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Pensare di vivere e lavorare nello spazio

Space Renaissance Italia

Si chiama Space Renaissance ed a tradurlo letteralmente – diversamente non potremmo fare – viene fuori qualcosa come Rinascimento Spaziale. Ora il punto non è se quelli appena trascorsi possano considerarsi o meno secoli bui, quanto piuttosto se gli anni a venire potranno considerarsi, per l’appunto, spaziali. Sì, perché l’obiettivo dell’associazione Space Renaissance Italia è proprio quello di promuovere e portare la civiltà nello spazio. Scienza o fantascienza? Una risposta al momento non c’è. Le ipotesi sono tante, i problemi di più.

Lo spazio come luogo dove possano trovare sede le cosiddette officine orbitali è un’idea che si coltiva da qualche anno. Negli ultimi tempi l’avvento di sistemi di lancio interamente riutilizzabili ha reso, soprattutto dal punto di vista economico, ancora più vicina questa prospettiva. Se quindi fino a poco tempo fa la frontiera spaziale risultava, ai più, qualcosa di inaccessibile, oggi strizza invece l’occhio a nuovi e possibili attori di mercato.

Se quindi per alcuni l’investimento sarebbe dietro l’angolo, è altrettanto vero per altri che, come anticipato, i problemi non sono pochi. Esemplificando si può far riferimento al tema della pulizia dell’orbita. Ci sta lavorando, ad esempio, Guglielmo Aglietti, direttore del Surrey Space Centre, con l’obiettivo di individuare e rimuovere i principali detriti spaziali. Si pensi poi al ramo legale. Ad oggi si fa riferimento all’Outer Space Treaty, datato 1967, che rappresenta l’unica base di diritto spaziale ma che riguarda esclusivamente l’attività degli Stati. I privati, quindi, non vengono considerati.

Tra interessanti possibilità ed evidenti problemi si potrebbe andare avanti ancora e ancora creando un elenco piuttosto lungo. Ci sono addirittura quelle domande di natura pratica più vicine alla vita reale. Che dire per esempio del design di interni? E quale sarebbe l’abbigliamento adatto per affrontare al meglio la giungla spaziale? Meglio l’appartamento o la casa indipendente? Vista luna o vista terra? Magari la si prende con doppia esposizione.

Tra utopia, divertimento e cose serie ce n’è per tutti i gusti. E proprio con questi presupposti, presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica di Bologna, il 18 e 19 maggio, si troveranno ricercatori da diverse università del mondo per provare a rispondere a tutte queste domande, formulando nuove ipotesi e sollevando nuovi dubbi.
Il titolo del secondo congresso di Space Renaissance Italia sarà “Officine orbitali, primo livello di espansione nello spazio”. Potete partecipare previa registrazione. Sul sito dell’associazione trovate il programma dei due giorni, le indicazioni su come iscriversi ed altri approfondimenti.

Qui invece, a partire dal minuto 10:05, gli interventi di Guglielmo Aglietti (dell’università del Surrey), Adriano Autino (presidente e fondatore di Space Renaissance International) e Leopoldo Benacchio (dell’università di Padova) ai microfoni di Radio Popolare.

  • Autore articolo
    Filippo Bettati
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Giornata Mondiale dell’Acqua

Ideata dalle Nazioni Unite e indetta per la prima volta nel 1992, la Giornata Mondiale dell’Acqua giunge quest’anno alla sua 25esima edizione.

Si stima che sul nostro pianeta siano presenti circa 1,4 miliardi di chilometri cubi d’acqua. Di questi, come molti di voi sapranno, il 97,5% è composto da acqua salata. Di quel che ne resta, il 70% circa si trova allo stato solido e costituisce i ghiacci polari. Quello che ci rimane sono, all’incirca, 10 milioni di chilometri cubi di acqua dolce presenti nelle falde sotterranee di tutto il mondo. Potrebbero sembrarvi tanti, non è così. Non è così perché ad oggi gli sprechi sono molti e non si hanno ancora, nella maggior parte dei casi, le infrastrutture atte e adatte al recupero e riuso delle acque di scarico. Una stima dell’ONU riporta che:

  • Più dell’80% delle acque di scarico prodotte da attività umane è scaricato in fiumi o mari senza sistemi di depurazione
  • Almeno 1.8 miliardi di persone a livello globale utilizzano fonti di acqua potabile contaminate da escrementi

Proprio per questo motivo, quest’anno, l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha voluto porre un’attenzione particolare nei confronti delle acque reflue. Risulta evidente come una riorganizzazione dei sistemi di gestione e un riammodernamento o la creazione, laddove necessario, di reti idriche efficienti siano indispensabili per il raggiungimento, entro il 2030, degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile redatti dalle stesse Nazioni Unite nel 2015. Indovinate un po’, siamo già in ritardo.

