – compresi 160 mila voti della CSU. Che ha provato ad inseguirla sul suo terreno proprio per evitare questo. Timori che, a guardare i risultati, si sono invece trasformati in realtà.

Elezioni Baviera 2018 - Exploit dei Verdi
Foto © Facebook Katharina Schulze
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    Flavia Mosca Goretta
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La corsa contro il tempo di Merkel

La cancelliera tedesca Angela Merkel

Quella delle migrazioni può diventare una questione vitale, ha detto Angela Merkel stamattina nel suo discorso al Bundestag prima del Consiglio Europeo. Parlava in riferimento all’Europa. Ma il pensiero, ad ascoltarla, è andato anche a lei, alla Cancelliera tedesca. Che a questo vertice ci arriva particolarmente sotto pressione. Pressione interna, dall’opposizione – a partire dall’estrema destra della Alternative fuer Deutschland, ma soprattutto da parte dell’alleata bavarese, CSU, e del suo leader e ministro dell’Interno Horst Seehofer.

Tra i due è in corso un braccio di ferro sui respingimenti alla frontiera dei richiedenti asilo già registrati in un altro Paese europeo. La misura fa parte del “Masterplan” del ministro Seehofer sull’immigrazione. E questo punto è al centro di uno scontro che ha monopolizzato in queste settimane la politica tedesca. E che rischia di mettere in pericolo non solo l’alleanza nell’Unione, ma anche la stessa coalizione di governo.

Se non sarà possibile, come sembra, trovare una soluzione comune con tutti i Paesi europei, Merkel ha annunciato che si proverà almeno a formare una “coalizione dei volenterosi”. Stamattina in aula, dove il ministro Seehofer invece non c’era, la Cancelliera si è mostrata potremmo dire combattiva, convinta della sua posizione: niente decisioni unilaterali né i cui costi siano sulle spalle altrui, bensì lavorare assieme con gli altri partner.

Merkel ha difeso la decisione di accogliere quasi 900mila profughi nel 2015, sottolineando come quella emergenza fu gestita insieme, in collaborazione con altri governi. Ma ha ancora una volta messo in chiaro: quella di tre anni fa fu l’eccezione, non la regola. E ora la una situazione è cambiata. La Cancelliera ha parlato di accordi con i Paesi africani per i rimpatri, sul modello di quello con la Turchia. Ha sottolineato che chi arriva in Europa non può poter scegliere dove chiedere asilo. Ma allo stesso tempo che non si possono lasciare soli i Paesi di primo approdo.

Quella di Angela Merkel è in sostanza una corsa contro il tempo. Deve portare a casa un risultato, un accordo almeno con singoli o gruppi di Paesi, che soddisfi i partner della Baviera. Altrimenti, è la minaccia, dal primo luglio Seehofer metterà in pratica i suoi piani con mossa unilaterale. Che è ciò che Merkel assolutamente non vuole. La CSU, alle prese anche con le elezioni in Baviera ad ottobre, sostiene che decisioni nazionali e collaborazione europea non sono in contraddizione tra loro.

Da Seehofer ultimamente sono arrivate aperture al dialogo, rassicurazioni che non c’è la volontà di far cadere la Cancelliera, mantenendo però il punto sui contenuti. Una sua forzatura potrebbe avere come conseguenza la rottura tra i due, e mettere in discussione l’intera tenuta dell’esecutivo. Merkel sembra avere dalla sua la maggioranza dei tedeschi. Così dicono recenti sondaggi: i tre quarti sono per una soluzione europea. Tra i sostenitori dell’Unione, l’appoggio alla linea della Cancelliera è addirittura superiore all’80%. Ma allo stesso tempo, quasi il 60%, in Germania, non crede che questa soluzione europea sia realizzabile in tempi brevi.

La cancelliera tedesca Angela Merkel
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Migranti, tregua tra Seehofer e Merkel

La cancelliera tedesca Angela Merkel

Per il momento la rottura è scongiurata, nel braccio di ferro sui profughi tra la cancelliera Angela Merkel e il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer si prende tempo. Oggi i due hanno trovato un compromesso, almeno temporaneo, che fa tirare un sospiro di sollievo dentro l’Unione – le tensioni rischiavano di incrinare l’alleanza tra CDU della cancelliera e la CSU bavarese di Seehofer – e allontana lo spettro di una rottura della coalizione di governo.

La resa dei conti in quello che sta sempre prendendo più la forma di uno scontro di potere tra la Cancelliera e il leader dei cristiano sociali bavaresi sembra però al momento solo rimandata, non ancora evitata del tutto.

Il tema è il piano del ministro di respingere alla frontiera i richiedenti asilo già registrati in altri Paesi europei – i cosiddetti “casi Dublino”. Senza aspettare una decisione europea. Merkel è invece contraria a mosse unilaterali, anche per evitare che allora altri Paesi facciano altrettanto, e decidano ad esempio di non registrare i migranti che arrivano.

Dopo giorni di tensioni e riunioni separate dei due partiti, CDU e CSU, oggi è stato raggiunto un compromesso, che i due contendenti hanno annunciato in conferenze stampa separate. Per ora saranno respinti solo coloro che hanno ricevuto un divieto di ingresso in Germania. La Merkel guadagna 2 settimane di tempo – quello che aveva chiesto fin dall’inizio, in realtà – per trattare in Europa, stringere accordi bilaterali con gli altri Paesi.

Il tema immigrazione sarà al centro del vertice europeo di fine mese. La Cancelliera ha spiegato oggi ai giornalisti che i due alleati dell’Unione hanno lo scopo comune di diminuire il flusso dei migranti verso la Germania. Che quanto avvenuto nel 2015, l’apertura delle porte a centinaia di migliaia di rifugiati, non deve ripetersi. Ma bisogna operare insieme agli altri Paesi europei. Seehofer e la CSU insomma per ora hanno fatto un passo indietro, potremmo dire, quantomeno rispetto ai toni bellicosi di pochi giorni fa. La domanda che ora in molti si fanno è: cosa succederà da luglio?

Se i colloqui europei non andranno a buon fine, Seehofer ha già annunciato l’intenzione di implementare il suo piano. E questo rischia di diventare nuova dinamite politica, perché la Cancelliera ha invece messo in chiaro che non ci saranno automatismi. Il primo luglio la CDU si riunirà, ha spiegato, farà il punto e vedrà il da farsi. Ed ha avvertito: è vero che i ministri hanno libertà di manovra, ma nell’ambito delle linee guida che da la Cancelliera.

I cristiano sociali però premono per agire, in tempi brevi. Il partito è sotto pressione in vista delle elezioni in Baviera ad ottobre, più interessato a cosa succede a Monaco piuttosto che a Berlino. E non vuole perdere voti a favore dell’estrema destra, della Alternative fuer Deutschland. Anche da questo, dicono diversi commentatori, scaturisce il piano di respingimenti al confine. Decisamente più spettacolari rispetto ad espulsioni fatte dopo aver accertato dove un singolo richiedente asilo sia già stato eventualmente registrato.

Stasera la Cancelliera incontra il presidente del consiglio italiano, Giuseppe Conte, e potrebbe essere una prima occasione per sondare il terreno con appunto i partner europei. Per ora insomma la rottura non c’è stata. Al momento però, sembra solo una tregua, piuttosto che una soluzione definitiva.

La cancelliera tedesca Angela Merkel
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    Flavia Mosca Goretta
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Erdogan e la foto con i due calciatori

Mesut Oezil e Ilkay Guendogan

Le foto dei calciatori della nazionale tedesca Mesut Oezil e Ilkay Guendogan, entrambi di origine turca, sorridenti accanto al presidente turco Erdogan stanno facendo molto discutere in Germania. Nelle scorse ore è intervenuta anche la cancelliera Merkel, che ha parlato di una situazione che ha sollevato questioni e portato a malintesi.

Tutto è successo due giorni fa, durante un evento a Londra in cui i due calciatori hanno donato al capo di stato turco le maglie dei propri club. Su quella di Guendogan si legge la dedica: “Per il mio presidente con grande rispetto”. Secondo quanto riporta la stampa tedesca, un altro calciatore, Emre Can, avrebbe invece invece rifiutato l’invito.

I due giocatori sono stati accusati di essersi prestati, più o meno consapevolmente, ad un’operazione elettorale di Erdogan in vista del voto il mese prossimo. Le foto sono state diffuse dal suo partito. La Germania ha vietato ad esponenti politici turchi di fare propaganda sul proprio territorio. E tra Berlino ed Ankara restano sempre le tensioni sul tema del rispetto dei diritti umani in Turchia.

Poi c’è la questione del messaggio che quelle immagini mandano ai cittadini tedeschi di origine turca, la cui identità e sentimento di appartenenza spesso sono divisi tra il paese in cui vivono, magari dalla nascita, e quello di provenienza delle famiglie.
Guendogan ha in seguito provato a smorzare le polemiche, ha spiegato che dietro al gesto non c’era alcuna intenzione di fare politica, ma semplicemente di mostrare rispetto ed educazione verso il presidente del Paese d’origine delle loro famiglie.

Parole che almeno per ora non sembra siano bastate a calmare le tante critiche, condanne e addirittura richieste di escludere i due dalla nazionale. Prese di posizione sono arrivate tanto dal mondo sportivo che dalla politica.

Il presidente della Federcalcio tedesca, Reinhard Grindel, ha scritto su Twitter che la federazione rispetta la particolare situazione dei calciatori di origine straniera. Ma ha sottolineato anche che il calcio, e la federazione, sostengono valori che non sono sufficientemente tenuti in conto dal presidente turco.

Il comportamento dei due giocatori è stato stigmatizzato anche dall’allenatore della nazionale tedesca, Joachim Loew, che oggi ha presentato la squadra che andrà ai prossimi mondiali, in cui ci sono anche Oezil e Guendogan. “Quando si gioca per la Germania si rappresenta il paese e i valori tedeschi”, ha detto Loew, ricordando però allo stesso tempo che entrambi hanno fatto molto sul fronte dell’integrazione.

Netto il parlamentare dei Verdi, di origini turche, Cem Oezdemir:

“Il presidente di un giocatore della Nazionale si chiama Frank Walter Steinmeier, la cancelliera Angela Merkel, il Parlamento si chiama Bundestag e si trova a Berlino, non ad Ankara”.

.

Per l’esponente della Linke, Sevim Dagdelen è stato un grande passo falso posare in foto con Erdogan in un lussuoso albergo di Londra e chiamarlo anche “mio presidente” mentre in Turchia ci sono giornalisti in carcere e persecuzioni verso chi chiede democrazia. Ancora più secche le reazioni della destra, compresi inviti ai due calciatori ad andare a giocare per la squadra turca.

Sulla vicenda ci sarà un confronto con Oezil e Guendogan all’interno della squadra tedesca. Mentre fuori il dibattito si sta spostando anche, di nuovo, su cosa voglia dire “essere tedesco”.

