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Il vicepresidente della Camera sotto accusa

La procura di Parigi ha aperto un’indagine preliminare a carico di Denis Baupin, 53 anni, leader storico di Europe Ecologie, che lunedì si è dimesso dalla vice presidenza dell’assemblea nazionale dopo che diverse colleghe lo hanno accusato di molestie sessuali. Un comunicato precisa che non è stata presentata nessuna denuncia contro Baupin, ma che la procura “intende raccogliere le testimonianze delle presunte vittime che si sono espresse sui media”.

Baupin ha smentito tutto parlando di accuse “diffamatorie”. La moglie, la ministra alla Casa Emanuelle Cosse, ha affermato che di fronte a simili accuse deve pronunciarsi la giustizia per stabilire se sono vere.

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I fatti denunciati si sono svolti tra il 1998 e 2014. Molti sapevano ma tacevano. Il silenzio è stato rotto da un tweet apparso l’otto marzo scorso sull’account di Baupin. 

Hastagh #Mettezdurougemettete il rossetto. La foto mostrava otto parlamentari maschi, tra cui Baupin, con il rossetto sulle labbra in segno di impegno contro la violenza alle donne. La goccia che ha fatto traboccare il vaso.

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Elen Debost

 

“Ho visto quella foto, ho letto la didascalia, sono andata subito in bagno a vomitare”, dice Elen Debost, vice sindaca di Le Mans e segretaria regionale di Europe Ecologie.

Sandrine Rousseau, portavoce del movimento: “ Nel tweet non ho visto qualcuno che difendeva i diritti delle donne ma qualcuno che aveva tentato di forzare una donna a baciarlo, mi sono detta che non era più possibile restare in silenzio”.

Sandrine Rousseau, Elen Debost, Isabelle Attar, Annie Lahmer e quattro altre donne hanno raccontato al sito di inchiesta Mediapart e a France Inter di essere state vittime di molestie da parte di Baupin.

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Sandrine Rosseau

“Nel 2011 durante un convegno a Montreuil – racconta Sandrine – volevo fare una pausa, sono uscita dalla sala. E allora Baupin è venuto dietro di me e mi ha sbattuto sul muro, tenendomi per il seno. Ha cercato di baciarmi. E io l’ho rigettato violentemente. Sono andata subito a parlarne con i colleghi di partito. Uno mi ha detto: ‘Ah, ha ricominciato…’. E un altro: ‘Con lui sono cose che capitano spesso‘”. Elen Debost sostiene che Baupin le aveva inviato centinaia di sms “ provocatori, a sfondo sessuale, pesanti, gravi e molto insistenti” .

Dopo le dimissioni di Baupin, Elen dice di sentirsi meglio: “Per me è un sollievo. I due mesi tra la mia denuncia e la fine dell’inchiesta giornalistica sono stati un’eternità, avevo molta paura. Adesso è un momento positivo perché continuiamo a ricevere molti messaggi di solidarietà da parte di donne e uomini”.

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    Chawki Senouci
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La Loi de Travail approda in Parlamento

Dopo due mesi di protesta è approdato ieri in parlamento, la Loi Travail o legge El Khomri, dal nome della ministra del lavoro Myriam El Khomri. L’esame durerà fino al 12 maggio prima di un voto solenne il 17 maggio. I 54 articoli fanno oggetto di circa 5 mila emendamenti.

La riforma da un ampio mandato alla Confidustria francese per licenziare, modificare l’organizzazione del lavoro e il diritto alle ferie, limitare il tetto degli indennizzi in caso di licenziamenti. Inoltre permette di “precarizzare” i giovani in cerca di un primo impiego.

Ai “padroni” non era bastato il regalo fiscale di Hollande da 40 miliardi di euro per rilanciare il mercato del lavoro.Dal 31 marzo ci sono state quattro mobilitazioni, in prima linea ci sono gli studenti e i liceali, preoccupati per il loro futuro.

Dal quel giorno, Place de la République, a Parigi, ospita la Nuit Debout, un movimento cittadino di indignati che si sta allargando a tutto il Paese. Per spaccare il movimento, il primo ministro Manuel Valls ha ritirato i punti contestati dagli studenti, ad esempio tassando pesantemente i contratti a tempo determinato.

Ma gli studenti, anche se si ritengono soddisfatti, hanno deciso di continuare la lotta a fianco dei sindacati. La situazione è molto tesa, ci sono stati diversi scontri tra polizia e manifestanti, con arresti e feriti nei due campi. A Rennes, in Bretagna, un giovane, colpito in faccia da una granata stordente (Flashball), ha perso definitivamente l’uso dell’occhio sinistro. Oggi la Lega dei diritti umani ha chiesto ufficialmente l’istituzione di una commissione parlamentare sulle violenze della polizia.

Questa è stata la vigilia.

Ieri pomeriggio, centinaia di persone hanno risposto all’appello dei sindacati e si sono dati appuntamento a Les Invalides, non lontano dall’assemblea nazionale. L’obiettivo è fare pressione sui deputati. Per il momento possono contare sull’appoggio dei  verdi, dei comunisti e soprattutto della minoranza socialista.

Secondo il relatore, Christophe Sirugue (PS), al governo mancano 40 voti per ottenere la maggioranza. In un’intervista a Le Parisien, Myriam El Khomri ha detto che che non sarà posta la fiducia sul testo. L’Eliseo quindi sarebbe pronto a fare delle concessioni per fare rientrare l’ennesima fronda della sinistra del partito socialista. Potrebbe essere una buona mossa, a un anno delle presidenziali. Anche se i sondaggi dicono che la base ha già ripudiato François Hollande.

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    Chawki Senouci
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Whistleblower “anti capitalisti” alla sbarra

Da una settimana in Lussemburgo si sta celebrando il processo Luxleaks, lo scandalo che ha rivelato gli accordi fiscali segreti tra il governo e 300 multinazionali (tax ruling), tra le quali Apple, Amazon, Ikea, Deutsche bank, Fiat, Finmeccanica, Unicredit, Intesa San Paolo, tra il 2002 e 2010.

Sul banco degli accusati, non ci sono i responsabili di una delle più grandi operazioni di elusione fiscale del mondo, ma tre cittadini che avevano denunciato il malaffare: gli informatori Antoine Deltour e Raphael Halet, ex dipendenti della società di consulenza PricewaterhouseCoopers (PwC) e il giornalista Edouard Perin del magazine Cash Investigation della Tv pubblica France 2 (che aveva ricevuto i files da Deltour e Halet per la sua trasmissione).

La prima parte del processo si sta focalizzando sulla figura dell’ex revisore dei conti Antoine Deltour, un francese di 30 anni. Entrato in Pwc nel 2008, Deltour scopre che la società di certificazione gestisce anche gli accordi illegali tra governo e multinazionali. Da qui la decisione, nel 2010, di dimettersi e di rendere pubblici i documenti dello scandalo.

Il 28 aprile Le Monde, che sta seguendo il processo, ha riferito che nel corso dell’inchiesta la polizia del Lussemburgo ha potuto accedere ai computer e ai conti di Antoine Deltour. Davanti ai giudici, il commissario Roger Hayard ha testualmente affermato che “siccome non è stata trovata nessuna traccia di transazioni finanziarie sospette, abbiamo cercato un altro movente. Antoine Deltour era dichiarato anticapitalista”. 

Come prova il poliziotto ha fornito i suoi post su Facebook, nei quali il whistleblower ha scritto de di “fare fatica ad accettare che i comuni mortali non possano evitare di pagare le tasse come invece è il caso delle grandi multinazionali”. “Deltour – hanno aggiunto gli inquirenti- seguiva le newsletter del partito dei Verdi ed era abbonato persino al sito di indagini giornalistiche Mediapart”. Antoine Deltour rischia fino a dieci anni di carcere, i reati vanno dalla violazione di dati coperti da segreto al furto e alla frode informatica. Con l’aggravante di essere anticapitalista.

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    Chawki Senouci
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Il futuro nelle “convergenze di lotte”

Parigi 45 marzo. La Nuit debout è una vera rivolta o è un fuoco di paglia? La storia ce lo dirà, ci vuole molta cautela prima di scandire la parola rivoluzione.

Il magazine culturale di sinistra Les Inrocks segue con attenzione il nuovo movimento cittadino, che da 15 giorni alterna manifestazioni, scioperi e riflessioni notturne. Per il momento la Nuit debout non mostra segni di stanchezza.

Come ogni giorno, la piazza si riempie a partire dalle ore 18 e si svuota all’alba. Come ogni giorno, la piazza si divide in una ventina di assemblee generali/popolari e ognuna tratta un tema specifico. L’agenda dei lavori è annunciata sui social network e sul bollettino La Gazzette Debout mentre le discussioni possono essere seguite su Periscope, su Tv Debout (Youtube) o sulla web radio Radio Debout.

Ma che futuro ha la Nuit debout? Questa settimana Les Inrocks, il magazine che ha seguito più da vicino e ponendosi più domande il movimento, ha raccolto l’intervento a Parigi dell’antropologo americano David Graeber, uno dei protagonisti di Occupy Wall Street del 2011.

Graeber intravede delle affinità tra i due movimenti. “Nel 1848, 1968 e 2011 nessuno ha preso il potere – spiega in un dibattito- ma l’ordine mondiale ne è uscito trasformato. Tutti criticano Occupy perché non avrebbe prodotto niente. Ma nella sua continuità, dei movimenti di protesta simili si sono svolti in Turchia, Hong Kong, in Bosnia, in Brasile e ora in Francia. L’esplosione della Nuit debout è la versione più ispirata dal 2011”.

