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90 anni di Ennio Morricone

Ennio Morricone

Negli anni Sessanta e Settanta uno dei prodotti culturali italiani più esportabili all’estero, e in particolare nel Terzo mondo, era lo Spaghetti Western. All’uscita di un cinema di Marsiglia, Orano o Tunisi il primo commento però era dedicato alla bellezza della colonna sonora.

Ma in quegli anni in Italia, Ennio Morricone era abbastanza snobbato dai critici, dai cosiddetti artisti colti e intellettuali. A far riscoprire la sua straordinaria opera sono stati, negli anni Novanta, i giovani dj italiani e stranieri che avevano “remixato” pezzi che hanno fatto la storia del cinema come “C’era una volta il West” e “L’estasi dell’oro”.

E poi ci sono stati gli omaggi di Bruce Springsteen e dei Metallica e le numerose citazioni di Quentin Tarantino che lo adora. Con The Hateful Eight, Tarantino ha realizzato un sogno da bambino. Girare un western, in 70 millimetri, con le musiche dell’autore della trilogia di Sergio Leone.

Ritirando il Golden Globe vinto da Morricone, nel gennaio 2016, il regista disse: “Per quello che mi riguarda, è il mio compositore preferito. E quando dico ‘compositore preferito’, non voglio dire ‘compositore di colonne sonore’. Parlo di Mozart… Beethoven… Schubert”.

All’inizio c’è stata un po’ di resistenza da parte del Maestro, che non faceva western da 35 anni e stava lavorando sull’ultimo film di Giuseppe Tornatore.

In un’intervista alla rivista Rolling Stone, Ennio Morricone aveva allora spiegato la ragione che lo ha spinto ad accettare la proposta: “Tarantino è sempre dalla parte del proletariato. Per questo motivo ho pensato che il regista meritasse qualcosa di veramente speciale”.

Questo è Ennio Morricone, un uomo impegnato. Perché non si fanno per caso le colonne sonore de La Battaglia di Algeri, Sacco e Vanzetti, dei film scomodi di Gian Maria Volontè, così come non si porta per caso alle Nazioni Unite “Voci dal silenzio”, il concerto dedicato alle vittime di tutte le stragi: l’11 settembre – cileno e statunitense, la Bosnia, il Ruanda ma anche la stazione di Bologna e Piazza Fontana. Buon compleanno Maestro!

Ennio Morricone
Foto dalla pagina FB di Ennio Morricone https://www.facebook.com/maestroenniomorricone
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    Chawki Senouci
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Germania, la nazionale divide il Paese

La nazionale tedesca ai Mondiali di Russia 2018

Mannshaft, specchio politico e sociale di una Germania divisa”. Cosi titolava, alcune ore prima della partita con la Corea del sud, Libération. Citava Toni Kroos. Dopo la partita vinta contro la Svezia, il centrocampista del Real si era sfogato con i giornalisti: “A molte persone in Germania sarebbe piaciuto se fossimo usciti“.

Le ‘molte persone’ sono quelle che sono saltate in questi anni sul carro dell’Afd, il partito di estrema destra, che sogna una Mannshaft bianca, senza tedeschi di origine turca, come Özil e Gündoğan o ghanese come Jerome Boateng.

Nel 2014, durante i mondiali del Brasile, Angela Merkel e Joachim Löw, ct della Nazionale, erano al massimo della popolarità. La Germania intera festeggiò allora la Mannshaft multietnica, capolavoro della Cancelliera e della sua politica di integrazione.

Quattro anni dopo e un milione di rifugiati in più, Angela Merkel, logorata da troppi anni al potere, è alle prese con una grave crisi di consenso. L’unione con i bavaresi della Csu rischia di spaccarsi proprio sulla questione dei migranti. Questa sera l’eliminazione della Mannshaft diventa il miglior alleato dell’estrema destra.

E parafrasando Toni Kroos, a molti tedeschi è piaciuta la sconfitta contro la Corea del sud.

La nazionale tedesca ai Mondiali di Russia 2018
Foto dalla pagina FB della Nazionale della Germania https://www.facebook.com/DFBTeamEN/
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    Chawki Senouci
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L’onore della République è salvo

L’8 maggio è festa nazionale in Francia, si commemora la vittoria sul nazismo. La vittoria di Marine Le Pen sarebbe stata una atroce beffa ma soprattutto una ferita insanabile dentro la sinistra: un pezzo importante di essa non crede più nel Fronte Repubblicano, e lo ha dimostrato con l’astensione e con le schede bianche.

Emmanuel Macron ha vinto bene, però sa che per molti dei suoi elettori non è stata una scelta, ma una evidenza. È da qui che il successore di Hollande dovrebbe partire. “Sono consapevole della rabbia, dell’ansia e del dubbio che avete espresso”, ha detto subito dopo i risultati, rivolgendosi ai dimenticati della globalizzazione e della distribuzione della ricchezza. Vedremo se manterrà la promessa. Una prima indicazione sulle sue intenzioni verrà dalla scelta del suo primo ministro, cioè l’uomo che condurrà la campagna elettorale per le legislative di giugno.

Francia 2017 segna il tramonto dei due partiti che hanno dominato gli ultimi trent’anni, i socialisti e la destra nata dalla Resistenza. I prossimi anni potrebbero trasformarsi in una sfida tra liberali europeisti e movimenti nazionalisti, sovranisti e identitari. La Gauche, figlia del ’68 e del mitterandismo, e che una volta era votata dagli operai e dai ceti popolari, dovrebbe elaborare una nuova proposta credibile, altrimenti diventerà una forza politica minore.

A giugno La Peste di Albert Camus compie 70 anni. Raccontando un’epidemia scoppiata a Orano, Camus volle rendere omaggio ai resistenti che avevano fermato la peste bruna, cioè il nazismo. Domenica 7 maggio coloro che hanno votato Macron turandosi il naso hanno agito come il dottore di Orano, Bernard Rieux. Hanno salvato l’onore della Repubblica.

