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90 anni di Ennio Morricone

Ennio Morricone

Negli anni Sessanta e Settanta uno dei prodotti culturali italiani più esportabili all’estero, e in particolare nel Terzo mondo, era lo Spaghetti Western. All’uscita di un cinema di Marsiglia, Orano o Tunisi il primo commento però era dedicato alla bellezza della colonna sonora.

Ma in quegli anni in Italia, Ennio Morricone era abbastanza snobbato dai critici, dai cosiddetti artisti colti e intellettuali. A far riscoprire la sua straordinaria opera sono stati, negli anni Novanta, i giovani dj italiani e stranieri che avevano “remixato” pezzi che hanno fatto la storia del cinema come “C’era una volta il West” e “L’estasi dell’oro”.

E poi ci sono stati gli omaggi di Bruce Springsteen e dei Metallica e le numerose citazioni di Quentin Tarantino che lo adora. Con The Hateful Eight, Tarantino ha realizzato un sogno da bambino. Girare un western, in 70 millimetri, con le musiche dell’autore della trilogia di Sergio Leone.

Ritirando il Golden Globe vinto da Morricone, nel gennaio 2016, il regista disse: “Per quello che mi riguarda, è il mio compositore preferito. E quando dico ‘compositore preferito’, non voglio dire ‘compositore di colonne sonore’. Parlo di Mozart… Beethoven… Schubert”.

All’inizio c’è stata un po’ di resistenza da parte del Maestro, che non faceva western da 35 anni e stava lavorando sull’ultimo film di Giuseppe Tornatore.

In un’intervista alla rivista Rolling Stone, Ennio Morricone aveva allora spiegato la ragione che lo ha spinto ad accettare la proposta: “Tarantino è sempre dalla parte del proletariato. Per questo motivo ho pensato che il regista meritasse qualcosa di veramente speciale”.

Questo è Ennio Morricone, un uomo impegnato. Perché non si fanno per caso le colonne sonore de La Battaglia di Algeri, Sacco e Vanzetti, dei film scomodi di Gian Maria Volontè, così come non si porta per caso alle Nazioni Unite “Voci dal silenzio”, il concerto dedicato alle vittime di tutte le stragi: l’11 settembre – cileno e statunitense, la Bosnia, il Ruanda ma anche la stazione di Bologna e Piazza Fontana. Buon compleanno Maestro!

Ennio Morricone
Foto dalla pagina FB di Ennio Morricone https://www.facebook.com/maestroenniomorricone
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    Chawki Senouci
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Germania, la nazionale divide il Paese

La nazionale tedesca ai Mondiali di Russia 2018

Mannshaft, specchio politico e sociale di una Germania divisa”. Cosi titolava, alcune ore prima della partita con la Corea del sud, Libération. Citava Toni Kroos. Dopo la partita vinta contro la Svezia, il centrocampista del Real si era sfogato con i giornalisti: “A molte persone in Germania sarebbe piaciuto se fossimo usciti“.

Le ‘molte persone’ sono quelle che sono saltate in questi anni sul carro dell’Afd, il partito di estrema destra, che sogna una Mannshaft bianca, senza tedeschi di origine turca, come Özil e Gündoğan o ghanese come Jerome Boateng.

Nel 2014, durante i mondiali del Brasile, Angela Merkel e Joachim Löw, ct della Nazionale, erano al massimo della popolarità. La Germania intera festeggiò allora la Mannshaft multietnica, capolavoro della Cancelliera e della sua politica di integrazione.

Quattro anni dopo e un milione di rifugiati in più, Angela Merkel, logorata da troppi anni al potere, è alle prese con una grave crisi di consenso. L’unione con i bavaresi della Csu rischia di spaccarsi proprio sulla questione dei migranti. Questa sera l’eliminazione della Mannshaft diventa il miglior alleato dell’estrema destra.

E parafrasando Toni Kroos, a molti tedeschi è piaciuta la sconfitta contro la Corea del sud.

La nazionale tedesca ai Mondiali di Russia 2018
Foto dalla pagina FB della Nazionale della Germania https://www.facebook.com/DFBTeamEN/
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    Chawki Senouci
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L’onore della République è salvo

L’8 maggio è festa nazionale in Francia, si commemora la vittoria sul nazismo. La vittoria di Marine Le Pen sarebbe stata una atroce beffa ma soprattutto una ferita insanabile dentro la sinistra: un pezzo importante di essa non crede più nel Fronte Repubblicano, e lo ha dimostrato con l’astensione e con le schede bianche.

Emmanuel Macron ha vinto bene, però sa che per molti dei suoi elettori non è stata una scelta, ma una evidenza. È da qui che il successore di Hollande dovrebbe partire. “Sono consapevole della rabbia, dell’ansia e del dubbio che avete espresso”, ha detto subito dopo i risultati, rivolgendosi ai dimenticati della globalizzazione e della distribuzione della ricchezza. Vedremo se manterrà la promessa. Una prima indicazione sulle sue intenzioni verrà dalla scelta del suo primo ministro, cioè l’uomo che condurrà la campagna elettorale per le legislative di giugno.

Francia 2017 segna il tramonto dei due partiti che hanno dominato gli ultimi trent’anni, i socialisti e la destra nata dalla Resistenza. I prossimi anni potrebbero trasformarsi in una sfida tra liberali europeisti e movimenti nazionalisti, sovranisti e identitari. La Gauche, figlia del ’68 e del mitterandismo, e che una volta era votata dagli operai e dai ceti popolari, dovrebbe elaborare una nuova proposta credibile, altrimenti diventerà una forza politica minore.

A giugno La Peste di Albert Camus compie 70 anni. Raccontando un’epidemia scoppiata a Orano, Camus volle rendere omaggio ai resistenti che avevano fermato la peste bruna, cioè il nazismo. Domenica 7 maggio coloro che hanno votato Macron turandosi il naso hanno agito come il dottore di Orano, Bernard Rieux. Hanno salvato l’onore della Repubblica.

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    Chawki Senouci
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Macron-Le Pen, la sfida tra due opposti

Per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica non passano al secondo turno i due candidati del Partito socialista e della destra gollista. Gli elettori hanno confermato la crisi di rigetto nei confronti della politica ufficiale incarnata dagli ultimi due presidenti Sarkozy e Hollande, ma entrambi campioni dell’austerità. La loro sciagurata gestione di questi ultimi dieci anni ha permesso oggi a un candidato del Fronte Nazionale di superare per la prima volta la soglia del 20 per cento alle presidenziali.

Fino a tre anni fa Emmanuel Macron era un illustre sconosciuto. A meno di clamorose sorprese il 7 maggio sarà il nuovo inquilino dell’Eliseo. Eppure Macron, 39 anni, era la mente e l’esecutore delle riforme liberali di Hollande. Dotato di grande carisma, in meno di un anno ha saputo convincere i francesi della bontà del suo progetto, una sintesi di proposte di sinistra e di destra, e soprattutto è riuscito a prendere le distanze dal suo scopritore François Hollande.

Quello che ha fatto la differenza, alla luce del primo turno, è il suo discorso tenuto durante la campagna: profondamente repubblicano, europeista, pacificatore, in una Francia ferita dagli attentati, lacerata da derive xenofobe e identitarie, quindi rassicurante.

Non è poco in tempi di Brexit e di Trump e dei venti del populismo che soffiano sull’Europa.

Il 7 maggio in palio non c’è solo la presidenza della Repubblica francese ma la cultura politica che dominerà i prossimi anni in Europa: i ponti o i muri.

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    Chawki Senouci
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L’uomo che salvò 45 italiani al Bardo

Nell’ambasciata italiana a Tunisi sorge il primo Giardino dei Giusti in un Paese arabo. L’estate scorsa durante la sua inaugurazione sono stati piantati cinque ulivi, in nome di altrettante persone che hanno rischiato o dato la vita per salvare altri esseri umani. Tra loro la guida Hamadi Ben Abdesslem, che portò al sicuro 45 italiani durante l’attacco terroristico dell’Isis al Museo del Bardo. La settimana scorsa Ben Abdesslem era Milano ospite dall’associazione Gariwo ed è intervenuto sul tema della battaglia culturale contro il terrorismo islamista. Esteri lo ha intervistato.

“Il giorno dell’attentato al museo del Bardo, era un mercoledì, avevo in programma di accompagnare un gruppo dei turisti sbarcati dalla nave Costa alla medina di Tunisi, al Bardo e in altre località. Sono arrivato lì, come tutte le settimane, tranquillo. Mentre stavo spiegando abbiamo sentito degli spari, a cui all’inizio non ho dato importanza perché lì vicino si trova una caserma. E forse proprio questo fatto mi ha permesso di reagire con molta calma, senza panico. Finché non è arrivata la prima pallottola e un turista ha gridato: ‘Ma è un attentato!’. Con molta calma siamo riusciti a ripararci negli uffici dell’amministrazione, poi siamo usciti dal museo, sempre senza sapere quanti e dove fossero gli uomini armati. Alla fine abbiamo messo tutti in salvo dentro i locali della questura di polizia. E’ stato un incubo. L’attentato al Bardo e poi quello che ha colpito un resort sulla spiaggia di Sousse hanno messo a terra tutta la Tunisia. Ma rimaniamo un Paese aperto e moderato”

Ascolta qui l’intervista integrale di Chawki Senouci a Ben Abdesslem

guida tunisina hamadi abdesslam

giardino dei giusti ben abd

Il Giardino dei Giusti di Tunisi è nato grazie alla collaborazione tra Gariwo e la Farnesina. Gli altri alberi sono stati dedicati a Mohamed Bouazizi, il giovane ambulante che si diede fuoco per protestare contro le angherie della polizia dando avvio alla primavera democratica in Tunisia; Khaled Abdul Wahab, l’imprenditore tunisino che a Mahdia ha salvato gli ebrei perseguitati durante l’occupazione nazista; Khaled al-Assad, l’archeologo siriano trucidato dall’Isis per aver difeso il patrimonio culturale di Palmira; Faraaz Hussein, il giovane studente bengalese che il 2 luglio scorso a Dacca ha scelto di morire pur di non abbandonare le sue amiche in mano ai terroristi.

giardino dei giusti targa

Le foto sono una gentile concessione di Gariwo

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    Chawki Senouci
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La lezione di Théo

Nella banlieue parigina la situazione è globalmente tranquilla. Non ci sono stati scontri tra polizia e giovani dopo i fatti di Aulnay-sous-Bois: giovedì scorso quattro agenti di polizia hanno seviziato e violentato Théo, un ragazzo di 22 anni, fedina penale pulitissima, malato di calcio, fan di Antonio Cassano, tifoso dell’Inter.

Théo ha ricevuto mertedì la visita in ospedale del presidente Hollande. Il ragazzo ha detto che il gesto del presidente l’ha molto toccato e lo ha ringraziato. Alla fine Théo ha voluto mandare un messaggio ai ragazzi delle banlieues dove da troppo tempo cova la rabbia.

“Ho un messaggio da fare passare. So quello che sta accadendo. Io amo molto la mia città, e vorrei ritrovarla come l’ho lasciata, per favore. Quindi ragazzi, non fate la guerra, siate uniti e abbiate fiducia nella giustizia, che sarà fatta”.

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Non sappiamo che cosa succederà nelle prossime ore nelle banlieues e se il suo messaggio sarà ascoltato. Ma la cosa più importante è che l’appello alla calma di Théo non è stato apprezzato dall’estrema destra. I dirigenti del Fronte nazionale avrebbero preferito un messaggio di odio, e vanno avanti con le provocazioni e gli insulti. “Hollande è stato al capezzale della feccia”, ha twittato un collaboratore di Marine Le Pen.

Feccia, la stessa parola usata nell’autunno del 2005 dall’allora ministro dell’Interno Sarkozy per definire i giovani che protestavano per la morte di due ragazzi , Zied e Bouna, finiti fulminati in una cabina elettrica dove si erano nascosti a Clichy-sous-Bois durante un inseguimento della polizia.

La rivolta delle banlieues fu il trampolino di lancio di Sarkozy verso l’Eliseo. Due anni dopo sarebbe diventato presidente della Repubblica.

E poi c’è la polizia. I fatti degli ultimi anni ci fanno dire che per la polizia francese non c’è stata alcuna discontinuità rispetto alla Repubblica di Vichy. L’esempio di Maurice Papon è emblematico. Nel 1981 le Canard Enchainé rivelò il suo ruolo nella deportazione degli ebrei quando era segretario generale della prefettura di Bordeaux. Papon sarà condannato per crimini contro l’umanità a dieci anni di carcere. Ma nonostante le sue responsabilità nella Shoah, Papon collezionò dopo la guerra promozioni su promozioni fino a diventare prefetto di Parigi. E da prefetto ordinò il 17 ottobre 1961 la retata e il massacro di centinaia di algerini che protestavo contro il coprifuoco imposto alla loro comunità a Parigi. I figli di Papon votano oggi Marine Le Pen. Secondo lo studio dei flussi elettorali, alle Regionali del 2015 sette poliziotti su dieci hanno votato Fronte nazionale.

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    Chawki Senouci
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Il Bataclan riapre, Sting celebra la musica e la vita

È passato un anno e che anno: dopo Parigi  ci sono stati  gli attentati di Bruxelles, Nizza,  la Brexit, la vittoria di  Donald Tump negli Stati Uniti.

E sempre  in sottofondo  la tragedia  siriana  con i suoi morti e rifugiati.

Ma domani  dobbiamo fermarci per ricordare  le vittime  degli  attentati  di Parigi: 130  morti, 500 feriti, almeno 20  di loro in coma, migliaia di traumatizzati ancora in terapia.

Il primo anniversario sarà  sotto il segno della sobrietà. Ieri allo Stade de France è  stato osservato un minuto di silenzio durante Francia – Svezia.

Domani il Presidente della Repubblica  François Hollande e la sindaca di Parigi Anne Hidalgo scopriranno  otto targhe, con i nomi  delle  vittime, in altrettanti  luoghi  colpiti  dai terroristi dell’Isis:  lo Stade de France, sei tra ristoranti e bar e infine il teatro Le Bataclan dove  sono morte  90  persone.

Il Bataclan, completamente rinnovato e trasformato, riaprirà questa sera con un concerto di Sting.

Radio Popolare sarà  lì  dalle  ore 19 per  vedere  le facce di chi ci torna e ascoltarli. Domenica dalle 11.30 fino alle  13  ci  sarà  uno speciale diviso in tre parti:  il ricordo  di quella notte tragica, tratto dalla nostra diretta con  riflessioni e un omaggio alla “generazione Bataclan”. Siamo  tornati sui luoghi degli attentati e abbiamo intervistato  i clienti e i lavoratori  dei locali colpiti nel decimo e undicesimo arrondissement, abbiamo raccolto i loro ricordi ma anche la loro voglia  di riprendersi gli spazi  profanati dall’ Isis.  Infine in diretta seguiremo le  commemorazioni e torneremo sul concerto di Sting e sui prossimi appuntamenti al Bataclan con Pete Doherty, Youssou N’Dour, Marianne Faithfull,  i Tinariwen e la  serata della French Touch con il Dj Laurent Garnier.

Senza dubbio la rinascita del Bataclan è una delle peggiori sconfitte per l’ estremismo islamista e per l’Isis.

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    Chawki Senouci
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“I social network aiutano l’Isis”

La sera di venerdì 13 novembre Nohemi aveva appuntamento con un gruppo di amici, alcuni di loro erano venuti dagli Stati Uniti per visitare Parigi. Si sono ritrovati per prendere una birra sulla terrazza del Carillon, nel decimo arrondissement. Alle 21.25 un comando di terroristi proveniente da Molenbeek aprì il fuoco sui clienti del Carillon e del Petit Cambodge, il ristorante di fronte, uccidendo 15 persone.

Nohemi, figlia di immigrati messicani, 23 anni, è l’unica vittima americana degli attentati di Parigi. Per il suo primo soggiorno fuori dagli Stati Uniti, aveva scelto la Francia per passare un semestre alla Strate, la scuola di design di Sèvres. Tre mesi dopo doveva rientrare a casa, in California, per prepararsi alla cerimonia di fine studi alla Cal State University di Long Beach.

I suoi genitori affermano che “Youtube, Twitter e Facebook hanno contribuito consapevolmente, con un sostegno materiale chiave, all’ascesa dell’Isis e gli hanno permesso di compiere numerosi attentati, compreso quello del 13 novembre a Parigi”.

Nella denuncia si sottolinea “che al 31 dicembre 2014 l’Isis aveva 70mila account su Twitter, di cui almeno 79 ufficiali e postava almeno 90 tweet al minuto. Con le stesse modalità l’Isis usa Google (Youtube) e Facebook”.

I tre colossi si sono sempre difesi affermando di aver rafforzato i loro sistemi per bloccare gli appelli alla violenza. Tutte le inchieste post attentati nel mondo hanno evidenziato i limiti dei loro monitoraggi. Secondo il diritto statunitense “il sostegno materiale a un’impresa terroristica è un crimine che potrebbe costare l’ergastolo al suo autore”. Tuttavia, sulla base delle precedenti sentenze, nessun avvocato è mai riuscito a dimostrare “la consapevolezza” dei social di aiutare l’Isis nelle loro imprese terroristiche.

Secondo le leggi degli Stati Uniti, le compagnie online non sono tendenzialmente responsabili dei contenuti pubblicati dagli utenti sulle loro piattaforme. L’avvocato della famiglia ha spiegato che la denuncia non è contro quello che dicono i messaggi dell’Isis ma “ha a che fare con come Google, Twitter e Facebook hanno permesso all’Isis di usare i social media per operazioni varie e per il reclutamento”.

Anche se non ce la farà a vincere la causa, la famiglia Gonzalez avrà avuto almeno il merito di rilanciare un dibattito su tema molto delicato: trovare al più presto un compromesso tra la tutela della privacy, sempre più minacciata dai controlli degli Stati su internet, e la neutralizzazione dell’attività online dei terroristi. Perché come dice Reynaldo, il padre di Nohemi “senza Twitter, Facebook e Youtube la crescita esplosiva dell’Isis nel corso degli ultimi anni fino a diventare il più temuto gruppo terroristico del mondo non sarebbe stata possibile”.