Ad esempio ricordate i quesiti referendari del 2011? In quell’occasione uscì uno studio sulla condizione generale delle reti idriche europee ed italiane. Quello che emerse dall’analisi della nostra penisola fu un colabrodo, con una situazione che andava peggiorando muovendosi da Nord a Sud. Sappiate che ad oggi le cose non sembrano essere cambiate di molto.

L’acqua è un bene indispensabile, tanto per la vita quanto per la società. È necessario porre una maggiore attenzione nei confronti delle modalità con cui la utilizziamo, ripensare i metodi con cui la dovremmo riciclare e infine, ultimo ma forse più importante, azzerare gli sprechi.

C’è chi, al Politecnico di Milano e per il secondo anno consecutivo, proprio in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua ha organizzato una conferenza attraverso la quale informare e sensibilizzare le persone sul tema. Si chiama Daniele Bocchiola, è professore del Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale ed è intervenuto ai microfoni di Radio Popolare proprio per presentare la giornata che si terrà nell’Università di Piazza Leonardo da Vinci 32

Ascolta qui

Bocchiola a Le Oche presenta la GMA17 del PoliMi

La conferenza si intitola “Sostenibilità e uso responsabile della risorsa idrica”. Si susseguiranno cinque presentazioni condotte da alcuni docenti del Politecnico, con uno sguardo sul tema che spazierà dal locale al globale. L’evento è aperto a tutti. L’iscrizione è gratuita e si può effettuare dal sito dove si può anche trovare il programma dettagliato dell’evento. Insomma non vi resta che iscrivervi, andare, scoprire come l’acqua in tutte le sue forme rappresenti un patrimonio da preservare, conoscere i problemi che l’affliggono e fare di tutto per provare a risolverli.

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    Filippo Bettati
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Il giro del mondo con l’aereo a energia solare

Solar Impulse 2 è l’aereo, alimentato unicamente a energia solare, che sta compiendo il giro del mondo. Su tutto il veivolo, che presenta una piccola cabina di pilotaggio, ma un’apertura alare di circa 72 metri, sono disposte ben 17mila celle fotovolotaiche.

Atterrato giovedì 23 giugno a Siviglia, dopo 70 ore di volo, ha così terminato la tappa transatlantica di un viaggio iniziato il 9 marzo 2015 ad Abu Dhabi. Viaggio che si concluderà  proprio con il rientro nella capitale degli Emirati Arabi.

Grazie all’aiuto di un gruppo multidisciplinare di circa 50 specialisti, provenienti da diverse nazioni e un centinaio di consulenti esterni di diverse aziende, i piloti Bertrand Piccard e André Borschberg sono ormai prossimi alla conclusione dell’impresa.

A Le Oche, trasmissione sulla ricerca scientifica di Radio Popolare, Sylvie Coyaud e Filippo Bettati hanno intervistato André Borschberg:

Come sta?

“Bene, grazie”.

Ma non è preoccupato?

“No, va tutto bene, fila tutto liscio. Certo è una cosa nuova, è una pura esplorazione e bisogna stare attenti a tutto. Io poi sono un po’ superstizioso, tocco ferro ogni volta che me lo si chiede, ma tutto sta andando per il verso giusto”.

Abbiamo letto su Twitter che martedì Piccard aveva avuto una notte faticosissima, con nubi e turbolenze. Inoltre, di notte l’aereo consuma l’energia residua accumulata durante il giorno, e quella mattina non si stava ancora ricaricando.

“Quando si alza il sole non siamo ancora in positivo per quanto concerne l’energia. Dobbiamo aspettare ancora un’ora e mezza circa perché l’incidenza dei raggi solari sui pannelli permetta all’aereo di ricaricarsi e, quindi, di consumare meno rispetto a quello che riusciamo a ricaricare. Ma questo è già previsto dalla simulazione. Il vantaggio è che in giugno i giorni sono molto più lunghi e quindi abbiamo a disposizione un maggior tempo di esposizione alla luce.
All’inizio Bertrand aveva un buon vento che veniva da sud, il che gli ha permesso di salire verso il Canada e di sfuggire alle nuvole per poi girare a est. Ha inoltre sorvolato il punto dove il Titanic era affondato, una tragedia ormai di molti anni fa. Abbiamo una prospettiva meteorologica e dei venti. La dinamica dell’atmosfera è curata dal gruppo di controllo della missione, situato a Montecarlo, che continua a simulare assicurandosi che il volo si possa svolgere in buone condizioni”.

