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L’America di Dylan

Alessandro Robecchi è un fiero dylaniano. Se qualcuno non se ne fosse accorto prima, dovrebbero essere bastati i suoi due recenti romanzi gialli, con un protagonista, Carlo Monterossi, che usa la musica e le parole di Bob Dylan come terapia, come colonna sonora dei suoi momenti più introspettivi.

Non potevamo dunque che pensare a lui, per un commento sulla decisione di dare il Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan. E così, al microfono di Davide Facchini, Robecchi si è sbilanciato sulla questione più dibattuta in queste prime ore dopo l’annuncio della decisione dell’Accademia Svedese. E’ giusto dare il Nobel per la Letteratura a Bob Dylan, un cantautore?

“Anche io ho letto un po’ di discussioni tra i puristi della letteratura, critici per questa scelta, e quelli che sostengono che il concetto di letteratura si possa e si debba interpretare in un senso più ampio. Io rispondo sia da fan di Dylan, sia da appassionato lettore. E la risposta è sempre sì, e giusto. Anche se è molto difficile separare le sue parole dalla musica, io dico che pochi hanno raccontato l’America, dagli anni ’60 a oggi, come ha fatto lui. Se chiediamo alla letteratura una capacità di comprensione della realtà e una sua traduzione in parole, in poesia, io credo questo Nobel sia meritatissimo. L’opera di Dylan testimonia una presenza poetica che si può mettere sullo stesso piano dei grandi autori della Beat generation, ma in più Bob Dylan ha avuto una carriera molto più lunga e sfaccettata. Dylan ha fatto parte di quella poetica e poi l’ha ripudiata, ne ha trovata un’altra, poi ha raccontato un’America più ottimista, poi una più depressa, poi ha raccontato il Vietnam, la questione razziale, e molto altro ancora. Prendendo in esame il corpus dell’opera di Dylan, anche i più feroci detrattori credo debbano ammettere che si tratta di una voce che ha scollinato il Novecento come poche altre“.

Ascolta l’intervista integrale con Alessandro Robecchi

Alessandro Robecchi su Bob Dylan

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    Davide Facchini
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Renzo Arbore: “Non sono solo canzonette”

Renzo Arbore era a Milano per presentare il suo ultimo libro E se la vita fosse come una jam session? scritto con la giornalista Lorenza Foschini e con le foto scelte da sua sorella. Lo raggiungiamo al telefono e sembra quasi che sia lui ad accoglierci nella sua trasmissione: sicuramente ci accoglie nel suo mondo, la radio, da uomo di spettacolo che ha inventato e rinnovato la comunicazione e l’entertainment in Italia.

E’ orgoglioso sopratutto della sua Orchestra Italiana con cui è di nuovo in tour, dopo 24 anni di carriera; ci tiene a sottolineare he si tratta della più longeva orchestra stabile del mondo: ”Pensate che neanche Duke Ellington ha suonato così a lungo con gli stessi elementi”. Artisti scelti uno per uno da Arbore, personaggi che amano la musica moderna ma anche la tradizione, seguendo, parole sue, la lezione di Renato Carosone.

La vita come una jam session quindi, una vita passata a improvvisare per cercare di fare qualcosa che non era ancora stato fatto. E’ accaduto in radio con Alta Fedeltà e Bandiera Gialla, è accaduto in televisione con Quelli della notte e Indietro Tutta ma tutto nasce dalla musica: paradigma di quell’unione tra preparazione e improvvisazione che ha reso Renzo Arbore un pioniere in ogni impresa in cui si è cimentato.

“Il jazz è improvvisazione ma ci vuole preparazione e background, se non sai suonare il blues non puoi essere un bravo jazzista”. Più difficile è insegnare la capacità di improvvisare: “In televisione l’ho fatto ad esempio con Roberto Benigni e Marisa Laurito, mentre nella musica è più facile”.

Scopriamo un Renzo Arbore amante dei nuovi media, tanto da passare alcune ore della notte a surfare nel web cercando anche contenuti da proporre sui suoi canali e trovando, non sorprendentemente forse, una genuina mancanza di “recita” che la televisione preconfezionata, tutta uguale e studiata a tavolino, oggi ha perso quasi del tutto.

Nella nostra chiaccherata c’è spazio per qualche aneddoto, come l’ultima puntata di Quelli della notte, “uno dei momenti più belli della mia vita, è importante lasciare un progetto quando il successo è al suo apice. Mi ricordo che alla fine dell’ultima puntata in via Teulada c’erano 5000 persone ad aspettarmi e dovetti aprire il tettuccio della 500 per salutarli e ringraziarli a voce”.