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    Chawki Senouci
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Macron-Le Pen, la sfida tra due opposti

Per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica non passano al secondo turno i due candidati del Partito socialista e della destra gollista. Gli elettori hanno confermato la crisi di rigetto nei confronti della politica ufficiale incarnata dagli ultimi due presidenti Sarkozy e Hollande, ma entrambi campioni dell’austerità. La loro sciagurata gestione di questi ultimi dieci anni ha permesso oggi a un candidato del Fronte Nazionale di superare per la prima volta la soglia del 20 per cento alle presidenziali.

Fino a tre anni fa Emmanuel Macron era un illustre sconosciuto. A meno di clamorose sorprese il 7 maggio sarà il nuovo inquilino dell’Eliseo. Eppure Macron, 39 anni, era la mente e l’esecutore delle riforme liberali di Hollande. Dotato di grande carisma, in meno di un anno ha saputo convincere i francesi della bontà del suo progetto, una sintesi di proposte di sinistra e di destra, e soprattutto è riuscito a prendere le distanze dal suo scopritore François Hollande.

Quello che ha fatto la differenza, alla luce del primo turno, è il suo discorso tenuto durante la campagna: profondamente repubblicano, europeista, pacificatore, in una Francia ferita dagli attentati, lacerata da derive xenofobe e identitarie, quindi rassicurante.

Non è poco in tempi di Brexit e di Trump e dei venti del populismo che soffiano sull’Europa.

Il 7 maggio in palio non c’è solo la presidenza della Repubblica francese ma la cultura politica che dominerà i prossimi anni in Europa: i ponti o i muri.

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    Chawki Senouci
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L’uomo che salvò 45 italiani al Bardo

Nell’ambasciata italiana a Tunisi sorge il primo Giardino dei Giusti in un Paese arabo. L’estate scorsa durante la sua inaugurazione sono stati piantati cinque ulivi, in nome di altrettante persone che hanno rischiato o dato la vita per salvare altri esseri umani. Tra loro la guida Hamadi Ben Abdesslem, che portò al sicuro 45 italiani durante l’attacco terroristico dell’Isis al Museo del Bardo. La settimana scorsa Ben Abdesslem era Milano ospite dall’associazione Gariwo ed è intervenuto sul tema della battaglia culturale contro il terrorismo islamista. Esteri lo ha intervistato.

“Il giorno dell’attentato al museo del Bardo, era un mercoledì, avevo in programma di accompagnare un gruppo dei turisti sbarcati dalla nave Costa alla medina di Tunisi, al Bardo e in altre località. Sono arrivato lì, come tutte le settimane, tranquillo. Mentre stavo spiegando abbiamo sentito degli spari, a cui all’inizio non ho dato importanza perché lì vicino si trova una caserma. E forse proprio questo fatto mi ha permesso di reagire con molta calma, senza panico. Finché non è arrivata la prima pallottola e un turista ha gridato: ‘Ma è un attentato!’. Con molta calma siamo riusciti a ripararci negli uffici dell’amministrazione, poi siamo usciti dal museo, sempre senza sapere quanti e dove fossero gli uomini armati. Alla fine abbiamo messo tutti in salvo dentro i locali della questura di polizia. E’ stato un incubo. L’attentato al Bardo e poi quello che ha colpito un resort sulla spiaggia di Sousse hanno messo a terra tutta la Tunisia. Ma rimaniamo un Paese aperto e moderato”

Ascolta qui l’intervista integrale di Chawki Senouci a Ben Abdesslem

guida tunisina hamadi abdesslam

giardino dei giusti ben abd

Il Giardino dei Giusti di Tunisi è nato grazie alla collaborazione tra Gariwo e la Farnesina. Gli altri alberi sono stati dedicati a Mohamed Bouazizi, il giovane ambulante che si diede fuoco per protestare contro le angherie della polizia dando avvio alla primavera democratica in Tunisia; Khaled Abdul Wahab, l’imprenditore tunisino che a Mahdia ha salvato gli ebrei perseguitati durante l’occupazione nazista; Khaled al-Assad, l’archeologo siriano trucidato dall’Isis per aver difeso il patrimonio culturale di Palmira; Faraaz Hussein, il giovane studente bengalese che il 2 luglio scorso a Dacca ha scelto di morire pur di non abbandonare le sue amiche in mano ai terroristi.

giardino dei giusti targa

Le foto sono una gentile concessione di Gariwo

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    Chawki Senouci
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La lezione di Théo

Nella banlieue parigina la situazione è globalmente tranquilla. Non ci sono stati scontri tra polizia e giovani dopo i fatti di Aulnay-sous-Bois: giovedì scorso quattro agenti di polizia hanno seviziato e violentato Théo, un ragazzo di 22 anni, fedina penale pulitissima, malato di calcio, fan di Antonio Cassano, tifoso dell’Inter.

Théo ha ricevuto mertedì la visita in ospedale del presidente Hollande. Il ragazzo ha detto che il gesto del presidente l’ha molto toccato e lo ha ringraziato. Alla fine Théo ha voluto mandare un messaggio ai ragazzi delle banlieues dove da troppo tempo cova la rabbia.

“Ho un messaggio da fare passare. So quello che sta accadendo. Io amo molto la mia città, e vorrei ritrovarla come l’ho lasciata, per favore. Quindi ragazzi, non fate la guerra, siate uniti e abbiate fiducia nella giustizia, che sarà fatta”.

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Non sappiamo che cosa succederà nelle prossime ore nelle banlieues e se il suo messaggio sarà ascoltato. Ma la cosa più importante è che l’appello alla calma di Théo non è stato apprezzato dall’estrema destra. I dirigenti del Fronte nazionale avrebbero preferito un messaggio di odio, e vanno avanti con le provocazioni e gli insulti. “Hollande è stato al capezzale della feccia”, ha twittato un collaboratore di Marine Le Pen.

Feccia, la stessa parola usata nell’autunno del 2005 dall’allora ministro dell’Interno Sarkozy per definire i giovani che protestavano per la morte di due ragazzi , Zied e Bouna, finiti fulminati in una cabina elettrica dove si erano nascosti a Clichy-sous-Bois durante un inseguimento della polizia.

La rivolta delle banlieues fu il trampolino di lancio di Sarkozy verso l’Eliseo. Due anni dopo sarebbe diventato presidente della Repubblica.

