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Quel negozio che non vedrà la fase 2

vineria fase 2

Il vino sfuso è agli sgoccioli, le bottiglie quasi le regalano. Mentre al Quartiere Isola va in scena il primo fine settimana dopo il lockdown, con le coppie a passeggio e le famigliole accucciate sull’erba, qualcuno sta per chiudere la saracinesca per un’ultima volta.

Siamo all’ombra del bosco verticale, che per l’occasione sfoggia una fioritura degna della retorica del fu “rinascimento milanese”. Una piccola vineria di quartiere ha dato appuntamento ai clienti più assidui e fidati del tempo di prima: si svuota tutto.

I mesi passati sono stati difficili, quelli che arrivano non promettono nulla di buono: quaranta metri quadri scarsi compresi bagno e bancone, legno chiaro alle pareti, un locale intimo si sarebbe detto, ma è un aggettivo passato di moda. Secondo le nuove regole della fase 2 qui ci stanno al massimo due tavoli: a conti fatti, non ne vale la pena. Per Valeria, la vinaia, è arrivato il tempo di fermarsi.

Quanti sono nella sua stessa situazione? Non si sa, però su qualche serranda abbassata già si legge “affitasi”. Bar e ristoranti sono tra le categorie più penalizzate nei mesi scorsi, per ovvie ragioni, molti hanno accumulato debiti. E le prescrizioni anticontagio decurtano di fatto le possibilità di guadagno anche in futuro. Per chi già prima galleggiava, insomma, non c’è grande speranza, nemmeno ai piedi del grattacielo più fotografato d’Italia.

Chi invece ha le spalle un po’ più grosse può permettersi almeno di provarci. Lo storico “Nordest”, in attesa di tempi migliori, si è riciclato pollivendolo e ha messo in vetrina un succulento girarrosto. Solo asporto, s’intende. L’effetto è straniante. Ma si sa, la forma di una città cambia più velocemente del cuore di un uomo. E di una donna.

Il servizio di diana Santini in Metroregione

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    Diana Santini
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La quarantena all’hotel Michelangelo a Milano

hotel Michelangelo Milano

A ingranare ci ha messo un po’. Nel grande caos delle prime settimane della pandemia, l’hotel Michelangelo di Milano, una delle due strutture abilitate in città a ricevere persone COVID positive dimesse dagli ospedali o entrate in contatto con persone infette, era semivuoto. Complicazioni organizzative, perlopiù, oltre a qualche rivalità derivante dal fatto che è un progetto con molti attori, dal Comune alla Regione, all’ASST Trivulzio. Adesso, a cinque settimane dall’ingresso del primo ospite, è quasi pieno.

Diciassette piani, 202 ospiti su una capienza di quasi 300. Per la maggior parte sono persone dimesse dagli ospedali non completamente guarite o comunque ancora positive. E poi, qualche accesso diretto di COVID-positivi con condizioni abitative non compatibili con una quarantena, alcune decine di poliziotti per cui il Prefetto ha richiesto l’isolamento.

Nelle stanze gli ospiti stanno da soli, i pasti vengono lasciati davanti alla porta, una volta la settimana cambio di lenzuola e biancheria. Anche i consulti con i medici volontari, che offrono assistenza per otto ore al giorno nella struttura, avvengono prevalentemente al telefono.

Nel tempo la permanenza media all’hotel Michelangelo si è allungata: i 14 giorni sono diventati 21, man mano che si è capito che il virus è più persistente di quanto si pensasse. Due volte al giorno vengono misurati i parametri vitali. Ma non c’è solo questo, perchè quella dei guariti è una categoria molto eterogenea: “Chi è stato intubato per settimane ha delle conseguenze sul sistema muscolare molto importanti, stenta a camminare“, spiega il dottor Boioli, uno dei medici impegnati nella struttura. “E poi ci sono le malattie pregresse: chi è entrato in ospedale col diabete se lo porta dietro, e va curato“.

Le difficoltà ci sono e sono tante: per gli ospiti, racconta sempre il dottore, l’isolamento è duro. Molti sono stranieri, con le complicazioni linguistiche e culturali del caso. Chi è stato malato si sente un sopravvissuto. Per alcuni, i più fragili, dopo il Michelangelo non c’è nulla: come la badante che si è ammalata insieme alla donna che curava e che ora, guarite entrambe, non la rivuole più: anche la paura è contagiosa.

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    Diana Santini
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Progetto Rubrica Popolare

E adesso, ascoltatrici e ascoltatori, noi ascoltiamo voi!

Grazie a voi Radio Popolare è una grande comunità: di ascolto ma anche di intelligenze, competenze e  capacità.

Quante volte ci scrivete, mentre siamo in onda, per suggerirci precisazioni, riferimenti non immediati, linee di sviluppo delle notizie. Aiuti preziosi che ci piacerebbe mettere a frutto. Ci siamo quindi messi in testa di fare un piccolo censimento delle VOSTRE competenze, per il lavoro in redazione, per consultarvi su questioni tecniche, per avervi come interlocutori delle trasmissioni.

Ci piacerebbe poter contare sulla vostra collaborazione in modo più strutturato.

Ciascuno di voi è esperto di qualcosa, nel grande e nel piccolo.

Fatevi vivi e soprattutto vive: a parità di competenze, le donne sono meno presenti nello spazio pubblico ed è sempre più difficile trovare interlocutrici piuttosto che interlocutori.

Quindi: avvocate, agronomi, tassiste, tramvieri, sociologhe, pastori, ricercatrici, rider, ingegnere, urbanisti, antropologhe, pedagogisti, imprenditrici sociali, pendolari, facchine, dottori, operatrici sociali, biologi, astrofile, astronomi – e viceversa –  fatevi avanti!

