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Itinerari di guerra: l’insegnante Mohamed Ali

foto di fabio viola - Pireo

Prosegue il viaggio di Moby (10.40/12) attraverso gli itinerari migranti. Abbiamo deciso di raccontarvi storie di viaggio un po’ particolari, viaggiatori che arrivano da Siria, Iraq e Afghanistan in cerca di un po’ di pace e di una vita migliore. Alessandra Lanza, in compagnia di Open Borders, ha incontrato alcune di queste persone e ne ha raccolto le testimonianze. Il secondo racconto che vi proponiamo, e che trovate anche su Witness Journal, riguarda Mohamed Ali, insegnante Afghano, accampato al Pireo.

L’intervista e sotto la traduzione di Alessandra Lanza.

Mohamed Ali dal campo allestito al Pireo

Mi chiamo Mohamed Ali, ero un insegnante in Afghanistan e certe volte insegnavo inglese anche ai ragazzi. Nella mia provincia avevo anche un negozio di macchine fotografiche. Ora sono qui e non so cosa devo fare. Con i volontari non parlo più tanto. Ho avuto dei problemi. Molte persone delle ong mi hanno chiesto di fare il traduttore, sono pochi i rifugiati che parlano inglese, ma non lo posso fare. Ho provato ma sono subito stato accusato dai profughi di aiutare una etnia al posto che un’altra. Mi dicevano lo fai solo per la tua etnia, per le tue persone. E’ stato molto brutto e così non lo ho fatto più. Non mi piace questo. Siamo tutti rifugiati, siamo umani ma non tutti lo capiscono. E così il mio più grosso problema adesso è cosa fare. So che in Grecia non possiamo stare, non c’è lavoro, non ci sono soldi… E quindi vorrei andare in Svizzera li ti danno un lavoro, una casa.

Mia moglie è incinta e ho bisogno di avere un posto dove non sia in pericolo. Dall’Afghanistan siamo dovuti scappare. Io sono Hazara, che se sapete qualche cosa del mio paese, è una etnia perseguitata. Mia moglie è Tagiki di Kabul, quando suo padre è morto si è trasferita dallo zio che è un funzionario del governo afgano. La famiglia di mia moglie era contraria al matrimonio, non volevano che mi sposasse. Le regole Tagiki sono diverse dalle nostre e molto dure. Ma noi ci amavamo, così quando abbiamo deciso di sposarci mi hanno detto che se la volevo in moglie avrei dovuto diventare un loro servitore, avrei dovuto insegnare le loro regole, io non ho voluto, così per sposarmi lei è scappata ed è venuta a vivere nella mia città, a Ghazni. Noi siamo molto in pericolo in Afganistan, siamo dovuti fuggire, noi ci siamo sposati per amore: l’amore è vita.

Per arrivare in Grecia abbiamo camminato sulle montagne per 15 ore, una volta ho perso mia moglie e mio figlio per due ore sulle montagne in Iran sulla strada per la Turchia. C’era molta gente, poi li ho ritrovati. Tutte le persone piangevano nelle 14 ore di camminata sulle montagne ma siamo arrivati in Turchia a Dogubayazit. In Turchia ci hanno dato una casa, ci hanno messo su un pullman e ci hanno fatto arrivare a Istanbul. Per arrivare dall’Afghanistan alla Turchia ci abbiamo messo 2 mesi. Abbiamo speso 7.000 dollari. Abbiamo usato una organizzazione, hanno fatto tutto loro. Ci avevano proposto anche di organizzarci il viaggio direttamente dall’Afghanistan ma volevano 8000 dollari e non li avevo. E’ stato un parente a presentarmi uno di loro, me lo sono ritrovato in casa, ho provato a contrattare la cifra ma non ci sono riuscito. Così la prima parte del viaggio lo abbiamo fatto da soli. Siamo partiti a piedi. Poi abbiamo capito che era meglio se avevamo aiuto se ci affidavamo a qualcuno che ci organizzava il viaggio.

Ci hanno fatto anche il passaporto, eravamo in tante persone. Hanno organizzato anche la barca. Siamo arrivati in Grecia a Kios. Ora che siamo qui da parecchie settimane non abbiamo più soldi. Sono preoccupato per mio figlio che sta male, ha la diarrea e i medici che abbiamo incontrato ci hanno detto di bere acqua, tanta acqua. Ma non si cura solo con l’acqua, sono preoccupato anche per mia moglie, il cibo che ci distribuiscono due, tre quattro volte al giorno quando capita i volontari greci non è mangiabile. Oggi abbiamo buttato via anche il riso e poi qui non abbiamo neanche un posto dove poter stare e offrirvi qualcosa da bere e da mangiare. Teniamoci in contatto.

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    Disma Pestalozza
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Itinerari di guerra: Zoe e Liat

Prosegue il viaggio di Moby (10.40/12) attraverso gli itinerari migranti. Abbiamo deciso di raccontarvi storie di viaggio un po’ particolari, viaggiatori che arrivano da Siria, Iraq e Afghanistan in cerca di un po’ di pace e di una vita migliore. Alessandra Lanza, in compagnia di Open Borders, ha incontrato alcune di queste persone e ne ha raccolto le testimonianze. Il terzo racconto che vi proponiamo, riguarda Zoe, volontaria greca e Liat, rifugiata.

L’intervista e sotto la traduzione di Alessandra Lanza.