Mesut Oezil e Ilkay Guendogan
Foto dal profilo Twitter del Partito AK https://twitter.com/Akparti
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Andrea Nahles è la prima donna a guidare la SPD

Andrea Nahles

Andrea Nahles è la prima donna a guidare l’SPD in un secolo e mezzo di storia del partito. Ma solo il 66% circa dei delegati al congresso di Wiesbaden ha votato per lei – uno dei peggiori risultati di sempre. La sua rivale, la molto meno conosciuta sindaca di Flensburg, Simone Lange, ha ottenuto il 27,6%.

Le divisioni dei mesi scorsi, scatenate dal dibattito se entrare o meno in un nuovo governo di Grande Coalizione con Angela Merkel, non sembrano insomma ancora superate. E la (grande) questione di come riuscire a concretizzare quel rinnovamento del partito di cui si è tanto parlato, resta, secondo diversi commentatori, ancora tutta da chiarire.

Il giornale di sinistra Taz scrive che l’evento di una donna a capo dell’SPD sembra quasi marginale, stante la situazione attuale del partito: “L’SPD governa, sì, ma non si può parlare di stabilità e normalità. Il partito si trova in caduta libera. E a causa di queste vertigini solo due terzi hanno votato per Nahles” sostiene il giornale, secondo il quale il promesso rinnovamento può riuscire solo se l’SPD se la sentirà di rischiare ed entrare in conflitto con l’Unione.

Secondo lo Spiegel Online, può essere che l’ex ministra del Lavoro scacci via presto il risultato poco soddisfacente con il quale è entrata in carica: “La leader è la leader. Ma Wiesbaden illustra non solo la sfiducia, che Nahles incontra, bensì la crisi dell’intero partito. Ciò che manca è un piano”. Come l’Spd riuscirà a rimettersi in piedi (i socialdemocratici nei sondaggi restano ancora al di sotto del 20%), continua lo Spiegel Online, dopo questo congresso è ancora tanto oscuro quanto lo era prima del congresso.

Piuttosto duro il commento del Frankfurter Allgemeine Zeitung, di orientamento conservatore-liberale: “L’SPD in un vicolo cieco”, scrive il giornale. “Andrea Nahles guida un partito non riappacificato, con i primi segni di autodistruzione acuta. Sull’SPD pende la minaccia, in maniera simile alla Linke, di un futuro da setta politica”.

Per Andrea Nahles, afferma il giornale economico Handelsblatt, “il lavoro inizia adesso”. La nuova presidentessa “deve riformare il partito e allo stesso tempo affinarne il profilo. Come vuole farlo, resta vago”. La percentuale con la quale è stata eletta, continua l’articolo, “è in forte contraddizione con il grande compito che è chiamata a svolgere per il suo partito”. E la strada per Nahles non sarà facile.

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Irlanda del Nord: 20 anni fa l’Accordo di Pace

“È una pace imperfetta. Ma è comunque pace”

Questa frase, o simili, l’abbiamo sentita tante volte in Irlanda del nord, pronunciata da appartenenti ad entrambe le parti del conflitto tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani.

Una pace fragile, che più volte si è temuto fosse sul punto di rompersi, ma che tiene da due decenni. Il cui successo maggiore, su questo tutti sono concordi, è stato mettere fine alla violenza della guerra.

Ma non alle divisioni nella società. Quelle lasciate dal conflitto, il processo di riconciliazione è ancora un lavoro in corso. Divisioni religiose, politiche, anche sul nome geografico: gli unionisti dicono Northern Ireland, i nazionalisti irlandesi North of Ireland (il nord dell’Irlanda) o le Sei contee. Ci sono le dispute su come rapportarsi al passato, al conflitto, sui simboli, sulle parate, sul riconoscimento della lingua irlandese – una volta considerata esclusiva pertinenza dei repubblicani, ma che oggi riscuote interesse anche tra un numero crescente di protestanti, unionisti.

Ci sono poi gruppi repubblicani, seppur piccoli, che non accettano gli accordi di pace. Oppure chi rinfaccia a Sinn Fein, il principale partito repubblicano, di aver tradito le promesse, in primo luogo quella di realizzare l’unità tra le due parti dell’Isola. E, dall’altro lato, secondo alcuni anche la questione delle formazioni paramilitari lealiste non è ancora completamente chiusa. E poi c’è la questione economica: progressi ce ne sono stati, ma parte della popolazione non sembra averne visto i benefici. Da ultimo, lo stallo politico tra i due maggiori partiti, Sinn Fein e gli unionisti del DUP.

A tutto questo si è poi aggiunta la Brexit. Vista come una possibile minaccia in più. In particolare per la possibilità che il confine, oggi invisibile, tra nord e sud diventi una frontiera vera e propria. Elemento che ha però dato nuova linfa al dibattito su una futura unificazione.

Ma non è l’unico punto. Come scrive il giornale britannico Guardian, “buona parte della storia di successo dell’Irlanda del Nord dal 1998 ha avuto radici nei benefici condivisi dell’Unione europea. La maggioranza della gente nel Nord ha votato per restare nella UE, una decisione ignorata troppo in fretta. Ma la vera lezione del 1998 è che sostenere nuovi modi di pensiero ed azione richiede il costante sforzo di tutte le parti. L’incuria da parte della Gran Bretagna è in parte responsabile per l’attuale impasse”. E ricorda, il Guardian, come la gran parte delle celebrazioni per il ventennale si tengano a Belfast e Dublino, ma non a Londra. Ma l’accordo, conclude l’editoriale, “appartiene alla Gran Bretagna tanto quanto all’Irlanda. È nel nostro pieno interesse che almeno questo non debba essere dimenticato”.

Foto | Wikimedia, Guliolopez
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    Flavia Mosca Goretta
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Catalogna, Pasqua in carcere per Puigdemont

Charles Puigdemont passerà la Pasqua in carcere in attesa che la magistratura dello Schleswig Holstein decida sulla sua estradizione in Spagna – e bisognerà aspettare almeno fino alla prossima settimana. Nel frattempo il suo avvocato tedesco sta cercando di mettere pressione, in particolare nei confronti della politica. Wolfgang Schomburg non solo ha annunciato l’intenzione di interpellare la corte costituzionale federale se il suo assistito non sarà rilasciato in tempi brevi, ma ha anche, e soprattutto, chiesto al governo tedesco di dire, subito, che non autorizzerà in nessun caso il trasferimento dell’ex presidente catalano, avvalendosi del potere consentitogli in questo senso dalla legge.

Schomburg, che rappresenta Puigdemont assieme al figlio Soeren, non è una persona qualsiasi: è considerato uno dei maggiori esperti al mondo di diritto penale, è stato giudice del tribunale internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia e di quello di Arusha per il Ruanda.

Secondo la procedura, in sostanza, prima l’apparato giudiziario, cioè la corte superiore regionale deve decidere sull’ammissibilità giuridica dell’estradizione. Poi la palla passa alla politica, che deve dare, oppure negare, l’ok – di norma la competenza è delegata alle Regioni, ma in casi con un valore politico è previsto il coinvolgimento del governo federale.

Intanto ora i giudici sono chiamati all’esame, complesso, delle carte arrivate da Madrid. Punto critico è l’accusa di ribellione, che in Germania non figura tra le fattispecie di reato – esiste l’alto tradimento, ma richiede l’uso o la minaccia della violenza. E bisogna vedere se i due saranno considerati uguali, soddisfacendo così la condizione di reciprocità per l’estradizione.

Nei giorni scorsi la magistratura ha già espresso quantomeno dubbi che la richiesta spagnola possa essere considerata ammissibile. I giudici però potrebbero anche decidere di dare un via libera “limitato” alla sola accusa di malversazione, che esiste anche nel codice tedesco. E che diventerebbe però, hanno spiegato diversi giuristi, a quel punto l’unica per la quale Puigdemont potrebbe essere processato.

Accanto al piano giudiziario c’è poi quello dell’opinione pubblica: secondo un sondaggio pubblicato dal giornale Die Welt, il 51% degli intervistati è contrario ad estradare Puigdemont in Spagna. E poi c’è chi solleva interrogativi sul fatto che lì possa avere un giusto processo.

Insomma, quella che inizialmente, anche secondo esperti di diritto, sembrava una vicenda tutto sommato piuttosto semplice, con il passare dei giorni appare via via più complicata. E l’esito sempre meno certo.

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Il voto italiano visto dalla Germania

“Vittoria dei populisti”

“Incubo per l’Europa”

“Italia in un vicolo cieco”.

Sono alcuni dei titoli dei principali giornali e siti tedeschi sull’esito delle elezioni italiane.

Secondo la tv pubblica ARD, il risultato del voto “è anche un No nei confronti dell’Europa. Questo non è buono per l’Unione europea né per l’Euro. Ed è particolarmente grave per i mercati finanziari – poiché la minaccia ora è quella di una paralisi politica”.

Sul rischio di uno stallo nella politica italiana si concentra la Frankfurter Allgemeine Zeitung, di orientamento conservatore liberale. Formare un nuovo governo, scrive, sarà “difficile, se non impossibile”. Poiché, spiega, “Luigi di Maio del Movimento 5 Stelle e Matteo Salvini del partito di destra Lega possono sì considerarsi i vincitori, ma nessuno dei due ha la maggioranza in Parlamento. Gli antichi partiti di centro, che dovevano servire a fornire una maggioranza, sono stati scartati in quanto rappresentati del vecchio sistema”. Ora, dice la FAZ, la questione è formare una coalizione tra tre blocchi “intransigenti”.

L’ipotesi in particolare di un governo tra 5 Stelle e Lega, sostiene il giornale economico Handelsblatt, sarebbe un “incubo” per l’Europa: “entrambi sono euroscettici, entrambi populisti”.

Per il conservatore Die Welt, “in Italia risuona l’ultimo campanello d’allarme per l’Europa”. L’avvertimento è chiaro: “Le elite europee devono al più tardi ora rendersi conto che i partiti tradizionali non possono più andare avanti con i rimedi convenzionali”.

Difficilmente, scrive il sito del settimanale di centrosinistra Die Zeit, c’è un Paese in Europa in cui il populismo antieuropeo è più marcato dell’Italia. Il risultato di queste elezioni rappresenta “una sfida per il governo di Roma e allo stesso tempo un avvertimento per la Commissione a Bruxelles e i governi a Parigi e Berlino: se si continua come fatto finora, se non si trova una soluzione europea alla crisi dei profughi, allora l’Italia si allontanerà ancora di più dall’Europa”.

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    Flavia Mosca Goretta
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La Spd dice si alla Merkel

66,02% a favore. 33,98% contrari. Con uno scarto più ampio delle previsioni la base della SPD ha dato il via libera all’ingresso del partito nel futuro governo di Grande coalizione con l’Unione di Angela Merkel. Alta l’affluenza, attorno all’80% degli oltre 460 mila aventi diritto.

La Germania esce così da 5 mesi di limbo politico. E i vertici del partito socialdemocratico possono tirare un sospiro di sollievo. Così come quei militanti che guardavano con timore l’ipotesi di nuove elezioni, l’opzione considerata più probabile in caso di vittoria del no. Il partito è in calo di consensi, i sondaggi lo danno tra il 16 e il 18%. E questo resta un problema da risolvere per la SPD, così come lo sarà riacquistare credibilità agli occhi dell’elettorato e ricucire le divisioni interne. La conseguenza, quest’ultima, di settimane, mesi decisamente movimentati, che hanno visto l’inversione di rotta politica – dall’ “andremo all’opposizione” all’ “andremo al governo” – la protesta di ampi settori della base, le dimissioni di Martin Schulz e ancora le campagne su fronti contrapposti, per il si o il no all’accordo di governo.