Scrivete a santini@radiopopolare.it chi siete, di che cosa vi occupate, per che cosa possiamo contattarvi.

Non cambieremo il mondo, ma almeno proviamo a colmare un po’ il disequilibrio.
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    Diana Santini
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Marco Cappato, domani la sentenza

marco cappato

E’ una vigilia importante per tutti coloro che in questo Paese si battono per i diritti civili e per la libertà di scelta individuale in tutti i campi della vita, morte compresa. Domani si terrà a Milano l’ultima udienza del processo a Marco Cappato, dell’Associazione Luca Coscioni, che si è autodenunciato per avere accompagnato a morire in Svizzera Fabiano Antoniani, dj Fabo. Dopo un incidente Antoniani era rimasto paralizzato, cieco e costretto a nutrirsi con un sondino.

Domani potrebbe arrivare, anzi con ogni probabilità arriverà, la sentenza. Marco Cappato è accusato formalmente di istigazione o aiuto al suicidio (art. 580 del Codice penale). Ha fatto un certo clamore la richiesta di assoluzione pronunciata dal pubblico ministero Tiziana Siciliano, “perché il fatto non sussiste”, poiché Cappato non ha avuto ruolo nella fase esecutiva del suicidio e non ha rafforzato la sua volontà di morire. La pm nella sua requisitoria aveva poi aggiunto parole molto significative: “Il nostro compito, quello del pubblico ministero, continua a essere quello di rappresentanza dello Stato. In altri ordinamenti, pur civilissimi, il pubblico ministero è l’avvocato dell’accusa. Non da noi: io mi rifiuto di essere l’avvocato dell’accusa. Io rappresento lo Stato, e lo Stato è anche l’imputato Cappato”.

Marco Cappato è stato ospite della trasmissione AgitPop. Con lui abbiamo parlato di cosa si aspetta dalla giornata di mercoledì, dai giudici, e anche del piccolo passettino che in Italia si è fatto in direzione della libertà di scelta, e cioè la legge sul biotestamento, entrata da poco in vigore. Da mercoledì 31 gennaio, infatti, tutti i cittadini italiani maggiorenni in grado di intendere e di volere possono depositare le proprie dichiarazioni anticipate di trattamento, cioè segnalare a quali trattamenti sanitari accettano di essere sottoposti nel caso di una futura incapacità di autodeterminarsi e segnalare anche un fiduciario che si occupi di fare valere queste volontà. Le disposizioni anticipate di trattamento, dice la legge, si possono depositare presso gli uffici di stato civile del proprio Comune di residenza oppure presso le strutture sanitarie nelle regioni che ne hanno già regolamentato la raccolta.

Ascolta qui l’intervista a Marco Cappato

marco cappato agitpop

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    Diana Santini
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Dentro Amazon: il lavoro di un magazziniere

Dopo il clamoroso sciopero indetto dai lavoratori di Amazon Italia nel giorno del Black Friday, vi riproponiamo la nostra intervista dell’aprile 2014 a Jean-Baptiste Malet, autore di En Amazonie, libro-inchiesta sulle condizioni di lavoro in un magazzino Amazon francese, frutto della sua esperienza come addetto alla spedizione.

Jean baptiste Malet, qual era il suo obiettivo?

“Il mio primo obiettivo era rompere il silenzio che circonda ovunque i magazzini Amazon. Amazon è una grande multinazionale fondata nel 1995 da qualcuno che nel frattempo è diventato miliardario e che si chiama Jeff Bezos. E’ un’impresa che ha un giro d’affari di più di 62 miliardi di dollari e sulla quale non si sa molto. Non si sa che progetti ha per il futuro, ma neppure si sa come viene condotta nel presente, in particolare per quanto riguarda le condizioni di lavoro dei dipendenti dei magazzini logistici. L’obiettivo del mio libro era dunque mostrare cosa succede dentro un magazzino di Amazon, come si lavora, come funziona e che rischi implica il modello di vendita che sta soppiantando il modello di commercio di prossimità che abbiamo conosciuto fino a oggi”.

Perché ha deciso di infiltrarsi piuttosto che svolgere un’inchiesta tradizionale?

“In effetti da principio sono andato a incontrare dei lavoratori davanti ai cancelli del magazzini di Montélimar, nella Drôme, in Francia. In Francia ci sono quattro magazzini logistici, nel mondo ce n’è più di ottanta, molti sono in Germania, in Spagna, in Italia. E quindi ho semplicemente cercato di parlare con i lavoratori. Ma il loro regolamento interno contiene una clausola specifica che gli vieta di parlare delle loro condizioni di lavoro. Ora, in Francia il codice del lavoro autorizza i dipendenti di una ditta a dire ciò che credono del proprio lavoro, se è duro, se è difficile. Dunque, il regolamento interno di Amazon è contro la legge francese. L’azienda crea un clima di paura tra i lavoratori, che sono diffidati dal parlare con la stampa. Quando poi ho chiesto all’azienda di potere visitare lo stabilimento di Montélimar, il permesso mi è stato negato. I giornalisti non sono stati ammessi neppure quando il ministro dell’industria Arnaud Montebourg ha inaugurato lo stabilimento di Chalon-sur-Saône. Hanno dovuto aspettarlo fuori. E siccome penso che nel XXI° secolo questo genere di segreti sia intollerabile, che si debba sapere in quali condizioni si lavora, ho deciso di farmi assumere. Ho fatto turni di notte, per più di un mese, sotto Natale. E poi ho scritto il libro”.

Puoi descrivermi la tua giornata tipo nel magazzino di Montélimar?

