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Il femminismo è vivo

La politica dal basso la stanno facendo le donne. Mentre il governo ripete ogni 25 novembre slogan di circostanza contro la violenza di genere, le persone che non sopportano un femminicidio ogni tre giorni – ma nemmeno gli stupri, un numero schiacciante di obiettori di coscienza negli ospedali, i salari più bassi e i tagli al welfare scaricati sulle spalle delle donne – sono scese in piazza, compatte e combattive.

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Fianco a fianco le operatrici dei centri antiviolenza non istituzionali, le ragazze dei collettivi, le tante associazioni che lavorano sull’educazione alle differenze, le famiglie tradizionali e non, i gruppi lgbtq, nonne, madri, figlie, nipoti. Una geografia del paese, che da nord a sud si confronta con la metà della popolazione discriminata, ignorata, esclusa dai posti di potere.

Il femminismo ritorna, come è stato nella sua storia: delle sue pratiche e dei suoi slogan si appropriano le generazioni più giovani. I problemi non sono cambiati, si sono evoluti, la cultura sessista è sempre forte, diffusa e tramandata. C’è un abisso tra la politica istituzionale, prigioniera della conservazione, e la piazza di Non una di meno, ricca di proposte, differenze, consapevolezza.

Il messaggio lanciato al governo è chiaro: il piano nazionale antiviolenza non funziona. Il modello securitario non produce effetti e non ha alcuna valenza preventiva. Occorre finanziare in maniera certa e strutturale i centri antiviolenza ed inserire finalmente i corsi di educazione alle differenze nelle scuole. Il contrasto alla violenza è un tema culturale, il femminismo è  la filosofia che ne ha indagato in maniera profonda le radici. È ora di avere il coraggio di farlo tornare nel discorso pubblico e politico, come hanno fatto oggi tante giovani donne e uomini.

Domani ricomincia il lavoro delle associazioni. Obiettivo della giornata e dei tavoli tematici: costruire un piano antiviolenza femminista alternativo a quello del governo.

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    Chiara Ronzani
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Violenza sulle donne. Come combatterla

Centosedici donne ammazzate dall’inizio dell’anno. Per ognuna di loro, altre decine subiscono violenza fisica o sessuale, per ognuna di queste ultime centinaia di altre subiscono stalking, molestie, violenza economica e sul lavoro. La violenza di genere non è un’emergenza, ma un fenomeno strutturale, diffuso e radicato. Non è compiuta da uomini svantaggiati, o in preda a raptus, o folli di gelosia. Le parti lese non sono certe donne, quelle “per male”, ma può accadere e accade a tutte.

Che fare? Andare all’origine. La violenza di genere proviene dalla cultura di prevaricazione e sottomissione che determina una situazione per cui metà della popolazione è discriminata. Occorre far crescere persone libere dai modelli che ingabbiano uomini e donne in ruoli precisi e opprimenti. Costruire relazioni d’amore e di rispetto. E accettarne eventualmente la fine. Lavorare su se stessi per riconoscere i privilegi, gli stereotipi e decostruirli. Studiare. E’ un lavoro culturale.

Chiedere alle istituzioni di intervenire non solo sull’emergenza e di finanziare adeguatamente i centri antiviolenza che lavorano sul danno che già c’è, oggi. Lavorare sul futuro, decidere di investire sull’educazione a scuola per combattare il problema alla radice, prima che si riproduca ancora una volta domani.

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    Chiara Ronzani
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Norcia, l’arte perduta

“La cattedrale di Santa Maria a Norcia non c’è più, la bellissima basilica di San Benedetto, patrono d’Europa, a Norcia, non esiste più, la chiesa della Madonna Addolorata a Norcia è un cumulo di macerie”.

E’ un elenco lunghissimo quello dei beni artistici e religiosi che si sono sbriciolati alle 7.40 del 30 ottobre, a seguito della scossa di terremoto di magnitudo 6.5 con epicentro tra Castelsantangelo sul Nera, Norcia e Preci.

Francesco Carlini, giornalista e portavoce della diocesi di Spoleto e Norcia, fa una prima mappatura di quanto è andato perduto. E’ solo una prima ricognizione, perché quell’area è tanto densa di arte che raggiungere e verificare i crolli in tutte le frazioni sarà un lavoro lungo.

L’abbazia di Sant’Eutizio, culla del monachesimo occidentale, che Benedetto frequentava da giovane, non c’è più. Tantissime altre chiese della valle Castoriana e Campiana nei comuni di Preci e di Norcia non esistono più. I danni sono veramente ingenti. Dopo il terremoto del 24 agosto erano 182 gli edifici di proprietà ecclesiastica seriamente danneggiati, ora molti di questi non ci sono più e il numero potrebbe aumentare” – racconta Carlini.

Matteo Renzi ha promesso: “Ricostruiremo tutto: case, chiese, tutto”. Ma sarà possibile? Il governo dovrà negoziare con la Commissione Europea lo sforamento dei vincoli di bilancio, che dopo la nuova scossa dovrà essere più ingente.

Ma considerando la vastità dei danni e le difficoltà tecniche, sarà possibile ricostruire?