Il paragone piace agli “indignati” francesi che non vogliono fare la fine del movimento spagnolo indignados. L’economista e filosofo Frédéric Lourdon, una delle anime di Place de la République, sostiene che “Podemos non è un buon esempio, cerchiamo di non ricrearlo. La seconda parte della sua traiettoria si è ridotta a entrare nel gioco classico dell’elezione. È un triste destino”.

Che fare allora? Mark Ruffin, che con il suo film Merci patron ha ispirato la Nuit debout, non ha dubbi: “Non facciamo ancora abbastanza paura al governo, bisogna allearsi con i sindacati. Lo dico anche ai sindacati, non snobbate quello che succede in piazza. La vittoria è possibile solo se stiamo insieme”.

Si chiamano “convergenze di lotte”: tutti uniti nel battaglia contro la riforma del lavoro. Lunedì il primo ministro francese Manuel Valls ha tentato di fare rientrare la protesta degli studenti. Ha ricevuto i loro sindacati e presentato le modifiche da apportare alla riforma.

I rappresentanti degli studenti si sono detti soddisfatti ma hanno annunciato che continueranno la lotta, insieme ai lavoratori, i quali hanno ricambiato. A Le Havre i portuali iscritti al principale sindacato francese Cgt hanno votato una mozione indirizzata al prefetto di polizia per ammonirlo che “se uno studente, uno solo, viene toccato dalla polizia, il porto verrà bloccato”.

L’altra questione che viene dibattuta nelle assemblee popolari è come fare arrivare i messaggi alle classi popolari e alle periferie. Perché da fuori, da destra soprattutto, gli “indignati” sono definiti dei Bobo (borghesi bohémiens) in cerca di forti sensazioni.

Nicola Norito, fondatore della casa editrice Libertalia, che pubblica i libri di John Halloway, altra figura importante di Occupy, spiega che in piazza c’è “una popolazione che legge molto, lo stand è svuotato ogni sera. La composizione sociologica del movimento? È bianco, del centro città, trentenne, della classe media. Sono prof a Montreuil (periferia parigina, ndr), non ho visto uno solo dei miei studenti”.

Génération Bataclan quindi? Quella decimata dagli attentati del 13 novembre e che Libération aveva definito “un modo di vivere edonista e festaiolo di una generazione profondamente segnata dalla strage di Charlie Hebdo che trovava la felicità in uno spazio urbano dove coesistono negozi di moda, bar pakistani, caffè arabi, ristoranti cinesi, librerie musulmane e sinagoghe”?

Può essere. Un mese dopo gli attentati di Parigi, l’avevamo descritta così: “Le testimonianze di parenti, colleghi e amici delle 130 vittime, raccolte e pubblicate ogni giorno da Le Monde e Libération, confermano l’intuizione di Libé: avevano brindato alla vita, cantato, amato, ballato e viaggiato molto ma trovavano sempre il tempo per aiutare gli altri e per protestare contro le ingiustizie”.

Una generazione che sa anche sdrammatizzare. Martedì Place de la République ha vissuto una notte completamente al buio. Secondo il Comune è stata colpa di un guasto, gli “indignati” hanno risposto lanciando un hashtag: #lampgate. Un cittadino ha scritto su Twitter: “Hanno staccato la corrente ma noi vediamo la luce in fondo al tunnel della nostra società”; un altro: “È tempo di riaccendere le stelle”.

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    Chawki Senouci
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Parigi, gli indignati della “Notte in piedi”

“Nuit debout”, notte in piedi, è il movimento cittadino nato giovedì scorso a Parigi dopo la giornata di mobilitazione contro la “Loi Travail” .

In Place de la République giovani e meno giovani, studenti, impiegati, migranti, operai, ricercatori, disoccupati, precari tentano di inventare un mondo migliore e reinventare la democrazia … E un nuovo linguaggio.

Giovedì 31 marzo è stata la giornata della grève génerale, lo sciopero generale. La notte, invece, è stata dedicata al rêve géneral, il sogno collettivo.

Hanno inventato anche un nuovo calendario, dopo il 31 marzo, è arrivato il 32 marzo. Altrimenti qualcuno avrebbe potuto pensare ad un pesce d’aprile.

In gruppi, seduti per terra, trattano diversi temi: dalle derive del capitalismo, al tradimento dell’atto supremo della democrazia, cioè votare. “I nostri sogni sono troppo grandi per le vostre urne”, recita uno striscione.

La notte tra domenica e lunedì, i dibattiti sono stati seguiti su Periscope da 80 mila persone, potevano essere anche di più ma, sostengono gli organizzatori, il server non ha retto.

https://vimeo.com/161281961

Ieri, #35Mars, c’è stata un’ assemblea generale gestita dai contadini bio. Gli agricoltori sono stati accolti dagli applausi dei partecipanti. Sono seguiti altri dibattiti e concerti improvvisati. All’alba la piazza è stata evacuata dalla polizia. La prima volta ci fu una piccola carica, ma alla terza alba gli agenti hanno accettato di dividere con i giovani un caffè caldo.

All’inizio la Nuit debout fu snobbata dai mass media, perché nessuno scommetteva sulla resistenza degli indignati. Ieri Le Monde ha dedicato loro un lungo reportage dal titolo Alla quarta notte in piedi, la voglia di rimettere l’umano al centro.

Il loro modello, e non l’hanno mai nascosto, sono gli Indignados, il movimento spagnolo nato a Puerta del Sol, Madrid, il 15 maggio 2011. Ma come allora, nessuna oggi sa come si concluderà questa avventura.

Quello spagnolo si è trasformato in Podemos. Nei dibattiti, che abbiamo seguito su Periscope, la maggior parte non ha ancora le idee chiare ma molti si rifiutano di affidare i loro sogni a un leader mediatico, a un Pablo Iglesias parigino. Per il momento, il 56 per cento dei francesi li sostiene, secondo un sondaggio di le Parisien. Li sostiene perché protestano contro la precarizzazione del lavoro e contro il futuro incerto, le uniche cose che la politica sa oggi offrire ai giovani.

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    Chawki Senouci
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Francia, Hollande costretto alla ritirata

“Ci sono degli annunci che, più dei colori e dei sapori primaverili, promettono, pardon, permettono di ritrovare con una certa urgenza le vere lotte”. Sulla sua pagina Facebook, l’ex ministra della Giustizia francese Christiane Taubira assapora la sua vittoria politica su Manuel Valls e François Hollande, senza mai nominarli. Taubira si era dimessa il 29 gennaio scorso a causa della sua opposizione alla riforma costituzionale.

Quella riforma costituzionale che il presidente Hollande aveva annunciato, pochi giorni dopo gli attentati di Parigi, davanti a Camera e Senato, riuniti a Versailles, e che prevede l’introduzione dello stato d’emergenza permanente e soprattutto la revoca della nazionalità per i francesi con doppio passaporto condannati per terrorismo.

Una misura che ha lacerato il Partito socialista e la sinistra perché “istituiva due categorie di francesi, quelli che lo sarebbero indubbiamente e coloro che non lo sarebbero completamente perché i loro genitori o i nonni non lo erano”.

Per rassicurare i deputati socialisti, il primo ministro Manuel Valls aveva tolto dal testo ogni riferimento ai binationaux. Senza successo. In parlamento la riforma fu approvata grazie al voto decisivo della destra.

La toppa di Valls era peggio del buco, perché revocare la cittadinanza a tutti francesi condannati per terrorismo avrebbe aperto il campo al regime di apolidia.

Infatti in Senato, la destra, che ha la maggioranza, ha votato il testo iniziale. “L’Assemblea Nazionale e il Senato – ha riconosciuto Hollande rivolgendosi ai francesi in tv – non sono riusciti ad accordarsi su uno stesso testo. Oggi non ci sono le condizioni per un compromesso”.

Trattandosi di una riforma costituzionale, il testo doveva alla fine essere approvato dalle due Camere riunite a Versailles con una maggioranza dei tre quinti, ossia 555 eletti. Conti alla mano, era una missione impossibile. Alla fine Hollande ha gettato la spugna.

Sessantatré ore di dibattito per niente? Non siamo così sicuri. Il 10 febbraio scorso il giornale Libération scriveva che “l’Eliseo starebbe lavorando a un’uscita onorevole: mollare la patata bollente alla destra in Senato e abbandonare definitivamente il progetto appena il testo sarà modificato denunciando il sabotaggio di Sarkozy, possibile avversario alle presidenziali 2017”.

Già ieri pomeriggio sono iniziate le ostilità: “Presentiamo le nostre scuse ai francesi – ha dichiarato il primo segretario del Partito socialista Jean-Christophe Cambedélis – non abbiamo saputo convincere la destra a entrare nell’unione nazionale per rafforzare il nostro diritto nella lotta contro il terrorismo”.

Nicolas Sarkozy ha risposto affermando che “Hollande ha creato lui stesso le condizioni del fallimento, ha condannato il Paese all’immobilismo”.

Da oggi occhi puntati sui sondaggi per vedere chi ha perso e chi ha vinto. Possono già ritenersi soddisfatti i deputati della sinistra (i ribelli del Ps più verdi e comunisti) che, sostenuti dalla società civile, avevano denunciato il progetto e lavorato per il suo ritiro, costringendo il premier Valls a commettere il pasticcio costituzionale. “Il ritiro del progetto che ha molto diviso i francesi è l’unica e saggia decisione possibile”, ha affermato il capofila dei ribelli del Ps, il deputato Christian Paul. “Bisognava voltare pagina. Non si può mettere l’unità nazionale, assolutamente necessaria, contro i princìpi repubblicani”.