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    Chawki Senouci
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Le ragioni della mancata ratifica Ue

L’accordo di Parigi sul clima ha superato il requisito delle 55 ratifiche da parte di Stati membri dell’Onu, anche se i Paesi ratificatori non coprono, nel loro insieme, il 55 per cento delle emissioni inquinanti necessario per l’entrata in vigore del trattato.

Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha annunciato che con i 31 strumenti di ratifica che gli sono stati consegnati mercoledì, sono saliti a 60 i firmatari dell’intesa, produttori complessivamente del 47,5 per cento delle emissioni di gas serra. Tra i Paesi “virtuosi” i due principali inquinatori, Usa e Cina.

“E’ positivo che tra coloro che si stanno impegnando di più affinché l’Accordo entri rapidamente in vigore, ci sono sia i maggiori inquinatori del mondo sia i Paesi più vulnerabili agli effetti del riscaldamento globale. Questo dimostra come i cambiamenti climatici ci uniscano tutti e richiedano una nostra rapida risposta” sottolinea Luca Iacoboni, responsabile “ Campagna Energia e Clima “ per Greenpeace – Italia.

Presente alla cerimonia al Palazzo di Vetro, il segretario di Stato americano John Kerry si è detto fiducioso che il secondo requisito sarà raggiunto prima dell’apertura della Conferenza Cop 22 sul clima, il 7 novembre a Marrakesh in Marocco. “Abbiamo bisogno di coprire il 7,5 per cento delle emissioni globali in più per raggiungere la soglia”, ha aggiunto Ban Ki-moon.

Tra quelli che mancano ancora ci sono Russia e India, che insieme producono più del 10 per cento delle emissioni totali di gas serra. E soprattutto l’Unione europea (11 per cento delle emissioni Co2), storicamente in prima linea contro i cambiamenti climatici, ma che in questo momento è paralizzata dalle procedure interne: l’Ue deve aspettare le ratifiche dei vari Stati a livello nazionale. In realtà alcuni Paesi l’hanno già fatto – Francia, Ungheria, Austria, Slovacchia; altri hanno dei tempi parlamentari già fissati, la Germania la prossima settimana. Paesi come la Polonia, ancorata al carbone più di ogni altro, hanno invece interesse a rinviare l’appuntamento.

Secondo il Wwf, “l’Italia, per peso e come Paese fondatore dell’Unione, deve essere tra i primi e non tra gli ultimi”. Al governo Renzi il Wwf ha chiesto “l’immediata presentazione del disegno di legge di ratifica e una corsia preferenziale in parlamento perché venga approvato a inizio ottobre, ben prima del referendum costituzionale e dell’inevitabile rallentamento dei lavori parlamentari”. In un’intervista all’inizio di settembre, il ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti aveva promesso entro la fine dell’anno la ratifica italiana, senza però specificare se prima o dopo la Cop 22 di Marrakesh.

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    Chawki Senouci
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Dall’Europa carburante tossico verso l’Africa

“Diesel sporco” è l’inchiesta dell’Ong Public Eye sulle pratiche illegittime dei trader petroliferi svizzeri in Africa. Quattro inquirenti hanno lavorato per tre anni per svelare i misteri del carburante tossico venduto sul continente africano. Public Eye ha effettuato numerosi prelevamenti dalle pompe di benzina di otto Paesi africani (Angola, Benin, Congo Brazzaville, Ghana, Costa d’Avorio, Mali, Senegal e Zambia) detenute o alimentate dalle società di comodities, come Trafigura, Vitol oppure Oryx. Più dei due terzi dei campioni contengono un tasso di zolfo superiore a 1500 parti per milioni (ppm). In Europa il limite è di 10 ppm. Ecco cosa scrive l’Ong nel suo rapporto:

“Nell’Africa occidentale per esempio, le aziende Vitol, Trafigura e Addax & Oryx approfittano dei deboli standard africani per vendere carburanti di bassa qualità e realizzare guadagni a discapito della salute pubblica degli africani. Le analisi svolte da Public Eye su campioni prelevati nei distributori di benzina di otto Paesi hanno mostrato risultati scioccanti: i carburanti contengono fino a 378 volte il tenore di zolfo autorizzato in Europa. Questi prodotti contengono poi altre sostanze altamente nocive, come benzene e idrocarburi policiclici aromatici, a livelli egualmente proibiti dalle norme europee”.

Nella sua inchiesta Public Eye dimostra che le aziende svizzere non solo vendono e producono carburante ad alto tasso di zolfo, ma per aumentare i loro profitti lo mescolano con diversi prodotti tossici e particolarmente nocivi alla salute e all’ambiente, al fine di creare ciò che l’industria chiama “la qualità africana”. Questi carburanti altamente inquinanti vengono principalmente prodotti nella regione ARA (Amsterdam-Rotterdam-Antwerpen), dove gli imprenditori svizzeri dispongono di importanti infrastrutture, quali raffinerie e depositi. Secondo il rapporto “Diesel sporco”, le società svizzere producono carburanti che non potrebbero mai essere venduti in Europa e sono responsabili di buona parte delle esportazioni verso l’Africa occidentale di gasolio e di benzina ad alto tenore di zolfo.

“La produzione e la vendita di carburante tossico sono illegittime e violano il diritto alla salute della popolazione africana. Secondo un recente studio dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), l’Africa è vittima del più elevato aumento di inquinamento dell’aria nelle zone urbane a livello mondiale. Le proiezioni del Consiglio Internazionale per un Traffico Pulito (ICCT) – Ong nata in seguito allo scandalo Volkswagen – prevedono che l’inquinamento dell’aria legato al traffico stradale causerà, entro la fine del 2030, tre volte più decessi prematuri in Africa che in Europa, Stati Uniti e Giappone messi insieme. Le malattie respiratorie rappresentano già un grande problema in questa regione ed i gas di scarico sono classificati come cancerogeni dall’Oms”.

Nella petizione indirizzata a Trafigura, Public Eye e i suoi partner africani domandano al gigante ginevrino di impegnarsi a vendere, ovunque nel mondo, carburanti conformi agli standard europei.

“Per fermare questa bomba a orologeria, i governi africani devono adottare standard più rigorosi. I commercianti svizzeri devono invece rispettare i diritti umani in tutti i Paesi nei quali operano, come indicato nei Principi Guida dell’Onu su imprese e diritti umani, in vigore dal 2011″.

***

Da più di 50 anni l’Ong Public Eye (già Dichiarazione di Berna) getta uno sguardo critico sull’impatto della Svizzera e della sua economia sui Paesi poveri. Mediante il lavoro di inchiesta e di campagna, Public Eye lotta contro le ingiustizie che hanno origine in Svizzera e difende il rispetto dei diritti umani in tutto il mondo.

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    Chawki Senouci
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Francia, bocciato il divieto del burkini

Il Consiglio di Stato francese ha annullato il provvedimento “ anti burkini “ emanato dall’amministrazione di Villeneuve – Loubet. La sentenza fa giurisprudenza e, in caso di nuovi ricorsi,  avrà valore per tutti i comuni – una trentina e quasi tutti a guida di destra – che hanno introdotto il divieto del costume integrale indossato dalle donne musulmane in spiaggia.

Il collegio di tre giudici ha esaminato i ricorsi della lega dei diritti umani ( LDH) e del comitato contro l’omofobia in Francia ( CCIF) contro una decisione del Tar di Nizza che dava torto alle due associazioni.  Secondo l’ordinanza del Consiglio di Stato, la decisione del Tar è annullata e l’esecuzione della circolare di Villeneuve – Loubet è sospesa. In questo comune il velo in spiaggia è quindi di nuovo autorizzato.

La sentenza del Consiglio precisa che “ l’ordinanza controversa ha rappresentato una violazione grave e apertamente illegale delle libertà fondamentali, che sono la libertà di movimento, di coscienza e la libertà personale “ .

La decisione odierna rappresenta una grave umiliazione per il primo ministro francese Manuel Valls che aveva pubblicamente sostenuto i sindaci anti burkini. Ieri, alla vigilia della sentenza, sono scoppiati i primi dissensi in seno al governo. Per la ministra dell’istruzione nazionale Najat Vallaud – Belkacem “ i decreti rappresentano una deriva”, mentre per la ministra della sanità, Marisol Touraine, “ ciò provoca una stigmatizzazione pericolosa per la coesione del nostro paese ”

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    Chawki Senouci
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Campionesse di pace

Le unghie dipinte con i colori delle bandiere tunisina e francese. Non è passato inosservato il “vezzo” di Inès Boubakri, nata e cresciuta a Tunisi e sposata a uno schermidore francese. Ha scelto il linguaggio degli smalti per affermare che tra il Maghreb e la Francia deve prevalere l’amore.

Un messaggio forte in una notte speciale: l’atleta tunisina, 28 anni, è la prima schermitrice africana a vincere una medaglia in una olimpiade. Ha dedicato la sua medaglia di bronzo alle donne del suo Paese, a tutte le donne arabe. “Sono qui per dire che noi ci crediamo, che esistono le donne e hanno un ruolo nella società. Il messaggio va anche ai giovani”.

Inès ha affidato il suo sogno di fratellanza tra le due sponde alle donne e ai giovani del suo Paese. Elisa di Francisca, 33 anni, ha invece scelto i colori dell’Unione europea per festeggiare la sua medaglia d’argento.

Un gesto forte “per affermare – ha detto – che l’Europa esiste ed è unita, e solo unita può superare le barriere”.

Elisa ha spiegato che l’ha fatto per Parigi, Bruxelles… “Non dobbiamo dargliela vinta, ci vogliono chiudere in casa. Non dobbiamo avere paura l’uno dell’altro, altrimenti faremo il loro gioco”.

Inès e Elisa appartengono alla cosiddetta “generazione Erasmus”. Hanno paura dei muri e della chiusura delle frontiere. Da Rio, a migliaia di chilometri da casa, hanno voluto esprimere le loro angosce ma soprattutto le loro speranze.

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    Chawki Senouci
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La campionessa belga che pensa all’eutanasia

“Tutti mi vedono ridere con la mia medaglia d’oro, ma nessuno mi vede quando sono scura in volto. Soffro enormemente, a volte riesco a dormire solo dieci minuti per notte, ma comunque vado alla ricerca dell’oro”.

L’atleta fiamminga Marieke Vervoort, 37 anni, fa parte di quei campioni paralimpici, sconosciuti al grande pubblico, che realizzano ogni giorno una gigantesca impresa. Da vent’anni ha imparato a sopportare la sofferenza nel quotidiano.

A 14 anni fu colpita da una malattia degenerativa incurabile che le ha paralizzato le gambe e le procura dolori fortissimi. Ma questo non le ha impedito di avere una carriera eccezionale e un palmarès importante: medaglia d’oro a Londra 2012 nei 100 metri, campionessa del mondo nel 2015 a Doha nei 100, 200 e 400 metri, e poi quattro record del mondo su 400, 800, 1.500 e 5.000 metri (categoria T52 lesioni della spina dorsale, amputazioni, handicap muscolo-scheletrici, malformazioni congenite, lesioni nervose).

Quando mi siedo sulla sedia da competizione tutto sparisce. Elimino i brutti pensieri, combatto la paura, la tristezza, la sofferenza, la frustrazione. È così che ottengo le medaglie d’oro“, ha spiegato Marieke ai giornalisti sportivi di France 2 che l’hanno seguita durante la sua preparazione per le prossime sfide.

I giochi paralimpici sono previsti a Rio dal 7 al 18 settembre ed è nella città brasiliana che lei ha deciso di chiudere la sua carriera: “Rio è il mio ultimo desiderio. Mi alleno duramente anche se devo lottare notte e giorno con la malattia, ma spero di finire la mia carriera sul podio. Poi vedremo cosa succederà e proverò a godermi i momenti migliori“.

Ma Marieke Vervoort sa che chiudendo la sua carriera abbandona “la sua unica ragione di vivere”. Il suo corpo comincia tradirla. Ha confessato a France 2 che “è davvero molto difficile dover constatare, anno dopo anno, quello che non riesco più a fare”. Intervistata dal giornale belga L’Avenir, una sua amica ha aggiunto: “Spero che riesca a resistere fino a Rio, perché vedo le sue capacità fisiche degradarsi“.

Marieke non ha paura di affrontare la delicata questione della sua morte: “Comincio a pensare all’eutanasia. Nonostante la mia malattia, ho potuto vivere delle cose che molti altri possono soltanto sognare“.

In Belgio l’eutanasia è legale, per ottenerla bastano i pareri scritti di tre medici. Per lei i documenti sono pronti. “Per i miei funerali niente chiesa, caffè o dolci. Voglio che tutti abbiano un calice di champagne in mano, e che brindino pensando a me“.

Ma a un mese dalla grande sfida non c’è tempo per i cattivi pensieri: “Penso di avere la possibilità di conquistare la vittoria nei 100 e nei 400 metri ma sarà molto difficile perché la mia rivale canadese è veramente forte”. E poi “Perché lamentarsi? Non serve a niente. Apprezzate le cose che riuscite a fare, e rendetevi contro della vostra ricchezza”.

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Scontro di civiltà?

La prima vittima di Mohamed Bouhlel era una nizzarda di origine marocchina. Fatima Charrihi, madre di sette figli, aveva portato i nipotini a vedere i fuochi d’artificio. Suo figlio Hamza dice ” era una mamma straordinaria, portava il velo, era una donna devota,  praticava il vero islam, non quello dei terroristi “.

Perché com’è l’Islam  dei terroristi ?  “ Mohamed Bouhlel – raccontano vicini e conoscenti –  non pregava, non faceva il Ramadhan,  beveva alcool,  mangiava la carne di maiale,  rubava  le bici per venderli a 50 euro “

E  allora “ perché ? “ si chiede oggi Libération in prima pagina. La domanda è legittima perché Nizza non è il Bataclan: la banda di Molenbeek  era composto da ex jihadisti tornati dalla Siria e 12 ore soltanto  dopo gli attacchi di Parigi, l’Isis  li rivendicò con un comunicato dettagliato , esauriente  e preciso.

Oggi gli inquirenti sono di fronte a un dilemma fatto da tre opzioni: un “ lupo solitario”  dell’Isis bravo a  mascherare la sua radicalizzazione,  un delinquente affascinato dal discorso dell’Isis o un pazzo. Si , gli inquirenti non escludono il  gesto premeditato di una persona instabile che ha pianificato con freddezza  la sua azione criminale, che pensava di farla franca, visto che caricò la sua bici sul camion.

Perché, raccontano ancora i suoi conoscenti, “ Bouhlel era un pervertito sessuale, violento e collerico, che picchiava spesso la moglie”  ma “ viveva male – secondo un vicino – il suo divorzio, perché diceva che non  era più in grado di pagare  gli alimenti per la moglie e i tre figli”.

Sarebbe questo l’islam dei terroristi, agli antipodi di quello di Fatima, la sua prima vittima. Ma che va comunque bene a un’organizzazione criminale come l’Isis.

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Parigi è più viva che mai

Stade de France, 13 novembre 2015. Alle ore 20.16 una fortissima esplosione è avvertita dai giocatori e dagli spettatori durante la partita Francia-Germania. È l’inizio degli attacchi a Parigi. Quaranta minuti di inferno: 130 morti, più di 500 feriti. Questa sera alle ore 21 lo stesso stadio ospiterà Francia-Romania, partita inaugurale di Euro 2016. Sono passati sette mesi, un’eternità per chi viene travolto ogni giorno dal fiume di brutte notizie. Una ferita ancora aperta per i sopravvissuti del Bataclan, per i parenti delle vittime, per i parigini.

In questi mesi la capitale francese è rimasta fedele al suo motto impresso sullo stemma: Fluctuat nec mergitur, perché la nave Parigi è stata sbattuta dalle onde ma non è affondata.

1- Ha dato una lezione di tolleranza a un’Europa in preda alla xenofobia e al razzismo: si è ribellata alle strumentalizzazioni politiche ripudiando alle elezioni regionali il modello lepenista; Il suo sindaco Anne Hidalgo, in sintonia con la città, ha respinto il “paternalismo” dell’esecutivo dicendo no allo stato d’emergenza permanente e alla revoca della cittadinanza per i francesi con doppia cittadinanza condannati per terrorismo.

2- Molti dei suoi cittadini continuano a scioperare e a manifestare contro la riforma del lavoro ritenuta  ingiusta.

3- Dal 31 marzo scorso migliaia di “indignati” animano la “nuit debout” in Place de la République per ragionare sui fallimenti della sinistra e rifare il mondo.

L’Euro 2016 coincide con un importante movimento sociale, che nemmeno la piena della Senna è riuscita a fermare. Ma quello che preoccupa di più l’Eliseo è la sicurezza dei tifosi provenienti da tutto il mondo. Secondo gli inquirenti francesi e belgi, gli europei di calcio erano l’obiettivo principale degli autori degli attentati di Bruxelles.

Al Champ de Mars è stata allestita una “Fan zone” in grado di ospitare in tutta sicurezza fino a 92mila persone. Potranno vedere le partite su un megaschermo, ai piedi della Tour Eiffel. Albert Camus disse “non c’è un altro posto al mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio”. Se fosse così allora per Parigi sarebbe un’occasione unica per ritrovare il sorriso.

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Francia, la battaglia dei ferrovieri

In Francia, è la vigilia del calcio d’inizio di Euro 2016 ma la protesta contro la Loi Travail non si ferma. Anzi, Il movimento continua a estendersi nonostante gli appelli dell’Eliseo.