“In alcuni casi è complicato” – risponde Francesco Carlini. “Pensiamo alla bellissima chiesa di San Salvatore a Campi di Norcia, di cui non è rimasto praticamente nulla. Della basilica di San Benedetto è rimasta in piedi la facciata, si vedrà come poter procedere, ma in alcuni casi è veramente complicato. E poi soprattutto è andato perduto un preziosissimo patrimonio di Fede, prima ancora che di arte”.

Ascolta l’intervista a Francesco Carlini

Francesco Carlini

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    Chiara Ronzani
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La pillola a pagamento

Al ritorno dalla pausa estiva, i medici di famiglia si sono accorti che non è più possibile prescrivere alle pazienti i farmaci anticoncezionali, perché sono usciti dalla fascia A. Il ministero ha deciso, in piena estate, di escludere gli ultimi contraccettivi orali dalla lista dei farmaci rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale. In questo modo qualunque forma di contraccezione “sicura” è diventata a pagamento. Una larga parte delle pillole anticoncezionali, soprattutto quelle di ultima generazione, era già a carico delle pazienti, ora lo sono tutte.

Una razionalizzazione che garantirà risparmi risibili ma che si inserisce in un contesto “pro life”. “Il messaggio percepito da parte del pubblico è stato Fate figli”. – racconta la dottoressa Pina Onotri, presidente del Sindacato dei medici italiani. “Un messaggio che ha sollevato un’ondata di indignazione soprattutto tra le coppie giovani in difficoltà economiche, che non hanno un sistema di welfare, nemmeno fai da te, ovvero parenti o nonni che possano aiutare nel difficile compito che è oggi essere donna, mamma e lavoratrice”.

Un taglio che è arrivato in concomitanza con il varo del Fertility day, e con la decisione di inserire nei Lea (i livelli essenziali di assistenza) la fecondazione assistita.

Una scelta che “mi sembra rientri in uno scenario ideologico anteguerra” – continua Onotri. “Ci sono state conquiste nel tempo: i consultori, l’educazione sessuale, l’informazione sulla contraccezione per prevenire gli aborti e favorire la maternità consapevole, questo mi sembra assolutamente un passo indietro che come donna e come medico ritengo inaccettabile”.

Ci saranno pazienti che smetteranno di affidarsi alla contraccezione sicura, a vantaggio di sistemi gratuiti ma inefficaci? “Temo di sì, soprattutto tra le adolescenti” – risponde la dottoressa Onotri – “perché oggi in ambito pubblico si è regrediti anche su altri piani. Per gli adolescenti c’è meno informazione sulle malattie sessualmente trasmissibili e sulla prevenzione di una maternità indesiderata; credo che questa scelta non faccia altro che peggiorare il quadro”.

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    Chiara Ronzani
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Blu, Maya e i cani al lavoro tra le macerie

Blu ha 12 anni e questo sarà il suo ultimo terremoto. “Alla sera è un po’ stanca, soffre di mal di schiena”, racconta Susanna, la sua padrona che da tre giorni la conduce alla ricerca di persone o corpi sui cumuli di macerie, insieme ai volontari delle unità cinofile.

Qui ad Amatrice la situazione è apparsa subito complicatissima per la condizione dei detriti. Sassi che si sono sbriciolati, piccoli frammenti, sabbia.

È difficilissimo che si creino sacche d’aria o spazi di sopravvivenza. Inoltre i cumuli sono altissimi. “Ci salgono in un attimo correndo, ma poi grazie all’istinto capiscono se ci sono punti che possono cedere e rallentano, circospetti”, spiega Simone, arrivato da Roma con Maya, nove anni.

Maya gli sta leccando il viso, gioca. “È un momento di quiete e riposo prima dell’azione. Sanno che devono conservare le energie. Quando sentono qualcosa si mettono ad abbaiare. A seconda dell’intensità capiamo se potrebbe trattarsi di una persona viva oppure di un cadavere”.

In seguito a una segnalazione da parte di un cane, ne vengono liberati altri due, per conferma.

Se i tre circoscrivono lo stesso punto, si inizia a scavare. “Sotto le macerie potrebbero esserci altri elementi organici, come il cibo andato a male. Noi li addestriamo a riconoscere e distinguere l’odore umano dal resto”.

Susanna e Simone sono volontari del Corpo nazionale ricerca e soccorso. Come decine di altri gruppi e associazioni cinofile sono arrivati da tutta Italia per contribuire alle ricerche. I

l lavoro durerà ancora poco. Questa mattina c’è stata una riunione di coordinamento e si è deciso di ridurre le squadre. Appena verrà dato l’ordine si proseguirà solo con le ruspe e gli scavatori.

I cani torneranno a casa, alla loro vita, che è fatta di lavoro e allenamento, almeno due volte alla settimana. “Per loro il soccorso è un bel gioco, e la persona trovata è il loro premio”, racconta Susanna.

Blu ha iniziato da piccola. L’addestramento dura anni. Prima si comincia meglio è. “Fare i cinofili è uno stile di vita”. Bisogna essere sempre pronti a partire, a lasciare famiglia, lavoro, impegni.