E spazio anche alla politica: “le unioni civili sono necessarie ed inevitabili. Ho vissuto tante battaglie, da quella per il divorzio a quella sull’aborto. Ci arriveremo prima o poi è una questione di evoluzione e progresso”.

Infine la domanda cui tengo di più: Renzo Arbore: alla fine sono solo canzonette oppure no?

“No che non sono solo canzonette! Escludiamo per un attimo “Vamos a la playa” dei Righeira, che pure ha il suo fascino. Canzoni di artisti come De Andrè, De Gregori, Dalla fino a Silvestri e Cristicchi andrebbero studiati a scuola esattamente come la ‘donzelletta vien dalla campagna’. E’ cultura italiana e andrebbe diffusa nel mondo, anche in altre lingue attraverso Internet”.

Ascolta l’intervista integrale con Renzo Arbore:

Intervista Renzo Arbore Audio

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    Davide Facchini
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Approfondimenti

Andy dei Bluvertigo ci racconta il Festival / 3

Oggi terminano le corrispondenze con Jack di Andy dei Bluvertigo che per la settimana del Festival ci ha racconta i retroscena da San Remo.

Nell’intervista fa riferimento al fatto che nel pomeriggio, in conferenza stampa, si sarebbero detti “dispiaciuti” del fatto che gli Elio e le storie tese non li avessero invitati per suonare con loro insieme ad Adrian Belew, storico chitarrista di Bowie e King Crimson, scoperto da Zappa negli anni Settanta. Amarezza aumentata dal rapporto d’amicizia che lega le due band. Ma quando lo abbiamo intervistato per Jack, non poteva ancora parlarne.

Cari amici vicini e lontani, un saluto da Andy dei Bluvertigo dall’ Hotel de Paris di san Remo, in questa giornata piovosa.

Allora, cerchiamo subito di ravvivare l’atmosfera, i nostri ascoltatori si sono dimostrati interessatissimi…

Ai nostri interventi? O anche alle cazzate…

Questo sì , ma anche a quello che potrebbe essere definito l’erede del Berghain di Berlino come migliore club d’Europa , il club 107.

È un posto che sta dando molte soddisfazioni perché anche ieri Morgan mi ha raggiunto con una vestaglia d’altri tempi, abbiamo parlato, ascoltato musica, visto video molto interessanti e ascoltato anche gli Arcade Fire che amiamo. E quindi ieri il club è stato meno pieno del solito ma è stato molto ricco, a livello emozionale. Poi ieri eravamo contenti, perché la performance sul palco è andata secondo me molto bene. Nel frattempo continua la mia ricerca dei sosia che percorrono le vie di San Remo: oggi ho collezionato Mister Bean e poi il sosia più azzeccato di tutti , quello di Riccardo Fogli.

Dai Andy, non è un sosia è il Riccardo Fogli originale.

Ma no, vedi che sei il solito pregiudiziale… vabbè, sono un cretino ammetto che è lui. Ho conosciuto Riccardo Fogli in persona che si è complimentato con noi e anche anche Stefano D’Orazio sempre dei Pooh.

Che rapporto hai tu con i Pooh?

C’è grande rispetto anche se non li conosco bene di persona; Stefano D’Orazio è molto intelligente e piacevole. E poi Roby Facchinetti: adesso tutti lo prendono un po’ giro per come utilizza le vocali quando canta (e intona un ironico diuooo delle cittuaaaa, ndr) però non dobbiamo dimenticare che i Pooh sono in fondo un’azienda gigantesca che viaggia bene da quanti? 40 anni? Ai loro tempi erano all’avanguardia: sono stati i primi ad investire per laser e coreografie nei loro concerti. Poi ovviamente non li seguo molto musicalmente, però ho molto rispetto di questi che hanno ancora voglia di lavorare in questo modo e con un bel sorriso sulla faccia.

Il programma di oggi e di questa sera, Andy?

La giornata sarà dedicata alla promozione Conferenze stampa ed interviste, dalle 3 saremo alle 6. E poi dobbiamo affrontare questione che per noi è importante, per ora non ti posso anticipare niente e perché è una cosa seria. Un casino che dobbiamo avere la lucidità di gestire con intelligenza, verrà fuori in conferenza stampa.

Scusa, stai dicendo che sta per venire fuori un pieno?