La richieste del presidente Francois Hollande di mettere fine all’agitazione nelle ferrovie, principale campo di battaglia contro la riforma del lavoro, non sono state ascoltate. In un’intervista alla Voix du Nord, Hollande ha esortato gli oppositori alla riforma del lavoro di cessare il loro movimento: “C’è un momento, secondo una celebre formula, in cui bisogna saper fermare uno sciopero”. È un classico delle proteste dei movimenti sociali: quando l’esecutivo stima che sono durate troppo, tira fuori questa frase magica. L’aveva già usata l’ex presidente Nicholas Sarkozy nel 2007 dopo lo sciopero nei trasporti. Con un tweet la Cgt ha ricordato a Hollande la citazione completa: “Bisogna saper fermare uno sciopero quando si è ottenuta soddisfazione”.

Queste parole furono pronunciate la prima volta l’11 giugno 1936 dal primo segretario del partito comunista francese, Maurice Thorez, che chiedeva agli operai in sciopero di accettare gli accordi firmati dal Fronte Popolare e dai sindacati. Allora c’erano in ballo le prime ferie pagate e la settimana di 40 ore. Oggi alla Sncf, la compagnia ferroviaria francese, la trattativa verte sul rinnovo del contratto che scadrà a luglio. Sul tavolo l’orario del lavoro, le indennità per il lavoro notturno, il regime giuridico dei controllori che la direzione vorrebbe inquadrare come personale sedentario e non più viaggiante, con quindi meno vantaggi.

Il terzo sindacato della categoria, Sud Rail ha fatto sapere che non firmerà l’accordo proposto dalla direzione, mentre la Cgt “aspetterà l’esito del voto delle assemblee generali dei lavoratori”. La sua posizione sarà determinante: con Sud Rail rappresentano il 51,5 per cento del corpo elettorale, oltre la soglia necessaria del 50 per cento per denunciare e bloccare l’accordo.

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Ali: un’icona culturale, una forza politica

C’è un’immagine che il mondo non potrà mai dimenticare, Muhammad Ali che accende la torcia olimpica durante la cerimonia inaugurale dei giochi di Atlanta 1996. È l’immagine di un uomo che non riesce a nascondere i segni della malattia, ma che con grande generosità si espone per celebrare l’ideale più alto dello sport. Perché Muhammad Ali si era sempre esposto con grande generosità, nel bene e nel male. Da persona malata per far vedere le conseguenze del Parkinson. Da giovane per vantare la sua bellezza, la sua agilità, la sua fede islamica, la sua intelligenza, “io sono il più grande”. Perché, come amava ripetere, “ la gente umile non va molto lontano”. Ma la sua superbia era solo un atto politico, da sbattere in faccia ai giornalisti e all’America bianca e razzista.

Non si chiamava ancora Muhammad Ali quando buttò nel fiume Ohio la medaglia d’oro vinta a Roma. Era tornato in America da vincitore dei Giochi, provò a entrare in un ristorante di Louisville: “Sono Cassius Clay, campione olimpico, e anche se lì c’è scritto riservato ai bianchi, non mi cacceranno”. Invece fu cacciato, perché lui era nato sulla sponda sbagliata del fiume.

Nel 1967 gli tornò in mente quel episodio, il giorno in cui decise di non andare a combattere in Vietnam: “Non ho nulla contro i vietkong, quelli non mi hanno mai chiamato negro”, disse. Pagò a caro prezzo quel gesto pacifista con una condanna a 5 anni di carcere e il ritiro del titolo di campione del mondo.

Ma Muhammad Ali non fu mai prigioniero delle sue certezze. Famosa la sua frase: “l’uomo che a 50 anni vede il mondo così come lo vede quando ne aveva venti ha sprecato trent’anni della sua vita”. Questo gli permise di riconoscere gli errori del passato, come aderire alla setta “Nation of Islam “ e rompere con l’amico fraterno Malcom X. Muhammad ali è stato il primo campione globale, amato, venerato e rispettato in tutto il mondo.

Più che atleta, un’icona culturale e una forza sociale e politica. Che la terra ti sia lieve, immenso campione sul ring e nella vita

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“Ecco perché rifiuto la medaglia di Valls”

Camille Senon, 93 anni, ha una storia importante. Femminista storica ed ex dirigente del sindacato Cgt, Camille ha perso tutta la famiglia nel massacro di Oradour sur Glane (Haute Vienne) compiuto da un battaglione delle SS il 10 giugno del 1944.

Il 18 maggio scorso Camille Senon ha ricevuto una lettera del primo ministro Manuel Valls: le proponeva una medaglia di commendatore dell’ordine al merito. Lei, già legione d’onore, ha rifiutato. In una lettera indirizzata a Valls, Camille Senon ha fatto capire che non perdona all’esecutivo la riforma del lavoro El Khomri.

“In questa fase – scrive Madame Senon – è impossibile per me accettare questa medaglia mentre sono totalmente solidale con le lotte condotte da due mesi dai salariati, dai giovani, da una maggioranza di deputati e di francesi contro la ‘loi travail’ che voi avete imposto con il 49.3. Accettare sarebbe rinnegare la mia vita militante per ottenere più giustizia e solidarietà, per avere più libertà, fratellanza e pace”.

Quello che è considerato il più grande massacro di civili commesso in Francia dall’esercito tedesco è commemorato ufficialmente dal 1999. Furono trucidate 642 persone. Si salvarono soltanto Camille e altri undici abitanti (i cosiddetti “sopravvissuti del Tramway di Oradour”) perché stavano sul tram che li riportava a casa da Limoges. La storia di Camille Senon è legata per sempre a quella del suo paesino ed è il motivo dell’onorificenza proposta dal primo ministro Valls.

“Quando ho ricevuto la lettera – ha spiegato Camille all’agenzia France Presse – mi è apparso evidente che in questo momento, in cui delle persone lottano per far rispettare i propri diritti e in cui i miei compagni sindacalisti di Air France sono trascinati nei tribunali, era semplicemente inaccettabile per me ricevere l’onorificenza offerta da Manuel Valls. Non posso accettarla da un governo che non rispetta i lavoratori. Con il massacro di Oradour io ci convivo da 72 anni. Tutto quello che ho fatto da allora è per tenere viva la memoria, non per ricevere una medaglia”.

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Scontro nel governo sulla riforma del lavoro

Alla fine François Hollande ha rotto il silenzio per tentare di mettere fine alla confusione che regna nella maggioranza e nell’esecutivo. Dal Giappone, dove ha partecipato al G7, il Presidente francese ha difeso il suo primo ministro Manuel Valls, vittima, nelle ultime ore, dal fuoco amico.

“Terrò duro perché penso che è una buona riforma e penso che dobbiamo andare fino alla sua approvazione. Quando si devono fare delle riforme bisogna farle fino alla fine”.

Un intervento necessario, secondo gli osservatori, perché la linea del primo ministro è stata messa in discussione da due fedelissimi di Hollande: il Ministro delle finanze, Michel Sapin e il Presidente del gruppo socialista in parlamento Bruno Le Roux.

Il pomo della discordia è il famoso articolo 2, che Valls considera il cuore della riforma del lavoro perchéinverte la gerarchia nei rapporti sindacali:Il testo El Khomri recita infatti che gli accordi firmati nelle imprese su orari, riposi e straordinari, prevarranno su quelli firmati al livello della branca.

Secondo la Cgt, se passa la riforma allora il padrone potrà costringere i dipendenti a lavorare 60 ore a settimana, invece delle 35 ore.“Pagare di meno le ore supplementari gli straordinari – rilanciano i camionisti, che hanno bloccato strade e autostrade- ci costerà 1400 euro netti all’anno.

”Questa sera i sindacati hanno invitato i lavoratori a aumentare la pressione sul governo con nuovi scioperi, in vista del 14 giugno, data della nona giornata di mobilitazione, quattro giorni dopo Euro 2016 di Calcio.Hollande può permettersi di far fare la “ brutta figura” alla Francia davanti al mondo intero?

Manuel Valls non è più in posizione di forza. Aveva forzato la mano al parlamento usando il 49.3 per fare passare la riforma, ha individuato nella Cgt il nemico da “ denigrare “ e ha puntata sulla stanchezza del movimento. Fallimento su tutta la linea.I cortei continuano ad essere molto partecipati e i sondaggi lo castigano. Secondo un’ inchiesta , commissionata da Bfm tv, il 69 % dei francesi è favorevole al ritiro della riforma del lavoro. Il 59 % lo ritiene responsabile dell’attuale scontro sociale.

Anche il blocco delle raffinerie non gli è stato di aiuto. Secondo un sondaggio Ifop, il 62% dei francesi considerano giustificato il movimento dopo l’inizio della serrata contro il 65% prima.“ Le Monde week end “ titola sabato 28 maggio: “ Valls ha perso la battaglia dell’opinione pubblica? “.

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Francia, Hollande e i sindacati allo scontro duro

“La legge El Khomri passerà. Non cederò di un millimetro”.

Questa mattina, alle 7.30, dagli studi di Europe 1, François Hollande ha usato il 49.3 contro un movimento sociale di un’ampiezza e di una forma inedita in Francia. Il 10 maggio la riforma del lavoro è passata , in prima lettura, con il ricorso all’articolo 49.3 della Costituzione, cioè senza discussione né voto all’Assemblea Nazionale.

In pratica Hollande ha “invitato” i sindacati a alzare bandiera bianca, a rinunciare alle due nuove giornate di mobilitazione contro la riforma del lavoro. Negli stessi istanti i notiziari delle radio segnalavano i primi blocchi stradali effettuati dai camionisti.

Sette sigle sindacali hanno convocato, oggi e giovedì, la sesta e la settima giornata di scioperi e manifestazioni in meno di due mesi. L’intersindacale predica calma e spera nel rilancio della mobilitazione, dopo un vistoso calo della partecipazione giovedì scorso e gli scontri tra manifestanti e agenti di polizia, in particolare a Rennes e Nantes.

Sarà tutto inutile dopo il no di Hollande? Il segretario generale della Cgt Philippe Martinez ricorda che anche nel 2006 la legge sul Cpe (contratto del primo impiego) passò in parlamento grazie al 49.3, ma dopo la sua adozione definitiva fu ritirata grazie alla forte mobilitazione.

Il coinvolgimento di settori professionali, che finora avevano mantenuto un basso profilo, potrebbe dare slancio al movimento e mettere in difficoltà i trasporti in Francia. Lo sciopero rinnovabile è stato deciso da camionisti, aeroporti e metropolitana di Parigi, ferrovieri, portuali. Alla Sncf, ad esempio, i treni saranno bloccati tutti i mercoledì e giovedì da questa settimana in poi. Oggi si fermano anche i postini, i banchieri e chimici. La Cgt ha chiesto il blocco progressivo dei prodotti petroliferi nelle raffinerie.

Il testo della ministra del lavoro Myriam El Khomri andrà ora in Senato e verrà discussa dal 13 al 24 giugno e votato il 28 giugno, prima di ritornare in parlamento e adottato definitivamente entro la fine di Luglio. Se tutto va bene, perché al Senato il centrodestra è maggioritario.

“Il 49.3 è una terribile ammissione di impotenza- scrisse l’11 maggio Libération Quello di un esecutivo che non ha saputo o potuto convincere la sua maggioranza parlamentare. Quello di una minoranza di deputati socialisti che non ha saputo o voluto accontentarsi delle concessioni che avevano ottenuto. Come se il film fosse stato scritto in anticipo. Come se le due Gauche, travolte da un inverosimile impulso suicida, non aspettassero altro per prendere atto del loro divorzio. Come se questo esito annunciasse il funesto presagio di una débacle nel 2017. Come la sinistra possa sperare di vincere domani se oggi non sa parlarsi, capirsi, o fidarsi l’uno dell’altro.”

Il divorzio è ancora più profondo e doloroso tra il partito socialista e Le Front de Gauche (la sinistra radicale ) che ha votato una mozione di censura contro il governo Valls presentata dalla destra e appoggiata dal Fronte nazionale. Tutto questo, a meno di un anno dalle elezioni presidenziali e legislative.

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Il vicepresidente della Camera sotto accusa

La procura di Parigi ha aperto un’indagine preliminare a carico di Denis Baupin, 53 anni, leader storico di Europe Ecologie, che lunedì si è dimesso dalla vice presidenza dell’assemblea nazionale dopo che diverse colleghe lo hanno accusato di molestie sessuali. Un comunicato precisa che non è stata presentata nessuna denuncia contro Baupin, ma che la procura “intende raccogliere le testimonianze delle presunte vittime che si sono espresse sui media”.

Baupin ha smentito tutto parlando di accuse “diffamatorie”. La moglie, la ministra alla Casa Emanuelle Cosse, ha affermato che di fronte a simili accuse deve pronunciarsi la giustizia per stabilire se sono vere.

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I fatti denunciati si sono svolti tra il 1998 e 2014. Molti sapevano ma tacevano. Il silenzio è stato rotto da un tweet apparso l’otto marzo scorso sull’account di Baupin. 

Hastagh #Mettezdurougemettete il rossetto. La foto mostrava otto parlamentari maschi, tra cui Baupin, con il rossetto sulle labbra in segno di impegno contro la violenza alle donne. La goccia che ha fatto traboccare il vaso.

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Elen Debost

 

“Ho visto quella foto, ho letto la didascalia, sono andata subito in bagno a vomitare”, dice Elen Debost, vice sindaca di Le Mans e segretaria regionale di Europe Ecologie.

Sandrine Rousseau, portavoce del movimento: “ Nel tweet non ho visto qualcuno che difendeva i diritti delle donne ma qualcuno che aveva tentato di forzare una donna a baciarlo, mi sono detta che non era più possibile restare in silenzio”.

Sandrine Rousseau, Elen Debost, Isabelle Attar, Annie Lahmer e quattro altre donne hanno raccontato al sito di inchiesta Mediapart e a France Inter di essere state vittime di molestie da parte di Baupin.

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Sandrine Rosseau

“Nel 2011 durante un convegno a Montreuil – racconta Sandrine – volevo fare una pausa, sono uscita dalla sala. E allora Baupin è venuto dietro di me e mi ha sbattuto sul muro, tenendomi per il seno. Ha cercato di baciarmi. E io l’ho rigettato violentemente. Sono andata subito a parlarne con i colleghi di partito. Uno mi ha detto: ‘Ah, ha ricominciato…’. E un altro: ‘Con lui sono cose che capitano spesso‘”. Elen Debost sostiene che Baupin le aveva inviato centinaia di sms “ provocatori, a sfondo sessuale, pesanti, gravi e molto insistenti” .

Dopo le dimissioni di Baupin, Elen dice di sentirsi meglio: “Per me è un sollievo. I due mesi tra la mia denuncia e la fine dell’inchiesta giornalistica sono stati un’eternità, avevo molta paura. Adesso è un momento positivo perché continuiamo a ricevere molti messaggi di solidarietà da parte di donne e uomini”.

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La Loi de Travail approda in Parlamento

Dopo due mesi di protesta è approdato ieri in parlamento, la Loi Travail o legge El Khomri, dal nome della ministra del lavoro Myriam El Khomri. L’esame durerà fino al 12 maggio prima di un voto solenne il 17 maggio. I 54 articoli fanno oggetto di circa 5 mila emendamenti.

La riforma da un ampio mandato alla Confidustria francese per licenziare, modificare l’organizzazione del lavoro e il diritto alle ferie, limitare il tetto degli indennizzi in caso di licenziamenti. Inoltre permette di “precarizzare” i giovani in cerca di un primo impiego.

Ai “padroni” non era bastato il regalo fiscale di Hollande da 40 miliardi di euro per rilanciare il mercato del lavoro.Dal 31 marzo ci sono state quattro mobilitazioni, in prima linea ci sono gli studenti e i liceali, preoccupati per il loro futuro.

Dal quel giorno, Place de la République, a Parigi, ospita la Nuit Debout, un movimento cittadino di indignati che si sta allargando a tutto il Paese. Per spaccare il movimento, il primo ministro Manuel Valls ha ritirato i punti contestati dagli studenti, ad esempio tassando pesantemente i contratti a tempo determinato.

Ma gli studenti, anche se si ritengono soddisfatti, hanno deciso di continuare la lotta a fianco dei sindacati. La situazione è molto tesa, ci sono stati diversi scontri tra polizia e manifestanti, con arresti e feriti nei due campi. A Rennes, in Bretagna, un giovane, colpito in faccia da una granata stordente (Flashball), ha perso definitivamente l’uso dell’occhio sinistro. Oggi la Lega dei diritti umani ha chiesto ufficialmente l’istituzione di una commissione parlamentare sulle violenze della polizia.

Questa è stata la vigilia.

Ieri pomeriggio, centinaia di persone hanno risposto all’appello dei sindacati e si sono dati appuntamento a Les Invalides, non lontano dall’assemblea nazionale. L’obiettivo è fare pressione sui deputati. Per il momento possono contare sull’appoggio dei  verdi, dei comunisti e soprattutto della minoranza socialista.

Secondo il relatore, Christophe Sirugue (PS), al governo mancano 40 voti per ottenere la maggioranza. In un’intervista a Le Parisien, Myriam El Khomri ha detto che che non sarà posta la fiducia sul testo. L’Eliseo quindi sarebbe pronto a fare delle concessioni per fare rientrare l’ennesima fronda della sinistra del partito socialista. Potrebbe essere una buona mossa, a un anno delle presidenziali. Anche se i sondaggi dicono che la base ha già ripudiato François Hollande.

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Whistleblower “anti capitalisti” alla sbarra

Da una settimana in Lussemburgo si sta celebrando il processo Luxleaks, lo scandalo che ha rivelato gli accordi fiscali segreti tra il governo e 300 multinazionali (tax ruling), tra le quali Apple, Amazon, Ikea, Deutsche bank, Fiat, Finmeccanica, Unicredit, Intesa San Paolo, tra il 2002 e 2010.