“Chi lavora nel pubblico ha i permessi retribuiti, ma a volte capita che qualche datore di lavoro privato non capisca e storca il naso”. E i rimborsi spese non sempre ci sono. Dipende da associazione ad associazione. Qualcuno potrebbe richiederli, ma non lo fa. “Il volontariato deve essere volontariato”, ci hanno detto.

Blu si riposa, in attesa che arrivi l’ordine. Questa è la sua ultima missione.

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    Chiara Ronzani
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“Abbiamo messo la scuola in sicurezza”

Ecco quello che resta della scuola di Amatrice, che pure nel 2012 era stata ristrutturata secondo le norme antisismiche.

 

 

scuola di Amatrice crollata

Nel cortile della scuola, esattamente davanti alle macerie, un cartello illustra i lavori fatti quattro anni fa: “una massiccia opera di ristrutturazione consistente soprattutto nell’adeguamento della vulnerabilità sismica….la sontuosa opera realizzata in poco più di tre mesi dall’impresa Consorzio Stabile Valori di Roma…Euro 511.297,68 più IVA”.

cartello scuola Amatrice

Di fronte, la facciata completamente crollata. E si tratta della parte nuova, mentre l’unica ala rimasta in piedi è quella di più antica edificazione. Solo la chiusura estiva della scuola ha evitato una nuova tragedia come quella di San Giuliano di Puglia del 2002. Chi vive ad Amatrice, oggi, spera che la giustizia faccia il suo corso.

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    Chiara Ronzani
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Amatrice, le immagini e le voci

Chiara Ronzani, da Retrosi, frazione di Amatrice:

Alle 14.36 c’è stata un’altra scossa. Breve, sussultoria, intensa. A Retrosi, frazione di 29 abitanti di Amatrice, ci sono stati dei nuovi crolli. Mattoni e tegole che erano pericolanti sono caduti in uno stretto passaggio dove la strada, l’unica che conduce al paese, si stringe tra due edifici, entrambi danneggiati.

L’auto su cui viaggiavano tre giovani volontari è passata pochi istanti prima della caduta. Qualche metro più indietro, un’auto della protezione civile è riuscita a fermarsi appena in tempo.

Una parte di una casa già danneggiata ha ceduto, davanti agli occhi della signora che si era sdraiata a riposare nel parco, a pochi metri di distanza.

Le frazioni sono svuotate. C’è soltanto qualche anziano che ha deciso di restare. Chi ha il giardino ha piantato delle tende da campeggio.

 

La situazione più critica sembra essere a Pescara del Tronto. “Il paese non c’è più”. E’ quello che riferiscono i soccorritori che stanno continuando a lavorare senza sosta nel piccolo paese, frazione di Arquata, nella speranza di trovare qualcuno vivo sotto i cumuli di rocce, cemento, macerie.

In questi casi si va avanti a cercare con i cani fino a quattro, cinque giorni dal sisma. “Ma – ci dice un soccorritore dell’unità cinofila appena sceso dalla frazione – questa volta le speranze di trovare qualcuno vivo sono già pressoché nulle”. E questo perché degli edifici di Pescara del Tronto pochissimi sono rimasti in piedi. In ogni caso, anche quelli che non sono crollati presentano gravi danni. Persino la strada, che dalle primissime ore del pomeriggio è stata chiusa al traffico, è sconnessa e difficile da percorrere.

C’è stata anche una frana, che ha coinvolto alberi e le reti metalliche che in questi luoghi di montagna proteggono la carreggiata. I Vigili del Fuoco stanno facendo le verifiche per capire se la strada che porta ad Ascoli Piceno può restare aperta, magari con un restringimento di carreggiata.

Ascolta qui la testimonianza di un cittadino di Arquata del Tronto che ha la casa danneggiata e dorme in tenda

cittadino arquata

 

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Anna Bredice, da Amatrice:

Una nuova scossa di magnitudo 4.3 alle 14.36 ha fatto crollare un altro pezzo di un palazzo lesionato. Tanta polvere e spavento. La terra continua a muoversi ad Amatrice, rendendo ancora più complicata l’operazione di soccorso o meglio di recupero dei corpi. E ce ne sono ancora molti che mancano all’appello: il fornaio, ancora non si trovano la madre e una sorella di una donna ferma davanti alla porta della Protezione Civile. E qui poco fa il sindaco ha cercato di spronare la popolazione. “Dobbiamo pensare a ricostruire, lo dobbiamo ai duecento che non ci sono più e che credevano in questa comunità”. Ma pensare al futuro e’ difficile. Per ora ci si abbraccia e una donna dice a un’amica: “Queste lacrime di dolore diventeranno di gioia”

Ascolta qui la testimonianza del sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi

sindaco amatrice

Ascolta qui la testimonianza di un gruppo di volontari arrivati dall’Aquila

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Ascolta qui la testimonianza di una donna che si prepara per la notte in tenda

donna si prepera per la notte

Ascolta qui la testimonianza di un ragazzo di Amatrice

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Le scuole di Amatrice
Le scuole di Amatrice

 

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Chiara Ronzani questa mattina ha fatto un giro sulla strada che da Amatrice porta verso Accumoli. Ci ha mandato alcune foto e le voci di due donne.