Zoe e Liat

Zoe:
“Athina è una amica, e quando abbiamo lanciato l’appello per trovare persone che avessero posto in casa per ospitare i profughi si è data subito disponibile. Athina ha un negozio di alimentari in paese, andavamo da lei a prendere latte, formaggio per i rifugiati e ce li dava gratuitamente. Così si è proposta, ci ha detto: ho spazio e lo posso fare, posso ospitare una famiglia. Adesso sono due settimane che ha iniziato ad ospitare rifugiati. In questo momento ha come ospiti tre persone: una madre sola e i suoi due bambini. Quella di ospitare le persone in casa non è una scelta semplice, è fatta sulla base di un senso di umanità. Le persone che sono arrivate in Grecia prima dell’accordo con la Turchia sono in possesso di un permesso di transito e quindi sono libere di muoversi questo permette a loro di spostarsi e a noi di ospitarli. I rifugiati che ospitiamo sono principalmente persone in difficoltà. Donne da sole con bambini piccoli, malati.

Liat, la donna che ospita Athina prima di trovare una casa, era a Idomeni, aveva piovuto tanto e c’era fango, era veramente difficile per lei continuare a stare li. In questi casi diamo ai profughi una casa per qualche giorno. Si fanno una doccia, si riposano, dormono in un letto, si curano. Si crea una relazione speciale tra le persone. Athina non parla inglese e nemmeno Liat, ma si capiscono, ce la fanno. Noi gli consigliamo di usare Google per tradursi le frasi. Il motivo che ha spinto tutti noi ad ospitare i profughi è perché continuavamo a guardare alla televisione situazioni disperate e sentivamo di non potere fare nulla. Questo invece è un modo di poter fare qualcosa, è una questione di umanità. Di essere umani con loro. La gente inizialmente è razzista perché ha paura ma poi quando viene in contatto con i rifugiati e vede che sono persone come noi inizia a fidarsi e gli viene voglia di aiutare. Anche perché ne loro ne noi abbiamo supporto dal Governo e così facciamo quello che possiamo come persone civili. Athina va avanti e indietro tra casa e negozio 5-6 volte al giorno per vedere i suoi ospiti come stanno, se va tutto bene o se hanno bisogno di qualcosa. E dato che al negozio fa la spesa per la sua famiglia, la fa anche per loro. Inizialmente era la mamma di Athina a prendersi cura degli ospiti, a fargli da mangiare, ma adesso se lo fanno da soli. Hanno gusti diversi dai nostri e diversi modi di cucinare”.

Liat:
Vengo dalla Siria. Sono siriana di Aleppo e voglio raggiungere mio marito in Germania. Sono partita per la Turchia un anno fa insieme a mio marito e a i nostri due figli poi io e i figli siamo tornati in Siria mentre mio marito ha proseguito il viaggio da solo. Non avevamo abbastanza soldi per proseguire il viaggio tutti insieme. Sono dovuta tornare a casa in Siria per due mesi fino a che i miei genitori mi hanno prestato i soldi per partire. Allora siamo ripartiti per la Turchia dove siamo stati un mese e infine siamo arrivati in Grecia a Lesbos, Mytilini, poi al Pireo e infine ad Idomeni prima della chiusura delle frontiere. I miei figli avevano molta paura, avevamo bisogno di lavarci, faceva freddo adesso ringrazio molto di avere trovato una casa ma vorrei partire. I miei figli piangono ogni giorno perché vogliono vedere il padre e io dico sempre: domani, domani. Forse domani. Voglio proseguire il viaggio soprattutto per loro. Mio marito in Siria faceva i ricami sui vestiti.

Quando eravamo in Turchia mio marito lavorava come sarto, avevamo affittato una casa. Per attraversare il mare in barca abbiamo preso accordi con gente siriana, ho speso 700 dollari per me e 350 per ciascuno dei miei figli. La nostra barca era abbastanza piccola, eravamo in 24 persone e 10 bambini. Siamo partiti da Izmir, l’accordo lo abbiamo preso con uomini siriani. Quando siamo partiti c’era l’uomo con cui abbiamo chiuso l’accordo che ha detto io non guido il gommone, ma un altro uomo che era con noi ha tirato fuori una pistola dallo stivale, gli ha puntato la pistola e gli ha detto o guidi o ti ammazzo. Abbiamo avuto molta paura, i bambini piangevano.

Abbiamo preso dei fiori e li abbiamo piantati nel giardino vicino a loro così pensano che c’è vita e casa. I bambini sono molto spaventati e tutte le volte che passa un aereo nel cielo, corrono dentro casa, quando un cane abbaia loro scappano. I bambini hanno una grande paura che qualcuno possa ucciderli”.

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    Disma Pestalozza
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Itinerari di guerra: Amani, la dentista

Prosegue il viaggio di Moby (10.40/12) attraverso gli itinerari migranti. Abbiamo deciso di raccontarvi storie di viaggio un po’ particolari, viaggiatori che arrivano da Siria, Iraq e Afghanistan in cerca di un po’ di pace e di una vita migliore. Alessandra Lanza, in compagnia di Open Borders, ha incontrato alcune di queste persone e ne ha raccolto le testimonianze. Il terzo racconto che vi proponiamo, e che trovate anche su Witness Journal, riguarda Amani, prima dentista in Siria, oggi suo malgrado profuga.