Sì, secondo me sì. Cioè, secondo me un pieno da gestire, ma non posso farti anticipazioni perché ne parlerà prima la Universal.

L’indicazione è questa: nel pomeriggio di oggi scoppierà un bubbone.

No, non è che scoppierà un bubbone, è solo una situazione che noi faremo presente;, è una questione tra musicisti che troviamo un po’ più’ importante delle questioni che vengono affrontate normalmente nel Festival con la stampa. Prendi il dopo Festival: avrei voluto intervenire per dire che non mi sembrava bello il modo con cui vengono trattate le “nuove proposte”.

Nel senso che non ti hanno lasciato intervenire?

Non mi hanno lasciato intervenire:la Gialappa’s Band ci parlava sopra per principio e hanno snobbato anche il grande Ezio Bosso, lasciandolo lì in secondo piano, trattandolo in maniera superficiale. Due giornalisti hanno detto due cose sulla voce di Morgan e sulla voce di Patty Pravo, che ha risposto “Stella, ma io ricevuto una standing ovation, per cui se il mio tono non arriva a te sono problemi tuoi. Io ho interpretato la canzone, sentiti il disco, se pretendi il disco”. Si faceva un sacco di ironia sugli artisti ma contemporaneamente mancava un effettivo spazio in cui parlare. E allora siamo venuti via, se non si può parlare torno nel mio “Club 107” (sempre la sua stanza, ndr), preferisco non perdere tempo.

Chi sarà il primo di Bluvertigo che sarà stufo di stare a Sanremo?

Non ne ho idea, ogni giorno cambiano gli umori, ogni giorno cambiano le situazioni, per adesso è ancora interessante. Noi stiamo vivendo in modo attivo questo Festival. Vedo i giovani o anche altri musicisti che vengono trattati dai discografici come se fossero al militare, non ti faccio nomi perché non mi sembra corretto, però vedere questi poveri ragazzi che potrebbero andare il giro a divertirsi, conoscere la gente e invece sono blindati in camera senza bere come se fossero a stecchetto, trovo questo molto triste.

Ci saluti come hai fatto in questi giorni sempre?

(Imita Nunzio Filogamo, ndr) Cari amici vicini e lontani, un caro saluto da Andy dei Bluvertigo, dalle piogge di Sanremo.

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    Davide Facchini
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Andy dei Bluvertigo ci racconta il Festival / 2

Ogni giorno a Jack Davide Facchini ospita uno speciale corrispondente dal Festival, quello con l’accento sulla “al”. Uno che insieme a Morgan ha fondato i Bluvertigo, in concorso a Sanremo per festeggiare i 25 anni di carriera. Ecco una riproposizione fedele di quello che ci ha raccontato.

Cari amici vicini e lontani un saluto da Andy dei Bluvertigo dall’hotel di Paris di Sanremo, in questa settimana folle, amici di radio popolare siamo qui per commentare tutte l cose belle e brutte che succedono in questa settimana, come va?

Vogliamo assolutamente sapere della jam session con Orietta Berti, ieri ci hai lasciato un po’ così, dandoci solo degli indizi.
In realtà c’è stata solo una micro jam e una bellissima intervista: Orietta si è posta a noi con rispetto, umiltà e simpatia e quindi ne è venuta fuori una conversazione dove abbiamo trattato di temi d’altri tempi e di temi di oggi e ho trovato davvero una persona lucidissima e forte, soprattutto ha un controllo vocale stupendo, infatti è stata più forte di me intonare delle note de “La spagnola” (canta, ndr), è roba da balere che io faccio con gli Ugo Boni, il mio trio di liscio formato con Roberta Carrieri e Marco Maccarini. A parte gli scherzi, ho seguito un po’ il festival e mi è piaciuta molto Chiara Belloiacovo delle nuove proposte. Però mi ha colpito questa cosa che i “big” sono trattati come se ci fosse Pippo Baudo, mentre i giovani sono trattati come se fosse X-Factor, che vengono messi su una rupe, tu fuori e io dentro. La cosa mi ha lasciato un po’ perplesso. E mi dispiace.

Secondo te è una sorta di scorrettezza metterli a confronto in quel modo?
Sopratutto perché li devi mettere sulla rupe entrambi con lo sguardo teso, il countdown che parte e l’attesa per il “dentro o fuori.” A me non mi è mai piaciuta quell’attesa nei talent show, infatti non li seguo più, li ho seguiti qualche volta quando facevo “Scorie” in Rai, ma proprio non mi piace questo “giù dalla torre” è una cosa che non sopporto. Poi obbiettivamente l’esibizione di Ezio Bosso è stata eccezionale, ho pianto come una fontana.