Alla fine, nel voto degli iscritti la testa ha prevalso sul cuore, è l’analisi della tv pubblica ARD. Che aggiunge: adesso però quei cuori la dirigenza del partito deve riconquistarli.

Il leader ad interim Olaf Scholz ha detto che ora la SPD ha la forza per governare e affrontare il processo di rinnovamento interno. Quel rinnovamento che chiedono in primo luogo gli Jusos, i giovani socialdemocratici, capofila dell’opposizione ad una nuova alleanza con la CDU-CSU. Oggi delusi da come è finita la partita, promettono di tenere sotto stretta osservazione l’operato del nuovo esecutivo. Nel quale la SPD ha ottenuto sei ministeri, tra cui gli importanti Esteri, Finanze e Lavoro. La lista dei ministri socialdemocratici sarà annunciata tra circa una settimana. Parecchia attenzione e attesa c’è su chi andrà agli Esteri, il posto al quale aspirava l’ex leader Martin Schulz, che ha poi fatto marcia indietro dopo forti proteste interne.

Angela Merkel può quindi ora formare il suo quarto governo. La Cancelliera sarà per la terza volta a capo di un esecutivo di Grande coalizione. Il voto in Parlamento e il giuramento sono previsti per la metà del mese.

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La Grande Coalizione alla prova della Spd

Il voto tra gli iscritti alla SPD si è chiuso a mezzanotte, tra meno di 24 ore si saprà se la Germania avrà, di nuovo, un governo di Grande coalizione. Oppure no.

Il referendum per il si o per il no all’accordo con la CDU/CSU è l’ultimo, decisivo passaggio per il via libera al nuovo esecutivo. L’esito della consultazione tra gli oltre 463 mila iscritti è vincolante per il Partito socialdemocratico. Partito alle prese con divisioni interne piuttosto profonde, oltre che con il calo di consensi. Ma che in queste settimane ha visto anche partecipazione al dibattito interno e oltre 24 mila nuovi ingressi dall’inizio dell’anno.

Fare previsioni su come andrà non è facile, secondo sondaggi ed osservatori alla fine dovrebbe vincere il sì, ma a stretto margine. Il fronte del No è ampio e variegato, e va oltre i soli Jusos, i giovani del partito, che in questi mesi sono stati una sorta di capofila dell’opposizione ad un nuovo governo con Angela Merkel. Loro è la campagna, l’appello, ad entrare ora nel partito, per avere diritto di parola – e voto – ed evitare una nuova GroKo, come chiamano qui la Grande coalizione.

A favore dell’accordo e dell’alleanza c’è la dirigenza della SPD, che ha puntato sulla bontà dei contenuti dell’intesa, ma anche fatto leva sul senso di responsabilità nei confronti del Paese, senza governo ormai da mesi. Argomenti che sembrano avere fatto breccia in almeno una parte della base. Anche tra chi all’inizio era ben felice di andare all’opposizione, ma poi ha cambiato idea. Come questa signora di Amburgo: “Ho votato a favore, anche se forse con la coscienza un po’ sporca, perché al momento non vedo alternative migliori. Certo bisogna fare di più, ad esempio su temi quali le pensioni, il futuro oppure per i giovani. E per questo sono felice che si sia sviluppato una sorta di movimento di resistenza e che i giovani diventino finalmente attivi”. La SPD, ha aggiunto, “ha circa il 20% e se entrerà nel governo potrà magari anche avere voce in capitolo nelle decisioni. Se andrà all’opposizione… beh, non abbiamo una maggioranza di sinistra, mentre gli interessi della CDU e della Alternative fuer Deutschland sono decisamente più vicini tra loro di quanto possano essere quelli tra CDU ed SPD. Quindi all’opposizione avremo meno possibilità di farci sentire, di averla vinta”.

Uno dei cavalli di battaglia del fronte del sì è che nel contratto di governo c’è una chiara impronta socialdemocratica. Ma ciò non basta a convincere gli scettici. Un militante che incontriamo a Dresda dice: “Questo accordo non lo trovo per nulla sufficiente. Mancano punti molto importanti, che in realtà dovrebbero sempre esserci in un programma di governo della SPD, come ad esempio una diversa distribuzione di redditi e ricchezza, oppure la riorganizzazione dei rapporti nel mercato del lavoro. Ci sono stati dei compromessi con l’Unione, ma mancano dei sostanziali passi in avanti per rendere la Germania un paese più equo”. Votare no, aggiunge, “certamente porta con sé dei rischi, ma credo che formare di nuovo un governo di Grande coalizione porti alla SPD problemi ancora maggiori. E chi è contrario – conclude – non fa altro che dire quello che Martin Schulz aveva affermato dopo le elezioni del 24 settembre e dopo il fallimento dei negoziati per la coalizione Jamaica: non siamo disponibili ad entrare in una nuova Grande coalizione”

Secondo parecchi iscritti con cui abbiamo parlato in questi giorni durante discussioni e tavole rotonde organizzate in varie parti della Germania, rifiutare l’accordo restituirebbe inoltre credibilità agli occhi degli elettori e migliorerebbe l’immagine del partito. La quale al momento, dopo le acque agitate, le divisioni e i cambi di rotta degli ultimi tempi, non sembra particolarmente buona, almeno stando ai sondaggi. Secondo la tv pubblica ARD quasi due terzi dei tedeschi non considerano la SPD un partito credibile. E solo il 40% ritiene che i socialdemocratici siano in grado di governare.

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Le città tedesche possono vietare i diesel

Le città tedesche possono vietare la circolazione delle auto diesel per migliorare la qualità dell’aria. Lo ha sancito il tribunale amministrativo federale di Lipsia.

La sentenza era attesa da tempo, nell’immediato dovrebbe interessare le città di Stoccarda e Duesseldorf. Ma viene considerata un’apripista nella lotta all’inquinamento dell’aria. E anche un mezzo per spingere l’industria automobilistica a sviluppare motori più puliti.

In sostanza: una città potrà imporre il divieto di circolazione ai motori diesel più inquinanti se saranno superati i livelli di guardia. Senza la necessità di una legge nazionale, come chiesto invece dai Laender di Baden-Wuettenberg e Nord Reno-Vestfalia, il cui ricorso contro la decisione dei tribunali locali è stato respinto dalla Corte federale.

Ci sono però delle limitazioni: la misura dovrà essere “proporzionata”, ci potranno essere eccezioni per alcune categorie di lavoratori, come gli artigiani, i provvedimenti dovranno essere implementati in maniera graduale – a Stoccarda, per esempio, non prima di parecchi mesi.

La sentenza di oggi è stata accolta con molta soddisfazione dagli ambientalisti della Deutsche Umwelthilfe, l’associazione che ha promosso cause in diverse città. Il presidente Juergen Resch ha parlato di “disfatta” per il governo tedesco che, ha detto, “si è schierato in maniera univoca dalla parte dell’industria dell’auto”. Secondo la cancelliera Merkel le conseguenze della sentenza saranno tuttavia limitate e riguardano solo alcune città.

Quello dell’inquinamento e dei motori inquinanti è un tema che tiene regolarmente banco qui in Germania. Non solo per lo scandalo Dieselgate. In circa 70 città del Paese i livelli di biossido di azoto sono troppo alti, in cima alla lista ci sono Monaco di Baviera, Stoccarda appunto e Colonia. La causa, in gran parte, sono le emissioni dei motori, soprattutto diesel, dice l’Agenzia per l’ambiente. La Germania rischia anche sanzioni dall’Unione europea. L’accusa: non fare abbastanza per mantenere l’aria pulita.

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La Grosse Koalition vista dai giornali

La nuova coalizione c’è, Angela Merkel resta cancelliera. Tutto quindi come quattro anni fa? Non proprio.

Così scrive lo Spiegel Online. Che dice: Un ministero delle Finanze in mano alla SPD e Martin Schulz ministro degli Esteri possono dare una nuova direzione al governo. Schulz, dice lo Spiegel Online, darà un’accelerata alla politica europea tedesca, con tutta la passione che manca ad Angela Merkel.

Il leader socialdemocratico ha annunciato di voler lasciare la guida del partito dopo il voto della base sull’accordo di coalizione. Al suo posto, l’attuale capogruppo Andrea Nahles. La quale, scrive Spiegel Online, è la prima donna al vertice della SPD in 153 anni. Assieme al probabile vicecancelliere (e sindaco di Amburgo) Olaf Scholz dovrà portare la SPD fuori dalla crisi. Non tutti i “compagni” (come vengono chiamati i socialdemocratici) però sono contenti, dice l’articolo.

La SPD ha ottenuto sei ministeri nel nuovo governo, tra cui appunto gli importanti Esteri, Finanze, Lavoro e Affari sociali.

Finanze ed Interni erano in mano alla CDU, che ha dovuto lasciarli. “Cosa rimane alla CDU? Angela Merkel” scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung, di orientamento conservatore liberale. Ai cristiano-democratici, continua l’articolo, resta ciò che per loro è sempre stata la cosa più importante: la cancelleria. Dove siede Angela Merkel, alla quale nella CDU ancora non c’è alternativa. La cancelliera, continua la FAZ, in due decenni ha rimodellato il partito talmente secondo la sua forma e metodo, che ci si chiede, cosa resterà della CDU quando la Merkel si ritirerà. IL partito, dice la Frankfurter Allgemeine Zeitung, non è preparato.

Meglio non governare che governare male, aveva detto il leader dei Liberali, Christian Lindner, annunciando il fallimento della coalizione Jamaika con Unione e Verdi. Su questa frase gioca il giornale di sinistra Taz, che titola: Meglio governare male che non farlo proprio. “La Grosse Koalition può giustamente non piacere. Al momento è tuttavia la migliore di tutte le cattive opzioni”. Il nuovo governo, continua il giornale, non sarà incosciente, non troppo populista – per questo gli manca la forza – ma professionale. E si, presumibilmente piuttosto noioso. A un Paese, conclude la Taz, può succedere di peggio.

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Afd, ancora più a destra

Un partito diviso, spostato ancora un po’ più a destra. E in calo nei sondaggi – i recenti lo danno al 10 per cento. Potremmo tracciare così il ritratto della Alternative fuer Deutschland (Alternativa per la Germania) dopo il congresso che il partito di destra populista ha tenuto lo scorso fine settimana ad Hannover.

Congresso a poco più di due mesi dal clamoroso risultato alle elezioni, che ha sancito l’ingresso della AfD nel Bundestag ma anche il primo senza la ex leader Frauke Petry, che annunciò l’addio proprio all’indomani del voto.