E poi c’è la polizia. I fatti degli ultimi anni ci fanno dire che per la polizia francese non c’è stata alcuna discontinuità rispetto alla Repubblica di Vichy. L’esempio di Maurice Papon è emblematico. Nel 1981 le Canard Enchainé rivelò il suo ruolo nella deportazione degli ebrei quando era segretario generale della prefettura di Bordeaux. Papon sarà condannato per crimini contro l’umanità a dieci anni di carcere. Ma nonostante le sue responsabilità nella Shoah, Papon collezionò dopo la guerra promozioni su promozioni fino a diventare prefetto di Parigi. E da prefetto ordinò il 17 ottobre 1961 la retata e il massacro di centinaia di algerini che protestavo contro il coprifuoco imposto alla loro comunità a Parigi. I figli di Papon votano oggi Marine Le Pen. Secondo lo studio dei flussi elettorali, alle Regionali del 2015 sette poliziotti su dieci hanno votato Fronte nazionale.

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    Chawki Senouci
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Il Bataclan riapre, Sting celebra la musica e la vita

È passato un anno e che anno: dopo Parigi  ci sono stati  gli attentati di Bruxelles, Nizza,  la Brexit, la vittoria di  Donald Tump negli Stati Uniti.

E sempre  in sottofondo  la tragedia  siriana  con i suoi morti e rifugiati.

Ma domani  dobbiamo fermarci per ricordare  le vittime  degli  attentati  di Parigi: 130  morti, 500 feriti, almeno 20  di loro in coma, migliaia di traumatizzati ancora in terapia.

Il primo anniversario sarà  sotto il segno della sobrietà. Ieri allo Stade de France è  stato osservato un minuto di silenzio durante Francia – Svezia.

Domani il Presidente della Repubblica  François Hollande e la sindaca di Parigi Anne Hidalgo scopriranno  otto targhe, con i nomi  delle  vittime, in altrettanti  luoghi  colpiti  dai terroristi dell’Isis:  lo Stade de France, sei tra ristoranti e bar e infine il teatro Le Bataclan dove  sono morte  90  persone.

Il Bataclan, completamente rinnovato e trasformato, riaprirà questa sera con un concerto di Sting.

Radio Popolare sarà  lì  dalle  ore 19 per  vedere  le facce di chi ci torna e ascoltarli. Domenica dalle 11.30 fino alle  13  ci  sarà  uno speciale diviso in tre parti:  il ricordo  di quella notte tragica, tratto dalla nostra diretta con  riflessioni e un omaggio alla “generazione Bataclan”. Siamo  tornati sui luoghi degli attentati e abbiamo intervistato  i clienti e i lavoratori  dei locali colpiti nel decimo e undicesimo arrondissement, abbiamo raccolto i loro ricordi ma anche la loro voglia  di riprendersi gli spazi  profanati dall’ Isis.  Infine in diretta seguiremo le  commemorazioni e torneremo sul concerto di Sting e sui prossimi appuntamenti al Bataclan con Pete Doherty, Youssou N’Dour, Marianne Faithfull,  i Tinariwen e la  serata della French Touch con il Dj Laurent Garnier.

Senza dubbio la rinascita del Bataclan è una delle peggiori sconfitte per l’ estremismo islamista e per l’Isis.

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    Chawki Senouci
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“I social network aiutano l’Isis”

La sera di venerdì 13 novembre Nohemi aveva appuntamento con un gruppo di amici, alcuni di loro erano venuti dagli Stati Uniti per visitare Parigi. Si sono ritrovati per prendere una birra sulla terrazza del Carillon, nel decimo arrondissement. Alle 21.25 un comando di terroristi proveniente da Molenbeek aprì il fuoco sui clienti del Carillon e del Petit Cambodge, il ristorante di fronte, uccidendo 15 persone.

Nohemi, figlia di immigrati messicani, 23 anni, è l’unica vittima americana degli attentati di Parigi. Per il suo primo soggiorno fuori dagli Stati Uniti, aveva scelto la Francia per passare un semestre alla Strate, la scuola di design di Sèvres. Tre mesi dopo doveva rientrare a casa, in California, per prepararsi alla cerimonia di fine studi alla Cal State University di Long Beach.

I suoi genitori affermano che “Youtube, Twitter e Facebook hanno contribuito consapevolmente, con un sostegno materiale chiave, all’ascesa dell’Isis e gli hanno permesso di compiere numerosi attentati, compreso quello del 13 novembre a Parigi”.

Nella denuncia si sottolinea “che al 31 dicembre 2014 l’Isis aveva 70mila account su Twitter, di cui almeno 79 ufficiali e postava almeno 90 tweet al minuto. Con le stesse modalità l’Isis usa Google (Youtube) e Facebook”.

I tre colossi si sono sempre difesi affermando di aver rafforzato i loro sistemi per bloccare gli appelli alla violenza. Tutte le inchieste post attentati nel mondo hanno evidenziato i limiti dei loro monitoraggi. Secondo il diritto statunitense “il sostegno materiale a un’impresa terroristica è un crimine che potrebbe costare l’ergastolo al suo autore”. Tuttavia, sulla base delle precedenti sentenze, nessun avvocato è mai riuscito a dimostrare “la consapevolezza” dei social di aiutare l’Isis nelle loro imprese terroristiche.

Secondo le leggi degli Stati Uniti, le compagnie online non sono tendenzialmente responsabili dei contenuti pubblicati dagli utenti sulle loro piattaforme. L’avvocato della famiglia ha spiegato che la denuncia non è contro quello che dicono i messaggi dell’Isis ma “ha a che fare con come Google, Twitter e Facebook hanno permesso all’Isis di usare i social media per operazioni varie e per il reclutamento”.

Anche se non ce la farà a vincere la causa, la famiglia Gonzalez avrà avuto almeno il merito di rilanciare un dibattito su tema molto delicato: trovare al più presto un compromesso tra la tutela della privacy, sempre più minacciata dai controlli degli Stati su internet, e la neutralizzazione dell’attività online dei terroristi. Perché come dice Reynaldo, il padre di Nohemi “senza Twitter, Facebook e Youtube la crescita esplosiva dell’Isis nel corso degli ultimi anni fino a diventare il più temuto gruppo terroristico del mondo non sarebbe stata possibile”.

