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Iuventa: una storia di impegno, rabbia e umanità

Un gruppo di ragazzi tedeschi, facce pulite, che t’immagini più chini sui libri di testo che sulla plancia di una nave a salvare migranti. Eppure hanno fatto proprio così. Fino a quando la magistratura italiana ha deciso di sequestrare la loro imbarcazione, accusandoli di essere in combutta con i trafficanti di esseri umani.

Ma questo riassunto del documentario “Iuventa”, girato da Michele Cinque, non è esaustivo. C’è molto di più. Ed è proprio per quel “di più” che il Festival dei Diritti Umani ha proposto a Radio Popolare di proiettarlo mercoledì 18 luglio in Auditorium. (Posti esauriti).

In “Iuventa” c’è per esempio il racconto di come un gruppo di giovani esce da questa esperienza traumatica, fatta di gioia per i salvataggi eseguiti, tristezza per quelle sacche nere con i cadaveri, grandi dubbi su come proseguire perché – dice uno di loro – «non possiamo continuare all’infinito a salvare persone e scaricarle sulla terra ferma». Ma c’è ancora dell’altro: a quella fase di riflessione, basata su numeri, dati e sensazioni, seguirà una seconda stagione di salvataggi nel mare tra Libia e Italia, fino al sequestro della “Iuventa”. Sgomento, voglia di reagire, ma anche di mollare tutto: se i magistrati ti accusano di essere collusi con i trafficanti e ti lasciano marcire la nave con cui avevi salvato 15.000 vite umane che senso ha continuare? Dentro il documentario di Michele Cinque c’è il racconto di un pezzo di mondo giovanile che non sta imbambolato sullo smartphone ma affronta i grandi problemi del mondo; l’opposto degli “sdraiati”, forse un po’ velleitari, ma che non accettano di rimanere inerti; c’è anche il risultato della campagna contro le ONG, che ora con il Governo Salvini-Di Maio sta raggiungendo picchi di sguaiataggine pericolosi.

Vedere il documentario sulla “Iuventa” non è terapeutico: non è una visione che deve consolare, è una mobilitazione per non cedere all’imbarbarimento della politica. Il fatto che in tanti abbiate risposto positivamente all’invito, fino a superare la capienza dell’Auditorium Demetrio Stratos, è un piccolo segnale controcorrente. Buon vento.

Proiezione del documentario 18 luglio,dalle 20.30, nell’Auditorium Demetrio Stratos, via Ollearo 5, Milano.

Partecipano: Michele Cinque, regista; Barbara Sorrentini, Radio Popolare; Danilo De Biasio, Festival dei Diritti Umani. In collegamento Luigi de Magistris, sindaco di Napoli. 

 

FDU_18_07_Iuventa

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    Danilo De Biasio
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Respect Words: il potere delle parole

Per una grottesca coincidenza il giorno in cui è esploso il caso delle sconce parole di Attilio Fontana sulla “razza bianca” è arrivata da Bruxelles la versione italiana di “RespectWords”, il documento che un gruppo di giornalisti radiofonici e studenti di giornalismo europei ha elaborato in questi mesi. Il titolo del lavoro è pomposo, come piace alle istituzioni comunitarie: I mass media di fronte a migrazioni e minoranze. Strategie e linee guida. Sfogliandolo, a pagina 7, m’imbatto in questo semplice e condivisibile invito: “ evitare di riprodurre acriticamente i discorsi d’odio: quando farlo è rilevante ai fini giornalistici, è necessario mediare tali discorsi attraverso la contestualizzazione, mettendoli in discussione e mostrando l’eventuale falsità su cui si basano”. Semplice,vero? Mettiamoci nei panni del collega di Radio Padania, che intervista il candidato probabile vincitore delle elezioni nella regione più ricca d’Italia: è uno scoop, il candidato lo fa felice spolverando la tesi della razza bianca in pericolo d’estinzione.  E tu gli contesti che non esiste la razza bianca? Suvvia, risponderebbe il giornalista-padano, perché dovrei mettere in discussione questa teoria? Perché è falsa. E non lo dice solo il codice “RespectWords”. E perché non è solo un’opinione, è un’affermazione totalmente infondata, che viene usata più o meno volontariamente per esagerare le paure e indirizzarle verso una precisa categoria (le presunte razze non bianche). È il brodo di coltura del discorso d’odio.

A questo punto devo confessarlo: come redattore di Radio Popolare e come direttore del Festival dei Diritti Umani ho contribuito a scrivere questo volumetto finalmente stampato in italiano. Vale la pena di raccontare non solo cosa c’è scritto, ma anche come è stato costruito. È un progetto finanziato dall’Unione Europea che ha coinvolto radio e associazioni di Austria, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Slovenia, Spagna e Ungheria. In tutto gli 8 partner rappresentano 1300 giornalisti. In ciascuna nazione sono stati effettuati molti workshop invitando esperti e docenti universitari. Per l’Italia, inoltre, abbiamo coinvolto studenti dei master di giornalismo dellUniversità di Torino, della Statale e della Cattolica di Milano e studenti di sociologia della Bicocca, con il preciso obiettivo di coinvolgere gli operatori dell’informazione di domani. Infine, con alcuni seminari di tutti i rappresentanti europei, abbiamo distillato queste linee guida. Linee guida valide non solo per giornalisti con tessera di ordinanza, ma anche per blogger e utenti. C’era bisogno di un altro codice sulle fake news e hate speech? Lascio giudicare a chi avrà la pazienza di leggere “RespectWords” ma aggiungo solo che non è mai stato pensato come sostituto della Carta di Roma o altri codici deontologici, semmai come integrazione. Anche perché – mi sento di parlare a nome di tanti altri estensori di questo libretto – abbiamo inserito alcune delle regole di base del nostro mestiere, che non cambiano certo perché al posto dei tasti di una vecchia lettera 22 adesso digitiamo su un touchscreen.

Se c’è qualcosa di diverso è la dimensione globalizzata del problema: come c’è scritto nel preambolo di “RespectWords” la “deumanizzazione dei migranti, insensibilità verso la vita e i diritti umani, aumento dei discorsi xenofobi e islamofobici, giornalismo sensazionalistico” hanno spinto giornalisti di otto nazioni europee a trovare un linguaggio comune, convinti che solo il coinvolgimento individuale e di categoria, comunque diretto, possano evitare il contagio dell’hate speech.

 

Leggi online o scarica il PDF I-mass-media-di-fronte-a-Migrazione-e-Minoranze(17)

 

Respect Words Libro

No Hate Speech In Our Media. 1° seminario – Il seminario si è tenuto nell’Aula Magna dell’Università di Milano Bicocca il 28 febbraio 2018.

 

No Hate Speech In Our Media. 2° seminario – Il  seminario dal titolo “COME I MEDIA TRATTANO L’ARGOMENTO MIGRAZIONI E MINORANZE” si è svolto nell’aula 201 dell’Università Statale Via Festa del Perdono il 6 aprile 2018.

 

No Hate Speech In Our Media. 3° seminario – Il seminario dal titolo “SI PUÒ DIRE TUTTO SENZA FARSI MALE. APPUNTI PER UN NUOVO CODICE DEONTOLOGICO PER I GIORNALISTI ” si è svolto il 4 maggio 2018 nel Salone d’Onore del Palazzo della Triennale, con la collaborazione del Festival dei Diritti Umani.

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    Danilo De Biasio
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Approfondimenti

“Mi hanno fatto fuori per le Regionali”

“Sono stato fatto fuori”. Non ha dubbi, né remore, l’ormai ex sindaco di Licata Angelo Cambiano. Il Consiglio comunale ha votato una mozione di sfiducia che lo ha messo alla porta dopo due anni vissuti pericolosamente, facendo della lotta all’abusivismo edilizio la priorità del suo mandato. Adesso tornerà a fare l’insegnante, con rimpianto, nonostante la vita sotto scorta che i suoi provvedimenti avevano provocato. Minacce e atti intimidatori, fino all’incendio doloso della casa di suo padre. E poi insulti, proteste, contestazioni, più o meno “pilotate”.