Contro la due giorni della AfD ci sono state ad Hannover proteste: migliaia di persone hanno partecipato a manifestazioni oppure, a gruppi, fatto blocchi stradali. La polizia è intervenuta con idranti e spray urticante, ci sono stati feriti da ambo le parti e una decina tra fermi ed arresti. Il congresso è stato dominato in gran parte da lotte e dissidi interni, non sono mancati comunque nuovi attacchi ad Angela Merkel, di cui la AfD potrebbe diventare il maggiore partito di opposizione, se si realizzasse, di nuovo, il governo di grande coalizione tra la CDU e i socialdemocratici della SPD.

Il possibile ritorno della GroKo (come la chiamano qui in Germania) è la questione di cui si parla e si parlerà, dicono gli analisti, parecchio nelle prossime settimane. Nei confronti della SPD – che inizialmente aveva escluso questa opzione – sono arrivate pressioni da più parti. Giovedì inizierà il congresso, il direttivo del partito si è nelle scorse ore detto favorevole a colloqui, almeno esplorativi, con la CDU sulla base del programma elettorale dei socialdemocratici. Ora però bisognerà vedere cosa dirà il congresso e c’è già chi si aspetta giornate “turbolente” e discussioni molto accese, soprattutto con l’ala giovanile, decisamente contraria ad un’alleanza con la Merkel.

Dall’altra parte, c’è lei, appunto, Angela Merkel. La sua immagine è uscita indebolita dal fallimento delle trattative per un governo con liberali e verdi. E se, secondo recenti sondaggi, il 60 per cento dei tedeschi si dice ancora soddisfatto di lei, il discorso cambia nell’ipotesi di un ritorno alle urne. In questo caso, meno del 50 per cento la vorrebbe come candidata.

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    Flavia Mosca Goretta
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Sarà un governo di estrema destra

Mentre l’Austria si prepara a un ingresso nel nuovo governo del partito di ultradestra FPOe, in una coalizione con i Popolari, abbiamo incontrato a Vienna l’esperto di estrema destra Bernhard Weidinger che lavora per l’Archivio di documentazione della Resistenza austriaca. Come prima cosa gli abbiamo chiesto qual è il modo più corretto per definire la FPOe.

“Descriviamo la FPOe come ‘estrema destra’, riteniamo ‘destra populista’ una minimizzazione. I motivi sono vari, una di queste ad esempio è la dichiarazione verso la collettività nazionale tedesca, recepita nel programma nel 2011. Oppure il sostegno sistematico, attraverso il partito, a mezzi di informazione di estrema destra, la frequente comparsa di alti rappresentati della FPOe presso organizzazioni di destra estrema, le alleanze internazionali, l’etnicizzazione sistematica delle questioni sociali e la creazione altrettanto sistematica di spauracchi, in primo luogo l’islam. Tradizionalmente la FPOe ha un legame molto stretto con associazioni studentesche nazionaliste germaniche. Ai tempi di Jorg Haider il ruolo di questi gruppi nel partito si era tendenzialmente ridotto, poi è stato enormemente rafforzato con Heinz Christian Strache, l’attuale leader. Presumiamo che oltre il 40% dei parlamentari della FPOe nel nuovo Nationalrat facciano parte di queste associazioni”.

C’è stata una radicalizzazione nel corso del tempo?

“Se si confronta il partito attuale con quello entrato nel governo nel 2000, bisogna dire che oggi la FPOe è decisamente più a destra, sia per quanto riguarda i propri membri – vedi alla voce confraternite nazionaliste e il loro ruolo – sia a livello di contenuti. Il fatto che, malgrado questo, la FPOe possa avere praticamente lo stesso successo che aveva negli anni ’90 indica che la società austriaca si è spostata verso destra”.

Su quali temi spinge il partito?

“Da tempo il tema centrale, e lo si è visto anche in questa ultima campagna elettorale, è quello dell’immigrazione e specialmente – anche in riferimento a quanto avvenne nel 2015 – i richiedenti asilo, i rifugiati. Nel corso degli ultimi anni in Austria la legislazione in materia è diventata via via più severa, ma alla FPOe questo non basta ancora. Il punto centrale della loro narrativa, potremmo dire, è: ‘Dobbiamo prima guardare alla nostra gente, ai veri austriaci’ e questi devono essere sistematicamente privilegiati, nell’accesso al mercato del lavoro, alla casa, nel sistema sociale ecc… Quello che in sostanza fa la FPOe è trasformare ogni conflitto sociale in una questione etnica”.

Che conseguenze avrà l’ingresso della FPOE nel governo?

“Sarà interessante vedere in che misura riuscirà a imporsi nei confronti della OeVP, il Partito popolare. In molti ambiti questo non dovrebbe presentare problemi, perché entrambi sono comunque d’accordo. La OeVP si è tra l’altro spostata verso destra, e per la FPOe sarà quindi più facile rispetto al passato mettere, per così dire, la propria firma. Sarà però interessante anche capire come si comporterà Sebastian Kurz. Finora spesso non si è espresso in maniera vincolante e quindi è difficile valutare quanto sia conservatore, quanto liberale… Quello che credo ci si potrà aspettare da un governo formato da questi due partiti è una stretta nei confronti dell’immigrazione e anche una politica che privilegi le imprese a spese dei lavoratori dipendenti”.

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In Austria vince la paura

“Oggi è una giornata storica, è la nostra chance di assumere il comando in questo Paese per portare in Austria un vero cambiamento”. Così Sebastian Kurz alla festa dei suoi sostenitori, ieri sera, a Vienna. Per il 31enne leader dei Popolari (OeVP) si apre ora la strada verso l’incarico a Primo ministro.

Secondo i risultati provvisori del Ministero dell’Interno la OeVP ha ottenuto il 31,7% dei voti, seguita dalla FPOe, il partito di destra populista e xenofoba con il 27,4%. Terzi i Socialdemocratici (SPOe) del cancelliere uscente Christian Kern, al 26,7%. Sono dati provvisori perché mancano i voti postali, sono oltre 750 mila quelli che devono ancora essere contati. Resta quindi aperta la partita per il secondo e terzo posto, una partita importante in vista delle possibili alleanze per il nuovo governo.

A guadagnare sono stati i partiti a destra del centro. La FPOe di Heinz Christian Strache, che alle scorse elezioni aveva ottenuto poco più del 20%, ora potrebbe diventare decisiva per la formazione del nuovo esecutivo – a meno di un ritorno della Grande coalizione tra Popolari e SPOe. Per ora tutti i tre maggiori partiti sono stati cauti sulle future alleanze. Ma il possibile ingresso della FPOe nell’esecutivo preoccupa, lo abbiamo raccontato in questi giorni. E già ieri sera centinaia di persone hanno dato vita ad un corteo nel centro di Vienna proprio contro un eventuale governo dei Popolari con l’estrema destra.

Perché l’Austria ha virato a destra? Il tema principale è stato quello dell‘immigrazione e delle questioni aperte che riguardano l’integrazione. E il non voler ripetere ciò che successe due anni fa, le migliaia di profughi che arrivarono qui dalla rotta balcanica. Sebastian Kurz ha spinto molto, verso destra, sui migranti, sullo stop agli irregolari. Mentre la Fpoe ha cavalcato le paure e le frustrazioni degli austriaci: “I profughi ricevono casa ed aiuti, mentre la nostra gente non riesce ad arrivare alla fine del mese”,  si è sentito più di una volta. E c’è poi l’insoddisfazione di parecchie persone nei confronti del governo uscente – di cui Kurz era ministro degli Esteri – a guida socialdemocratica. Su questo è stata punita la SPOe. Kurz si è presentato come l’uomo del cambiamento e questo alle urne ha pagato.

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    Flavia Mosca Goretta
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Austria, l’estrema destra sogna il governo

Immigrazione, rifugiati, tasse e chi, dopo il 15 ottobre, farà il governo con la Fpoe, il partito di destra populista. Potremmo riassumere in questa lista i principali temi della campagna elettorale per le elezioni politiche in Austria. Una campagna che è stata definita “la più sporca, velenosa” della storia recente del Paese, tra colpi bassi, accuse reciproche tra i partiti e soprattutto lo scandalo che ha travolto la Spoe, il partito socialdemocratico, accusato di aver messo in piedi una “macchina del fango” tramite Facebook contro Sebastian Kurz, il neo-leader del nuovo Partito Popolare e, secondo i sondaggi, il probabile vincitore e premier del prossimo governo.

Kurz, 31 anni, ministro degli Esteri, originario – come ama spesso ricordare – di un quartiere multietnico di Vienna, nel giro di pochi mesi è riuscito a far guadagnare consensi al partito, che gli ultimi sondaggi danno attorno al 33%. Ha puntato soprattutto sul tema dell’immigrazione, spingendo verso destra: stop agli irregolari e maggiore difesa delle frontiere.

Una linea che potrebbe spostare verso i “turchesi” (il colore che indica la sua lista) parecchi voti a spese della Fpoe. Il partito guidato da Heinz Christian Strache, che punta al ministero dell’Interno, potrebbe comunque incassare secondo i sondaggi circa il 25% dei voti e viene indicato da più parti come il futuro partner dei Popolari nel prossimo esecutivo. Questa è l’alleanza che viene considerata come la più probabile, sulla base dei numeri (dovessero essere confermate le previsioni) e dei programmi dei due partiti. Altrimenti, in questi giorni si è parlato anche di una possibile coalizione formata da Socialdemocratici ed Fpoe (precedenti in questo senso ci sono a livello locale), gli interessati hanno però escluso che possa avvenire. Oppure, di nuovo, di un esecutivo di Popolari ed Spoe del cancelliere uscente Christian Kern. Ma questa, soprattutto dopo i veleni della campagna elettorale, è l’ipotesi considerata meno probabile.

Qualunque cosa accada, certo è che ora, dopo gli anni del governo di grande coalizione a guida Spoe – in calo però di consensi e che potrebbe addirittura finire al terzo posto – la possibilità reale di una svolta a destra nella politica del Paese sta suscitando timori in non pochi austriaci. Solo a Vienna negli ultimi giorni ci sono state diverse iniziative, da cortei a volantinaggi, contro l’ingresso della Fpoe nell’esecutivo e altre manifestazioni sono state già annunciate per la prossima settimana. E anche i Socialdemocratici spingono su questo tasto, presentandosi come una sorta di ultimo argine contro il duo Kurz-Strache.

Tra timori e speranze, il voto di domenica 15 ottobre sta riscuotendo parecchio interesse. “Non ho mai sentito la gente parlare così tanto di politica come in queste settimane”, raccontava un conoscente. Delle elezioni, e di cosa succederà dopo, si discute non solo in televisione, ma anche nei caffè viennesi o in metropolitana. E per le strade, lungo le quali si alternano i banchetti dei vari partiti. A caccia, soprattutto, dei voti degli ultimi indecisi.

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    Flavia Mosca Goretta
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L’Austria resta un Paese spaccato in due

“Gli austriaci non vogliono un populista di destra come presidente. E vogliono restare nell’Unione europea”.

Così scrive il quotidiano progressista der Standard, sottolineando che a rendere possibile la vittoria di Alexander Van der Bellen sono state la paura di una svolta a destra e l’ampia coalizione (dai Verdi ai funzionari del partito socialdemocratico, fino ad un nutrito gruppo di sindaci del partito popolare) che lo ha sostenuto.

