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La guerra ad alleanze variabili

La Siria continua a essere usate dalle potenze regionali e internazionali per i loro interessi specifici. Succede da diversi anni e succederà ancora in futuro. Militarmente e politicamente la guerra è stata decisa – con la vittoria del regime – ma le violenze andranno avanti, e questo permetterà ai diversi attori esterni di farsi la guerra in territorio siriano ancora per un po’ di tempo. Una guerra per procura, anche se con una caratteristica peculiare del conflitto siriano: le alleanze variabili. Un elemento che ha reso la guerra siriana di difficilissima interpretazione, e che adesso ci può aiutare a leggere l’attacco, questa mattina, contro un’importante base militare nella provincia di Homs, nella Siria centrale.

Mosca e Damasco hanno detto che l’attacco è opera di Israele. Gli israeliani non hanno commentato, ma in passato avevano colpito la Siria diverse volte, spesso proprio senza confermare le loro operazioni. Gli israeliani, per esempio, avevano bombardato quella stessa base lo scorso febbraio. Una nuova operazione è quindi plausibile, soprattutto perché il principale nemico d’Israele, l’Iran, continua a mantenere una costante presenza in territorio siriano. Direttamente o indirettamente, attraverso le milizie sciite coordinate da Tehran, Hezbollah libanesi in testa. Oltretutto tra le vittime di questa mattina ci sono anche dei militari iraniani.

In quest’ottica il fatto che il raid sia arrivato a poche ore dalle minacce di Trump per l’uso di armi chimiche a Douma da parte del regime – notizia ancora impossibile da confermare in maniera indipendente ma altamente probabile – potrebbe essere una coincidenza. In effetti negli ultimi giorni alcuni generali israeliani si erano lamentati del possibile ritiro americano dal nord e dall’est della Siria, dove gli Stati Uniti assistono i curdi nella lotta all’ISIS. Non solo. I continui raid israeliani, se di questo si tratta, stanno mettendo a dura prova anche le buone relazioni tra Israele e Russia, che comunque non sembrano essere a rischio. Nella guerra ad alleanze variabili Israele sta quindi portando avanti la sua agenda in solitario.

Questo però spiega solo parzialmente la complessità della situazione. Gli attori esterni, alcuni lo fanno direttamente altri lo fanno attraverso gruppi armati siriani, si agganciano su un conflitto che è anche un conflitto interno, il cui ultimo capitolo è stato scritto a Douma, nella Ghouta Orientale, alle porte di Damasco. I miliziani di Jaysh al-Islam, finanziati dall’Arabia Saudita, si stanno preparando a lasciare le loro postazioni, diretti nel nord della Siria.
I ribelli hanno accettato di uscire da Douma solo dopo l’attacco chimico di sabato scorso. La popolazione civile è rimasta schiacciata anche questa volta tra la brutalità del regime e l’intransigenza dei gruppi armati dell’opposizione.

Armi chimiche e armi convenzionali

Il copione degli ultimi giorni a Ghouta è stato ampiamente visto in passato: uso di armi chimiche che si aggiunge a quello quotidiano di armi convenzionali, decine di vittime civili, il regime che nega ogni responsabilità, la Russia che parla di complotto internazionale, i gruppi ribelli finanziati dall’esterno che mantengono postazioni a scapito della popolazione civile. L’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche sta raccogliendo informazioni sull’attacco a Douma. La Russia ha già detto che non c’è stato alcun attacco chimico. A breve la discussione arriverà in Consiglio di Sicurezza.

Con la caduta di Douma il regime riprende il controllo su tutta la Ghouta Orientale. Il principale successo militare di Assad dalla caduta di Aleppo, alla fine del 2016. Gli interventi esterni, la creazione di milizie radicali, i bombardamenti israeliani non hanno fermato le atrocità del regime. La guerra è sempre stata combattuta su più piani. Nonostante i proclami i civili siriani non sono mai stati una priorità. Per nessuno degli attori coinvolti.

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    Emanuele Valenti
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Scontro tra Russia e Occidente a colpi di espulsioni

Lo scontro diplomatico di queste settimane tra Russia e Occidente è il più grave dall’annessione della Crimea da parte di Mosca, nel 2014. Diversi analisti scrivono che siamo di fronte a una nuova Guerra Fredda. Che sia sul serio così o meno un dato è certo: i rapporti tra il Cremlino e le cancellerie occidentali non erano così difficili da parecchio tempo.
I segnali non mancano.
L’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Anatoly Antonov, dopo la convocazione al dipartimento di stato per l’espulsione di 60 suoi diplomatici, lo ha detto molto chiaramente: “è stato danneggiato quel poco che rimaneva delle nostre relazioni con l’America”.

Il comandante delle forze armate russe, il Generale Gerasimov, ha ricordato la pericolosità della strategia di Washington di combattere ogni tentativo di opporsi a un mondo unipolare, con ovvio riferimento al desiderio di supremazia da parte degli Stati Uniti. Il ministro degli esteri di Mosca, Lavrov, è stato ancora più diretto, accusando l’amministrazione americana di aver fatto pesanti pressioni sui governi europei affinché espellessero – come poi è successo – decine e decine di diplomatici russi.

Perchè l’Europa è così unita?

Questo è uno degli elementi più interessanti, e anche di più difficile comprensione, di tutta questa vicenda. Per quale motivo i paesi europei, e se vogliamo tutti i paesi occidentali, hanno reagito in maniera ferma e soprattutto compatta dopo l’avvelenamento della ex-spia russa in Gran Bretagna Sergei Skripal? L’unità europea ha stupito tutti, probabilmente anche Vladimir Putin, che ha sempre puntato sulle divisioni, sulle paure, sulle incertezze dell’Occidente per portare avanti la sua agenda. Lo si è visto per esempio in Siria e in Ucraina, seppur in due contesti radicalmente diversi fra loro.

Le risposte possono essere diverse: le pressioni americane, la necessità di ritrovare compattezza di fronte a un nemico esterno – stesso discorso vale per Putin quando critica l’Occidente per consolidare la sua posizione interna – la necessità di affermare che alcune linee rosse non si possono superare. Da questo punto di vista l’attacco con un agente chimico sul territorio di un paese europeo potrebbe essere stato il casus belli che molti aspettavano. Sempre che siano stati sul serio i russi.

Sappiamo come queste risposte non siano sufficienti. Anche perché nonostante l’idea che regna in Occidente di un paese pericoloso con un leader cattivo, la Russia di Putin ha molti punti deboli. Non stiamo parlando di una super-potenza capace di arrivare in tutto il mondo e di tentare possibili nuovi alleati con un’ideologia molto ben definita. In sostanza la Russia non è l’Unione Sovietica, e in parte sta rispondendo oggi al poco lungimirante e rapidissimo allargamento a est della NATO negli anni scorsi. Quasi tutti gli analisti sono concordi sul fatto che siamo di fronte a una potenza regionale, che domina in un’area geografica relativamente vicina, con alcune eccezioni, come la Siria.

Cosa sta succedendo davvero?

A maggior ragione, se questo è il contesto, la risposta europea – e torniamo al punto di partenza – sembra esagerata. Quindi, ancora: cosa sta succedendo?
L’Europa è in una fase delicata, lo sappiamo. Brexit, governi che vanno in ordine sparso, leader politici populisti, mancanza di una vera guida, differenze – almeno fino a ieri – anche e proprio sulla politica nei confronti della Russia. L’inattesa compattezza nei confronti di Mosca potrebbe quindi essere il primo passo di un processo che nelle intenzioni dovrebbe portare a una vera e più concreta unità.

In questa prospettiva va fatta una precisazione. L’espulsione di diversi diplomatici russi danneggerà sicuramente la politica del Cremlino, visto che molti di loro – dicono i governi occidentali – sono membri dei servizi di sicurezza, quindi sulla carta impegnati in attività di spionaggio. Ma nella pratica si tratta ancora di misure simboliche, seppur importanti. Per colpire veramente la Russia bisognerebbe concentrarsi sui suoi interessi finanziari, sui suoi investimenti, sui suoi capitali. Pensate agli investimenti degli oligarchi russi a Londra, per esempio.
Questo non è ancora successo. Segno che forse l’Europa, seppur più compatta rispetto a ieri, non è ancora così unita.

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    Emanuele Valenti
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“Vi racconterò la notte peggiore della mia vita”

Questa settimana cade il settimo anniversario dell’inizio della guerra siriana.

Le prime manifestazioni contro il regime, i primi arresti, la prima repressione da parte di uno stato che per la sua storia non poteva che rispondere in quel modo.

Sette anni dopo la guerra siriana è diventata tante altre cose. Attori esterni, potenze regionali, estremismo islamico, l’intervento della Russia, l’ISIS, i morti, i feriti, i profughi. La rivolta, la rivoluzione come la chiamavano i giovani attivisti dell’opposizione, non esiste più. Ma la guerra va avanti.

C’è la campagna turca ad Afrin contro i curdi, ci sono i bombardamenti russi e siriani su Idlib e sulla Ghouta Orientale.

Abbiamo chiesto a un medico siriano che vive nella Ghouta Orientale di scegliere un momento di questi sette anni e di raccontarcelo.