Ascolta qui Chiara, che aveva già vissuto il terremoto dell’Aquila sette anni fa da studentessa.

L’intervista a Chiara

Ascolta qui Monica, seduta fuori dal suo paese ormai fantasma

L’intervista a Monica

Le frazioni terremotate
Le frazioni terremotate

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    Chiara Ronzani
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Salvini e la bambola gonfiabile

di Chiara Ronzani

“C’è una sosia della Boldrini qua sul palco”, ha detto Matteo Salvini indicando una bambola gonfiabile, che era “esibita” dai leghisti durante un comizio a Soncino, in provincia di Cremona, domenica sera.

Un’affermazione accolta da risate e urla di approvazione dalla platea di sostenitori del Carroccio. In prima fila a ridere e applaudire c’erano molte donne. E pochi istanti prima Salvini era osannato da un coro da stadio.

La bambola gonfiabile è l’essenza dell’oggettivazione della donna. E’ come dire che si può fare a meno della “persona – donna” perché è sufficiente “il buco”, la parte per il tutto. L’oggetto sessuale privato di ogni “complicazione” umana.

Poco dopo le polemiche e la difesa della Presidente della Camera da parte di alcuni politici, Salvini ha fiutato l’aria che tirava sui social e ha rincarato la dose: ha lanciato su Facebook l’hashtag #sgonfialaboldrini abbinandolo con “Ipocrita, buonista, razzista con gli italiani”. E la richiesta di dimissioni. La miglior difesa è l’attacco.

Rappresentandola come una bambola gonfiabile, Salvini dice ai suoi sostenitori che è possibile – anzi – giusto, scagliarsi contro di lei. Tanto è un oggetto. Un oggetto su cui liberare i propri istinti bestiali.

Boldrini è il bersaglio perfetto per il sessismo della Lega, perché più di ogni altra figura pubblica e istituzionale si è battuta per il rispetto delle donne in politica, sul lavoro e contro la violenza di genere. Per il rispetto dei più deboli, anche se sono stranieri. Non è la prima volta che i politici del Carroccio l’attaccano.

“Le donne non sono bambole e la lotta politica si fa con gli argomenti, per chi ne ha, non con le offese. Lascio a voi ogni commento” – ha scritto la presidente della Camera sul suo profilo Facebook.

La Lega più di altre forze politiche ha coltivato il sessismo. A partire dal “celodurismo” di Bossi, poi con la difesa delle “nostre donne”, fino ad arrivare, più recentemente, a lanciarsi in iniziative contro i corsi che servono a combattere la violenza di genere. La politica dei numeri verdi “anti gender”, dell’opposizione strenua ai corsi che promuovono il rispetto tra bambini e bambine, è l’altra faccia degli insulti a base di bambole gonfiabili. Chissà che qualcuno non chiami il centralino lombardo per denunciare le parole di Salvini.

 

 

di Alessandro Braga

La battuta di Matteo Salvini è becera, sessista e schifosa. La reazione dei presenti, e delle (purtroppo tante) presenti, (una grassa risata di divertimento e condivisione di quanto appena sentito) di più. E non è una novità.

È l’ennesima conferma della simbiosi totale tra un leader politico, volgare e osceno nella sua comunicazione, e il suo popolo. Una modalità comunicativa che l’attuale segretario federale del Carroccio ripesca dalla profonda tradizione padana, dal “celodurismo” bossiano in avanti, mischiandolo con i toni classici della curva calcistica (il “Capitano”, come viene definito Salvini dai suoi fan, era già stato immortalato a una festa leghista a Pontida, anni fa, mentre cantava “Napoli merda Napoli colera sei la vergogna dell’Italia intera” e “Vesuvio dai lavali con la lava”). Una violenza verbale che Salvini riporta quotidianamente nelle sue comparsate in televisione, nelle sue uscite sul territorio, sui social network.

Oggi è il sessismo contro Laura Boldrini e la bambola gonfiabile, ieri era il razzismo contro gli immigrati, sporchi e negri. Domani sarà l’omofobia contro froci e culattoni, o la violenza nei confronti delle zecche rosse. È il linguaggio da bar, assurto a linguaggio politico pseudoistituzionale, per farsi propaganda e guadagnarsi la pancia, e i favori, dell’elettorato medio, che si immedesima nel suo leader, che lo considera “uno di noi”, che però “ce l’ha fatta”. E che invece è riuscito “solo”, tra molte virgolette, ad innalzare il livello di intolleranza comune fino a cime mai toccate prima. E che sarebbe ora di contrastare, in maniera efficace, il più presto possibile. Prima che sia troppo tardi.

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    Chiara Ronzani
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Buon compleanno WWF

E’ soddisfatto Fulco Pratesi. L’associazione per la difesa della natura che ha fondato e di cui è ora presidente onorario compie 50 anni.

“Siamo sopravvissuti mezzo secolo in tempi non proprio tranquilli”, ricorda.