Il giornale conservatore Die Presse afferma invece che “la Repubblica ha schierato tutte le risorse per evitare l’ascesa di un esponente della Fpoe”. Avvertendo però: “Così di nuovo non funzionerà”.

“Finalmente presidente” titola il popolare quotidiano Kronen Zeitung, che pubblica in prima pagina una foto del neo-eletto presidente sorridente accanto alla moglie, ricordando quanto sono stati lunghi e faticosi questi 11 mesi di campagna elettorale.

Van der Bellen – professore di economia, in passato politico dei Verdi, convinto europeista – ha ottenuto consensi soprattutto tra le donne, i giovani e le persone con un alto livello di istruzione. Oltre a chi lo ha votato per evitare la vittoria di Hofer. Al quale sono andati i voti della maggioranza degli uomini e degli anziani. L’immagine dell’Austria come Paese diviso in due, insomma, resta.

Hofer – che ha perso anche questo secondo ballottaggio – ha fatto appello perché gli austriaci ora siano coesi, non importa chi abbiano votato, e ha mostrato un buon fair play nella sconfitta. Meno concilianti i toni del suo partito, a partire dal leader Heinz Christian Strache, che ha parlato di “paura del cambiamento” e accusato: “tutti i partiti si sono coalizzati contro Hofer”.

A giocare un ruolo importante – secondo diverse analisi – è stato, tra gli altri, l’atteggiamento aggressivo che il candidato dell’Fpoe ha tenuto durante l’ultimo dibattito tv con Van der Bellen – “è caduta la maschera”, dicevano alcuni. E i toni moderati del giorno seguente, alla chiusura della campagna elettorale nell’elegante sala della Borsa di Vienna, a questo punto evidentemente non sono bastati.

La Fpoe ha perso certo una battaglia. Resta però il partito in testa ai sondaggi. E oggi già guarda avanti, alle prossime elezioni.

Vedremo come andrà.

Per ora, intanto, l’Austria ha detto stop all’avanzata dell’estrema destra.

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    Flavia Mosca Goretta
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Fermata l’estrema destra

Alexander Van der Bellen sarà il presidente dell’Austria.

A scrutinio quasi finito – mancano ancora i voti postali, che saranno contati domani – il risultato di questo secondo ballottaggio presidenziale appare però ormai chiaro.

Secondo i dati ufficiali del ministero dell’Interno – senza i voti postali – il candidato sostenuto dai Verdi ha ottenuto il 51,7% contro il 48,3% di Norbert Hofer, il candidato del partito di destra nazionalista Fpoe. Le proiezioni dell’istituto SORA per la tv pubblica ORF prevedono che finirà 53,3% contro 46,7% per Van der Bellen. Se queste dovessero essere le cifre definitive, si tratta di un risultato decisamente più netto di quello di 6 mesi fa (annullato poi dalla Corte costituzionale per irregolarità nel conteggio delle schede postali), quando il candidato verde vinse per poche migliaia di voti.

“Voglio che quando la gente mi vede in strada dica: ‘Guarda, quello è il nostro presidente’ “, ha detto Van der Bellen. “Porgo la mano agli elettori di Hofer”, ha aggiunto, spiegando di essersi impegnato per un’”Austria europeista” e i valori di libertà ed uguaglianza. Alla festa dei suoi sostenitori c’è chi si abbraccia, chi balla, chi si congratula a vicenda per un risultato atteso da 11 lunghi mesi. “Mi sento alleggerita”, dice una ragazza.

Norbert Hofer, sconfitto anche questa volta, ha invitato gli austriaci a “lavorare insieme” ora. Già poco dopo la diffusione delle prime proiezioni si è congratulato con l’avversario per la vittoria. Guardando però già avanti, alla candidatura alle prossime elezioni.

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    Flavia Mosca Goretta
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L’estrema destra punta alla presidenza

Una campagna elettorale durata quasi un anno. Un risultato finale, ancora una volta, molto incerto. E un’attesa, per sapere chi sarà il nuovo presidente, che potrebbe andare avanti per giorni.

Il 4 dicembre gli austriaci sono (nuovamente) chiamati alle urne per il ballottaggio delle elezioni presidenziali tra Alexander van der Bellen, indipendente sostenuto dai Verdi e Norbert Hofer, il candidato del partito di destra populista Fpoe. E’ la ripetizione del voto del maggio scorso, annullato poi dalla Corte costituzionale per irregolarità procedurali nel conteggio di oltre 70 mila schede. Allora vinse Van der Bellen, con uno scarto di circa 30 mila voti sul rivale.

Da quel 22 maggio sono passati sei mesi, nel mezzo ci sono state la Brexit e la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti. Ed ora c’è la possibilità concreta (i due sono dati nei sondaggi testa a testa) che un Paese europeo, l’Austria appunto, possa avere un presidente espressione della destra nazionalista. Motivo di grande attenzione su queste elezioni, che saranno monitorate anche da un team di 4 osservatori dell’Osce.

Norbert Hofer ha usato ultimamente toni più moderati rispetto a solo qualche mese fa. A partire dall’Unione europea: “Non penso che il progetto europeo sia finito”, dice ora. In passato le sue affermazioni su una possibile uscita dell’Austria dall’UE avevano suscitato non pochi timori.

Questa volta, poi, la sede scelta per il finale di campagna sono state le sale dello storico palazzo della Borsa di Vienna, in pieno centro. Niente comizio di piazza in periferia, come fu invece a maggio, a Favoriten, un ex quartiere operaio ed ex bastione socialdemocratico, oggi zona ad alta immigrazione, dove il partito raccoglie parecchi consensi.

Al banchetto davanti al centro commerciale di Simmering, altro quartiere periferico, che ha come presidente un’esponente della Fpoe, in un freddo sabato mattina, un nutrito gruppetto di attivisti distribuisce volantini e gadget ai passanti. Lungo la strada principale, supermarket turchi si alternano a rosticcerie che vendono kebab e schnitzel (la nostra “cotoletta”). “Non mi definisco nazionalpopulista, piuttosto direi che siamo a destra del centro” dice Sonja Bauernhofer, presidente della locale sezione della Fpoe e da vent’anni nel partito (“Ero delusa dai socialdemocratici”, spiega) .

“Certo – dice – abbiamo il grande tema dell’immigrazione. Ovviamente i profughi devono essere accolti, ma chi viene qui solo per i soldi… anche in questo Paese abbiamo i nostri problemi, anche qui c’è disoccupazione. Oltre alla questione dell’istruzione, di insegnare la lingua ai nuovi arrivati”. Se alla fine dovesse vincere Van der Bellen? “E’ il desiderio del popolo e va accettato”, risponde.

“Il nostro presidente di centro” è lo slogan sui manifesti e sui cartelli (con la bandiera austriaca a fare da sfondo) che i suoi sostenitori di Van der Bellen tenevano ben alti venerdì, alla chiusura della sua campagna elettorale, tenuta in periferia, in un’ex fabbrica di Favoriten. Lui ha invitato all’unità, richiamato ai valori di libertà, uguaglianza, solidarietà: “Stiamo su questi valori insieme, non lasciamo che il Paese vada in un’altra direzione” ha detto, avvertendo ancora una volta sul rischio di una “blaue Republik” (il blu in Austria è il colore assegnato al partito della Fpoe) in caso di vittoria di Hofer.

I suoi sostenitori sottolineano come Van der Bellen sia l’unico tra i due candidato ad essere indipendente. Diversi di loro sono preoccupati anche per l’immagine internazionale dell’Austria in caso di vittoria di Hofer. Ma se dovesse accadere, dice una ragazza, “bisognerà impegnarsi perché l’Austria non si divida, perché resti unita e sia un Paese in grado di parlare con gli altri Paesi”

Sei mesi fa fu decisivo il voto postale, che consegnò la vittoria a Van der Bellen. Le schede totali allora furono oltre 800mila. Questa volta sono un po’ di meno, circa 700mila, un numero comunque molto alto. E poiché proprio le irregolarità nelle procedure del conteggio dei voti postali sono stati alla base della decisione di far ripetere il ballottaggio, stavolta l’ordine è “meglio la qualità che la velocità”. Che potrebbe voler dire dover aspettare, per conoscere il vincitore, anche fino a martedì mattina.

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    Flavia Mosca Goretta
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I Sioux: “Ora vogliamo rispetto”

Repressione poliziesca e di vigilantes privati, minacce, decine di arresti di Sioux e ambientalisti. E ora un’ordinanza di sgombero da parte del governatore del North Dakota del campo dove migliaia di persone stanno protestando da mesi contro la costruzione di un megaoleodotto. La situazione sta diventando sempre più tesa ed è diventata un caso internazionale.

Il governatore del North Dakota, Jack Dalrymple – riferisce l’agenzia Reuters – ha ordinato in questi giorni l’espulsione di migliaia di nativi americani e di attivisti ambientalisti accampati su una proprietà federale, vicino al progetto di oleodotto contro il quale si sta battendo.

Il governatore ha motivato l’ordinanza di sgombero del campo dei nativi di Oceti Sakowin sostenendo che è necessario farlo per i rischi legati alle rigide condizioni meteorologiche, freddo e neve in arrivo.

Dura la risposta del capo del Sioux Standing Rock, Dave Archambault II: “Se la vera preoccupazione è per la nostra salute e sicurezza allora il governatore dovrebbe smantellare il blocco e le forze di polizia della contea, dovrebbe smettere l’uso di granate accecanti, cannoni ad acqua in temperature gelide, gabbie per cani per temporanee prigioni per persone ed ogni armamento nocivo contro gli esseri umani”.

La polizia usa i cannoni con acqua gelida contro i Sioux
La polizia usa i cannoni con acqua gelida contro i Sioux

“La decisione del governatore – ha aggiunto Dave Archambault II – è mirata a spaventarci, a creare paura ed è uno sfacciato tentativo di aggirare l’autorità federale USACE (United States Army Corps of Engineers, una sorta di Genio militare, ndr) che ha dichiarato di non avere intenzione di rimuovere con la forza i nativi dalla proprietà federale”.

Standing Rock Sioux chiede che si fermi la repressione e ci sia “ rispetto per i nativi”.

I nativi americani della riserva Sioux di Standing Rock, sostenuti da organizzazioni ambientaliste, nazionali e internazionali, si stanno opponendo alla costruzione di un oleodotto sotterraneo di circa 2.000 chilometri che dovrà trasportare l’equivalente di mezzo milione di barili di petrolio al giorno fino al Illinois, attraversando anche il fiume Missouri. Un progetto da quasi 4 miliardi di dollari.

Oltre un centinaio di etnie native americane hanno inviato uomini e donne delle loro tribù per appoggiare i Sioux, occupando il territorio che si trova a circa un chilometro dal confine della riserva dove sono in corso gli scavi per l’oleodotto. Una protesta che è cresciuta, portando migliaia di persone nella zona, che è diventata un grande campo pacifico, formato da coloro che si definiscono “protettori dell’acqua”.

