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Germania, Annegret Kramp-Karrenbauer rinuncia alle elezioni

Annegret Kramp-Karrenbauer

Troppo debole. Inadeguata al ruolo. Incapace di gestire il partito. Di giudizi, critiche, attacchi come questi Annegret Kramp-Karrenbauer è stata ciclicamente oggetto nel suo poco più di un anno alla guida della CDU. Non solo da parte di avversari politici o commentatori. Anche, quelli sentiti forse più pesanti, da parte dei colleghi di partito.

La leader democristiana, delfina di Angela Merkel, ha fatto sì diversi passi falsi, anche come ministra della Difesa. Dall’altro lato, fin dall’inizio, ha avuto contro settori importanti della CDU, è stata più volte isolata.

Poi è arrivata l’ultima goccia: la crisi scatenata dal terremoto politico in Turingia. Nell’elezione del presidente del Land, i democristiani hanno votato assieme all’ultradestra, ad AfD, così, anche, da evitare un nuovo governo di sinistra.

Kramp-Karrenbauer non è riuscita, nei turbolenti giorni successivi, a far pesare la sua autorità sulla CDU regionale, a, per così dire, rimetterla in riga. E le polemiche su di lei sono ulteriormente montate. Il fatto poi che Merkel sia dovuta intervenire sulla questione dall’Africa, dove era in viaggio, ha aggravato ancora di più la posizione di Kramp-Karrenbauer. Che proprio dalla Cancelliera era stata voluta come erede, prima alla guida del partito e poi, in prospettiva, a capo del governo, quando Merkel lascerà dopo questo mandato.

Con Annegret Kramp-Karrenbauer è stato anche tentato un esperimento: dividere l’incarico di Cancelliera da quello di leader del partito. Al quale oggi lei ha però voluto mettere fine, annunciando piuttosto a sorpresa la rinuncia alla candidatura alla cancelleria e alla presidenza del partito. Entrambe devono stare nelle mani di una sola persona, altrimenti si indebolisce la CDU, ha spiegato motivando il suo passo indietro.

Secondo l’analisi del Tagesschau, il telegiornale della rete pubblica ARD, “Kramp-Karrenbauer era una presidente troppo debole, le forze centrifughe verso destra troppo forti”.

Quella della tendenza di parte della CDU a quantomeno prendere in considerazione un’apertura verso Alternativa per la Germania è l’altra grande questione sollevata dalla vicenda turingia. Perché da un lato c’è il rifiuto del partito nazionale a qualsiasi collaborazione tanto con il partito di sinistra Die Linke che con l’estrema destra.

Dall’altro però, nelle regioni dell’Est dove AfD, che qui ha la sua ala più radicale, supera il 20%, non tutti nelle locali sezioni democristiane sono d’accordo a chiudere la porta. Un esempio è il vice capogruppo della CDU in Sassonia-Anhalt, Lars-Joern Zimmer. Parlando alla tv ZDF ha invitato i colleghi a scendere dalle loro “torri d’avorio” di Berlino e Monaco, spiegato che non si può dire al 25% degli elettori “con i vostri rappresentati non parlo, quello che voi chiedete non mi interessa”. Altrimenti, ha sostenuto, il risultato sarà di mandare ancora più gente verso l’ultradestra.

Ora nella CDU si apre anche la questione di chi prenderà la guida. E che partito sarà, se si sposterà a destra. Anche nel tentativo di non perdere altri voti a vantaggio di AfD. E poi c’è la preoccupazione per il futuro e l’immagine che il partito sta dando. Wolfgang Schaeuble, uno dei nomi di peso della CDU, ha commentato: se continuiamo così, il prossimo candidato non sarà mai cancelliere.

Foto dalla pagina Facebook di Annegret Kramp-Karrenbauer

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    Flavia Mosca Goretta
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Il festival nazista rimasto senza birra

Magliette con scritte come “Adolfo era il migliore”, “Germania a noi tedeschi”, “Razzista”. Tatuaggi con, tra gli altri teschi, croci celtiche, il numero 88 (traduzione dell’acronimo di “Heil Hitler”) – oppure coperti da vistosi cerotti o bende. Ai cancelli grandi drappi con le parole: “Fratellanza Ariana”.  (altro…)

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    Flavia Mosca Goretta
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Goerlitz, la città che potrebbe avere un sindaco dell’Afd

Goerlitz, la città che potrebbe avere un sindaco dell'Afd

Di solito l’elezione del sindaco di una città di circa 57 mila abitanti non ha risonanza sulla stampa nazionale o addirittura internazionale. Nel caso di Goerlitz, in Sassonia, però è diverso. Perché la città più ad est della Germania, al confine con la Polonia, potrebbe domenica diventare la prima ad avere come sindaco un esponente dell’AfD. Dando, in un Land roccaforte del partito di destra radicale, anche un segnale importante per le elezioni regionali a settembre. (altro…)

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    Flavia Mosca Goretta
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Germania, i Verdi di Giegold conquistano gli elettori

verdi germania giegold

Europarlamentare dei Verdi dal 2009, già co-fondatore di Attac Germania, molto attivo sulle questioni economiche – Sven Giegold è stato alle ultime europee il candidato di punta, assieme alla collega Ska Keller, del partito ambientalista. Diventato, il 26 maggio, la seconda forza in Germania con oltre il 20% dei consensi. Un risultato superiore a sondaggi ed aspettative. Ai giornalisti che la sera delle elezioni gli chiedevano se fosse sorpreso, Sven Giegold ha risposto: “Naturalmente”. (altro…)

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    Flavia Mosca Goretta
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Una diga verde contro l’avanzata dell’estrema destra

DIE GRuNEN Germania

Due settimane fa la Baviera. Ora l’Assia. E la forte ascesa dei Verdi si vede anche nei recenti sondaggi nazionali, dove il partito ambientalista sta occupando con una certa frequenza il secondo posto alle spalle della CDU, con percentuali tra il 19 e il 21%.

I Verdi, per utilizzare un’espressione che si è sentita spesso in questi giorni, sono in “volo ad alta quota”. Un successo che ha diversi fattori, meriti propri e anche, in un certo senso, ha guadagnato dai punti deboli altrui.

In Assia i Verdi hanno sfiorato il 20%, oltre 8 punti in più delle scorse elezioni. In questi 5 anni sono stati al governo, partner di minoranza dell’esecutivo a guida CDU, con la quale hanno lavorato in maniera piuttosto soddisfacente, dicono gli elettori. Mostrato che si può collaborare tra forze di orientamento diverso anche senza gli scontri e i litigi che invece caratterizzano spesso la Grande coalizione di Berlino.