L’intervista e sotto la traduzione di Alessandra Lanza.

Amani

E’ così brutto, questo campo è bruttissimo. Quando piove è terribile e molto freddo. Venite dentro alla tenda se volete bere un caffè.
Vengo dalla Siria, da Aleppo. In Sira facevo la dentista, il tecnico dentista. Ho già 6 anni di esperienza di lavoro. Era un bel lavoro. Sono arrivata qui in Grecia approdando a Mytilini, Lesbo il 23 febbraio con la mia famiglia di sette persone. Abbiamo preso una grande barca eravamo in 40. Abbiamo avuto molta fortuna il mare era calmo e siamo partiti all’alba. Ci sono volute 2 ore e mezzo. Quando siamo arrivati a Mytilini ci hanno trattenuto una notte nella stazione della polizia, c’era anche la polizia turca. Ci hanno costretti in una piccola stanza insieme ad altre 300 persone. Donne, uomini, bambini, anziani, tutti insieme.

Ci hanno dato un piccolo pezzo di pane e niente altro. Tutti se ne volevano andare, non c’era altro cibo, stanze. Niente. Poi ci hanno dato i documenti e lasciato andare. Siamo stati quattro giorni a Mytilini e quindi abbiamo preso la nave a siamo arrivati ad Atene. Siamo andati a Idomeni, ma li era terribile, faceva freddo, non c’era cibo e la frontiera era chiusa. Non si poteva stare, così siamo venuti al Campo di Cherso su un pulman della Polizia. Io sono in viaggio da 3 anni. Ho infatti lasciato casa mia ad Aleppo 3 anni fa. Non so più niente di casa mia.

Ho continuato a cambiare casa e posto dove stare fino a che siamo arrivati in Turchia a Izmir dove siamo stati una settimana. Poi da li siamo andati a Kavala e quindi Mytilini e ora il Campo di Cherso. E’ già un mese che siamo qui, è un grande problema. Nessuno sa nulla di quello che ci succederà. Tutti se ne vogliono andare. Al campo ci danno cibo, tre volte al giorno: pasta, riso. Certe volte carne altre volte pollo. Ma il cibo non è buono, non c’è amore in questo cibo. Ma forse a noi non importa, a noi importa partire. Mio fratello e mia madre sono già in Germania, mia madre da 5 mesi e mio fratello da un anno e mezzo.

A Francoforte, mio fratello va a scuola e sta imparando la lingua. Noi li sentiamo al telefono grazie ad internet. Ci stanno aspettando. Quando la guerra finirà io vorrei tornare in Siria. A casa. Ora voglio solo andare in Germania, ma se devo aspettare tanto in Grecia, voglio cambiare campo. Ne voglio cercare uno migliore. Qui c’è il grandissimo problema dei bagni, non ce ne sono. Ce ne sono solo 20 per quasi 4.000 persone. Non possiamo lavarci e la doccia ce la facciamo nei bagni usando acqua scaldata sul fuoco. E l’acqua che usiamo dobbiamo comperarla, usiamo quella delle bottiglie. Spesso ci compriamo il cibo e lo cuciniamo sul fuoco fuori dalla tenda. Infatti c’è un piccolo supermercato a 25 minuti a piedi da qui. Ci andiamo 3, 4 volte alla settimana. E spesso ci fermiamo nei bar a ricaricare i telefoni. Qui spesso salta la luce, per una settimana non c’è stata. A Cherso convivono siriani e iracheni, non è facile. Amani significa speranza.

foto | Fabio Viola – Open Border Sguardi Migranti

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Itinerari di guerra: il viaggio di Fatima

In questa prima settimana di programmazione di Moby (dalle 10.40 alle 12), abbiamo deciso di raccontarvi storie di viaggio un po’ particolari, gli itinerari dei migranti che arrivano da Siria, Iraq e Afghanistan. Alessandra Lanza, in compagnia di Open Borders, ha incontrato alcuni di queste persone in fuga da eventi drammatici e ne ha raccolto i racconti. Il primo che vi proponiamo, e che trovate anche su Witness Journal, è il racconto da Ktima Irakli.

L’intervista a Fatima e sotto la traduzione di Alessandra Lanza.

Fatima Ktima Iracli Camp

Sono arrivata in Grecia dalla Turchia con mio marito e mia figlia in barca, è stato difficile arrivare da sola ma ce la ho fatta! Quindi sono andata al confine con la Macedonia e i confini erano chiusi. Il mio cuore si è spezzato e ho pensato, dio mio è come in Siria. Non mi posso muovere, non posso andare da nessuna parte.

Qual è la differenza? Ho lasciato i confini della Siria per raggiungere mio figlio che mi sta aspettando, glielo avevo promesso. Per uscire dalla Siria e raggiungere la Turchia abbiamo camminato per tante ore strisciando come serpenti per non farci vedere, è stato difficile ma sono diventata forte in questo viaggio. Pensavo di avere delle possibilità di farcela, di riuscire a raggiungere mio figlio che è partito qualche mese fa da solo a 13 anni. Ha fatto lo stesso viaggio che ho fatto io, un viaggio lungo. In molti mi hanno chiesto perché lo hai fatto partire da solo? Se lo tenevo in Siria magari veniva ucciso. Ora è in Germania e va a scuola. In Siria mio figlio non poteva andare a scuola perché ogni giorno c’erano bombe, spari, moltissima gente pericolosa che si muoveva tra le case, ogni cosa è ferma in Siria eccetto la guerra. Quella non si ferma mai. La Siria era un bellissimo paese ma ora non c’è niente tutto è bombardato, non c’è cibo, nulla. Mio figlio è andato con suo cugino di 13 anni anche lui. Ora è a Francoforte con suo zio, in una bella casa. Sono partiti a gennaio.