Sul banco degli accusati, non ci sono i responsabili di una delle più grandi operazioni di elusione fiscale del mondo, ma tre cittadini che avevano denunciato il malaffare: gli informatori Antoine Deltour e Raphael Halet, ex dipendenti della società di consulenza PricewaterhouseCoopers (PwC) e il giornalista Edouard Perin del magazine Cash Investigation della Tv pubblica France 2 (che aveva ricevuto i files da Deltour e Halet per la sua trasmissione).

La prima parte del processo si sta focalizzando sulla figura dell’ex revisore dei conti Antoine Deltour, un francese di 30 anni. Entrato in Pwc nel 2008, Deltour scopre che la società di certificazione gestisce anche gli accordi illegali tra governo e multinazionali. Da qui la decisione, nel 2010, di dimettersi e di rendere pubblici i documenti dello scandalo.

Il 28 aprile Le Monde, che sta seguendo il processo, ha riferito che nel corso dell’inchiesta la polizia del Lussemburgo ha potuto accedere ai computer e ai conti di Antoine Deltour. Davanti ai giudici, il commissario Roger Hayard ha testualmente affermato che “siccome non è stata trovata nessuna traccia di transazioni finanziarie sospette, abbiamo cercato un altro movente. Antoine Deltour era dichiarato anticapitalista”. 

Come prova il poliziotto ha fornito i suoi post su Facebook, nei quali il whistleblower ha scritto de di “fare fatica ad accettare che i comuni mortali non possano evitare di pagare le tasse come invece è il caso delle grandi multinazionali”. “Deltour – hanno aggiunto gli inquirenti- seguiva le newsletter del partito dei Verdi ed era abbonato persino al sito di indagini giornalistiche Mediapart”. Antoine Deltour rischia fino a dieci anni di carcere, i reati vanno dalla violazione di dati coperti da segreto al furto e alla frode informatica. Con l’aggravante di essere anticapitalista.

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Il futuro nelle “convergenze di lotte”

Parigi 45 marzo. La Nuit debout è una vera rivolta o è un fuoco di paglia? La storia ce lo dirà, ci vuole molta cautela prima di scandire la parola rivoluzione.

Il magazine culturale di sinistra Les Inrocks segue con attenzione il nuovo movimento cittadino, che da 15 giorni alterna manifestazioni, scioperi e riflessioni notturne. Per il momento la Nuit debout non mostra segni di stanchezza.

Come ogni giorno, la piazza si riempie a partire dalle ore 18 e si svuota all’alba. Come ogni giorno, la piazza si divide in una ventina di assemblee generali/popolari e ognuna tratta un tema specifico. L’agenda dei lavori è annunciata sui social network e sul bollettino La Gazzette Debout mentre le discussioni possono essere seguite su Periscope, su Tv Debout (Youtube) o sulla web radio Radio Debout.

Ma che futuro ha la Nuit debout? Questa settimana Les Inrocks, il magazine che ha seguito più da vicino e ponendosi più domande il movimento, ha raccolto l’intervento a Parigi dell’antropologo americano David Graeber, uno dei protagonisti di Occupy Wall Street del 2011.

Graeber intravede delle affinità tra i due movimenti. “Nel 1848, 1968 e 2011 nessuno ha preso il potere – spiega in un dibattito- ma l’ordine mondiale ne è uscito trasformato. Tutti criticano Occupy perché non avrebbe prodotto niente. Ma nella sua continuità, dei movimenti di protesta simili si sono svolti in Turchia, Hong Kong, in Bosnia, in Brasile e ora in Francia. L’esplosione della Nuit debout è la versione più ispirata dal 2011”.

Il paragone piace agli “indignati” francesi che non vogliono fare la fine del movimento spagnolo indignados. L’economista e filosofo Frédéric Lourdon, una delle anime di Place de la République, sostiene che “Podemos non è un buon esempio, cerchiamo di non ricrearlo. La seconda parte della sua traiettoria si è ridotta a entrare nel gioco classico dell’elezione. È un triste destino”.

Che fare allora? Mark Ruffin, che con il suo film Merci patron ha ispirato la Nuit debout, non ha dubbi: “Non facciamo ancora abbastanza paura al governo, bisogna allearsi con i sindacati. Lo dico anche ai sindacati, non snobbate quello che succede in piazza. La vittoria è possibile solo se stiamo insieme”.

Si chiamano “convergenze di lotte”: tutti uniti nel battaglia contro la riforma del lavoro. Lunedì il primo ministro francese Manuel Valls ha tentato di fare rientrare la protesta degli studenti. Ha ricevuto i loro sindacati e presentato le modifiche da apportare alla riforma.

I rappresentanti degli studenti si sono detti soddisfatti ma hanno annunciato che continueranno la lotta, insieme ai lavoratori, i quali hanno ricambiato. A Le Havre i portuali iscritti al principale sindacato francese Cgt hanno votato una mozione indirizzata al prefetto di polizia per ammonirlo che “se uno studente, uno solo, viene toccato dalla polizia, il porto verrà bloccato”.

L’altra questione che viene dibattuta nelle assemblee popolari è come fare arrivare i messaggi alle classi popolari e alle periferie. Perché da fuori, da destra soprattutto, gli “indignati” sono definiti dei Bobo (borghesi bohémiens) in cerca di forti sensazioni.

Nicola Norito, fondatore della casa editrice Libertalia, che pubblica i libri di John Halloway, altra figura importante di Occupy, spiega che in piazza c’è “una popolazione che legge molto, lo stand è svuotato ogni sera. La composizione sociologica del movimento? È bianco, del centro città, trentenne, della classe media. Sono prof a Montreuil (periferia parigina, ndr), non ho visto uno solo dei miei studenti”.

Génération Bataclan quindi? Quella decimata dagli attentati del 13 novembre e che Libération aveva definito “un modo di vivere edonista e festaiolo di una generazione profondamente segnata dalla strage di Charlie Hebdo che trovava la felicità in uno spazio urbano dove coesistono negozi di moda, bar pakistani, caffè arabi, ristoranti cinesi, librerie musulmane e sinagoghe”?

Può essere. Un mese dopo gli attentati di Parigi, l’avevamo descritta così: “Le testimonianze di parenti, colleghi e amici delle 130 vittime, raccolte e pubblicate ogni giorno da Le Monde e Libération, confermano l’intuizione di Libé: avevano brindato alla vita, cantato, amato, ballato e viaggiato molto ma trovavano sempre il tempo per aiutare gli altri e per protestare contro le ingiustizie”.

Una generazione che sa anche sdrammatizzare. Martedì Place de la République ha vissuto una notte completamente al buio. Secondo il Comune è stata colpa di un guasto, gli “indignati” hanno risposto lanciando un hashtag: #lampgate. Un cittadino ha scritto su Twitter: “Hanno staccato la corrente ma noi vediamo la luce in fondo al tunnel della nostra società”; un altro: “È tempo di riaccendere le stelle”.

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    Chawki Senouci
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Parigi, gli indignati della “Notte in piedi”

“Nuit debout”, notte in piedi, è il movimento cittadino nato giovedì scorso a Parigi dopo la giornata di mobilitazione contro la “Loi Travail” .

In Place de la République giovani e meno giovani, studenti, impiegati, migranti, operai, ricercatori, disoccupati, precari tentano di inventare un mondo migliore e reinventare la democrazia … E un nuovo linguaggio.

Giovedì 31 marzo è stata la giornata della grève génerale, lo sciopero generale. La notte, invece, è stata dedicata al rêve géneral, il sogno collettivo.

Hanno inventato anche un nuovo calendario, dopo il 31 marzo, è arrivato il 32 marzo. Altrimenti qualcuno avrebbe potuto pensare ad un pesce d’aprile.

In gruppi, seduti per terra, trattano diversi temi: dalle derive del capitalismo, al tradimento dell’atto supremo della democrazia, cioè votare. “I nostri sogni sono troppo grandi per le vostre urne”, recita uno striscione.

La notte tra domenica e lunedì, i dibattiti sono stati seguiti su Periscope da 80 mila persone, potevano essere anche di più ma, sostengono gli organizzatori, il server non ha retto.

https://vimeo.com/161281961

Ieri, #35Mars, c’è stata un’ assemblea generale gestita dai contadini bio. Gli agricoltori sono stati accolti dagli applausi dei partecipanti. Sono seguiti altri dibattiti e concerti improvvisati. All’alba la piazza è stata evacuata dalla polizia. La prima volta ci fu una piccola carica, ma alla terza alba gli agenti hanno accettato di dividere con i giovani un caffè caldo.

All’inizio la Nuit debout fu snobbata dai mass media, perché nessuno scommetteva sulla resistenza degli indignati. Ieri Le Monde ha dedicato loro un lungo reportage dal titolo Alla quarta notte in piedi, la voglia di rimettere l’umano al centro.

Il loro modello, e non l’hanno mai nascosto, sono gli Indignados, il movimento spagnolo nato a Puerta del Sol, Madrid, il 15 maggio 2011. Ma come allora, nessuna oggi sa come si concluderà questa avventura.

Quello spagnolo si è trasformato in Podemos. Nei dibattiti, che abbiamo seguito su Periscope, la maggior parte non ha ancora le idee chiare ma molti si rifiutano di affidare i loro sogni a un leader mediatico, a un Pablo Iglesias parigino. Per il momento, il 56 per cento dei francesi li sostiene, secondo un sondaggio di le Parisien. Li sostiene perché protestano contro la precarizzazione del lavoro e contro il futuro incerto, le uniche cose che la politica sa oggi offrire ai giovani.

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    Chawki Senouci
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Francia, Hollande costretto alla ritirata

“Ci sono degli annunci che, più dei colori e dei sapori primaverili, promettono, pardon, permettono di ritrovare con una certa urgenza le vere lotte”. Sulla sua pagina Facebook, l’ex ministra della Giustizia francese Christiane Taubira assapora la sua vittoria politica su Manuel Valls e François Hollande, senza mai nominarli. Taubira si era dimessa il 29 gennaio scorso a causa della sua opposizione alla riforma costituzionale.

Quella riforma costituzionale che il presidente Hollande aveva annunciato, pochi giorni dopo gli attentati di Parigi, davanti a Camera e Senato, riuniti a Versailles, e che prevede l’introduzione dello stato d’emergenza permanente e soprattutto la revoca della nazionalità per i francesi con doppio passaporto condannati per terrorismo.

Una misura che ha lacerato il Partito socialista e la sinistra perché “istituiva due categorie di francesi, quelli che lo sarebbero indubbiamente e coloro che non lo sarebbero completamente perché i loro genitori o i nonni non lo erano”.

Per rassicurare i deputati socialisti, il primo ministro Manuel Valls aveva tolto dal testo ogni riferimento ai binationaux. Senza successo. In parlamento la riforma fu approvata grazie al voto decisivo della destra.

La toppa di Valls era peggio del buco, perché revocare la cittadinanza a tutti francesi condannati per terrorismo avrebbe aperto il campo al regime di apolidia.

Infatti in Senato, la destra, che ha la maggioranza, ha votato il testo iniziale. “L’Assemblea Nazionale e il Senato – ha riconosciuto Hollande rivolgendosi ai francesi in tv – non sono riusciti ad accordarsi su uno stesso testo. Oggi non ci sono le condizioni per un compromesso”.

Trattandosi di una riforma costituzionale, il testo doveva alla fine essere approvato dalle due Camere riunite a Versailles con una maggioranza dei tre quinti, ossia 555 eletti. Conti alla mano, era una missione impossibile. Alla fine Hollande ha gettato la spugna.

Sessantatré ore di dibattito per niente? Non siamo così sicuri. Il 10 febbraio scorso il giornale Libération scriveva che “l’Eliseo starebbe lavorando a un’uscita onorevole: mollare la patata bollente alla destra in Senato e abbandonare definitivamente il progetto appena il testo sarà modificato denunciando il sabotaggio di Sarkozy, possibile avversario alle presidenziali 2017”.

Già ieri pomeriggio sono iniziate le ostilità: “Presentiamo le nostre scuse ai francesi – ha dichiarato il primo segretario del Partito socialista Jean-Christophe Cambedélis – non abbiamo saputo convincere la destra a entrare nell’unione nazionale per rafforzare il nostro diritto nella lotta contro il terrorismo”.

Nicolas Sarkozy ha risposto affermando che “Hollande ha creato lui stesso le condizioni del fallimento, ha condannato il Paese all’immobilismo”.

Da oggi occhi puntati sui sondaggi per vedere chi ha perso e chi ha vinto. Possono già ritenersi soddisfatti i deputati della sinistra (i ribelli del Ps più verdi e comunisti) che, sostenuti dalla società civile, avevano denunciato il progetto e lavorato per il suo ritiro, costringendo il premier Valls a commettere il pasticcio costituzionale. “Il ritiro del progetto che ha molto diviso i francesi è l’unica e saggia decisione possibile”, ha affermato il capofila dei ribelli del Ps, il deputato Christian Paul. “Bisognava voltare pagina. Non si può mettere l’unità nazionale, assolutamente necessaria, contro i princìpi repubblicani”.

Christiane Taubira vede in questa ritirata un’occasione per riannodare il dialogo a sinistra:

“Ora che si chiude la parentesi di un doloroso smarrimento, che la Costituzione resta la residenza dei nostri valori, dei princìpi che disciplinano la Repubblica, dei simboli che ci permettono di rimanere insieme, dei nostri diritti e delle nostre libertà imprescrittibili, delle regole che si impongono a ciascuno di noi per rendere possibile la convivenza, in poche parole ora che la legge fondamentale ritorna a essere il quadro della nostra appartenenza, eccoci di nuovo liberi insieme. In primo luogo liberi di riallacciare i rapporti con la politica, questo obbligo e questo ardore di pensare la maniera di condividere un destino. Riallacciare, poi, i rapporti con la Gauche, attorno a questa idea straordinariamente moderna dell’uguaglianza, dell’esigenza di una cittadinanza compiuta, dalla quale derivano le nostre libertà, i nostri diritti, i nostri obblighi”.

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    Chawki Senouci
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Abdeslam collabora con la Francia?

Najim Laachraoui è un giovane belga. Ha 24 anni. Ieri la polizia belga ha pubblicato la sua foto in tutto il Paese. È uno dei due terroristi sospetti ricercati dopo l’arresto di Salah Abdeslam venerdì 18 marzo, a Molenbeek.

Gli inquirenti lo pensavano ancora in Siria, dove sarebbe partito nel febbraio 2013. Invece era rientrato in patria con un falso passaporto.

Sotto il nome di Soufiane Kayal, aveva affittato una casa a Auvelais, vicino a Namur, usata per i preparativi degli attacchi del 13 novembre, e l’appartamento di Schaerbeck dove Abdeslam aveva trovato rifugio per tre settimane.

Ma la vera novità è che la polizia francese ha trovato tracce del suo Dna sull’esplosivo usato il 13 novembre. Non solo, quella notte avrebbe avuto numerosi contatti telefonici con i kamikaze. Cosi Najim Laachraoui, in meno di 48 ore, è diventato l’artificiere degli attentati di Parigi. La mole di informazioni sul suo conto desta tuttavia qualche sospetto. Salah Abdeslam sta già collaborando?

Il suo avvocato Sven Mary l’ha incontrato ieri per la prima volta senza la presenza delle guardie. All’uscita del carcere di massima sicurezza di Bruges, Sven Mary ha affermato che il suo cliente si oppone ancora all’estradizione in Francia ma ha assicurato che “presto Salah Abdeslam andrà in Francia. Deve scagionarsi di molte cose a Parigi”. L’incontro è durato due ore e ciò ha permesso ai due di stabilire una linea di difesa. L’avvocato, contattato due volte dall’entourage di Abdeslam, è stato categorico venerdì scorso: “Devo sapere qual è la sua linea difensiva. Se volesse difendersi dichiarando di ‘non essere a Parigi la sera del 13 novembre’, allora mi infastidirei e non potrei assisterlo”.

Il principe del foro di Bruxelles ha fatto capire che costruirà la difesa su due pilastri: 1- Abdeslam non si è fatto esplodere perché non voleva causare altri morti. 2- Risponderà a tutte le domande dei magistrati. Pronto quindi a pentirsi. La legge francese lo prevede ma non quella belga. Conviene quindi scontare la pena in Francia? Sven Mary sa che comunque non potrà fare nulla contro il Mandato di cattura europeo, era stato istituito dopo gli attentati dell’undici settembre. Il mandato permette una consegna quasi automatica della persona ricercata dalle autorità di un altro membro entro 60 giorni dal suo arresto, prorogabile fino a 90.

Il diritto europeo prevede tre eccezioni obbligatorie alla consegna automatica: amnistia, sentenza passata in giudicato, irresponsabilità penale.

I motivi di rifiuto facoltativo, invece, sono affidati, alla discrezionalità del giudice. Ad esempio, la consegna può essere rifiutata, se parte dei reati per i quali è stato emesso il mandato è stata compiuta nello Stato in cui la persona è arrestata e questo Stato si impegna ad esercitare l’azione penale per tali reati.

Nel caso di Abdeslam, il terrorista avrebbe sparato sulla polizia belga martedì scorso per coprire la sua fuga da Forest a Molenbeek e questo teoricamente potrebbe fare scattare il rifiuto facoltativo. Ma secondo gli esperti, consultati dai mass media francesi, alla fine prevale il reato più grave, senza dubbio quello commesso a Parigi.

Venerdì il presidente francese François Hollande ha ricordato al premier belga Charles Michel il caso del salafita Mehdi Nemouche, questo franco algerino, di 29 anni, autore dell’attentato al museo ebraico di Bruxelles il 24 maggio 2014 che provocò la morte di 4 persone. Il 30 maggio fu arrestato alla stazione Saint Charles di Marsiglia a bordo di un pullman proveniente da Amsterdam via Bruxelles. Era in possesso di un kalashnikov e di una pistola e di numerose munizioni. Il giorno dopo, un mandato di arresto europeo fu messo dal Belgio nei suoi confronti. La Francia rinuncia a processarlo per detenzione illegale di armi da guerra e lo consegna alla giustizia belga, il 29 luglio 2014. Entro i sessanta giorni dopo il suo arresto. A meno di clamorose sorprese, presto, Salah Abdeslam farà lo stesso tragitto al contrario. E sarà un altro giorno particolare per i 413 feriti e le famiglie delle 130 vittime degli attentati di Parigi.