Tarek Al-Wazir, vicepresidente regionale e co-candidato di punta assieme a Priska Hintz, è stato poi dichiarato il politico più popolare del Land. I Verdi hanno ottenuto i voti soprattutto tra donne giovani, persone con alto livello di istruzione e abitanti delle città. Hanno portato via oltre 100 mila voti alla CDU, penalizzata dalla brutta immagine del governo federale, e ne hanno presi circa 140 mila da ex elettori socialdemocratici.

Una dinamica simile a quanto avvenuto due settimane fa in Baviera. E il successo nel Land meridionale ha fatto da traino anche per i colleghi assiani.

Protezione dell’ambiente, agricoltura sostenibile, ma anche più giustizia sociale, lotta al populismo, tolleranza, accoglienza, europeismo. Si possono sintetizzare così i punti cardine del partito. Che ha una classe dirigente, a partire dai leader Robert Habeck ed Annalena Baerbock, nuova e relativamente giovane, in grado di comunicare in maniera efficace. E credibile. Portando dalla propria parte anche chi non rientra nello schema diciamo dell’elettore tipo dei Gruenen.

In questi giorni ci si è chiesti più volte se i Verdi stiano cambiando, se siano diventati ormai diciamo una forza “moderata”, centrista. Dal partito dicono di no, che i Verdi restano a sinistra del centro e che piuttosto sono cambiate le sensibilità degli elettori – dall’inquinamento dei motori diesel ai cambiamenti climatici, in particolare dopo la torrida estate di quest’anno. Oppure, in una Germania dove cresce anche l’estrema destra e l’AfD è ora in tutti i parlamenti regionali, i Verdi sono stati visti come un argine a razzismo e xenofobia.

E adesso si guarda già avanti, alle elezioni europee l’anno prossimo. Dove i Verdi vogliono confermare i successi raccolti finora.

DIE GRuNEN Germania
Foto dalla pagina FB del partito Die Grunen https://www.facebook.com/B90DieGruenen/
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Vienna, capitale dell’antifascismo

proteste a Vienna

“Basti Ciao” cantavano sulle note di “Bella Ciao” i manifestanti che a Vienna anche questo giovedì sono scesi in piazza per la settimanale “Donnerstagsdemo” contro il governo, in carica da fine 2017, del premier conservatore Sebastian Kurz – “Basti” appunto, il diminutivo – alleato con il partito di destra nazionalista FPOe.
Governo le cui politiche vengono viste con preoccupazione, come minimo, da chi era al corteo, come questa ragazza:

“Questo governo significa peggioramento. Per tutti: profughi, donne, disoccupati, studenti… insomma semplicemente per tutti. E contro ciò bisogna creare una forte resistenza. Io sono molto attiva nell’ambito dell’aiuto ai rifugiati e le nuove leggi, razziste, che tramite questo governo entreranno in vigore, e che in parte già sono in vigore, per i profughi rappresentano un autentico disastro”.

La recente ondata di proteste si rifà alle manifestazioni, il giovedì, dei primi anni 2000, contro l’esecutivo in cui i popolari erano alleati con la FPOe. Anche se sono passati tanti anni, quei cortei sono ancora ben presenti nella memoria di parecchi austriaci.

Ed è a quella tradizione che i manifestanti di oggi si sono riallacciati. Da inizio ottobre sono tornati a sfilare ogni settimana per le strade della capitale. Con migliaia di partecipanti – ieri sera erano circa 5000.

Can, uno degli organizzatori, spiega così i motivi della protesta:

“Da una parte vogliamo portare in strada tante persone, con le loro critiche a questo governo e al suo razzismo, sessismo, politiche che producono povertà. Ma vogliamo anche rendere possibile a chi non sa come esprimere il proprio malcontento di entrare in contatto con altri, scambiare idee, ragionare su che tipo di mondo vogliamo.
Non siamo così naive da pensare che con le manifestazioni faremo cadere il governo – a quelli non importa nulla. Dall’altra parte però, molti credono che contro questo governo non ci sia niente, nessuno. E invece noi vogliamo mostrare che è diverso, dire: ‘Ehi, siamo qui e siamo uniti’. E che un’opposizione esiste”.

Un cartello diceva: “L’asilo è un diritto umano. La vostra politica uccide”.

C’era chi manifestava oggi per la prima volta – spesso per motivi anagrafici – e chi invece era già presente ormai quasi 20 anni fa. Un nutrito gruppo di signore portava scritto “Nonne contro la destra”. Una di loro spiegava:

“Ho 59 anni e voglio che i miei figli e nipoti abbiano la vita per la quale io ho lottato negli anni passati, manifestando nelle strade. Non voglio che il mondo diventi più piccolo, bensì più grande. E che ci si impegni, assieme, per una società solidale. Ho partecipato alle proteste anche nel 2000. Credo che rispetto ad allora questo governo sia peggiore, perché riesce di più a dividere la società. Ai tempi poi avevamo ancora l’Europa dalla nostra parte. Oggi invece è più difficile, perché in Europa molti sono andati a destra”.

“Resistenza” scandivano i manifestanti camminando e ballando a ritmo della musica verso il Prater.

Andremo avanti finché voi [il governo] non ve ne andrete” diceva un cartello.

E tra meno di una settimana è di nuovo giovedì.

proteste a Vienna

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    Flavia Mosca Goretta
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Elezioni in Baviera: exploit dei Verdi. Giù CSU e SPD

Elezioni Baviera 2018 - Exploit dei Verdi

Le elezioni di ieri in Baviera hanno portato un discreto scossone nel panorama politico di questo ricco Land del sud della Germania. Dominato per decenni dalla CSU, che ha subito netto calo, fermandosi poco sopra il 37% e perdendo anche la maggioranza assoluta.

Nell’analizzare il voto iniziamo dai Verdi. Ora seconda forza politica e in un certo senso i vincitori di queste elezioni. Con temi come ambiente ed agricoltura biologica, democrazia liberale ed europeismo; tolleranza, accoglienza, e ancora politiche sociali, femminismo ed antifascismo sono saliti fin quasi al 18% – la volta scorsa non erano neanche arrivati in doppia cifra. Alla base dello storico risultato ci sono slogan come “Dare coraggio invece che creare paura”, il contrapporre l'”Europa unita” a “Prima la Baviera”. E due candidati di punta, lo “Spitzenduo”, come viene chiamato, Katharina Schulze e Ludwig Hartmann – giovani, spigliati, lei in particolare una vera trascinatrice.

I Verdi hanno saputo parlare al centro. E ai cattolici, citando valori cristiani come l’amore per il prossimo. E secondo le analisi dei flussi elettorali, circa 190 mila voti si sono spostati dalla CSU ai Gruene – elettori scontenti per l’uso “identitario” del crocefisso da parte dei cristiano sociali e anche per la loro linea troppo dura, e la troppa insistenza, sui profughi. 230 mila, invece, coloro i quali stavolta hanno messo la crocetta sul simbolo dei Verti invece che della SPD – socialdemocratici crollati sotto il 10% e ritenuti debole anche su temi tradizionalmente propri cavalli di battaglia.