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    Chawki Senouci
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Le ragioni della mancata ratifica Ue

L’accordo di Parigi sul clima ha superato il requisito delle 55 ratifiche da parte di Stati membri dell’Onu, anche se i Paesi ratificatori non coprono, nel loro insieme, il 55 per cento delle emissioni inquinanti necessario per l’entrata in vigore del trattato.

Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha annunciato che con i 31 strumenti di ratifica che gli sono stati consegnati mercoledì, sono saliti a 60 i firmatari dell’intesa, produttori complessivamente del 47,5 per cento delle emissioni di gas serra. Tra i Paesi “virtuosi” i due principali inquinatori, Usa e Cina.

“E’ positivo che tra coloro che si stanno impegnando di più affinché l’Accordo entri rapidamente in vigore, ci sono sia i maggiori inquinatori del mondo sia i Paesi più vulnerabili agli effetti del riscaldamento globale. Questo dimostra come i cambiamenti climatici ci uniscano tutti e richiedano una nostra rapida risposta” sottolinea Luca Iacoboni, responsabile “ Campagna Energia e Clima “ per Greenpeace – Italia.

Presente alla cerimonia al Palazzo di Vetro, il segretario di Stato americano John Kerry si è detto fiducioso che il secondo requisito sarà raggiunto prima dell’apertura della Conferenza Cop 22 sul clima, il 7 novembre a Marrakesh in Marocco. “Abbiamo bisogno di coprire il 7,5 per cento delle emissioni globali in più per raggiungere la soglia”, ha aggiunto Ban Ki-moon.

Tra quelli che mancano ancora ci sono Russia e India, che insieme producono più del 10 per cento delle emissioni totali di gas serra. E soprattutto l’Unione europea (11 per cento delle emissioni Co2), storicamente in prima linea contro i cambiamenti climatici, ma che in questo momento è paralizzata dalle procedure interne: l’Ue deve aspettare le ratifiche dei vari Stati a livello nazionale. In realtà alcuni Paesi l’hanno già fatto – Francia, Ungheria, Austria, Slovacchia; altri hanno dei tempi parlamentari già fissati, la Germania la prossima settimana. Paesi come la Polonia, ancorata al carbone più di ogni altro, hanno invece interesse a rinviare l’appuntamento.

Secondo il Wwf, “l’Italia, per peso e come Paese fondatore dell’Unione, deve essere tra i primi e non tra gli ultimi”. Al governo Renzi il Wwf ha chiesto “l’immediata presentazione del disegno di legge di ratifica e una corsia preferenziale in parlamento perché venga approvato a inizio ottobre, ben prima del referendum costituzionale e dell’inevitabile rallentamento dei lavori parlamentari”. In un’intervista all’inizio di settembre, il ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti aveva promesso entro la fine dell’anno la ratifica italiana, senza però specificare se prima o dopo la Cop 22 di Marrakesh.

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    Chawki Senouci
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Dall’Europa carburante tossico verso l’Africa

“Diesel sporco” è l’inchiesta dell’Ong Public Eye sulle pratiche illegittime dei trader petroliferi svizzeri in Africa. Quattro inquirenti hanno lavorato per tre anni per svelare i misteri del carburante tossico venduto sul continente africano. Public Eye ha effettuato numerosi prelevamenti dalle pompe di benzina di otto Paesi africani (Angola, Benin, Congo Brazzaville, Ghana, Costa d’Avorio, Mali, Senegal e Zambia) detenute o alimentate dalle società di comodities, come Trafigura, Vitol oppure Oryx. Più dei due terzi dei campioni contengono un tasso di zolfo superiore a 1500 parti per milioni (ppm). In Europa il limite è di 10 ppm. Ecco cosa scrive l’Ong nel suo rapporto:

“Nell’Africa occidentale per esempio, le aziende Vitol, Trafigura e Addax & Oryx approfittano dei deboli standard africani per vendere carburanti di bassa qualità e realizzare guadagni a discapito della salute pubblica degli africani. Le analisi svolte da Public Eye su campioni prelevati nei distributori di benzina di otto Paesi hanno mostrato risultati scioccanti: i carburanti contengono fino a 378 volte il tenore di zolfo autorizzato in Europa. Questi prodotti contengono poi altre sostanze altamente nocive, come benzene e idrocarburi policiclici aromatici, a livelli egualmente proibiti dalle norme europee”.

Nella sua inchiesta Public Eye dimostra che le aziende svizzere non solo vendono e producono carburante ad alto tasso di zolfo, ma per aumentare i loro profitti lo mescolano con diversi prodotti tossici e particolarmente nocivi alla salute e all’ambiente, al fine di creare ciò che l’industria chiama “la qualità africana”. Questi carburanti altamente inquinanti vengono principalmente prodotti nella regione ARA (Amsterdam-Rotterdam-Antwerpen), dove gli imprenditori svizzeri dispongono di importanti infrastrutture, quali raffinerie e depositi. Secondo il rapporto “Diesel sporco”, le società svizzere producono carburanti che non potrebbero mai essere venduti in Europa e sono responsabili di buona parte delle esportazioni verso l’Africa occidentale di gasolio e di benzina ad alto tenore di zolfo.

“La produzione e la vendita di carburante tossico sono illegittime e violano il diritto alla salute della popolazione africana. Secondo un recente studio dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), l’Africa è vittima del più elevato aumento di inquinamento dell’aria nelle zone urbane a livello mondiale. Le proiezioni del Consiglio Internazionale per un Traffico Pulito (ICCT) – Ong nata in seguito allo scandalo Volkswagen – prevedono che l’inquinamento dell’aria legato al traffico stradale causerà, entro la fine del 2030, tre volte più decessi prematuri in Africa che in Europa, Stati Uniti e Giappone messi insieme. Le malattie respiratorie rappresentano già un grande problema in questa regione ed i gas di scarico sono classificati come cancerogeni dall’Oms”.