L'acqua è vita, rispetta la madre terra
L’acqua è vita, rispetta la madre terra

I perché della protesta. Oltre la distruzione di siti funerari dei loro antenati Sioux, luoghi considerati sacri dai nativi, il timore maggiore è che l’oleodotto, costruito vicino della principale riserva d’acqua su cui si basa la sopravvivenza dei Sioux, possa danneggiare la popolazione e l’ambiente nel caso di guasti.

Dal 2010 a oggi ci sono stati molti incidenti, oltre 150 sversamenti di petrolio dagli oleodotti che attraversano il Nord America e che hanno causato serie problemi ambientali. Nonostante questo la società incaricata della costruzione dell’oleodotto, la Energy Transfer Partners, di cui è azionista anche il nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump, continua a sostenere che il trasporto del petrolio con l’oleodotto è comunque più sicuro di quello ferroviario o automobilistico.

Nel frattempo il governatore del North Dakota, prima della recente ordinanza di sgombero, aveva decretato l’emergenza, inviando sul luogo, contro i nativi, un grande numero di poliziotti armati che hanno sparato pallottole di gomma, utilizzati spray urticanti, cannoni sonori, idranti e cani. In questi ultimi mesi sono state arrestate più di 150 persone. I nativi americani hanno dichiarato, anche in queste ore, l’intenzione di persistere nella protesta pacifica fino in fondo, con l’obiettivo di trovare una diversa soluzione rispetto al progetto attuale dell’oleodotto.

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    Flavia Mosca Goretta
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Profughi da settembre al campo base Expo

Da settembre i rifugiati saranno sistemati nell’ex campo base Expo. La conferma dopo il vertice questa mattina in Prefettura con il sindaco Beppe Sala e l’assessore alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino e il prefetto Alessandro Marangoni, assieme al sottosegretario all’Interno Domenico Manzione e il capo dipartimento per l’immigrazione del Viminale, Mario Morcone.

Vertice che ha in qualche modo chiuso la vicenda, che si trascinava da molti mesi. Contro l’ipotesi di utilizzare l’ex campo base di Expo ci sono state le proteste della destra, in prima fila il governatore lombardo Maroni.

“Maroni se ne faccia una ragione, noi i profughi lì ce li metteremo”, così il sindaco Sala oggi. Oppure, ha aggiunto, Maroni faccia in modo che ci sia più equilibrio tra Milano e le altre città sul numero di migranti ospitati

Mario Morcone sostiene che “se tutti partecipassero, non ci sarebbero problemi. Il primo dovere che abbiamo è rispettare le persone”. Lo sforzo dovrebbe essere nazionale.

Ascolta Mario Morcone

Mario Morcone

Milano al momento ha in carico 3.150 profughi. Una situazione ormai al limite. E questa mattina Sala e Majorino hanno chiesto lo stop di nuovi arrivi su Milano, senza però, ha sottolineato il sindaco, mettere in discussione il criterio per cui il 14 per cento dei migranti vengono destinati alla Regione Lombardia. Il nodo è la distribuzione sul territorio.

Il Comune sta vagliando anche l’ipotesi di utilizzare altri luoghi sul territorio, come le caserme. E di impiegare i richiedenti asilo, sul base volontaria, per pulizia ed attività anti-degrado nei quartieri.

Un’altra delle questioni che hanno tenuto banco in questi mesi e quante persone andranno nell’ex campo base. Per ora si parla di 150 persone. Un numero che però potrebbe salire, dice l’assessore Majorino. Che incalza: tutti devono fare la propria parte, basta con i sindaci che impediscono di accogliere sul proprio territorio.

Ascolta Pierfrancesco Majorino

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Tante prenotazioni al centralino del Comune

Il Comune di Milano dal 20 luglio ha messo a disposizione un numero per prenotare l’iscrizione al registro delle Unioni Civili, in attesa dei decreti attuativi del governo per l’applicazione della legge Cirinnà. Nel primo giorno, ci sono già state oltre 70 prenotazioni  al centralino della Casa dei Diritti di Milano.

Il numero telefonico è 02 884 41641, il centralino è attivo per le prenotazioni dal lunedì al venerdì, dalle ore 9.00 alle ore 12.00 e dalle ore 14.00 alle ore 17.00.

La prenotazione servirà solo per determinare la priorità nella chiamata da parte degli uffici competenti per avviare la procedura e non determina alcun effetto giuridico.

“Il diritto alla felicità di tante coppie non può aspettare, noi iniziamo a prendere le prenotazioni con un primo passo molto semplice nella speranza che da Roma accelerino rendendo effettiva l’applicazione delle legge Cirinnà”, spiega l’assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano Pierfrancesco Majorino. L’iniziativa del Comune arriva dopo l’appello, nei giorni scorsi, di Margherita, ex insegnante malata terminale che aveva chiesto di poter sottoscrivere al più presto l’unione con la propria compagna.

Camilla è una delle tante persone che ieri hanno telefonato al centralino e si sono prenotate. Lei e la sua compagna, racconta, erano molto emozionate: “E’ un primo passo – dice – è una questione burocratica ma anche una questione simbolica”.

Ascolta la storia di Camilla

La storia di Camilla

Ascolta Pierfrancesco Majorino

Pierfrancesco Majorino

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Elezioni in Austria, tutto da rifare

La Corte costituzionale austriaca ha deciso di far ripetere il ballottaggio delle elezioni presidenziali del 22 maggio, vinto da Alexander Van der Bellen, sostenuto dai Verdi, per circa 30mila voti su Norbert Hofer, candidato del partito di destra populista Fpoe. La decisione arriva a una settimana dal previsto insediamento presidenziale di Van Der Bellen. Che ora sarà invece congelato.

Era stata proprio la Fpoe a presentare il ricorso, lamentando numerose irregolarità nel conteggio dei voti postali. Voti che erano stati decisivi per la vittoria del candidato verde.

Secondo la Corte costituzionale non ci sono stati brogli. Ci sono state però delle irregolarità procedurali durante il conteggio dei voti postali in 14 distretti – come l’apertura anticipata delle schede o il conteggio in assenza del commissario. Si tratta di quasi 78 mila schede, un numero superiore ai voti che separano vincitore e sconfitto. Inoltre la Corte ha condannato l’invio da parte del ministero dell’Interno alla stampa di alcuni risultati parziali – coperti da embargo – ad urne ancora aperte.

Perché però far ripetere il voto e non procedere invece ad un riconteggio delle schede? Su questo risultato non devono esserci ombre, spiega Gerhard Mumelter, giornalista del quotidiano austriaco Der Standard e collaboratore di Internazionale.

Ascolta qui l’intervista a Gerhard Mumelter

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Nelle prime dichiarazioni a caldo, Van der Bellen si è detto fiducioso di poter vincere anche questo ballottaggio. Hofer ha mostrato voglia di tornare in campagna elettorale. La data del nuovo voto ancora non è stata annunciata, dovrebbe essere a fine settembre oppure la prima settimana di ottobre.

Van Der Bellen 50,3%, Hofer 49,7%: qui eravamo rimasti neanche un mese e mezzo fa. Risultato che ora viene completamente rimesso in discussione. Un nuovo colpo di scena, in un’elezione che già aveva riservato parecchie sorprese. E aveva praticamente diviso in due l’Austria. Uno dei primi compiti del nuovo presidente, dicevano a caldo i sostenitori di Van der Bellen (ma non solo) sarebbe dovuto essere proprio quello di ri-unire il Paese, lasciando alle spalle gli scontri verbali della campagna elettorale. Che ora, probabilmente, sta per ricominciare.

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Gherardo Colombo al Comitato per la legalità

Giuseppe Sala ha annunciato che, se sarà eletto sindaco di Milano, istituirà un Comitato a palazzo Marino per la trasparenza e la legalità. A capo ci sarà l’ex pm di Mani pulite Gherardo Colombo. Nella squadra anche la presidente di Transparency International Italia Mara Brassiolo, l’avvocato Stefano Nespor e Federico D’Andrea, che è stato responsabile Audit di Telecom. Il comitato lavorerà a titolo gratuito, in stretto collegamento con la commissione antimafia e avrà il compito di stilare un piano triennale sulla trasparenza.

Un Comitato di “assoluta professionalità e notoria indipendenza”, ha spiegato Sala. L’amministrazione comunale, afferma il candidato sindaco del centrosinistra,“dispone già di anticorpi robusti, ma nei prossimi anni la sfida per una gestione trasparente ed efficiente delle opere pubbliche sarà decisiva”. Nei progetti di Giuseppe Sala c’è, tra gli altri, un piano di interventi da 100 milioni di euro per la riqualificazione delle periferie e il rafforzamento dei trasporti.

Quello di Gherardo Colombo era tra i nomi sondati dalla sinistra per una candidatura alternativa a Sala. All’epoca, dopo un periodo di riflessione, aveva detto di no. A questo incarico, invece, ha risposto di sì: “Mi sembra che sia un’iniziativa estremamente interessante”, ha detto ai nostri microfoni.

Ascolta l’intervista a Gherardo Colombo

Gherardo Colombo

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Appello all’unità dopo il voto

Si era detto che la vittoria sarebbe stata di stretta misura. E così è stato.

Alexander Van der Bellen 50,3%, Norbert Hofer 49,7%. E’ questo il risultato finale del ballottaggio presidenziale austriaco, annunciato ieri pomeriggio al termine di due giorni di scrutinio in cui non sono mancate le sorprese. A separare vincitore e sconfitto solo 31 mila voti. Decisivi sono stati quelli postali, che hanno ribaltato i risultati provvisori di domenica, in cui era invece avanti Hofer, candidato dell’Fpoe.

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A Van der Bellen sono arrivati molti messaggi di congratulazioni. Nelle cancellerie europee la sua elezione è stata accolta con sollievo per lo scampato pericolo di avere un esponente di estrema destra alla presidenza di un Paese dell’UE.

Quella che esce dal voto del 23 maggio è però anche l’immagine di un Paese diviso in due. Sarà, questa, la prima sfida per Van der Bellen: lasciare alle spalle le tensioni, le divisioni di questi mesi di campagna elettorale. “Sarò il presidente di tutti gli austriaci e le austriache”, ha detto nella sua prima dichiarazione alla stampa, rimarcando come entrambe le metà sono alla pari ed egualmente importanti, perché assieme costituiscono l’Austria.

“Si può coesistere insieme anche con tutte le diversità”, ha sottolineato. Van der Bellen punta a convincere ora anche chi ha votato dall’altra parte, per Norbert Hofer, il quale ieri ha ammesso la sconfitta già prima dell’ufficializzazione dei risultati.

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Che il nuovo presidente riesca a “ri-unire” i Paese è anche l’aspettativa di parecchi dei sostenitori di Van der Bellen che ieri sera si sono ritrovati in piazza al Museumsquartier, nel centro di Vienna. Una festa informale, organizzata praticamente a tempo zero per, soprattutto, stare insieme e lasciare andare, ora sì, le emozioni dopo tanta attesa e tensione. C’è il sollievo per l’aver evitato la vittoria della destra, la gioia perché un Verde sarà il prossimo inquilino del palazzo presidenziale. Ma anche la consapevolezza che metà del Paese ha votato in un’altra direzione.