Lui, 36 anni, sposato, un bambino di nove mesi, aveva giurato di non piegarsi, di andare avanti. Ma adesso – salva la possibilità di un ricorso –  il sindaco non lo può più fare. Lo hanno sfiduciato a poche settimane dalle elezioni regionali, guarda caso. Perché i voti, anche quelli degli abusivi e di chi li protegge, fanno gola.

“Io non ho mai avuto maggioranze politiche perché grazie alla legge elettorale che prevede l’apparentamento ero stato eletto con 9 consiglieri comunali su 30. Ci sono stati tre consiglieri comunali che mi hanno voltato le spalle, che sono andati alla ricerca del consenso piuttosto che dell’azione giusta da sostenere. Purtroppo in Sicilia ci apprestiamo a vivere un’altra campagna elettorale, il 5 novembre si vota per le regionali, e io sono ormai considerato dalla politica un appestato, un soggetto senza consenso politico perché ha demolito le seconde case (ci tengo a precisare perché non ho lasciato nessuno senza un tetto). Seconde case costruite a 150 metri dalla battigia, quando c’è un vincolo di inedificabilità assoluto. E questo per rispettare un ordine della Procura di Agrigento. Purtroppo la politica ha speculato su questo argomento e adesso potrà strizzare l’occhio agli abusivi dicendo: vi abbiamo mandato a casa il sindaco che vi ha demolito gli immobili. E magari ha promesso condoni e sanatorie in cambio dei voti per le regionali. Da trent’anni si continua a fare così e non si capisce che lo sviluppo di un territorio passa per il rispetto delle regole”.

Lei in consiglio comunale ha chiesto ai consiglieri se qualcuno di loro avesse interessi legati agli edifici da abbattere. Qualcuno ha risposto?

No. E’ stata presentata una mozione di sfiducia con motivazioni inesistenti che ho smontato punto per punto. E non hanno saputo replicare quando ho chiesto se ci fossero consiglieri comunali coinvolti in vicende di abusivismo edilizio. Nessuno ha preso parola e ci sono consiglieri comunali che hanno votato la mozione di sfiducia che invece hanno ordini di demolizione di edifici costruiti in zone inedificabili.

Perché si è impuntato sull’abbattimento delle case abusive, non c’erano cose più urgenti da fare?

Io non mi sono impuntato, ripeto, io ho eseguito un ordine della Procura. Viviamo in una città che viene da due commissariamenti e abbiamo fatto tantissime cose in due anni: abbiamo riaperto i due asili nido comunali che erano chiusi da sette anni, è stato riaperto il museo chiuso da 8 anni, riqualificata parte del centro storico e la gente ha iniziato a percepire il cambiamento. Tanti cittadini mi continuano a chiamare per dirmi: sindaco fai ricorso! Perché 21 consiglieri comunali non possono decidere per la popolazione, perché Licata non è una città naturalmente di delinquenti, è una città di gente per bene onesta e laboriosa che iniziava a sentire il cambiamento. Purtroppo la politica che strizza l’occhio agli abusivi e che è alla ricerca del consenso ha preferito farmi fuori.

Lei farà ricorso?

Ancora non ho metabolizzato quello che è successo. Non mi sarei aspettato che dopo le vigliaccate di qualche criminale delinquente, con due immobili incendiati alla mia famiglia, minacce di morte, proiettili, costretto a vivere sotto scorta, be’ non mi sarei aspettato questa vigliaccata da parte della politica. E non ci credo che la politica non sapeva nulla; non ci credo che l’allora ministro degli interni (Alfano ndr) che è venuto a Licata a dire bisogna sostenere questo sindaco, non sapeva che i suoi consiglieri comunali di Alternativa Popolare stavano per votare la mozione di sfiducia. Sono veramente deluso amareggiato dall’atteggiamento ipocrita della politica. La gente perbene si allontana dalla politica proprio perché non riesce a comprenderne la logica e le dinamiche. La politica dovrebbe essere guidata dal buonsenso e credo che questo sia mancato un po’ a tutti.

Alfano sembra essere l’ago della bilancia di una serie di trattative in corso per le prossime elezioni regionali…

Io capisco che in questo momento per Alfano le priorità siano altre. Io non mi sono candidato con lui e nemmeno sostenuto da lui. I suoi consiglieri e la sua lista sostenevano un altro candidato sindaco ed era all’opposizione in consiglio comunale. Ho apprezzato invece l’atteggiamento responsabile di due consiglieri comunali del Pd che nonostante fossero all’opposizione non hanno votato la mozione di sfiducia. Il ministro Alfano, nonostante ci avesse messo la faccia quando era venuto a Licata, ha dei consiglieri comunali che non sono stati coerenti con quello che Alfano aveva detto allora, che il sindaco stava facendo la cosa giusta. Sono le logiche del consenso: vi abbiamo dato la testa del sindaco che vi ha demolito le case quindi dateci i voti così vediamo di salvarvi le case, ridarvi i terreni o farvi riedificare. Ecco io non so come imbroglieranno di nuovo i cittadini che per trent’anni sono stati presi in giro.

Da sempre si parla di abusivismo di necessità, ne ha parlato anche Cancelleri, il candidato alle regionali del 5 stelle…

A Licata sono state demolite solo seconde case in fascia di inedificabilità assoluta. L’abusivismo edilizio non si affronta a colpi di slogan o di frasi fatte: se Cancelleri parla di abusivismo di necessità, significa che non conosce a fondo il problema. Perché è vero che c’è un abusivismo di necessità, che in Sicilia ci sono centinaia di migliaia di pratiche di sanatorie edilizie non evase. Ma non si può affrontare un tema così complesso con slogan e facendo intendere a chi ha quel problema che una soluzione c’è. Probabilmente la demolizione dopo trent’anni non è la soluzione all’abusivismo, ma ricordo che tre diversi condoni in questi anni, non hanno mai inserito la fascia di inedificabilità assoluta tra quei fabbricati che avrebbero potuto essere salvati dalla demolizione. Continuando a prendere in giro i cittadini si alimentano speranze e aspettative. Credo sia un argomento da affrontare con serietà e ce n’è stata poca finora dalla politica.

Quali sono i veri interessi che ci sono dietro?

Probabilmente negli anni ’70 e ’80 l’abusivismo edilizio ha pure creato economia (naturalmente nera): lavoravano un po’ tutti e questo ha portato anche benefici. Ma il territorio è stato devastato e questo con la complicità di politica e istituzioni che lo hanno permesso, perché le case non spuntavano dalla sera alla mattina. E allora è ragionevole pensare che in questo marasma si siano innescati interessi differenti

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    Danilo De Biasio
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G8: la nostra piccola Tien An Men

Il 19 luglio si ricorda la strage di Borsellino e della sua scorta. Un magistrato che stava provando a liberarci dall’alleanza fra mafia e politica, ucciso insieme a 5 agenti. Meno di due mesi prima, ai funerali di Falcone, i poliziotti avevano contestato i rappresentanti delle istituzioni e le loro lacrime di coccodrillo. Per la mia generazione quelli erano gli sbirri: avevamo un comune obiettivo. Era il 1992. Meno di 10 anni dopo quegli uomini in divisa sono diventati i miei nemici, quelli che mi violentavano, mi pestavano, limitavano le mie libertà. Come è potuto accadere? La causa ha precisi responsabili: Gianni De Gennaro e i suoi fedelissimi. Non a caso al vertice della polizia nel luglio 2001, non a caso presenti a Genova in quei giorni. Tra le conseguenze della macelleria messicana durante il G8 c’è anche questo: ci hanno fatto perdere la fiducia nelle istituzioni chiamate a difendere la mia libertà e che invece me la toglievano arbitrariamente.