“Il lavoro dentro Amazon è un lavoro duro nella misura in cui lo è quello di molte altre fabbriche. Ci sono però degli aspetti specifici, originali. Quello che salta per primo all’occhio è l’ultra razionalità che sta alla base dell’organizzazione del lavoro. Dico per primo perché devi uniformarti già al tuo arrivo: c’è un parcheggio e un cartello indica chiaramente che è obbligatorio parcheggiare facendo marcia indietro, in modo che le auto siano allineate tutte nello stesso verso. E’ solo un aneddoto, ma dà l’idea del clima. Io facevo il turno della notte, dalle 21 e 30 alle 4.30 o 5.30, a seconda che avessi o meno ore di straordinario. Si entra in capannoni enormi, i più grandi misurano anche 120mila metri quadrati, delle vere e proprie caverne di Alibaba in cui è stipata una quantità di merci straordinaria, maggiore di quella conservata nel più grande ipermercato che conoscete, e di ogni sorta. I magazzini sono sigillati, controllati dalle guardie, in Germania anche circondati di filo spinato. L’ambiente è ansiogeno, bisogna passare il badge, poi attraversare i tornelli e infine attraversare tutto il magazzino per andare a prendere il computer portatile su cui si ricevono gli ordini e con cui si cercano gli articoli. Accendendolo inizia il computo del tempo lavorato. Per arrivare là in fondo ci vogliono 4 minuti. L’operazione va compiuta anche andando in pausa. E così vengono rubati almeno venti minuti di tempo al lavoratore ogni giorno”.

Da quel momento inizia il lavoro vero e proprio..

“Sì, si comincia con una riunione. Dovete sapere che da Amazon l’uso del tu è obbligatorio, anche con i superiori. Il tono è quasi militare e l’obiettivo è galvanizzare i dipendenti con un discorso estremamente ideologico. Non è tanto la fatica a rendere duro il lavoro. E’ l’ideologia. Continuamente ti ripetono lo slogan dell’azienda: work hard, have fun, make history. Lavora duro, divertiti, fai la storia. E il tutto stride molto con il lavoro noioso e ripetitivo che stai facendo. L’inglese è la lingua base del lavoro ovunque si trovi lo stabilimento. Per lavorare bisogna imparare 400 parole. All’inizio del turno un manager, sempre rivolgendosi a tutti in inglese, fa dei piccoli regali ai dipendenti, nello specifico regala delle caramelle. Come a dei bambini. Poi c’è l’applauso, sempre obbligatorio, al dipendente migliore: è quello che ha completato il maggior numero di ordini nella giornata precedente. Ogni attività dei dipendenti è infatti registrata dai computer quindi è facile misurarne l’efficienza. Una cosa importante da dire è che da Amazon non c’è una quota di produttività fissa, o ottimale. Si è spinti ogni giorno a fare di più e più velocemente del giorno prima. La produzione deve solo aumentare, sempre. Se non ce la fai, lasciano scadere il tuo contratto e prendono qualcun altro”.

Come è organizzato il lavoro?

“Il lavoro è organizzato sul modello di una ferrea catena di montaggio, bisogna pensarlo come una fabbrica sterminata, anche se in effetti si producono solo pacchi postali. Tutto ruota intorno a questo. I ruoli sono differenziati, chi scarica i camion, chi va avanti e indietro dagli scaffali, chi impacchetta. Mentre lavori, qualunque cosa tu faccia, sei registrato. Ogni movimento è registrato, metro per metro. Il computer è lo strumento essenziale del lavoro, perché senza quello non puoi svolgere nessun compito. E’ la macchina che dirige i movimenti, anche perché in magazzino gli articoli sono disposti in modo casuale. Scarpe, insieme a libri, insieme a cd. Solo il computer sa dove è ciascun articolo ed è lì che ti dirige per prenderlo dallo scaffale e portarlo all’impacchettamento. Il mio ruolo era proprio questo: ho camminato incessantemente, tutte le notti, per più di 20 chilometri a notte. Fermarsi è impossibile: il manager vede in tempo reale sullo schermo del suo computer quello che stai facendo, se hai rallentato. Può scriverti un messaggio. Il computer tre volte per notte calcola la tua produttività”.

E quindi, un’esperienza dura, che le ha fatto capire che cosa?

“Che la vendita online, la vendita industriale online, è un’enorme macchina che distrugge il lavoro. Dentro i magazzini, perché dequalifica il lavoro: chiunque lo può fare, non serve formazione. Lavoro dequalificato per cui e su cui non si fa nessun investimento: in fondo che cos’è Amazon? Muri, muri con dentro merce. Non ci sono macchinari complessi, solo qualche computer e degli esseri umani. E’ un sistema che produrrà qualche contrattino a tempo, ma che annienta il commercio di prossimità e brucia molti più posti di lavoro di quelli che poi crea. Questo voglio dire a chi ci legge: per muovere la stessa quantità di merce ha bisogno di un diciottesimo del personale rispetto al sistema tradizionale. Quando comprate su Amazon, distruggete il lavoro”.

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    Diana Santini
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“Il Milan con il distintivo di Mao? Mi divertirebbe”

“Fininvest ha finalizzato la cessione alla Rossoneri Sport Investment Lux dell’intera partecipazione, pari al 99,93%, detenuta nell’AC Milan”. Il linguaggio è formale, il momento è epocale. Dopo 31 anni alla guida del Milan, dal 20 febbraio 1986 a oggi 13 aprile 2017, Silvio Berlusconi ha ceduto la squadra alla cordata capitanata da Yonghong Li, un giovane imprenditore cinese di cui non si sa molto ma che è in realtà l’espressione di un insieme di altri imprenditori, fondi, operatori finanziari sempre afferenti all’Impero di mezzo.