Da dove l’hai visto?
L’ho visto in albergo, in televisione, e mi ha toccato proprio nelle frequenze mie personali: un po’ perché vivo la disabilità in famiglia quotidianamente. Poi vedere una persona che trova un modo così semplice di dare una lezione di vita, parlando così naturalmente della musica e con una performance come quella…sono rimasto attonito.

Io volevo farti delle domande sulle notti sanremesi. La stanza 107 è la tua?
Beh, non dirlo proprio così: “Club 107” diventerà una di quelle stanze storiche tipo del “Chelsea hotel”. Scherzi a parte, è un bel modo di trovarsi, persone differenti che hanno voglia di stare alla larga da questo assembramento di persone che quando vai a mangiare si accalca davanti alle vetrine. Morgan è molto ricercato da gente di ogni età, dopo un po’ diventa energicamente molto pesante da sopportare. Stiamo condividendo anche un po’ quello che non riusciamo a dirci, perché non ci vediamo spesso, come Bluvertigo. E’ una settimana in cui si lavora, ma si condividono anche momenti belli, ad esempio quando il discografico ci dice che il nostro è il brano più suonato nelle radio italiane tra quelli in concorso al Festival. E’ una soddisfazione grandissima, completamente inaspettata.

Ma alla “stanza 107”, non ci vuoi dire proprio niente?
Chiamiamola Club 107. L’art director è Giorgio Cipressi e noi siamo un po’ i creatori dei contenuti. Sto cercando un negozio cinese dove comprare uno di quei laserini meravigliosi, così potremo avere anche un aspetto scenografico diverso dal solito. Gira musica di ogni tipo, ho preso questo impianto Bose molto potente, piccolo nelle dimensioni ma grande nell’amplificazione, e quindi posso mettere dai Nine Inch Nails a Henry Mancini…

Bisogna essere invitati per entrare nel Club 107?
Assolutamente, la selezione adesso dipende dall’Art Director, non può dipendere da me, c’è una lista molto molto riservata.

Chiudiamo con i programmi del pomeriggio e della serata.
Dunque, adesso andiamo a fare le prove perché stasera ci sono le cover; noi faremo “La lontananza” di Modugno, dobbiamo imbastirla praticamente da zero. È strano a dirlo, ma noi abbiamo suonato per la prima volta il brano con l’orchestra a Roma, prima non l’abbiamo provata, e l’idea de “La Lontanza” è perché Morgan aveva fatto una sorta di mash-up tra quella e la nostra canzone, ma l’idea non è piaciuta perché sembrava che cercassimo dei vantaggi per il concorso. È una jam con l’orchestra, diciamo, dove ci sarà un superospite. E non ti dico altro.

Ascolta l’audio integrale dell’intervista

Andy Bluvertigo da Sanremo 11  feb

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    Davide Facchini
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Andy dei Bluvertigo ci racconta il Festival / 1

Anche quest’anno Radio Popolare ha un corrispondente d’eccezione dal Festival della Canzone Italiana: è Andrea Fumagalli, in arte Andy, musicista, cantante e pittore italiano, fondatore, insieme a Marco Castoldi aka Morgan, dei Bluvertigo. Ogni giorno sarà nostro ospite in diretta a Jack: oggi Andy comincia forte raccontandoci di Vincenzo Mollica, della sua caccia ai sosia e di una fantomatica jam session con Orietta Berti.

“Tanta roba, tanta roba – ci dice – siamo in pieno delirio da “promozione”. La sala stampa è gremita e abbiamo appena avuto in piacere di essere ospitati nel telegiornale Rai da Vincenzo Mollica che ci ha intervistato brevemente, sono grandi emozioni che vengono fuori in questo festival, sono sincero”.

Non sarà la prima volta che finisci in un TG…

No. Non è la prima volta, ma il bello è farlo adesso, con questa serenità un po’ da vecchi che ci dà proprio la possibilità di divertirci nel mentre, di non viverla come lo sbattimento discografico, cosa che vedo magari in gente più giovane, con il discografico che fa da guardiano. Lo trovo di una noia fottuta, perché questi ragazzi non possono neanche divertirsi più di tanto, mentre noi siamo proprio random, potremmo dire. In questo festival ci stiamo divertendo da matti, tipo ieri c’è stata la prima performance e siamo comunque contenti, a prescindere dai Bluvertigo. C’era anche Elton John, ragazzi.