Radio Popolare ha raccontato il 2001 così: l’anno era cominciato con George Bush alla Casa Bianca; in Italia il Governo di centrosinistra di Amato era in agonia. Al G8 di Genova si affacciavano più generazioni anagrafiche, che condividevano alcune caratteristiche: avevano voglia di studiare (ad ogni forum sociale la parte preponderante erano i seminari) erano portatrici di culture meticce e alternative. Leggete le conclusioni dei Forum sociali, c’è tutto quello che è accaduto dopo: la finanziarizzazione dell’economia che accresce le disuguaglianze e distrugge i diritti prima di implodere; la lotta al terrorismo che crea le condizioni per la guerra permanente; il modello di sviluppo liberista che sta distruggendo il pianeta lasciando senza acqua, terra e cibo milioni di persone.

Ma attenzione: le riunioni dei Forum sociali sfociavano in una proposta di cambiamento. Lo slogan più famoso di Genova è stato “un altro mondo è possibile”. Prima e dopo il 2001, non a caso, gli slogan che abbiamo sentito più spesso premettevano una negazione: No Nuke, No Tav, No Expo… Per arrivare ad un altro slogan propositivo c’è voluto Obama, con il suo “Yes, we can”. Ma ci sono voluti 7 anni anni – e che anni! – tra guerre terrorismo e crisi.

Le generazioni di Genova venivano da esperienze diverse, ma le loro radici erano sostanzialmente progressiste; molta sinistra e molto cattolicesimo non convenzionale, parecchio pensiero ecologista. Non posso dimenticare che alla prima riunione di febbraio 2001, all’ex Chiesa di San Salvatore c’era pure un ramo dissidente dei testimoni di Geova! Queste generazioni erano unite da un sostanziale desiderio di emancipazione. Erano persone cresciute urlando insieme ai Sex Pistols “no future”, si riconoscevano nel McJob inventato da Douglas Coupland in “Generazione X”. In Italia la precarietà era stata istituzionalizzata: è del 1997 il cosiddetto pacchetto Treu, che – rimaneggiato – ha permesso le forme di lavoro precario tuttora possibili. Liberi finalmente dalla gabbia dei blocchi (“atlantico” e “sovietico”), aiutati dalla facilità di comunicazione (la globalizzazione dal basso) queste persone scoprivano una nuova forma di internazionalismo, meno rigido ideologicamente e più saldato ai bisogni reali: Vandana Shiva che rivendicava le lotte contro le multinazionali e le istituzioni globali che rubavano l’acqua ai contadini indiani parlava la stessa lingua dei cittadini di Agrigento che devono comprarsela perché non esce dai loro rubinetti. La pericolosità del movimento altromondialista è tutta qui: un linguaggio universale contro l’iniquità.

Torniamo al 2001. Da una parte Bush e Berlusconi, dall’altra Susan George e don Gallo. Da una parte interessi forti e ben identificati, dall’altra un’ammirevole armata Brancaleone. Si è arrivati al luglio con un escalation in cui tutti i media mainstream, nessuno escluso, hanno fatto un lavoro sporco. Il simbolo, a imperitura memoria, è la velina pubblicata da quasi tutti sulle sacche di sangue infetto da tirare contro la polizia. Andate a vedere chi ha firmato quegli articoli: sono ancora ai loro posti. Fossi un direttore avrei mandato a casa immediatamente un redattore che scrive certa immondizia. Un’amica, che nei giorni del G8 aveva un ruolo fondamentale ma in ombra, mi ha chiesto di condividere con voi qualche sua riflessione. Mi ha ricordato che alcune di quelle firme – cito testualmente – “cambiarono opinione proprio durante lo scorrere degli eventi”. Meno male.

Fin qui quanto è accaduto prima. La stessa amica ha trovato le parole giuste per esprimere quello che sarebbe accaduto durante il G8: “Il disastro era chiaro. So già – scrive – che per alcuni il disastro arrivava da una parte e per altri arrivava da un’altra parte: non mi interessa e non mi interessava allora. Il disastro stava arrivando, bisognava trovare una soluzione. Io non ero ingenua. Perché lo erano altri?” Ha ragione questa amica a descrivere i fatti di Genova come un treno in corsa che tutti sapevamo si sarebbe schiantato contro il movimento. Ma temo che ci fosse poco da fare per evitarlo. Perché se sono vere le descrizioni che ho fatto finora è evidente che la risposta militare violentissima contro le persone è stata pianificata per distruggere sul nascere un movimento che conteneva tracce di solidità politica. Fatte le doverose proporzioni, Genova è stata la nostra Piazza Tien An Men.

E per una generazione di giovani che si affacciava alla politica è stata anche l’ultimo impegno pubblico.

Sara

Molti riconoscono a Radio Popolare un ruolo straordinario nel raccontare i fatti di Genova, perfino di aver aiutato i manifestanti a cercare le “vie di fuga” migliori tra le strade della città. Sono meriti che volentieri accettiamo. Ma dobbiamo essere anche orgogliosi di aver capito cosa stava accadendo e di non aver mai lasciato soli chi era a Genova. La voce che avete sentito è di Sara. Aveva 21 anni. Si affacciava al mondo con quella magnifica passione e curiosità che si ha a quell’età: non sapeva neppure come chiamare i colpi che ha preso da uomini in divisa. Voleva un mondo migliore, più giusto. Si è trovata con una trauma cranico, una kapò che la minacciava, per tre giorni è stata desaparecida. Sara, come tante altre, ha deciso di smettere. Adesso vive all’estero, è diventata mamma. Sono certo che continua a credere in quegli ideali che l’avevano portata a Genova, a battersi per un mondo migliore e più giusto, ma senza più alcuna fiducia. E come averne ancora dopo le botte della polizia, l’arbitrio della kapò, e la loro impunità. Un’impunità sostanziale, sancita dal comportamento vile di molti agenti e dei loro superiori.

Sara rappresenta quella generazione che perse la voce. Non persero la voce invece i cittadini dell’America Latina. Avendo subito l’esperimento liberista negli anni ‘80 e ‘90, erano tra i più titolati a parlare (e infatti era folta la delegazione latinoamericana a Genova). Se ci pensate è naturale: lì è nata la teologia della liberazione e gli esempi di rivoluzione più recenti, anche molto diversi. Quattro anni dopo Genova buona parte del continente latinoamericano aveva governi progressisti, che della lotta alle disuguaglianze e per i beni comuni avevano fatto il loro cavallo di battaglia: Brasile, Cile, Argentina, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Uruguay. Adesso la situazione si è ribaltata, in un movimento a pendolo che in democrazia è accettabile. Questo è l’ultimo fotogramma che voglio scattare: se in Occidente Genova ha creato riflusso e in America Latina no, forse dipende dal fatto che quella risposta militare violentissima ha funzionato su una società opulenta, ma poco ha potuto contro chi non ha niente da perdere. E questo spiega perché forme di resistenza “muscolare”, mai di massa ma capillari, si presentano ancora oggi ad ogni incontro internazionale. Ci sarà sempre qualcuno che – più o meno a ragione, arrogandosi il diritto di essere l’avanguardia di una lotta – si sente un Davide contro Golia.

Il testo di Danilo De Biasio è quello del suo intervento al convegno “G8 Genova 2001 – La generazione che perse la voce” che si è svolto alla Fondazione Feltrinelli di Milano martedì 18 giugno. Un incontro con le testimonianze e le voci di giornalisti, scrittori, sociologi e storici presenti a Genova o che su Genova hanno scritto e lavorato.