Christiane Taubira vede in questa ritirata un’occasione per riannodare il dialogo a sinistra:

“Ora che si chiude la parentesi di un doloroso smarrimento, che la Costituzione resta la residenza dei nostri valori, dei princìpi che disciplinano la Repubblica, dei simboli che ci permettono di rimanere insieme, dei nostri diritti e delle nostre libertà imprescrittibili, delle regole che si impongono a ciascuno di noi per rendere possibile la convivenza, in poche parole ora che la legge fondamentale ritorna a essere il quadro della nostra appartenenza, eccoci di nuovo liberi insieme. In primo luogo liberi di riallacciare i rapporti con la politica, questo obbligo e questo ardore di pensare la maniera di condividere un destino. Riallacciare, poi, i rapporti con la Gauche, attorno a questa idea straordinariamente moderna dell’uguaglianza, dell’esigenza di una cittadinanza compiuta, dalla quale derivano le nostre libertà, i nostri diritti, i nostri obblighi”.

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    Chawki Senouci
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Abdeslam collabora con la Francia?

Najim Laachraoui è un giovane belga. Ha 24 anni. Ieri la polizia belga ha pubblicato la sua foto in tutto il Paese. È uno dei due terroristi sospetti ricercati dopo l’arresto di Salah Abdeslam venerdì 18 marzo, a Molenbeek.

Gli inquirenti lo pensavano ancora in Siria, dove sarebbe partito nel febbraio 2013. Invece era rientrato in patria con un falso passaporto.

Sotto il nome di Soufiane Kayal, aveva affittato una casa a Auvelais, vicino a Namur, usata per i preparativi degli attacchi del 13 novembre, e l’appartamento di Schaerbeck dove Abdeslam aveva trovato rifugio per tre settimane.

Ma la vera novità è che la polizia francese ha trovato tracce del suo Dna sull’esplosivo usato il 13 novembre. Non solo, quella notte avrebbe avuto numerosi contatti telefonici con i kamikaze. Cosi Najim Laachraoui, in meno di 48 ore, è diventato l’artificiere degli attentati di Parigi. La mole di informazioni sul suo conto desta tuttavia qualche sospetto. Salah Abdeslam sta già collaborando?

Il suo avvocato Sven Mary l’ha incontrato ieri per la prima volta senza la presenza delle guardie. All’uscita del carcere di massima sicurezza di Bruges, Sven Mary ha affermato che il suo cliente si oppone ancora all’estradizione in Francia ma ha assicurato che “presto Salah Abdeslam andrà in Francia. Deve scagionarsi di molte cose a Parigi”. L’incontro è durato due ore e ciò ha permesso ai due di stabilire una linea di difesa. L’avvocato, contattato due volte dall’entourage di Abdeslam, è stato categorico venerdì scorso: “Devo sapere qual è la sua linea difensiva. Se volesse difendersi dichiarando di ‘non essere a Parigi la sera del 13 novembre’, allora mi infastidirei e non potrei assisterlo”.

Il principe del foro di Bruxelles ha fatto capire che costruirà la difesa su due pilastri: 1- Abdeslam non si è fatto esplodere perché non voleva causare altri morti. 2- Risponderà a tutte le domande dei magistrati. Pronto quindi a pentirsi. La legge francese lo prevede ma non quella belga. Conviene quindi scontare la pena in Francia? Sven Mary sa che comunque non potrà fare nulla contro il Mandato di cattura europeo, era stato istituito dopo gli attentati dell’undici settembre. Il mandato permette una consegna quasi automatica della persona ricercata dalle autorità di un altro membro entro 60 giorni dal suo arresto, prorogabile fino a 90.

Il diritto europeo prevede tre eccezioni obbligatorie alla consegna automatica: amnistia, sentenza passata in giudicato, irresponsabilità penale.

I motivi di rifiuto facoltativo, invece, sono affidati, alla discrezionalità del giudice. Ad esempio, la consegna può essere rifiutata, se parte dei reati per i quali è stato emesso il mandato è stata compiuta nello Stato in cui la persona è arrestata e questo Stato si impegna ad esercitare l’azione penale per tali reati.

Nel caso di Abdeslam, il terrorista avrebbe sparato sulla polizia belga martedì scorso per coprire la sua fuga da Forest a Molenbeek e questo teoricamente potrebbe fare scattare il rifiuto facoltativo. Ma secondo gli esperti, consultati dai mass media francesi, alla fine prevale il reato più grave, senza dubbio quello commesso a Parigi.

Venerdì il presidente francese François Hollande ha ricordato al premier belga Charles Michel il caso del salafita Mehdi Nemouche, questo franco algerino, di 29 anni, autore dell’attentato al museo ebraico di Bruxelles il 24 maggio 2014 che provocò la morte di 4 persone. Il 30 maggio fu arrestato alla stazione Saint Charles di Marsiglia a bordo di un pullman proveniente da Amsterdam via Bruxelles. Era in possesso di un kalashnikov e di una pistola e di numerose munizioni. Il giorno dopo, un mandato di arresto europeo fu messo dal Belgio nei suoi confronti. La Francia rinuncia a processarlo per detenzione illegale di armi da guerra e lo consegna alla giustizia belga, il 29 luglio 2014. Entro i sessanta giorni dopo il suo arresto. A meno di clamorose sorprese, presto, Salah Abdeslam farà lo stesso tragitto al contrario. E sarà un altro giorno particolare per i 413 feriti e le famiglie delle 130 vittime degli attentati di Parigi.

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    Chawki Senouci
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Chi è il potenziale pentito del jihad in Europa

Aggiornamento: Sven Mary, il legale di Salah Abdeslam, ha annunciato ai media che il suo assistito si opporrà all’estradizione in Francia ma che è pronto a collaborare con la giustizia belga. 

La fuga di Salah Abdeslam, 26 anni, è durata 127 giorni. Era iniziata il 13 novembre 2015 a Parigi. Quella notte Abdeslam, a bordo di una Renault Clio, accompagna tre jihadisti kamikaze davanti allo Stade de France, poi rientra a Parigi. Sulla base della rivendicazione dell’Isis del 14 novembre, gli inquirenti deducono che il franco-marocchino, nato a Bruxelles, doveva farsi saltare nel 18esimo arrondissement.

Otto “fratelli” che indossavano cinture di esplosivo e fucili d’assalto hanno preso come bersaglio dei luoghi minuziosamente scelti in anticipo nel cuore della capitale francese: lo stadio di Francia durante la partita dei due Paesi crociati – la Francia e la Germania – alla quale assisteva “l’imbecille di Francia” Francois Hollande, il Bataclan, dove erano riuniti centinaia di “idolatri” durante “una festa di perversità”. Altri obbiettivi nel decimo, undicesimo e diciottesimo arrondissement. Parigi ha tremato sotto i loro piedi e le strade sono diventate strette per loro.

Nel 18 esimo arrondissement, dove non ci fu nessun attentato, Abdeslam invece abbandona la Clio, compra una sim e fa una telefonata in Belgio. All’alba, due conoscenti, partiti la stessa notte da Bruxelles, vengono a prenderlo a Chatillon, vicino a Parigi, e lo riportano a casa.

Questi, Hamza Attou e Mohamed Amri, lo hanno ritrovato in uno stato di shock e con ancora indosso la cintura esplosiva, come dichiarato dagli avvocati dei due giovani. Qualche giorno dopo, nella stessa zona, fu ritrovata in una cassonetto la cintura esplosiva.

Da allora gli inquirenti si interrogano sulla personalità di questo franco-marocchino, nato il 15 settembre 1989 a Bruxelles, che all’ultimo momento non azionò la cintura, al contrario di suo fratello Brahim Abdeslam, 31 anni, chi si era fatto esplodere dentro il Bataclan.

Perché non l’ha fatto? Per paura di morire oppure la sua cintura esplosiva era difettosa? La risposta potrebbe arrivare dalla ricostruzione del blitz di ieri a Molenbeek. Abdeslam, ferito in modo lieve a una gamba, è stato catturato vivo, senza grosse difficoltà, secondo la polizia. Non voleva morire.

D’altronde la sua storia è piena di contradizioni. Era l’amico di Abdelhamid Abaaoud, considerato la mente degli attentati di Parigi, ucciso Il 18 novembre dalla polizia a Saint- Denis.

Nel 2010 i due, condannati per piccoli furti, si incontrano in prigione. All’inizio del 2014, Salah Abdeslam gestisce insieme al fratello Brahim un bar a Molenbeek, ma un’ordinanza del prefetto fa chiudere il locale dopo la scoperta di sostanze stupefacenti.

La “conversione” all’estremismo dei due fratelli avviene all’inizio 2015, mentre Abaaoud si trova già in Siria nelle fila dell’Isis. Su Facebook, Abaaoud tiene un diario e si diverte a riprendere con uno smartphone un carico di cadaveri. Nell’autunno 2015 ritorna in Europa per preparare e compiere gli attentati di Parigi.

E Salah Abdeslam? E’ mai stato in Siria? E’ stato l’amico Abaaoud a convincere lui e il fratello Brahim a partecipare agli attentati? ? Chi l’ha protetto in Belgio? Chi sono i suoi referenti in Francia e nel resto dell’Europa? E soprattutto, conosce i nomi dei capi dell’Isis che dalla Siria ordinarono gli attentati?

L’inchiesta lo chiarirà. Una volta estradato a Parigi, la giustizia francese ha tra le mani un potenziale pentito, una miniera di informazioni preziose.