Così va il calcio, direte voi: l’era dei cumenda che si compravano la squadretta (come si direbbe a Milano) è bell’e che finita. Oggi per fare funzionare una grande squadra ci vogliono altre risorse, quelle appunto che le cordate di imprenditori cinesi possono garantire (o almeno così sperano i tifosi). E’ successo all’Inter, è successo a tante altre squadre, oggi succede al Milan.

Eh sì, però il Milan non è una squadra qualsiasi, e soprattutto non è uno qualsiasi Silvio Berlusconi. Che è stato un ottimo presidente. E che è stato anche il capo indiscusso della destra, anzi che anche grazie ai successi del Milan ha consolidato la sua egomonia nel Paese. Per i tanti tifosi milanisti di sinistra la contraddizione, questa contraddizione, è stata il pane quotidiano per 31 anni, o 11.375 giorni, come ha calcolato qualcuno. Oggi è finita.

Vi dispiace almeno un pochino? O la considerate una liberazione: si può tornare a essere milanisti senza essere tacciati di berlusconismo, o comunque senza essere apparentati a quella figura, imprenditoriale e anche politica. Vi dispiace di più oggi che se ne va o quando ad alzare la coppa dei campioni era lui, il capo di Forza Italia, in un certo senso in vostro nome?

Ho fatto la stessa domanda a uno che pensavo che in questa contraddizione si fosse lacerato per dei lustri, l’ex presidente della Camera, leader di Rifondazione comunista e tifoso milanista da sempre, Fausto Bertinotti.

Ci ha risposto così.

“Sono del tutto indifferente ai presidenti. Per fortuna uno tifa per una squadra per una larghissima componente inspiegabile e irrazionale. Nel tifo per me contano i colori, i calciatori, come espressione di una grande storia popolare. Se invece lo si considera un grande gioco di società, allora per affrontarlo bisognerebbe fare come Umberto Eco fece con la Fenomenologia di Mike Bongiorno“.

Quindi lei sta negando che per lei sia esistito un corto circuito tra la sua fede calcistica e la presidenza Berlusconi di quella squadra?

“Non me ne poteva importare di meno. Il Milan per me è la squadra dei casciavit. Quando ero bambino ero coppiano, quindi ero già pieno di vittorie. Non potevo anche tifare per l’Inter che vinceva tutto, e poi erano baüscia. A quell’epoca i casciavit erano quarant’anni che non vincevano un campionato. Uno come me non può interessarsi ai proprietari della squadra. Se invece vogliamo divertirci, la Cina – soi-disant comunista – che diventa proprietaria del Milan…”

E’ una bella rivincità…

“Ecco appunto, se uno vuole scherzare, la mette così”

Ma sono comunisti o no questi nuovi padroni del Milan?

“No, no. Non c’è bisogno di dire, in un commento su vicende leggere, che la Cina è un grande Paese pienamente inserito nella società capitalistica, in una competizione che lo porta a diventare, con molte probabilità, la nuova locomotiva dello sviluppo. Una grande potenza economica di mercato, governata anche da un partito che, a sua volta, si dice comunista. Però… non hanno neanche rinnegato Mao… quindi qualcosa resta, no? Pensi un po’ questo Milan che da un momento all’altro potrebbe mettersi tra i suoi distintivi anche quello di Mao…”

Le piacerebbe?

“Mah, di nuovo, se devo scherzare mi divertirebbe. Se devo parlare sul serio, anche questo mi lascerebbe del tutto indifferente. Cioè, non mi farei ingannare”

Come ultima cosa le vorrei chiedere una riflessione sull’uso politico che Berlusconi ha fatto del Milan.

“In politica gli sono stato avversario e, proprio in quanto avversario, conoscevo la sua forza, tanto che purtroppo siamo stati sconfitti più volte. Berlusconi ha colto un’onda di cambiamento che stava intervenendo nella cultura politica e, come un grande uomo di surf, ne ha preso lo slancio e l’ha governata. Pensiamo all’uso della televisione, della comunicazione di massa e, nella comunicazione di massa, certo il calcio è stato individuato come terreno egemonico, per usare un termine classico della politica”.

Grazie presidente.

“Grazie a voi. E que viva il Milan!”

Ascolta l’intervista integrale a Fausto Bertinotti

bertinotti milan

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    Diana Santini
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“Eventi rari, assistenza adeguata”

Dopo i decessi di cinque donne incinte in pochi giorni, Radio Popolare ha intervistato Serena Donati, la responsabile del Sistema di sorveglianza mortalità materna, coordinato dall’Istituto superiore di sanità e finanziato dal ministero della Salute.

Quante sono le morti di donne legate a gravidanze e parti in Italia?

“La copertura del nostro sistema di sorveglianza al momento riguarda il 73 per cento del totale dei nati in Italia, ma è altamente rappresentativa del Paese, perché le regioni coinvolte sono ben distribuite tra Nord, Centro e Sud. Il dato che noi abbiamo è di dieci donne morte ogni centomila bambini che nascono vivi. Lo stesso dato è rilevato nel Regno Unito e in Francia. Quindi ci collochiamo in una posizione avvantaggiata rispetto ai Paesi socialmente avanzati, dove il dato è di venti (o sotto i venti) decessi ogni centomila bambini nati vivi”.

“Questa è la prima informazione per le donne in gravidanza: possono e devono stare tranquille, perché i casi che si sono concentrati in questi giorni non sono un indicatore del fatto che nel nostro Paese ci sia un’assistenza inappropriata e che le mamme corrano un rischio quando vanno a partorire nei nostri ospedali. Questi casi sono legati al fatto che gli eventi rari, come la mortalità materna, a volte si concentrano in maniera capricciosa, con una distribuzione casuale, in un intervallo di tempo molto stretto. Adesso abbiamo avuto cinque casi in una settimana poi magari per qualche mese non ne avremo neanche uno”.