Io sono diventata forte, finirò il mio viaggio in Germania! Ho bisogno di gente bella come voi per darmi forza e coraggio. Qualche volta ho bisogno di scherzare. Mio marito ha il cuore rotto per quello che succede e per l’assenza di nostro figlio. Sono stata io a spingerlo a lasciarlo andare. Ogni giorno però soffre per il fatto di averlo fatto partire. Io gli dicevo: fallo andare, avrà possibilità in Europa. I suoi coetanei giravano armati e magari un giorno lo avrebbero ucciso. Mio marito insegnava all’università. E ora soffre moltissimo.

Per arrivare in Grecia ci abbiamo messo 3 ore con una barca. Maglà era il nome del turco che ci ha dato la barca. I trafficanti hanno voluto molti soldi 600 euro a persona. Eravamo in 38 persone nella barca che era molto piccola. Siamo partiti da Izmir (a ovest della Turchia, ndr). I bambini piangevano era notte. Sembrava di essere in un film, in un incubo: è stato molto difficile. Prima di arrivare alla spiaggia, la barca si è fermata e la polizia greca è arrivata a salvarci. Ci hanno dato coperte, vestiti, cibo ci hanno trattato molto bene e ci hanno portato in un grande campo. Quindi abbiamo proseguito fino Atene in nave e siamo andati a Idomeni in quel grande problema che è il confine con la macedonia. E abbiamo avuto la cattiva notizia della chiusura del confine. Questa è stata la cosa più difficile. Sono sopravvissuta nel superare i confini con la Siria, la barca… Ma stare al confine ad aspettare è peggio. Non mi piace aspettare, attendere il cibo, non mi piace quel tipo di vita. In Siria avevo una vita molto attiva, ma sono sicura che domani sarà un giorno migliore di oggi.

foto | Cosimo Calabrese – Open Border Sguardi Migranti

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Popolarie 2016, le elezioni di Radio Popolare

Le elezioni del nuovo sindaco di Milano si avvicinano e con esse la tensione, le scaramanzie, la militanza, l’impegno… e la voglia di mettersi in gioco! Non tutti hanno la possibilità di candidarsi sindaco, di diventare assessore, di essere capogruppo in Consiglio Comunale, qui entriamo in gioco noi. Radio Popolare e Codcast vi danno la possibilità di essere eletti attraverso le Popolarie 2016! Le prime elezioni di Radio Popolare, dove chiunque (o quasi) si può candidare, ci sono alcune semplici regole che potete leggere sulla nostra pagina Facebook, dove potete anche farvi avanti con un semplice messaggio, una foto e le vostre proposte.

Selezionate uno spin doctor, affidate la vostra immagine ad un epigono di Henri Cartier-Bresson e trovate il miglior ghostwriter in circolazione, oppure, più semplicemente, fate tutto da voi; l’importante è che la vostra candidatura sia ben fatta e segua le regole. Fatevi coraggio e sfidate l’Ambientalista, il Cazzaro, il Pensionato e tutti gli altri! Le Popolarie 2016 aspettano solo voi!
Candidatevi alle Popolarie 2016.

#popolarie2016

Hai mai pensato di candidarti come sindaco di Milano? Finalmente puoi farlo, grazie alle #popolarie2016. È un gioco, ma neanche più di tanto. Guarda questo video! Basta avere delle idee valide: per partecipare e inviare la tua candidatura manda un messaggio alla pagina di Radio Popolare oppure clicca direttamente questo link http://bit.ly/1TfCN5t Saranno poi i tuoi amici e il loro voto a determinare se sarai il sindaco “popolare” per la città di Milano.

Gepostet von Radio Popolare am Donnerstag, 28. April 2016

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Museo della Radio: Fase 1

Sembrava impossibile ma ce l’abbiamo fatta. O quasi. Ecco, a dire il vero non abbiamo finito di imbiancare, abbiamo messo giù solo il fissante, ma l’obiettivo lo abbiamo raggiunto lo stesso: iniziare la creazione del Museo di Radio Popolare.

Da circa un mese stiamo martellando tutti i giorni con Pezzi da 40 [18.30/19.15 dal martedì al venerdì], spingendo il piede sull’acceleratore sulla folle idea di creare un museo a costo zero. Per ora abbiamo speso zero e abbiamo ottenuto una bellissima giornata di imbiancatura, cui ne seguirà un’altra per concludere i lavori, insieme a un gruppo di ascoltatori volontari che si sono pure divertiti.

Un grosso grazie a Cecilia, unica donna, scappata dopo 90 minuti, il tempo di capire chi aveva attorno; Gianfranco, capo cantiere a sinistra; Michele Mikis Sessa, bravissimo a fingere di lavorare; Andreino, con la tuta da imbianchino più figa che c’è e con un ghetto blaster attaccato alla cintola dei pantaloni, viva il bluetooth; Davide, il vice di Gianfranco, ma anche mente estetica del gruppo; Disma Pestalozza e Alessandro Diegoli vivandieri, bellissimi uomini e fini umoristi; Carlo Coscia, con un marsupio carico di amicizia, abilità manuale e intellettuale, tempera e temperanza; Markus, imbianchino solidale e fotografo ammirato da Cartier-Bresson (le foto a corredo dell’articolo sono sue) e ovviamente Claudio Agostoni, travolgente leader spirituale e pittore sincretico.