Due parole su Elton John, da dove l’hai visto, da dietro le quinte?

Dietro le quinte è sparito. Qua ci stanno dando fastidio tutto il giorno con i selfie, anche i poliziotti vogliono fare un selfie con te. Poi quando arriva Elton John, una volta nella vita che puoi fare un selfie con uno che ti interessa davvero, gli stessi poliziotti ti allontanano finché E.J. sale in macchina e scappa via.

Più divertente la giornata in cui siete protagonisti sul palco o quella dedicata ad interviste e conferenze stampa?

Non lo so, vediamo come va oggi, ma diciamo che, nonostante non si debba salire sul palco stasera, avremo una Jam session con Orietta Berti. Quindi la giornata si fa molto ricca di nuove cose.

Si è parlato fino a un certo del simbolo color arcobaleno che molti di voi, tra cui anche i Bluvertigo hanno portato sul palco, dietro le quinte come è stata vissuta questa cosa?

Penso che le grandi persone queste cose le facciano per bene e per davvero. Nel senso che a Elton John basta una frase per mettere tutti d’accordo. Durante l’intervista ha detto: “Non mi sarei mai aspettato di diventare padre”, mi ha fatto morire dal ridere, mi è piaciuta tantissimo. Diciamo che siamo in un momento in cui non riusciamo a sederci e parlare di questi discorsi importanti e però Sanremo può essere una vetrina dove almeno ognuno può dire la sua, gettare una scintilla, per cui non mancherò nelle prossime sere di avere anche io un arcobaleno.

Oggi sui quotidiani cartacei e su diversi siti, vieni descritto come l’artista poliedrico che ha diverse esposizioni a Sanremo.

Si, perché sono come il prezzemolo: quello che si imbuca ai matrimoni, ruba cibo e distribuisce biglietti da visita. Ho preparato tre mostre delle mie opere fluorescenti: una all’interno dell’Ariston, una in piazza Colombo, presso un bellissimo negozio, e poi a Casa Sanremo.

Un’ultima domanda, sosia oggi li hai intercettati dopo il grande successo di ieri?

Tanta roba, nel senso che ho conosciuto il secondo Pavarotti che ti ho mandato. Un tipo friulano che non mi conosceva e però con gentilezza mi sono posto dicendo: “Buongiorno, per favore potrei fare una foto con lei?”. E lui: “Oh, ma che bello l’educazione, com’è gentile”. Poi ha capito che ero quello dei Bluvertigo, ma intanto mi parlava di Triveneto e Friuli e quindi io gli ho citato la sedia di Manzano, che era questa sedia in Friuli alta venti metri, che purtroppo non c’è più, ma lui si è quasi commosso dicendo: “Ma sai che non dovresti sottovalutare il canto, perché potresti diventare bravo”. Allora gli ho fatto mezzo ritornello di “Space Oddity” si Bowie e mi ha confermato che ho delle capacità . E’ stato un momento favoloso.

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    Davide Facchini
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Trotta alla guerra contro i siti di rivendita

Una diffida tramite avvocati, formale e pubblica, contro i siti internet che comprano i biglietti dei concerti dai canali ufficiali e li rivendono speculando sui prezzi; questa l’azione legale del “Papà” di Barley Arts.

Oggi a Jack, la trasmissione di Radiopop dedicata ai concerti, lo ha intervistato. A fornire la scintilla per questa iniziativa di Claudio Trotta, ovviamente, la messa in vendita, oggi, dei biglietti delle due date italiane di Bruce Springsteen.

Che differenza c’è tra i siti che rivendono i biglietti e i bagarini fuori dai concerti?

I vecchi bagarini fanno un lavoro che ha un rischio imprenditoriale, anche se fanno un lavoro che non è degno di essere chiamato lavoro. Queste sono società che si sono organizzate e hanno accesso a software che riescono a bypassare i sistemi di sicurezza e riescono a comprare magari 200 biglietti in una volta sola, è lo stesso discorso di chi passa la giornata seguendo le fluttuazioni della borsa e specula comprando delle azioni e rivendendole, hanno capito che questo è un business e lo fanno.

Visto che si parla di soggetti che operano attraverso il web, ci può essere il problema di competenza territoriale, per un’azione legale contro di loro?