Fino alla scorsa settimana questo medico viveva ad Hamouria. Ma proprio a causa di quello che ci ha raccontato ora si sposta con la famiglia da un centro all’altro alla ricerca di un riparo.

Proprio oggi un nuovo convoglio della Croce Rossa è riuscito a raggiungere la principale città della Ghouta Orientale, la città di Douma.

Vi racconterò la notte peggiore di tutta la mia vita.

Era la notte tra mercoledì 7 e giovedì 8 marzo. Ero nella mia città, Hamouria. A un certo punto, come succede quotidianamente, il regime ha cominciato a bombardare pesantemente proprio sulla nostra zona. L’operazione è durata parecchie ore, fino all’alba. Ho contato circa 250 bombe, che hanno distrutto tutto quello che potete immaginare. Hanno colpito anche l’ospedale, con i barili bomba lanciati dagli elicotteri. Come al solito ci sono stati tanti morti.

Verso le 22 hanno iniziato a usare missili carichi di cloro. Più di uno, su diverse zone della città. Un missile è atterrato proprio vicino al nostro sotterraneo. Abbiamo sentito un forte odore di cloro. Eravamo circa 30 persone. Ho cercato di aiutare chi iniziava ad avere problemi respiratori. Ci siamo messi quello che avevamo davanti alla bocca e al naso, per respirare il meno possibile il cloro. Diverse presone avevano bisogno immediatamente di cure mediche, ma l’ospedale era stato bombardato quindi non potevamo muoverle. In realtà anche la strada che portava all’ospedale era piena di grosse buche o veri e propri crateri causati dalle bombe…

Molte di quelle persone che erano con me sono morte. Soprattutto donne e bambini. Nove donne e 12 bambini.

Siamo rimasti lì per almeno dieci ore. Ho curato gli altri con quel poco materiale medico che avevo con me. A causa del cloro avevano tutti problemi al naso e agli occhi, alcuni avevano attacchi di vomito e facevano fatica a respirare. Ho fatto il possibile, li assistevo uno a uno…

È stato un momento terribile, per me, per loro e per le loro famiglie. Per tutti quelli che erano bloccati in quel sotterraneo…

La mattina sono uscito. E ho visto quello che avevano fatto le bombe durante la notte. Tutto distrutto. Più di 20 edifici completamente rasi al suolo.

Questo è quello che succede nella Ghouta Orientale. Tante persone che hanno bisogno di cure, d’interventi in emergenza, ma non si possono spostare perché intorno a loro è stato tutto distrutto e perché le strade sono troppo pericolose.

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    Emanuele Valenti
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I gruppi anti-Assad a Ghouta

Quello che sta succedendo a Ghouta è molto simile a quello che successe ad Aleppo più di un anno fa, alla fine del 2016. Allora, dopo un lungo assedio, i ribelli accettarono di essere trasferiti a Idlib, nel nord-ovest della Siria. Non sappiamo come finirà l’assedio di Ghouta. Secondo notizie che girano nei circoli diplomatici a Damasco e secondo previsioni che le Nazioni Unite hanno condiviso con le organizzazioni umanitarie presenti a Damasco (documenti che Radio Popolare ha potuto vedere) il regime e i russi non sarebbero sul serio interessati a un accordo con i ribelli. La previsione è che i bombardamenti continuino ancora per alcune settimane. Ma allo stesso tempo il governo siriano vuole, prima o poi, mettere nuovamente le mani su quella regione e salvo colpi di scena ci riuscirà. Ovviamente se i ribelli si dovessero arrendere il processo sarebbe più rapido.

I gruppi armati, come è successo tante altre volte in passato, sono attori importanti, che con le loro strategie hanno contribuito e contribuiscono alla natura della guerra siriana. A Ghouta ci sono diversi gruppi armati. Nella maggior parte dei casi gruppi che si rifanno all’integralismo islamico.

L’organizzazione più numerosa e importante è Jaysh al-Islam, almeno 15mila uomini, fino al 2015 guidata da Zahran Aloush – uno dei più noti leader della rivolta siriana – e una chiara ispirazione islamica. Sulla carta Jaysh al-Islam sponsorizza uno stato basato sulla Sharia (legge islamica). Il suo principale sponsor internazionale sarebbe l’Arabia Saudita.

La seconda organizzazione armata, per dimensioni e importanza, è Faylaq al-Rahman, che si è spartita il controllo del territorio della Ghouta Orientale con Jaysh al-Islam. Si tratterebbe però di un gruppo più laico, vicino all’Esercito Libero Siriano, la prima coalizione dei gruppi armati della rivolta siriana all’inizio della guerra. Queste due organizzazioni si sono scontrate più volte, e le loro differenze sono evidenti anche oggi, nonostante la pressione militare del nemico comune, il regime di Assad.

Questa settimana la prima risposta alla proposta russa – corridoi sicuri per far uscire i miliziani e le loro famiglie – è arrivata proprio dal leader di Faylaq al-Rahman, che parlando con l’agenzia Reuters da Istanbul, in Turchia, ha detto che la Russia punta solo a forzare l’esodo della popolazione civile.

Nonostante si tratti di un’organizzazione meno radicale Faylaq al-Rahman sarebbe alleata con Hay’at Tahrir al-Sham, l’ultima versione del Fronte Nusra, in passato braccio siriano di al-Qaida. Il gruppo è basato soprattutto nel nord, nella provincia di Idlib, e avrebbe a Ghouta solo alcune centinaia di miliziani.

Ci sono anche altre due gruppi armati, Ahrar al-Sham e Nour al-Din al-Zenki. Si sarebbero alleati poche settimane fa. Ahrar al-Sham è uno dei più importanti gruppi armati a livello nazionale. E tra i suoi rivali ci sarebbe il Fronte Nusra.

Le rivalità, come è successo a livello politico, hanno indebolito la causa dell’opposizione e sul terreno hanno complicato le cose. Ma nonostante tutto questo si tratta di organizzazioni che hanno ancora un certo appoggio a livello sociale. I residenti della Ghouta Orientale non sono certo tutti contro il governo, ma essere rimasti sotto assedio per cinque anni, e aver perso amici e familiari sotto le bombe, non può che radicalizzare tutti e spingerli ad affidarsi a chi difende quel territorio, a prescindere dalla sua strategia e ormai anche dalla sua ideologia. Un elemento psicologico ed emotivo che troppe volte viene dimenticato ma che è fondamentale. I gruppi armati, a volte, traggono vantaggio anche da questo.

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    Emanuele Valenti
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La Russia secondo Putin

La Russia è tornata. Lo sapevamo. Vladimir Putin, in un momento particolare, lo ha voluto ribadire.

A poche settimane dalle elezioni che gli consegneranno per la quarta volta le redini del paese il presidente russo ha lanciato un messaggio chiaro: la Russia è una potenza mondiale, nessuno la metterà nell’angolo, e nessuno pensi di poterla attaccare o di attaccare i suoi alleati.

Erano anni che Putin non parlava in maniera così forte, bellicosa, minacciosa, verso l’Occidente.

Diversi analisti russi hanno scritto che il 14esimo discorso alla nazione di Putin, quello di oggi appunto, è diverso da tutti gli altri.

L’appuntamento era importante. Così importante da spostarlo dal Cremlino a un centro convegni nel centro di Mosca, dove era possibile proiettare dei video con il dovuto impatto mediatico.

I video servivano a mostrare le nuove armi russe, sulle quali si costruisce la potenza del paese sullo scacchiere internazionale.

Putin ha puntato soprattutto su armi atomiche, invincibili, che nessun sistema di difesa – ha detto – sarà in grado di bloccare. Nemmeno lo scudo anti-missile americano.

Tra le armi più avanzate un missile cruise con testata nucleare e una gittata praticamente illimitata, in grado di colpire qualsiasi parte del mondo. E poi un altro missile nucleare, sottomarino, a lunga gittata.

Alcuni armamenti presentati oggi dal capo del Cremlino sono già stati testati, altri erano parzialmente noti, altri, invece sono una novità.

Ma la vera novità riguarda la modalità di presentazione e il linguaggio usato.

“Chi non ci ha voluto ascoltare prima – ha tuonato Putin – dovrà farlo adesso”.

Meno di un mese fa il Pentagono presentò il suo nuovo piano di sviluppo per gli armamenti nucleari. Ma la Russia, se si vuole guardare al lungo periodo, sta rispondendo a una scelta americana che va molto più indietro nel tempo, fino al 2001, quando gli Stati Uniti uscirono dal Trattato del 1972 per la riduzione e il controllo dei missili balistici, firmato dall’Unione Sovietica.

Da allora Stati Uniti e NATO si sono spinti fino ai confini russi. Anche la crisi ucraina in fondo va inserita in questo contesto. E appunto, come Putin sta dicendo adesso, Mosca non starà più a guardare.

Anche l’attivismo russo in Siria, dove oltretutto Mosca sta testando nuove armi, come i caccia di ultima generazione, dimostra che il Cremlino si è ormai costruito un nuovo ruolo internazionale, un ruolo molto forte.

Il messaggio, a meno di tre settimane dalle elezioni presidenziali (si vota il 18 marzo), è però anche per i cittadini russi. L’attuale presidente è sinonimo di sicurezza nazionale, ma anche di crescita economica.