La fase uno è partita, rimettere in sesto gli spazi. Di lavoro ce n’è un sacco, ma l’obiettivo resta lo stesso: aprire a giugno. Quanto meno il nucleo fondante del museo, che al momento nelle nostre teste è la ricostruzione di uno studio d’epoca di RP più un percorso temporale attraverso oggetti e audio d’epoca. Tutto, sempre ovviamente a costo zero.

La giornata di ieri, il White Day, è stato reso possibile anche grazie a Maura che ci ha portato le torte salate senza le quali saremmo collassati in mezzo alle tolle di tempera; grazie a chi ci ha portato i pasticcini a merenda e come ciliegina sulla torta, mentre stavamo finendo è arrivata una torta, senza ciliegina ma con una bellissima decorazione che riproduceva il logo di RP. Grazie a chi ha portato il vino e le birre e soprattutto anche a coloro che sono passati a consegnarci del preziosissimo materiale d’epoca che entrerà di diritto nel museo: un revox del ’78, la telecamera di Radio Popolare quando voleva diventare televisione, delle pubblicazioni firmate RP perse nelle pieghe del tempo che probabilmente nemmeno Piero Scaramucci si ricorda. Insomma una bellissima giornata, come sempre resa possibile dalla più bella delle community, quella di Radio Popolare. Tenetevi pronti perché ci saranno altri appuntamenti, altri momenti di lavoro e di socialità. Siete bellissimi. Grazie.

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Foto|Markus Sottocorona

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Tim Cook, Apple e l’Fbi

Da cosa nasce cosa e da una tragedia come quella della strage di San Bernardino può nascere un dibattito sulla privacy che coinvolge l’Fbi e alcune tra le più potenti multinazionali del Globo. Gli attori in campo all’inizio erano un paio, un giudice federale che ha chiesto per conto dell’Fbi a Apple di poter accedere ai dati contenuti in un telefono di proprietà di uno degli attentatori di San Bernardino, rinvenuto sulla scena del crimine, e Apple.

Tim Cook, per conto di Apple, con una dichiarazione pubblica ha detto no al giudice, all’Fbi e indirettamente alle politiche securitarie del governo americano. I dati all’interno del cellulare resteranno, per quanto riguarda Apple, all’interno del cellulare. Dagli ingegneri di Cupertino non arriverà alcun aiuto informatico per aprire il cellulare e ricavarne dati più o meno utili alle indagini. In seguito alla dichiarazione del numero uno della Mela sono intervenuti nel dibattito anche altri grandi del settore come Google, Twitter e Whatsapp, sostenendo la presa di posizione di Tim Cook.

Secondo Tim Cook dare accesso all’Fbi ai dati contenuti nel telefono creerebbe un precedente pericoloso. Ovviamente Cook, come i vari Ceo coinvolti nel dibattito, sostiene che bisogna proteggere la cittadinanza dal terrorismo, ma aggiunge che rendere possibili degli hacking sui telefoni darebbe in mano al governo le chiavi ai dati personali di milioni di americani e non solo. Il dibattito e le dichiarazioni dei big della Silicon Valley lo si può seguire tranquillamente su Twitter, dove si sono palesati più o meno tutti quelli coinvolti nella storia. Infine, anche Zuckerberg per conto di Facebook si è schierato con i suoi colleghi. Sono principi politici o mosse di marketing? Probabilmente entrambe le cose.

A Maramao abbiamo approfondito il tema con Paolo Dal Checco, informatico forense dello studio Difob, che per lavoro in passato si è trovato in una posizione simile a quella del giudice americano, ossia nella situazione di dover accedere ai contenuti di un iPhone per un caso avvenuto in Italia. Oltre a raccontarci la sua esperienza con l’azienda americana, ci chiarisce meglio gli aspetti tecnici e giuridici del caso.

Ascolta qui sotto l’intervista a Paolo Dal Checcho trasmessa a Maramao

Paolo dal checco informatico forense parla di Tim Cook , Apple e governo americano

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Pezzi da 40

Sono passati 40 anni da quel lontano 24 dicembre, da quella vigilia di Natale durante la quale un manipolo di sognatori decise di registrare la testata di RP. Quarant’anni e qualche giorno dalla registrazione dal notaio, le trasmissioni poi iniziarono qualche tempo dopo, quando con esattezza non si sa bene. Comunque nel ’76. Per questa nascita così sfumata e spalmata nel tempo, abbiamo deciso di prenderci un intero anno per festeggiare la nostra radio. Un “nostra” inclusivo, che abbraccia i lavoratori passati da questa emittente in quattro decadi, ma anche e soprattutto gli ascoltatori e ancora di più i sostenitori che in tanti anni ci hanno dato ossigeno con i loro abbonamenti e con il loro sostegno economico.