Di quante morti parliamo ogni anno in Italia?

“Il dato di dieci donne morte ogni centomila bambini che nascono vivi riguarda gli anni compresi tra il 2006 e il 2012, in sei regioni che coprono il 49 per cento dei nati. Quindi, se consideriamo che in Italia nascono poco più di cinquecentomila bambini ogni anno, la mortalità materna riguarda circa cinquanta donne l’anno in tutto il Paese”.

Quali sono le cause di questi decessi?

“La prima causa di mortalità materna è l’emorragia ostetrica, in particolare l’emorragia del post partum, che riguarda la metà dei decessi e che è anche la prima causa di morbosità materna, cioè di gravi complicazioni che non portano al decesso. Al secondo posto, i disordini ipertensivi della gravidanza, al terzo le tromboembolie. Queste sono le principali cause delle complicazioni ostetriche dirette. Poi invece ci sono le morti indirette che sono legate alle complicazioni di patologie preesistenti, per esempio diabete e pressione alta. In questo caso le cause sono le malattie cardiovascolari, le malattie cerebrovascolari, i tumori. E nelle morti tardive abbiamo anche una discreta proporzione di suicidi“.

Esiste anche una statistica sulla distribuizione geografica della mortalità materna? C’è differenza tra Nord e Sud?

“Ahimé sì, come c’è su tutti gli indicatori di salute. Se il dato nazionale è di dieci madri che muoiono su centomila nati, quando andiamo in Toscana i decessi sono 4,6 su centomila nati, in Campania sono 13. Un simile trend vale anche per la mortalità neonatale. Queste sono le disuguaglianze che rendono la mortalità materna, pur essendo un evento raro, una priorità di salute pubblica. Perché è un evento drammatico e perché presenta uno spazio di miglioramento su cui si può lavorare”.

Il ministro della Salute Lorenzin, quando ha annunciato l’invio degli ispettori negli ospedali dove sono morte le donne in questi giorni, si è raccomandata che le donne vadano a partorire in strutture avanzate, dotate di rianimazione per i neonati e per le madri. Questa però non è una possibilità a portata di tutte, perché i presidi ospedalieri con queste strutture sono pochi…

“L’accordo Stato-Regioni che il ministro ha sottoscritto e che le Regioni hanno firmato nel 2010 dice che i presìdi sanitari devono avere 24 ore su 24 un neonatologo che affianchi il ginecologo, l’ostetrica e l’anestesista. Questi sono i requisiti di sicurezza che tutte le strutture, anche quelle piccole, devono garantire per poter fronteggiare un’emergenza ostetrica in maniera appropriata. La terapia intensiva, al contrario, non è prevista in tutte le strutture, proprio perché è un presidio di emergenza che deve essere centralizzato perché ha un bacino di utenza più ampio. I medici vi indirizzano le donne con una gravidanza a rischio, in modo che possano essere assistite anche in caso di complicazioni. L’importante è che le donne vengano indirizzate, come suggerisce la ministra, alle strutture più appropriate rispetto alla loro gravidanza, che il più delle volte è fisiologica, non patologica”.

Esistono dei criteri di prudenza che si possono consigliare?

“Sì, il primo messaggio è che le donne devono essere tranquille perché vivono in un Paese in cui l’assistenza al percorso nascita è adeguata e dove gli esiti drammatici sono contenuti. Purtroppo questi ultimi casi hanno avuto un impatto mediatico che immagino molto ansiogeno sulle donne e sulle famiglie che si preparano ad avere un bambino. La scelta del punto nascita è un aspetto importante, ma questo viene comunemente garantito attraverso l’assistenza. Nel nostro Paese tutte le donne vengono seguite in gravidanza. Le donne possono scegliere con consapevolezza in quale struttura far nascere il proprio figlio: in base alla natura più o meno patologica della propria gravidanza, ma anche in base alle preferenze della donna, alla disponibilità del rooming in, alla promozione dell’allattamento materno, alla presenza del compagno in sala parto, alla disponibilità dell’epidurale”.

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    Diana Santini
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Stazione Centrale non è più uno spazio pubblico

Le ruspe, metaforicamente parlando, sono all’opera. Alla Stazione Centrale di Milano prendono la forma di grossi cancelli di ferro, disposti lungo tutto il perimetro esterno dell’edificio, a sigillare ogni angolo riparato, ogni anfratto, ogni possibile appoggio. La posa dei manufatti è in corso proprio in questi giorni: trentacinque grate di ferro, alcune delle quali mobili, la cui installazione era stata annunciata già nel 2010 da Grandi Stazioni (con la benedizione della giunta morattiana). Lo scopo, dichiarato, di questa decisione è evitare lo stazionamento di persone, senzatetto e migranti, durante le ore notturne. Tecnicamente lo spazio della stazione è privato e la società che lo gestisce può farne quello che vuole. Ma, idealmente, si tratta di uno spazio pubblico, e politicamente una città che marginalizza il disagio e la povertà ne risponde. Massimo Conte è ricercatore di Codici – Agenzia di ricerca sociale di Milano.

Ha visto le cancellate? Da sociologo, osservatore della metropoli e anche da cittadino, che effetto le hanno fatto?