Quella metà alla quale, dice una ragazza, bisogna ora tendere la mano e dire: lavoriamo assieme per il nostro Paese.

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Austria al voto: l’esito è ancora incerto

E’ un testa a testa quello uscito dalle urne di questo ballottaggio per la presidenza austriaca. E ora per sapere con certezza chi, tra Norbert Hofer (Fpoe) e Alexander Van der Bellen (sostenuto dai Verdi), diventerà il prossimo capo di Stato bisognerà aspettare il conteggio dei voti postali, poco meno di 900.000 e pari a circa il 14% dell’elettorato, che arriveranno con molta probabilità nel tardo pomeriggio.

Le proiezioni complessive SORA/ORF (la radiotelevisione pubblica), danno i due in totale pareggio: 50 a 50, con un margine di errore di 0,7% in più o in meno. Se questo quadro verrà confermato sarà davvero un’attesa fino all’ultimo voto.

Secondo i dati del ministero dell’Interno, relativi a tutti i seggi ma senza tenere conto dei voti postali, Hofer è avanti con il 51,9%, contro il 48,1% ottenuto da Alexander Van der Bellen. In base a questi dati, il candidato “verde” – che corre però da indipendente – ha vinto a Vienna (togliendo alla destra anche 3 distretti sui 5 che l’FPOE aveva conquistato nella scorsa tornata) e nel Voralberg, nell’ovest dell’Austria. Hofer invece in tutte le altre regioni del Paese.

Tra i due c’è una differenza di circa 144.000 voti. Se, come dicono diversi analisti, il voto postale tendenzialmente premia la sinistra, i giochi potrebbero essere ancora aperti. In aumento l’affluenza alle urne, che in questo secondo turno è stimata poco sotto il 72%.

Van der Bellen ha sottolineato molto in questo giorni che i consensi nei suoi confronti sono man mano cresciuti. E guardando i numeri, rispetto al primo turno, ha ottenuto il 26,7% in più di voti, mentre Hofer ha aumentato i propri del 16,9%.

I due candidati nelle scorse ore hanno mostrato ottimismo, ricordando come tutto sia ancora aperto. Visibilmente soddisfatto Van der Bellen, per una rimonta sicuramente sperata ma probabilmente inaspettata, quantomeno in questa misura. Hofer, dato per favorito, ha detto di non essere deluso, anche se dopo il 35% (e gli oltre 10 punti di vantaggio sul rivale) ottenuto il 24 aprile forse nel partito non si aspettavano finisse così.
“Incertezza” è ormai diventata la parola chiave di queste elezioni. Fino, forse, all’ultima scheda.

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Austria al ballottaggio: chi vincerà?

Decisivi saranno gli indecisi. Il titolo del popolare quotidiano austriaco “Kronen Zeitung” racchiude tutta l’incertezza su come andranno a finire queste elezioni presidenziali in Austria.

La campagna elettorale si è chiusa ieri sera, con i comizi finali, in piazza, dei due candidati: Norbert Hofer, del partito di destra estrema FPOe e vincitore del primo turno, e Alexander Van der Bellen, candidato indipendente sostenuto dai Verdi.

I due hanno scelto luoghi diversi – e anche, rispettivamente, significativi – per lanciare agli austriaci l’ultimo appello a mettere, domani, la croce sul proprio nome.

Hofer, 45 anni, ingegnere, numero due dell’Fpoe e membro della presidenza del Nationalrat, una delle due Camere del Parlamento, ha tenuto il suo ultimo comizio in periferia, al Viktor-Adler Markt nel quartiere di Favoriten: un quartiere ad alta percentuale di migranti soprattutto turchi, dove il partito dei “Freiheitlichen” ha ottenuto parecchi consensi.

E proprio l’immigrazione, il no agli stranieri che non si integrano, che “si uniscono all’Isis e violentano le donne” è stato uno dei temi centrali del suo discorso. Con una distinzione: chi qui invece si è integrato, ha trovato in Austria “una nuova patria” è il benvenuto. Tuttavia, con quasi 500 mila disoccupati, non si possono aprire le porte a chi viene a cercare lavoro se non ce n’è neanche più per gli austriaci. Altro tema ricorrente, la Turchia: un Paese che “non appartiene all’Europa” e se dovesse entrare nell’Unione Europea, allora, dice Hofer, l’Austria dovrà decidere se uscirne. Ma, altra distinzione, questo non vuol dire essere euroscettici: tra “austriaci” ed “europei” non c’è contraddizione.

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Hofer ha ostentato sicurezza – “Diventerò presidente dell’Austria” ha detto più volte dal grande palco – e ha giocato anche la carta della spontaneità, dell’essere una persona che sta e va tra la gente. E alla gente, con bandierine austriache e bicchiere di birra in mano, ieri pomeriggio in discreto numero lo è andata a sentire, piace anche per questo modo di porsi. C’erano famiglie, parecchi anziani, gruppetti di ragazzi e ragazze. Hofer, dicono, è giovane, rappresenta una novità, non guarda solo ai ricchi ma anche a chi ha di meno. “Lo sostengo perché sta dalla parte dell’Austria e non dell’Europa”, dice un ragazzo. In piazza con tanto di palloncino blu, il colore del partito, anche qualcuno che prima votava a sinistra, per i socialdemocratici. Perché ha cambiato idea? “Perchè hanno smesso di occuparsi dei lavoratori”, è la risposta.

Dall’altra parte, anche in termini di distanze geografiche, Alexander Van der Bellen. 72 anni, economista, ex presidente dei Verdi, ieri pomeriggio ha invece scelto il Votivpark, nel centro di Vienna vicino all’Università, per chiudere la sua campagna. Un comizio “verde”, non particolarmente formale, con un piccolo piedistallo in mezzo al prato e centinaia di sostenitori, in maggioranza giovani, ad ascoltarlo in piedi o seduti sull’erba.

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Quella di domani, ha detto, è una scelta importante: la scelta tra “un’Austria aperta, della quale tutti possiamo essere orgogliosi” oppure “qualcosa in cui non voglio neanche addentrarmi: piccola, reazionaria”. Van Der Bellen, che al primo turno è rimasto indietro di oltre 10 punti, mostra comunque ottimismo in una possibile rimonta. Nelle ultime settimane ha incassato sostegni importanti, in primis quello di Irmgard Griss, finita terza il 24 aprile, con un potenziale bacino di 800 mila voti.

E anche quello di politici dei due grandi partiti tradizionali, Popolari e Socialdemocratici. Ma non solo: Van Der Bellen è diventato per forse non pochi austriaci una sorta di “male minore”, in confronto alla prospettiva di avere un presidente di estrema destra. A loro, a chi ancora non ha deciso se e per chi votare, era andato ieri già alla mattina il suo appello finale: “anche se avete riserve nei miei confronti – ha detto – riflettete valutate se non siano minori” di quelle verso di Norbert Hofer.

Basterà? La risposta la sapremo domani.

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    Flavia Mosca Goretta
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“Rilanciare la soluzione dei due Stati”

“L’Europa si metta alla guida del processo di pace tra israeliani e palestinesi”.

La richiesta, l’appello ai Paesi del Vecchio Continente arriva dal grande scrittore israeliano Abraham Yehoshua: la leadership non può essere lasciata solo agli Stati Uniti. I quali, dice Yehoshua, non hanno fatto nulla per promuovere la pace, sono troppo faziosi nei confronti di Israele.

Incontriamo Abraham Yehoshua a margine della lectio magistralis che ha tenuto al Festival dei diritti umani di Milano: “Dalle donne ebree alle donne d’Israele”.

Un’occasione, anche, per parlare del presente e del futuro del Medio Oriente. A partire dalla questione demografica in Israele.

“Il tasso di natalità della popolazione araba in Israele è in leggero calo. E’ un fenomeno positivo: fanno meno figli perché si stanno lentamente modernizzando. Oggi rappresentano circa il 20% della popolazione e noi speriamo – se ci sarà la soluzione dei due Stati – che si integreranno nella nostra società. Certo, resteranno una minoranza nazionale all’interno del nostro Paese.In generale, dobbiamo dire che se si esaminano i 70 anni di esistenza di Israele – con tutti i problemi che ci sono stati con il mondo arabo, con le guerre, le occupazioni ecc… – le relazioni tra gli arabi d’Israele e la maggioranza ebraica sono state piuttosto tranquille, senza particolari violenze, nonostante tutto. Altra questione è quella dei Territori Occupati e della loro popolazione: ovviamente io non voglio che siano parte dello Stato ebraico e neanche loro lo vogliono. Il problema sono le colonie: creano una situazione in cui le due nazioni si uniscono, quindi dobbiamo trovare il prima possibile un modo per realizzare la “soluzione dei due Stati”, con una minoranza ebraica all’interno dello Stato palestinese – questo diventeranno i coloni – così come noi abbiamo una minoranza araba all’interno di Israele. Questa è la soluzione e dobbiamo realizzarla. E l’Europa deve muoversi velocemente, per imporla sia ai palestinesi sia agli israeliani” .

Perché l’Europa deve giocare questo ruolo e come lo farà?

“C’è una proposta della Francia per organizzare una sorta di conferenza internazionale riguardo alla questione palestinese. E’ molto importante, perché l’Europa deve prendere la guida. Finora è stata lasciata nelle mani degli Stati Uniti e gli Stati Uniti non hanno fatto nulla per promuovere la pace” .

L’Europa potrà fare di meglio?

“Se ci saranno altri Paesi europei che si uniranno alla Francia, che entreranno in una conferenza, in una convention internazionale, che diranno agli israeliani e ai palestinesi: questa è la soluzione, la soluzione che vogliamo e che dovete realizzare. Usando tutto il proprio potere nei confronti di Netanyahu, ma anche dei palestinesi – perché anche loro hanno delle riserve e non vogliono negoziare – per arrivarci. E non lasciando che a tenere le fila siano gli Stati Uniti, che sono completamente dalla parte di Israele” .

Lei è piuttosto critico nei confronti della politica di Israele…

“Certamente. Noi siamo a sinistra e lottiamo per la soluzione dei due Stati. Ma, vedete, quando ne parlavamo 40 anni fa nessuno voleva ascoltare. Oggi, invece, ne parla anche Netanyahu! Non so se poi ci creda davvero o no, ma quantomeno ufficialmente questa è la linea di Israele. Quindi dobbiamo fare pressione. Di questo si tratta” .

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    Flavia Mosca Goretta
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Hansel e Gretel. Armati

Biancaneve e i sette nani potrebbero abbattere la matrigna cattiva con fucili automatici; Cenerentola potrebbe affrontare le sorellastre con una Smith & Wesson; Alice potrebbe entrare nel Paese delle Meraviglie con in mano un bazooka. Molte favole potrebbero essere riscritte, diventando a mano armata. Questa è la nuova frontiera scelta della National Rifle Association (NRA) , la potente lobby americana delle armi, che ha incaricato, per la riscrittura delle fiabe , la blogger Amelia Hamilton.