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    Chawki Senouci
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Chi è il potenziale pentito del jihad in Europa

Aggiornamento: Sven Mary, il legale di Salah Abdeslam, ha annunciato ai media che il suo assistito si opporrà all’estradizione in Francia ma che è pronto a collaborare con la giustizia belga. 

La fuga di Salah Abdeslam, 26 anni, è durata 127 giorni. Era iniziata il 13 novembre 2015 a Parigi. Quella notte Abdeslam, a bordo di una Renault Clio, accompagna tre jihadisti kamikaze davanti allo Stade de France, poi rientra a Parigi. Sulla base della rivendicazione dell’Isis del 14 novembre, gli inquirenti deducono che il franco-marocchino, nato a Bruxelles, doveva farsi saltare nel 18esimo arrondissement.

Otto “fratelli” che indossavano cinture di esplosivo e fucili d’assalto hanno preso come bersaglio dei luoghi minuziosamente scelti in anticipo nel cuore della capitale francese: lo stadio di Francia durante la partita dei due Paesi crociati – la Francia e la Germania – alla quale assisteva “l’imbecille di Francia” Francois Hollande, il Bataclan, dove erano riuniti centinaia di “idolatri” durante “una festa di perversità”. Altri obbiettivi nel decimo, undicesimo e diciottesimo arrondissement. Parigi ha tremato sotto i loro piedi e le strade sono diventate strette per loro.

Nel 18 esimo arrondissement, dove non ci fu nessun attentato, Abdeslam invece abbandona la Clio, compra una sim e fa una telefonata in Belgio. All’alba, due conoscenti, partiti la stessa notte da Bruxelles, vengono a prenderlo a Chatillon, vicino a Parigi, e lo riportano a casa.

Questi, Hamza Attou e Mohamed Amri, lo hanno ritrovato in uno stato di shock e con ancora indosso la cintura esplosiva, come dichiarato dagli avvocati dei due giovani. Qualche giorno dopo, nella stessa zona, fu ritrovata in una cassonetto la cintura esplosiva.

Da allora gli inquirenti si interrogano sulla personalità di questo franco-marocchino, nato il 15 settembre 1989 a Bruxelles, che all’ultimo momento non azionò la cintura, al contrario di suo fratello Brahim Abdeslam, 31 anni, chi si era fatto esplodere dentro il Bataclan.

Perché non l’ha fatto? Per paura di morire oppure la sua cintura esplosiva era difettosa? La risposta potrebbe arrivare dalla ricostruzione del blitz di ieri a Molenbeek. Abdeslam, ferito in modo lieve a una gamba, è stato catturato vivo, senza grosse difficoltà, secondo la polizia. Non voleva morire.

D’altronde la sua storia è piena di contradizioni. Era l’amico di Abdelhamid Abaaoud, considerato la mente degli attentati di Parigi, ucciso Il 18 novembre dalla polizia a Saint- Denis.

Nel 2010 i due, condannati per piccoli furti, si incontrano in prigione. All’inizio del 2014, Salah Abdeslam gestisce insieme al fratello Brahim un bar a Molenbeek, ma un’ordinanza del prefetto fa chiudere il locale dopo la scoperta di sostanze stupefacenti.

La “conversione” all’estremismo dei due fratelli avviene all’inizio 2015, mentre Abaaoud si trova già in Siria nelle fila dell’Isis. Su Facebook, Abaaoud tiene un diario e si diverte a riprendere con uno smartphone un carico di cadaveri. Nell’autunno 2015 ritorna in Europa per preparare e compiere gli attentati di Parigi.

E Salah Abdeslam? E’ mai stato in Siria? E’ stato l’amico Abaaoud a convincere lui e il fratello Brahim a partecipare agli attentati? ? Chi l’ha protetto in Belgio? Chi sono i suoi referenti in Francia e nel resto dell’Europa? E soprattutto, conosce i nomi dei capi dell’Isis che dalla Siria ordinarono gli attentati?

L’inchiesta lo chiarirà. Una volta estradato a Parigi, la giustizia francese ha tra le mani un potenziale pentito, una miniera di informazioni preziose.

Grazie anche al materiale raccolto nei covi di Molenbeek e di Forest, dove martedì scorso fuggì a un blitz, gli inquirenti potrebbero:

1. tracciare la mappa del terrorismo islamista in Belgio e in Europa

2. Scoprire la rete dei finanziamenti e del traffico di armi, e, si spera,

3. individuare le lacune dei dispositivi di sicurezza prima e dopo gli attentati. Sarebbe un tappa importante nella guerra al terrorismo.

L’Isis, invece, maestra nella comunicazione, farà fatica a lodare il jihadista che per due volte ha rifiuto il martirio. L’Islamismo armato ha costruito le sue campagne di reclutamento sul “coraggio” e “l’eroismo” dei suoi soldati, pronti a morire per la causa. Invece l’uomo più ricercato in Europa è stato arrestato a 500 metri da casa sua. Come un qualsiasi latitante mafioso. E’ un duro colpo per il marketing del terrore.

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    Chawki Senouci
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L’estrema destra è uno schiaffo all’Europa

L’affermazione dell’estrema destra tedesca non è uno schiaffo a Angela Merkel, come ha titolato qualche giornale italiano. È stata invece un colpo mortale alla cultura della solidarietà, pilastro della costruzione europea.

Dopo la morte del piccolo Aylan, Angela Merkel aveva deciso di aprire le porte del suo Paese ai rifugiati siriani.

La Cancelliera non aveva fatto il conto con l’egoismo dei governi europei, con il tradimento dell’alleato francese, con i ricatti di Cameron, con i muri eretti dai tanti Orban spuntati in Europa centrale e orientale.

Angela Merkel è stata vittima della stessa dinamica che il suo governo aveva inaugurato qualche anno prima, quando durante la crisi dei debiti sovrani, impose l’austerità, a colpi di diktat, ai governi della zona Euro.

I piani lacrime e sangue provocarono l’ascesa dei movimenti populisti tra gli altri in Grecia, Francia, Olanda, Austria e Italia. Il rigetto dell’Europa, fatto da astensionismo e affermazione dei populisti, fu chiaro a tutti durante il rinnovo dell’Europarlamento il 25 maggio 2014.

La colpa fu data alla Germania perché “ poco sensibile alla sofferenza dei cittadini europei”. Questa volta è Angela Merkel a trovarsi isolata in casa e in Europa per la sua generosità verso i rifugiati.

In entrambi i casi ha fallito l’Europa. Debole, allora, con i forti (Berlino, Bce , Fmi). Oggi forte con i deboli, uomini, donne e bambini sfiniti da cinque anni di guerra.

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    Chawki Senouci
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Tsipras e Merkel sulla stessa barca

La crisi dei rifugiati ha segnato il fallimento del progetto europeo basato sulla solidarietà. Numerosi governi dell’Unione avevano dichiarato apertamente che non vogliono ospitare i rifugiati. Non solo, hanno minacciato di escludere la Grecia dallo spazio Schengen per “non aver saputo fermare il flusso dei migranti”.

Alexis Tsipras aveva risposto alle accuse affermando che il suo Paese “ha mostrato il volto umano dell’Europa accogliendo rifugiati e migranti, nonostante la crisi economica in cui si trova da anni, mentre altri Paesi erigono recinzioni”.

Nel suo impegno per la protezione dei migranti, il premier greco ha trovato un solido alleato nella persona di Angela Merkel, anche lei criticata dai partner europei per aver spalancato le porte della Germania alle famiglie siriane. “La Grecia, uno dei Paesi più esposti alla crisi dei rifugiati, non può essere lasciata scivolare nel caos”, ha detto la cancelliera alla tv Ard.

Nonostante l’isolamento, Tsipras e Angela Merkel hanno deciso di affrontare a viso aperto la banda degli xenofobi capeggiata dal premier ungherese Viktor Orban. Ironia della sorte, nessuno ha dimenticato le umiliazioni inflitte, l’estate scorsa, da Angela Merkel ad Alexis Tsipras e al popolo greco.

I tempi sono cambiati. I due leader sono sulla stessa barca. L’esito della loro nobile battaglia non è scontato. Ma se prevarrà la loro linea, basata sulla solidarietà verso chi fugge dalle guerre, i due saranno ricordati, insieme a pochissimi, come gli unici ad aver saputo difendere l’onore dell’Europa.

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    Chawki Senouci
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Ennio Morricone, un uomo impegnato

Negli anni Sessanta e Settanta uno dei prodotti culturali italiani più esportabili all’estero, e in particolare nel Terzo mondo, era lo Spaghetti Western. All’uscita di un cinema di Marsiglia, Orano o Tunisi il primo commento però era dedicato alla bellezza della colonna sonora.

Ma in quegli anni in Italia, Ennio Morricone era abbastanza snobbato dai critici, dai cosiddetti artisti colti e intellettuali. A far riscoprire la sua straordinaria opera sono stati, negli anni Novanta, i giovani dj italiani e stranieri che avevano “remixato” pezzi che hanno fatto la storia del cinema come “C’era una volta il West” e “L’estasi dell’oro”.

E poi ci sono stati gli omaggi di Bruce Springsteen e dei Metallica e le numerose citazioni di Quentin Tarantino che lo adora. Con The Hateful Eight Tarantino ha realizzato un sogno da bambino. Girare un western, in 70 millimetri, con le musiche dell’autore della trilogia di Sergio Leone.

Ritirando il Golden Globe vinto da Morricone, il regista disse: “Per quello che mi riguarda, è il mio compositore preferito. E quando dico ‘compositore preferito’, non voglio dire ‘compositore di colonne sonore’. Parlo di MozartBeethovenSchubert”.

All’inizio c’è stata un po’ di resistenza da parte del Maestro, che non faceva western da 35 anni e stava lavorando sull’ultimo film di Giuseppe Tornatore.

L’avevano convinto la lettura del copione e la grande disponibilità di Tarantino ad accettare l’integrazione nella colonna sonora con alcuni vecchi brani di Morricone mai usati da John Carpenter nel suo film La Cosa.

La rivista Rolling Stone scrive che “il riciclo di queste tracce non utilizzate nel film di Carpenter ha un senso logico, visto che, in qualche modo, The Hateful Eight può essere considerato un discendente diretto de La Cosa, con i suoi set invernali, i suoi personaggi inquietanti, litri e litri di sangue e il protagonista, Kurt Russell”.

Nello stesso articolo, Ennio Morricone spiega alla rivista la ragione che lo ha spinto ad accettare la proposta: “Tarantino è sempre dalla parte del proletariato. Per questo motivo ho pensato che il regista meritasse qualcosa di veramente speciale”.

Questo è Ennio Morricone, un uomo impegnato. Perché non si fanno per caso le colonne sonore de La Battaglia di Algeri, Sacco e Vanzetti, dei film scomodi di Gian Maria Volontè, così come non si porta per caso alle Nazioni Unite “Voci dal silenzio”, il concerto dedicato alle vittime di tutte le stragi: l’11 settembre – cileno e statunitense, la Bosnia, il Ruanda ma anche la stazione di Bologna e Piazza Fontana.

[youtube id=”Cl2NK71hZOk&list=RDCl2NK71hZOk”]

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Il pasticcio di Valls e Hollande

Francia. L’assemblea nazionale ha adottato (con 317 sì, 199 no e 51 astensioni) la modifica della Costituzione che include la revoca della cittadinanza ai responsabili di atti di terrorismo e le condizioni per attivare lo stato d’emergenza.

“Un bel giorno per la Repubblica, per la Nazione, per l’unità contro il terrorismo”, ha commentato il primo ministro Manuel Valls che fa buon viso a cattivo gioco. Perché i numeri sono impietosi. Alla fine 25 deputati della maggioranza che si erano opposti alla revoca della cittadinanza hanno preferito astenersi sul testo finale ma 83 socialisti hanno comunque votato contro. Di cui sette ex ministri, numerosi presidenti di commissioni parlamentari e alcuni fedelissimi del presidente François Hollande.

È andata molto peggio la notte prima durante l’approvazione dell’articolo due sulla decadenza della cittadinanza perché è passato per pochi voti: 162 sì, 148 no, 22 astensioni, mentre 244 deputati avevano disertato l’aula. Per rassicurare i deputati socialisti, Manuel Valls aveva tolto dal testo ogni riferimento ai binationaux, ma ormai a sinistra nessuno si fida di nessuno. Solo 119 su 287 hanno votato sì.

Anche a destra c’è stata una fronda massiccia contro il leader Nicolas Sarkozy ,“colpevole di aver accettato la cancellazione dal testo del riferimento ai francesi avendo un doppio passaporto”. Cosi, nonostante l’invito dell’ex Presidente, il gruppo parlamentare ha respinto in blocco l’articolo 2 (32 si, 30 no, 6 astenuti e 128 assenti).

Ma i veri problemi potrebbero verificarsi, a partire da metà marzo, quando il Senato, controllato dalla destra, esaminerà questa riforma costituzionale e la rispedirà, dopo averla riscritta, all’assemblea nazionale. “ correzione “ inaccettabile per la maggioranza socialista. Il ping pong tra le due camere potrebbe durare a lungo, e solo un eventuale compromesso tra i due blocchi politici potrebbe sbloccare la situazione.

Ma non è finita. Trattasi di una riforma costituzionale: il testo dovrà alla fine essere approvato dalle due camere riunite a Versailles con una maggioranza dei 3/5, ossia 555 eletti. Conti alla mano, si tratta di una missione quasi impossibile per Hollande e Valls.

Secondo Libération, l’Eliseo starebbe lavorando a un’uscita onorevole: mollare la patata bollente alla destra in Senato e abbandonare definitivamente il progetto appena il testo sarà modificato denunciando il sabotaggio di Sarkozy, possibile avversario alle presidenziali 2017.

“Non ci sarà nessun congresso a Versailles”, scommettono politologi e politici. Nel frattempo, François Hollande avrà perso l’appoggio di una parte del suo elettorato di sinistra e di quei 5 milioni di cittadini offesi e umiliati dal testo originale che istituiva due categorie di francesi, “quelli che lo sarebbero indubbiamente e coloro che non lo sarebbero completamente perché i loro genitori o i nonni non lo erano”.

La toppa di Valls è peggio del buco. Perché revocare la cittadinanza a tutti francesi condannati per terrorismo apre il campo al regime di apolidia. Nel Paese della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

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    Chawki Senouci
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Jihadisti di andata

Algeri 23 gennaio, aeroporto internazionale Houari Boumédiène. 270 viaggiatori marocchini vengono fermati in zona transito. Sono diretti a Tripoli. “Non avevano nessun motivo per recarsi in Libia”, spiega un ufficiale di polizia algerino al quotidiano El Watan Weekend. “Se non sono residenti lì e non hanno alcun documento che giustifichi il viaggio per motivi professionali o familiari, abbiamo tutto il diritto di pensare che si tratti di candidati alla Jihad che sperano di raggiungere le fila di Daesh”.

Le autorità algerine informano l’ambasciatore del Marocco del flusso “massiccio” e “insolito” di marocchini in transito da Algeri verso Tripoli. Soltanto dieci viaggiatori sono autorizzati a proseguire il viaggio verso la Libia mentre gli altri 260 vengono rimpatriati. La vicenda è vissuta molto male da Rabat che denuncia la violazione della “legge sul  diritto del viaggiatore” firmata dai due governi. Per evitare ogni incidente diplomatico l’Algeria decide allora di sospendere i collegamenti aerei con la Libia fino a nuovo ordine.

Raggiungere Daesh è l’unica motivazione di questi giovani dai 22 ai 30 anni. Non possiamo permettere di lasciarli andare a farsi uccidere o diventare, in futuro, un pericolo per il nostro Paese che già fa fronte a numerose minacce alle sue frontiere”, aggiunge l’ufficiale di polizia presso l’aeroporto.

libia confini

 

La progressione di Daesh in Libia ha obbligato i Paesi del Maghreb a rivedere la loro politica in materia di sicurezza: la Tunisia ha costruito un muro di 130 chilometri lungo il confine; per evitare ogni infiltrazione da o verso la Libia; l’Algeria, secondo El Watan, ha dispiegato 40mila soldati lungo il confine libico, mentre sono stati accelerati i lavori per scavare lungo il confine marocchino una trincea larga 7 metri e profonda 11 metri.

Secondo stime non ufficiali, in Libia l’esercito di Daesh è composto da tremila uomini, la maggior parte tunisini e marocchini. Comunque pochi, pochissimi per pensare di conquistare il Paese. La scorsa primavera Daesh si è insediata nei pressi di Baghla, tra Sirte e Misurata, ma finora non è stata in grado di avanzare verso la zona costiera dove si trovano i terminali petroliferi. Da qui la decisione di avviare una campagna di reclutamento in cambio di un’ottima paga per i mercenari del Califfato.

In un rapporto di studi dei fenomeni jihadisti dell’Isis, il ricercatore Charlie Winter, della Quilliam Foundation, sostiene che storicamente Daesh si insedia là dove l’autorità dello Stato è totalmente assente e la confusione che regna in Libia è una opportunità per tutti. “È ormai evidente che certi gruppi jihadisti in Libia hanno ricevuto assistenza dal Daesh dopo aver giurato fedeltà ad Abu Bakr al Baghdadi”. Il ricercatore cita un documento pubblicato dal movimento terroristico, indirizzato a tutti i jihadisti, che elenca i vantaggi di raggiungere la Libia: “In primo luogo permette di ridurre le pressioni sui nostri fratelli in Siria e Iraq ma anche di sfruttare la posizione geografica della Libia che si apre sul mare, sul deserto, sulle montagne e sei Paesi: Egitto, Sudan, Ciad, Niger, Algeria e Tunisia”.