Nella petizione indirizzata a Trafigura, Public Eye e i suoi partner africani domandano al gigante ginevrino di impegnarsi a vendere, ovunque nel mondo, carburanti conformi agli standard europei.

“Per fermare questa bomba a orologeria, i governi africani devono adottare standard più rigorosi. I commercianti svizzeri devono invece rispettare i diritti umani in tutti i Paesi nei quali operano, come indicato nei Principi Guida dell’Onu su imprese e diritti umani, in vigore dal 2011″.

***

Da più di 50 anni l’Ong Public Eye (già Dichiarazione di Berna) getta uno sguardo critico sull’impatto della Svizzera e della sua economia sui Paesi poveri. Mediante il lavoro di inchiesta e di campagna, Public Eye lotta contro le ingiustizie che hanno origine in Svizzera e difende il rispetto dei diritti umani in tutto il mondo.

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    Chawki Senouci
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Francia, bocciato il divieto del burkini

Il Consiglio di Stato francese ha annullato il provvedimento “ anti burkini “ emanato dall’amministrazione di Villeneuve – Loubet. La sentenza fa giurisprudenza e, in caso di nuovi ricorsi,  avrà valore per tutti i comuni – una trentina e quasi tutti a guida di destra – che hanno introdotto il divieto del costume integrale indossato dalle donne musulmane in spiaggia.

Il collegio di tre giudici ha esaminato i ricorsi della lega dei diritti umani ( LDH) e del comitato contro l’omofobia in Francia ( CCIF) contro una decisione del Tar di Nizza che dava torto alle due associazioni.  Secondo l’ordinanza del Consiglio di Stato, la decisione del Tar è annullata e l’esecuzione della circolare di Villeneuve – Loubet è sospesa. In questo comune il velo in spiaggia è quindi di nuovo autorizzato.

La sentenza del Consiglio precisa che “ l’ordinanza controversa ha rappresentato una violazione grave e apertamente illegale delle libertà fondamentali, che sono la libertà di movimento, di coscienza e la libertà personale “ .

La decisione odierna rappresenta una grave umiliazione per il primo ministro francese Manuel Valls che aveva pubblicamente sostenuto i sindaci anti burkini. Ieri, alla vigilia della sentenza, sono scoppiati i primi dissensi in seno al governo. Per la ministra dell’istruzione nazionale Najat Vallaud – Belkacem “ i decreti rappresentano una deriva”, mentre per la ministra della sanità, Marisol Touraine, “ ciò provoca una stigmatizzazione pericolosa per la coesione del nostro paese ”

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    Chawki Senouci
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Campionesse di pace

Le unghie dipinte con i colori delle bandiere tunisina e francese. Non è passato inosservato il “vezzo” di Inès Boubakri, nata e cresciuta a Tunisi e sposata a uno schermidore francese. Ha scelto il linguaggio degli smalti per affermare che tra il Maghreb e la Francia deve prevalere l’amore.

Un messaggio forte in una notte speciale: l’atleta tunisina, 28 anni, è la prima schermitrice africana a vincere una medaglia in una olimpiade. Ha dedicato la sua medaglia di bronzo alle donne del suo Paese, a tutte le donne arabe. “Sono qui per dire che noi ci crediamo, che esistono le donne e hanno un ruolo nella società. Il messaggio va anche ai giovani”.

Inès ha affidato il suo sogno di fratellanza tra le due sponde alle donne e ai giovani del suo Paese. Elisa di Francisca, 33 anni, ha invece scelto i colori dell’Unione europea per festeggiare la sua medaglia d’argento.

Un gesto forte “per affermare – ha detto – che l’Europa esiste ed è unita, e solo unita può superare le barriere”.

Elisa ha spiegato che l’ha fatto per Parigi, Bruxelles… “Non dobbiamo dargliela vinta, ci vogliono chiudere in casa. Non dobbiamo avere paura l’uno dell’altro, altrimenti faremo il loro gioco”.

Inès e Elisa appartengono alla cosiddetta “generazione Erasmus”. Hanno paura dei muri e della chiusura delle frontiere. Da Rio, a migliaia di chilometri da casa, hanno voluto esprimere le loro angosce ma soprattutto le loro speranze.

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    Chawki Senouci
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La campionessa belga che pensa all’eutanasia

“Tutti mi vedono ridere con la mia medaglia d’oro, ma nessuno mi vede quando sono scura in volto. Soffro enormemente, a volte riesco a dormire solo dieci minuti per notte, ma comunque vado alla ricerca dell’oro”.

L’atleta fiamminga Marieke Vervoort, 37 anni, fa parte di quei campioni paralimpici, sconosciuti al grande pubblico, che realizzano ogni giorno una gigantesca impresa. Da vent’anni ha imparato a sopportare la sofferenza nel quotidiano.

A 14 anni fu colpita da una malattia degenerativa incurabile che le ha paralizzato le gambe e le procura dolori fortissimi. Ma questo non le ha impedito di avere una carriera eccezionale e un palmarès importante: medaglia d’oro a Londra 2012 nei 100 metri, campionessa del mondo nel 2015 a Doha nei 100, 200 e 400 metri, e poi quattro record del mondo su 400, 800, 1.500 e 5.000 metri (categoria T52 lesioni della spina dorsale, amputazioni, handicap muscolo-scheletrici, malformazioni congenite, lesioni nervose).

Quando mi siedo sulla sedia da competizione tutto sparisce. Elimino i brutti pensieri, combatto la paura, la tristezza, la sofferenza, la frustrazione. È così che ottengo le medaglie d’oro“, ha spiegato Marieke ai giornalisti sportivi di France 2 che l’hanno seguita durante la sua preparazione per le prossime sfide.

I giochi paralimpici sono previsti a Rio dal 7 al 18 settembre ed è nella città brasiliana che lei ha deciso di chiudere la sua carriera: “Rio è il mio ultimo desiderio. Mi alleno duramente anche se devo lottare notte e giorno con la malattia, ma spero di finire la mia carriera sul podio. Poi vedremo cosa succederà e proverò a godermi i momenti migliori“.