Per ora sono stati rivisitati due classici: Cappuccetto Rosso e Hansel e Gretel. Cambiano immagini e racconti. In Cappuccetto Rosso la nonna, armata di fucile, affronta il lupo e gli spara dicendo : “Ora non solo non mi mangerai, ma non mangerai più nessuno”.

NRA NONNA ARMATA PB

Poi è arrivata la riscrittura di Hansel e Gretel, la fiaba dei Fratelli Grimm,con i due fratellini che vengono rappresentati armati. Entrambi hanno un fucile. Gretel anche un pistola nella fondina. Uccideranno la strega.

Il tentativo della National Rifle Association (NRA), dietro queste favole armate, è alimentare l’immaginazione e rendere positiva l’immagine delle armi per i bambini.

“Una campagna di marketing (quella delle favole armate,ndr) disgustosa e moralmente depravata”. Così l’ha definita Dan Gross, presidente della Brady Campaign to Prevent Gun Violence, organizzazione no-profit che si batte per il controllo delle armi da fuoco.

“La NRA tocca il fondo con fiabe rivedute e corrette”, ha scritto la Brady Campaign. Secondo Gross, l’approccio, mostra a che livello la NRA sia arrivata per vendere più pistole: “Ora deve pubblicizzare ai bambini armi mortali traviando i classici per l’infanzia, senza alcun riguardo per la carneficina che avviene ogni giorno nella vita reale”. Nella quale ogni giorno, dice la Brady Campaign, “ quasi 50 bambini e adolescenti vengono colpiti da armi da fuoco”.

La Brady Campaign ha recentemente lanciato una propria controcampagna, utilizzando personaggi delle fiabe – Alice nel Paese delle Meraviglie e Peter Pan – per mostrare quanto sia pericoloso avere armi in casa.

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La National Rifle Association (NRA) è la potente lobby dei produttori e possessori di armi da fuoco che condiziona pesantemente da decenni la politica americana. La NRA dà addirittura i voti e un’etichetta di affidabilità a ogni politico, con una valutazione, indicata con una scala decrescente dalla A alla F, in base al loro impegno per sostenere la causa dell’NRA in Parlamento. Una lobby così potente da stabilire il merito, o meglio il valore di un politico in base ai propri interessi.

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Spiega Fabrizio Tonello, docente di Economia e Scienze politiche : “La National Rifle Association ha avuto un successo strepitoso negli ultimi 40 anni e ha fortemente contribuito a spostare a destra la politica americana, aiutando il partito repubblicano a conquistare la presidenza e il Congresso in varie occasioni. Oggi, il clima sembra mutato e l’NRA cerca di presentare un’immagine pubblica meno estremista e più amichevole. Non saranno però queste favole ad assicurare il successo dell’operazione”.

L’attenzione verso i bambini è sempre più nelle strategie delle aziende delle armi. La NRA ha finanziato campagne apposite, a suon di milioni di dollari, per indurre i bambini, visti come futuri clienti, a partecipare a corsi di esercitazione al poligono, presentandoli come un divertimento.

NRA MADRE E FIGLIA PB

Due anni fa fece scalpore il tweet con cui la NRA suggeriva alle mamme come far divertire i bambini con pistole e fucili. Su Twitter indicava i “sette modi in cui i bambini possono divertirsi al poligono di tiro”, allegando un link con un articolo sul tema.

“My first rifle” (Il mio primo fucile, ndr), è lo slogan che la Crickett, la casa produttrice del fucile specializzata in armi per bambini, utilizzò sul suo sito web. Il fucile calibro 22, oltre ad avere le dimensioni adatte per essere imbracciato dai più piccoli, è prodotto in vari colori, tra cui il rosa per le bambine. Le foto della Crickett ritraggono giovanissimi intenti a prendere la mira e sparare, alcuni sotto gli occhi fieri dei genitori e il sito si presenta così:

NRA MY FIRST RIFLE PB

In questo contesto si inserisce ora la nuova campagna delle favole armate che Fabrizio Tonello commenta così: “Le favole riscritte sul sito della National Rifle Association mostrano quale sia l’importanza che la destra americana attribuisce alle battaglie culturali. Cappuccetto rosso” e “Hansel e Gretel” riscritte da una blogger di modesti talenti, Amelia Hamilton, non convinceranno nessuno, non faranno iscrivere nessun bambino di sei anni all’associazione, il loro scopo è un altro: rafforzare l’immagine “familiare” e rispettabile della NRA, che vuole presentarsi come un’organizzazione di pacifici amanti della natura mentre difende il diritto di ciascuno a tenere in casa un bazooka.”

Secondo il rapporto della VPC – Violence Policy Center, organizzazione nazionale che ha come obiettivo fermare morti e lesioni dovute ad armi da fuoco – l’industria delle armi negli ultimi anni ha intensificato gli sforzi verso le fasce d’età più giovani. Lo studio, oltre 50 pagine corredate da fotografie, analizza diversi aspetti del marketing messo in campo dalle aziende per intercettare anche questo tipo di pubblico: fucili e pistole con parti in plastica (così da essere più leggeri) e dipinti a colori vivaci, pistole rosa per bambine, pubblicazioni ad hoc, videogames…

L’industria delle armi si rivolge ora ai bambini per cercare nuove fette di mercato, a causa dell’invecchiamento o del declino dei loro utenti tradizionali (famiglie, maschi bianchi). Ma non solo: “Assieme alla speranza di aumentare le vendite di armi – scrive il VPC – lo scopo accessorio dei loro sforzi è creare una nuova generazione di sostenitori delle armi da fuoco, per futuri benefici, vantaggi politici”.

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    Flavia Mosca Goretta
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Approfondimenti

In bicicletta per i diritti

Noi donne musulmane andiamo in bicicletta”.

Si è svolta a Milano l’iniziativa delle donne musulmane e delle comunità islamiche contro discriminazioni e pregiudizi dopo le parole, poi ritrattate, dell’imam di Segrate, che aveva giudicato inopportuno che le donne vadano in bicicletta.

Una pedalata di 7 chilometri, da via Padova a Porta Venezia, alla quale hanno partecipato decine di donne e ragazze, molte con indosso veli colorati. Dietro di loro, gli uomini.

Cèè stata una colonna sonora presente lungo praticamente tutto il percorso: il trillare dei campanelli e i clacson di risposta delle auto.

Brave!” ha esclamato più di un passante, mentre da qualche balcone la gente si è affacciata, ha applaudito e salutato.

“Oggi saliamo in sella in primis come donne musulmane – si legge nel volantino distribuito durante la manifestazione – per opporci a chi vuole imporci usi e costumi, violenza e discriminazione che vanno contro ogni principio della pari dignità tra uomo e donna. Ci mobilitiamo come musulmane e musulmani per per contrastare i retaggi culturali che spesso vengono preposti o confusi con l’Islam”.

Ascolta le interviste di Flavia Mosca Goretta alle donne presenti all’iniziativa.

biciclettata

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    Flavia Mosca Goretta
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Approfondimenti

Se il caso Volkswagen diventa il caso Fiat

Carta straccia, come per il caso Volkswagen. Anche i test sulle emissioni inquinanti di alcune auto Fiat non hanno il minimo valore. Il Suv Fiat 500-X, ad esempio, il cui motore si trova anche sulla Chrysler Jeep, ha valori perfettamente a norma nelle condizioni in cui si effettuano i test di controllo. Peccato però che qualunque variante poi provochi emissioni inquinanti anche 11-22 volte oltre i valori stabiliti per legge. Un esempio? Quando il motore è caldo i valori delle emissioni schizzano clamorosamente verso l’alto. A scoprirlo è stata l’associazione ambientalista tedesca Deutsche Umwelthilfe. Questa è l’intervista di Flavia Mosca Goretta al suo direttore federale, Jürgen Resch.

“Abbiamo rilevato che questa auto ha dei valori perfetti se le condizioni sono esattamente quelle dei test. Apportati dei minimi cambiamenti, i valori dei gas di scarico sono aumentati di 11-22 volte, anche se la macchina andava sul banco della prova con le stesse temperature e sotto gli stessi cicli.

Il veicolo sostanzialmente scarica nell’aria delle emissioni del motore quasi non filtrate e con ciò agisce in maniera negativa alla qualità dell’aria nelle città nelle quali questi veicoli circolano”.

Come mai questi risultati?

“I valori sono peggiorati perché evidentemente il veicolo non era più sotto test. Abbiamo indicazioni molto chiare che la macchina “riconosce” quando la stanno testando. E quando lo comprende, ci sono delle strategie di controllo delle emissioni molto diverse, molto peggiori. Cioè: è vero che il veicolo ha un sistema a bordo per filtrare le emissioni. Però, al di fuori delle vere e proprie situazioni nei test, questa tecnologia non viene innescata correttamente, con la conseguenza che queste macchine inquinano l’aria nei centri cittadini oltre oltre le norme di legge”.

Avevate già fatto in precedenza dei test su questo SUV Fiat (Fiat 500 – X)?

“Abbiamo ricevuto indicazioni da whistleblowers e anche da altri test che sono stati condotti, alcuni dei quali pubblicati altri invece no. Noi scegliamo i modelli in base alle indicazioni che ci fanno pensare siano particolarmente inquinanti. Un altro criterio è analizzare come possa accadere che al posto di migliorare o peggiorare del 10 o 20 per cento, quando il veicolo non è sotto test, improvvisamente l’emissione di gas tossici aumenta del mille o duemila per cento. È successo anche nel caso di questo veicolo. Anzi, ancora peggio: gli ingegneri svizzero dell’impianto in cui era sotto test erano esterrefatti di quanto questo veicolo fosse sporco. Sostanzialmente si è dovuto andare a prendere le apparecchiature di prova di 20 anni fa, che fossero in grado di misurare dei livelli di emissioni di gas di scarico così alti.

Assieme alla Renault Espace, è il veicolo più sporco che abbiamo testato.Un veicolo del genere non può trovare posto sulle strade europee. Renault Espace e Fiat 500-X sono le più inquinanti e hanno una comparabile tecnologia primitiva che non è sufficiente per un Diesel Euro 6. Noi invitiamo il governo italiano ad adottare finalmente delle misure. Anche l’Italia deve aprire un’indagine e deve ritirare l’abilitazione per questo tipo di veicolo”.

Cosa dovrebbe fare Fiat?

“Fiat deve ritirare tutti questi veicoli e installare un sistema di filtro delle emissioni dei gas che funzioni davvero. Dubito che questo sia possibile tramite un semplice aggiornamento del software. Credo che per questo veicolo serva un sistema aggiuntivo. E avverto anche Fiat: se questi veicoli continuano ad arrivare sulle strade, pian piano diventerà tra i costruttori di auto più inquinanti in Europa. E quale danno d’immagine Fiat Chrysler potrà avere, non solo sul mercato europeo, ma anche su quello americano ed asiatico, lo si vede già nel caso della crisi Volkswagen. Quindi vale la pena adesso di dire: lo ammettiamo, stiamo immettendo sulle strade un veicolo che deve essere migliorato. Noi chiediamo anche dalle autorità italiane, che prendano provvedimenti e che finalmente facciano il loro dovere, di perseguire queste violazioni”.

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    Flavia Mosca Goretta
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