Secondo un rapporto dell’Onu, 800 jihadisti libici, che combattevano in Siria e Iraq, hanno risposto all’appello tornando a casa. La Libia quindi sarebbe un polo di sviluppo straordinario per Daesh “grazie allo sfruttamento della tratta di essere umani, delle risorse energetiche e degli arsenali di Gheddafi”. Tutto questo potrebbe costituire, alla fine, una rampa di lancio senza precedenti per attaccare gli Stati europei e le navi. Per il momento si tratta solo del sogno di Al Baghdadi. Per i Paesi vicini invece è iniziato il conto alla rovescia verso l’incubo.

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    Chawki Senouci
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Per il pane ma anche per la libertà

Nel dare la notizia sulla rivolta dei laureati disoccupati nella città di Kasserine, un quotidiano nazionale italiano ha titolato: “Tunisia, per il pane, non per la libertà”. Solo che in questi giorni i giovani protestano al grido “lavoro, dignità, libertà”, esattamente come cinque anni fa all’inizio della rivolta contro il presidente Ben Ali. Perché come cinque anni fa tutto nasce da un’ingiustizia subita da un giovane emarginato.

Nel 2010 la rivolta contro il regime di Ben Ali scaturì dal gesto disperato di un venditore ambulante, Mohamed Bouazizi, 26 anni, che si era dato fuoco a Sidi Bouzid dopo essere stato umiliato dalla polizia. L’attuale protesta nasce dalla morte di Ridha Yahyaoui, 29 anni, laureato disoccupato, rimasto folgorato su un palo della luce dal quale minacciava di suicidarsi. Ridha protestava con altri giovani contro la cancellazione dei loro nomi da una lista di assunzione nel settore pubblico. Per placare gli animi il governo ha licenziato il viceprefetto di Kasserine, sospettato di aver manipolato quella lista.

“Se vuoi trovare un lavoro, devi pagare una tangente tra i mille e 1.500 euro o conoscere la persona giusta”, ha spiegato all’inviato di Le Monde, Walid, 28 anni, un giovane di Kasserine, laureato in Gestione di reti telematiche e disoccupato da tre anni. Walid vive con i genitori e altri sette fratelli. È la sorella, anch’essa laureata, che mantiene l’intera famiglia: lavora in un discarica per 110 euro al mese, che equivale al salario minimo.

Oggi la Tunisia conta 700mila disoccupati, 250mila dei quali laureati. Eppure la famiglia di Walid, come altre famiglie di Kasserine, aveva nutrito tante speranze di una vita migliore cinque anni fa. Ma tutte le rivendicazioni della rivoluzione dei Gelsomini sono rimaste disattese. Oggi la città al confine con l’Algeria, 430mila abitanti, ha una disoccupazione che sfiora il 30 per cento, 15 punti in più rispetto alla media nazionale e ha la più bassa speranza di vita in Tunisia. Nelle zone rurali nulla è cambiato, né dopo l’indipendenza, nel 1956, né dopo la fuga di Ben Ali nel 2011. Dopo la Primavera araba la Tunisia ha fatto passi importanti verso la democrazia, non a caso è stata premiata con il Nobel per la pace. Ma c’è ancora molto da fare per il lavoro, la dignità e la libertà.

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    Chawki Senouci
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Un occidentale a Pyongyang

Il regime di Kim Jong-un ha lanciato un segnale al mondo con il suo recente test nucleare, ma la Corea del Nord rimane una grande incognita per noi. Il giornalista Michael Sztanke, ex corrispondente a Pechino per RFI (Radio France Internationale), è riuscito a entrare tre volte nel Paese e ha raccontato la sua esperienza nella graphic novel francese La faute. Une vie en Corée du Nord, con le illustrazioni di Alexis Chabert (Editions Delcourt, 2014).

Chawki Senouci ha intervistato l’autore.

la faute cover

“Ho fatto tre viaggi in Corea del Nord, nel 2008, nel 2012 e nel febbraio 2014. Dopo questi viaggi ho provato una forte frustrazione perché ero andato per girare un documentario, e quando si va lì non puoi riprendere quello che vuoi e alla fine ti trovi solo con immagini ufficiali. Sull’aereo, mentre tornavo a casa, mi sono chiesto quale fosse il migliore mezzo per raccontare quello che ho visto ma che non ho potuto filmare: la risposta è il fumetto, il fumetto offre questa opportunità. La mia non è stata un’intuizione dato che sono un grandissimo lettore e appassionato di fumetti. Così ho iniziato a scrivere la sceneggiatura e al resto ci ha pensato un fumettista”.

Perché l’ha intitolato La faute, l’errore?

“Perché la storia che racconto gira attorno alla perdita di un badge. In Corea del Nord i cittadini hanno l’obbligo di portare un badge, con le foto dei leader defunti Kim Il-sung e suo figlio Kim Jong-il. Durante il mio ultimo viaggio ho chiesto alla mia guida: ‘Cosa succede se lo perde?’. Mi ha risposto: ‘Non si perde il proprio badge‘. A partire da questa risposta ho costruito la storia e immaginato la caduta agli inferi del povero funzionario”.

Come si comporta una guida quando ha di fronte un giornalista?

“Appena arrivi all’aeroporto di Pyongyang sei preso in carico dalle guide. In generale sono due, uno parla solo coreano e l’altro fa l’interprete. Sei scortato mattino, pomeriggio e sera, a tutte le ore della giornata. Non hai il diritto di uscire da solo dall’albergo, non hai il diritto di girare in città o andare al ristorante senza la tua guida. In sostanza la guida è un funzionario di Stato che fa propaganda per il regime e allo stesso tempo ti sorveglia.
Un piccolo aneddoto per capire il grado di sorveglianza: durante una visita a un museo, volevo andare alla toilette: ‘Ok’, mi dice la guida, ‘la accompagno’. Gli chiedo come mai mi accompagna fino alla porta del bagno. ‘È per la sua sicurezza‘, mi risponde, ‘Sai, siamo ancora in stato di guerra‘. Il che è vero, ma non c’è alcun legame tra il fatto di andare alla toilette e il conflitto con la Corea del Sud”.

Quindi c’è un viaggio organizzato anche per i giornalisti?

“Il viaggio è organizzato nel senso che ti impongono un programma e un protocollo, sono loro che decidono le date e le mete da visitare. Per esempio, una mattina mi hanno portato a vedere un delfinario, puoi immaginare cosa vuol dire farsi 10mila chilometri per uno spettacolo di delfini! Ma la scelta ha un suo perché: la struttura era stata appena inaugurata dal loro leader Kim Jong-un.
Poi ti fanno vedere il museo dei regali, dove ci sono tutti i regali dei capi di Stato stranieri al regime. Il tour si chiude con la visita del nuovo palazzo del ghiaccio. Alla fine capisci che hai ripreso solo la vetrina di Pyongyang. Io ho avuto la fortuna di visitare una stazione sciistica a 200 chilometri dalla capitale, era stata appena inaugurata dal leader nordcoreano, una modernissima struttura con un grande albergo e una decina di piste, ma era praticamente vuota. In realtà non avrebbero potuto costruirla a causa dell’embargo, ma hanno aggirato le sanzioni importando il materiale dalla Cina. Anche in questo caso qui c’era un preciso messaggio: l’embargo internazionale non impedisce al regime di sviluppare il settore del turismo“.

Cosa ha visto in città?

“Per le strade di Pyongyang vedi molte persone che camminano perché ci sono poche macchine. C’è però una piccola evoluzione, oggi due milioni di nordcoreani hanno un telefonino e questo non esisteva tre anni fa, ma chi ha un telefonino rimane un privilegiato del regime e quindi non riflette la realtà. Per esempio per andare alla stazione sciistica abbiamo visto sulle strade di campagna bambini di sei anni che trascinavano chili di legname per il riscaldamento delle loro case. Molti esperti sostengono che la Corea del Nord vorrebbe imitare il modello cinese, ossia un capitalismo di Stato”.

Lei ha notato un’evoluzione delle condizioni di vita durante i suoi viaggi?

“Nel 2008 praticamente non c’erano macchine a Pyongyang, oggi può capitare qualche piccolo ingorgo. Allora c’erano pochissimi ristoranti, oggi ce ne sono di più, pure quelli accessibili agli stranieri. Ovviamente non si può fare un confronto con la Cina, non so nemmeno se vogliono il modello cinese ma di sicuro continuano a osservarlo con attenzione”.

Che sensazioni rimangono lasciando il Paese?

“Lasci un Paese che soffre, che vive sotto una cappa di piombo, soffocato da un propaganda densa e importante, perché ti parlano tutto il giorno unicamente dei grandi dirigenti. Provi un sentimento molto strano perché quello che succede lì è una cosa che non ha paragone in nessun posto nel mondo”.

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    Chawki Senouci
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Charlie Hebdo, un anno dopo

L’annus horribilis della Francia comincia mercoledì 7 gennaio 2015, con l’agguato nella sede parigina del giornale satirico Charlie Hebdo, durante la riunione di redazione. Le raffiche di kalashnikov, sparate da due uomini incappucciati, uccidono il direttore e il suo agente di scorta, quattro vignettisti, un correttore di bozze, una psichiatra e un economista – collaboratori del settimanale – un ospite della redazione, un addetto alla manutenzione del palazzo. E poi per strada un poliziotto, mentre inizia la fuga di quelli che conosceremo come i fratelli Said e Chérif Kouachy.

La giornata di giovedì 8 gennaio si apre con una sparatoria a Montrouge, periferia sud della capitale. Una vigilessa rimane a terra. Solo più tardi si scoprirà che il killer è Amédy Coulibaly, complice e amico dei due fratelli, ancora in fuga.

Venerdì 9 gennaio, lo stesso Coulibaly prende in ostaggio i clienti e i lavoratori dell’HyperCasher, un supermercato ebraico a Porte de Vincennes, periferia est. Quattro di loro, tutti cittadini di origine ebraica, vengono uccisi. Con il primo buio, i due blitz contemporanei delle forze speciali che – come si dice in gergo – “neutralizzano” i tre terroristi, cittadini francesi in contatto con gruppi jihadisti in Medio Oriente e nella Penisola arabica.

Alla fine di quei giorni si contano le loro 17 vittime. Giornalisti e collaboratori di Charlie Hebdo, agenti di polizia ed ebrei. L’incarnazione della libertà di espressione, dello Stato e delle minoranze.

La risposta dei francesi sta in quei quattro milioni scesi in piazza domenica 11 gennaio per dire “Je suis Charlie” e per stringersi attorno ai princìpi repubblicani: liberté, égalité, fraternité.

Radio Popolare è stata molto presente con dirette non stop, interviste, testimonianze, storie, analisi e riflessioni. Nel primo anniversario degli attacchi vi riproponiamo una selezione del nostro materiale di archivio, curata da Chawki Senouci.

Ascolta qui lo speciale a cura di Chawki Senouci

CHAWKI SENOUCI SPECIALE CHARL

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    Chawki Senouci
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2015. Je suis la France

François Le Pen. Mai un articolo di un quotidiano italiano sulla politica francese ha avuto un risalto cosi grande sulle sponde della Senna. La prima pagina del manifesto  (del 24 dicembre) racconta infatti un presidente socialista ossessionato dai sondaggi al punto di sposare le idee più odiose del Fronte nazionale.

Dopo gli attentati del 13 novembre, François Hollande, nella fretta e sotto l’effetto dell’emozione, aveva promesso di inserire nella Costituzione francese la possibilità di privare della cittadinanza i francesi condannati definitivamente per terrorismo. Detto, fatto.

La misura riguarda tutti i francesi? No. Solo quelli che hanno un doppio passaporto anche se nati in Francia. Sono oltre 4 milioni di persone.

Con questa misura “Hollande ha istituito due categorie di francesi, quelli che lo sarebbero indubbiamente e coloro che non lo sarebbero completamente perché i loro genitori o i nonni non lo erano”, sostiene Le Monde. In sostanza un governo socialista ha deciso che i francesi non sono tutti uguali e che in nome della guerra all’Isis si può tradire il primo articolo della Costituzione del 4 ottobre 1958 La Francia è una repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale. Essa assicura l’eguaglianza dinanzi alla legge a tutti i cittadini senza distinzione di origine, di razza o di religione e l’articolo 2 Il motto della Repubblica è “Libertà, Eguaglianza, Fraternità”.

Sul suo blog l’economista Thomas Piketty scrive: “All’incompetenza economica ecco che il governo aggiunge l’infamia. Non contento di essersi sbagliato su tutta la linea sulla scelta delle politiche economiche fin dal 2012, con il risultato di un aumento della disoccupazione e della xenofobia, ecco che il governo francese si mette a correre dietro al Fronte Nazionale imponendo una misura di privazione della nazionalità che la sinistra ha sempre combattuto, creando un’ineguaglianza insopportabile e stigmatizzante — oltre ad essere totalmente inutile e inefficace nella lotta al terrorismo – per milioni di francesi nati in Francia, il cui solo torto è di aver acquisito nel corso della vita una seconda nazionalità per ragioni familiari”.

Il franco marocchino Ali Badou, giornalista a Canal +, ha twittato: “Ho sempre pensato che aver la doppia cittadinanza fosse una ricchezza. Oggi scopro che è un problema.#jesuisbinational”.

Samir Khebizi è direttore dell’associazione La Tête de l’Art di Marsiglia. Il 24 dicembre ha scritto su Libération una lettera aperta al presidente Hollande:

“Mi chiamo Samir, Sam per gli amici. Sono francese. Sono nato in Francia. Sono cresciuto e vivo a Marsiglia. I miei parenti sono di origini algerina. Mi hanno educato nel culto dell’integrazione come, all’epoca, tutti i miei compagni di classe provenienti da numerosi Paesi. (…)

Con l’annuncio delle vostre misure, la settimana prossima corro all’ambasciata algerina per rivendicare il mio diritto alla doppia cittadinanza. Come una reazione viscerale, come un atto politico, come un tentativo di riparazione all’insulto che fate ai valori repubblicani che mi sono stati inculcati. (…)

Nella mia regione mi batto, come tanti altri, contro un FN che era alle porte della presidenza della regione Paca. Non sono sicuro che voi siate il mio alleato in questa battaglia. L’originale sarà sempre preferito alla fotocopia soprattutto quando le misure annunciate sono liberticide e demagogiche.

Signore presidente, state usando una bomba che, tentando di distruggere un covo di topi, distrugge la città e purtroppo, nel frattempo, i topi, astuti, si saranno nascosti altrove … forse grazie al loro unico passaporto francese. Riflettete velocemente e bene, signor Presidente, ma soprattutto riflettete con giudizio!”.

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Durante il governo filonazista di Vichy, da Londra, il generale Charles De Gaulle disse che “la Francia è prima di tutto un’idea da difendere”. Un’idea che i terroristi del 7 gennaio non hanno potuto scalfire. All’indomani della mobilitazione del 11 gennaio contro la strage di Charlie Hebdo e all’attacco al supermercato Kohser, Radio Popolare aveva scritto: “La Parigi che ha parlato al mondo non ha manifestato contro qualcuno, non odia, non vuole vendicarsi, non ha chiesto la pena di morte né la chiusure delle frontiere. Semplicemente ha ricordato che uno dei beni  più preziosi dell’essere umano è la libertà. È molto più avanti rispetto ai dirigenti europei, incapaci di declinare la parola libertà ai nostri giorni, ossessionati dalla sicurezza e persi tra le  virgole dei patti di stabilità. la manif ha mandato un  messaggio importante ai francesi di cultura musulmana che si sentono sotto osservazione. A loro nessuno ha chiesto dei conti, perché – come molti hanno affermato – siamo tutti  cittadini francesi e vogliamo vivere liberi nel nostro paese. O come titola oggi Libération: siamo un popolo. Uno schiaffo  per tutti le sigle del terrore che speravano di  innescare uno guerra di religione in Francia. la Parigi de 11 gennaio è certamente migliore dei leader populisti, razzisti e xenofobi, perché , nonostante tutto, ha ribadito in queste tremende giornate che non ha paura dell’altro.”

La riforma costituzionale, che include anche lo stato d’emergenza, sarà esaminata all’inizio di febbraio dall’Assemblea Nazionale. Per passare ci vuole una maggioranza di tre quinti. Sinistra, verdi e numerosi socialisti sono indignati e contrari. Il governo socialista avrà quindi bisogno dei voti della destra mentre i due senatori e due deputati del FN hanno già annunciato la loro intenzione di votare a favore della decadenza della cittadinanza.

Intanto Parigi, che ha mostrato una grande civiltà nonostante le ferite e le paure, si è schierata con i bi-nazionali. Il sindaco, la socialista Anne Hidalgo, si è detta “fermamente contraria” al ritiro della nazionalità francese. Il consiglio comunale della capitale ha votato a maggioranza una mozione per ribadire i valori fondamentali: no alla stigmatizzazione, no allo strappo allo ius soli. Parigi ha cosi onorato la memoria della generazione Bataclan che, come ricordava Libé, trovava la felicità in uno spazio urbano dove coesistono negozi di moda, bar pakistani, caffè arabi, ristoranti cinesi, librerie musulmane e sinagoghe.

Perché da sempre nel decimo e undicesimo arrondissement, colpiti non a caso dall’Isis il 13 novembre, vivono in totale armonia #jesuischarlie, #jesuisparis #jesuisbinational.

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    Chawki Senouci
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L’anno che è stato, l’anno che verrà/2

Questa è la seconda e ultima parte di un pezzo a cura di Chawki Senouci, caposervizio della redazione esteri di Radio Popolare, sulle grandi sfide che ci hanno accompagnato nel 2015 e che ci porteranno fino al 2016.

L’Unione europea appesa al Brexit

In Europa il primo gennaio inizia il semestre olandese. Il governo dell’Aja avrà il compito di scongiurare un’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Per evitare una Brexit, il premier David Cameron ha chiesto tra gli altri una maggiore deregulation del mercato del lavoro e una stretta sulla libera circolazione dei cittadini comunitari.