Quali sono i punti di forza dal punto di vista tecnico-scientifico? Che cos’ha permesso a quest’aereo di arrivare fino a questo punto, di volare giorno e notte solo grazie all’energia solare?

“Immaginate di trovarvi in mezzo all’oceano, con un aereo che sfrutta il semplice fatto di essere esposto al sole. Riceve abbastanza energia, può conservarla e stoccarla, può volare giorno e notte senza interruzioni anche per un mese, o in eterno, basta che ci sia il sole. A qualcuno sembrerà normale ma se le persone avessero la possibilità di guidare questo tipo di mezzo, proverebbero una sensazione straordinaria. Ci siamo riusciti grazie alla straordinaria efficienza energetica: consuma pochissimo e tutto il suo segreto sta in questa capacità. Abbiamo realizzato quello che fino a pochi anni fa l’industria aeronautica considerava impossibile, ovvero rendere questo aereo leggero, molto efficiente, con motori elettrici con una resa del 97%. La vostra automobile ha un rendimento del 30%, quindi il 70% della benzina libera calore e non fa muovere l’auto. Questo 97% è veramente un grande successo. Questo aereo per noi è la dimostrazione di cosa si possa fare sulla terra se utilizzassimo le tecnologie in modo corretto col fine di rendere tutti i nostri apparecchi più efficienti nel loro consumo”.

Quando un aereo è fatto di soli prototipi si prendono dei rischi, conferma?

“Si tratta di un prototipo molto evoluto, però usa tecnologie che potete andare a comprare nei negozi e metterli nella vostra casa per renderla più efficiente. E’ come abbiamo integrato queste tecnologie a rendere l’aereo straordinario. E’ pionieristico, non sapevamo se ci saremmo riusciti. Bisogna amare l’ignoto, bisogna amare un mondo in cui non abbiamo esperienza, ma bisogna anche assicurarsi, prima di partire, di mettere tutte le opportunità dalla propria parte. Quindi simulare e prevedere. Bisogna pensare a quello che si faceva cento anni fa, i pionieri provavano, sperimentavano, però all’epoca non c’era la possibilità di anticipare gli eventi come si può fare oggi con le tecnologie. Per questo motivo riusciamo a mantenere il rischio ad un livello accettabile”.

La buona riuscita di questo volo cosa rappresenta?

“Era importante per Piccard fare la traversata dell’atlantico in solitaria, perché è sua la visione di diciassette anni fa. Ricordando Charles Lindbergh, la traversata dell’atlantico è stata la svolta per il mondo dell’aviazione. Fino a poco prima il volo era una cosa da circo, da dimostrazione che si faceva su delle piste da trotto. Così come Lindbergh dimostrò le capacità del mezzo, così noi cerchiamo di dimostrare, con questo volo intorno al mondo, la capacità di una tecnologia pulita. Questo è sì lo scopo per il presente, ma lo è soprattutto per il futuro”.

Un’ultima domanda, quando ci si trova con delle norme già scritte e un prototipo che non risponde a queste norme, fa comodo essere svizzeri?

“Sì, la Svizzera in questo è molto ben percepita all’estero. Quando si arriva con delle cose sperimentali, se portano con sé il “timbro Svizzera” è più facile ottenere le autorizzazioni per volare, per atterrare e per decollare. Certo si dice che sia il Paese della cioccolata, delle banche, delle mucche e dei turisti, però abbiamo delle imprese molto innovative”.

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    Filippo Bettati
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Uniti per salvare il patrimonio di Palmira

Situata in un’oasi posta a 240 chilometri a nord-ovest di Damasco, da maggio 2015 la città di Palmira è rimasta sotto il controllo dello Stato Islamico. Questo fino a poche settimane fa quando l’esercito siriano, anche in seguito alle decine di bombardamenti compiuti dall’esercito russo, ne ha ripreso il possesso.

Nominata patrimonio dell’umanità dall’Unesco, Palmira è stata uno dei più importanti centri culturali del mondo antico. Ricca di opere grandiose e famosa per i suoi templi antichi, la città siriana permetteva ai visitatori di respirarne la storia. Raro vessillo di una civiltà plurale e multietnica – era luogo di incontro e di scambio da parte dei commercianti provenienti da tutto il mondo – nei mesi trascorsi sotto il controllo delle truppe del Califfato, è stata gravemente danneggiata in nome di un’ideologia pronta ad annichilire il passato con l’obiettivo di lasciare un unico segno, il proprio.