Come prima cosa risulta evidente che la Stazione Centrale non è uno spazio pubblico e diventa, anzi, a tutti gli effetti uno spazio privato a cui si può accedere solamente per finalità legate alla missione aziendale di Ferrovie dello Stato. Per inciso, bisogna ricordare che tale missione si è modificata negli ultimi anni: non più solo luogo a cui si accede per poter prendere un treno ma anche luogo di consumo e di commercio. E quindi, se non sei fruitore dei treni e se non sei diretto in uno dei tanti luoghi di consumo costruiti all’interno della stazione, cominci a non trovare il tuo posto in quello che fino a non molto tempo fa era uno spazio pubblico. E anzi, uno spazio pubblico storicamente molto importante: le stazioni sono sempre state luogo in cui le persone cercavano rifugio e protezione, non solo un ausilio meccanico alla propria mobilità ma anche un luogo dove poter trovare calore e ristoro quando si trovavano in condizioni di vita difficili e faticose.

La stazione, quindi, come luogo privato. Lo scopo, dichiarato, di questo intervento deciso da Grandi Stazioni, è quello di impedire lo stazionamento di senza tetto e clochard.

Forse è proprio questa la tendenza culturale degli ultimi anni: a essere vittime del processo di resa igienica degli spazi sono proprio le persone che portano negli spazi gli usi più irrituali e meno istituzionalmente codificati. In questo caso oggetto dell’igienificazione sono proprio le persone che alla stazione accedono non per viaggiare ma perchè hanno altri bisogni, legati alla sfera della sopravvivenza e non a quella del consumo. Io vedo in questa scelta di Grandi Stazioni una traduzione letterale di questo processo di igienizzazione degli spazi e di messa ai margini di chi non rientra nelle funzioni solitamente centrate sul consumo, una tendenza che riguarda tutta la società. Dietro le politiche del decoro mi pare ci sia proprio il tentativo di nascondere il fatto che ci sono più o meno ampi settori della nostra società che non vivono in quanto consumatori ma in quanto portatori di altre esigenze e bisogni.

E’ un processo che vede in atto in altri luoghi o contesti in questi anni?

Devo dire che, per fortuna, le politiche di questi ultimi anni del Comune di Milano hanno cercato di invertire un po’ la rotta. Però ci ricordiamo bene come negli anni di governo del centrodestra le politiche contro chi viveva in strada erano sotto gli occhi di tutti, dalla riduzione del numero di posti per l’emergenza freddo alla copertura delle grate della metropolitana da cui fuoriusciva aria calda. Mi sembra quindi che questa decisione di Ferrovie dello Stato vada proprio in controtendenza rispetto a una politica cittadina che aveva perlomeno cominciato a interrogarsi e a cercare di intervenire a sostegno di chi vive in una condizione di fragilità. Se però guardiamo il panorama nazionale soprattutto al nord, sono molte le città che hanno esplicitamente avviato una campagna contro le persone senza fissa dimora (per esempio intervenendo sulle panchine e sulla possibilità di stazionarvi). Il dibattito è un po’ sempre quello: la questione è se le persone che vivono fuori dal circuito della cittadinanza basata sulla capacità del consumo abbiano o meno diritto a vedere garantita la propria possibilità di vita e di sopravvivenza. E questo è un discrimine culturale che negli ultimi anni è stato periodicamente messo in discussione e rispetto al quale bisogna essere molto attenti: dietro la politica del decoro, dell’igienizzazione dello spazio pubblico, c’è sempre una politica di esclusione. Ovviamente inaccettabile.

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    Diana Santini
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Glifosate, il pesticida che l’Europa tollera

Non sono bastati gli appelli delle associazioni ambientaliste e neppure l’autorevole parere dell’agenzia Onu per la ricerca sul cancro, la Iarc, che in marzo aveva classificato la sostanza come probabilmente cancerogena. L’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha classificato come non pericoloso per la salute umana il glifosate, il pesticida più diffuso al mondo. La decisione, che ora in molti contestano nel contenuto e nelle modalità di analisi dei dati, ha gelato le speranze di una possibile futura limitazione all’uso di questo pesticida sul territorio dell’Unione. L’autorizzazione europea al glifosate scade infatti il prossimo giugno: a pronunciarsi sarà la Commissione, ma come si può facilmente immaginare, il parere dell’Efsa, ha un peso determinante in questa partita. “La nostra opinione è che con questa decisione l’Efsa, più che organismo indipendente, dimostra di essere il braccio delle aziende produttrici di questo diserbante”, commenta Federica Ferrario, responsabile agricoltura sostenibile di Greenpeace Italia.

Ma perchè tanto allarme? Inventato negli anni Settanta da Monsanto e commercializzato con il nome di Roundup, il glifosate è oggi presente in tutti i principali composti diserbanti usati in agricoltura. E’ usato in abbinamento alle sementi ogm di soia e mais: sementi cioè modificate per resistere a questo specifico pesticida, in modo che spargendolo sui campi muoia tutto tranne le piante ogm. Siccome quando è stato inventato era di gran lunga meno tossico di tutto quello che c’era in circolazione all’epoca, per decenni è stato spacciato come sicuro. Una fama di innocuità che l’ha reso particolarmente benvoluto, al punto che la produzione di composti di glifosate aumenta esponenzialmente di anno in anno. Negli ultimi anni viene impiegato anche per usi urbani e domestici: anche in Italia è uno dei prodotti più utilizzati in città per tenere pulite le aiuole e i bordi delle strade.

Il problema è che ci sono molti studi, non tenuti in considerazione dall’Efsa nell’elaborazione del suo parere, che evidenziano come il glifosate sia dannoso per l’organismo umano. “E’ dalla fine degli anni ’80 che si sa che questo erbicida è un interferente endocrino, cioè una sostanza che interferisce con il nostro sistema ormonale”, spiega Carlo Modonesi, professore di Ecologia umana all’università di Parma. “In particolare il glifosato agisce sulla regolazione degli ormoni sessuali, del pancreas e della tiroide. L’interferenza endocrina provoca un sacco di guai: dalle malformazioni, alla sterilità, allo sviluppo anomalo del sistema nervoso centrale, alle malattie del sangue, alle malattie metaboliche e infine al cancro. In particolare il glifosate è correlato con l’insorgenza del linfoma non-Hodgkin”.