Il World Wildlife Fund, nel nostro paese WWF Italia, nasce dalla “conversione” di un cacciatore. Racconta Pratesi: “Un giorno, mentre mi trovavo a caccia di orsi nei boschi della Turchia, ho assistito ad una scena che mi ha cambiato la vita: un’orsa con i suoi tre cuccioli, a pochi metri da me. In una manciata di secondi ho capito che stavo facendo una follia. Sono tornato in Italia, ho venduto i fucili e, con un gruppo di amici appassionati di natura, ho fondato il WWF. In me era nato un sogno: proteggere gli animali, gli ambienti, fare qualcosa per costruire un mondo di armonia tra uomo e natura”.

Oggi il WWF festeggia aprendo ai cittadini gratuitamente le sue 100 oasi. Visite guidate la prima domenica del mese, fino ad ottobre, nei 35mila ettari sparsi in tutta Italia.

L’impegno dell’associazione è stato rivolto alla salvaguardia degli animali, ma non solo.

“Le battaglie vinte sono tante: abbiamo salvato animali come il lupo, che era ridotto nel 1963 a soli 100 esemplari, abbiamo salvato il cervo sardo” – ricorda Pratesi “Abbiamo fatto per primi una battaglia contro il nucleare, nel 1973.

Ci sono anche battaglie perse: “il referendum contro la caccia e quello che doveva impedire ai cacciatori di entrare nei terreni altrui”.

E per il futuro?

“Il futuro è difficile: stiamo cercando di batterci per quanto possibile contro l’aumento della temperatura da un lato, e della popolazione dall’altro: il pianeta ha delle risorse limitate e già superate dall’impronta selvaggia della razza umana. Sarà una battaglia molto dura”.

Ascolta l’intervista a Fulco Pratesi

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    Chiara Ronzani
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Il viaggio della speranza per camminare sulle acque

Anche oggi un vero e proprio assalto alle passerelle galleggianti di Christo sul Lago d’Iseo. Già a metà mattina circa tremila persone sono state fermate alla stazione di Brescia perché l’afflusso di visitatori era troppo alto. Di sicuro si sa già che l’opera resterà chiusa nella notte tra giovedì e venerdì per lavori di manutenzione. Ma probabilmente si deciderà di chiudere sempre di notte. Lo ha detto il prefetto di Brescia: la passerella – calpestata da centinaia di migliaia di piedi – si è rovinata molto più del previsto, il telo dorato va rattoppato e sostituito e Montisola non riesce a far fronte alla pulizia e allo svuotamento dei cassonetti.

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Chiara Ronzani ha affrontato da turista il viaggio fino a Floating Piers. Ecco il suo racconto:

Chi pensava che partire relativamente presto sarebbe servito a evitare le code si sbagliava. Del resto, quando in un solo giorno si muovono decine di migliaia di persone, la partenza intelligente non esiste.

E così, alle 8.30 del mattino, alla stazione di Brescia c’era già un muro umano in coda, da rendere impossibile la vista del piazzale Ovest. Tempo stimato per salire sul treno: quattro ore. Alternative: poche. Un bus di Brescia Mobilità che parte ogni ora, però dal centro, oppure i taxi, 50 euro per raggiungere la passerella in mezz’ora.

I treni sono nuovi e le corse sono state potenziate, ma la linea non è elettrificata ed è a binario unico. Anche ad utilizzarla al massimo dell’efficienza, non è in grado di sopportare numeri così alti.

Chi va in auto non può entrare a Sulzano. Ci sono vari parcheggi, alcuni molto lontani, e l’attesa della navetta può durare fino a un’ora.

La passerella è molto larga, le persone, per quanto fitte, riescono a scorrere.

Consigli: il tessuto è riflettente, quindi crema solare, occhiali da sole, un copricapo o ombrello e tanta acqua da bere. E una buona dose di pazienza, perché la coda c’è anche al ritorno.

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    Chiara Ronzani
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Msf rifiuta i fondi dei Paesi membri dell’Ue

Medici senza frontiere ha annunciato che non prenderà più fondi da parte dell’Unione Europea e dei suoi stati membri, in opposizione alle politiche sul tema delle migrazioni. Politiche “dannose, che si concentrano sul tentativo di allontanare le persone e le loro sofferenze dalle frontiere europee” , ha comunicato l’organizzazione umanitaria.

“Tutti i giorni testimoniamo gli effetti dannosi e gravissimi dell’accordo tra Unione Europea e Turchia – spiega il direttore generale di Medici senza Frontiere in Italia Gabriele Eminente-. Contestiamo questo accordo per tre ragioni fondamentali: è un attacco fortissimo al diritto di asilo, è un’intesa che piega gli aiuti umanitari ai fini di controllo alle frontiere, ovvero prevede che degli aiuti arrivino a condizione della chiusura delle frontiere, e infine costituisce un pericoloso precedente, che potrà magari essere applicato domani ad altri Paesi, come per esempio quelli del nord Africa” (come prevede il Migration Compact proposto dal governo italiano, ndr).

Medici senza Frontiere non è nuova ad azioni di protesta contro le politiche di singoli Paesi o dell’intera Unione. Nel 2015 aveva smesso di operare nel centro di Pozzallo, perché il governo italiano l’aveva trasformato in un centro di detenzione, trascurando se non ignorando il bisogno di cura e supporto umanitario dei migranti. A fine marzo stessa scelta per il centro di Lesbo, in Grecia, trasformato in hotspot e focalizzato esclusivamente sulla sicurezza.