Oltre a Danilo De Biasio sono intervenuti il direttore de Gli Stati Generali Jacopo Tondelli, allora nelle strade di Genova insieme al movimento pacifista, che ha ricordato la critica radicale al sistema neoliberista e alle sinistre di governo che in quegli anni abbracciarono quel modo di governare; il giornalista e scrittore Alessandro Leogrande, la scienziata politica Rosanna Prevete, lo storico Carlo Greppi, che hanno ricordato l’eredità pesante sui movimenti e sulle generazioni post-Genova lasciata dai fatti del G8. Infine lo scrittore Stefano Valenti, che ha letto “un racconto mai scritto” su una delle vittime delle violenze della polizia.

Al termine della discussione l’autore e regista Massimiliano Loizzi ha messo in scena  un estratto dello spettacolo teatrale Il Matto 2, monologo satirico e poetico sul processo mai svolto per l’uccisione di Carlo Giuliani.

Ascolta il dibattito

dibattito G8

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    Danilo De Biasio
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Approfondimenti

No Hate Speech In Our Media. 1° seminario

Il seminario che si è tenuto nell’Aula Magna dell’Università di Milano Bicocca lo scorso 28 febbraio è stato il primo dei tre previsti dal progetto Respect Words finanziato dalla Comunità Europea e che vede coinvolti otto paesi europei: Italia, Spagna, Irlanda, Germani,a Austria, Slovenia, Grecia e Ungheria. Radio Popolare è capofila per l’Italia.

Il progetto intende contrastare i discorsi di odio e le espressioni razziste e xenofobe che fioriscono nei media europei, al fine di migliorare la qualità dei contenuti diffusi in Europa sul tema dell’immigrazione.

In ciascuno degli otto paesi partner, si svolgeranno seminari come il nostro che forniranno i contenuti e le riflessioni che ad Atene nel prossimo mese di giugno troveranno una loro sintesi in un Codice etico che verrà presentata a Brussel a novembre.

Un secondo strumento sarà la realizzazione di una mappa interattiva- che metteremo in rete a disposizione di tutti  -che conterrà le buone pratiche realizzate in Europa.  Settanta reportage audio e video di altrettante realtà ed esperienze vincenti in materia di integrazione e comunicazione.

Il terzo strumento sarà la campagna radiofonica europea condotta negli 8 paesi e realizzata da ciascuna radio del network europeo per sensibilizzare i cittadini sulle tematiche del progetto e per promuovere la conoscenza e l’utilizzo del codice etico.

Il secondo seminario si terrà il 6 aprile nell’aula 201 della Università Statale in Via Festa del Perdono e che avrà come tema: ”I discorsi d’odio, la loro propagazione i modi per prevenirli e combatterli con norme e sanzioni”.

Gli incontri sono aperti a tutti ma la prenotazione è preferibile: scrivere a dipuma@radiopopolare.it

Per i giornalisti sono previsti 6 crediti formativi (previa prenotazione dalla piattaforma SIGeF)

 

Il programma del 28 febbraio con i video degli interventi

Logo Respect Words

NO HATE SPEECH IN OUR MEDIA

 Martedì 28 febbraio 2017  Aula Magna U6 dell’Università di Milano Bicocca 

via Bicocca degli Arcimboldi, 8   dalle ore 9,00 alle ore 13,00

“NUMERI E STATISTICHE. COME I MEDIA TRATTANO L’ARGOMENTO MIGRAZIONI E MINORANZE”

Coordina:  Danilo De Biasio  direttore del Festival dei Diritti Umani

Marcello Maneri     sociologia dei media Università di Milano Bicocca

“I media tradizionali sono ancora una fonte di informazione, ma i social network sono leader del commento. Il linguaggio dei media e dei social si avvicina: nel caso dell’immigrazione l’esigenza dominante è la salvaguardia del benessere della classe media e per farlo si tende a “mostrificare” lo straniero”

 

Anna Meli  animatrice della “Carta di Roma” direttrice comunicazione  COSPE

La Carta di Roma è un codice per i giornalisti nato perché i migranti non hanno diritto di parola. Anche le analisi sui media più recenti confermano che il racconto del tema è affidato ai politici.

 

Marco Pratellesi   Condirettore della A.G.I.

“I giornalisti non sono riusciti a portare l’etica della professione nei social network. Per ora le imprese editoriali, ma anche i giornalisti, sono state più attente al numero di click che alla qualità”

 

Giovanni Ziccardi  filosofia del diritto Università degli Studi di Milano

L’odio è diventato comune, non è più confinato alla contesa politica o facilitato dall’anonimato dietro cui si può nascondere nei social network. I grandi player digitali sono statunitensi e il loro approccio sull’hate speech è stato finora permissivo.

 

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I rimpatri forzati degli afghani in Europa

Soldi a Kabul in cambio dei rimpatri. La smentita di Federica Mogherini è parziale. Nega che ci sia un rapporto diretto tra l’accordo firmato pochi giorni fa a Bruxelles, che garantisce 4 miliardi di dollari al governo di Kabul, con il piano firmato fra Ue e Afghanistan per il rientro di migliaia di afgani. Ma l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri non può negare che ci sia un protocollo per rispedire in patria migliaia di persone in fuga dalla violenza. Anzi, quel massiccio rientro è già cominciato. Tra i primi a denunciare questo scambio c’è il giornalista freelance Giuliano Battiston. A lui abbiamo chiesto innanzitutto conto della smentita di Federica Mogherini.

Battiston smentita

Il documento che Giuliano Battiston pubblica sul suo account Twitter parla chiaro: l’Europa in preda ai nazionalismi è disposta a spendere pur di rimandare a casa qualche migliaio di afgani. Ancora una volta, come nel caso dei profughi siriani, l’Europa fa una pessima figura. Le stime parlano di meno di 200 mila afgani presenti nell’Ue, a fronte di un milione circa che è fuggito in Pakistan e altrettanti che cercano di spostarsi all’interno del Paese lontano dalle violenze dei talebani. Sentiamo ancora Giuliano Battiston.

Battiston do ut des

Che situazione trova un richiedente asilo rimpatriato in Afghanistan? A 15 anni dall’inizio della guerra di Bush sempre peggio.

Battiston rimpatri

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La Consulta boccerà l’Italicum ?

Felice Besostri è l’uomo che ha affossato il Porcellum e che ora tenta di fare lo stesso con l’Italicum. La nuova legge elettorale non gli piace. Lui ha presentato ricorsi ai Tribunali di Torino, Genova, Milano, Brescia, Venezia, Bologna, Firenze, Ancona, Perugia, Roma, L’Aquila, Bari, Lecce, Napoli, Potenza, Catanzaro, Messina, Caltanissetta e Cagliari. Alla fine, la Corte Costituzionale il prossimo 4 ottobre discuterà della questione. Sarà un passaggio importante in vista del referendum costituzionale del prossimo novembre.

Matteo Renzi si attende un assistit dalla Consulta. Spera che l’Alta Corte promuova l’Italicum.  Felice Besostri, invece, pensa che la nuova legge elettorale abbia sostanzialemente gli stessi difetti per cui è stata bocciata la precedente.

In particolare, il problema è il premio di maggioranza stabilito dall’Italicum. Secondo l’avvocato milanese è eccessivo.

felice_beostri_premio_di_maggioranza

Ma, cosa chiedono i promotori dei ricorsi alla Corte Costituzionale?

felice_besostri_sentenza

Secondo gli inventori dell’Italicum, questa legge elettorale garantirebbe una certa stabilità indicando subito chi è il vincitore delle elezioni. Non si potrebbe verificare una situazione simile a quella che si è registrata in Spagna dove, dopo due tornate elettorali nel giro di pochi mesi l’una dall’altra, le forze politiche non sono ancora in grado di formare un nuovo governo.  Cosa ne pensa di questo Felice Besostri?