Io e il mio legale depositeremo gli esposti alla procura di Milano. Sono certo che queste società si armeranno di enormi studi legali che ci scriveranno papiri sul perché pensano che sono in grado di fare quello che vogliono, ma anche di fronte a questi papiri non mi fermerò perché la ragione, se ci si crede, vince. Questa forma di protesta è anche per far sì che qualche artista italiano dica la sua a proposito.

Il fenomeno del secondary ticketing non è solo italiano: non esiste una sorta di circuito internazionale o un associazione di produttori di live che possano combattere assieme il fenomeno?

Innanzitutto il fenomeno è endemicamente internazionale perché le società sono olandesi, inglesi, prevalentemente nordeuropee. E poi all’estero questa operazione viene fatta anche sui piccoli concerti. Ti racconto un aneddoto: al congresso internazionale dei promoters, l’International live music conference, il presidente dell’associazione promoters inglesi, parlando ad un panel specifico dedicato al secondary ticketing ha detto di questo tipo di business: “ci abbiamo provato a batterli, ma non ci siamo riusciti; quindi se non puoi battere il nemico, fattelo amico”. Io mi sono alzato e urlando davanti a 400 persone l’ho mandato a quel paese. Questo è il clima che si respira nell’ambiente e chi sostiene che la denuncia di questi giorni è stata fatta solo per pararmi il fondoschiena non ha capito proprio niente. E’ successa la stessa cosa con Asso Musica (Associazione tra i produttori e gli organizzatori di spettacoli di musica dal vivo.), cui ho proposto ufficialmente un mese fa che questo tema venisse affrontato in maniera condivisa, ma si è ritenuto che il tema non andava discusso comunemente. Ora ci sto riprovando perché sono stufo di fare il Don Chisciotte solitario, voglio avere anche i miei Sancho Panza.

Ascolta l’intervista integrale con Claudio Trotta.

Claudio Trotta intervista

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    Davide Facchini
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Il fenomeno Benjamin Clementine in Italia

(ndr:l’intervista è stata fatta appena prima degli attentati di Parigi del 13 Novembre, per questo non troverete riferimenti a riguardo)

Benjamin Clementine: cantante, pianista, compositore e poeta. Una storia fatta di un talento enorme e innegabile, ma anche di depressioni giovanili, solitudini, fughe dalla periferia di Londra, per approdare a una vita da senzatetto a Parigi. La salita verso il successo un gradino alla volta, dalla metropolitana parigina alla BBC.

In concerto stasera (17/11) a Firenze, al Teatro Puccini e domani (18/11) all’Auditorium di Milano. Una chiacchierata, molto più che un’intervista, che ci aiuta a capire l’animo di un artista di certo ormai consapevole del suo talento, ma che ha accettato la propria fragilità, e che comincia chiedendo come Benjamin prepara il tour, dal punto di vista musicale:

“non mi preparo molto musicalmente; conosco bene i miei brani. Piuttosto voglio parlare a lungo con i musicisti che mi accompagnano. Alla fine si tratta solo di salire sul palco e dare tutto per il pubblico davanti a te; è proprio quella la cosa più’ importante: prima il pubblico e poi tutto il resto”.

E dal punto di vista fisico e mentale come ti prepari per un tour così lungo?

Corro tanto, faccio davvero molto sport. Al contrario, da un punto di vista mentale cerco di stare il più libero possibile. Perché quando salirò sul palco il mio compito sarà suonare le mie canzoni, quindi esprimere come mi sento. E non voglio che la naturalezza di questo sentimento venga influenzata dalle paranoie che posso farmi nei giorni o nelle ore precedenti il concerto.

Sudi molto durante i tuoi concerti?

Direi di no. più che altro perché non mi ricordo di aver mai usato un asciugamano in un live. quindi direi di no. Sudare o meno comunque di solito dipende dalle luci sul palco.

E’ vero che ti piacerebbe vivere a Palaia in provincia di Pisa?

Sì, adoro quel posto, ci sono andato perché ci vive un amico. E’ un posto bellissimo nella campagna toscana. Ho scritto anche alcuni brani durante il mio soggiorno. Ci sono stato la prima volta tre anni fa, due volte in totale, credo complessivamente per un mese. E’ un luogo magico: quando la luna si alza in cielo di notte manca il respiro, ci voglio tornare presto.

Continui a comporre esclusivamente in solitudine? E con quali strumenti?

Compongo assolutamente da solo. Di solito scrivo senza uno strumento ma parto dal testo sotto forma di poesia e poi compongo la melodia che formerà la canzone.

Vuoi anticipare ai nostri ascoltatori qualcosa di quello che accadrà sui palchi di Firenze e Milano?