Grazie anche al materiale raccolto nei covi di Molenbeek e di Forest, dove martedì scorso fuggì a un blitz, gli inquirenti potrebbero:

1. tracciare la mappa del terrorismo islamista in Belgio e in Europa

2. Scoprire la rete dei finanziamenti e del traffico di armi, e, si spera,

3. individuare le lacune dei dispositivi di sicurezza prima e dopo gli attentati. Sarebbe un tappa importante nella guerra al terrorismo.

L’Isis, invece, maestra nella comunicazione, farà fatica a lodare il jihadista che per due volte ha rifiuto il martirio. L’Islamismo armato ha costruito le sue campagne di reclutamento sul “coraggio” e “l’eroismo” dei suoi soldati, pronti a morire per la causa. Invece l’uomo più ricercato in Europa è stato arrestato a 500 metri da casa sua. Come un qualsiasi latitante mafioso. E’ un duro colpo per il marketing del terrore.

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    Chawki Senouci
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L’estrema destra è uno schiaffo all’Europa

L’affermazione dell’estrema destra tedesca non è uno schiaffo a Angela Merkel, come ha titolato qualche giornale italiano. È stata invece un colpo mortale alla cultura della solidarietà, pilastro della costruzione europea.

Dopo la morte del piccolo Aylan, Angela Merkel aveva deciso di aprire le porte del suo Paese ai rifugiati siriani.

La Cancelliera non aveva fatto il conto con l’egoismo dei governi europei, con il tradimento dell’alleato francese, con i ricatti di Cameron, con i muri eretti dai tanti Orban spuntati in Europa centrale e orientale.

Angela Merkel è stata vittima della stessa dinamica che il suo governo aveva inaugurato qualche anno prima, quando durante la crisi dei debiti sovrani, impose l’austerità, a colpi di diktat, ai governi della zona Euro.

I piani lacrime e sangue provocarono l’ascesa dei movimenti populisti tra gli altri in Grecia, Francia, Olanda, Austria e Italia. Il rigetto dell’Europa, fatto da astensionismo e affermazione dei populisti, fu chiaro a tutti durante il rinnovo dell’Europarlamento il 25 maggio 2014.

La colpa fu data alla Germania perché “ poco sensibile alla sofferenza dei cittadini europei”. Questa volta è Angela Merkel a trovarsi isolata in casa e in Europa per la sua generosità verso i rifugiati.

In entrambi i casi ha fallito l’Europa. Debole, allora, con i forti (Berlino, Bce , Fmi). Oggi forte con i deboli, uomini, donne e bambini sfiniti da cinque anni di guerra.

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    Chawki Senouci
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Tsipras e Merkel sulla stessa barca

La crisi dei rifugiati ha segnato il fallimento del progetto europeo basato sulla solidarietà. Numerosi governi dell’Unione avevano dichiarato apertamente che non vogliono ospitare i rifugiati. Non solo, hanno minacciato di escludere la Grecia dallo spazio Schengen per “non aver saputo fermare il flusso dei migranti”.

Alexis Tsipras aveva risposto alle accuse affermando che il suo Paese “ha mostrato il volto umano dell’Europa accogliendo rifugiati e migranti, nonostante la crisi economica in cui si trova da anni, mentre altri Paesi erigono recinzioni”.

Nel suo impegno per la protezione dei migranti, il premier greco ha trovato un solido alleato nella persona di Angela Merkel, anche lei criticata dai partner europei per aver spalancato le porte della Germania alle famiglie siriane. “La Grecia, uno dei Paesi più esposti alla crisi dei rifugiati, non può essere lasciata scivolare nel caos”, ha detto la cancelliera alla tv Ard.

Nonostante l’isolamento, Tsipras e Angela Merkel hanno deciso di affrontare a viso aperto la banda degli xenofobi capeggiata dal premier ungherese Viktor Orban. Ironia della sorte, nessuno ha dimenticato le umiliazioni inflitte, l’estate scorsa, da Angela Merkel ad Alexis Tsipras e al popolo greco.

I tempi sono cambiati. I due leader sono sulla stessa barca. L’esito della loro nobile battaglia non è scontato. Ma se prevarrà la loro linea, basata sulla solidarietà verso chi fugge dalle guerre, i due saranno ricordati, insieme a pochissimi, come gli unici ad aver saputo difendere l’onore dell’Europa.

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    Chawki Senouci
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Ennio Morricone, un uomo impegnato

Negli anni Sessanta e Settanta uno dei prodotti culturali italiani più esportabili all’estero, e in particolare nel Terzo mondo, era lo Spaghetti Western. All’uscita di un cinema di Marsiglia, Orano o Tunisi il primo commento però era dedicato alla bellezza della colonna sonora.

Ma in quegli anni in Italia, Ennio Morricone era abbastanza snobbato dai critici, dai cosiddetti artisti colti e intellettuali. A far riscoprire la sua straordinaria opera sono stati, negli anni Novanta, i giovani dj italiani e stranieri che avevano “remixato” pezzi che hanno fatto la storia del cinema come “C’era una volta il West” e “L’estasi dell’oro”.

E poi ci sono stati gli omaggi di Bruce Springsteen e dei Metallica e le numerose citazioni di Quentin Tarantino che lo adora. Con The Hateful Eight Tarantino ha realizzato un sogno da bambino. Girare un western, in 70 millimetri, con le musiche dell’autore della trilogia di Sergio Leone.

Ritirando il Golden Globe vinto da Morricone, il regista disse: “Per quello che mi riguarda, è il mio compositore preferito. E quando dico ‘compositore preferito’, non voglio dire ‘compositore di colonne sonore’. Parlo di MozartBeethovenSchubert”.

All’inizio c’è stata un po’ di resistenza da parte del Maestro, che non faceva western da 35 anni e stava lavorando sull’ultimo film di Giuseppe Tornatore.

L’avevano convinto la lettura del copione e la grande disponibilità di Tarantino ad accettare l’integrazione nella colonna sonora con alcuni vecchi brani di Morricone mai usati da John Carpenter nel suo film La Cosa.

La rivista Rolling Stone scrive che “il riciclo di queste tracce non utilizzate nel film di Carpenter ha un senso logico, visto che, in qualche modo, The Hateful Eight può essere considerato un discendente diretto de La Cosa, con i suoi set invernali, i suoi personaggi inquietanti, litri e litri di sangue e il protagonista, Kurt Russell”.

Nello stesso articolo, Ennio Morricone spiega alla rivista la ragione che lo ha spinto ad accettare la proposta: “Tarantino è sempre dalla parte del proletariato. Per questo motivo ho pensato che il regista meritasse qualcosa di veramente speciale”.

Questo è Ennio Morricone, un uomo impegnato. Perché non si fanno per caso le colonne sonore de La Battaglia di Algeri, Sacco e Vanzetti, dei film scomodi di Gian Maria Volontè, così come non si porta per caso alle Nazioni Unite “Voci dal silenzio”, il concerto dedicato alle vittime di tutte le stragi: l’11 settembre – cileno e statunitense, la Bosnia, il Ruanda ma anche la stazione di Bologna e Piazza Fontana.

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    Chawki Senouci
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Il pasticcio di Valls e Hollande

Francia. L’assemblea nazionale ha adottato (con 317 sì, 199 no e 51 astensioni) la modifica della Costituzione che include la revoca della cittadinanza ai responsabili di atti di terrorismo e le condizioni per attivare lo stato d’emergenza.

“Un bel giorno per la Repubblica, per la Nazione, per l’unità contro il terrorismo”, ha commentato il primo ministro Manuel Valls che fa buon viso a cattivo gioco. Perché i numeri sono impietosi. Alla fine 25 deputati della maggioranza che si erano opposti alla revoca della cittadinanza hanno preferito astenersi sul testo finale ma 83 socialisti hanno comunque votato contro. Di cui sette ex ministri, numerosi presidenti di commissioni parlamentari e alcuni fedelissimi del presidente François Hollande.

È andata molto peggio la notte prima durante l’approvazione dell’articolo due sulla decadenza della cittadinanza perché è passato per pochi voti: 162 sì, 148 no, 22 astensioni, mentre 244 deputati avevano disertato l’aula. Per rassicurare i deputati socialisti, Manuel Valls aveva tolto dal testo ogni riferimento ai binationaux, ma ormai a sinistra nessuno si fida di nessuno. Solo 119 su 287 hanno votato sì.

Anche a destra c’è stata una fronda massiccia contro il leader Nicolas Sarkozy ,“colpevole di aver accettato la cancellazione dal testo del riferimento ai francesi avendo un doppio passaporto”. Cosi, nonostante l’invito dell’ex Presidente, il gruppo parlamentare ha respinto in blocco l’articolo 2 (32 si, 30 no, 6 astenuti e 128 assenti).

Ma i veri problemi potrebbero verificarsi, a partire da metà marzo, quando il Senato, controllato dalla destra, esaminerà questa riforma costituzionale e la rispedirà, dopo averla riscritta, all’assemblea nazionale. “ correzione “ inaccettabile per la maggioranza socialista. Il ping pong tra le due camere potrebbe durare a lungo, e solo un eventuale compromesso tra i due blocchi politici potrebbe sbloccare la situazione.

Ma non è finita. Trattasi di una riforma costituzionale: il testo dovrà alla fine essere approvato dalle due camere riunite a Versailles con una maggioranza dei 3/5, ossia 555 eletti. Conti alla mano, si tratta di una missione quasi impossibile per Hollande e Valls.