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Duterte, il presidente Law & Order

Da 400 a 700 morti in scontri con la polizia o per vere e proprie esecuzioni sommarie. Un migliaio di piccoli spacciatori che si sono consegnati per paura di fare la stessa fine. Queste sono le Filippine del neo presidente Rodrigo Duterte, che ha vinto le elezioni promettendo di chiudere un occhio sui metodi spicci di polizia, esercito e vigilantes privati. Un metodo che piace ai filippini: secondo gli ultimi sondaggi l’80 per cento degli elettori ha fiducia in questo outsider della politica.

Duterte si è presentato con un programma apertamente populista, reazionario in tema di sicurezza, molto aperto sui temi sociali, perfino rivoluzionario sul dialogo con la guerriglia islamica e la resistenza comunista.

“Il presidente cosiddetto sceriffo – come è stato definito in campagna elettorale – sta mantenendo le sue promesse”, spiega Paolo Affattato, responsabile delle notizie sull’Asia per l’Agenzia Fides. “Aveva promesso di dare un grande rilievo al tema della sicurezza – Law&Order – e negli ultimi tre mesi ci sono già state 465 esecuzioni, omicidi, di persone legate al traffico di droga, spacciatori e tossicodipendenti. Sembra proprio che la polizia filippina abbia il grilletto facile in questa fase”.

Duterte ha rivendicato questa strategia di lotta senza quartiere contro la criminalità legata alla droga anche nel discorso alla nazione, pronunciato davanti al Congresso. “Il presidente – dice Affatato – ha annunciato anche la creazione di una commissione ad hoc per combattere il traffico di droga e il richiamo dei militari riservisti per una campagna di sensibilizzazione capillare, soprattutto nelle periferie delle grandi città. E, sempre nello stesso discorso, Duterte ha assicurato che questa campagna verrà condotta nel rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto”.

Non solo le associazioni per i diritti umani, anche la Chiesa filippina, che ha un grande peso nella vita pubblica del Paese, protesta per queste esecuzioni sommarie.”Il rapporto tra Duterte e la Chiesa cattolica è stato sin dall’inizio molto conflittuale, molto difficile”, racconta Paolo Affatato. “In campagna elettorale, la Chiesa aveva osteggiato Duterte, definendolo persino ‘un moderno Pol Pot’. Recentemente i vescovi hanno diffuso un comunicato ribadendo il necessario rispetto della dignità umana, il no a ogni campagna di esecuzioni extra giudiziali. Ricordiamoci però che lui è un uomo del popolo, non è l’uomo delle oligarchie, dei grandi clan familiari che hanno governato dalla nascita della Repubblica delle Filippine fino a oggi. Duterte è un outsider della politica, un uomo che si è fatto da solo. E quindi la gente ripone grande fiducia in questo presidente“.

Ascolta qui l’intervista a Paolo Affatato

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Stress test, istruzioni per l’uso

E’ uno scioglilingua: stress test. In questi giorni lo leggerete sui quotidiani, lo sentirete in televisione. In estrema sintesi è una prova di laboratorio sui bilanci delle principali banche europee, secondo i criteri stabiliti dall’Autorità Bancaria Europea. Che poi questi criteri siano davvero i migliori per capire se una banca può reggere una crisi economica o finanziaria non è proprio detto. Infatti nel passato è successo che alcuni istituti che avevano superato gli stress test siano rovinosamente crollati poco dopo. Il Ministro dell’Economia Padoan distribuisce ottimismo: “ci sono criticità – ha detto ai deputati – ma lo stato generale delle banche italiane è solido”. Basta aspettare qualche ora, venerdì alle 22, per scoprirlo.

Abbiamo chiesto a Francesco Ninfole, giornalista di Milano Finanza, un vero e proprio vademecum per capire cosa sono gli stress test sulle banche.

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La banca italiana “sorvegliata speciale” è il Monte dei Paschi. Dall’esito degli stress test si capirà se per la banca senese si prenderà la strada dell’aumento di capitale con privati o se ci sarà bisogno dell’aiuto pubblico. In ogni caso gli stress test non sono da prendere come verità assolute, anzi c’è chi contesta i criteri, molto severi per le banche che fanno credito, molto laschi per le banche d’investimento. Sentiamo ancora Francesco Ninfole, giornalista di Milano Finanza.

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Hadiqat Al Siddiqin, il Giardino dei Giusti

Un giardino contro i fanatismi. Il primo Giardino dei Giusti in una nazione araba come prova di convivenza e rispetto. L’Associazione Gariwo ce l’ha fatta e venerdì 15 luglio inaugurerà questo particolare luogo della memoria a Tunisi, all’interno dell’Ambasciata italiana. A fare gli onori di casa, insieme al Premio Nobel per la Pace 2015 Abdessatar Ben Moussa, l’Ambasciatore italiano Raimondo De Cardona.

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Mohammed Bouazizi
Tarek el-Tayeb Mohamed Bouazizi

L’Associazione Gariwo, guidata da Gabriele Nissim, da anni si batte perché in tutto il mondo si aprano e si tengano in vita i Giardini dei Giusti: luoghi dove si coltivi la memoria di tutti coloro che si sono opposti alla violazione dei diritti umani, spesso rischiando la loro vita o comunque battendosi contro i genocidi. Il punto di partenza è Yad Vashem, annesso al Memoriale della Shoah a Gerusalemme, ma giardini simili sono sorti anche a Milano, a Yerevan, a Sarajevo, in Polonia, negli Stati Uniti. Ogni albero è dedicato a un giusto, un uomo o una donna che siano un esempio.

Faraaz Hussein
Faraaz Hussein

L’inaugurazione del Giardino dei Giusti di Tunisi assume diversi valori simbolici. Non a caso è la Tunisia, una nazione perennemente in bilico tra i processi democratici e l’integralismo islamico. Qui c’è l’esperienza del Movimento della Rinascita, il partito conosciuto come Ennhada, che anche nell’ultimo recente congresso sta imboccando una sorta di “terza via” tra islamismo e democrazia liberale. La Tunisia dunque come esempio per il Nord Africa? Sentiamo ancora l’Ambasciatore italiano Raimondo De Cardona.

Hamadi Ben Abdessalam
Hamadi Ben Abdessalam

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Khaled al-Asaad
Khaled al-Asaad

Il Giardino dei Giusti di Tunisi ricorda figure molto diverse: Khaled al-Asaad, conosciuto come il “custode di Palmira” e per questo ucciso quando il sito archeologico è stato conquistato dallo Stato Islamico; Khaled Abdul Wahab, che durante l’occupazione nazista della Tunisia fece come Schindler, nascondendo alcuni ebrei; Mohamed Naceur ben Abdesslem (Hamadi), la guida turistica che è riuscita a salvare diversi turisti durante l’assalto terrorista al Museo del Bardo; Faraaz Hussein, ucciso dai terroristi nell’attentato di Dacca, che ha scelto di non abbandonare le sue amiche pur potendosi salvare la vita; e poi c’è anche Tarek el-Tayeb Mohamed Bouazizi, il venditore ambulante che, stanco delle vessazioni della polizia, si è dato fuoco nel dicembre 2010 facendo cominciare la Primavera dei Gelsomini, la prima del mondo arabo. E la questione sociale è ancora il principale problema della Tunisia post-rivoluzionaria. Sentiamo l’Ambasciatore Raimondo De Cardona.