Dai templi di Baal e Baalshamin, passando per l’Arco di Settimo Severo, fino alla statua del Leone di Al-lat, l’Isis ha lasciato in piedi ben poco. Nonostante tutto questo, la presenza dei resti ha richiamato l’interesse dei ricercatori affinché si possa arrivare, un giorno, alla ricostruzione. Fra gli studiosi ci sono anche degli italiani, in particolare quelli dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali (Ibam-Cnr) che forniranno un supporto ai Caschi Blu della cultura. Tutto questo anche grazie all’accordo siglato tra il governo italiano e l’Unesco, che ha visto la nascita della task force Unite4Heritage, completamente dedicata alla difesa del patrimonio culturale mondiale.

Daniele Malfitana dirige l’Istituto per i beni archeologici e monumentali del Cnr ed è stato ospite de Le Oche, ai microfoni di Radio Popolare. Sylvie Coyaud e Filippo Bettati lo hanno intervistato.

Cosa intendete fare, come credete sia meglio procedere?

“Intanto credo che l’Italia, l’Unesco, il ministero dei Beni culturali abbiano fatto un passo importante con la costituzione della task force Unite4Heritage, mettendo su una squadra di specialisti e forze dell’ordine, perché ovviamente ci saranno anche dei carabinieri specializzati del nucleo tutela patrimonio culturale, che dopo un’apposita formazione dovrebbe dare vita ad un corpo che andrà direttamente sui luoghi, per capire quale può essere il contributo che in generale l’Unesco, ma in particolar modo l’Italia, potrà dare sul piano della ricostruzione, anche solo conoscitiva, di quello che è andato distrutto dalla follia jihadista”.

Avete delle immagini affidabili per prepararvi?

“L’Ibam ha una matrice fortemente archeologica ma lavora, come tutte le strutture del Cnr, su una grande piattaforma multidisciplinare dove indirizzi diversi convivono per affrontare in maniera globale il tema della ricerca archeologica. Oggi all’interno dell’istituto abbiamo un laboratorio molto specializzato di archeologia, aerofotografia e telerilevamento, che si occupa della lettura, o rilettura se vogliamo, dei paesaggi antichi attraverso l’utilizzo delle fotografie aeree, delle fotografie da satellite, delle fotografie storiche che oggi, guardate da un punto di vista archeologico, danno un contributo veramente importante. Nel caso di Palmira il contributo diventa doppio perché il ricco dataset di dati rilevati da piattaforme aeree e satellitari, e che comprendono anche le fotografie aeree degli anni 20 e 30, unite alle fotografie scattate dai satelliti spia americani, ci consentono oggi di capire quello che è andato distrutto e da lì, di poter partire almeno da un aggiornato piano di documentazione. Ricordiamo che le immagini da satellite scattate in diverse fasi in diversi tempi consentono di avere una visione su più livelli, come se ci trovassimo a leggere degli strati. Dunque ogni piccola variazione, come ad esempio può essere quella cromatica del terreno, è un elemento in più che un occhio addestrato è in grado di elaborare”.

Quindi lo scopo non è la vera e propria ricostruzione della città…

“Si è parlato molto in questi giorni, anche sulla stampa, della ricostruzione 3D del sito di Palmira. Ricostruire in 3D può avere un duplice binario: uno conduce alla ricostruzione virtuale per averne una fruizione, appunto, virtuale; l’altro è quello della ricostruzione fisica attraverso stampanti 3D, ma dobbiamo ricordare che in quelle aree non è stata mai fatta una scansione con laser-scanner – strumento che permette di creare, attraverso una nuvola di punti, una digitalizzazione degli oggetti per poi stamparli attraverso la stampante 3D – e diciamocelo pure, non possiamo ristampare in 3D il tempio o il teatro o qualsiasi monumento. Potranno forse essere stampati in dimensioni ridotte con il solo scopo di averne memoria”.

Un’ambizione così elevata comporta dei rischi?

“I rischi rimangono quelli dell’incertezza di accesso in quelle aree. Siamo sempre in una zona di grande e aperto conflitto e quindi, in uno stato di precarietà dal punto di vista della sicurezza. Questo è il tema più importante. Il primo obiettivo è quello di riportare la normalità in quelle regioni. Così, pian piano, quella normalità dovrebbe consentire alla task force di Unite4Heritage di poter accedere in quei luoghi e cominciare a mappare in sito e rendendosi conto direttamente di quello che è andato distrutto. E’ chiaro che le competenze che possiamo mettere a disposizione, e che ci consentono di lavorare da remoto, già costituiscono un notevole passo avanti sul tema perché ci permetteranno di giungere preparati sul luogo, sapendo già quello che molto probabilmente si vedrà o che, sfortunatamente, non si vedrà perché, appunto, andato distrutto”.

Non è che l’Italia è già pronta perché, in fondo, parecchi Caschi Blu italiani sono già a Beirut, la quale sarà la retrovia di questo progetto?

“L’Italia è già pronta perché ha nelle sue strutture, universitarie e di ricerca, delle competenze veramente enormi”.