Secondo Libération, l’Eliseo starebbe lavorando a un’uscita onorevole: mollare la patata bollente alla destra in Senato e abbandonare definitivamente il progetto appena il testo sarà modificato denunciando il sabotaggio di Sarkozy, possibile avversario alle presidenziali 2017.

“Non ci sarà nessun congresso a Versailles”, scommettono politologi e politici. Nel frattempo, François Hollande avrà perso l’appoggio di una parte del suo elettorato di sinistra e di quei 5 milioni di cittadini offesi e umiliati dal testo originale che istituiva due categorie di francesi, “quelli che lo sarebbero indubbiamente e coloro che non lo sarebbero completamente perché i loro genitori o i nonni non lo erano”.

La toppa di Valls è peggio del buco. Perché revocare la cittadinanza a tutti francesi condannati per terrorismo apre il campo al regime di apolidia. Nel Paese della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

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    Chawki Senouci
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Jihadisti di andata

Algeri 23 gennaio, aeroporto internazionale Houari Boumédiène. 270 viaggiatori marocchini vengono fermati in zona transito. Sono diretti a Tripoli. “Non avevano nessun motivo per recarsi in Libia”, spiega un ufficiale di polizia algerino al quotidiano El Watan Weekend. “Se non sono residenti lì e non hanno alcun documento che giustifichi il viaggio per motivi professionali o familiari, abbiamo tutto il diritto di pensare che si tratti di candidati alla Jihad che sperano di raggiungere le fila di Daesh”.

Le autorità algerine informano l’ambasciatore del Marocco del flusso “massiccio” e “insolito” di marocchini in transito da Algeri verso Tripoli. Soltanto dieci viaggiatori sono autorizzati a proseguire il viaggio verso la Libia mentre gli altri 260 vengono rimpatriati. La vicenda è vissuta molto male da Rabat che denuncia la violazione della “legge sul  diritto del viaggiatore” firmata dai due governi. Per evitare ogni incidente diplomatico l’Algeria decide allora di sospendere i collegamenti aerei con la Libia fino a nuovo ordine.

Raggiungere Daesh è l’unica motivazione di questi giovani dai 22 ai 30 anni. Non possiamo permettere di lasciarli andare a farsi uccidere o diventare, in futuro, un pericolo per il nostro Paese che già fa fronte a numerose minacce alle sue frontiere”, aggiunge l’ufficiale di polizia presso l’aeroporto.

libia confini

 

La progressione di Daesh in Libia ha obbligato i Paesi del Maghreb a rivedere la loro politica in materia di sicurezza: la Tunisia ha costruito un muro di 130 chilometri lungo il confine; per evitare ogni infiltrazione da o verso la Libia; l’Algeria, secondo El Watan, ha dispiegato 40mila soldati lungo il confine libico, mentre sono stati accelerati i lavori per scavare lungo il confine marocchino una trincea larga 7 metri e profonda 11 metri.

Secondo stime non ufficiali, in Libia l’esercito di Daesh è composto da tremila uomini, la maggior parte tunisini e marocchini. Comunque pochi, pochissimi per pensare di conquistare il Paese. La scorsa primavera Daesh si è insediata nei pressi di Baghla, tra Sirte e Misurata, ma finora non è stata in grado di avanzare verso la zona costiera dove si trovano i terminali petroliferi. Da qui la decisione di avviare una campagna di reclutamento in cambio di un’ottima paga per i mercenari del Califfato.

In un rapporto di studi dei fenomeni jihadisti dell’Isis, il ricercatore Charlie Winter, della Quilliam Foundation, sostiene che storicamente Daesh si insedia là dove l’autorità dello Stato è totalmente assente e la confusione che regna in Libia è una opportunità per tutti. “È ormai evidente che certi gruppi jihadisti in Libia hanno ricevuto assistenza dal Daesh dopo aver giurato fedeltà ad Abu Bakr al Baghdadi”. Il ricercatore cita un documento pubblicato dal movimento terroristico, indirizzato a tutti i jihadisti, che elenca i vantaggi di raggiungere la Libia: “In primo luogo permette di ridurre le pressioni sui nostri fratelli in Siria e Iraq ma anche di sfruttare la posizione geografica della Libia che si apre sul mare, sul deserto, sulle montagne e sei Paesi: Egitto, Sudan, Ciad, Niger, Algeria e Tunisia”.

Secondo un rapporto dell’Onu, 800 jihadisti libici, che combattevano in Siria e Iraq, hanno risposto all’appello tornando a casa. La Libia quindi sarebbe un polo di sviluppo straordinario per Daesh “grazie allo sfruttamento della tratta di essere umani, delle risorse energetiche e degli arsenali di Gheddafi”. Tutto questo potrebbe costituire, alla fine, una rampa di lancio senza precedenti per attaccare gli Stati europei e le navi. Per il momento si tratta solo del sogno di Al Baghdadi. Per i Paesi vicini invece è iniziato il conto alla rovescia verso l’incubo.

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    Chawki Senouci
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Per il pane ma anche per la libertà

Nel dare la notizia sulla rivolta dei laureati disoccupati nella città di Kasserine, un quotidiano nazionale italiano ha titolato: “Tunisia, per il pane, non per la libertà”. Solo che in questi giorni i giovani protestano al grido “lavoro, dignità, libertà”, esattamente come cinque anni fa all’inizio della rivolta contro il presidente Ben Ali. Perché come cinque anni fa tutto nasce da un’ingiustizia subita da un giovane emarginato.

Nel 2010 la rivolta contro il regime di Ben Ali scaturì dal gesto disperato di un venditore ambulante, Mohamed Bouazizi, 26 anni, che si era dato fuoco a Sidi Bouzid dopo essere stato umiliato dalla polizia. L’attuale protesta nasce dalla morte di Ridha Yahyaoui, 29 anni, laureato disoccupato, rimasto folgorato su un palo della luce dal quale minacciava di suicidarsi. Ridha protestava con altri giovani contro la cancellazione dei loro nomi da una lista di assunzione nel settore pubblico. Per placare gli animi il governo ha licenziato il viceprefetto di Kasserine, sospettato di aver manipolato quella lista.

“Se vuoi trovare un lavoro, devi pagare una tangente tra i mille e 1.500 euro o conoscere la persona giusta”, ha spiegato all’inviato di Le Monde, Walid, 28 anni, un giovane di Kasserine, laureato in Gestione di reti telematiche e disoccupato da tre anni. Walid vive con i genitori e altri sette fratelli. È la sorella, anch’essa laureata, che mantiene l’intera famiglia: lavora in un discarica per 110 euro al mese, che equivale al salario minimo.

Oggi la Tunisia conta 700mila disoccupati, 250mila dei quali laureati. Eppure la famiglia di Walid, come altre famiglie di Kasserine, aveva nutrito tante speranze di una vita migliore cinque anni fa. Ma tutte le rivendicazioni della rivoluzione dei Gelsomini sono rimaste disattese. Oggi la città al confine con l’Algeria, 430mila abitanti, ha una disoccupazione che sfiora il 30 per cento, 15 punti in più rispetto alla media nazionale e ha la più bassa speranza di vita in Tunisia. Nelle zone rurali nulla è cambiato, né dopo l’indipendenza, nel 1956, né dopo la fuga di Ben Ali nel 2011. Dopo la Primavera araba la Tunisia ha fatto passi importanti verso la democrazia, non a caso è stata premiata con il Nobel per la pace. Ma c’è ancora molto da fare per il lavoro, la dignità e la libertà.

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    Chawki Senouci
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Un occidentale a Pyongyang

Il regime di Kim Jong-un ha lanciato un segnale al mondo con il suo recente test nucleare, ma la Corea del Nord rimane una grande incognita per noi. Il giornalista Michael Sztanke, ex corrispondente a Pechino per RFI (Radio France Internationale), è riuscito a entrare tre volte nel Paese e ha raccontato la sua esperienza nella graphic novel francese La faute. Une vie en Corée du Nord, con le illustrazioni di Alexis Chabert (Editions Delcourt, 2014).

Chawki Senouci ha intervistato l’autore.

la faute cover

“Ho fatto tre viaggi in Corea del Nord, nel 2008, nel 2012 e nel febbraio 2014. Dopo questi viaggi ho provato una forte frustrazione perché ero andato per girare un documentario, e quando si va lì non puoi riprendere quello che vuoi e alla fine ti trovi solo con immagini ufficiali. Sull’aereo, mentre tornavo a casa, mi sono chiesto quale fosse il migliore mezzo per raccontare quello che ho visto ma che non ho potuto filmare: la risposta è il fumetto, il fumetto offre questa opportunità. La mia non è stata un’intuizione dato che sono un grandissimo lettore e appassionato di fumetti. Così ho iniziato a scrivere la sceneggiatura e al resto ci ha pensato un fumettista”.

Perché l’ha intitolato La faute, l’errore?

“Perché la storia che racconto gira attorno alla perdita di un badge. In Corea del Nord i cittadini hanno l’obbligo di portare un badge, con le foto dei leader defunti Kim Il-sung e suo figlio Kim Jong-il. Durante il mio ultimo viaggio ho chiesto alla mia guida: ‘Cosa succede se lo perde?’. Mi ha risposto: ‘Non si perde il proprio badge‘. A partire da questa risposta ho costruito la storia e immaginato la caduta agli inferi del povero funzionario”.

Come si comporta una guida quando ha di fronte un giornalista?