Khaled Abdul Wahab
Khaled Abdul Wahab

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Le foto sono una gentile concessione di Gariwo

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Seveso: quando l’Italia scoprì la diossina

Dopo il 10 luglio 1976 nulla sarà più come prima. Non solo per gli abitanti di Seveso e Meda che dovettero lasciare le proprie case, non solo per le persone che si ammalarono, ma anche per il sistema industriale italiano, fino ad allora tollerato perfino quando inquinava. E’ conosciuto come il disastro di Seveso, la fuoriuscita dalla fabbrica chimica Icmesa di diossina. Quarant’anni dopo Seveso ricorda con una serie di iniziative che si tengono al Bosco delle Querce, un luogo altamente simbolico, come ci spiega Paolo Butti, il sindaco di Seveso.

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Il sindaco di Seveso è intervenuto venerdì mattina nel programma Radiosveglia, ricordando il costo sociale per i suoi concittadini che hanno dovuto abbandonare le loro case.

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Paolo Butti, attuale sindaco Pd di Seveso, aveva 11 anni nel 1976 e racconta che da ragazzo non gli piaceva essere accomunato alla città del disastro ambientale: “per molti anni ho continuato a dire che abitavo a Milano”, ha detto al Corriere della Sera. Ora, invece, Paolo Butti si dice orgoglioso di essere il sindaco di Seveso, perché è diventato simbolo delle direttive italiane ed europee che dettano (dovrebbero dettare) le norme per le aziende a rischio. Ma intorno a Seveso, alle sue eredità negative, c’è ancora molta strumentalizzazione. Sentiamo ancora l’intervista al sindaco Paolo Butti.

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Grazie a Dino Fracchia/buenaVista per le fotografie che corredano questo servizio

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La fabbrica delle malattie

All’inizio tutti volevano minimizzare. A partire dalla Givaudan/Hoffman La Roche proprietaria dell’Icmesa che, pur sapendo che era fuoriuscita una nube di diossina, attese il 19 luglio, 9 giorni dopo l’incidente, per ammettere la pericolosità della sostanza. Ma anche le autorità italiane furono reticenti, perché avvisate in ritardo e parzialmente dai responsabili della fabbrica. I giornali dell’epoca parlarono per giorni solo della moria degli animali da cortile e di fastidi alla pelle.

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Il professor Luigi Bisanti ha monitorato dal 1977 le conseguenze sanitarie del disastro di Seveso. Ecco cosa ha detto ai nostri microfoni sulla sottovalutazione dei rischi.

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La bambina con la cloracne in faccia, con la pelle rovinata dalla diossina, è diventata l’icona del disastro di Seveso. Ma non era la conseguenza più grave. Sentiamo ancora Luigi Bisanti.

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“Di diossina ancora si muore”, intitolava il Corriere della Sera lo scorso 15 maggio. Era il riassunto di un convegno organizzato dall’Ordine dei Medici di Monza e Brianza da cui sono emersi dati preoccupanti. E’ aumentata l’incidenza del diabete (1% in più rispetto alle zone circostanti) e sono aumentate del 23% le morti precoci per malattie cardiovascolari. Nelle zone evacuate in seguito alla fuoriuscita di diossina dall’Icmesa si attendevano 44 casi di leucemia mieloide e invece se ne sono registrati 64. Ci sono anomalie anche per il cancro alla mammella e al colon retto. “Gli uomini nati tra il 1977 e il 1988 da donne contaminate dalla diossina – scrive ancora il Corriere della Sera citando il professor Paolo Mocarelli dell’Ospedale di Desio – hanno un numero di spermatozoi inferiore del 50% rispetto al campione di riferimento”. Sull’eredità di Seveso l’epidemiologo Luigi Bisanti ha risposto così nella trasmissione Radiosveglia di venerdì.

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Seveso

Un particolare ringraziamento a Dino Fracchia/buenaVista per le fotografie che corredano questa notizia.

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Festival Diritti Umani: il coraggio di guardare oltre

Rinunciare ad una parte dei propri diritti in cambio di sicurezza. Quante volte abbiamo sentito esponenti di governi occidentali, commentatori da prima pagina, guru invitati in televisione a proporre questo scambio? Tante, troppe volte.

Proprio in un momento come questo, con il terrore che scardina le nostre certezze, occorre il coraggio di guardare oltre, domandarsi perché tutto ciò sta accadendo e cosa possiamo fare.

Il Festival dei Diritti Umani nasce proprio con questo intento: allargare la conoscenza dei diritti umani negati, calpestati, irrisi ovunque accada; per scoprire magari che succede anche molto vicino a noi.

La storia ci insegna (o ci dovrebbe insegnare) che dove c’è un sopruso nasce anche chi si applica per conquistarlo: spesso sono minoranze, a volte minuscole e marginalizzate, ma la loro è la prima, fondamentale, scintilla. Alzare lo sguardo su loro, valorizzarne i meriti, farle conoscere a sempre più persone è fondamentale, tanto più in un mondo reso piccolo dalla comunicazione digitale.

Il Festival dei Diritti Umani (3 – 8 maggio, alla Triennale di Milano) proverà a svolgere questo ruolo, coinvolgendo soprattutto le scuole ogni mattina, chiamando a raccolta un pubblico più consapevole o semplicemente più curioso ogni pomeriggio e sera.

Documentari, film, dibattiti, perfino un cooking show: un programma pensato per far conoscere i diritti umani senza essere pedanti. E scoprire che ogni diritto conquistato non è tolto a nessun altro, anzi è un guadagno per tutti.

In questo video troverete un assaggio di quello che potrete vedere al prossimo Festival dei Diritti Umani. Per maggiori informazioni: www.festivaldirittiumani.it.

[youtube id=”PFSQd8Hoqfs”]

Danilo De Biasio, voce e firma storica della redazione di Radio Popolare, è il direttore del Festival dei Diritti Umani. Radio Popolare sarà media partner del Festival.

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Lavoratori non in vendita

Invecchiano battendo alla cassa la nostra spesa, spesso senza far carriera. Non è escluso che a breve molti di loro possano essere sostituiti da scanner elettronici. Sono sottoposti a orari sono sempre più flessibili, a volte 24 ore su 24, fese comandate comprese. Sono le lavoratrici e i lavoratori della grande distribuzione. Senza contrattato da un paio d’anni. Oggi, sabato 19 dicembre, ultimo week end della grande corsa ai regali di Natale, hanno chiesto ai consumatori di non recarsi a fare la spesa. Hanno rilanciato l’idea anche con l’hashtag #fuoritutti. In tutto il settore sono circa cinquecentomila e molti di loro oggi erano in corteo a Milano, chiamati da Cgil, Cisl e Uil.

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In mezzo a loro, segno dell’investimento politico, c’era anche la segretaria della Cgil Susanna Camusso: l’ha intervistata il nostro Alessandro Braga.

Camusso: sciopero a Natale

Considerato un settore in espansione ma anche di sperimentazione nelle relazioni sindacali, la grande distribuzione vive di lavoro precario. E sono proprio loro che, probabilmente, hanno garantito l’apertura dei centri commerciali in questa giornata di sciopero. L’incontro con Susanna Camusso è servito per chiederle anche un bilancio sui rapporti tra sindacato e governo.

Camuso: i rapporti con il governo

 

 

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Quando i musulmani morivano per “noi”

La Grande Moschea di Parigi aveva convocato per venerdì 20 novembre, ad una settimana esatta dagli attentati, una manifestazione pubblica per ribadire la distanza dei musulmani francesi all’esaltazione terroristica e l’adesione ai valori repubblicani. Quella manifestazione non c’è stata, annullata per questioni di sicurezza. Ma resta tutta l’importanza delle intenzioni e ancora di più del luogo che doveva accogliere quella manifestazione: la sua storia racconta di un tempo in cui i musulmani morivano e uccidevano per “noi”.