Una parte importante del suo discorso Putin l’ha dedicata infatti alle promesse a uso interno: riduzione della povertà, aumento del pil e dell’aspettativa di vita. Secondo i dati dello stesso governo di Mosca i russi che vivono sotto la soglia di povertà sono passati dal 2000 ad oggi da 42 a 20 milioni. “Faremo ancora meglio”, ha detto questa mattina il capo del Cremlino.

Come minimo sentiremo il discorso alla nazione di Putin per altri sei anni, la durata del mandato presidenziale.

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    Emanuele Valenti
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Siria: tregua infranta, nuovi attacchi

La tregua in Siria, così come chiesta dal consiglio di sicurezza sabato scorso, non è mai entrata in vigore. Si trattava di un cessate il fuoco di trenta giorni in tutto il paese. Da martedì, questa volta su richiesta russa, è invece operativa una tregua di cinque ore al giorno per la regione di Ghouta Orientale. La Russia è l’attore forte della crisi siriana, ma un cessate il fuoco di poche ore al giorno non permette l’intervento delle organizzazioni umanitarie. Oltretutto i raid del regime e dell’aviazione di Mosca non si sono mai fermati. Diverse fonti sul posto hanno confermato a Radio Popolare che la maggior parte delle persone vive ormai negli scantinati per evitare le bombe e che nessuno è stato evacuato.

Martedì, a poche ore dall’entrate in vigore della tregua ordinata dal governo russo, abbiamo sentito Mohamad Katoub, della Syrian American Medical Society, la Società Medica Sirio-Americana, che da anni dà supporto a molte strutture sanitarie nelle zone controllate dall’opposizione.

Che notizie avete da Ghouta? Che idea vi siete fatti di quest’ultima proposta di tregua da parte della Russia?

“Non abbiamo grandi aspettative da questo cessate il fuoco. Da quando il consiglio di sicurezza ha chiesto che venga adottata una tregua, lo scorso fine settimana, i nostri ospedali in quella regione hanno già ricevuto più di duecento feriti, tra loro anche sedici persone (sei erano bambini) per un attacco con sostanze chimiche. Nelle nostre strutture sono anche arrivati i cadaveri di oltre trenta persone. Gli attacchi non sono intensi come quelli della scorsa settimana ma continuano a prendere di mira la popolazione civile e le infrastrutture civili. Nelle ultime 48 ore sono stati bombardati ancora due ospedali. Per questo non abbiamo grandi aspettative. La proposta della Russia,un cessate il fuoco per cinque ore al giorno, non è sufficiente. Cinque ore non bastano per un intervento da parte delle agenzie umanitarie. Gli aiuti sono a pochi chilometri di distanza, circa dieci chilometri, ma l’organizzazione e il trasporto sono complessi. Bisogna caricare, viaggiare, scaricare con il supporto degli operatori locali. Non parliamo di una zona piccola. Nella Ghouta Orientale vivono quasi 400mila persone, sotto assedio da cinque anni. Per cinque ore non sono sufficienti”.

Ci dice qualcosa di più dell’attacco chimico dello scorso fine settimana?

“Era domenica sera. Abbiamo ricevuto informazioni dal nostro personale a Ghouta. Avevano appena ricevuto sedici persone con i classici sintomi dell’esposizione al cloro. Sei bambini, quattro donne, e sei uomini. Il nostro personale è molto qualificato ed esperto. Ha operato di fronte a diversi attacchi chimici in passato. Questo è il quarto attacco chimico a Ghouta dall’inizio dell’anno. E l’attacco 197, in tutta la Siria, dall’inizio della guerra”.

Abbiamo parlato più volte con i vostri medici. In che condizioni lavorano?

“A Ghouta ci sono 107 medici, e in totale il personale sanitario è fatto da 800 operatori. I dati non comprendono solo il nostro personale. Un medico ogni 3mila e 600 persone. Prima della guerra in tutto il paese c’era un medico ogni 600 persone. Nel 2010 in Siria c’erano 40mila medici, ora solo 13mila. La maggior parte è scappata. Ovviamente in questo momento i medici hanno un sovraccarico di lavoro e sono impegnati quasi tutto il giorno. Lavorano senza sosta. Non hanno il tempo per curare tutti. Devono fare delle scelte. Soprattutto nelle ultime settimane, quando è salito il numero dei morti e dei feriti a Ghouta, hanno dovuto scegliere, dando la priorità ad alcuni, abbandonandone altri. Ci sono stati almeno 2mila feriti solo la scorsa settimana. In una zona dove mancano medicine e strumentazione per le strutture sanitarie”.

Per le notizie che avete ricevuto in questo periodo, se li ribelli avessero accettato di lasciare la Ghouta l’assedio sarebbe già finito? Ci sono diversi punti di vista su questo, ma lei che idea si è fatto?

“Qui la questione è che la popolazione civile non vuole vivere sotto il governo. La gente non vuole tornare sotto il regime. Guardiamo agli attacchi degli ultimi giorni. Sono state attaccate decine d’infrastrutture civili. Ospedali, scuole, panetterie, acquedotti. Tutto ciò che serve ai civili, non ai ribelli. Anche se i ribelli dovessero accettare di uscire da Ghouta la gente che da cinque anni vive senza cibo per decisione del governo di Damasco non accetterà di tornare sotto il suo controllo. L’uscita dei ribelli non risolverebbe la situazione”.

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    Emanuele Valenti
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Abusi sessuali in cambio di aiuti umanitari

Il dramma nel dramma.

Un’inchiesta della TV pubblica britannica, BBC, ha messo in luce come gli abusi sessuali sulle donne siriane nei punti di distribuzione degli aiuti umanitari siano ormai una costante, nonostante le prime denunce, all’interno del settore umanitario, risalgano ormai a tre o quattro anni fa.

L’inchiesta di BBC copre soprattutto la zona sud della Siria, Deraa e Quneitra. Regioni dove le dinamiche della guerra hanno permesso l’intervento delle Nazioni Unite, di altre agenzie umanitarie e di diverse organizzazioni non governative. Vista la pericolosità della situazione queste organizzazioni si sono però spesso affidate, per il lavoro sul territorio come la distribuzione degli aiuti, ad operatori locali. Il punto, quello che mette in luce l’inchiesta della TV britannica, è che questi abusi si ripetono da anni. Le denunce non sono servite a nulla.

“Le donne e le ragazze – racconta a BBC Danielle Spencer, che ha lavorato per diverso tempo nel settore umanitario in quella regione – devono essere protette. Quando ricevono cibo, medicine, generi di prima necessità, l’ultima cosa di cui hanno bisogno è che gli uomini, da cui dipende la sopravvivenza delle loro famiglie, chiedano a loro prestazioni sessuali in cambio di quegli aiuti”.

La prassi invece spesso è proprio questa. Diversi operatori umanitari intervistati da BBC hanno raccontato che i responsabili locali della distribuzione del cibo per le agenzie internazionali chiedono in continuazione alle donne prestazioni sessuali, in molti casi minacciando di non consegnare nulla.

Nel 2015 Danielle Spencer, la fonte che BBC ha scelto di mettere in video, ascoltò le denunce di molte donne in un campo profughi in Giordania. “Siamo di fronte all’esempio perfetto di come lo sfruttamento sessuale sia stato ignorato per anni. I primi rapporti sono del 2014/2015, siamo nel 2018. Quante donne hanno sofferto in questo periodo per la mancanza di supporto nel sud della Siria? Le Nazioni Unite e il sistema hanno scelto che il corpo delle donne potesse essere sacrificato per permettere alla macchina degli aiuti umanitari di andare avanti”.

Nell’estate del 2015 diverse ong e agenzie umanitarie parteciparono a un incontro organizzato dal Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite ad Amman, in Giordania. BBC cita diverse fonti. Tutte confermano che in quell’occasione vennero discussi alcuni rapporti che parlavano proprio di questo. Le Nazioni Unite, interpellate adesso dalla TV britannica, hanno confermato che da allora siano state prese misure per fermare gli abusi. Ma lo stesso Fondo per la Popolazione ONU, in un rapporto intitolato Voci dalla Siria 2018, di pochi mesi fa, parla di un quadro ancora desolante.

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La testimonianza del dottor Fayez

Staffan de Mistura, il mediatore internazionale per la Siria, ha detto che la regione di Ghouta Orientale rischia di diventare una seconda Aleppo.

De Mistura – a capo di una missione impossibile, arrivare alla pace in Siria – si sbaglia di grosso. La zona a est di Damasco è già peggio di Aleppo.

Non è certo il caso di fare la classifica di chi ha sofferto di più, ma per dare un’idea della situazione nella Ghouta Orientale basta ricordare che fino a pochi mesi prima della caduta della città chi viveva nella zona di Aleppo sotto il controllo dei ribelli, seppur in una condizione drammatica, poteva tentare di scappare in direzione nord, verso il confine turco. Gli abitanti di Ghouta, circa 400mila persone, sono sotto assedio almeno da cinque anni.

Le Nazioni Unite hanno detto che non ci sono più parole per commentare quello che sta succedendo.