Ma Marieke Vervoort sa che chiudendo la sua carriera abbandona “la sua unica ragione di vivere”. Il suo corpo comincia tradirla. Ha confessato a France 2 che “è davvero molto difficile dover constatare, anno dopo anno, quello che non riesco più a fare”. Intervistata dal giornale belga L’Avenir, una sua amica ha aggiunto: “Spero che riesca a resistere fino a Rio, perché vedo le sue capacità fisiche degradarsi“.

Marieke non ha paura di affrontare la delicata questione della sua morte: “Comincio a pensare all’eutanasia. Nonostante la mia malattia, ho potuto vivere delle cose che molti altri possono soltanto sognare“.

In Belgio l’eutanasia è legale, per ottenerla bastano i pareri scritti di tre medici. Per lei i documenti sono pronti. “Per i miei funerali niente chiesa, caffè o dolci. Voglio che tutti abbiano un calice di champagne in mano, e che brindino pensando a me“.

Ma a un mese dalla grande sfida non c’è tempo per i cattivi pensieri: “Penso di avere la possibilità di conquistare la vittoria nei 100 e nei 400 metri ma sarà molto difficile perché la mia rivale canadese è veramente forte”. E poi “Perché lamentarsi? Non serve a niente. Apprezzate le cose che riuscite a fare, e rendetevi contro della vostra ricchezza”.

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    Chawki Senouci
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Scontro di civiltà?

La prima vittima di Mohamed Bouhlel era una nizzarda di origine marocchina. Fatima Charrihi, madre di sette figli, aveva portato i nipotini a vedere i fuochi d’artificio. Suo figlio Hamza dice ” era una mamma straordinaria, portava il velo, era una donna devota,  praticava il vero islam, non quello dei terroristi “.

Perché com’è l’Islam  dei terroristi ?  “ Mohamed Bouhlel – raccontano vicini e conoscenti –  non pregava, non faceva il Ramadhan,  beveva alcool,  mangiava la carne di maiale,  rubava  le bici per venderli a 50 euro “

E  allora “ perché ? “ si chiede oggi Libération in prima pagina. La domanda è legittima perché Nizza non è il Bataclan: la banda di Molenbeek  era composto da ex jihadisti tornati dalla Siria e 12 ore soltanto  dopo gli attacchi di Parigi, l’Isis  li rivendicò con un comunicato dettagliato , esauriente  e preciso.

Oggi gli inquirenti sono di fronte a un dilemma fatto da tre opzioni: un “ lupo solitario”  dell’Isis bravo a  mascherare la sua radicalizzazione,  un delinquente affascinato dal discorso dell’Isis o un pazzo. Si , gli inquirenti non escludono il  gesto premeditato di una persona instabile che ha pianificato con freddezza  la sua azione criminale, che pensava di farla franca, visto che caricò la sua bici sul camion.

Perché, raccontano ancora i suoi conoscenti, “ Bouhlel era un pervertito sessuale, violento e collerico, che picchiava spesso la moglie”  ma “ viveva male – secondo un vicino – il suo divorzio, perché diceva che non  era più in grado di pagare  gli alimenti per la moglie e i tre figli”.

Sarebbe questo l’islam dei terroristi, agli antipodi di quello di Fatima, la sua prima vittima. Ma che va comunque bene a un’organizzazione criminale come l’Isis.

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    Chawki Senouci
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Parigi è più viva che mai

Stade de France, 13 novembre 2015. Alle ore 20.16 una fortissima esplosione è avvertita dai giocatori e dagli spettatori durante la partita Francia-Germania. È l’inizio degli attacchi a Parigi. Quaranta minuti di inferno: 130 morti, più di 500 feriti. Questa sera alle ore 21 lo stesso stadio ospiterà Francia-Romania, partita inaugurale di Euro 2016. Sono passati sette mesi, un’eternità per chi viene travolto ogni giorno dal fiume di brutte notizie. Una ferita ancora aperta per i sopravvissuti del Bataclan, per i parenti delle vittime, per i parigini.

In questi mesi la capitale francese è rimasta fedele al suo motto impresso sullo stemma: Fluctuat nec mergitur, perché la nave Parigi è stata sbattuta dalle onde ma non è affondata.

1- Ha dato una lezione di tolleranza a un’Europa in preda alla xenofobia e al razzismo: si è ribellata alle strumentalizzazioni politiche ripudiando alle elezioni regionali il modello lepenista; Il suo sindaco Anne Hidalgo, in sintonia con la città, ha respinto il “paternalismo” dell’esecutivo dicendo no allo stato d’emergenza permanente e alla revoca della cittadinanza per i francesi con doppia cittadinanza condannati per terrorismo.

2- Molti dei suoi cittadini continuano a scioperare e a manifestare contro la riforma del lavoro ritenuta  ingiusta.

3- Dal 31 marzo scorso migliaia di “indignati” animano la “nuit debout” in Place de la République per ragionare sui fallimenti della sinistra e rifare il mondo.

L’Euro 2016 coincide con un importante movimento sociale, che nemmeno la piena della Senna è riuscita a fermare. Ma quello che preoccupa di più l’Eliseo è la sicurezza dei tifosi provenienti da tutto il mondo. Secondo gli inquirenti francesi e belgi, gli europei di calcio erano l’obiettivo principale degli autori degli attentati di Bruxelles.

Al Champ de Mars è stata allestita una “Fan zone” in grado di ospitare in tutta sicurezza fino a 92mila persone. Potranno vedere le partite su un megaschermo, ai piedi della Tour Eiffel. Albert Camus disse “non c’è un altro posto al mondo dove l’uomo è più felice che in uno stadio di calcio”. Se fosse così allora per Parigi sarebbe un’occasione unica per ritrovare il sorriso.

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Francia, la battaglia dei ferrovieri

In Francia, è la vigilia del calcio d’inizio di Euro 2016 ma la protesta contro la Loi Travail non si ferma. Anzi, Il movimento continua a estendersi nonostante gli appelli dell’Eliseo.