Non so, davvero non lo so. Non abbiamo pronta neanche la scaletta, che peraltro verrà decisa due secondi prima di sedermi al pianoforte, sul palco. Non so neanche se farò una o più cover. Davvero non ne so niente prima di salire.

Benjamin Clementine

Non sei ancora stufo di sentirti fare domande sul periodo da homeless a Parigi anziché sulla tua musica?

Premetto che per quanto mi riguarda con me puoi parlare di ogni cosa; dopodiché sì, comincio un po’ ad annoiarmi, sono due anni che mi fanno spessissimo le stesse domande nelle interviste. E’ possibile parlare della mia musica e della mia poesia anche senza rivangare le stesse vecchie storie. Ma capisco anche che ognuno ha diritto di essere fatto a modo suo.

Vista la tua storia, i giornalisti ti chiedono spessissimo come hai speso i primi guadagni o qual è la cosa più costosa che hai comprato; io invece vorrei sapere qual è l’ultima cosa che hai comprato…

Ho appena comprati un pedale per pianoforte; produce effetti sonori, fai conto…come un wah wah. L’ho pagato attorno ai 50 euro, e guarda che non è poco per un pedale, non credi? Un pianoforte è già molto caro, trovo assurdo che anche un pedale costi così tanto. Questa è una delle ragioni per cui molti ragazzi non fanno musica, perché gli strumenti costano davvero troppo.

Ho visto una tua intervista in TV dove, in una dichiarazione quasi liberatoria, affermavi: sono un po’ strano, datemi tregua. Ti ritieni una persona strana e in che senso?

Beh sì. Semplicemente non riesco a stabilire una connessione o una sintonia con molte persone. Non mi è possibile, tutto qui. E’ come se ci fosse uno scetticismo a priori nei confronti di quasi tutte le persone che conosco, e non so da dove arrivi. Dipende un po’ anche da come si comportano con me. Ma non è per forza una cosa brutta.

Ascolta l’intervista con Benjaim Clementine

BENJAMIN CLEMENTINE intervistato a JACK

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    Davide Facchini
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I Ministri: il rock non prevede scorciatoie

Chiamiamo Federico Dragogna durante la merenda. L’audio dell’intervista parte proprio dal “tuut- tuut” del suo telefono che suona libero e dal chitarrista de I Ministri che risponde con la bocca piena; è una chiacchierata molto più che un intervista.

Scopro, con relativa sorpresa, che i local heroes della scena rock milanese sono già abbastanza “grandi” da potersi permettere roadies, runners e tutta una serie di persone alle loro dipendenze. Tranne, e non si capisce perché, quando vanno in RAI, visto che in Corso Sempione si devono portare il materiale da soli in studio.

Provo a prenderlo in contropiede con la prima domanda (lui intanto mastica) e gli chiedo se fossero nati qualche anno dopo, anziché Arezzo Wave avrebbero provato con X Factor. “No no – è la pronta risposta – intanto siamo stati sempre dei bastian contrari e poi mi sa di finto, di scorciatoia. Nel rock non ci sono scorciatoie e andare ad X Factor è come mangiare i 4 salti in padella. Te li mangi pure, ma non è una vera pastasciutta”.

Per il concerto di mercoledì 4 novembre sono pronti, anzi prontissimi, visto che i suoni dell’ultimo disco Cultura Generale sono stati registrati live ed in sostanza provavano dal vivo mentre registravano le tracce.

“L’incontro con il produttore Gordon Raphael è stato stimolante e professionale. Pur avendo lavorato con band come i Libertines o gli Strokes non ci ha condizionato al punto da snaturare i nostri suoni: lui lavora tantissimo sul suono originario di un gruppo. Già un bicchiere che cade, per lui, rappresenta un suono su cui lavorare”.

Torniamo ad argomenti più adatti al nostro modo di conversare: cosa succede se si fanno due date di fila nello stesso locale, cosa cambia? “Cambia che devi stare attento a non fare troppo il figo ed esagerare coi vizi la prima sera, sennò la paghi alla seconda!”

Non solo, ma scopriamo che lo storico locale New Age di Treviso rappresenta per I Ministri “il Santiago Bernaubeu del degenerare”. In pratica, amici del triveneto, siete stati avvertiti.“le pareti di quel camerino promuovono il messaggio ‘fate casino, fate casino!!’. Divi (ovvero Davide Autelitano, cantante e bassista, ndr) ha riempito di divanetti e di omini impiccati fatti con le mele la scala a chiocciola che porta al palco. E ovviamente tralascio tutto quello che non si può raccontare”.