“Negli altri luoghi in cui continuiamo a lavorare in Grecia, che sono molti – continua Gabriele Eminente – “vediamo un peggiorare della situazione, ad esempio dal punto di vista della salute mentale e dell’accoglienza dei migranti. Il paese è già duramente provato dalla crisi e ha visto un gran numero di persone transitare sul territorio. In Grecia c’è un effetto diretto tra l’accordo Europa – Turchia e il peggioramento della salute delle persone”.

In Italia Medici senza frontiere non riceve fondi istituzionali e tutti quelli raccolti provengono da donazioni private, mentre a livello internazionale il 92% dei fondi raccolti provengono da donazioni private.

Ascolta l’intervista a Gabriele Eminente

Gabriele Eminente, Msf

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“Ho paura ma non mollo”

“Sì, adesso ho paura. Ma non mollerò la battaglia per un solo istante”. Angelo Cambiano, sindaco di Licata (Agrigento), ha 35 anni e tra pochi mesi diventerà padre. La notte tra il 9 e il 10 maggio qualcuno si è introdotto nella casa di famiglia in campagna, forzando una finestra, e ha appiccato il fuoco. Ora vive sotto scorta, dopo che il ministro dell’Interno Angelino Alfano, poco dopo l’intimidazione, si è recato in Sicilia per fargli sentire la vicinanza delle istituzioni. “Mi fa piacere ricevere messaggi di affetto dai cittadini, mi fa piacere questo gioco di squadra con le istituzioni – spiega Cambiano ai nostri microfoni -. Non mi fa piacere, invece, ricevere messaggi da ‘pseudo politici’ locali che in questi anni mi hanno isolato e che non hanno fatto quadrato intorno all’amministrazione”.

Angelo Cambiano è sindaco della cittadina siciliana da meno di un anno, e da allora ha scontentato una parte dei suoi concittadini e dei colleghi di giunta. Perché applica la legge e si ostina a far eseguire l’ordine di demolizione emesso dalla procura di Agrigento: le case abusive costruite nella frazione balneare di Torre di Gaffe devono essere buttate giù, hanno stabilito condanne arrivate fino in Cassazione. Proprio in concomitanza con l’inizio delle demolizioni è arrivato l’incendio della sua casa. “Una strana coincidenza”, la definisce il sindaco. La mano che ha commesso quell’atto intimidatorio ancora non ha nome. Non si può ancora nemmeno escludere che ci sia dietro la mafia. Ma non è detto che sia l’organizzazione criminale ad avere intimorito il sindaco. “Noi continuiamo a dare questo segnale forte – racconta a Radio Popolare -. La legge si fa rispettare con la legge. Certo, deve essere la stessa dalla Val d’Aosta alla Sicilia”.

Gli abusivi, vistisi senza scampo, hanno iniziato a protestare più attivamente e hanno occupato la sede del Comune per giorni. Due settimane fa all’avvio dei lavori gli abitanti avevano fatto un muro umano, mettendo in prima fila dei bambini, per impedire il passaggio delle ruspe. Poche ore più tardi la ditta appaltatrice aveva presentato una denuncia per minacce. Qualcuno li aveva “invitati” ad andarsene al più presto da Licata. Una serie di intimidazioni culminate nell’incendio della casa di famiglia del sindaco, che ora denuncia: “la politica mi ha abbandonato. Nessuno è stato al mio fianco”. Persino alcuni suoi colleghi della giunta e membri del Consiglio comunale l’hanno lasciato solo, schierandosi dalla parte degli abusivi.

Ascolta l’intervista al sindaco di Licata Angelo Cambiano di Lorenza Ghidini e Gianmarco Bachi

Angelo Cambiano

Le case da abbattere sono state costruite contravvenendo al divieto di inedificabilità totale, entro i 150 metri dalla battigia. Secondo la legge sono diventate di proprietà del Comune. Ma gli ex proprietari non si arrendono.

“La cosa grave è che c’è ancora oggi una politica che continua a pensare di alimentare le speranze di condono o di salvezza delle case degli abusivi” denuncia Laura Biffi, responsabile abusivismo edilizio di Legambiente. Tra pochi giorni, il 16 maggio, arriverà alla Camera “uno scellerato disegno di legge che vorrebbe imporre lo stop alle procure che in Italia si occupano di demolizioni edilizie, e c’è anche il tentativo di emendare un disegno di legge che introduce, con molti anni di ritardo, il testo unico sull’edilizia in Sicilia, per salvare le case costruite entro i 150 metri dalla costa. Un emendamento firmato da Girolamo Fazio, ex sindaco di Trapani, di Forza Italia a cui chiediamo oggi il ritiro”, aggiunge Laura Biffi.

I tentativi di far passare sanatorie mascherate e condoni, o di fermare gli abbattimenti sono continui. “Soltanto nel periodo tra il 2010 e il 2014 ne abbiamo contati 22 in Parlamento”, enumera Biffi, che fa parte dell’Osservatorio ambiente e legalità dell’associazione ambientalista. “Sono stati rispediti al mittente, ma se nessuno li monitora, rischiano di diventare legge”.