Ebbene, per festeggiare abbiamo in ballo parecchie cose, una di queste è un’impresa da matti quali siamo, la creazione di un museo. Dici niente. Non abbiamo nulla, abbiamo solo i locali, alcune stanze al piano sopra le nostre redazioni e sopra gli studi. Stanze che prima di tutto andranno pulite e imbiancate, poi riempite, seguendo un progetto si spera il più completo possibile. Tutto questo lo vogliamo fare in 4 mesi partendo da zero, senza fondi, senza mobili, senza vernice, senza espositori, senza materiale… ma con un sacco di voglia di fare e soprattutto insieme a voi.

Il museo dovrà essere patrimonio collettivo, incentrato su RP ma in generale sulla radiofonia libera. Dovrà essere collettiva anche la messa in opera, il reperimento del materiale, il lavoro. Se non si fosse capito, abbiamo bisogno di aiuto, di ogni aiuto possibile, dalla vernice alle registrazioni, dai vecchi gadget alle foto storiche, passando per l’olio di gomito. Tanto.

Creare un museo non è uno scherzo, anzi, è un vero casino. Ma a noi piace metterci nei casini, di solito ci va bene e vengono fuori delle figate, proviamoci anche questa volta!

Per qualsiasi contatto e per dare una mano ci trovate in onda con Pezzi da 40 dal martedì al venerdì, tra le 18.30 e le 19.15. Su facebook o alla mail quaranta@radiopopolare.it

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La bici non si tocca, il bollo non ci sarà

biciclette parcheggiate

#Labicinonsitocca. Negli ultimi giorni è questo l’hashtag che ha conquistato a più riprese la prima posizione nella top ten dei trending topic di Twitter. La storia è molto semplice, il senatore Marco Filippi ha presentato un emendamento al ddl di riforma del Codice della Strada. Per la precisione l’emendamento 2.13 al ddl 1638, che conteneva l’idea dell’introduzione di un’idonea tariffa che avrebbero dovuto pagare possessori di motoslitte e biciclette atte a trasporto pubblico e privato di merci e persone.

In breve il web è insorto al grido di #Labicinonsitocca. La paura di molti era che sarebbe stata introdotta una targa e una tassazione tipo bollo dell’auto, anche per le biciclette. Con il passare delle ore e l’aumentare della protesta, cavalcata alla grande (qui ) anche da Maramao, il senatore Filippi ha spiegato che la tassa sarebbe stata applicata solo ai veicoli commerciali atti al trasporto di persone, come i risciò per capirci.

Per chiarire la situazione una volta per tutte abbiamo ospitato a Maramao il senatore Filippi. A pagare sarebbero solo coloro che utilizzano il veicolo a scopo lavorativo e solo per il trasporto persone – ha raccontato il senatore Filippi – sarebbe escluso dalla tassa il trasporto merci. Inoltre, la targa sarebbe in realtà solo un numero identificativo apposto al telaio (facoltativamente), registrato in un’anagrafe dei veicoli a pedali, utile per rintracciare la bici in caso di furto. Qui sotto l’audio con l’intervista.

intervista al senatore filippi

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Cara maestra, ieri mio papà…

quadernini dei bimbi delle elementari in mostra

Ve li ricordate quei lunghi giorni, lunghissimi, interminabili, passati tra le quattro pareti della classe alle scuole elementari? Studiando cose che ci sembravano astruse e incomprensibili quanto inutili e completamente estranea alla nostra vita, insegnamenti impartiti da maestre che ci apparivano arcigne e crudeli, il cui unico scopo era farci soffrire sopra il sussidiario.

Unici rifugi l’intervallo e l’immaginazione, spesso quest’ultima, riversata su diari e quaderni in forma di parole e soprattutto disegni. Ebbene, c’è chi ha avuto la geniale idea di raccogliere i quadernini delle elementari degli italiani, dalla fine dall’800 ad oggi. Un progetto tanto folle quanto bello che soddisfa la curiosità di chi vuole sfrugugliare tra le pagine scritte da altri, di chi vuole immergersi nei ricordi, ma anche di chi vuole capire la storia e la sua evoluzione attraverso un punto di vista molto particolare, quello dei bambini.

Disegni, temi, pensierini e quant’altro, tutto raccolto e catalogato. Se volete dare un’occhiata al progetto c’è il sito quaderniaperti dove compare una selezione dei quaderni e una mostra che apre i battenti oggi [giovedì 26/11/2015] allo Spazio Ex Fornace, Alzaia Naviglio Pavese, 16. L’esposizione resta aperta fino al 9 dicembre, orari: dal lunedì al venerdì 9/17; sabato e domenica 11/18.

A noi di Maramao è piaciuta così tanto che oltre ad aver intervistato l’ideatore Thomas Pololi [qua sotto l’intervista], vi abbiamo chiesto di postare sulla pagina Facebook di Maramao la foto di una pagina dei vostri quaderni delle elementari, sicuri che una volta aperti avreste passato delle ore ad immergervi nei vostri ricordi.

Intervista Thomas Pololi

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Anonymous vs Isis, cosa possono fare gli hacker

Il volto di Guy Fawkes, o meglio il volto che gli hanno attribuito Alan Moore e David Lloyd nella graphic novel [leggi fumetto] V per Vendetta, accompagnato da un’orribile voce digitale che rovina completamente l’effetto WoW, è ormai ben conosciuto da tutti come icona di Anonymous.