Carlo Modenesi: il glifosate ha evidenze cancerogene

La sua grande diffusione in contesti non solo agricoli ha fatto sì che ormai il glifosate abbia contaminato, nelle zone in cui viene utilizzato, un po’ tutto. Curiosamente in Italia l’Arpa ricerca le tracce di glifosate soltanto in Lombardia: qui a risultare contaminati sono il suolo, naturalmente, le acque, sia superficiali che profonde, e in parte anche l’aria. Ma si può vivere, e coltivare, senza glifosate? La risposta degli agricoltori biologici può sembrare scontata, in fondo è da quando l’agricoltura esiste che si coltiva senza l’aiuto dei diserbanti. Dalla loro, gli agricoltori biologici hanno il fatto che il settore è in costante crescita, nonostante gli anni di crisi e nonostante coltivino pacificamente senza l’uso di pesticidi. Quello che ora il tavolo delle associazioni ambientaliste e dell’agricoltura biologica chiede al governo italiano è di applicare un criterio di prudenza. “I pareri dell’Efsa e dello Iarc sono troppo divergenti per non richiedere l’applicazione del principio di precauzione e un approfondimento su più fronti” si legge nella loro lettera aperta diffusa qualche giorno fa. “Nel frattempo, però, rafforziamo la nostra richiesta al Governo italiano di vietare la produzione, l’utilizzo e la commercializzazione di tutti i prodotti a base di glifosato”.

Federica Ferrario: come si muoveranno le associazioni

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    Diana Santini
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Approfondimenti

Patrizia Bedori è la candidata sindaco a Milano

E’ donna, ambientalista, impegnata nel sociale e grillina della primissima ora la candidata sindaca del Movimento cinque stelle per le elezioni comunali di primavera.

Patrizia Bedori ha cinquantadue anni, da otto è iscritta al blog di Beppe Grillo e da cinque è consigliera (o meglio portavoce) in Zona 3, a Lambrate. Oggi è disoccupata ma in passato ha lavorato nel campo della pubblicità e della comunicazione. In città è conosciuta soprattutto per la sua attività nelle agguerritissime commissioni mensa.

E’ ormai ora di cena quando Patrizia Bedori riceve il testimone da Mattia Calise, candidato sindaco alle scorse comunali e unico consigliere del M5s in Consiglio comunale in questi ultimi cinque anni. E’ lui a chiamarla per la dichiarazione della vittoria, poche parole di ringraziamento davanti alle telecamere: “Spero di poter svolgere al meglio il compito che ho davanti”, ha detto la Bedori, “e spero di cambiare Milano. La voce va data ai cittadini. Lo dice il primo articolo della Costituzione”.

Si conclude così la lunga giornata delle primarie grilline milanesi. Le urne avevano aperto alle undici del mattino, in uno scenario molto urbano e molto periferico, all’auditorium di via Valvassori Peroni nel quartiere di Lambrate.

In quanti abbiano votato e in quanti avessero diritto a farlo, non è ancora dato sapere. Alcuni dati ufficiali, incluso l’ordine di preferenza degli altri sette candidati, saranno diffusi probabilmente martedì. Gli attivisti milanesi hanno votato col metodo Condorcet, che prevede che ogni elettore abbini ad ogni candidato un numero progressivo a seconda della preferenza che gli accorda: deve insomma fare una classifica tra i candidati proposti. A vincere le consultazioni è poi il candidato che raccoglie, mediamente, maggior gradimento. Si tratta di un metodo che favorisce il compromesso e scongiura possibili manipolazioni del voto e che ha messo a dura prova la pazienza di chi, tra gli organizzatori, aveva il compito di spiegare le procedure di voto agli ignari attivisti.

In ogni caso, complice una domenica tiepida e soleggiata, le consultazioni si sono svolte in un clima molto rilassato. Al gazebo d’ingresso un signore ha passato buona parte del pomeriggio a offrire fette di pane con crema alle nocciole: mica Nutella! A qualcun altro è toccato il compito di volantinare. Nei tanti capannelli sul viale d’accesso all’auditorium si è parlato di tutto: di politica, di economia, di reddito di cittadinanza, di alimentazione. E ancora: di Mattia Calise, che in tanti sostengono di avere “aiutato” in questi anni, di Beppe Grillo, che in troppi affermano di conoscere, e soprattutto di Matteo Renzi e del suo governo: naturalmente male.

E così, a sei mesi dalle elezioni comunali di Milano, la cui data non è neppure ancora stata fissata, il Movimento cinque stelle ha già la sua candidata. I sondaggi, per quel che valgono, lo danno al momento ad uno strabiliante 23%, in una città, è bene ricordarlo, in cui i pentastellati non hanno mai brillato. Che faranno dunque in questa lunghissima campagna elettorale? Scriveranno il programma perché il candidato, ricordano, è un portavoce e i contenuti sono ancora tutti da inventare. Lo faranno, ancora un volta, non online ma con una serie di concretissimi appuntamenti aperti alla cittadinanza. Si comincia già da domenica prossima con la “mobilità” e poi, fino alla fine di gennaio, ogni domenica sarà dedicata a un argomento: verde a arredo urbano, politiche per la salute, educazione e istruzione, edilizia, sviluppo economico,regolamenti, bilancio, sicurezza.

Il risultato finale del Movimento, comunque, non dipenderà solo dall’efficacia di questo esercizio un po’ utopico di democrazia diretta. Influirà certo, e molto, sull’esito pentastellato quel che succederà nei prossimi mesi nei campi avversari.