…Peccato che non ci siano i soldi…

“Peccato che non ci siano le risorse, sì. Però in un’attività come quella che vorrebbe costituirsi per Palmira, lo spirito di noi ricercatori va al di là della disponibilità o meno delle risorse. Qui c’è di mezzo un sito archeologico di straordinaria importanza, e c’è di mezzo l’entusiasmo di ogni ricercatore che farebbe tutto questo volontariamente. Lo spirito del ricercatore vede tutto questo come un’opportunità di dare una mano ad un paese che è andato distrutto e il cui patrimonio culturale, che appartiene un po’ ad ognuno di noi, è altresì andato distrutto”.

Ascolta qui l’intervista integrale a Daniele Malfitana

Intervista Daniele malfitana

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    Filippo Bettati
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Tesla o croce?

E’ venerdì primo aprile e in Italia sono le 5:30 del mattino. Qualche meridiano più a ovest è ancora giovedì, sono circa la 20:30. Davanti al pubblico accorso al Tesla Model Studio di Hawthorne in California, Elon Musk sta presentando il quarto modello della serie Tesla. Si chiamerà Model 3. Il prezzo annunciato è di 35.000 dollari, circa 31.000 euro. Disponibile sul mercato a partire dalla fine del 2017, sabato mattina contava già 253mila prenotazioni. La cosa più importante però, è che la Model 3 promette un’autonomia di 345 chilometri, mica male per un’auto elettrica di quel prezzo.

TeslaModel32

Tesla Model 3

C’è chi dice si tratti di un auto pop, non in senso musicale ma nello stesso senso della nostra radio. Questo, soprattutto se si considera che il suo predecessore, Tesla Model S, costava circa 80.000 dollari e garantiva un’autonomia di 480 chilometri. Si prospetta in questo modo un ampliamento del bacino di utenza. Il significato finanziario è piuttosto limpido, la società di Palo Alto infatti non ha ancora chiuso un bilancio in attivo. In questi anni sono stati investiti miliardi di dollari in ricerca, e per la creazione della gigafabbrica, così è stata chiamata, dove verranno prodotte, in proprio, le batterie. Con l’arrivo della Model 3 l’azienda passerà da una produzione di nicchia a quella di massa, nella speranza di raggiungere gli obiettivi di vendita che vedono 500mila vetture l’anno a partire dal 2020.

Lo scopo nobile, quello che solo si può intravedere quando si parla di cifre così alte, è quello di dare alle persone un’ulteriore possibilità di muoversi andando incontro alle esigenze del nostro pianeta.

Tesla o croce è sì un gioco di parole, ma rappresenta piuttosto bene l’aut aut cui siamo di fronte. Fosse croce, sarebbe un problema. Basti pensare che le emissioni del settore dei trasporti rappresentano più di un quinto delle emissioni di gas serra a livello mondiale. Come Elon Musk ha ricordato sul palco, il 2016 ha già superato le aspettative: la quantità di CO2 in atmosfera ha raggiunto quota 403.5 parti per milione. Un record, purtroppo.

Da non dimenticare – è sempre il CEO di Tesla a farlo presente – sono le morti attribuibili all’inquinamento proveniente dalle nostre strade, circa 53.000 persone l’anno. I più pignoli potrebbero parlare di strumentalizzazione, ma questa è la realtà, e con questa bisogna fare i conti.

TeslaCO2

Elon Musk durante la presentazione

Mobilità sostenibile è quel termine di cui ogni governo dovrebbe farsi garante e portavoce. Nello situazione di immobilismo delle istituzioni, Tesla ne ha fatto le veci, impegnandosi non solo nella progettazione di auto a zero emissioni, ma anche nella costruzione di una rete di distribuzione che sia in grado di velocizzare i tempi di ricarica. Si chiamano Supercharger Tesla, attualmente ce ne sono 3608 in tutto il mondo, e un altro obiettivo della società è quello di raddoppiarne il numero, entro il 2018. Le colonnine di ricarica semplici invece, chiamate Tesla Destination Charger, attualmente sono 3689 e situate prevalentemente negli Stati Uniti, tuttavia sempre entro il 2018, il numero potrebbe salire fino a quota 15mila.

Bella marchetta pubblicitaria potreste dire a questo punto. Ma Tesla non è solo una società che produce veicoli elettrici. Rappresenta più genericamente un’idea di cambiamento. Rappresenta la possibilità di cambiare, di spostarsi verso una mobilità sostenibile, verso il progressivo abbandono dei combustibili fossili, verso l’utilizzo di risorse sostenibili, che si tratti di elettrico o idrogeno. Nel testa o croce della mobilità, tesla – la minuscola potrebbe rendere il concetto più chiaro – rappresenta l’unica via sostenibile.