Guy Fawks aka Anonymous , nel suo ultimo comunicato diffuso tramite l’internet, in estrema sintesi, ha detto che la farà pagare all’ISIS. Ha lanciato sui social network #OpParis che è parte di #OpISIS, una vasta operazione di individuazione di account, siti e server appartenenti al Califfato, una sorta di schedatura che potrà poi essere utilizzata in alcuni casi semplicemente per hackerare o chiudere account di propaganda, in altri fornirà basi per ulteriori indagini.

Cosa Anonymous farà dei dati non è ancora chiaro, il movimento di hactivist è diviso al suo interno, c’è chi vorrebbe fornire i dati ai governi, c’è chi non crede nei governi e vorrebbe seguire altre strade, come ha fatto recentemente con il Ku Klux Klan.

La guerra di Anonymous contro ISIS è già in atto da parecchio e ad oggi il gruppo di attivisti della rete avrebbe già spento migliaia di account dei seguaci del Califfato. A Maramao abbiamo approfondito il discorso con l’esperto di informatica forense Paolo Dal Checco dello studio DiFoB di Torino, il quale ci ha raccontato quali sono le strategie di Anonymous e di come le loro armi facciano paura a ISIS, tanto che il Califfato si sta organizzando per arginare i possibili danni arrecati dagli hacker. Qui sotto l’audio con l’intervista.
Intervista con Paolo Dal Checco

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Wiki Loves Monuments, il concorso copyleft

La Sacra di San Michele ammantata dalla neve

Wikipedia, che dio la benedica [espressione di uso comune a prescindere del proprio credo o non credo religioso], è fatta di parole ma anche di splendide foto, rigorosamente in copyleft, possono essere riutilizzate liberamente, modificate, distribuite, con la condizione dell’attribuzione dei crediti e che i prodotti derivati dalla foto siano a loro volta rilasciati in copyleft.

Prima di dimenticarmi, è il caso che quindi attribuisca i crediti alla spettacolare foto che vedete qua sopra, terza classificata nel concorso ma prima nel nostro cuore. Lo scatto è di Elio Pallard e ritrae la Sacra di San Michele, titolo: La Sacra ammantata dalla neve. E il nostro dovere da sostenitori del copyleft è stato compiuto.

Ma la fonte delle foto qual è? Ne abbiamo parlato con Andrea Zanni, presidente di Wikimedia Italia, che ci racconta del concorso fotografico che Wiki Loves Monument attraverso il quale vengono raccolte delle splendide foto di monumenti italiani, che andranno a condire le pagine relative alle varie voci dedicate a città e monumenti.

Con Andrea abbiamo anche scoperto un bizzarro inghippo della burocrazia italiana, in sostanza per fotografare un monumento e diffondere la foto, prima bisogna chiedere il permesso agli enti preposti [comuni, regioni, soprintendenze…], immaginate per una cosa delle dimensioni di Wikipedia quante richieste bisogna fare. Non sempre il permesso viene concesso. Qui sotto l’audio con l’intervista a Maramao.
intervista ad Andrea Zanni Wikipedia

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Tempeste solari: cosa sono e cosa si può fare

I film catastrofici ci hanno insegnato ad avere paura della natura, acerrima nemica dell’uomo, che cerca di sterminarlo con ogni mezzo a sua disposizione. Poi, tanto, c’è Bruce Willis che arriva e ci salva tutti.

La realtà è un filo diversa, ma effettivamente cose come asteroidi ed eruzioni solari possono davvero causare grossi problemi, chiedetelo ai dinosauri. Oggi ci concentriamo sulle eruzioni solari, la notizia è che gli studiosi hanno ipotizzato che nel giro di una decina d’anni potrebbe verificarsi, le probabilità sono intorno al 12%, un’enorme tempesta solare.

In soldoni, un’eruzione solare di grosse proporzioni potrebbe causare enormi danni a tutto ciò che funziona con l’elettricità, potrebbe cancellare hard disk, interrompere le linee di comunicazione e cose così. Eventi simili si sono verificati più volte in passato, il più noto è “L’evento di Carrington” avvenuto nel 1859 devastando la rete telegrafica dell’epoca. Oggi ci affidiamo un filo di più alle tecnologie e i danni potrebbero mettere in ginocchio il mondo, sotto molti punti di vista.

Gli Stati Uniti stanno lavorando ad un progetto per tutelare i satelliti e per arginare i possibili danni. Ma noi come siamo messi? Che cos’è esattamente un’eruzione solare? Che danni provocherebbe e le probabilità che avvenga nel futuro prossimo sono davvero alte? Dato che noi non ne sappiamo nulla, lo abbiamo chiesto ad un esperto del settore, al Professor Mauro Messerotti, docente di meteorologia spaziale all’Università di Trieste, membro dell’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) e dell’Osservatorio di Trieste. Secondo Messerotti il pericolo è reale, anche se al momento non possiamo prevedere con precisione quando si potrebbe verificare un evento di questo genere.

Qui sotto l’audio con l’intervista realizzata a Maramao.

Intervista a Mauro Messerotti

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Web reputation, cos’è e come tutelarsi

La web reputation è un concetto relativamente recente, semplicemente perché prima non c’erano social network, motori di ricerca, siti di video sharing e compagnia cantante. La web reputation è banalmente l’insieme di cose che ci riguardano che si possono trovare nell’internet, nonché il seguito che abbiamo sui social network. Fotografie di noi che facciamo gli scemi, situazioni imbarazzanti, articoli di giornale che raccontano una situazione di cui siamo stati protagonisti, nostri commenti sui siti o nei forum e via dicendo.