Proviamo anche a chiedergli come mai I Ministri non abbiano ancora scritto un brano su Papa Francesco: “Sai che sono un po’ Cassandra? È capitato più di una volta che abbia composto canzoni che poi si siano rivelate previsione di qualche sfiga. Nel primo lavoro I soldi sono finiti doveva entrare una canzone che parlava del fatto che l’unica possibile salvezza per la chiesa sarebbe stato avere un papa comunista”.

Suoneranno nel ventesimo anniversario dell’uscita di “Wannabe” delle Spice Girls: “Il pezzo pop perfetto. Hanno trovato la formula musicale che stimola perfettamente le sinapsi neuronali. La prima volta che l’ho sentita, dopo 10 secondi avevo il ritornello in testa.”

In chiusura ci facciamo accarezzare dalla curiosità di come sarà l’aftershow del live milanese: “Non si può assolutamente dire. L’enorme vantaggio è che per una volta sarà a 10 metri dal luogo del concerto. Perfetto”. Come dargli torto?

Ascolta l’audio integrale dell’intervista di Jack con Federico Dragogna

Federico Dragogna ospite di Jack

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    Davide Facchini
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Approfondimenti

Cesare Basile ospite a Jack

“Il dialetto, inteso come lingua del territorio, è blues perché ambedue  nascono dalla terra, non sono entità ‘organizzate’ ma nascono dalla quotidianità”. Esordisce così Cesare Basile all’inizio della nostra chiacchierata in diretta a Jack in previsione del concerto di mercoledì 4 novembre alla Salumeria della Musica; “per me è normale cantare in dialetto – dice -; è la prima lingua che ho imparato nell’infanzia; anzi potrei fare una battuta dicendo che ho fatto più fatica ad imparare a cantare in italiano”.

La collaudata formazione con cui è in tour (e con cui ha registrato l’album Tu Prenditi L’amore che Vuoi e Non Chiederlo più ) è quella de I Caminanti: Enrico Gabrielli, Rodrigo D’Erasmo, Massimo Ferrarotto, Luca Recchia, Simona Norato oltre che dallo stesso Basile.

“Sul palco improvviseremo partendo da una struttura musicale che funziona da canovaccio. Non siamo una band che suona sempre insieme o che fa le prove spesso ma siamo tutti artisti che hanno partecipato alle registrazioni del disco, quindi siamo padroni dei brani che eseguiamo. Ma questo è anche il bello dei live con I Caminanti perché ogni spettacolo è diverso dal precedente e dal prossimo ed è molto umorale, legato alle sensazioni che ogni musicista vive in quel momento in quella giornata”.

Tu Prenditi L’amore che Vuoi e Non Chiederlo più  è stato appena premiato con la Targa Tenco per il miglior disco dialettale dell’anno. Anche Cesare Basile ha quindi partecipato all’omaggio a Francesco Guccini. Proviamo quindi a punzecchiarlo a riguardo e lui: “In effetti l’ho trovato un po annoiato. Sopratutto alla fine, dopo 3 giorni che ascoltava brani suoi eseguiti da altri. Mi è parso visibilmente stufo, tra l’altro mi sono reso protagonista di una figuraccia: ci siamo incrociati per caso all’esterno nello spazio fumatori. E io sono stato lì a pensare una domanda intelligente, ma poi alla fine ne sono uscito con la domanda più idiota che potessi fare ‘cosa provi quando senti le tue canzoni suonate da altri?’ e Lui serafico ‘dipende da chi sono gli altri'”.

Cesare Basile invece è stufo, come chi scrive peraltro, di vedere continuamente attaccate le etichette, di dover smontare cliché; ad esempio quello secondo cui Catania sarebbe la città più rock d’Italia. “E’ un po’ una rottura di cazzo ora e lo era anni fa quando è uscita quella buffonata della Seattle d’Italia. Era una mossa commerciale che puntava a cavalcare una certa onda per vendere di più. Esiste certamente una scena viva , composta da musicisti validi e persone interessanti dal punto di vista della sperimentazione culturale; esiste ma non ha niente a che vedere con Seattle e con le strategie di vendita di alcuni prodotti specifici. E’ una città che come tante altre: vive di contraddizioni e soffre le mancanze della politica culturale di questo paese e a questo prova a reagire”.

Cesare Basile ospite a Jack

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    Davide Facchini
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