L’analogia quasi spontanea è quella con il referendum del 17 aprile. Un referendum che vede una domanda tecnica, la quale però necessita di una risposta morale. Ed ecco che tesla – ancora con la minuscola – è paragonabile ad un sì al referendum. Non sarà la cessata attività di poche trivelle a risolvere il problemi di inquinamento mondiale. Importante sarà però ribadire che un’alternativa esiste, e si tratta di un’alternativa sostenibile.

Ricordate le strade statunitensi con un parchimetro a fianco di ogni posto auto? Dovremmo sognare un futuro dove il parchimetro è stato sostituito da una colonnina per la ricarica e, perché no, collegata ad un bel pannello solare.

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    Filippo Bettati
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“La prevenzione dei tumori dipende da noi”

Franco Berrino è un medico ed epidemiologo italiano. Laureatosi in medicina e chirurgia all’Università di Torino nel 1969, si è poi dedicato principalmente all’epidemiologia dei tumori.

All’Istituto nazionale dei tumori, con il suo gruppo di lavoro, sta facendo una serie di ricerche su come prevenire le patologie croniche più importanti tra le donne e gli uomini dai 55 agli 80 anni.

Ospite de Le Oche ai microfoni di Radio Popolare, Sylvie Coyaud e Filippo Bettati lo hanno intervistato.

Sull’argomento alimentazione ormai c’è un po’ di scetticismo, le abbiamo sentite tutte: “Più pomodori contro le malattie cardiache”; “Bevete tè verde che funge da anti-infiammatorio”; “Più vino rosso che è antiossidante”. Dove sta il problema?

“Il problema è che c’è un mercato, per cui dobbiamo pur vendere tutte queste porcherie. Il tentativo è quello di trasformare i nostri cibi, in cibi più ricchi di qualcosa che fa bene. È una follia, perché tutti gli studi che hanno tentato di migliorare la vita dell’uomo con degli integratori sono stati fallimentari. O non hanno fatto niente o hanno fatto aumentare le patologie. Probabilmente la strada vincente è quella di avere una grande varietà di consumi alimentari, mangiare tutto quello che ci offre l’orto nelle varie stagioni. Non pensiamo che mangiare tanto di una cosa che fa bene sia utile, perché la prevenzione non è come la tossicologia ma ‘più te ne do, più ti avveleno’. Così te ne devo dare la dose giusta”.

Nelle vostre ricerche, come si possono distinguere i fattori importanti da tutto il rumore di fondo dello stile di vità di ognuno di noi?

“Questa è la principale difficoltà tecnica della ricerca epidemiologica, cioè controllare i fattori di confusione. Ma ci sono le tecniche per farlo. Noi seguiamo 500mila persone che ci danno continuamente informazioni. Avendo la disponibilità di uno studio molto grande possiamo stratificare per tutti gli altri possibili fattori noti”.

Quindi cosa significa fare prevenzione?

“Nel 2014 è stato pubblicato il codice europeo per la prevenzione dei tumori e alla fine si possono dare delle raccomandazioni sensate. Raccomandazioni non sulla singola sostanza, ma che dicono di basare la propria alimentazione prevalentemente su cibo di provenienza vegetale con una grande varietà, è la varietà il fattore importante.
Classificando le persone che partecipavano ai nostri studi sulla base di un punteggio di adesione a queste raccomandazioni, ovvero quelle di evitare i salumi, di mangiare poca carne rossa, di evitare le bevande zuccherate e così via, abbiamo notato che le persone si ammalano meno di cancro ma si ammalano anche meno di cuore, di malattie dell’apparato respiratorio dell’apparato digerente. Complessivamente le malattie croniche di oggi sono influenzate da uno stile alimentare che ci è imposto da questa rivoluzione industriale degli ultimi sessant’ anni”.

Quando l’Organizzazione mondiale della sanità ha parlato di “allarme per le carni rosse”, è stato fatto un errore di comunicazione?

“L’errore di comunicazione dei nostri giornali è stato spaventoso, era una cosa che si sapeva già da tempo, non c’è nessun allarme. I media hanno dato questa notizia come se fosse un allarme, e hanno dato la notizia nel solito modo bastardo, cioè mettendo in contrapposizione gli esperti: ‘L’Oms dà l’allarme ma gli oncologi frenano’. Esattamente quello che si faceva sul tabacco: ‘Il tabacco causa il cancro al polmone ma non tutti gli esperti sono d’accordo’. L’esperto pagato lo trovi sempre, si sanno anche le tariffe. Cerchiamo di essere ragionevoli, il rischio esiste: cerchiamo quindi di evitare i salumi, ma se proprio ci piacciono le carni rosse cerchiamo di renderle meno nocive. Le carni rosse fanno venire il cancro all’intestino perchè hanno il ferro, e il ferro è ossidante, allora facciamo in modo di avere nello stesso piatto tante verdure che fungono da antiossidanti”.