“Appena arrivi all’aeroporto di Pyongyang sei preso in carico dalle guide. In generale sono due, uno parla solo coreano e l’altro fa l’interprete. Sei scortato mattino, pomeriggio e sera, a tutte le ore della giornata. Non hai il diritto di uscire da solo dall’albergo, non hai il diritto di girare in città o andare al ristorante senza la tua guida. In sostanza la guida è un funzionario di Stato che fa propaganda per il regime e allo stesso tempo ti sorveglia.
Un piccolo aneddoto per capire il grado di sorveglianza: durante una visita a un museo, volevo andare alla toilette: ‘Ok’, mi dice la guida, ‘la accompagno’. Gli chiedo come mai mi accompagna fino alla porta del bagno. ‘È per la sua sicurezza‘, mi risponde, ‘Sai, siamo ancora in stato di guerra‘. Il che è vero, ma non c’è alcun legame tra il fatto di andare alla toilette e il conflitto con la Corea del Sud”.

Quindi c’è un viaggio organizzato anche per i giornalisti?

“Il viaggio è organizzato nel senso che ti impongono un programma e un protocollo, sono loro che decidono le date e le mete da visitare. Per esempio, una mattina mi hanno portato a vedere un delfinario, puoi immaginare cosa vuol dire farsi 10mila chilometri per uno spettacolo di delfini! Ma la scelta ha un suo perché: la struttura era stata appena inaugurata dal loro leader Kim Jong-un.
Poi ti fanno vedere il museo dei regali, dove ci sono tutti i regali dei capi di Stato stranieri al regime. Il tour si chiude con la visita del nuovo palazzo del ghiaccio. Alla fine capisci che hai ripreso solo la vetrina di Pyongyang. Io ho avuto la fortuna di visitare una stazione sciistica a 200 chilometri dalla capitale, era stata appena inaugurata dal leader nordcoreano, una modernissima struttura con un grande albergo e una decina di piste, ma era praticamente vuota. In realtà non avrebbero potuto costruirla a causa dell’embargo, ma hanno aggirato le sanzioni importando il materiale dalla Cina. Anche in questo caso qui c’era un preciso messaggio: l’embargo internazionale non impedisce al regime di sviluppare il settore del turismo“.

Cosa ha visto in città?

“Per le strade di Pyongyang vedi molte persone che camminano perché ci sono poche macchine. C’è però una piccola evoluzione, oggi due milioni di nordcoreani hanno un telefonino e questo non esisteva tre anni fa, ma chi ha un telefonino rimane un privilegiato del regime e quindi non riflette la realtà. Per esempio per andare alla stazione sciistica abbiamo visto sulle strade di campagna bambini di sei anni che trascinavano chili di legname per il riscaldamento delle loro case. Molti esperti sostengono che la Corea del Nord vorrebbe imitare il modello cinese, ossia un capitalismo di Stato”.

Lei ha notato un’evoluzione delle condizioni di vita durante i suoi viaggi?

“Nel 2008 praticamente non c’erano macchine a Pyongyang, oggi può capitare qualche piccolo ingorgo. Allora c’erano pochissimi ristoranti, oggi ce ne sono di più, pure quelli accessibili agli stranieri. Ovviamente non si può fare un confronto con la Cina, non so nemmeno se vogliono il modello cinese ma di sicuro continuano a osservarlo con attenzione”.

Che sensazioni rimangono lasciando il Paese?

“Lasci un Paese che soffre, che vive sotto una cappa di piombo, soffocato da un propaganda densa e importante, perché ti parlano tutto il giorno unicamente dei grandi dirigenti. Provi un sentimento molto strano perché quello che succede lì è una cosa che non ha paragone in nessun posto nel mondo”.

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    Chawki Senouci
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Charlie Hebdo, un anno dopo

L’annus horribilis della Francia comincia mercoledì 7 gennaio 2015, con l’agguato nella sede parigina del giornale satirico Charlie Hebdo, durante la riunione di redazione. Le raffiche di kalashnikov, sparate da due uomini incappucciati, uccidono il direttore e il suo agente di scorta, quattro vignettisti, un correttore di bozze, una psichiatra e un economista – collaboratori del settimanale – un ospite della redazione, un addetto alla manutenzione del palazzo. E poi per strada un poliziotto, mentre inizia la fuga di quelli che conosceremo come i fratelli Said e Chérif Kouachy.

La giornata di giovedì 8 gennaio si apre con una sparatoria a Montrouge, periferia sud della capitale. Una vigilessa rimane a terra. Solo più tardi si scoprirà che il killer è Amédy Coulibaly, complice e amico dei due fratelli, ancora in fuga.

Venerdì 9 gennaio, lo stesso Coulibaly prende in ostaggio i clienti e i lavoratori dell’HyperCasher, un supermercato ebraico a Porte de Vincennes, periferia est. Quattro di loro, tutti cittadini di origine ebraica, vengono uccisi. Con il primo buio, i due blitz contemporanei delle forze speciali che – come si dice in gergo – “neutralizzano” i tre terroristi, cittadini francesi in contatto con gruppi jihadisti in Medio Oriente e nella Penisola arabica.

Alla fine di quei giorni si contano le loro 17 vittime. Giornalisti e collaboratori di Charlie Hebdo, agenti di polizia ed ebrei. L’incarnazione della libertà di espressione, dello Stato e delle minoranze.

La risposta dei francesi sta in quei quattro milioni scesi in piazza domenica 11 gennaio per dire “Je suis Charlie” e per stringersi attorno ai princìpi repubblicani: liberté, égalité, fraternité.

Radio Popolare è stata molto presente con dirette non stop, interviste, testimonianze, storie, analisi e riflessioni. Nel primo anniversario degli attacchi vi riproponiamo una selezione del nostro materiale di archivio, curata da Chawki Senouci.

Ascolta qui lo speciale a cura di Chawki Senouci

CHAWKI SENOUCI SPECIALE CHARL

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2015. Je suis la France

François Le Pen. Mai un articolo di un quotidiano italiano sulla politica francese ha avuto un risalto cosi grande sulle sponde della Senna. La prima pagina del manifesto  (del 24 dicembre) racconta infatti un presidente socialista ossessionato dai sondaggi al punto di sposare le idee più odiose del Fronte nazionale.

Dopo gli attentati del 13 novembre, François Hollande, nella fretta e sotto l’effetto dell’emozione, aveva promesso di inserire nella Costituzione francese la possibilità di privare della cittadinanza i francesi condannati definitivamente per terrorismo. Detto, fatto.

La misura riguarda tutti i francesi? No. Solo quelli che hanno un doppio passaporto anche se nati in Francia. Sono oltre 4 milioni di persone.

Con questa misura “Hollande ha istituito due categorie di francesi, quelli che lo sarebbero indubbiamente e coloro che non lo sarebbero completamente perché i loro genitori o i nonni non lo erano”, sostiene Le Monde. In sostanza un governo socialista ha deciso che i francesi non sono tutti uguali e che in nome della guerra all’Isis si può tradire il primo articolo della Costituzione del 4 ottobre 1958 La Francia è una repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale. Essa assicura l’eguaglianza dinanzi alla legge a tutti i cittadini senza distinzione di origine, di razza o di religione e l’articolo 2 Il motto della Repubblica è “Libertà, Eguaglianza, Fraternità”.

Sul suo blog l’economista Thomas Piketty scrive: “All’incompetenza economica ecco che il governo aggiunge l’infamia. Non contento di essersi sbagliato su tutta la linea sulla scelta delle politiche economiche fin dal 2012, con il risultato di un aumento della disoccupazione e della xenofobia, ecco che il governo francese si mette a correre dietro al Fronte Nazionale imponendo una misura di privazione della nazionalità che la sinistra ha sempre combattuto, creando un’ineguaglianza insopportabile e stigmatizzante — oltre ad essere totalmente inutile e inefficace nella lotta al terrorismo – per milioni di francesi nati in Francia, il cui solo torto è di aver acquisito nel corso della vita una seconda nazionalità per ragioni familiari”.

Il franco marocchino Ali Badou, giornalista a Canal +, ha twittato: “Ho sempre pensato che aver la doppia cittadinanza fosse una ricchezza. Oggi scopro che è un problema.#jesuisbinational”.

Samir Khebizi è direttore dell’associazione La Tête de l’Art di Marsiglia. Il 24 dicembre ha scritto su Libération una lettera aperta al presidente Hollande:

“Mi chiamo Samir, Sam per gli amici. Sono francese. Sono nato in Francia. Sono cresciuto e vivo a Marsiglia. I miei parenti sono di origini algerina. Mi hanno educato nel culto dell’integrazione come, all’epoca, tutti i miei compagni di classe provenienti da numerosi Paesi. (…)

Con l’annuncio delle vostre misure, la settimana prossima corro all’ambasciata algerina per rivendicare il mio diritto alla doppia cittadinanza. Come una reazione viscerale, come un atto politico, come un tentativo di riparazione all’insulto che fate ai valori repubblicani che mi sono stati inculcati. (…)

Nella mia regione mi batto, come tanti altri, contro un FN che era alle porte della presidenza della regione Paca. Non sono sicuro che voi siate il mio alleato in questa battaglia. L’originale sarà sempre preferito alla fotocopia soprattutto quando le misure annunciate sono liberticide e demagogiche.

Signore presidente, state usando una bomba che, tentando di distruggere un covo di topi, distrugge la città e purtroppo, nel frattempo, i topi, astuti, si saranno nascosti altrove … forse grazie al loro unico passaporto francese. Riflettete velocemente e bene, signor Presidente, ma soprattutto riflettete con giudizio!”.