La domanda che ci si pone in queste ore è: tenteranno ora i Verdi un accordo di coalizione con la CSU oppure andranno all’opposizione? La gente, hanno detto i due leader verdi, ha voglia di cambiamento e questo desiderio non si può ignorare. Il partito è pronti ad assumere responsabilità nei confronti della Baviera ma non a qualunque prezzo e solo se i contenuti saranno in linea con i propri.

La CSU, obbligata, per continuare a governare, ad accordarsi con altri, in realtà preferirebbe piuttosto un’alleanza con i Freien Waehler – formazione locale che sui contenuti è molto vicina ai cristiano sociali. E che si è già proposta, insistentemente, come partner. La CSU vuole iniziare i colloqui già mercoledì. Ed ha ri-nominato, all’unanimità, Markus Soeder per la funzione di presidente regionale. Nella squadra per i negoziati ci sarà anche Horst Seehofer, il leader del partito e ministro dell’Interno. È la sua testa quella che viene chiesta con maggiore insistenza. Ma lui per ora resta.

Tra le spiegazioni che vengono date per il crollo della CSU c’è, oltre agli scontri interni, l’aver scelto temi per così dire sbagliati. Come l’immigrazione, su cui il partito ha spinto molto. Ma che solo un terzo degli elettori bavaresi considera prioritario – mentre in testa alla lista ci sono istruzione, casa (con il problema degli alti prezzi degli alloggi) e ambiente.

Migranti sono stati l’argomento principale della destra radicale, l’Alternativa per la Germania, che entra anche in questo Landtag con il 10%, raccogliendo consensi tra chi generalmente non vota ed elettori di altri partiti – compresi 160 mila voti della CSU. Che ha provato ad inseguirla sul suo terreno proprio per evitare questo. Timori che, a guardare i risultati, si sono invece trasformati in realtà.

Elezioni Baviera 2018 - Exploit dei Verdi
Foto © Facebook Katharina Schulze
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    Flavia Mosca Goretta
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La corsa contro il tempo di Merkel

La cancelliera tedesca Angela Merkel

Quella delle migrazioni può diventare una questione vitale, ha detto Angela Merkel stamattina nel suo discorso al Bundestag prima del Consiglio Europeo. Parlava in riferimento all’Europa. Ma il pensiero, ad ascoltarla, è andato anche a lei, alla Cancelliera tedesca. Che a questo vertice ci arriva particolarmente sotto pressione. Pressione interna, dall’opposizione – a partire dall’estrema destra della Alternative fuer Deutschland, ma soprattutto da parte dell’alleata bavarese, CSU, e del suo leader e ministro dell’Interno Horst Seehofer.

Tra i due è in corso un braccio di ferro sui respingimenti alla frontiera dei richiedenti asilo già registrati in un altro Paese europeo. La misura fa parte del “Masterplan” del ministro Seehofer sull’immigrazione. E questo punto è al centro di uno scontro che ha monopolizzato in queste settimane la politica tedesca. E che rischia di mettere in pericolo non solo l’alleanza nell’Unione, ma anche la stessa coalizione di governo.

Se non sarà possibile, come sembra, trovare una soluzione comune con tutti i Paesi europei, Merkel ha annunciato che si proverà almeno a formare una “coalizione dei volenterosi”. Stamattina in aula, dove il ministro Seehofer invece non c’era, la Cancelliera si è mostrata potremmo dire combattiva, convinta della sua posizione: niente decisioni unilaterali né i cui costi siano sulle spalle altrui, bensì lavorare assieme con gli altri partner.

Merkel ha difeso la decisione di accogliere quasi 900mila profughi nel 2015, sottolineando come quella emergenza fu gestita insieme, in collaborazione con altri governi. Ma ha ancora una volta messo in chiaro: quella di tre anni fa fu l’eccezione, non la regola. E ora la una situazione è cambiata. La Cancelliera ha parlato di accordi con i Paesi africani per i rimpatri, sul modello di quello con la Turchia. Ha sottolineato che chi arriva in Europa non può poter scegliere dove chiedere asilo. Ma allo stesso tempo che non si possono lasciare soli i Paesi di primo approdo.

Quella di Angela Merkel è in sostanza una corsa contro il tempo. Deve portare a casa un risultato, un accordo almeno con singoli o gruppi di Paesi, che soddisfi i partner della Baviera. Altrimenti, è la minaccia, dal primo luglio Seehofer metterà in pratica i suoi piani con mossa unilaterale. Che è ciò che Merkel assolutamente non vuole. La CSU, alle prese anche con le elezioni in Baviera ad ottobre, sostiene che decisioni nazionali e collaborazione europea non sono in contraddizione tra loro.

Da Seehofer ultimamente sono arrivate aperture al dialogo, rassicurazioni che non c’è la volontà di far cadere la Cancelliera, mantenendo però il punto sui contenuti. Una sua forzatura potrebbe avere come conseguenza la rottura tra i due, e mettere in discussione l’intera tenuta dell’esecutivo. Merkel sembra avere dalla sua la maggioranza dei tedeschi. Così dicono recenti sondaggi: i tre quarti sono per una soluzione europea. Tra i sostenitori dell’Unione, l’appoggio alla linea della Cancelliera è addirittura superiore all’80%. Ma allo stesso tempo, quasi il 60%, in Germania, non crede che questa soluzione europea sia realizzabile in tempi brevi.

La cancelliera tedesca Angela Merkel
Foto dal profilo FB di Angela Merkel https://www.facebook.com/AngelaMerkel/
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    Flavia Mosca Goretta
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Migranti, tregua tra Seehofer e Merkel

La cancelliera tedesca Angela Merkel

Per il momento la rottura è scongiurata, nel braccio di ferro sui profughi tra la cancelliera Angela Merkel e il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer si prende tempo. Oggi i due hanno trovato un compromesso, almeno temporaneo, che fa tirare un sospiro di sollievo dentro l’Unione – le tensioni rischiavano di incrinare l’alleanza tra CDU della cancelliera e la CSU bavarese di Seehofer – e allontana lo spettro di una rottura della coalizione di governo.

La resa dei conti in quello che sta sempre prendendo più la forma di uno scontro di potere tra la Cancelliera e il leader dei cristiano sociali bavaresi sembra però al momento solo rimandata, non ancora evitata del tutto.

Il tema è il piano del ministro di respingere alla frontiera i richiedenti asilo già registrati in altri Paesi europei – i cosiddetti “casi Dublino”. Senza aspettare una decisione europea. Merkel è invece contraria a mosse unilaterali, anche per evitare che allora altri Paesi facciano altrettanto, e decidano ad esempio di non registrare i migranti che arrivano.