Il dottor Fayez vive nella Ghouta Orientale. Ci ha detto che non sa più se è in grado di dare qualcosa alla gente che soccorre tutti i giorni. Poi ci ha scritto questo messaggio:

“Il regime ha cominciato con i missili terra-terra, che hanno colpito indiscriminatamente tutto il territorio, facendo tantissime vittime… tra loro ci sono molte donne e molti bambini.

Poi sono partiti gli attacchi dal cielo. Almeno cento attacchi aerei da ieri mattina a questa mattina. Il regime ha usato anche gli elicotteri, che hanno sganciato barili bomba. Il grado di distruzione è impressionante. Nella sola giornata di lunedì ci sono stati più di cento morti. Alcune persone sono ancora intrappolate sotto le macerie delle loro case. La protezione civile lavora senza sosta.

Nella via dove vivo io sono arrivati tre grossi missili. Mentre stavamo aiutando i nostri vicini di casa c’è stato un quarto attacco che ha ucciso altre persone”.

Ormai è impossibile fare un bilancio delle vittime. Come diceva il Dottor Fayez lunedì ci sono stati più di cento morti. Oggi potrebbero essere ancora di più. È evidente come il regime stia cercando di forzare i tempi. Dopo tanti anni vorrebbe riprendere il controllo di una delle ultime zone ancora sotto i ribelli. Secondo diversi fonti, Damasco si starebbe preparando a un’operazione di terra. La Ghouta Orientale doveva essere una delle zone dove Iran, Turchia e Russia avrebbero monitorato una graduale diminuzione delle violenze. Così non è stato. La scusa è che tra i gruppi ribelli ci sono anche miliziani vicini ad Al Qaida, che non ha mai partecipato ad alcun accordo politico.

Per i civili siriani sotto le bombe da anni non rimane che la disperazione, come ci spiega molto bene il Dottor Fayez:

“Penso che chi comanda l’esercito, o in ogni caso chi ha deciso questa operazione sulla nostra zona – che sta ammazzando la popolazione civile – non possa essere definito un essere umano… non merita di essere considerato un essere umano… sono degli assassini… stanno distruggendo tutto, stanno eliminando qualsiasi forma di vita dalla Ghouta Orientale. Quest’ultima offensiva va avanti da tre mesi. Non ci sono più scuole, università… è impossibile lavorare.

E in questa situazione la cosa più brutta è che il mondo si limita a guardare, e in alcuni casi appoggia anche i russi e il regime siriano mentre uccidono dei civili innocenti. Non c’è più umanità…

Nelle ultime 48 ore i ribelli della Ghouta hanno colpito Damasco, facendo delle vittime. Il numero varia a seconda delle fonti. In ogni caso la reazione del regime, come è stato dall’inizio della guerra, è fuori da ogni proporzionalità.

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    Emanuele Valenti
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Ci sarà uno scontro tra Turchia e Siria?

Gli sviluppi dell’intesa tra i curdi e il regime di Assad per la regione di Afrin sono ancora poco chiari. Questa mattina i media di Damasco davano per imminente l’arrivo di truppe fedeli al governo siriano nel nord-est della Siria, zona che Assad abbandonò quasi subito dopo l’inizio della guerra. E la tv di stato siriana avrebbe già cominciato a trasmettere dalla città di Afrin. Ma non si conoscono al momento molti altri particolari.

L’accordo sarebbe esclusivamente militare. Funzionari curdi, citati dall’agenzia Reuters, hanno ribadito più volte nelle ultime 24 ore che non c’è un accordo politico su quella regione. Ma la notizia di oggi ci dice che il futuro del nord della Siria dipenderà proprio dalla natura di questa intesa, che conferma per l’ennesima volta la complessità della guerra, combattuta attraverso una fitta rete di alleanze variabili.

La Turchia ha cominciato la sua seconda campagna nel nord della Siria il mese scorso (la prima fu nel 2016). Obiettivo: impedire che i curdi siriani assumano il controllo di tutto il territorio sotto il loro confine. Il governo turco considera le milizie dello YPG un’emanazione del PKK, da decenni alla testa di una rivolta armata in Turchia.

I curdi siriani sono alleati degli Stati Uniti, per conto dei quali hanno fatto sul campo la guerra all’ISIS. Anche i russi, a fasi alterne, hanno appoggiato i curdi in quella regione. Ma di fronte alla campagna turca si sono fatti tutti indietro. La richiesta di aiuto a Damasco è frutto anche di questa situazione.

Gli scontri tra milizie curde ed esercito siriano sono sempre stati molto rari. In sostanza le parti hanno cercato di evitarsi fin dall’inizio del conflitto, nel 2011. I politici curdi hanno ribadito più volte che di fronte a una marcata autonomia o a uno stato federale sono pronti a rimanere sotto il governo di Damasco. Alcuni hanno accusato i curdi di aver tenuto il piede in due scarpe per tutto il corso della guerra. Quando l’opposizione controllava molto più territorio le città curde, per esempio, furono tra le poche a non abbattere le statue della famiglia Assad. I gruppi ribelli che oggi aiutano la Turchia ad Afrin rinfacciano ai curdi di aver dato un contributo all’assedio di Aleppo. È però vero anche il contrario, e cioè che i curdi sono stati spesso usati da tutti gli attori esterni – attori regionali o internazionali – della guerra siriana.

Il governo turco ha detto questa mattina che la sua campagna non si fermerà nemmeno di fronte all’intervento del regime o delle milizie pro-governative. Erdogan avrebbe protestato lungamente con Putin durante una conversazione telefonica. Ci sarà uno scontro diretto tra Turchia e Siria? Non è scontato. La mossa di queste ore potrebbe invece far partire forzatamente un negoziato, anche con il coinvolgimento di Russia e Stati Uniti. Assad dice da mesi che il suo obiettivo è riprendere il controllo di tutto il paese, ma alla fine farà quello che gli dicono i russi e in seconda battuta anche gli iraniani, che non dovrebbero entrare nella vicenda di Afrin. Russi e iraniani hanno sulla carta un accordo con la Turchia per la riduzione dei combattimenti in tutto il paese e informalmente per la spartizione del paese in zone d’influenza. C’è anche un accordo tra Stati Uniti e Russia per il sud della Siria, accordo che oggi preoccupa Israele per l’avanzata del regime nella alture del Golan.

Gli interessi esterni, ancora una volta, salvo imprevisti, dovrebbero decidere le sorti e il futuro della regione di Afrin, nord-est della Siria sotto il confine turco.

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    Emanuele Valenti
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Netanyahu rischia il posto?

I guai giudiziari inseguono Benjamin Netanyahu da parecchio tempo.

Il premier israeliano è già stato al potere per 12 anni, anche se non ininterrottamente. La domanda in queste ore è se alla fine le ultime inchieste a suo carico, quelle confermate dal rapporto della polizia israeliana, emesso ieri sera, gli costeranno il posto.

Lui dice di no e molti analisti israeliani sono d’accordo con lui.

“In tutti questi anni ho ricevuto forti pressioni – ha detto Netanyahu – ci sono state almeno quindici inchieste a mio carico, tutte con l’obiettivo di farmi cadere. Ma è sempre finito tutto nel nulla. Sarà così anche questa volta”.

Il quotidiano Haaertz fa notare come la reazione di Netanyahu – niente dimissioni – sia l’unica che gli possa garantire la sopravvivenza politica. Da una posizione di potere – scrive Haaretz – sarà più facile resistere, soprattutto in caso di processo. Le prossime elezioni saranno tra circa un anno e mezzo, nel 2019. I membri del governo, seppur con dei distinguo, hanno confermato la loro fiducia al primo ministro. Ma nonostante tutto questo Netanyahu appare più debole e vulnerabile.

Le inchieste delle polizia sono due. La prima riguarda i rapporti del premier israeliano con alcuni magnati, come il produttore cinematografico Arnon Milchan, che in cambio di doni avrebbe ottenuto da Netanyahu una legge che avrebbe regalato l’esenzione fiscale per dieci anni agli israeliani che tornavano a vivere in Israele. La legge non venne mai approvata.

La seconda inchiesta riguarda invece i rapporti tra Netanyahu e il proprietario del quotidiano Yediot Aharonot, Arnon Mozes. Qui lo scambio era una posizione filo-governativa da parte del giornale per l’aiuto dell’esecutivo nel contenere la crescita di un gruppo editoriale rivale di Yediot Aharonot.

La polizia ha chiesto che Netanyahu venga incriminato. La decisione la prenderà il procuratore generale. Potrebbero anche passare dei mesi.

Israele è anche un importante attore in Medio Oriente. Le ultime frizioni con l’Iran in Siria hanno aggiunto un’ulteriore variabile pericolosa. Ma per ora i guai giudiziari del primo ministro non dovrebbero creare problemi ai rapporti tra Israele e gli altri paesi, come Russia e Stati Uniti. Ma se si dovesse arrivare a un processo diverse cancellerie potrebbero dover valutare se il paese – per loro importante per questioni economiche oppure geopolitiche – sia ancora stabile e il suo governo un partner affidabile.

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    Emanuele Valenti
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Una guerra, tanti conflitti

L’operazione militare americana nell’est della Siria conferma per l’ennesima volta la complessità di questa guerra. Una guerra che ormai tiene dentro diversi conflitti, con attori che di volta in volta cambiano posizione e alleati. Quella siriana, lo abbiamo già detto in passato, è una crisi ad alleanze variabili. Quello che è successo nella regione di Deir al-Zour lo conferma.