La richieste del presidente Francois Hollande di mettere fine all’agitazione nelle ferrovie, principale campo di battaglia contro la riforma del lavoro, non sono state ascoltate. In un’intervista alla Voix du Nord, Hollande ha esortato gli oppositori alla riforma del lavoro di cessare il loro movimento: “C’è un momento, secondo una celebre formula, in cui bisogna saper fermare uno sciopero”. È un classico delle proteste dei movimenti sociali: quando l’esecutivo stima che sono durate troppo, tira fuori questa frase magica. L’aveva già usata l’ex presidente Nicholas Sarkozy nel 2007 dopo lo sciopero nei trasporti. Con un tweet la Cgt ha ricordato a Hollande la citazione completa: “Bisogna saper fermare uno sciopero quando si è ottenuta soddisfazione”.

Queste parole furono pronunciate la prima volta l’11 giugno 1936 dal primo segretario del partito comunista francese, Maurice Thorez, che chiedeva agli operai in sciopero di accettare gli accordi firmati dal Fronte Popolare e dai sindacati. Allora c’erano in ballo le prime ferie pagate e la settimana di 40 ore. Oggi alla Sncf, la compagnia ferroviaria francese, la trattativa verte sul rinnovo del contratto che scadrà a luglio. Sul tavolo l’orario del lavoro, le indennità per il lavoro notturno, il regime giuridico dei controllori che la direzione vorrebbe inquadrare come personale sedentario e non più viaggiante, con quindi meno vantaggi.

Il terzo sindacato della categoria, Sud Rail ha fatto sapere che non firmerà l’accordo proposto dalla direzione, mentre la Cgt “aspetterà l’esito del voto delle assemblee generali dei lavoratori”. La sua posizione sarà determinante: con Sud Rail rappresentano il 51,5 per cento del corpo elettorale, oltre la soglia necessaria del 50 per cento per denunciare e bloccare l’accordo.

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    Chawki Senouci
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Ali: un’icona culturale, una forza politica

C’è un’immagine che il mondo non potrà mai dimenticare, Muhammad Ali che accende la torcia olimpica durante la cerimonia inaugurale dei giochi di Atlanta 1996. È l’immagine di un uomo che non riesce a nascondere i segni della malattia, ma che con grande generosità si espone per celebrare l’ideale più alto dello sport. Perché Muhammad Ali si era sempre esposto con grande generosità, nel bene e nel male. Da persona malata per far vedere le conseguenze del Parkinson. Da giovane per vantare la sua bellezza, la sua agilità, la sua fede islamica, la sua intelligenza, “io sono il più grande”. Perché, come amava ripetere, “ la gente umile non va molto lontano”. Ma la sua superbia era solo un atto politico, da sbattere in faccia ai giornalisti e all’America bianca e razzista.

Non si chiamava ancora Muhammad Ali quando buttò nel fiume Ohio la medaglia d’oro vinta a Roma. Era tornato in America da vincitore dei Giochi, provò a entrare in un ristorante di Louisville: “Sono Cassius Clay, campione olimpico, e anche se lì c’è scritto riservato ai bianchi, non mi cacceranno”. Invece fu cacciato, perché lui era nato sulla sponda sbagliata del fiume.

Nel 1967 gli tornò in mente quel episodio, il giorno in cui decise di non andare a combattere in Vietnam: “Non ho nulla contro i vietkong, quelli non mi hanno mai chiamato negro”, disse. Pagò a caro prezzo quel gesto pacifista con una condanna a 5 anni di carcere e il ritiro del titolo di campione del mondo.

Ma Muhammad Ali non fu mai prigioniero delle sue certezze. Famosa la sua frase: “l’uomo che a 50 anni vede il mondo così come lo vede quando ne aveva venti ha sprecato trent’anni della sua vita”. Questo gli permise di riconoscere gli errori del passato, come aderire alla setta “Nation of Islam “ e rompere con l’amico fraterno Malcom X. Muhammad ali è stato il primo campione globale, amato, venerato e rispettato in tutto il mondo.

Più che atleta, un’icona culturale e una forza sociale e politica. Che la terra ti sia lieve, immenso campione sul ring e nella vita

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    Chawki Senouci
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“Ecco perché rifiuto la medaglia di Valls”

Camille Senon, 93 anni, ha una storia importante. Femminista storica ed ex dirigente del sindacato Cgt, Camille ha perso tutta la famiglia nel massacro di Oradour sur Glane (Haute Vienne) compiuto da un battaglione delle SS il 10 giugno del 1944.

Il 18 maggio scorso Camille Senon ha ricevuto una lettera del primo ministro Manuel Valls: le proponeva una medaglia di commendatore dell’ordine al merito. Lei, già legione d’onore, ha rifiutato. In una lettera indirizzata a Valls, Camille Senon ha fatto capire che non perdona all’esecutivo la riforma del lavoro El Khomri.

“In questa fase – scrive Madame Senon – è impossibile per me accettare questa medaglia mentre sono totalmente solidale con le lotte condotte da due mesi dai salariati, dai giovani, da una maggioranza di deputati e di francesi contro la ‘loi travail’ che voi avete imposto con il 49.3. Accettare sarebbe rinnegare la mia vita militante per ottenere più giustizia e solidarietà, per avere più libertà, fratellanza e pace”.

Quello che è considerato il più grande massacro di civili commesso in Francia dall’esercito tedesco è commemorato ufficialmente dal 1999. Furono trucidate 642 persone. Si salvarono soltanto Camille e altri undici abitanti (i cosiddetti “sopravvissuti del Tramway di Oradour”) perché stavano sul tram che li riportava a casa da Limoges. La storia di Camille Senon è legata per sempre a quella del suo paesino ed è il motivo dell’onorificenza proposta dal primo ministro Valls.

“Quando ho ricevuto la lettera – ha spiegato Camille all’agenzia France Presse – mi è apparso evidente che in questo momento, in cui delle persone lottano per far rispettare i propri diritti e in cui i miei compagni sindacalisti di Air France sono trascinati nei tribunali, era semplicemente inaccettabile per me ricevere l’onorificenza offerta da Manuel Valls. Non posso accettarla da un governo che non rispetta i lavoratori. Con il massacro di Oradour io ci convivo da 72 anni. Tutto quello che ho fatto da allora è per tenere viva la memoria, non per ricevere una medaglia”.