Dopo giorni di tensioni e riunioni separate dei due partiti, CDU e CSU, oggi è stato raggiunto un compromesso, che i due contendenti hanno annunciato in conferenze stampa separate. Per ora saranno respinti solo coloro che hanno ricevuto un divieto di ingresso in Germania. La Merkel guadagna 2 settimane di tempo – quello che aveva chiesto fin dall’inizio, in realtà – per trattare in Europa, stringere accordi bilaterali con gli altri Paesi.

Il tema immigrazione sarà al centro del vertice europeo di fine mese. La Cancelliera ha spiegato oggi ai giornalisti che i due alleati dell’Unione hanno lo scopo comune di diminuire il flusso dei migranti verso la Germania. Che quanto avvenuto nel 2015, l’apertura delle porte a centinaia di migliaia di rifugiati, non deve ripetersi. Ma bisogna operare insieme agli altri Paesi europei. Seehofer e la CSU insomma per ora hanno fatto un passo indietro, potremmo dire, quantomeno rispetto ai toni bellicosi di pochi giorni fa. La domanda che ora in molti si fanno è: cosa succederà da luglio?

Se i colloqui europei non andranno a buon fine, Seehofer ha già annunciato l’intenzione di implementare il suo piano. E questo rischia di diventare nuova dinamite politica, perché la Cancelliera ha invece messo in chiaro che non ci saranno automatismi. Il primo luglio la CDU si riunirà, ha spiegato, farà il punto e vedrà il da farsi. Ed ha avvertito: è vero che i ministri hanno libertà di manovra, ma nell’ambito delle linee guida che da la Cancelliera.

I cristiano sociali però premono per agire, in tempi brevi. Il partito è sotto pressione in vista delle elezioni in Baviera ad ottobre, più interessato a cosa succede a Monaco piuttosto che a Berlino. E non vuole perdere voti a favore dell’estrema destra, della Alternative fuer Deutschland. Anche da questo, dicono diversi commentatori, scaturisce il piano di respingimenti al confine. Decisamente più spettacolari rispetto ad espulsioni fatte dopo aver accertato dove un singolo richiedente asilo sia già stato eventualmente registrato.

Stasera la Cancelliera incontra il presidente del consiglio italiano, Giuseppe Conte, e potrebbe essere una prima occasione per sondare il terreno con appunto i partner europei. Per ora insomma la rottura non c’è stata. Al momento però, sembra solo una tregua, piuttosto che una soluzione definitiva.

La cancelliera tedesca Angela Merkel
Foto dal profilo FB di Angela Merkel https://www.facebook.com/AngelaMerkel/
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    Flavia Mosca Goretta
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Erdogan e la foto con i due calciatori

Mesut Oezil e Ilkay Guendogan

Le foto dei calciatori della nazionale tedesca Mesut Oezil e Ilkay Guendogan, entrambi di origine turca, sorridenti accanto al presidente turco Erdogan stanno facendo molto discutere in Germania. Nelle scorse ore è intervenuta anche la cancelliera Merkel, che ha parlato di una situazione che ha sollevato questioni e portato a malintesi.

Tutto è successo due giorni fa, durante un evento a Londra in cui i due calciatori hanno donato al capo di stato turco le maglie dei propri club. Su quella di Guendogan si legge la dedica: “Per il mio presidente con grande rispetto”. Secondo quanto riporta la stampa tedesca, un altro calciatore, Emre Can, avrebbe invece invece rifiutato l’invito.

I due giocatori sono stati accusati di essersi prestati, più o meno consapevolmente, ad un’operazione elettorale di Erdogan in vista del voto il mese prossimo. Le foto sono state diffuse dal suo partito. La Germania ha vietato ad esponenti politici turchi di fare propaganda sul proprio territorio. E tra Berlino ed Ankara restano sempre le tensioni sul tema del rispetto dei diritti umani in Turchia.

Poi c’è la questione del messaggio che quelle immagini mandano ai cittadini tedeschi di origine turca, la cui identità e sentimento di appartenenza spesso sono divisi tra il paese in cui vivono, magari dalla nascita, e quello di provenienza delle famiglie.
Guendogan ha in seguito provato a smorzare le polemiche, ha spiegato che dietro al gesto non c’era alcuna intenzione di fare politica, ma semplicemente di mostrare rispetto ed educazione verso il presidente del Paese d’origine delle loro famiglie.

Parole che almeno per ora non sembra siano bastate a calmare le tante critiche, condanne e addirittura richieste di escludere i due dalla nazionale. Prese di posizione sono arrivate tanto dal mondo sportivo che dalla politica.

Il presidente della Federcalcio tedesca, Reinhard Grindel, ha scritto su Twitter che la federazione rispetta la particolare situazione dei calciatori di origine straniera. Ma ha sottolineato anche che il calcio, e la federazione, sostengono valori che non sono sufficientemente tenuti in conto dal presidente turco.

Il comportamento dei due giocatori è stato stigmatizzato anche dall’allenatore della nazionale tedesca, Joachim Loew, che oggi ha presentato la squadra che andrà ai prossimi mondiali, in cui ci sono anche Oezil e Guendogan. “Quando si gioca per la Germania si rappresenta il paese e i valori tedeschi”, ha detto Loew, ricordando però allo stesso tempo che entrambi hanno fatto molto sul fronte dell’integrazione.

Netto il parlamentare dei Verdi, di origini turche, Cem Oezdemir:

“Il presidente di un giocatore della Nazionale si chiama Frank Walter Steinmeier, la cancelliera Angela Merkel, il Parlamento si chiama Bundestag e si trova a Berlino, non ad Ankara”.

.

Per l’esponente della Linke, Sevim Dagdelen è stato un grande passo falso posare in foto con Erdogan in un lussuoso albergo di Londra e chiamarlo anche “mio presidente” mentre in Turchia ci sono giornalisti in carcere e persecuzioni verso chi chiede democrazia. Ancora più secche le reazioni della destra, compresi inviti ai due calciatori ad andare a giocare per la squadra turca.

Sulla vicenda ci sarà un confronto con Oezil e Guendogan all’interno della squadra tedesca. Mentre fuori il dibattito si sta spostando anche, di nuovo, su cosa voglia dire “essere tedesco”.

Mesut Oezil e Ilkay Guendogan
Foto dal profilo Twitter del Partito AK https://twitter.com/Akparti
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Andrea Nahles è la prima donna a guidare la SPD

Andrea Nahles

Andrea Nahles è la prima donna a guidare l’SPD in un secolo e mezzo di storia del partito. Ma solo il 66% circa dei delegati al congresso di Wiesbaden ha votato per lei – uno dei peggiori risultati di sempre. La sua rivale, la molto meno conosciuta sindaca di Flensburg, Simone Lange, ha ottenuto il 27,6%.