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Durante il governo filonazista di Vichy, da Londra, il generale Charles De Gaulle disse che “la Francia è prima di tutto un’idea da difendere”. Un’idea che i terroristi del 7 gennaio non hanno potuto scalfire. All’indomani della mobilitazione del 11 gennaio contro la strage di Charlie Hebdo e all’attacco al supermercato Kohser, Radio Popolare aveva scritto: “La Parigi che ha parlato al mondo non ha manifestato contro qualcuno, non odia, non vuole vendicarsi, non ha chiesto la pena di morte né la chiusure delle frontiere. Semplicemente ha ricordato che uno dei beni  più preziosi dell’essere umano è la libertà. È molto più avanti rispetto ai dirigenti europei, incapaci di declinare la parola libertà ai nostri giorni, ossessionati dalla sicurezza e persi tra le  virgole dei patti di stabilità. la manif ha mandato un  messaggio importante ai francesi di cultura musulmana che si sentono sotto osservazione. A loro nessuno ha chiesto dei conti, perché – come molti hanno affermato – siamo tutti  cittadini francesi e vogliamo vivere liberi nel nostro paese. O come titola oggi Libération: siamo un popolo. Uno schiaffo  per tutti le sigle del terrore che speravano di  innescare uno guerra di religione in Francia. la Parigi de 11 gennaio è certamente migliore dei leader populisti, razzisti e xenofobi, perché , nonostante tutto, ha ribadito in queste tremende giornate che non ha paura dell’altro.”

La riforma costituzionale, che include anche lo stato d’emergenza, sarà esaminata all’inizio di febbraio dall’Assemblea Nazionale. Per passare ci vuole una maggioranza di tre quinti. Sinistra, verdi e numerosi socialisti sono indignati e contrari. Il governo socialista avrà quindi bisogno dei voti della destra mentre i due senatori e due deputati del FN hanno già annunciato la loro intenzione di votare a favore della decadenza della cittadinanza.

Intanto Parigi, che ha mostrato una grande civiltà nonostante le ferite e le paure, si è schierata con i bi-nazionali. Il sindaco, la socialista Anne Hidalgo, si è detta “fermamente contraria” al ritiro della nazionalità francese. Il consiglio comunale della capitale ha votato a maggioranza una mozione per ribadire i valori fondamentali: no alla stigmatizzazione, no allo strappo allo ius soli. Parigi ha cosi onorato la memoria della generazione Bataclan che, come ricordava Libé, trovava la felicità in uno spazio urbano dove coesistono negozi di moda, bar pakistani, caffè arabi, ristoranti cinesi, librerie musulmane e sinagoghe.

Perché da sempre nel decimo e undicesimo arrondissement, colpiti non a caso dall’Isis il 13 novembre, vivono in totale armonia #jesuischarlie, #jesuisparis #jesuisbinational.

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L’anno che è stato, l’anno che verrà/2

Questa è la seconda e ultima parte di un pezzo a cura di Chawki Senouci, caposervizio della redazione esteri di Radio Popolare, sulle grandi sfide che ci hanno accompagnato nel 2015 e che ci porteranno fino al 2016.

L’Unione europea appesa al Brexit

In Europa il primo gennaio inizia il semestre olandese. Il governo dell’Aja avrà il compito di scongiurare un’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Per evitare una Brexit, il premier David Cameron ha chiesto tra gli altri una maggiore deregulation del mercato del lavoro e una stretta sulla libera circolazione dei cittadini comunitari.

Secondo l’ex ministro degli Esteri e ex leader conservatore William Hague, “una vittoria dei sì alla Brexit non sarebbe molto intelligente perché potrebbe provocare la secessione della Scozia, largamente favorevole alla permanenza in Europa“. Nessuna sa come andrà a finire la Brexit perché l’annus horribilis ha generato poche certezze e molti interrogativi.

“Colpo di Stato” in Polonia

Nella sessione di gennaio l’europarlamento dovrebbe discutere della situazione in Polonia. Il partito conservatore Pis (Diritto e Giustizia) di Jaroslaw Kaczynski e della premier Beata Szydlo, che controlla tutti e due i rami del Parlamento e la Presidenza della repubblica, ha messo le mani anche sulla Corte costituzionale. Il 22 dicembre il Parlamento ha approvato una legge che potrà bloccare qualsiasi decisione della consulta sfavorevole al Pis.

Secondo il presidente dell’Europarlamento Martin Schulz, “quello che accade in Polonia ha le caratteristiche di un colpo di Stato ed è drammatico”. Identici moniti sono stati lanciati più volte in questi anni dai dirigenti europei al governo ungherese. il premier Viktor Orbàn continua a ignorarli. Solo che la piccola Ungheria non è la Polonia, uno dei Paesi più popolati dell’Ue. Una fuga in avanti di Varsavia rischia di mettere in difficoltà la stabilità politica dell’Ue.

 

Le ricette di Piketty contro l’ascesa dell’estrema destra

Tra qualche settimana in Francia inizierà una lunga e estenuante campagna elettorale per le presidenziali. Si voterà nella primavera 2017 ma un’ ulteriore ascesa del Fronte Nazionale di Marine Le Pen dipenderà dai dati economici e dai posti di lavoro che saranno creati nel 2016.

In un recente articolo sul suo blog, l’economista Thomas Piketty ha suggerito “una rifondazione democratica e sociale della zona euro al servizio della crescita e dell’occupazione, attorno a un piccolo nocciolo duro di Paesi pronti a andare avanti e a dotarsi di istituzioni politiche proprie”. Secondo Piketty, “sarebbe l’unico modo per contrastare le tentazioni nazionaliste dettate dall’odio che minacciano oggi l’Europa”. O l’unico modo per non rincorrere le idee di Marine Le Pen, come sta facendo il governo socialista francese del presidente François Hollande e del suo primo ministro Manuel Valls.

 

Enciclica “Laudato si’”, il nuovo manifesto degli indignati?

Per fortuna in molti Paesi europei la sinistra 2.0 è riuscita a offrire un progetto di società credibile e gli elettori si sono fidati.

Dopo il sì del governo Syriza al diktat di Angela Merkel, molti commentatori avevano pronosticato il declino della nuova sinistra europea.

Errore grossolano, lo confermano la vittoria di Syriza in Grecia e gli ottimi risultati di Podemos alle elezioni amministrative e politiche in Spagna e del Bloco isquerda alle legislative portoghesi.

Gli elettori non hanno votato l’antipolitica come hanno scritto molti giornali italiani, semplicemente hanno scelto la migliore alternativa ai piani dei creditori internazionali. Non solo, molte delle idee care a Alexis Tsipras, Pablo Iglesias e Marina Mortàga sono contenute nell’enciclica verde Laudato si’, di Papa Francesco, pubblicata il 24 maggio 2015.

Giustizia climatica

“Il debito estero dei Paesi poveri si è trasformato in uno strumento di controllo, non accade la stessa cosa con il debito ecologico. È necessario che i Paesi sviluppati contribuiscano a risolvere questo debito limitando in modo importante il consumo di energia non rinnovabile e apportando risorse ai Paesi più bisognosi per promuovere politiche e programmi di sviluppo sostenibile”.

Critica del mercato

“Il mercato crea un meccanismo consumistico compulsivo per piazzare i suoi prodotti. Ma questo non può essere il ‘paradigma’ di vita dell’umanità oggi. Sia per il senso della esistenza che per la sostenibilità delle economie, serve un cambiamento di “stile di vita”.

“Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo”

Wim venders ha scritto¨ “Mentre leggo l‘enciclica Laudato si’ sono pienamente consapevole che si tratta di uno dei documenti più importanti di questo XXI secolo ancora giovane, sia a causa del suo autore, Papa Francesco, sia per il tema: l’insopportabile sofferenza del pianeta”.

Oltre ad avere contribuito al successo della Cop 21 di Parigi, Laudato si’ potrebbe diventare il nuovo manifesto contro i guasti del mercato.

2.  Fine

 

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    Chawki Senouci
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Approfondimenti

L’anno che è stato, l’anno che verrà/1

Questa è la prima parte di un pezzo a cura di Chawki Senouci, caposervizio della redazione esteri di Radio Popolare, sulle grandi sfide che ci hanno accompagnato nel 2015 e che ci porteranno fino al 2016.

Il 2015 è iniziato con la strage di Charlie Hebdo e si è concluso con la tragedia della “Génération Bataclan”.

In mezzo ci sono state le atrocità commesse dall’Isis tra Mossul e Palmira, l’odissea dei profughi siriani, la foto del piccolo Aylan trovato morto su una spiaggia turca, l’intervento russo in Siria che ha fatto temere uno scontro Mosca-Nato. All’inizio delle rivolte nei Paesi arabi, i governanti occidentali pensavano di gestire e di manipolare a loro piacimento l’agenda del Maghreb e del Medio oriente. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: disastro totale.

Crisi siriana: “Per fortuna c’è l’impero del male

A gennaio dovrebbero iniziare i colloqui inter-siriani. Le parti in conflitto possono contare su una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, approvata il 18 dicembre, che li invita a fare la pace ma senza mai menzionare il futuro politico del presidente Assad. Ce la faranno? Dipende se prevarrà l’interesse nazionale o la logica del tornaconto. I siriani in generali e gli undici milioni tra profughi e follati interni, in particolare, giudicheranno.

Gli attentati di Parigi e l’intervento militare russo hanno evidenziato tutti i limiti della guerra all’Isis condotta dalla forza internazionale in Siria, cosi l’ opinione pubblica ha scoperto gli intrecci tra fazioni ribelli moderate e gruppi islamisti, il ruolo della Turchia nella commercializzazione del petrolio dell’Isis e le complicità delle monarchie del golfo con i gruppi jihadisti. Ma le cancellerie occidentali sono rimaste ancorate alle vecchie logiche della guerra fredda: la Russia rimane il nemico numero uno mentre gli amici dell’Isis sono coccolati. “Per fortuna c’è l’impero del male”, ha commentato ironicamente Famiglia Cristiana.