Gli Stati Uniti hanno risposto a un attacco contro una base militare dove c’erano dei loro militari insieme ai miliziani curdi delle Forze Democratiche Siriane. I curdi hanno fatto la guerra all’ISIS sul terreno, mentre la coalizione a guida americana bombardava dal cielo. Ma con ogni probabilità l’operazione che ha fatto almeno cento vittime tra le milizie filo-governative (pare non si trattasse di soldati dell’esercito siriano) non è stata ordinata per difendere gli alleati. Washington vuole difendere quel pezzo di territorio a est del fiume Eufrate perché ci sono importanti giacimenti di petrolio – prima in mano all’ISIS – e vuole ribadire la sua presenza nella spartizione delle risorse e delle posizioni strategiche in Siria.

Da alcune settimane gli alleati curdi sono sotto attacco da parte della Turchia nella regione di Afrin, nel nord-est della Siria. Lì gli Stati Uniti non sono intervenuti. Le truppe americane non sono fisicamente ad Afrin, ma nella vicina Manbij per ora non interessata dall’operazione turca, ma in ogni caso la loro inattività contrasta con l’immediata reazione di queste ore a Deir al-Zour. Tutto questo sulla carta, perché come dicevamo la crisi siriana è una crisi ad alleanze variabile e gli americani non sono disposti a fare di tutto per difendere i loro presunti alleati curdi.

La Russia, il principale alleato di Assad, ha criticato gli Stati Uniti, accusandoli di puntare alle risorse economiche siriane. Ha ragione, ma Mosca si comporta esattamente allo stesso modo. Anche i russi hanno sempre cercato di rassicurare i curdi, ma poi hanno concesso lo spazio aereo ai turchi su Afrin. Insomma il solito rebus gepolitico e militare.

Gli americani hanno detto di aver avvisato i funzionari russi della loro operazione a Deir al-Zour. Comunicazioni, tra nemici, che però in questi anni hanno sempre evitato che la guerra siriana – che ogni giorno fa tantissime vittime civili, come a Ghouta e a Idlib – diventasse un conflitto regionale se non globale.

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    Emanuele Valenti
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Grecia-Macedonia, la disputa infinita

La disputa tra Grecia e Macedonia va avanti da oltre un quarto di secolo, dal 1991 e dall’uscita della Macedonia dalla Federazione Jugoslava.

Ma in realtà identità e storia ci portano molto più indietro, ai tempi di Alessandro Magno, 2.300 anni fa. Lui stesso è tra gli oggetti del contendere.

In Grecia le manifestazioni delle ultime due settimane, prima a Salonicco poi ad Atene, hanno dato nuovamente voce al nazionalismo. In piazza c’erano molti sostenitori di Alba Dorata e molti simpatizzanti dell’estrema destra. Ma i sondaggi sembrano indicare un sostegno molto più ampio a chi non vuole fare alcuna concessione ai vicini di casa del Nord. Contro ogni trattativa c’è anche la Chiesa Ortodossa.

Le manifestazioni si sono svolte adesso perché con il 2018 sono ripresi, dopo un lunghissimo stop, i negoziati tra Atene e Skopje. Il governo greco guidato da Tsipras e il neo-esecutivo macedone di Zoran Zaev pensano sia arrivato il momento di risolvere la disputa sul nome dello Stato di Macedonia.

Subito dopo l’uscita dalla Federazione Jugoslava, la Repubblica di Macedonia venne criticata pesantemente da Atene. Macedonia è infatti anche il nome di un’importante regione greca, proprio quella che confina con la Macedonia. Skopje ottenne l’ammissione alle Nazioni Unite nel 1993, con il nome di Ex-Repubblica Jugoslava di Macedonia. Venne anche riconosciuta da molti altri Paesi. Ma Atene ha sempre bloccato, fino a oggi, il suo ingresso nell’Unione Europea e anche nella NATO. Nel 1995 i due Paesi firmarono un accordo riconoscendo la sovranità della controparte e impegnandosi a rispettarne l’integrità territoriale. Ma le cose si fermano lì. Quell’accordo governa ancora oggi le relazioni tra i due Paesi, che essendo vicini di casa hanno legami commerciali importanti ma un rapporto politico ovviamente problematico.

Il precedente governo macedone puntò molto sull’identità nazionale e sul peso della storia. L’aeroporto di Skopje, solo per fare un esempio, è l’aeroporto Alessandro Magno, che costruì il suo impero proprio partendo da questa regione, in realtà dalla zona che coincide con l’attuale regione settentrionale dello stato greco.

Per lungo tempo Atene si è rifiutata di accettare qualsiasi nome che contenesse ancora la parola Macedonia. Ora il governo Tsipras ha una posizione più flessibile. Posizione che però, come dicevamo all’inizio, ha molti nemici. Il ministro degli esteri, Nikos Kotzias, ha ricevuto in queste settimane diverse minacce di morte.

Il contesto internazionale dovrebbe aiutare. Skopje ha migliorato anche le sue relazioni con la Bulgaria, dove c’è un’importante minoranza macedone. L’Unione Europea è favorevole a riaprire il dossier dell’allargamento a Est.

Ma gli ostacoli non mancheranno. Interessi e calcoli politici stanno spingendo la destra greca ad usare la disputa con la Macedonia per rialimentare il nazionalismo. I contrari a un accordo sarebbero ben sopra il 50%. Le cancellerie europee – alle prese con i loro problemi – dovrebbero però stare attenti. Il sud dei Balcani rimane una zona ancora molto instabile, dove i sentimenti potrebbero correre più velocemente della politica e di scelte razionali.

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    Emanuele Valenti
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Taleban attivi in quasi il 70% del territorio

È difficile fare una mappatura del conflitto in Afghanistan. Una buona parte del paese è off-limits. Fuori dalle grandi città regnano diversi gruppi armati. Oltre agli attentati in grande stile nelle zone urbane – quelli che raccontano i media internazionali – ci sono attacchi di ogni tipo su base quotidiana, non coperti dalla stampa ma se sommati tra loro ancora più deleteri.

Un tentativo molto interessante lo ha fatto la britannica BBC, mandando i suoi reporter in giro per tutto il paese per diversi mesi. La loro ricerca è stata appena pubblicata, e racconta un paese dove continua a dominare una sola cosa, la guerra.

Secondo l’inchiesta della TV britannica i taleban controllerebbero direttamente 14 distretti – il 4% del territorio afghano – ma attenzione, sarebbero attivi e presenti nel 66% del paese. Una percentuale più alta rispetto a quella di altre ricerche in passato. Nel territorio sotto la costante minaccia dei taleban vivono 15 milioni di persone. Non siamo solo nelle tradizionali roccaforti del sud, come la provincia di Helmand, ma anche nei distretti dell’est, dell’ovest e del nord.

Alcune aree sono cadute nelle mani dei taleban o sotto la loro minaccia dopo la partenza delle truppe internazionali nel 2014. È successo per esempio proprio ad Helmand, dove britannici e americani persero centinaia di militari. La domanda, ovviamente, è a cosa sia servito l’intervento, durato più di dieci anni, guidato dagli Stati Uniti.

Gli attacchi di questo inizio 2018 hanno confermato anche la capacità d’azione dello Stato Islamico, che sembra voler bilanciare le sue sconfitte in Medio Oriente – Iraq e Siria – con una crescente attività in Afghanistan.

Sempre secondo la ricerca di BBC, l’ISIS sarebbe presente in 30 distretti su 400, ma non ne controllerebbe nemmeno uno. Certo gli attentati degli ultimi giorni dimostrano come dicevamo tutta la sua capacità organizzativa, ma rispetto ai taleban la sua presenza sul territorio è praticamente nulla, confinata a est verso il confine pakistano.

L’anno scorso Donald Trump aumentò di 3mila unità la presenza militare degli Stati Uniti. Oggi in Afghanistan ci sono circa 14mila soldati americani. In questi giorni Trump ha detto che non c’è alcuno spazio di trattativa politica con i taleban. Il governo di Kabul ha confermato. Ma un importante funzionario dell’amministrazione americana ha ricordato che l’obiettivo finale rimane quello. Difficile però ipotizzare quando possa cominciare sul serio una trattativa.

Un ultimo elemento importante da tenere a mente su questo quadrante è il blocco degli aiuti militari degli Stati Uniti al Pakistan, come sempre accusato di garantire rifugio a diverse milizie afghane.

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    Emanuele Valenti
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Idlib, l’ultima campagna militare

Il destino della guerra siriana è segnato da tempo. Assad e i suoi alleati hanno vinto. L’Occidente continua a rimanere alla finestra, in attesa di esercitare un po’ di influenza attraverso la ricostruzione del paese. Putin è il nuovo uomo forte in Medio Oriente. In mezzo il dramma dei civili. Centinaia di migliaia di morti. Oltre dieci milioni di profughi. Una generazione, quella dei più giovani, privata anche del diritto all’istruzione.

Il regime rimarrà al suo posto, ma a governare un paese che in parte non c’è più.