Le divisioni dei mesi scorsi, scatenate dal dibattito se entrare o meno in un nuovo governo di Grande Coalizione con Angela Merkel, non sembrano insomma ancora superate. E la (grande) questione di come riuscire a concretizzare quel rinnovamento del partito di cui si è tanto parlato, resta, secondo diversi commentatori, ancora tutta da chiarire.

Il giornale di sinistra Taz scrive che l’evento di una donna a capo dell’SPD sembra quasi marginale, stante la situazione attuale del partito: “L’SPD governa, sì, ma non si può parlare di stabilità e normalità. Il partito si trova in caduta libera. E a causa di queste vertigini solo due terzi hanno votato per Nahles” sostiene il giornale, secondo il quale il promesso rinnovamento può riuscire solo se l’SPD se la sentirà di rischiare ed entrare in conflitto con l’Unione.

Secondo lo Spiegel Online, può essere che l’ex ministra del Lavoro scacci via presto il risultato poco soddisfacente con il quale è entrata in carica: “La leader è la leader. Ma Wiesbaden illustra non solo la sfiducia, che Nahles incontra, bensì la crisi dell’intero partito. Ciò che manca è un piano”. Come l’Spd riuscirà a rimettersi in piedi (i socialdemocratici nei sondaggi restano ancora al di sotto del 20%), continua lo Spiegel Online, dopo questo congresso è ancora tanto oscuro quanto lo era prima del congresso.

Piuttosto duro il commento del Frankfurter Allgemeine Zeitung, di orientamento conservatore-liberale: “L’SPD in un vicolo cieco”, scrive il giornale. “Andrea Nahles guida un partito non riappacificato, con i primi segni di autodistruzione acuta. Sull’SPD pende la minaccia, in maniera simile alla Linke, di un futuro da setta politica”.

Per Andrea Nahles, afferma il giornale economico Handelsblatt, “il lavoro inizia adesso”. La nuova presidentessa “deve riformare il partito e allo stesso tempo affinarne il profilo. Come vuole farlo, resta vago”. La percentuale con la quale è stata eletta, continua l’articolo, “è in forte contraddizione con il grande compito che è chiamata a svolgere per il suo partito”. E la strada per Nahles non sarà facile.

Andrea Nahles
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Irlanda del Nord: 20 anni fa l’Accordo di Pace

“È una pace imperfetta. Ma è comunque pace”

Questa frase, o simili, l’abbiamo sentita tante volte in Irlanda del nord, pronunciata da appartenenti ad entrambe le parti del conflitto tra protestanti unionisti e cattolici repubblicani.

Una pace fragile, che più volte si è temuto fosse sul punto di rompersi, ma che tiene da due decenni. Il cui successo maggiore, su questo tutti sono concordi, è stato mettere fine alla violenza della guerra.

Ma non alle divisioni nella società. Quelle lasciate dal conflitto, il processo di riconciliazione è ancora un lavoro in corso. Divisioni religiose, politiche, anche sul nome geografico: gli unionisti dicono Northern Ireland, i nazionalisti irlandesi North of Ireland (il nord dell’Irlanda) o le Sei contee. Ci sono le dispute su come rapportarsi al passato, al conflitto, sui simboli, sulle parate, sul riconoscimento della lingua irlandese – una volta considerata esclusiva pertinenza dei repubblicani, ma che oggi riscuote interesse anche tra un numero crescente di protestanti, unionisti.

Ci sono poi gruppi repubblicani, seppur piccoli, che non accettano gli accordi di pace. Oppure chi rinfaccia a Sinn Fein, il principale partito repubblicano, di aver tradito le promesse, in primo luogo quella di realizzare l’unità tra le due parti dell’Isola. E, dall’altro lato, secondo alcuni anche la questione delle formazioni paramilitari lealiste non è ancora completamente chiusa. E poi c’è la questione economica: progressi ce ne sono stati, ma parte della popolazione non sembra averne visto i benefici. Da ultimo, lo stallo politico tra i due maggiori partiti, Sinn Fein e gli unionisti del DUP.

A tutto questo si è poi aggiunta la Brexit. Vista come una possibile minaccia in più. In particolare per la possibilità che il confine, oggi invisibile, tra nord e sud diventi una frontiera vera e propria. Elemento che ha però dato nuova linfa al dibattito su una futura unificazione.

Ma non è l’unico punto. Come scrive il giornale britannico Guardian, “buona parte della storia di successo dell’Irlanda del Nord dal 1998 ha avuto radici nei benefici condivisi dell’Unione europea. La maggioranza della gente nel Nord ha votato per restare nella UE, una decisione ignorata troppo in fretta. Ma la vera lezione del 1998 è che sostenere nuovi modi di pensiero ed azione richiede il costante sforzo di tutte le parti. L’incuria da parte della Gran Bretagna è in parte responsabile per l’attuale impasse”. E ricorda, il Guardian, come la gran parte delle celebrazioni per il ventennale si tengano a Belfast e Dublino, ma non a Londra. Ma l’accordo, conclude l’editoriale, “appartiene alla Gran Bretagna tanto quanto all’Irlanda. È nel nostro pieno interesse che almeno questo non debba essere dimenticato”.

Foto | Wikimedia, Guliolopez
Foto | Wikimedia, Guliolopez
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    Flavia Mosca Goretta
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Catalogna, Pasqua in carcere per Puigdemont

Charles Puigdemont passerà la Pasqua in carcere in attesa che la magistratura dello Schleswig Holstein decida sulla sua estradizione in Spagna – e bisognerà aspettare almeno fino alla prossima settimana. Nel frattempo il suo avvocato tedesco sta cercando di mettere pressione, in particolare nei confronti della politica. Wolfgang Schomburg non solo ha annunciato l’intenzione di interpellare la corte costituzionale federale se il suo assistito non sarà rilasciato in tempi brevi, ma ha anche, e soprattutto, chiesto al governo tedesco di dire, subito, che non autorizzerà in nessun caso il trasferimento dell’ex presidente catalano, avvalendosi del potere consentitogli in questo senso dalla legge.

Schomburg, che rappresenta Puigdemont assieme al figlio Soeren, non è una persona qualsiasi: è considerato uno dei maggiori esperti al mondo di diritto penale, è stato giudice del tribunale internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia e di quello di Arusha per il Ruanda.

Secondo la procedura, in sostanza, prima l’apparato giudiziario, cioè la corte superiore regionale deve decidere sull’ammissibilità giuridica dell’estradizione. Poi la palla passa alla politica, che deve dare, oppure negare, l’ok – di norma la competenza è delegata alle Regioni, ma in casi con un valore politico è previsto il coinvolgimento del governo federale.

Intanto ora i giudici sono chiamati all’esame, complesso, delle carte arrivate da Madrid. Punto critico è l’accusa di ribellione, che in Germania non figura tra le fattispecie di reato – esiste l’alto tradimento, ma richiede l’uso o la minaccia della violenza. E bisogna vedere se i due saranno considerati uguali, soddisfacendo così la condizione di reciprocità per l’estradizione.