Sui tumori in particolare?

“Quando il cancro è avanzato, di fatto siamo estremamente indietro nella possibilità di curarlo. Questo perché la biologia è talmente ricca, talmente ridondante, che quando blocchi una strada che sta nutrendo il tumore, lui ne trova un’altra. È quella che si chiama resistenza al farmaco. E allora devi trovare un’altra strada ma questo vuol dire aumentare la tossicità dei farmaci. Per cui dobbiamo trovare un’altra strada ancora: quella della prevenzione”.

Ascolta qui il podcast della puntata con l’intervista integrale a Franco Berrino

Le Oche e Franco Berrino

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    Filippo Bettati
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Le Oche a galla sulla GW 140915

È l’11 febbraio 2016, a Washington D.C. e vicino a Pisa, gli astrofisici della collaborazione LIGO ed (Ego) VIRGO, annunciano di aver rilevato delle onde gravitazionali.

Sono arrivate il 14 settembre scorso, sul computer di un post-doc trentenne di Padova, Marco Drago della collaborazione LIGO, che lavora all’istituto Max Planck a Hannover. Come migliaia di altri ricercatori in una trentina di paesi, riceve dagli USA i dati degli interferometri gemelli in Louisiana e nel Washington, di norma si tratta di rumore di fondo, invece, uno così, non l’aveva mai visto.

Branle-bas de combat anche per i ricercatori di VIRGO, l’interferometro chiuso per l’upgrade. Calcola, ricalcola, sarà mica uno scherzo? Un bug nei programmi? Un doppio scontro fra due Tir prima in Louisiana e una frazione di secondo dopo nel Washington, a decine di chilometri dai due interferometri di LIGO? No, per una mini frazione di secondo lo spazio-tempo terrestre s’è effettivamente compresso. Ma chi è stato?

La risposta ufficiale di LIGO e VIRGO è sulle Phys. Rev. Lett. in open access.  Seguiranno altri articoli, anche sull’Astrophysical Journal.

Da qualche parte dietro la Grande Nube di Magellano, 1,3 miliardi di anni-luce fa, un buco nero con 36 volte la massa del Sole e uno di 29 masse solari si sono scontrati e fusi creando un unico buco di 62 masse solari. Non 65: la differenza è l’energia emessa in onde gravitazionali, un tonfo seguito da ondulazioni. Tipo un sasso lanciato in uno stagno.

Bella doppietta: uno scontro tra buchi neri non s’era mai visto prima, né s’era mai udito il cirp di un’onda gravitazionale.

Ma cosa sono le onde gravitazionali?

Sono increspature nella trama dello spazio-tempo che si propagano nell’universo alla velocità della luce. Sono diverse dalle onde radio o luminose, dai raggi X o gamma emessi da oggetti celesti: non “viaggiano” nello spazio-tempo così come, dopo il tonfo del sasso, l’acqua non va da nessuna parte: è lo stagno. Era questa l’idea rivoluzionaria (tra le altre) nella teoria della relatività generale che Einstein completava proprio nel 1916, con l’aiuto di Karl Schwarzchild.

L’incontro tra buchi neri, legati da orbita reciproca che si restringe in una spirale sempre più stretta ed accelerata, doveva per forza emettere anche onde G, aveva calcolato Schwarzchild (appena prima di morire, era tornato da poco, malatissimo, dal fronte orientale.) Quei buchi erano un esempio del tutto virtuale: non credeva alla loro esistenza come lo stesso Einstein che pure aveva dei dubbi sulle onde gravitazionali.

Dopo la scoperta nel 1974 delle due pulsar in reciproca spirale, le onde G erano diventate una certezza matematica. Restava da progettare strumenti così precisi – e isolati dai tonfi locali – da poterle rilevare. Nessuno si aspettava che le osservasse la prima versione di LIGO e di VIRGO entrata in funzione nel decennio scorso: quegli interferometri erano degli esperimenti atti a capirne i limiti, per poi superarli, nelle versioni 2.0.

Le Oche hanno dedicato un’intera puntata all’argomento, intervistando Carlo Bradaschia, Monica Colpi e Massimiliano Razzano.