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    Chawki Senouci
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Scontro nel governo sulla riforma del lavoro

Alla fine François Hollande ha rotto il silenzio per tentare di mettere fine alla confusione che regna nella maggioranza e nell’esecutivo. Dal Giappone, dove ha partecipato al G7, il Presidente francese ha difeso il suo primo ministro Manuel Valls, vittima, nelle ultime ore, dal fuoco amico.

“Terrò duro perché penso che è una buona riforma e penso che dobbiamo andare fino alla sua approvazione. Quando si devono fare delle riforme bisogna farle fino alla fine”.

Un intervento necessario, secondo gli osservatori, perché la linea del primo ministro è stata messa in discussione da due fedelissimi di Hollande: il Ministro delle finanze, Michel Sapin e il Presidente del gruppo socialista in parlamento Bruno Le Roux.

Il pomo della discordia è il famoso articolo 2, che Valls considera il cuore della riforma del lavoro perchéinverte la gerarchia nei rapporti sindacali:Il testo El Khomri recita infatti che gli accordi firmati nelle imprese su orari, riposi e straordinari, prevarranno su quelli firmati al livello della branca.

Secondo la Cgt, se passa la riforma allora il padrone potrà costringere i dipendenti a lavorare 60 ore a settimana, invece delle 35 ore.“Pagare di meno le ore supplementari gli straordinari – rilanciano i camionisti, che hanno bloccato strade e autostrade- ci costerà 1400 euro netti all’anno.

”Questa sera i sindacati hanno invitato i lavoratori a aumentare la pressione sul governo con nuovi scioperi, in vista del 14 giugno, data della nona giornata di mobilitazione, quattro giorni dopo Euro 2016 di Calcio.Hollande può permettersi di far fare la “ brutta figura” alla Francia davanti al mondo intero?

Manuel Valls non è più in posizione di forza. Aveva forzato la mano al parlamento usando il 49.3 per fare passare la riforma, ha individuato nella Cgt il nemico da “ denigrare “ e ha puntata sulla stanchezza del movimento. Fallimento su tutta la linea.I cortei continuano ad essere molto partecipati e i sondaggi lo castigano. Secondo un’ inchiesta , commissionata da Bfm tv, il 69 % dei francesi è favorevole al ritiro della riforma del lavoro. Il 59 % lo ritiene responsabile dell’attuale scontro sociale.

Anche il blocco delle raffinerie non gli è stato di aiuto. Secondo un sondaggio Ifop, il 62% dei francesi considerano giustificato il movimento dopo l’inizio della serrata contro il 65% prima.“ Le Monde week end “ titola sabato 28 maggio: “ Valls ha perso la battaglia dell’opinione pubblica? “.

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    Chawki Senouci
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Francia, Hollande e i sindacati allo scontro duro

“La legge El Khomri passerà. Non cederò di un millimetro”.

Questa mattina, alle 7.30, dagli studi di Europe 1, François Hollande ha usato il 49.3 contro un movimento sociale di un’ampiezza e di una forma inedita in Francia. Il 10 maggio la riforma del lavoro è passata , in prima lettura, con il ricorso all’articolo 49.3 della Costituzione, cioè senza discussione né voto all’Assemblea Nazionale.

In pratica Hollande ha “invitato” i sindacati a alzare bandiera bianca, a rinunciare alle due nuove giornate di mobilitazione contro la riforma del lavoro. Negli stessi istanti i notiziari delle radio segnalavano i primi blocchi stradali effettuati dai camionisti.

Sette sigle sindacali hanno convocato, oggi e giovedì, la sesta e la settima giornata di scioperi e manifestazioni in meno di due mesi. L’intersindacale predica calma e spera nel rilancio della mobilitazione, dopo un vistoso calo della partecipazione giovedì scorso e gli scontri tra manifestanti e agenti di polizia, in particolare a Rennes e Nantes.

Sarà tutto inutile dopo il no di Hollande? Il segretario generale della Cgt Philippe Martinez ricorda che anche nel 2006 la legge sul Cpe (contratto del primo impiego) passò in parlamento grazie al 49.3, ma dopo la sua adozione definitiva fu ritirata grazie alla forte mobilitazione.

Il coinvolgimento di settori professionali, che finora avevano mantenuto un basso profilo, potrebbe dare slancio al movimento e mettere in difficoltà i trasporti in Francia. Lo sciopero rinnovabile è stato deciso da camionisti, aeroporti e metropolitana di Parigi, ferrovieri, portuali. Alla Sncf, ad esempio, i treni saranno bloccati tutti i mercoledì e giovedì da questa settimana in poi. Oggi si fermano anche i postini, i banchieri e chimici. La Cgt ha chiesto il blocco progressivo dei prodotti petroliferi nelle raffinerie.

Il testo della ministra del lavoro Myriam El Khomri andrà ora in Senato e verrà discussa dal 13 al 24 giugno e votato il 28 giugno, prima di ritornare in parlamento e adottato definitivamente entro la fine di Luglio. Se tutto va bene, perché al Senato il centrodestra è maggioritario.

“Il 49.3 è una terribile ammissione di impotenza- scrisse l’11 maggio Libération Quello di un esecutivo che non ha saputo o potuto convincere la sua maggioranza parlamentare. Quello di una minoranza di deputati socialisti che non ha saputo o voluto accontentarsi delle concessioni che avevano ottenuto. Come se il film fosse stato scritto in anticipo. Come se le due Gauche, travolte da un inverosimile impulso suicida, non aspettassero altro per prendere atto del loro divorzio. Come se questo esito annunciasse il funesto presagio di una débacle nel 2017. Come la sinistra possa sperare di vincere domani se oggi non sa parlarsi, capirsi, o fidarsi l’uno dell’altro.”

Il divorzio è ancora più profondo e doloroso tra il partito socialista e Le Front de Gauche (la sinistra radicale ) che ha votato una mozione di censura contro il governo Valls presentata dalla destra e appoggiata dal Fronte nazionale. Tutto questo, a meno di un anno dalle elezioni presidenziali e legislative.

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