Questa è la direzione, ma sul campo la guerra non è finita. La recente sconfitta – militare – dell’ISIS ha rappresentato un passaggio importante, ma è utile ricordare quanto disse Assad all’inizio della crisi, nel 2011. “Tutti quelli che contestano il regime sono dei terroristi”. Il teorema è stato fatto proprio prima dall’Iran e poi dalla Russia, che hanno permesso ad Assad di rimanere al suo posto.

Quello che sta succedendo nella provincia di Idlib, nord-ovest del paese, sotto il confine turco, spiega molto bene il momento della crisi siriana.

Idlib è l’ultima provincia ancora sotto il controllo dei gruppi ribelli. Alla loro testa i miliziani che provengono dalle organizzazioni un tempo legate ad al-Qaida. Nel corso degli anni sono state trasferite a Idlib centinaia di migliaia di persone, soprattutto civili e miliziani che avevano ottenuto un salvacondotto dalle zone riconquistate dal governo, Aleppo su tutte.

Adesso che il resto del paese è stato più o meno messo al sicuro – dal punto di vista del regime – è arrivato il momento di riprendersi anche Idlib. L’offensiva via terra è cominciata a novembre. A fine anno la guida è passata a uno degli uomini fidati di Assad, il generale Suheli al-Hassan, reduce dalla battaglia contro l’ISIS a Deir ez-Zor, nell’est della Siria. In poche settimane i bombardamenti hanno colpito almeno dieci ospedali.

Le truppe siriane avanzano, anche con il supporto aereo russo, e sarebbero a pochi chilometri da un’importantissima base militare vicino a Maarat al-Numaan. Non siamo lontani dall’autostrada che unisce Damasco ad Aleppo, che passa dalla provincia di Idlib e la cui messa in sicurezza è il primo obiettivo del regime.

Gli scontri e i bombardamenti hanno forzato (dati delle Nazioni Unite) tra le 60 e le 70 mila persone a scappare verso nord. Una fonte di Radio Popolare non lontano dalla città di Idlib ci ha confermato che sono stati rasi al suolo villaggi che in sette anni di guerra non erano mai stati toccati. Molte persone vivono in tende di fortuna. Siamo in pieno inverno anche in Siria, la zona di confine con la Turchia è una zona di montagna. Le temperature sono molto basse.

Il regime non dovrebbe tentare di riprendere tutta la provincia con le truppe di terra. Ci sono più di due milioni e mezzo di persone e ci sarebbero troppe vittime.

Idlib rientra tra le zone per le quali Turchia, Iran e Russia avevano concordato un anno fa una graduale diminuzione dei combattimenti. In molti casi si tratta solo di un annuncio sulla carta. Vale per Idlib e vale per la regione di Ghouta Orientale, periferia di Damasco, sotto continui e intensi bombardamenti.

Ankara ha protestato per la campagna su Idlib, ha posizionato i suoi osservatori nella zona nord della provincia, ha criticato Assad, ma di più non ha potuto fare. A fine gennaio, a Sochi, in Russia, è convocata una conferenza sulla Siria, il seguito del processo di Astana. È la strategia di Putin per tagliare fuori il negoziato mediato dalle Nazioni Unite.

La Turchia, l’ultimo sponsor dell’opposizione, ha accettato di negoziare con Russia e Iran, con la promessa di un’importante zona d’influenza nel nord della Siria, sotto il suo confine. Dove oltretutto ci sono le regioni curde, un elemento molto delicato per Erdogan. Nel nord c’è anche la provincia di Idlib, che prima però – come diceva Assad nel 2011 – “va liberata dai terroristi”.

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    Emanuele Valenti
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Catalogna, e adesso?

Le elezioni di ieri dovevano fotografare la società catalana, la proiezione politico-elettorale della società catalana. Con una partecipazione sopra l’80% possiamo dire che lo abbiano fatto. Qual è la fotografia?

Sostanzialmente quella che già avevamo. Se consideriamo i due blocchi, indipendentisti e costituzionalisti-unionisti, gli equilibri non sono cambiati. Gli indipendentisti hanno vinto, hanno mantenuto la maggioranza, maggioranza sempre risicata e con un paio di seggi in meno, ma sempre maggioranza.

La grande novità in realtà è nel blocco unionista, dove ha stravinto Ciudadanos, un partito di destra nato una decina di anni fa proprio qua in Catalogna in chiave anti-nazionalista. Ciudadanos è stato il partito più votato, anche lui ha vinto queste elezioni, ed è l’espressione della radicalizzazione del fronte unionista. Nei mesi scorsi molti catalani contrari all’indipendenza sostenevano che il governo spagnolo (che nel parlamento di Madrid Ciudadanos appoggiano dall’esterno) non avesse preso una posizione sufficientemente dura. La vittoria di Ciudadanos quindi è un ulteriore problema per il Partito Popolare di Mariano Rajoy al governo a Madrid, che è quasi scomparso dalla mappa elettorale catalana.

Si può governare la Spagna con una presenza quasi nulla in Catalogna? La logica suggerirebbe di no.

Adesso la grande incognita. Cosa succederà nei prossimi mesi? Queste elezioni erano importanti, ma non decisive. Lo sapevamo. Il rischio, e il risultato di ieri lo conferma, è che rimanga tutto come prima. I partiti indipendentisti sono nella condizione di formare un governo. Non solo, per la suddivisione di voti e di seggi, il presidente naturale sarebbe ancora Carles Puigdemont, in esilio a Bruxelles e a rischio arresto se dovesse tornare a Barcellona.

Questo non era un referendum sull’indipendenza, ma alcuni dati sono utili anche in quella prospettiva. Gli indipendentisti hanno il 47,4%, ma con l’alta partecipazione hanno raggiunto il loro record per numero di voti. Gli unionisti hanno poco più del 43%. In mezzo c’è una coalizione di partiti, Catalunya en Comú, che comprende anche Podem la versione catalana di Podemos, da sempre favorevole a un referendum e diversi suoi elettori anche alla secessione. E se si escludono gli elettori di Ciudadanos, ci sono diverse richieste di cambiamento anche all’interno del fronte unionista, per esempio tra i simpatizzanti del Partito Socialista Catalano.

Per concludere. Politicamente questi numeri non sono sufficienti per spingere un’altra volta, nel breve periodo, verso l’indipendenza unilaterale. Ma dicono due cose molto chiare. La prima, il governo spagnolo deve ridare l’autonomia alla Catalogna e ritirare il famoso articolo 155. La seconda, Mariano Rajoy dovrebbe accettare di dialogare e di trattare su qualcosa. Non sull’indipendenza ma su una modifica dello status quo. Lo farà? Con la pressione da destra degli oltranzisti di Ciudadanos, un partito ormai radicato in tutta la Spagna, è quasi impossibile.

Anche qui, come in tutta Europa, ci sarebbe bisogno di statisti di spessore, in grado di guardare al futuro, al lungo periodo, non ai calcoli elettorali del giorno dopo. Ma purtroppo non sembra essere il caso spagnolo.

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    Emanuele Valenti
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Catalogna: oltre i due blocchi?

La crisi di questi ultimi mesi ha polarizzato la società non solo in Catalogna, ma anche in Spagna. Negli ultimi mesi molti, quasi tutti, hanno preso posizione. A favore o contro l’indipendenza. Con il governo spagnolo o con i secessionisti catalani. Con la costituzione e il commissariamento dell’autonomia, oppure con il diritto a decidere rivendicato da Barcellona. È stata come in una partita di calcio, o si stava da una parte o si stava dall’altra.

Le elezioni di oggi sono in buona parte proprio lo scontro tra questi due blocchi, quello indipendentista e quello unionista, alcuni direbbero quello nazionalista (termine che secondo noi non descrive alla perfezione il movimento per la secessione della Catalogna) e quello costituzionalista. La cosa più importante, quella che tutti dovremo guardare questa sera, sarà da una parte la somma dei voti dei partiti che meno di due mesi fa appoggiarono la proclamazione d’indipendenza e dall’altra quella dei partiti che difendono invece lo status quo. All’interno dei due blocchi ci sono differenze e interessi che vanno ben oltre il futuro della Catalogna e si proiettano a livello nazionale. Basta citare che gli indipendentisti non si presentano uniti, oppure che il Partito Popolare al governo a Madrid sarà tra i partiti meno votati. Ma le divisioni politiche interne ci fanno perdere di vista la cosa al momento più importante, la contrapposizione tra i due blocchi.

La polarizzazione è tale e la spaccatura è così profonda che potrebbe non esserci una maggioranza chiara. Secondo la maggior parte dei sondaggi è altamente probabile che sia così. In questo caso potrebbe diventare importante chi sta nel mezzo. Chi in questa crisi non si è schierato e ha sempre auspicato una soluzione dialogata e di compromesso, che vada oltre l’indipendenza o il commissariamento della Catalogna. Dal punto di vista politico parliamo di Podemos, del suo alleato catalano En Comú Podem (la formazione della sindaca di Barcellona Ada Colau), di alcune formazioni minori, e di alcuni esponenti del Partito Socialista Catalano, che non è sempre la stessa cosa del PSOE.