Ascolta il podcast della trasmissione

Le Oche – A galla sulla GW 140915

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    Filippo Bettati
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Ilaria Capua: uno scienziato in parlamento

Ilaria Capua, laureata in Medicina veterinaria presso l’Università di Perugia, ha dedicato gran parte della sua carriera professionale alla virologia, formandosi su tematiche specifiche in diversi laboratori esteri. Tra i vari riconoscimenti, nel 2007 ha ricevuto il premio Scientific American 50 e nel 2008 è stata inclusa fra le “Revolutionary Minds” dalla rivista americana Seed per il suo ruolo di leadership nella politica della scienza.

Eletta nel 2013 come indipendente in Scelta Civica, da allora frequenta Montecitorio, un ambiente che non difficilmente può risultare surreale, soprattutto agli occhi di uno scienziato. In questi tre anni la metodologia scientifica non è venuta meno e così, la dottoressa Capua ha osservato il comportamento dei colleghi politici, ne ha preso nota, e ha infine trascritto i dati con minuziosità. I risultati dello studio li ha pubblicati nel suo nuovo libro L’Abbecedario di Montecitorio e no, non sono poi così entusiasmanti.

Dalla A alla Z, dalla voce Avances alla voce Zuffa, racconta tutte le stranezze che si verificano in parlamento e – per citare le parole della stessa autrice – siccome noi esseri umani siamo, in fondo, animali sociali, azzarda qualche parallelismo con il comportamento animale.

“Così come gli scimpanzé usano bacchetti di legno per stanare gli insetti, i deputati usano la pallina di carta per votare”

Alla lettera S, ci sono le voci ScienzaSoftware, ovvero quelle che hanno attirato maggiormente la nostra attenzione, pur essendo le più deprimenti.

La politica ignora la scienza e se ne occupa soltanto quando può essere strumentalizzata per enfatizzare una posizione o per accontentare un bacino elettorale”

Ascolta qui l’intervista con Ilaria Capua

Intervista Ilaria Capua

 

Ilaria Capua, L’Abbecedario di Montecitorio. La Camera dei Deputati in un surreale dizionario dalla A alla Z, in edibus edizioni, 2016

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La brillante supernova e il pigro algoritmo

Gianluca Masi è un astrofisico del Virtual Telescope Project, co-autore del paper che su Science di oggi descrive la supernova ASASSN-15lh, una forza che s’è svegliata nel giugno scorso in una galassia molto molto lontana (3,8 miliardi di anni-luce), brillante come 570 miliardi di Sole, avvistata dai telescopi ottici “Brutus” e “Cassius” dell’All Sky Automated Survey for SuperNovae sul Cerro Tololo, in Cile.

Intervista a Gianluca Masi

LuceSupernovaLe curve di luce di ASASSN-15lh e di altre supernovae a confronto

***

Il nome Sebastiano Vigna dovrebbe dirvi qualcosa. Vi diamo un indizio: è professore associato  al Dipartimento di Informatica della Statale di Milano. Ancora niente? Eppure i giornali ne parlano spesso a proposito di web, motori di ricerca, affidabilità, social network ecc. È uno specialista della pigrizia ottimale ed efficiente, già questo dovrebbe bastare per incantarvi. Ha inventato un algoritmo di tipo “xorshift” per generare numeri pseudo-casuali. Pigro forse, ottimale di sicuro perché in un mese ha sbaragliato la concorrenza.

RandomnessVisVisualizzazione della casualità numerica prima e dopo l’aggiornamento al PRNG

Gli abbiamo fatto il terzo grado per provare a capire cosa fa:

Intervista a Sebastiano Vigna

 

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Navigando nella costellazione del Cigno

Al Center for Urban Science + Progress della New York University, dove sono le 7.05 del mattino, Federica Bianco, tra le tante cose cervello in fuga e ricercatrice al Centro di cosmologia e fisica delle particelle, è già al lavoro.

Federica è una degli autori della descrizione, pubblicata ieri su Nature e oggi su tutti i media del mondo, di uno fuoco d’artificio mega-galattico avvenuto l’estate scorsa in V404  nella costellazione del Cigno.

Lo spettacolo si è scoperto il 15 giugno scorso quando Mariko Kimura della Japan Women’s University, Swift il Rondone, un satellite della NASA, e il suo compagno d’avventura Fermi, hanno notato un’insolita caterva di raggi X provenienti dal buco nero; circondato da un disco di gas a strisce concentriche, pareva un bersaglio.

Due giorni dopo, perfino con telescopini da 20 cm, gli astrofili dell’emisfero nord si godevano colossali fontane di luce che uscivano dal buco. Vi è anche una ricostruzione dello show in un video della NASA.

Ogni 20-30 anni, il buco V404 Cygni espelle getti luminosi di gas in una serie di burp che durano anche per settimane e poi si spegne tutto. Gli era successo l’ultima volta nel maggio 1989. Ma cosa gli prende? chiediamo a Federica:

Intervista a Federica Bianco

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