Il dilemma Angela Merkel e la crisi morale dell’Europa

Angela Merkel è diventata l’emblema dello smarrimento dell’opinione pubblica: da una parte il cancelliere tedesco ha umiliato i greci sfiancati da anni di austerità e dall’altra ha aperto le porte della Germania alle decine di migliaia di rifugiati.

Chi è Angela Merkel? L’angelo dei profughi siriani o la principale responsabile dell’ascesa delle destre razziste e xenofobe in Europa a causa delle politiche di austerità che Berlino a imposto ai paesi della zona Euro?

Oppure quella che, dopo essersi recata ad Ankara per chiedere al presidente Recep Tayyip Erdogan di bloccare il flusso dei migranti siriani, ha “suggerito alla Commissione Europea” di accelerare il processo di adesione della Turchia nell’Ue e di donare 3 miliardi di euro?

In sostanza nel 2015 le pressioni di Angela Merkel hanno costretto i paesi membri dell’Unione Europea a partecipare all’umiliazione del governo democratico greco in nome dell’ortodossia monetaria e ad premiare un regime autoritario che fa la guerra ai curdi e blinda i giornalisti scomodi, che ha “tollerato” il passaggio del petrolio dell’Isis e dei foreign fighters sul suo territorio. Urge un sussulto morale dell’Unione europea.

La pace in Colombia, ultimo colpo di Obama prima dell’addio?

L’8 novembre 2016 Stati Uniti d’America dovranno scegliere il successore di Barack Obama.

Dopo aver messo a segno due prestigiosi successi diplomatici nel 2015 – visita storica a Cuba e accordo sul nucleare iraniano – Barack Obama potrebbe chiudere il suo secondo mandato mettendo a segno un altro colpo storico: la firma di un accordo di pace a Bogotà tra il governo colombiano e le Farc. Grazie alla mediazione di Cuba e agli incoraggiamenti della Casa Bianca, il 2016 vedrà la fine del più vecchio conflitto civile in America Latina con i suoi 220mila morti, i 6 milioni di sfollati e le decine di migliaia di scomparsi.

Ma non è ancora tempo di bilanci, nei prossimi mesi ci sarà da sistemare la delicata questione delle relazioni con la Russia. Dopo l’annessione della Crimea i rapporti bilaterali hanno raggiunto il punto più basso.

  1. Continua

 

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    Chawki Senouci
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Approfondimenti

Fluctuat nec mergitur. Parigi un mese dopo

Quando Véronique Julien chiede alla sua classe di terza media “ quali valori sono stati attaccati il 13 novembre”, le risposte arrivano tutte insieme. “ La libertà , prof ! “ grida Assia; “ la libertà di espressione “ rispondono Axel e Sacha; “ la libertà di culto” aggiunge Clémence; “ la libertà di opinione “ dice Maxime. Dopo un istante di esitazione Florian alza la mano “la laicità anche .. no? “; “ ma la laicità ci rende liberi da che cosa ? “, gli chiede Amandine. Le domande di Amandine e Maxime cadono a fagiolo perché il giorno dopo, il 9 dicembre, bisognava celebrare nelle scuole la giornata nazionale della laicità. La commemorazione dell’approvazione della legge sulla separazione stato- chiesa del 1905 fu decisa dal presidente Hollande all’indomani della strage di Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015.“ Liberi di credere, risponde Antonin… ma non ha senso, vuole dire che dobbiamo essere tutti dei credenti ?”, aggiunge perplesso. “ No, libero di credere o di non credere”, gli risponde Clémence. “ Con dei limiti, lo interrompe Celia, perché la libertà di ognuno di noi si ferma dove inizia quella degli altri”. La classe acconsente. Poi Antonin bisbiglia, un po’ preoccupato:” ci sono dei limiti da rispettare, altrimenti, le aggressioni si ripeteranno”.

La storia raccontata dal giornale Le Monde è ambientata in una scuola media in un comune benestante vicino a Lione. Dalla discussione si capisce che gli attentati del 13 novembre e di Charlie Hebdo sono presenti nella testa dei ragazzi. Dieci mesi dopo, il clima però è cambiato, puntualizzano gli insegnanti francesi intervistati dai mass media: questa volta non c’è stato il “ noi, non musulmani, e loro “ oppure “ sono per Charlie ma… ” da parte di qualche studente maghrebino perché “ ancora indignato per le vignette contro Maometto ”. Nessun adolescente ha provocato una crisi di nervi al premier Manuel Valls che a gennaio riteneva insopportabili i dubbi dei bambini musulmani sul “diritto alla blasfemia”. Gli attacchi nel decimo e undicesimo arrondissement hanno unito nel dolore questi ragazzi, da Calais a Marsiglia, perché la morte ha colpito le strade, le terrazze dei bar, una sala concerti, il piazzale di fronte a stadio di calcio. Isabelle Bailleul insegna in un liceo di Le Havre. ” Oggi parlare della convivenza è diventato più facile – ha detto a Le Monde- Bisogna accompagnare questa presa di coscienza degli studenti”. Perché tutte le vittime del 13 novembre sono legate per sempre da un tragico destino chiamato da Libération “ Génération Bataclan ”: un modo di vivere edonista e festaiolo di una generazione profondamente segnata dalla strage di Charlie Hebdo – spiegava il quotidiano della gauche – che trovava la felicità in uno spazio urbano dove coesistono negozi di moda, bar pakistani, caffè arabi, ristoranti cinesi, librerie musulmane e sinagoghe. Le testimonianze di parenti, colleghi e amici delle 130 vittime, raccolte e pubblicate ogni giorno da Le Monde e Libération, confermano l’intuizione di Libé: avevano brindato alla vita, cantato, amato, ballato e viaggiato molto ma trovavano sempre il tempo per aiutare gli altri e per protestare contro le ingiustizie. Come la famiglia San Martin che il venerdi 13 novembre era al concerto degli Eagles of Death Metal: insieme a Louis 5 anni c’era la mamma Elsa e la nonna Patricia, cilena fuggita alla dittatura di Pinochet, funzionaria presso il sindacato comunista Cgt. Louis è l’unico sopravvissuto.

Un mese dopo gli attentati, rimangono le paure, la tristezza ma anche molta solidarietà verso chi ha perso un cara persona e chi deve assistere un figlio o una figlia gravemente feriti. Ha colpito la civiltà dei cittadini perché nonostante le ferite, nessuno è andato davanti alle telecamere per urlare “ vogliamo vendicare i nostri morti”, non sono stati segnalati gesti di stigmatizzazione nei confronti dei francesi di origine musulmana, non si sono lamentati per le restrizioni dovute allo stato di emergenza e alla Cop 21. Il 27 novembre scorso alle Invalides, François Hollande aveva colto lo spirito Bataclan che animava le vittime:” avevano fatto della musica la loro professione. Ma la musica e’ insopportabile per i terroristi. Per rispondere nel modo migliore, moltiplicheremo le canzoni, continueremo ad andare ai concerti, agli stadi e a salvaguardare la nostra identità”. Parigi ha accolto il messaggio, il Bercy ha fatto il pieno per le due date degli U2 e la tappa del Rebel Heart tour di Madonna. Il Parco dei Principi ha festeggiato martedì il passaggio agli ottavi del Paris st Germain e applaudito a lungo il gol di Ibrahimovic, diventato il miglior marcatore della squadra in Europa. Place de la République è invece il luogo per il raccoglimento. Come documentano i social network, ogni giorno centinaia di persone depongono un fiore, accendono una candela e scrivono un messaggio di pace, qualche volta la sera, nonostante il freddo pungente, cantano in piccoli gruppi “Imagine” di John Lennon. L’Isis ha perso la sua scommessa: nessuna scritta o canto inneggiano alla guerra contro i musulmani di Francia, e al primo turno delle regionali negli arrondissement colpiti dal terrorismo la gauche ha ottenuto il 65% mentre il Fronte nazionale non è andato oltre il 7%. Giovedì 10 dicembre sulla sua pagina Facebook, la sindaca di Parigi Anne Hidalgo ha tenuto a ringraziare ancora una volta i suoi concittadini: “Spesso i parigini sono chiamati bobo( bourgeois-bohème) ma se bobo è essere una persona mite, aperta agli altri, aver una capacità di amare la vita e la cultura, di condividerle con gli altri, di non fare di tutta l’erba un fascio, di sentirsi bene in una città cosmopolita, allora bobo deve essere un motivo di fierezza”.

“Fluctuat nec mergitur”  è il motto della capitale francese, è impresso sul suo stemma. Anche questa volta la nave Parigi è stata sbattuta dalle onde ma non è affondata. La sua forza è racchiusa nelle parole di Anne Hidalgo. Alla celebrazione solenne per i morti è stata eseguita più volte la marsigliese ma il momento più toccante è stato quando il minuto di silenzio è stato interrotto dalla canzone “Quand on n’a que l’amour” di Jacques Brel. “Quando non avremo che l’amore/ per parlare ai cannoni/ e nient’altro che una canzone/ per convincere a un tamburo/ Allora, senza avere nient’altro/ che la forza d’amare/ avremo nelle nostre mani/ amici, il mondo intero”. È un bellissimo messaggio per le nuove generazioni, per Assia, Axel, Sacha, Amandine e Antonin che frequentano la terza media in una scuola vicino a Lione.

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    Chawki Senouci
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