A sostenere questa soluzione dialogata, estremamente difficile, possiamo dire quasi impossibile al momento, c’è però anche una parte della società catalana. In questi giorni, alla ricerca di un luogo che potesse rappresentare l’incredibile complessità della Catalogna e la sue tante contraddizioni, siamo finiti a Sant Vicenç dels Horts, nell’area metropolitana di Barcellona. Quasi 30mila abitanti e una popolazione estremamente eterogenea. Il risultato dello sviluppo economico di questa regione negli ultimi decenni. Quindi cittadini stranieri e persone dal resto della Spagna. Sant Vicenç dels Horts è anche la città di Oriol Junqueras, l’ex-vicepresidente o il vice-presidente catalano attualmente in carcere a Madrid. Nonostante la storia di Junqueras, nonostante il suo arresto e nonostante la sua grande popolarità, che va oltre le posizioni politiche, a Sant Vicenç dels Horts molti ci hanno detto che l’indipendenza non è la loro priorità. Anche per chi si sente più catalano che spagnolo. Anche per chi non ha alcuna simpatia per la monarchia e per Mariano Rajoy.

Si tratta di prese di posizione importanti, che in qualche modo formano quella che possiamo definire la zona grigia della crisi catalana. È quasi tutto bianco o nero, ma non proprio per tutti.

Oggi non possiamo dimenticare il deficit democratico della Spagna. In un importante paese europeo ci sono elezioni con candidati in carcere oppure in esilio all’estero per le loro idee politiche. Questo è molto grave. Il partito di governo, il Partito Popolare, è sommerso dai casi di corruzione, ma nessuno dei suoi esponenti è finito in carcere come misura preventiva. La distanza tra Madrid e Barcellona sta anche in questo. Ma lo strappo che i leader indipendentisti hanno promosso in questi anni non ha conquistato proprio tutti. E la soluzione, magari tra molto tempo, potrebbe passare proprio da chi non si è schierato, o da chi ha una posizione molto più sfumata rispetto ai due blocchi contrapposti.

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“La guerra è finita, l’assedio no”

Questi potrebbero essere giorni importanti per il futuro della Siria.

Vladmir Putin, il vincitore della guerra siriana, ha ricevuto a Sochi il presidente iraniano Rouhani e quello turco Erdogan. Il giorno prima gli aveva fatto visita anche Bashar al-Assad. Sul tavolo ci sarebbe un congresso con alcuni rappresentanti dell’opposizione, da tenersi alla fine del conflitto. Il fronte anti-regime vorrebbe che Assad uscisse di scena, ma è politicamente debole. Anche i suoi sponsor – Turchia e Arabia Saudita – hanno abbandonato le richieste con le quali erano entrate in guerra.

Il futuro della Siria lo stanno decidendo russi, iraniani e turchi. I primi due schierati con il regime, gli altri con l’opposizione. Il loro accordo ha già portato alla creazione di alcune zone dove implementare cessate il fuoco a livello locale. La provincia di Idlib, la zona di Homs, il sud della Siria verso il confine con la Giordania, la regione di Ghouta Orientale, alle porte di Damasco. In quest’ultima regione – la stessa dove ci fu il famoso attacco con armi chimiche nel 2013 – i raid russi e siriani non si sono mai fermati. Da tre anni mezzo quasi 400mila persone vivono sotto assedio, nel silenzio totale della comunità internazionale.

Il dottor Orabi Faeyz lavora da cinque anni nella regione di Ghouta Orientale. È supportato dalla Società Medica Siriano-Americana.

Dottor Faeyz, in che condizioni lavora un medico nella regione di Ghouta Orientale?

“Il nostro lavoro è sempre più complicato. Dall’inizio dell’assedio della regione di Ghouta Orientale, nel 2013, abbiamo visto bombe e missili tutti i giorni, in alcuni casi anche con sostanze chimiche. Qui ogni giorno ci sono decine di morti… uomini, donne e bambini. E il materiale medico che abbiamo a disposizione è molto scarso, a causa del blocco – ingiusto – imposto dal governo. Centinaia di pazienti hanno dovuto subire l’amputazione di un arto. Persone con disabilità permanenti, che avrebbero bisogno di cure continue che noi però non possiamo garantire. Noi medici facciamo quello che possiamo. Certo lavoriamo come tutti in condizioni estreme. L’ostacolo principale è rappresentato dalla mancanza di elettricità, nei laboratori e negli ospedali”.

Ricevete ancora aiuti dall’esterno?

“Riceviamo molto poco. Il materiale che mandano le Nazioni Unite è sufficiente ogni volta per pochi giorni. Negli ultimi giorni, a causa delle pesanti operazioni militari, non è arrivato tutto quello che era necessario, per esempio non abbiamo ricevuto il materiale per le operazioni chirurgiche. In alcuni casi non possiamo procedere. Stessa situazione per i generi alimentari e i tanti casi di malnutrizione che abbiamo. Al momento è impossibile entrare o uscire dalla regione di Ghouta Orientale. Io sono qui da cinque anni. E ci sono persone che in tutto questo tempo non hanno mai potuto scappare…”.

Qual è la condizione dei bambini?

“Come dicevo manca ogni tipo di generi alimentari. Ci sono molti casi di malnutrizione. Alcuni bambini sono morti proprio a causa della mancanza di cibo. Si tratta di una carenza che sta rendendo impossibile la vita delle persone, e quindi anche dei bambini. Con la guerra e i continui bombardamenti i più piccoli hanno poi dovuto spesso abbandonare la scuola. Sulle loro case e sulle loro scuole sono state bombardate più volte, spesso anche con sostanze che sulla carta sarebbero proibite”.

La gente si aspetta ancora qualcosa dalla comunità internazionale?

“Questa gente è da anni oggetto di un assedio studiato e strategicamente sofisticato. Il mondo intero ha visto le loro sofferenze, ha visto tante persone morire. Ma nessuno ha cercato una soluzione a questo problema. Qui hanno perso ogni speranza. Non si aspettano più alcun gesto…anche se a volte, nei loro cuori, io riesco a cogliere ancora un po’ di speranza… Forse qualcuno un giorno li aiuterà… Nella regione di Ghouta Orientale ci sono 375mila persone che soffrono a causa di questa guerra ingiusta. Speriamo di riuscire a fare arrivare all’esterno il loro messaggio, la loro richiesta di aiuto. Vi ringrazio…”.

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Putin, il mediatore per il futuro della Siria

Questa potrebbe essere una settimana importante per il futuro della Siria.

A Sochi, in Russia, Vladimir Putin ospiterà mercoledì, il presidente iraniano Rouhani e quello turco Erdogan. Un incontro – ai massimi livelli – tra i paesi che da tempo stanno decidendo il futuro della Siria. Quasi un anno fa Russia, Turchia e Iran crearono il processo di Astana, con l’obiettivo di trovare una soluzione politica alla crisi siriana bypassando le Nazioni Unite, dove ovviamente i loro interessi nazionali andrebbero bilanciati con quelli di altri paesi. Da Astana, in Kazakistan, sono passati anche diversi esponenti dell’opposizione siriana. La Turchia è da sempre schierata con il fronte anti-regime. Ma ad Astana non è mai stato messo in discussione il presidente siriano Bashar al-Assad. Il prezzo che Erdogan ha dovuto pagare per partecipare alla spartizione della torta.

La riunione di Sochi sarà un passaggio fondamentale per il processo di Astana. Lo conferma il faccia a faccia, lunedì sera, sempre a Sochi, tra Putin e Assad. Il presidente siriano è rimasto in territorio russo per poche ore. Giusto il tempo dell’incontro con Putin e i suoi generali. La notizia del viaggio è arrivata solo quando Assad era rientrato a Damasco.

Secondo quanto riportato dal Cremlino i due avrebbero concordato che è arrivato il momento della politica. “La guerra non è ancora finita – hanno detto – ma con la fine dell’ISIS siamo a un punto nel quale bisogna pensare al futuro politico del paese”. Assad – sempre sulla base di quello che racconta il Cremlino – avrebbe anche accettato la possibilità di un negoziato, con chi accetta la via pacifica e rifiuta la violenza. Da ricordare che il regime e i suoi alleati hanno sempre bollato come terroristi tutta l’opposizione armata.

A Sochi ognuno cercherà di far valere le sue posizioni. Gli iraniani vogliono rimanere militarmente in territorio siriano – una posizione che spaventa Israele e Arabia Saudita – e spingono perché Assad rimanga al suo posto. I turchi vogliono che vengano riconosciute le loro aspirazioni nel nord della Siria, nel tentativo di fermare l’avanzata dei curdi, e spingono affinché questi ultimi – la loro grande ossessione – non partecipino a un’eventuale trattativa politica. I russi – la posizione intermedia – potrebbero anche accettare l’uscita di scena di Assad, ma a patto che rimanga intatta la struttura statale siriana, il loro vero punto di contatto e la garanzia della loro influenza nella regione.

Putin, il vincitore che ora veste i panni del mediatore, ha fatto sapere che in questi giorni parlerà al telefono con molti altri leader internazionali e regionali, da Trump al re saudita Salman.