Nei giorni scorsi la magistratura ha già espresso quantomeno dubbi che la richiesta spagnola possa essere considerata ammissibile. I giudici però potrebbero anche decidere di dare un via libera “limitato” alla sola accusa di malversazione, che esiste anche nel codice tedesco. E che diventerebbe però, hanno spiegato diversi giuristi, a quel punto l’unica per la quale Puigdemont potrebbe essere processato.

Accanto al piano giudiziario c’è poi quello dell’opinione pubblica: secondo un sondaggio pubblicato dal giornale Die Welt, il 51% degli intervistati è contrario ad estradare Puigdemont in Spagna. E poi c’è chi solleva interrogativi sul fatto che lì possa avere un giusto processo.

Insomma, quella che inizialmente, anche secondo esperti di diritto, sembrava una vicenda tutto sommato piuttosto semplice, con il passare dei giorni appare via via più complicata. E l’esito sempre meno certo.

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    Flavia Mosca Goretta
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Il voto italiano visto dalla Germania

“Vittoria dei populisti”

“Incubo per l’Europa”

“Italia in un vicolo cieco”.

Sono alcuni dei titoli dei principali giornali e siti tedeschi sull’esito delle elezioni italiane.

Secondo la tv pubblica ARD, il risultato del voto “è anche un No nei confronti dell’Europa. Questo non è buono per l’Unione europea né per l’Euro. Ed è particolarmente grave per i mercati finanziari – poiché la minaccia ora è quella di una paralisi politica”.

Sul rischio di uno stallo nella politica italiana si concentra la Frankfurter Allgemeine Zeitung, di orientamento conservatore liberale. Formare un nuovo governo, scrive, sarà “difficile, se non impossibile”. Poiché, spiega, “Luigi di Maio del Movimento 5 Stelle e Matteo Salvini del partito di destra Lega possono sì considerarsi i vincitori, ma nessuno dei due ha la maggioranza in Parlamento. Gli antichi partiti di centro, che dovevano servire a fornire una maggioranza, sono stati scartati in quanto rappresentati del vecchio sistema”. Ora, dice la FAZ, la questione è formare una coalizione tra tre blocchi “intransigenti”.

L’ipotesi in particolare di un governo tra 5 Stelle e Lega, sostiene il giornale economico Handelsblatt, sarebbe un “incubo” per l’Europa: “entrambi sono euroscettici, entrambi populisti”.

Per il conservatore Die Welt, “in Italia risuona l’ultimo campanello d’allarme per l’Europa”. L’avvertimento è chiaro: “Le elite europee devono al più tardi ora rendersi conto che i partiti tradizionali non possono più andare avanti con i rimedi convenzionali”.

Difficilmente, scrive il sito del settimanale di centrosinistra Die Zeit, c’è un Paese in Europa in cui il populismo antieuropeo è più marcato dell’Italia. Il risultato di queste elezioni rappresenta “una sfida per il governo di Roma e allo stesso tempo un avvertimento per la Commissione a Bruxelles e i governi a Parigi e Berlino: se si continua come fatto finora, se non si trova una soluzione europea alla crisi dei profughi, allora l’Italia si allontanerà ancora di più dall’Europa”.

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    Flavia Mosca Goretta
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La Spd dice si alla Merkel

66,02% a favore. 33,98% contrari. Con uno scarto più ampio delle previsioni la base della SPD ha dato il via libera all’ingresso del partito nel futuro governo di Grande coalizione con l’Unione di Angela Merkel. Alta l’affluenza, attorno all’80% degli oltre 460 mila aventi diritto.

La Germania esce così da 5 mesi di limbo politico. E i vertici del partito socialdemocratico possono tirare un sospiro di sollievo. Così come quei militanti che guardavano con timore l’ipotesi di nuove elezioni, l’opzione considerata più probabile in caso di vittoria del no. Il partito è in calo di consensi, i sondaggi lo danno tra il 16 e il 18%. E questo resta un problema da risolvere per la SPD, così come lo sarà riacquistare credibilità agli occhi dell’elettorato e ricucire le divisioni interne. La conseguenza, quest’ultima, di settimane, mesi decisamente movimentati, che hanno visto l’inversione di rotta politica – dall’ “andremo all’opposizione” all’ “andremo al governo” – la protesta di ampi settori della base, le dimissioni di Martin Schulz e ancora le campagne su fronti contrapposti, per il si o il no all’accordo di governo.

Alla fine, nel voto degli iscritti la testa ha prevalso sul cuore, è l’analisi della tv pubblica ARD. Che aggiunge: adesso però quei cuori la dirigenza del partito deve riconquistarli.

Il leader ad interim Olaf Scholz ha detto che ora la SPD ha la forza per governare e affrontare il processo di rinnovamento interno. Quel rinnovamento che chiedono in primo luogo gli Jusos, i giovani socialdemocratici, capofila dell’opposizione ad una nuova alleanza con la CDU-CSU. Oggi delusi da come è finita la partita, promettono di tenere sotto stretta osservazione l’operato del nuovo esecutivo. Nel quale la SPD ha ottenuto sei ministeri, tra cui gli importanti Esteri, Finanze e Lavoro. La lista dei ministri socialdemocratici sarà annunciata tra circa una settimana. Parecchia attenzione e attesa c’è su chi andrà agli Esteri, il posto al quale aspirava l’ex leader Martin Schulz, che ha poi fatto marcia indietro dopo forti proteste interne.

Angela Merkel può quindi ora formare il suo quarto governo. La Cancelliera sarà per la terza volta a capo di un esecutivo di Grande coalizione. Il voto in Parlamento e il giuramento sono previsti per la metà del mese.

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    Flavia Mosca Goretta
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La Grande Coalizione alla prova della Spd

Il voto tra gli iscritti alla SPD si è chiuso a mezzanotte, tra meno di 24 ore si saprà se la Germania avrà, di nuovo, un governo di Grande coalizione. Oppure no.

Il referendum per il si o per il no all’accordo con la CDU/CSU è l’ultimo, decisivo passaggio per il via libera al nuovo esecutivo. L’esito della consultazione tra gli oltre 463 mila iscritti è vincolante per il Partito socialdemocratico. Partito alle prese con divisioni interne piuttosto profonde, oltre che con il calo di consensi. Ma che in queste settimane ha visto anche partecipazione al dibattito interno e oltre 24 mila nuovi ingressi dall’inizio dell’anno.

Fare previsioni su come andrà non è facile, secondo sondaggi ed osservatori alla fine dovrebbe vincere il sì, ma a stretto margine. Il fronte del No è ampio e variegato, e va oltre i soli Jusos, i giovani del partito, che in questi mesi sono stati una sorta di capofila dell’opposizione ad un nuovo governo con Angela Merkel. Loro è la campagna, l’appello, ad entrare ora nel partito, per avere diritto di parola – e voto – ed evitare una nuova GroKo, come chiamano qui la Grande coalizione.