Gran moschea

E’ utile sapere cosa rappresenta la Grande Moschea di Parigi, la seconda più grande d’Europa (dopo quella di Roma) e quella più centrale: è a 1300 metri dalla Cattedrale di Notre Dame. La Grande Moschea di Parigi è contemporaneamente un ringraziamento del governo francese alle truppe coloniali che hanno combattuto durante la Grande Guerra e un’operazione politica di simpatia nei confronti delle nascenti nazioni arabe. Infatti la costruzione fu decisa dal governo francese per dimostrare che teneva in massima considerazione la cultura dei soldati “coloniali” (circa 600mila) a cui chiese di immolarsi nelle trincee d’Europa.

Anche l’esercito britannico usò massicciamente truppe “coloniali” (circa 900mila) ma in questo caso la religione islamica non era così preponderante, per esempio circa il 18% del contingente indiano era sikh. La Grande Moschea di Parigi, dunque, si può considerare contemporaneamente un enorme monumento funebre per i soldati musulmani morti per la Francia e una testimonianza di fraternità. Almeno nel 1926 quando venne inaugurata. Lo storico francese Nicolas Offenstadt, intervistato durante l’edizione 2014 del Festival èStoria, ci fornisce qualche elemento in più per capire l’importanza della Grande Moschea di Parigi.

 

 

Per saperne di più sul legame storico fra musulmani ed europei vi consigliamo di riascoltare questa puntata di Autista Moravo, la trasmissione sulla Grande Guerra di Radio Popolare e Associazione Lapsus.

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Valeria, la pacifista uccisa dalla guerra

Un macabro scherzo del destino. Non il primo e neppure l’ultimo. Valeria Solesin, una delle 129 vittime degli attentati di Parigi, era stata volontaria di Emergency. Una pacifista uccisa dalla guerra, da una delle tante forme di guerra che provava a contrastare. Sono stati Gino e Cecilia Strada, il fondatore  e  l’attuale presidente di Emergency a renderlo noto.  Di Valeria si erano perse le tracce da venerdì sera, quando insieme ai suoi amici provava a scappare dal Bataclan, la sala concerti presa d’assalto da un gruppo di fuoco jihadista. La circostanza che avesse perso lo stesso giorno i documenti ha reso più difficile l’identificazione. Fino a domenica mattina quando il personale dell’Ambasciata italiana ha potuto vederne il corpo per il riconoscimento ufficiale.

Gino Strada saluta Valeria

Valeria Solesin studiava a Parigi da sei anni, dopo aver frequentato l’Università di Venezia e Trento. Da studentessa si era avvicinata a Emergency. Così la ricorda Cecilia Strada.

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Valeria Solesin è stata uccisa da una delle tante forme di violenza che prosperano grazie alle guerre. Ma Cecilia Strada, presidente di Emergency, ricorda che non è la prima volta che accade e che, purtroppo, potrà accadere ancora.

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Poliziotti e soldati nelle strade di Parigi e Londra. Paura per il Giubileo. Strette di mano tra Obama e Putin. Promesse di fare tutto il possibile per sconfiggere lo Stato Islamico. Ma in queste promesse dei “grandi” della terra c’è molta, troppa ipocrisia. Ancora Cecilia Strada.

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Nino Di Matteo da solo contro tutti

Probabilmente è il magistrato più in pericolo, ma non c’è intorno a lui quella solidarietà che ci si aspetterebbe. Nino Di Matteo, 54  anni, è uno dei pubblici ministeri del processo per la trattativa tra Stato e mafia. Secondo alcuni sta proprio in questa inchiesta dai mille rivoli uno dei motivi per cui non riscuote – per usare un eufemismo – quella simpatia e solidarietà che un giudice minacciato in persona da Totò Riina meriterebbe. La pensano così – ad esempio – il Movimento delle Agende Rosse che ieri ha realizzato un corteo in suo favore e Sabina Guzzanti, l’attrice/regista che ha realizzato un film proprio sulla trattativa. Secondo Sabina Guzzanti il silenzio che i mass media garantiscono a quel processo contribuisce a isolare il magistrato.

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Nino Di Matteo non fa mistero di sentirsi isolato. Lo ha detto pochi giorni fa a Bologna, durante la cerimonia che gli ha conferito la cittadinanza onoraria. “Personalmente la giornata di oggi assume un valore particolare, di conforto e di solidarietà vera in un momento di oggettiva difficoltà personale, uno stimolo a continuare il mio lavoro”.

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Casali: destinato ad essere partigiano

Aperti e chiusi da “Bella ciao” i funerali di Tino Casali si sono svolti alla Casa della Memoria di Milano, la città dov’era nato e dove – il 27 aprile del 1945 – arrivò alla testa degli uomini e le donne della Divisione Gramsci.

Di Tino Casali sono stati ricordati non solo il suo passato da esule e poi da partigiano, ma anche la sua lungimiranza politica – fu lui a volere il Comitato permanente antifascista – e la costanza con cui ricordava che la Resistenza fu una lotta largamente unitaria. E così doveva essere ricordata.

L'omaggio delle bandiere e dei gonfaloni alla salma di Tino Casali

L’omaggio delle bandiere e dei gonfaloni alla salma di Tino  Casali

Qui il servizio che Radio Popolare ha dedicato ai funerali di Tino Casali.

I funerali di Tino Casali

Carlo Smuraglia, Dario Venegoni e, di spalle con la fascia tricolore, Pierfrancesco Majorino
Carlo Smuraglia, Dario Venegoni e, di spalle con la fascia tricolore, Pierfrancesco Majorino
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Nessuno voleva sapere cos’era successo nei lager

Nell’aprile 1945 mano a mano che l’Armata Rossa avanzava a ovest venivano liberati i campi di concentramento dov’erano stati uccisi milioni di esseri umani colpevoli solo di essere ebrei, omosessuali, testimoni di Geova, rom e sinti…

Internati a Buchenwald. Tratto dal sito www.shoah-nakba.it
Internati a Buchenwald. Tratto dal sito www.shoah-nakba.it

I giornalisti arrivati insieme ai soldati spesso non trovarono le parole per poter descrivere adeguatamente ciò che avevano visto. Eduard Murrow, giornalista della Cbs,  detta questa corrispondenza il 15 aprile. L’audio è tratto dalla raccolta Dossier di Guerra 1933 – 1945 della Fabbri Editore, messo a disposizione dall’Insmli

Il lager di Buchenwald

“I bambini si aggrappavano alle mie mani e mi guardavano fisso […] altri uomini si facevano avanti per parlarmi e toccarmi. Vi prego di credere a quanto vi ho detto”, dice il giornalista statunitense. Scene simili si sono viste negli altri lager. Anche a Mauthasen dove abbiamo lasciato Marcello Martini, più morto che vivo. La guerra è finita, i nazisti sconfitti, i campi di sterminio liberati. Aveva 14 anni quando i soldati tedeschi l’hanno catturato a Prato, ne ha quindici adesso. Cosa l’ha tenuto in vita? Marcello Martini aspetta qualche secondo per rispondere e poi ammette: “non lo so”.

Cosa mi ha tenuto vivo

Il ritorno alla normalità non è stato semplice per chi tornava vivo dai campi di sterminio. Prevaleva il desiderio di dimenticare. Atteggiamento comprensibile, forse, ma che ha chiuso i sopravvissuti in un cono d’ombra – come ha descritto anche Primo Levi – fatto di silenzio e sensi di colpa. E’ successo anche a Marcello Martini.