Ma un possibile negoziato richiede una controparte. L’opposizione siriana, come è stato dall’inizio della guerra, nel 2011, è divisa e litigiosa. Proprio mercoledì, ci sarà una riunione del fronte anti-regime a Riad, in Arabia Saudita. Il clima non è dei migliori. Diversi dirigenti si sono dimessi, denunciando pressioni da più parti. Russi e sauditi, sulla carta su posizioni opposte, avrebbero chiesto al fronte anti-regime di accettare il ruolo di Assad e l’inclusione dell’opposizione ufficiale, quella riconosciuta da Damasco, che per il fatto stesso di essere sempre stata riconosciuta dal regime non è una vera opposizione. L’obiettivo della riunione di Riad è quello di selezionare una delegazione unitaria in vista della ripresa, la prossima settimana, dei colloqui di pace di Ginevra organizzati dalle Nazioni Unite. Un processo che in questi anni, per una serie di veti incrociati, non ha mai portato a nulla. Ecco perché la forzatura di Astana, che in questi giorni passa da Sochi, potrebbe avere successo. La via del consenso internazionale non è percorribile. Quelli che hanno vinto la guerra – russi e iraniani – e quelli che accettano lo status quo in cambio di una porzione della torta – turchi – sono nella condizione di decidere il futuro del paese. Da qui le quattro zone con dei cessate il fuoco a livello locale. Dove però, succede in questi giorni nella regione della Ghouta Orientale, alle porte di Damasco, i bombardamenti del regime non si sono mai fermati.

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    Emanuele Valenti
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Il rebus dell’indipendenza catalana

C’è molta confusione intorno alla crisi catalana. Non solo sembra impossibile fare previsioni su quello che succederà. Ci sono enormi difficoltà anche nel comprendere quello che sta succedendo adesso.

Per semplificare dobbiamo fare un esercizio intellettuale ardito, che alcuni potrebbero bollare di fantapolitica, ma in questo momento non ci sono alternative.

A prescindere da quello che succederà oggi e nei prossimi giorni, e a prescindere dal possibile arresto di Carles Puigdemont e dei suoi più stretti collaboratori, ci sono alcuni elementi che ci permettono di dipingere un quadro non così indecifrabile.

Primo. Siamo in Europa Occidentale nel 2017. Non era possibile immaginare una secessione violenta. Il fronte indipendentista – che in queste ore tutti i media e tutti gli analisti spagnoli danno per morto e oltretutto caduto nel ridicolo – non ha abbandonato il suo progetto. Semplicemente perché così gli chiede la sua base sociale. Ma visto che la rottura violenta non era possibile e visto che il piano pratico per l’indipendenza non era pronto, Puigdemont e i suoi potrebbero aver scelto di giocare, ancora per qualche settimana, nel territorio segnato dal governo spagnolo.

Secondo. In quest’ottica si spiegano una serie di cose. La dichiarazione d’indipendenza della Catalogna era sì nella risoluzione votata venerdì scorso dal parlamento di Barcellona. Ma era contenuta nel suo preambolo, che ufficialmente non è stato votato. La presidentessa del parlamento catalano, Carme Forcadell, ha letto proprio quel passaggio, andando in mondovisione, ma quelle righe, almeno formalmente, non sono state messe ai voti. Non solo. Subito dopo la dichiarazione, venerdì pomeriggio, il governo catalano si è riunito, ma senza approvare alcun decreto attuativo per dar seguito all’indipendenza. Nei due giorni successivi l’esecutivo, destituito con l’articolo 155 della costituzione spagnola, ha tenuto un profilo molto basso. Carles Puigdemont ha registrato un breve messaggio trasmesso da TV3, la televisione pubblica catalana, nel quale non ha sfidato apertamente lo stato spagnolo. “Difendiamo pacificamente il nostro progetto”. Era un messaggio per la sua base.

Terzo. Proprio in queste ore i partiti indipendentisti stanno valutando se e come partecipare alle elezioni regionali convocate da Madrid dopo aver preso il controllo della Catalogna. Le elezioni saranno il 21 dicembre. La mossa di Mariano Rajoy ha messo pressione su Puigdemont e sulla classe politica catalana favorevole alla secessione. In questo momento, visto che l’indipendenza non può essere operativa, potrebbero accettare di partecipare al voto. Il governo di Madrid racconterà che tutti hanno finalmente accettato il sistema costituzionale spagnolo e che la scommessa indipendentista è svanita per sempre. Una versione che la base indipendentista non accetterà mai, e che oltretutto, trattandosi di un problema politico secolare, non corrisponderebbe al vero.

Quarto. Da questo punto di vista la dichiarazione di venerdì scorso nel parlamento di Barcellona potrebbe essere stata usata per placare la base e studiare le prossime mosse. Ovviamente in un contesto complicatissimo. Le facce tese di Puigdemont e i suoi, venerdì, lo confermerebbero. Non erano certo le facce di chi aveva appena coronato il sogno di una vita. In questa direzione interpretativa va anche un articolo pubblicato ieri su un giornale catalano (El Punt Avui) a firma di Oriol Junqueras, il vice di Puigdemont. “Dobbiamo prendere delle decisioni difficili, che non saranno d’immediata comprensione. Non escludo mai il ricorso alle urne”. Un’altra volta un messaggio per la base indipendentista.

In sostanza per uscire dall’angolo gli indipendentisti catalani devono studiare una strategia alternativa che si potrebbe concretizzare proprio nella partecipazione alle elezioni del 21 dicembre – quelle convocate da Madrid – presentandole però come elezioni costituenti e allo stesso tempo come un plebiscito per l’indipendenza. Come se fosse il famoso referendum concordato con il governo spagnolo, che sappiamo non ci sarà mai. I partiti indipendentisti si potrebbero presentare in un’unica coalizione, compresi gli anti-capitalisti della CUP, e secondo alcune analisi che cominciano a circolare a Barcellona potrebbero anche candidare esponenti della società civile, non i politici tradizionali. La presidentessa del parlamento catalano, questa mattina, avrebbe confermato che l’organo è stato sciolto, indicando in sostanza di aver accettato il 155.

Quinto e ultimo punto. Anche le organizzazioni e le associazioni della società civile, che in questi anni hanno rappresentato la spina dorsale del movimento indipendentista, stanno tenendo un profilo molto basso. Una fonte all’interno del comitato direttivo dell’Assemblea Nazionale Catalana (quella che ha convocato tutte le grandi manifestazioni a Barcellona e il cui presidente, Jordi Sanchez, è in carcere) ha detto a Radio Popolare che sono sempre in allerta, ma che al momento il messaggio è “andare avanti con la vita normale di tutti i giorni, con molta calma”.

Il passaggio è molto stretto. La strategia potrebbe fallire. Partecipare alle elezioni potrebbe anche essere letto da molti come una resa. Ma visto che non possiamo dare per morto un movimento che coinvolge almeno la metà della società catalana (ieri sera in alcun centri fuori Barcellona si sono tenute assemblee pubbliche per strada) e visto che di fronte all’aggressività di Madrid potrebbero votare per l’indipendenza anche coloro che finora avevano difeso solo un il referendum per l’autodeterminazione, il risultato finale potrebbe essere un nuovo grande colpo di scena. Il rischio c’è. Tra due mesi potremmo ritrovarci nella stessa situazione di oggi. Perché a un certo punto, se si vuole fare una Catalogna indipendente, la rottura ci dovrà essere, e questa volta sul serio. Il movimento indipendentista spera di ampliare ulteriormente la sua base sociale, di mettere Madrid di fronte al fatto compiuto, e di raccogliere qualche tipo di appoggio dalla comunità internazionale. La partita a scacchi è destinata a continuare ancora qualche settimana, ma non può andare avanti all’infinito.

  • Autore articolo
    Emanuele Valenti
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Senza ritorno

Siamo in un territorio sconosciuto. Nessuno sa quello che succederà e gli stessi protagonisti di questa storia non sanno esattamente che cosa fare. Fino a oggi Madrid e Barcellona hanno giocato a scacchi, attendendo e provando a prevedere la mossa della controparte. Continueranno a farlo, ma in una dimensione nuova e ancora più pericolosa.

Il governo spagnolo deve rispettare la Costituzione e seguire quello che chiede la maggioranza degli spagnoli: ristabilire la legalità in Catalogna. Il governo catalano deve provare a mettere in piedi la nuova repubblica, come proclamato dal parlamento di Barcellona. Ma nella pratica è tutto molto difficile, quasi impossibile.

Lo stato spagnolo ha una presenza minima in Catalogna, la resistenza passiva al commissariamento sarà profonda, impossibile (speriamo) l’uso della violenza.

Allo stesso modo costruire uno Stato che nessuno riconosce metterà i separstisti catalani di fronte alla cruda realtà.

Ci saranno settimane e mesi di limbo. Con due sistemi paralleli. I cittadini catalani dovranno scegliere. A un certo punto Madrid e Barcellona dovranno parlarsi.

Non sappiamo se la Spagna accetterà di perdere la Catalogna, ma la separazione c’è già stata. Non c’è ritorno, anche se la tempistica è sconosciuta.

Hanno perso tutti. Madrid, Barcellona e anche Bruxelles, che ha fatto finta di non vedere un problema gigantesco, che va oltre la legalità costituzionale spagnola.

  • Autore articolo
    Emanuele Valenti
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