Ma di strategia, mentre il sole tramonta dietro la ferrovia di Lambrate, tra gli attivisti a cinque stelle nessuno vuol sentir parlare. Almeno per ora.

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    Diana Santini
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Approfondimenti

Ada Colau. Barcellona, sinistra e democrazia

Milano, Palazzo Reale. Più di cento sindaci provenienti da tutto il mondo sono riuniti nella Sala delle Cariatidi per firmare il Milan Urban Food Policy Pact, una carta delle buone pratiche urbane presentato come il vero lascito di Expo in tema di lotta allo spreco e sostenibilità alimentare. Tra loro c’è anche Ada Colau, da quattro mesi alla guida di Barcellona. Nel maggio scorso ha vinto a sorpresa le elezioni comunali presentandosi con una lista civica sostenuta da Podemos. Oggi tutti vogliono conoscere l’alcaldesa, la sindaca e attivista che viene dalle lotte per il diritto alla casa nella Spagna soffocata dalla crisi. Lei distribuisce sorrisi e strette di mano a tutti ma ci tiene a mettere in chiaro chi è e da dove viene.

Per farlo, Ada Colau apre il suo intervento con una critica al Ttip, il “Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti”, in via di definizione, a porte molto chiuse, tra Stati Uniti e Unione Europea. “La sfida è proprio lanciare messaggi concreti e politici in contesti come questo”, spiega in perfetto italiano. “Il fallimento sarebbe proprio venire qui, fare una comparsata e poi andarsene sapendo di non aver parlato delle cose importanti, come per esempio la denuncia del Ttip. A Barcellona abbiamo già approvato una mozione: per noi è chiarissimo che iniziative di questo tipo, che puntano a liberalizzare e dare ancora più potere ai mercati e alle grandi aziende, sono contrarie ai diritti umani, una priorità per il nostro governo cittadino”. Ada Colau è alla guida della città da quattro mesi. La prima domanda della nostra intervista è, dunque, la più naturale: “Come va?” Lei risponde: “Intensamente” ed elenca tutte le difficoltà che ha dovuto affrontare in questi quattro mesi di governo.

Ada Colau: i miei primi quattro mesi

Mentre Ada Colau parla, gli ospiti internazionali lasciano Palazzo Reale e  i commessi vanno avanti indietro rassettando e raccogliendo cartelle stampa abbandonate. La sindaca parla delle misure di emergenza di lotta alla povertà e all’emarginazione. Gli alleati più preziosi in questo periodo di insediamento, dice, “sono stati i funzionari del comune, contenti di essere finalmente considerati attori politici nelle decisioni che riguardano la città. Sono persone di grande esperienza e con un profondo senso del servizio pubblico, non so come avremmo fatto senza di loro”. E poi c’è la cittadinanza, tanto importante per una sindaca che ha fatto della partecipazione civica una bandiera.

Ada Colau: la partecipazione civile

Naturalmente, tra gli argomenti di cui parliamo con la Colau non mancano la Catalogna e la questione dell’indipendenza. Il presidente catalano Artur Mas, vincitore delle elezioni regionali del 27 settembre scorso, ha promesso di portare la regione all’indipendenza entro il 2017, con o senza l’assenso di Madrid. Il giorno in cui abbiamo realizzato l’intervista Artur Mas era davanti a un giudice del Tribunale superiore di giustizia per rispondere dell’accusa di disobbedienza civile. Sulla questione catalana la posizione di Podemos, il principale partito che ha sostenuto la candidatura della Colau,  può apparire contradditoria: chiede che si tenga finalmente un referendum vincolante, per lasciare ai catalani la possibilità di scegliere, ma non è apertamente schierato per il sì all’indipendenza. Ada Colau ha sempre difeso questa posizione.

Ada Colau: l’indipendenza catalana

La sindaca di Barcellona non ha paura di dire che sogna una Spagna diversa. E che si sente parte di un cambiamento che sta avvenendo. Chiede di Milano, del sindaco Pisapia e di chi prenderà il suo posto tra qualche mese. Si informa della”primavera arancione” e delle primarie ancora in forse; dei candidati della società civile che, al momento, non ci sono. Alla domanda: “Come avete fatto voi, con tutti i grandi partiti contro e con la paura della crisi a farcela?”, Ada Colau racconta quanto lavoro ci sia dietro a una vittoria, per tutti gli altri, inaspettata: il lavoro nei quartieri, il movimento degli indignados, poi la vittoria schiacciante del partito popolare e il bisogno, per tanti, di mettersi finalmente in gioco, anche dal punto di vista elettorale.

Ada Colau: come abbiamo vinto

Interessante è anche il discorso che Ada Colau fa sulla relazione con i partiti della sinistra tradizionale. “Non è del tutto vero che non hanno contribuito alla vittoria della nostra lista”, spiega, “anzi: molte persone con quella provenienza hanno capito che le forme tradizionali non erano più efficaci e hanno aiutato il nostro progetto. Semplicemente hanno avuto l’umiltà di fare un passo indietro”

Ada Colau: la sinistra tradizionale

Quando ci salutiamo inizia a fare buio. Nelle sale di Palazzo Reale non c’è ormai quasi più nessuno. Una ragazza, che ha ascoltato l’intervista a qualche metro di distanza e poi si è avvicinata e seduta, si avvicina.  “Buonasera, volevo ringraziarla – dice – lei è fonte di grande ispirazione per me. Sono la sindaca di Molfetta”. Allo sguardo interrogativo di Ada Colau risponde con le coordinate: “Molfetta è in Puglia, dove c’era Vendola, si ricorda?”.

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    Diana Santini
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