Se fino a quindici anni fa, o qualcosa di più, per scovare notizie di carattere giornalistico relative ad una determinata persona dovevamo recarci in una biblioteca e visionare centinaia di microfilm, oggi ci basta il proverbiale click su Google, preceduto dalla digitazione di un nome. Tutto molto semplice, ma anche piuttosto pericoloso. È dello scorso anno la sentenza della Corte Europea che stabilisce il diritto all’oblio dei cittadini, ossia di non comparire tra i risultati dei motori di ricerca con link relativi a contenuti non più rilevanti, come ad esempio un fatto di cronaca del passato.

Oltre alla cronaca però c’è anche tutto ciò che noi mettiamo su internet, sui social network, su Youtube, Instagram e via dicendo. Non solo, c’è anche tutto quello che mettono i nostri parenti e i nostri amici. Materiale difficilmente rimovibile dalla rete che potrebbe produrre in alcuni casi effetti negativi sulle nostre vite. Non solo, oggi sta crescendo una nuova generazione che è nata dopo l’avvento dei social network, sarà la prima generazione protagonista passiva degli stessi, attraverso i video e le foto, i racconti, condivisi dai genitori su Facebook, su YouTube e, come ripeterebbe nuovamente mia nonna, compagnia cantante.

Saranno felici, una volta adulti, di essere stati esposti ad alcuni miliardi di spettatori dai genitori? Forse sì, forse no. Nel dubbio meglio tutelarsi. A Maramao abbiamo fatto una chiacchierata con l’ing. Alessandro Trivilini, docente di ingegneria del software e responsabile del Laboratorio di informatica forense della SUPSI.

Alessandro Trivilini

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Maramao sperimenta Amazon Prime Now in diretta

Alone Diegoli

La tentazione di testare ciò che avevamo raccontato si è fatta forte, pressante, abbiamo messo mano ai portafogli (dei conduttori) e investito la bellezza di 26 euro circa, compresi i 6,60 per ricevere il pacco entro un’ora. Smartfone alla mano, abbiamo ordinato su Amazon Prime Now: Merenda Prosciutto Cotto Citterio (1.10 €); Maschio prosecco Extra Dry pacco da 3 bottigliette (4.58 €); Tosti Prosecco pacco da 3 x 200mm (10.69 €); due tubi di Pringles Hot & Spicy (1.84 € x 2). Ordine effettuato alle 16.47, consegna avvenuta alle 17.07. Esperimento riuscito. Pringles, come sentirete nella diretta radiofonica, mangiate in tempo zero.

l’audio dell’esperimento
Maramao prova Amazon Prime Now

Screenshot del nostro ordine
Screenshot dell'ordine da noi effettuato

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Amazon Prime Now, (quasi) tutto e subito

Oggi, martedì 3 novembre, prende il via Amazon Prime Now, un nuovo servizio del colosso di Seattle che consente, per ora solo agli abitanti di Milano, di ricevere nel tempo record di un’ora qualsiasi cosa ordinata tramite l’app Prime Now. Applicazione scaricabile gratuitamente da Google Play e App Store di Apple.

Il costo del servizio è di 6,90 € per chi richiede la consegna dei prodotti acquistati entro un’ora, gratuito se vi accontentate di un paio d’ore di attesa. La scelta è tra quindicimila articoli, per lo più da supermercato: detersivi, vino, bibite, prodotti freschi, surgelati e un po’ di tecnologia.

Internet è impazzita, l’hashtag #AmazonPrimeNow è tra i più frequentati nelle ultime ore e i commenti su Twitter vanno dal “Non vedo l’ora di trovarmi all’ora di cena con il frigo vuoto per fare un ordine su #AmazonPrimeNow” a “Improvvisamente mi vengono in mente un sacco di cose di cui ho assolutamente bisogno in 1-2 ore”. Qualcuno lamenta il fatto che sia disponibile solo a Milano, dato che il relativamente nuovo magazzino di Amazon si trova proprio nel capoluogo lombardo.

L’esperimento milanese arriva subito dopo la prima sperimentazione effettuata a Seattle dal gruppo guidato da Jeff Bezos, il 25 agosto ha aperto ufficialmente il Prime Now nella capitale del grunge e poco più di due mesi dopo sbarca nella (ormai ex) città di Expo.

Stando alle cronache dei giornali online di Seattle, le spedizioni arrivano nei tempi promessi e possono essere tracciate in tempo reale tramite l’app. Il servizio funziona dalle 8 della mattina a mezzanotte ed è strettamente legato all’abbonamento Prime di Amazon (19,99 euro l’anno). Amazon Prime esiste da una decina d’anni e in sostanza consente di ricevere i pacchi di Amazon in tempi più rapidi risparmiando qualcosa, l’app Prime Now è una sorta di estensione del vecchio Prime.

Nel 2016 il campo d’azione dovrebbe allargarsi ad altri centri urbani italiani, ma nel frattempo staremo a vedere le reazioni di commercianti piccoli e grandi, che come è già accaduto alle librerie, si troveranno a dover lottare con un colosso dell’e-economy che entra sempre più a contatto con l’economica tradizionale. Non finisce qua, per prendere ancor più confidenza con il campo da gioco del commercio tradizionale, oggi a Seattle Amazon ha inaugurato la sua prima libreria fisica.

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