A favore dell’accordo e dell’alleanza c’è la dirigenza della SPD, che ha puntato sulla bontà dei contenuti dell’intesa, ma anche fatto leva sul senso di responsabilità nei confronti del Paese, senza governo ormai da mesi. Argomenti che sembrano avere fatto breccia in almeno una parte della base. Anche tra chi all’inizio era ben felice di andare all’opposizione, ma poi ha cambiato idea. Come questa signora di Amburgo: “Ho votato a favore, anche se forse con la coscienza un po’ sporca, perché al momento non vedo alternative migliori. Certo bisogna fare di più, ad esempio su temi quali le pensioni, il futuro oppure per i giovani. E per questo sono felice che si sia sviluppato una sorta di movimento di resistenza e che i giovani diventino finalmente attivi”. La SPD, ha aggiunto, “ha circa il 20% e se entrerà nel governo potrà magari anche avere voce in capitolo nelle decisioni. Se andrà all’opposizione… beh, non abbiamo una maggioranza di sinistra, mentre gli interessi della CDU e della Alternative fuer Deutschland sono decisamente più vicini tra loro di quanto possano essere quelli tra CDU ed SPD. Quindi all’opposizione avremo meno possibilità di farci sentire, di averla vinta”.

Uno dei cavalli di battaglia del fronte del sì è che nel contratto di governo c’è una chiara impronta socialdemocratica. Ma ciò non basta a convincere gli scettici. Un militante che incontriamo a Dresda dice: “Questo accordo non lo trovo per nulla sufficiente. Mancano punti molto importanti, che in realtà dovrebbero sempre esserci in un programma di governo della SPD, come ad esempio una diversa distribuzione di redditi e ricchezza, oppure la riorganizzazione dei rapporti nel mercato del lavoro. Ci sono stati dei compromessi con l’Unione, ma mancano dei sostanziali passi in avanti per rendere la Germania un paese più equo”. Votare no, aggiunge, “certamente porta con sé dei rischi, ma credo che formare di nuovo un governo di Grande coalizione porti alla SPD problemi ancora maggiori. E chi è contrario – conclude – non fa altro che dire quello che Martin Schulz aveva affermato dopo le elezioni del 24 settembre e dopo il fallimento dei negoziati per la coalizione Jamaica: non siamo disponibili ad entrare in una nuova Grande coalizione”

Secondo parecchi iscritti con cui abbiamo parlato in questi giorni durante discussioni e tavole rotonde organizzate in varie parti della Germania, rifiutare l’accordo restituirebbe inoltre credibilità agli occhi degli elettori e migliorerebbe l’immagine del partito. La quale al momento, dopo le acque agitate, le divisioni e i cambi di rotta degli ultimi tempi, non sembra particolarmente buona, almeno stando ai sondaggi. Secondo la tv pubblica ARD quasi due terzi dei tedeschi non considerano la SPD un partito credibile. E solo il 40% ritiene che i socialdemocratici siano in grado di governare.

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    Flavia Mosca Goretta
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Le città tedesche possono vietare i diesel

Le città tedesche possono vietare la circolazione delle auto diesel per migliorare la qualità dell’aria. Lo ha sancito il tribunale amministrativo federale di Lipsia.

La sentenza era attesa da tempo, nell’immediato dovrebbe interessare le città di Stoccarda e Duesseldorf. Ma viene considerata un’apripista nella lotta all’inquinamento dell’aria. E anche un mezzo per spingere l’industria automobilistica a sviluppare motori più puliti.

In sostanza: una città potrà imporre il divieto di circolazione ai motori diesel più inquinanti se saranno superati i livelli di guardia. Senza la necessità di una legge nazionale, come chiesto invece dai Laender di Baden-Wuettenberg e Nord Reno-Vestfalia, il cui ricorso contro la decisione dei tribunali locali è stato respinto dalla Corte federale.

Ci sono però delle limitazioni: la misura dovrà essere “proporzionata”, ci potranno essere eccezioni per alcune categorie di lavoratori, come gli artigiani, i provvedimenti dovranno essere implementati in maniera graduale – a Stoccarda, per esempio, non prima di parecchi mesi.

La sentenza di oggi è stata accolta con molta soddisfazione dagli ambientalisti della Deutsche Umwelthilfe, l’associazione che ha promosso cause in diverse città. Il presidente Juergen Resch ha parlato di “disfatta” per il governo tedesco che, ha detto, “si è schierato in maniera univoca dalla parte dell’industria dell’auto”. Secondo la cancelliera Merkel le conseguenze della sentenza saranno tuttavia limitate e riguardano solo alcune città.

Quello dell’inquinamento e dei motori inquinanti è un tema che tiene regolarmente banco qui in Germania. Non solo per lo scandalo Dieselgate. In circa 70 città del Paese i livelli di biossido di azoto sono troppo alti, in cima alla lista ci sono Monaco di Baviera, Stoccarda appunto e Colonia. La causa, in gran parte, sono le emissioni dei motori, soprattutto diesel, dice l’Agenzia per l’ambiente. La Germania rischia anche sanzioni dall’Unione europea. L’accusa: non fare abbastanza per mantenere l’aria pulita.

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La Grosse Koalition vista dai giornali

La nuova coalizione c’è, Angela Merkel resta cancelliera. Tutto quindi come quattro anni fa? Non proprio.

Così scrive lo Spiegel Online. Che dice: Un ministero delle Finanze in mano alla SPD e Martin Schulz ministro degli Esteri possono dare una nuova direzione al governo. Schulz, dice lo Spiegel Online, darà un’accelerata alla politica europea tedesca, con tutta la passione che manca ad Angela Merkel.

Il leader socialdemocratico ha annunciato di voler lasciare la guida del partito dopo il voto della base sull’accordo di coalizione. Al suo posto, l’attuale capogruppo Andrea Nahles. La quale, scrive Spiegel Online, è la prima donna al vertice della SPD in 153 anni. Assieme al probabile vicecancelliere (e sindaco di Amburgo) Olaf Scholz dovrà portare la SPD fuori dalla crisi. Non tutti i “compagni” (come vengono chiamati i socialdemocratici) però sono contenti, dice l’articolo.

La SPD ha ottenuto sei ministeri nel nuovo governo, tra cui appunto gli importanti Esteri, Finanze, Lavoro e Affari sociali.

Finanze ed Interni erano in mano alla CDU, che ha dovuto lasciarli. “Cosa rimane alla CDU? Angela Merkel” scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung, di orientamento conservatore liberale. Ai cristiano-democratici, continua l’articolo, resta ciò che per loro è sempre stata la cosa più importante: la cancelleria. Dove siede Angela Merkel, alla quale nella CDU ancora non c’è alternativa. La cancelliera, continua la FAZ, in due decenni ha rimodellato il partito talmente secondo la sua forma e metodo, che ci si chiede, cosa resterà della CDU quando la Merkel si ritirerà. IL partito, dice la Frankfurter Allgemeine Zeitung, non è preparato.