Dopo il lager

Convegno Aned alla Casa della Memoria, 3 maggio 2015
Convegno Aned alla Casa della Memoria, 3 maggio 2015

L’intervista a Marcello Martini è dello scorso 3 maggio, alla Casa della Memoria di Milano. Due giorni dopo, 70 anni fa, veniva liberato il campo di Mauthasen. L’incontro milanese è stato organizzato dall’Aned, l’associazione degli ex deportati che pervicacemente combatte l’oblio per quella pagina così terribile della nostra storia. Prima di salutarci Marcello Martini mi allunga il suo foulard a strisce e rovista nella borsa che ha attaccato al suo deambulatore; trova finalmente il suo libro, “Un adolescente nel lager” e aggiunge: “sai che non me l’ha mai recensito nessuno”? Vorrà dire che saremo i primi a farlo. E lo facciamo con il principe dei nostri recensori, Vincenzo Mantovani.

Vincenzo Mantovani recensisce Marcello Martini

3 – fine

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Marcello Martini: un ragazzo nel lager

Marcello Martini nel 1940
Marcello Martini nel 1940

Marcello Martini aveva 14 anni quando finì nei lager: Fossoli, Mauthasen, Wiener Neustadt, Hinterbrühl. Ma perché è stato internato? Durante la guerra si cresce in fretta: successe anche a Marcello, nato e cresciuto in una famiglia antifascista, che nel 1944 fu arrestato insieme alla madre e alla sorella. Una vicenda che s’intreccia con la mitica Radio CoRa. “Mio padre – racconta – era il responsabile militare del Cln della zona di Prato, che era una zona importante dal punto di vista militare. Infatti nel giugno ’44 un gruppo di radiotelegrafisti venne paracadutato vicino a Prato: dovevano aiutare Radio CoRa a fornire indicazioni precise su dove gli Alleati dovevano bombardare. Insieme a mio fratello e mio padre andai a recuperare i paracaduti: uno non lo trovammo, probabilmente – ridacchia Marcello Martini – l’avrà trovato prima di noi un contadino, che si sarà fatto qualche bella camicia”. La trasmittente di Radio CoRa, la radio messa in piedi dal Partito d’Azione di Firenze, continuava ad essere spostata di casa in casa, ma proprio in quei giorni venne scoperta. I nazisti fecero una retata che azzerò l’esperienza di Radio CoRa. Così l’abbiamo raccontata nella trasmissione Radio Milano Liberata.

 

storia di radio cora

 

Per cercare di scagionare gli arrestati si consegna ai nazisti Italo Piccagli, capitano dell’Aeronautica, che aveva contribuito alla creazione, mesi prima, di Radio Bari, una delle emittenti che gli Alleati installavano mano a mano che conquistavano le città.  Ma anche il capitano Piccagli, insieme a paracadutisti inviati dall’8° Armata per rafforzare il gruppo clandestino di Radio CoRa e un ignoto partigiano cecoslovacco verranno fucilati. Con loro anche Anna maria Enriques Agnoletti. Il corpo dell’avvocato Enrico Bocci, l’altro responsabile di Radio CoRa non verrà mai ritrovato. Solo Gilda La Rocca riuscirà a salvarsi.

Gilda La Rocca dal documentario di Liliana Cavani per la Rai
Gilda La Rocca dal documentario di Liliana Cavani per la Rai

Ma torniamo a Marcello Martini. Arrestato dai nazisti finisce nei campi di concentramento, sopravvive anche alla marcia della morte. Un anno in cui ha conosciuto l’abisso della crudeltà scientificamente organizzata e il calore della solidarietà spontanea. La solidarietà che che l’ha salvato a Hinterbrühl, quando un incidente di lavoro poteva farlo finire nell’elenco degli incapaci di lavorare e quindi da eliminare.

 

nascosto in infermeria

 

“Ero il più giovane triangolo rosso di Mauthasen”, racconta con orgoglio Marcello Martini. Quel triangolo che vive come una medaglia per molti equivaleva ad uno stigma, se non ad una condanna a morte. Settant’anni sono un periodo abbastanza lungo per poter ricordare quei simboli anche con un po’ di leggerezza.

 

ci intendevamo a gesti

2 – continua

 

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Il lager è un buco nero

“Il lager non ha regole e contemporaneamente ne ha tante. Il lager è un grande buco nero”.
Parla con apparente tranquillità, con quel marcato accento toscano, Marcello Martini, ex internato dei campi di sterminio nazisti. E’ desideroso di raccontare la sua storia di ragazzino nel lager: “ero il più giovane a Hinterbrühl e sono l’unico ancora in vita”.

 

Marcello Martini nel 1943
Marcello Martini nel 1943

 

Parole come vita e sopravvivenza, per chi è stato internato in un campo di concentramento, hanno un peso diverso, è come se fossero un concentrato di sofferenza. Marcello Martini si puntella al suo deambulatore a rotelle, si passa un fazzoletto sugli occhi e comincia a raccontare. Si ferma subito e ordina: “dammi del tu”. E riprende a parlare.
“Hinterbrühl lo conoscono in pochi, è a 17 chilometri da Vienna e adesso si chiama Seegrotte, che si può tradurre come mare sotteraneo perché è il più grande lago sotterraneo d’Europa. I nazisti svuotarono il lago e installarono in quelle gallerie – a 30 e a 50 metri sotto terra – una fabbrica di aeroplani. Da lì partii per la marcia della morte verso Mauthasen”. Un nome adeguato per questo trasferimento forzato, avvenuto tra il 1° e l’8 aprile 1945, che ha lasciato sul terreno quasi 200 degli 800 prigionieri iniziali. Anzi, come dice col suo accento toscano dugento prigionieri.

 

Marcia della morte_1

 

Marcello Martini ha un sito web ben curato, dove spicca il triangolo rosso della sua divisa da prigioniero e il numero di matricola: 76430. Nel sito c’è anche la cartina che può dare un’idea di cos’ha significato marciare per oltre 200 km, per una settimana, senza mai mangiare, sapendo che se ti mostravi debole era pronto per te il colpo di grazia. Se ti andava bene! Perché la fantasia sadica dei nazisti che scortavano la marcia della morte arrivava a divertirsi prima di uccidere qualche prigioniero. Una sera, al termine diuna tappa, i prigionieri sono stati circondati dai camion, con i fari puntati addosso e poi…

 

Marcia della morte_2

 

Marcello Martini racconta gli orrori vissuti con apparente distacco. Forse ha metabolizzato i ricordi. Forse si sono smussati ripetendoli mille volte, andando in giro per scuole e convegni. Ma quando li ascolti fatichi a rimanerne immune. Per esempio quando Marcello Martini spiega che un ufficiale ammazzò cinque prigionieri scelti a caso solo perché non tornavano i conti. “Questo maggiore delle SS ci mise in fila, mi passò a mezzo metro, io ero in prima fila. Ne indicò cinque. Cinque prigionieri, cinque revolverate e così mise in pari i conti, perché non tornava la contabilità tra il numero degli ammazzati del giorno prima e quelli ancora in vita”.

 

Marcello Martini a Mauthasen nel 2013
Marcello Martini a Mauthasen nel 2013

 

Di fronte a queste testimonianze parole come giustizia e perdono cambiano significato? Recentemente Eva Kor, una sopravvissuta di Auschwitz, ha stretto la mano al contabile del campo, Oscar Groening durante il processo che si stava svolgendo in Germania. Un gesto che equivaleva ad un perdono e che molti familiari delle vittime dei lager non hanno per nulla condiviso. Marcello Martini avrebbe stretto la mano ad uno dei suoi aguzzini 70 anni dopo? “Io no. Sinceramente no”, risponde seccamente. Poi si ferma qualche secondo e aggiunge: “Innanzitutto se vuoi il mio perdono devi chiedermelo. E poi devi dimostrarmi che sei pentito. Io non posso perdonare a nome di altre vittime. Solo Gesù Cristo ha potuto fare un perdono generale. E io non sono mica Gesù Cristo”.

1 – continua

  • Autore articolo
    Danilo De Biasio
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