La procura di Agrigento aggiungerà un’accusa di incendio e minacce al fascicolo per intimidazioni già aperto nelle settimane scorse.

 

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    Chiara Ronzani
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“Realizzeremo noi il tuo sogno”

Casaleggio se n’è andato, ma il Movimento 5 Stelle non finirà. Ne sono convinti gli attivisti che a centinaia sono arrivati a Milano per dare l’ultimo saluto al cofondatore, considerato con un padre geniale e visionario.

“Realizzeremo noi il tuo sogno”, era scritto sull’unico sobrio striscione ammesso dal servizio d’ordine. Controlli all’entrata e l’ingresso nella Basilica di Santa Maria delle Grazie riservato a eletti (i portavoce), amici e parenti.

Tra le persone fuori in attesa, soprattutto iscritti ed attivisti, oltre a qualche curioso. Tutti convinti che Casaleggio, cosciente della sua malattia, abbia preparato con cura la sua successione. Con l’affidamento della parte tecnica del blog al figlio Davide, e l’ultimo regalo, lanciato nel giorno della morte, la piattaforma online Rousseau, che servirà ad accrescere la partecipazione, votando per leggi, candidati, e offrendo strumenti per dirimere i nodi interni. Il passo di lato di Grillo non fa paura.

Tra gli attivisti, molti sono convinti che siano Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista a dover prendere le redini del Movimento. Lo hanno dimostrato all’uscita del feretro.

Sull’applauso è partito un lungo coro, “onestà, onestà”. Poi gli auspici: “Vinciamo lo stesso”, “Andiamo avanti”, “Grazie Gianroberto”.

SONORO onesta

Mentre Beppe Grillo si è defilato, applaudito ma non osannato, a raccogliere il testimone sono sembrati proprio Di Maio e Di Battista. Hanno fatto un giro per la piazza, salutando le persone raccolte dietro le transenne ad incitarli, a chiamarli per nome. Poi sono andati a brindare insieme agli eletti e candidati, in un vicino bar. “Chi conosce Gianroberto sa che oggi ci avrebbe detto di spingere sul reddito di cittadinanza che è l’unica salvezza per questo Paese”, ha dichiarato Di Battista. Poi basta. La diffidenza nei confronti dei giornalisti resta la stessa di quando Casaleggio era in vita.

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“Il Movimento 5 Stelle può farcela da solo”

“Come me era considerato un pazzo, per questo c’è stato subito un equilibro di intenti”. Dario Fo ricorda l’amico Gianroberto Casaleggio e si dice sconvolto per la sua scomparsa. Era descritto ingiustamente come “borioso, io lo trovavo invece fin troppo umile, in rapporto al suo valore e al suo peso nel Movimento 5 Stelle”.

Simpatizzante per il movimento, il premio Nobel non vuole dare consigli per il futuro: l’eredità della parte organizzativa potrebbe raccoglierla il figlio Davide, “Non lo conosco”, ammette Fo, “ma trovo ovvio e naturale che gli abbia delegato delle cose, come io ho fatto con mio figlio”.

Il Movimento può farcela da solo, come lo decideranno i giovani, in cui Dario Fo ha detto di avere grande fiducia.

Il momento è delicato, la sfida con il Pd alle porte, e i sondaggi che danno il 5 Stelle come in lotta per essere il primo partito. Tra Casaleggio e Renzi “non c’è nemmeno da fare paragoni”, risponde il premio Nobel a una domanda dei giornalisti, convocati a casa sua. “Sul piano morale, civile, intellettuale e di cultura siamo agli antipodi”, ha detto attaccando il comportamento del presidente del Consiglio, definito “politicamente prepotente”.

Tuttavia il prossimo banco di prova delle amministrative sarà una sfida molto difficile. “A Milano sarà un disastro”, prevede Fo. “Non ci siamo, perché sono stati commessi degli errori, e poi perché la città ha un tessuto e una forma difficile da gestire. Esistono degli interessi organizzati”. Poi l’attacco a Giuseppe Sala, senza nominarlo: “La cosiddetta sinistra presenta un candidato che ancora oggi non ha dato il resoconto del suo agire”, i conti di Expo.

Giovedì Dario Fo terrà una breve orazione al funerale dell’amico. Con Beppe Grillo c’è stata un’affettuosa telefonata. Condivisione del dolore e la rassicurazione che tutto è stato preparato per il dopo Casaleggio.

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A Roma un centro per le vittime di tortura

Tra i migranti che arrivano in Italia e cercano di raggiungere il nord Europa, un numero elevatissimo ha subito torture. Oltre l’80% delle persone visitate dalle équipe di Medici Senza Frontiere allo sbarco o nei centri di prima accoglienza ha dichiarato di aver subito abusi e violenze durante il viaggio verso l’Europa e la permanenza in Libia. Per questo l’associazione umanitaria ha inaugurato a Roma un Centro di riabilitazione specializzato per sopravvissuti a tortura e a trattamenti inumani e degradanti. Offrirà assistenza medica, psicologica e socio-legale a migranti, rifugiati, richiedenti asilo e a chi abbia subito questo tipo di violenza, senza alcuna distinzione di nazionalità e status legale. Un progetto che nasce dalla collaborazione con l’associazione Medici Contro la Tortura e ASGI, l’associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione.