Meglio non governare che governare male, aveva detto il leader dei Liberali, Christian Lindner, annunciando il fallimento della coalizione Jamaika con Unione e Verdi. Su questa frase gioca il giornale di sinistra Taz, che titola: Meglio governare male che non farlo proprio. “La Grosse Koalition può giustamente non piacere. Al momento è tuttavia la migliore di tutte le cattive opzioni”. Il nuovo governo, continua il giornale, non sarà incosciente, non troppo populista – per questo gli manca la forza – ma professionale. E si, presumibilmente piuttosto noioso. A un Paese, conclude la Taz, può succedere di peggio.

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    Flavia Mosca Goretta
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Afd, ancora più a destra

Un partito diviso, spostato ancora un po’ più a destra. E in calo nei sondaggi – i recenti lo danno al 10 per cento. Potremmo tracciare così il ritratto della Alternative fuer Deutschland (Alternativa per la Germania) dopo il congresso che il partito di destra populista ha tenuto lo scorso fine settimana ad Hannover.

Congresso a poco più di due mesi dal clamoroso risultato alle elezioni, che ha sancito l’ingresso della AfD nel Bundestag ma anche il primo senza la ex leader Frauke Petry, che annunciò l’addio proprio all’indomani del voto.

Contro la due giorni della AfD ci sono state ad Hannover proteste: migliaia di persone hanno partecipato a manifestazioni oppure, a gruppi, fatto blocchi stradali. La polizia è intervenuta con idranti e spray urticante, ci sono stati feriti da ambo le parti e una decina tra fermi ed arresti. Il congresso è stato dominato in gran parte da lotte e dissidi interni, non sono mancati comunque nuovi attacchi ad Angela Merkel, di cui la AfD potrebbe diventare il maggiore partito di opposizione, se si realizzasse, di nuovo, il governo di grande coalizione tra la CDU e i socialdemocratici della SPD.

Il possibile ritorno della GroKo (come la chiamano qui in Germania) è la questione di cui si parla e si parlerà, dicono gli analisti, parecchio nelle prossime settimane. Nei confronti della SPD – che inizialmente aveva escluso questa opzione – sono arrivate pressioni da più parti. Giovedì inizierà il congresso, il direttivo del partito si è nelle scorse ore detto favorevole a colloqui, almeno esplorativi, con la CDU sulla base del programma elettorale dei socialdemocratici. Ora però bisognerà vedere cosa dirà il congresso e c’è già chi si aspetta giornate “turbolente” e discussioni molto accese, soprattutto con l’ala giovanile, decisamente contraria ad un’alleanza con la Merkel.

Dall’altra parte, c’è lei, appunto, Angela Merkel. La sua immagine è uscita indebolita dal fallimento delle trattative per un governo con liberali e verdi. E se, secondo recenti sondaggi, il 60 per cento dei tedeschi si dice ancora soddisfatto di lei, il discorso cambia nell’ipotesi di un ritorno alle urne. In questo caso, meno del 50 per cento la vorrebbe come candidata.

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    Flavia Mosca Goretta
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Sarà un governo di estrema destra

Mentre l’Austria si prepara a un ingresso nel nuovo governo del partito di ultradestra FPOe, in una coalizione con i Popolari, abbiamo incontrato a Vienna l’esperto di estrema destra Bernhard Weidinger che lavora per l’Archivio di documentazione della Resistenza austriaca. Come prima cosa gli abbiamo chiesto qual è il modo più corretto per definire la FPOe.

“Descriviamo la FPOe come ‘estrema destra’, riteniamo ‘destra populista’ una minimizzazione. I motivi sono vari, una di queste ad esempio è la dichiarazione verso la collettività nazionale tedesca, recepita nel programma nel 2011. Oppure il sostegno sistematico, attraverso il partito, a mezzi di informazione di estrema destra, la frequente comparsa di alti rappresentati della FPOe presso organizzazioni di destra estrema, le alleanze internazionali, l’etnicizzazione sistematica delle questioni sociali e la creazione altrettanto sistematica di spauracchi, in primo luogo l’islam. Tradizionalmente la FPOe ha un legame molto stretto con associazioni studentesche nazionaliste germaniche. Ai tempi di Jorg Haider il ruolo di questi gruppi nel partito si era tendenzialmente ridotto, poi è stato enormemente rafforzato con Heinz Christian Strache, l’attuale leader. Presumiamo che oltre il 40% dei parlamentari della FPOe nel nuovo Nationalrat facciano parte di queste associazioni”.

C’è stata una radicalizzazione nel corso del tempo?

“Se si confronta il partito attuale con quello entrato nel governo nel 2000, bisogna dire che oggi la FPOe è decisamente più a destra, sia per quanto riguarda i propri membri – vedi alla voce confraternite nazionaliste e il loro ruolo – sia a livello di contenuti. Il fatto che, malgrado questo, la FPOe possa avere praticamente lo stesso successo che aveva negli anni ’90 indica che la società austriaca si è spostata verso destra”.

Su quali temi spinge il partito?

“Da tempo il tema centrale, e lo si è visto anche in questa ultima campagna elettorale, è quello dell’immigrazione e specialmente – anche in riferimento a quanto avvenne nel 2015 – i richiedenti asilo, i rifugiati. Nel corso degli ultimi anni in Austria la legislazione in materia è diventata via via più severa, ma alla FPOe questo non basta ancora. Il punto centrale della loro narrativa, potremmo dire, è: ‘Dobbiamo prima guardare alla nostra gente, ai veri austriaci’ e questi devono essere sistematicamente privilegiati, nell’accesso al mercato del lavoro, alla casa, nel sistema sociale ecc… Quello che in sostanza fa la FPOe è trasformare ogni conflitto sociale in una questione etnica”.

Che conseguenze avrà l’ingresso della FPOE nel governo?

“Sarà interessante vedere in che misura riuscirà a imporsi nei confronti della OeVP, il Partito popolare. In molti ambiti questo non dovrebbe presentare problemi, perché entrambi sono comunque d’accordo. La OeVP si è tra l’altro spostata verso destra, e per la FPOe sarà quindi più facile rispetto al passato mettere, per così dire, la propria firma. Sarà però interessante anche capire come si comporterà Sebastian Kurz. Finora spesso non si è espresso in maniera vincolante e quindi è difficile valutare quanto sia conservatore, quanto liberale… Quello che credo ci si potrà aspettare da un governo formato da questi due partiti è una stretta nei confronti dell’immigrazione e anche una politica che privilegi le imprese a spese dei lavoratori dipendenti”.

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    Flavia Mosca Goretta
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