Secondo l’ex ministro degli Esteri e ex leader conservatore William Hague, “una vittoria dei sì alla Brexit non sarebbe molto intelligente perché potrebbe provocare la secessione della Scozia, largamente favorevole alla permanenza in Europa“. Nessuna sa come andrà a finire la Brexit perché l’annus horribilis ha generato poche certezze e molti interrogativi.

“Colpo di Stato” in Polonia

Nella sessione di gennaio l’europarlamento dovrebbe discutere della situazione in Polonia. Il partito conservatore Pis (Diritto e Giustizia) di Jaroslaw Kaczynski e della premier Beata Szydlo, che controlla tutti e due i rami del Parlamento e la Presidenza della repubblica, ha messo le mani anche sulla Corte costituzionale. Il 22 dicembre il Parlamento ha approvato una legge che potrà bloccare qualsiasi decisione della consulta sfavorevole al Pis.

Secondo il presidente dell’Europarlamento Martin Schulz, “quello che accade in Polonia ha le caratteristiche di un colpo di Stato ed è drammatico”. Identici moniti sono stati lanciati più volte in questi anni dai dirigenti europei al governo ungherese. il premier Viktor Orbàn continua a ignorarli. Solo che la piccola Ungheria non è la Polonia, uno dei Paesi più popolati dell’Ue. Una fuga in avanti di Varsavia rischia di mettere in difficoltà la stabilità politica dell’Ue.

 

Le ricette di Piketty contro l’ascesa dell’estrema destra

Tra qualche settimana in Francia inizierà una lunga e estenuante campagna elettorale per le presidenziali. Si voterà nella primavera 2017 ma un’ ulteriore ascesa del Fronte Nazionale di Marine Le Pen dipenderà dai dati economici e dai posti di lavoro che saranno creati nel 2016.

In un recente articolo sul suo blog, l’economista Thomas Piketty ha suggerito “una rifondazione democratica e sociale della zona euro al servizio della crescita e dell’occupazione, attorno a un piccolo nocciolo duro di Paesi pronti a andare avanti e a dotarsi di istituzioni politiche proprie”. Secondo Piketty, “sarebbe l’unico modo per contrastare le tentazioni nazionaliste dettate dall’odio che minacciano oggi l’Europa”. O l’unico modo per non rincorrere le idee di Marine Le Pen, come sta facendo il governo socialista francese del presidente François Hollande e del suo primo ministro Manuel Valls.

 

Enciclica “Laudato si’”, il nuovo manifesto degli indignati?

Per fortuna in molti Paesi europei la sinistra 2.0 è riuscita a offrire un progetto di società credibile e gli elettori si sono fidati.

Dopo il sì del governo Syriza al diktat di Angela Merkel, molti commentatori avevano pronosticato il declino della nuova sinistra europea.

Errore grossolano, lo confermano la vittoria di Syriza in Grecia e gli ottimi risultati di Podemos alle elezioni amministrative e politiche in Spagna e del Bloco isquerda alle legislative portoghesi.

Gli elettori non hanno votato l’antipolitica come hanno scritto molti giornali italiani, semplicemente hanno scelto la migliore alternativa ai piani dei creditori internazionali. Non solo, molte delle idee care a Alexis Tsipras, Pablo Iglesias e Marina Mortàga sono contenute nell’enciclica verde Laudato si’, di Papa Francesco, pubblicata il 24 maggio 2015.

Giustizia climatica

“Il debito estero dei Paesi poveri si è trasformato in uno strumento di controllo, non accade la stessa cosa con il debito ecologico. È necessario che i Paesi sviluppati contribuiscano a risolvere questo debito limitando in modo importante il consumo di energia non rinnovabile e apportando risorse ai Paesi più bisognosi per promuovere politiche e programmi di sviluppo sostenibile”.

Critica del mercato

“Il mercato crea un meccanismo consumistico compulsivo per piazzare i suoi prodotti. Ma questo non può essere il ‘paradigma’ di vita dell’umanità oggi. Sia per il senso della esistenza che per la sostenibilità delle economie, serve un cambiamento di “stile di vita”.

“Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura. La crisi finanziaria del 2007-2008 era l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale. Ma non c’è stata una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che continuano a governare il mondo”

Wim venders ha scritto¨ “Mentre leggo l‘enciclica Laudato si’ sono pienamente consapevole che si tratta di uno dei documenti più importanti di questo XXI secolo ancora giovane, sia a causa del suo autore, Papa Francesco, sia per il tema: l’insopportabile sofferenza del pianeta”.

Oltre ad avere contribuito al successo della Cop 21 di Parigi, Laudato si’ potrebbe diventare il nuovo manifesto contro i guasti del mercato.

2.  Fine

 

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    Chawki Senouci
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L’anno che è stato, l’anno che verrà/1

Questa è la prima parte di un pezzo a cura di Chawki Senouci, caposervizio della redazione esteri di Radio Popolare, sulle grandi sfide che ci hanno accompagnato nel 2015 e che ci porteranno fino al 2016.

Il 2015 è iniziato con la strage di Charlie Hebdo e si è concluso con la tragedia della “Génération Bataclan”.

In mezzo ci sono state le atrocità commesse dall’Isis tra Mossul e Palmira, l’odissea dei profughi siriani, la foto del piccolo Aylan trovato morto su una spiaggia turca, l’intervento russo in Siria che ha fatto temere uno scontro Mosca-Nato. All’inizio delle rivolte nei Paesi arabi, i governanti occidentali pensavano di gestire e di manipolare a loro piacimento l’agenda del Maghreb e del Medio oriente. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: disastro totale.

Crisi siriana: “Per fortuna c’è l’impero del male

A gennaio dovrebbero iniziare i colloqui inter-siriani. Le parti in conflitto possono contare su una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, approvata il 18 dicembre, che li invita a fare la pace ma senza mai menzionare il futuro politico del presidente Assad. Ce la faranno? Dipende se prevarrà l’interesse nazionale o la logica del tornaconto. I siriani in generali e gli undici milioni tra profughi e follati interni, in particolare, giudicheranno.

Gli attentati di Parigi e l’intervento militare russo hanno evidenziato tutti i limiti della guerra all’Isis condotta dalla forza internazionale in Siria, cosi l’ opinione pubblica ha scoperto gli intrecci tra fazioni ribelli moderate e gruppi islamisti, il ruolo della Turchia nella commercializzazione del petrolio dell’Isis e le complicità delle monarchie del golfo con i gruppi jihadisti. Ma le cancellerie occidentali sono rimaste ancorate alle vecchie logiche della guerra fredda: la Russia rimane il nemico numero uno mentre gli amici dell’Isis sono coccolati. “Per fortuna c’è l’impero del male”, ha commentato ironicamente Famiglia Cristiana.

Il dilemma Angela Merkel e la crisi morale dell’Europa

Angela Merkel è diventata l’emblema dello smarrimento dell’opinione pubblica: da una parte il cancelliere tedesco ha umiliato i greci sfiancati da anni di austerità e dall’altra ha aperto le porte della Germania alle decine di migliaia di rifugiati.

Chi è Angela Merkel? L’angelo dei profughi siriani o la principale responsabile dell’ascesa delle destre razziste e xenofobe in Europa a causa delle politiche di austerità che Berlino a imposto ai paesi della zona Euro?

Oppure quella che, dopo essersi recata ad Ankara per chiedere al presidente Recep Tayyip Erdogan di bloccare il flusso dei migranti siriani, ha “suggerito alla Commissione Europea” di accelerare il processo di adesione della Turchia nell’Ue e di donare 3 miliardi di euro?

In sostanza nel 2015 le pressioni di Angela Merkel hanno costretto i paesi membri dell’Unione Europea a partecipare all’umiliazione del governo democratico greco in nome dell’ortodossia monetaria e ad premiare un regime autoritario che fa la guerra ai curdi e blinda i giornalisti scomodi, che ha “tollerato” il passaggio del petrolio dell’Isis e dei foreign fighters sul suo territorio. Urge un sussulto morale dell’Unione europea.

La pace in Colombia, ultimo colpo di Obama prima dell’addio?

L’8 novembre 2016 Stati Uniti d’America dovranno scegliere il successore di Barack Obama.

Dopo aver messo a segno due prestigiosi successi diplomatici nel 2015 – visita storica a Cuba e accordo sul nucleare iraniano – Barack Obama potrebbe chiudere il suo secondo mandato mettendo a segno un altro colpo storico: la firma di un accordo di pace a Bogotà tra il governo colombiano e le Farc. Grazie alla mediazione di Cuba e agli incoraggiamenti della Casa Bianca, il 2016 vedrà la fine del più vecchio conflitto civile in America Latina con i suoi 220mila morti, i 6 milioni di sfollati e le decine di migliaia di scomparsi.

Ma non è ancora tempo di bilanci, nei prossimi mesi ci sarà da sistemare la delicata questione delle relazioni con la Russia. Dopo l’annessione della Crimea i rapporti bilaterali hanno raggiunto il punto più basso.

  1. Continua

 

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    Chawki Senouci
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Fluctuat nec mergitur. Parigi un mese dopo

Quando Véronique Julien chiede alla sua classe di terza media “ quali valori sono stati attaccati il 13 novembre”, le risposte arrivano tutte insieme. “ La libertà , prof ! “ grida Assia; “ la libertà di espressione “ rispondono Axel e Sacha; “ la libertà di culto” aggiunge Clémence; “ la libertà di opinione “ dice Maxime. Dopo un istante di esitazione Florian alza la mano “la laicità anche .. no? “; “ ma la laicità ci rende liberi da che cosa ? “, gli chiede Amandine. Le domande di Amandine e Maxime cadono a fagiolo perché il giorno dopo, il 9 dicembre, bisognava celebrare nelle scuole la giornata nazionale della laicità. La commemorazione dell’approvazione della legge sulla separazione stato- chiesa del 1905 fu decisa dal presidente Hollande all’indomani della strage di Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015.“ Liberi di credere, risponde Antonin… ma non ha senso, vuole dire che dobbiamo essere tutti dei credenti ?”, aggiunge perplesso. “ No, libero di credere o di non credere”, gli risponde Clémence. “ Con dei limiti, lo interrompe Celia, perché la libertà di ognuno di noi si ferma dove inizia quella degli altri”. La classe acconsente. Poi Antonin bisbiglia, un po’ preoccupato:” ci sono dei limiti da rispettare, altrimenti, le aggressioni si ripeteranno”.

La storia raccontata dal giornale Le Monde è ambientata in una scuola media in un comune benestante vicino a Lione. Dalla discussione si capisce che gli attentati del 13 novembre e di Charlie Hebdo sono presenti nella testa dei ragazzi. Dieci mesi dopo, il clima però è cambiato, puntualizzano gli insegnanti francesi intervistati dai mass media: questa volta non c’è stato il “ noi, non musulmani, e loro “ oppure “ sono per Charlie ma… ” da parte di qualche studente maghrebino perché “ ancora indignato per le vignette contro Maometto ”. Nessun adolescente ha provocato una crisi di nervi al premier Manuel Valls che a gennaio riteneva insopportabili i dubbi dei bambini musulmani sul “diritto alla blasfemia”. Gli attacchi nel decimo e undicesimo arrondissement hanno unito nel dolore questi ragazzi, da Calais a Marsiglia, perché la morte ha colpito le strade, le terrazze dei bar, una sala concerti, il piazzale di fronte a stadio di calcio. Isabelle Bailleul insegna in un liceo di Le Havre. ” Oggi parlare della convivenza è diventato più facile – ha detto a Le Monde- Bisogna accompagnare questa presa di coscienza degli studenti”. Perché tutte le vittime del 13 novembre sono legate per sempre da un tragico destino chiamato da Libération “ Génération Bataclan ”: un modo di vivere edonista e festaiolo di una generazione profondamente segnata dalla strage di Charlie Hebdo – spiegava il quotidiano della gauche – che trovava la felicità in uno spazio urbano dove coesistono negozi di moda, bar pakistani, caffè arabi, ristoranti cinesi, librerie musulmane e sinagoghe. Le testimonianze di parenti, colleghi e amici delle 130 vittime, raccolte e pubblicate ogni giorno da Le Monde e Libération, confermano l’intuizione di Libé: avevano brindato alla vita, cantato, amato, ballato e viaggiato molto ma trovavano sempre il tempo per aiutare gli altri e per protestare contro le ingiustizie. Come la famiglia San Martin che il venerdi 13 novembre era al concerto degli Eagles of Death Metal: insieme a Louis 5 anni c’era la mamma Elsa e la nonna Patricia, cilena fuggita alla dittatura di Pinochet, funzionaria presso il sindacato comunista Cgt. Louis è l’unico sopravvissuto.

Un mese dopo gli attentati, rimangono le paure, la tristezza ma anche molta solidarietà verso chi ha perso un cara persona e chi deve assistere un figlio o una figlia gravemente feriti. Ha colpito la civiltà dei cittadini perché nonostante le ferite, nessuno è andato davanti alle telecamere per urlare “ vogliamo vendicare i nostri morti”, non sono stati segnalati gesti di stigmatizzazione nei confronti dei francesi di origine musulmana, non si sono lamentati per le restrizioni dovute allo stato di emergenza e alla Cop 21. Il 27 novembre scorso alle Invalides, François Hollande aveva colto lo spirito Bataclan che animava le vittime:” avevano fatto della musica la loro professione. Ma la musica e’ insopportabile per i terroristi. Per rispondere nel modo migliore, moltiplicheremo le canzoni, continueremo ad andare ai concerti, agli stadi e a salvaguardare la nostra identità”. Parigi ha accolto il messaggio, il Bercy ha fatto il pieno per le due date degli U2 e la tappa del Rebel Heart tour di Madonna. Il Parco dei Principi ha festeggiato martedì il passaggio agli ottavi del Paris st Germain e applaudito a lungo il gol di Ibrahimovic, diventato il miglior marcatore della squadra in Europa. Place de la République è invece il luogo per il raccoglimento. Come documentano i social network, ogni giorno centinaia di persone depongono un fiore, accendono una candela e scrivono un messaggio di pace, qualche volta la sera, nonostante il freddo pungente, cantano in piccoli gruppi “Imagine” di John Lennon. L’Isis ha perso la sua scommessa: nessuna scritta o canto inneggiano alla guerra contro i musulmani di Francia, e al primo turno delle regionali negli arrondissement colpiti dal terrorismo la gauche ha ottenuto il 65% mentre il Fronte nazionale non è andato oltre il 7%. Giovedì 10 dicembre sulla sua pagina Facebook, la sindaca di Parigi Anne Hidalgo ha tenuto a ringraziare ancora una volta i suoi concittadini: “Spesso i parigini sono chiamati bobo( bourgeois-bohème) ma se bobo è essere una persona mite, aperta agli altri, aver una capacità di amare la vita e la cultura, di condividerle con gli altri, di non fare di tutta l’erba un fascio, di sentirsi bene in una città cosmopolita, allora bobo deve essere un motivo di fierezza”.

“Fluctuat nec mergitur”  è il motto della capitale francese, è impresso sul suo stemma. Anche questa volta la nave Parigi è stata sbattuta dalle onde ma non è affondata. La sua forza è racchiusa nelle parole di Anne Hidalgo. Alla celebrazione solenne per i morti è stata eseguita più volte la marsigliese ma il momento più toccante è stato quando il minuto di silenzio è stato interrotto dalla canzone “Quand on n’a que l’amour” di Jacques Brel. “Quando non avremo che l’amore/ per parlare ai cannoni/ e nient’altro che una canzone/ per convincere a un tamburo/ Allora, senza avere nient’altro/ che la forza d’amare/ avremo nelle nostre mani/ amici, il mondo intero”. È un bellissimo messaggio per le nuove generazioni, per Assia, Axel, Sacha, Amandine e Antonin che frequentano la terza media in una scuola vicino a Lione.

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    Chawki Senouci
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Quando la musica sfida l’estremismo

Bono degli U2 dice una fesseria quando afferma che è la prima volta che viene colpita la musica”. In un’intervista a Le Monde il cantante dei Blur Damon Albarn torna sull’attacco al Bataclan. “La musica – spiega – è una bersaglio privilegiato di questa setta dell’Islam”.

Damon Albran sa di che cosa parla: 20 fa aveva iniziato a tessere forti legami con i musicisti maliani con i quali ha lanciato i progetti Mali music e Africa Express. Quando Al Qaeda occupò il nord del Mali, nel 2013, una dei primi provvedimenti dei jihadisti fu quello di vietare la musica. Lo documenta bene il film Timbuktu del regista mauritano Abderrahmane Sissako.

Nell’articolo, Le Monde ricorda che “l’Algeria, così vicina, ha pagato un prezzo salatissimo negli anni ’90” . Il Pop Raï, il genere musicale nato ad Orano (Algeria), fu duramente colpito dagli islamisti perché ritenuto blasfemo.

Tra il 1994 e il 1996 furono assassinati Cheb Hasni, Cheb Aziz e il produttore musicale Rachid Baba Ahmed ; altri , minacciati come Fadela, Cheikha Rimitti, Sahraoui, Mami, Zahouania, furono costretti all’esilio in Francia.

Il quotidiano ricorda in particolare l’uccisione di Cheb Hasni, nato nel quartiere popolare di Gambetta ad Orano. Nonostante le minacce di morte, l’artista rifiutò di lasciare Orano perché gli sembrava un tradimento per i milioni di giovani che lo adoravano.

La sua colpa fu quella di cantare i temi cari alla sua generazione:  la mancanza di affetto, l’amata costretta a un matrimonio combinato, stare in fila tutta la notte davanti al consolato per un visto, il piacere di stare in compagnia attorno a una bottiglia di whisky.

“La sbronza fa venire certe idee.. siamo ubriachi fradici e caschiamo per terra; non c’è altro Dio che Dio, ma la passione l’ha sempre vinta; abbiamo fatto l’amore in una baracca scassata, io l’amo e voi fatevi gli affari vostri ”.

Il 29 settembre 1994 Hasni fu assassinato sotto casa. Aveva 26 anni. Il giorno dopo il quotidiano al Watan titolò semplicemente:  “Cantava l’amore”.

Il 19 gennaio prossimo a Le Zénith (Parigi – la Villette) si terrà un grosso evento musicale in occasione del trentesimo anniversario del primo concerto di Pop Raï in Francia.

La manifestazione è organizzata dall’Istituto del mondo arabo, di cui è presidente l’ex ministro della cultura Jack Lang. “In questi giorni in cui la violenza fanatica ci impedisce di vivere insieme, amarsi, inventare, creare e cantare, è importante essere qui insieme”, dice Lang agli artisti di Orano presenti al lancio del concerto.

Allo Zénith ci saranno alcuni degli artisti (Khaled, Tati, Fadela) che in fondo si erano limitati a cantare l’amore, con le sue gioie e le sue sofferenze ma che faceva tanto arrabbiare gli islamisti. Dopo gli attacchi di Parigi, il concerto del 19 gennaio sa di sfida alla paura e all’ideologia dell’Isis.

“All’epoca avevano colpito gli artisti, un simbolo. Oggi questi mafiosi uccidono una cultura”, dice la star del Pop Raï Fadéla, che era fuggita con i figli a Parigi dopo la minaccia dei gruppi islamici armati.“Bisogna continuare a cantare e a ballare, è la migliore risposta. Nessuna ci fermerà”.

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    Chawki Senouci
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Gli attentati di Parigi e le difficoltà dell’Isis

Sicuramente gli attentati di Parigi sono stati pianificati da tempo e gli obiettivi sono stati scelti con molta cura. Ma la tempistica ci dice che l’Isis ha agito in un momento di grosse difficoltà.

In Siria e in Iraq i suoi militanti stanno perdendo terreno: nonostante tutto, i raid aerei della coalizione hanno cominciato a dare i loro frutti e l’intervento della Russia sta diventando determinante, inoltre è sempre più decisivo il contributo a terra delle milizie curde e sciite.

E se perde la guerra l’Isis dovrà abbandonare territori ricchi di petrolio e di risorse idriche e rinunciare a un giro di affari di parecchi miliardi di dollari. Senza molti soldi l’Isis perderebbe anche la sua capacita attrattiva sui giovani delle periferie nei paesi arabi e in occidente.

Con gli attentati di Parigi, l’Isis ha voluto costringere la Francia, una potenza militare di medio livello ma molto attiva contro il jihadismo in Siria, a cambiare politica. Ma le dichiarazioni di Hollande, un’ora dopo gli attentati, dimostrano che il tentativo dell’Isis è già fallito.

Anche gli obiettivi degli attacchi, citati nel comunicato della rivendicazione, ci fanno capire le difficoltà dell’Isis: venerdì sera non sono stati colpiti i simboli della Parigi che il mondo intero conosce e apprezza: la Tour Eiffel, les Champs Elysées o Place de l’Opéra.

I terroristi hanno infierito sui quartieri popolari, una volta roccaforti della classe operaia, dove esiste ancora una reale convivenza tra francesi di origine musulmana e la Francia profonda e che l’isis intende combattere.

Lo stesso Bataclan è un simbolo della ricchezza della cultura e della musica francese visto che in quel teatro sono passati Edith Piaff e Alain Bashung ma anche Cheb Khaled e Souad Massi. Anche lo Stade de France rappresenta quel destino che lega le due sponde del mediterraneo, è li che la nazionale del basco Dechamps e dell’algerino Zidane vinse il mondiale nel ’98 .

Nessuno sa cosa succederà nel futuro, ma gli attentati di Parigi ci spiegano che i siti più a rischio in Europa potrebbero essere i luoghi simbolo della convivenza tra musulmani e le altre culture.

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    Chawki Senouci
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Gibe 3, una maledizione per i contadini in Etiopia

Due Paesi, Etiopia e Kenya, accomunati dagli effetti devastanti di una diga: Gibe III.

Al centro della vicenda il fiume Omo e la sua portata d’acqua. Succede a monte, in Etiopia, dove il governo sta costruendo uno sbarramento in grado di fornire energia elettrica e assicurare l’irrigazione di vaste aree coltivabili.

La diga, realizzata dall’italiana Salini Costruttori- Impregilo, a pieno regime ridurrà le esondazioni che permettono alla popolazione locale di coltivare le terre alluvionali. Potenzialmente la diga permetterà di irrigare quasi 500 ettari di terreni destinati ad uso commerciale dal governo etiope.

Le prime piantagioni di cotone e canna da zucchero, si sono insediate nel 2011. Migliaia di persone sono già state sfrattate dalle loro terre. Tra le popolazioni indigene sradicate ci sono i Mursi.

Will Hurd, dell’Ong Cool Ground, ha vissuto con loro per 8 anni: “L’acqua e la terra sono tutto per loro – dice – insomma, vivono di questo . Senz’acqua, senza l’agricoltura alluvionale sulle sponde del fiume Omo, diventa molto più difficile sopravvivere. Senza l’accesso alla terra come potranno allevare il bestiame, avere il latte da dare ai bambini per una migliore alimentazione? L’adeguata nutrizione è uno dei problemi dell’Etiopia”.

I Mursi, fino ad ora, sono stati fortunati: non sono stati colpiti come altri gruppi, come i Bodi. Solo negli ultimi anni sono arrivati i grandi investimenti agricoli. “Adesso sono arrivati i bulldozer, i camion e le compagnie cinesi – continua Hurd -. Il governo etiope, infatti, per poter accedere alla terra, sta allontanando i Mursi. Vengono ricollocati in piccoli insediamenti, dove non è possibile allevare il bestiame e la terra non è abbastanza per poter coltivare i prodotti necessari al sostentamento. Tutta la loro vita sta cambiando”.

I Mursi possiedono una forma di democrazia diretta che permette agli iniziati, solo uomini, di prendere decisioni sul futuro della comunità. “E’ inconcepibile per loro – fa notare Will Hurd – una vita nei centri di ricollocamento, sotto il controllo delle regole restrittive del governo centrale. Preferirebbero morire che diventare servi di qualcuno “

Nel gennaio 2012, dopo diversi rapporti di denuncia delle violenze sulle popolazioni indigene, l’agenzia governativa statunitense USAid e la sua omonima britannica hanno organizzato una missione di verifica sul campo.

E’ da loro e dalla Banca Mondiale, infatti, che arrivano i maggiori finanziamenti per la costruzione della diga. Nove mesi dopo non era ancora stato reso pubblico l’esito della visita dei donatori. Ci sono volute altre due missioni, e la denuncia di Survival International, perché venissero resi pubblici i rapporti.

Le popolazioni locali non sono state consultate, i nuovi insediamenti non sono abitabili perché manca tutto. Will Hurd è stato mediatore durante la prima missione dei donatori e ha minacciato di rivelare le trascrizioni delle interviste realizzate se non fosse stato pubblicato un report: “Ho tradotto, per UsAid e per il dipartimento britannico per lo sviluppo internazionale, gli incontri con la popolazione dei Mursi e dei Bodi. Alla missione di verifica hanno raccontato di essere stati costretti ad accettare accordi per lo sviluppo di piantagioni nei loro territori. Gli incontri con la popolazione locale, organizzati dal governo, avvenivano in luoghi circondati dai militari. Come si può dire no a un progetto se si è circondati dall’esercito? Hanno raccontato di stupri perpetrati dai militari, di violenze. Il peggiore degli effetti, però, hanno detto a UsAid, è quello di essere stati esclusi dalla terra, necessaria al loro sostentamento. Questa è una seria violazione dei diritti umani: senza l’accesso alla terra e all’acqua come possono coltivare, sostentarsi, continuare a vivere?”

 

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    Chawki Senouci
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Tangeri, la Rivolta delle candele

Amendis è la filiale marocchina della multinazionale francese Veolia, un colosso nella gestione delle risorse energetiche.

Nel 2002 è stata incaricata di gestire le risorse idriche e energetiche nella città di Tangeri. Secondo il settimanale marocchino Tel Quel (Tale Quale, ndt), dal mese di luglio, senza nessun preavviso, Amendis ha deciso di applicare forti rincari alle bollette.

I ricorsi individuali contro il caro prezzi non ha dato alcun esito e Amendis ha reagito tagliando la luce alle famiglie morose, la maggior parte abita nel quartiere popolare di Bni Makada.

L’atteggiamento del gestore ha provocato la protesta dei cittadini attraverso Facebook e Twitter ed è sfociata in una spettacolare iniziativa chiamata la rivolta delle candele. Il 24 ottobre 20 mila famiglie di Tangeri hanno spento le luci in casa dalle 20 alle 22 e poi sono scese in piazza delle Nazioni, ognuna con in mano una candela. Era la terza manifestazione – la più partecipata – dopo altre due il 3 e il 17 ottobre.

Nonostante il carattere pacifico della protesta, la polizia ha caricato la folla usando manganelli e idranti. Il governo marocchino ha annunciato l’istituzione di una Commissione speciale che indagherà sulle fatture con prezzi alle stelle. Intanto la protesta continua: il 31 ottobre ci sarà il prossimo appuntamento della Rivolta delle candele, annunciato, come al solito, sui social network.

I cittadini chiedono di modificare il tariffario delle bollette, di fare una lettura dei contatori dei cittadini, ottenere un servizio minimo per acqua corrente ed energia elettrica in caso di difficoltà di pagamento delle bollette.

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    Chawki Senouci
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Arrestato chi uccise nel ’93 tre pacifisti italiani


IoHanefija Prijić (Paraga) è un cittadino bosniaco di 52 anni, ex comandante del Terzo battaglione della 317ma brigata dell’esercito della Bosnia Erzegovina. Il 29 maggio 1993 ha ucciso tre volontari italiani Gornj Vakuf, nella Bosnia centrale: si chiamavano Fabio Moreni, Sergio Lana e Guido Puletti. La mattina del 28 ottobre alle 8.30 è stato arrestato all’aeroporto internazionale di Dortmund. Eppure nel 2001 (a Travnik, in Bosnia) è stato condannato a 15 anni di carcere, dopo un processo che ancora ha lasciato molti dubbi, in particolare sui motivi per i quali Paraga ha aperto il fuoco. I motivi per cui è stato scarcerato non sono chiari.

I tre erano pacifisti, volontari del “Coordinamento iniziative di solidarietà con l’ex Jugoslavia” diretti alla città di Zavidovići per portare sostegno e aiuto ai cittadini colpiti dalla guerra. Tra loro, c’erano anche Christian Penocchio e Agostino Zanotti. Si sono salvati scappando nel bosco e chiedendo aiuto ai caschi blu dell’Onu scozzesi. Scampati d’un soffio alla morte. Queste le parole di Zanotti raccolte per Radio Popolare da Chawki Senouci nel 1993, subito dopo l’omicidio:

 

Il ricordo di Agostino Zanotti dopo l’esecuzione dei volontari_ Audio del 1993

I media bosniaci riportano le parole di Dževad Saldić, console generale di Bosnia Erzegovina a Francoforte, secondo cui a ordinare l’arresto sarebbero state le autorità italiane. La speranza, quindi, è che dopo il processo bosniaco di Travnik se ne possa aprire uno in Italia per capire finalmente chi ha ordinata a Paraga di premere il grilletto contro gente disarmate. Ventidue anni dopo quei tragici fatti, Zanotti (oggi presidente dell’associazione che si occupa di richiedenti asilo e migranti Adl a Zavidovici, con sede a Brescia) reagisce così:

 

Agostino Zanotti: le reazioni all’arresto

 

L’atmosfera di quegli anni e i dubbi ancora aperti su questa esecuzione dissennata li racconta ai microfoni di Radio Popolare Andrea Rossini, giornalista di Osservatorio Balcani Caucaso, organizzazione che mai ha smesso di seguire la vicenda. Fin dal primo processo del 2001.

Andrea Rossini: i fatti del 28 ottobre

 

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    Chawki Senouci
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Via i caccia da Siria e Iraq

Il Canada cambia rotta: basta isolazionismo, basta corsa alle armi, basta chiusure verso i migranti. Il nuovo timoniere di Ottawa si chiama Justin Trudeau, eletto il 20 ottobre. Appena insediato, Trudeau ha informato il presidente degli Stati Uniti che il suo Paese ritirerà i caccia dall’Iraq e dalla Siria. Ventiquattro ore dopo la netta vittoria alle legislative, il leader dei liberali ha già iniziato ad attuare il suo programma elettorale. Nei prossimi giorni è atteso un altro clamoroso annuncio: la cancellazione dell’acquisto di 65 caccia F-35 del gruppo americano Lockheed Martin.

In campagna elettorale, Trudeau aveva affermato: “Un Governo liberal farà quello che i conservatori di Harper avrebbero dovuto fare anni fa: annunciare che non compreremo gli aerei F-35“. Radio Canada sostiene che l’acquisto degli F-35 era stato congelato nel 2012 dai conservatori dopo un duro rapporto della Corte dei conti canadese.

Il rapporto accusava il governo di Stephen Harper (2006-2015) di aver sottovalutato i costi degli F-35 e di aver preso la decisione senza effettuare le necessarie verifiche. Il costo iniziale previsto dai conservatori per l’acquisto e la manutenzione dei caccia era di 25 miliardi di dollari nel 2010, ma secondo un successivo documento firmato dal Ministero della Difesa di Ottawa (dicembre 2014), la fattura ammontava in realtà a 45,8 miliardi di dollari.

Un motivo sufficiente per bloccare la transazione. Justin Trudeau ha l’intenzione di lanciare un nuovo bando, più economico per le casse canadesi. “I soldi risparmiati – spiega il neo premier – servirebbero, tra i8l resto, a rinnovare la flotta della Marina canadese”.

Chi è Justin Trudeau

Justin Trudeau, 43 anni, ha compiuto una straordinaria impresa ottenendo la maggioranza assoluta: ha vinto con il 39,5 % dei consensi conquistando 184 seggi sui 338 della camera. Nel 2011 il Partito liberale era risultato la terza forza politica con il 19% e appena 34 seggi. Il tasso di partecipazione è stato del 68,5%, un record, superiore di 6 punti rispetto alla media degli ultimi scrutini. La voglia di cambiamento e cinque mesi di Pil negativo hanno penalizzato i conservatori del premier Stephen Harper che hanno ottenuto 99 seggi.

Un destino scritto nella sua biografia. Il premier è cresciuto ad Ottawa al civico 24 di Sussex drive, la residenza ufficiale del primo ministro, che suo padre ha occupato quasi senza sosta dal 1968 e 1984. Due anni dopo aver preso il controllo di un partito liberale decimato dalla sconfitta del 2011 e da numerosi scandali di corruzione, nulla lasciava presagire all’inizio della campagna, lunga 78 giorni, che Justin avrebbe vinto con una tale facilità. Durante la campagna, i conservatori lo avevano dipinto come un bamboccione inadatto a guidare il paese. Uno spot recitava “Justin, juste non prêt” (“Justin, semplicemente non è pronto“). Non l’opinione dell’elettorato canadese.

Con grande pazienza, Trudeau ha mantenuto una linea chiara con un programma che ha guardato alla classe media, con l’impegno di alzare le tasse alle fasce più ricche. In questa fase di recessione, Trudeau ha promesso di rilanciare l’attività economica con un piano di infrastrutture, a costo di sforare il deficit per i prossimi tre anni.

Altro grande tema della campagna elettorale è stata la questione migranti: Trudeau si è reso disponibile a accogliere le famiglie siriane che fuggono dalla guerra, mentre il premier uscente Stephen Harper aveva invece difeso l’idea di combattere il male alla fonte, ossia continuare a bombardare l’Isis in Siria e Iraq.

Sicuramente l’avvento di Justin Trudeau metterà fine all’era di isolazionismo in politica estera voluto da Harper, da molti paragonato a George W. Bush e forse per questo in frequente rotta di collisione con Barack Obama. È prevedibile, quindi, un ritorno alla tradizionale politica canadese di multilateralismo, con nuovi impegni su molti fronti a partire dalla lotta ai cambiamenti climatici.

 

CPARCHIVEPHOTO FILE--Former prime minister Pierre Trudeau looks on as Cuban President Fidel Castro gestures during a visit to a Havana housing project in this Jan. 27, 1976 photo. Cubaís Castro, former U.S. president Jimmy Carter and Prince Andrew are among the dignitaries expected to attend the state funeral for Trudeau in Montreal on Tuesday.(CP PICTURE ARCHIVE/Fred Chartrand)
Pierre Trudeau insieme a Fidel Castro a Cuba. (CP PICTURE ARCHIVE/Fred Chartrand)

 

 Il discorso di Trudeau

“Abbiamo battuto la paura con la speranza, il cinismo con il lavoro. Abbiamo sconfitto la politica divisiva e negativa con una visione che riunisce tutti gli abitanti di questo Paese”.

La dinastia: da Pierre a Justin

“Justin torna a casa”. Questo potrebbe essere il titolo di un eventuale film sulla dinastia dei Trudeau. Il nuovo premier per essere il degno successore del padre Justin dovrebbe mostrare molto coraggio e una piccola dose di follia. Perché nel 1967 Pierre Eliott Trudeau, da ministro della Giustizia, aveva legalizzato il divorzio e depenalizzato l’aborto e l’omosessualità. “Lo Stato – amava ripetere Trudeau senior- non ha nulla da fare nelle camere da letto della nazione“.

Da premier invece ha abolito la pena di morte e stabilito le relazioni diplomatiche con la Cina comunista e Cuba. Il leggendario uomo politico canadese fu uno dei primi leader occidentale a visitare l’Avana. Nonostante l’embargo imposto dagli Stati Uniti offrì a Cuba 14 milioni di dollari canadesi. Il suo “lunga vita al comandante Fidel e lunga vita all’amicizia tra Canada e Cuba” non fu molto apprezzato a Washington.

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