I pazienti “provengono da realtà dove i trattamenti degradanti e crudeli sono la norma, alcuni paesi africani ed asiatici o sono migranti che durante il tragitto si imbattono in gruppi che li tormentano e li sfruttano, e aggrediscono l’individualità” – racconta il responsabile del progetto Gianfranco De Maio.

“La maggior parte dei migranti attraversa la Libia, uno dei paesi senza legge dove le persone sono vittime e in balia di gruppi armati che cercano di estorcere del denaro, rapiscono i migranti e chiedono il riscatto alle famiglie. Il pagamento richiede molti mesi in cui le persone sono torturate”.

Il centro è pensato, già nella sua struttura, per creare un luogo in cui stabilire confidenza reciproca, per offrire uno spazio in cui queste persone possano gestire la rabbia, la paura, il sospetto e la rassegnazione, dirette conseguenze di questo tipo di esperienze.

“Sono dei sopravvissuti che hanno superato un dramma, persone che non sono morte e non sono rimaste lì. Da questo dato positivo dobbiamo partire, per sviluppare la resilienza” – continua De Maio.

“I sintomi sono essenzialmente quelli post traumatici: disturbi del sonno, della memoria, oltre a segni fisici, che sono conseguenza dei maltrattamenti e richiedono una presa in carico, a volte anche della chirurgia”. Ma non tutti rispondono nello stesso modo e hanno gli stessi tempi di ripresa.

“Per esempio gli oppositori politici, avendo una missione da compiere, cioè fare un’opposizione dall’estero, se in condizioni fisiche accettabili, riescono in tempi brevi a dedicarsi a questo scopo e a raggiungere più in fretta un equilibro” spiega il medico. “Diversa è la situazione di coloro che magari non erano partiti per venire in Europa, ma sono dovuti fuggire; queste persone non hanno un progetto, ma la nostalgia del paese di origine. In questi casi è molto più difficile raggiungere una situazione di inclusione sociale per riprendere una progettualità sulla propria vita”.

Fondamentale è il contesto in cui ci si trova. “Il sistema dell’accoglienza in Italia presenta delle carenze da questo punto di vista. Penso alla mediazione culturale. Qui invece sta prevalendo un’impostazione securitaria rispetto a quella sanitaria” conclude Gianfranco De Maio.

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Giocare con le tette

Come fai a giocare con le tette?” è una delle domande che si sentono fare le giocatrici di calcio in Italia. Possiamo essere certi che a nessun calciatore è mai stato chiesto “Come fai a giocare con le palle?“.

Giocare con le tette è il titolo di un ironico e pungente volumetto promosso dalla Fondazione per lo Sport di Reggio Emilia ed edito dalla Compagnia editoriale Aliberti. Non ha un autore (o un’autrice), ma una curatrice: Milena Bertolini, presidente della Fondazione, ex calciatrice, allenatrice pluripremiata, una delle sole due donne in Italia qualificate per allenare una squadra di serie A (professionista, dunque maschile) alla guida del Brescia Calcio Femminile, attualmente in testa alla classifica di serie A e ai quarti di finale di Champions League.

“Il calcio femminile nell’ultimo anno e mezzo è venuto alla ribalta non certo per i meriti sportivi o per le gesta delle giocatrici ma per le frasi infelici di dirigenti nazionali, cioè di coloro che hanno la responsabilità di promuovere questo movimento”, ci dice Milena Bertolini. A conferma che “il calcio femminile è sempre legato all’aspetto sessuale della giocatrice. Se non si conosce la storia del calcio femminile non si può capire perché ancora siamo rimasti lì”, dove per lì, riassumendo, possiamo ricordare le parole dell’allora presidente della Lega dilettanti Felice Belloli: “Basta dare soldi a quelle quattro lesbiche”.

Le giocatrici italiane sono stigmatizzate, ridicolizzate, quando va bene ignorate. I media dedicano centinaia di pagine e di ore di trasmissione al calcio maschile, nemmeno una riga alle gare delle donne che lo praticano. Lo sport per eccellenza in Italia, che porta allo stadio centinaia di migliaia di persone ogni domenica, che fa gli ascolti più alti alla tv, attorno a cui ruotano miliardi di euro di fatturato, è uno spazio esclusivamente maschile.

Questo volumetto cerca di raccontare perché.

Giocare con le tette
Giocare con le tette

“Questa non è una storia del calcio femminile, questa è una storia al femminile del calcio… e un po’ anche del mondo”, recita la frase con cui si apre il libro.

Una storia narrata con sagacia e condita da episodi poco conosciuti.

Un racconto che parte da lontano. Il fascismo osteggiò il calcio femminile– prima ignorandolo – poi condannandolo, infine vietandolo. A Milano nel 1933 in via Stoppani 12 era nato il “Gruppo Femminile Calcistico”, primo club di calcio femminile. Nel dubbio che le donne volessero prendere un posto che non era il loro, fu chiesto un autorevole parere. A un uomo, naturalmente.

L’emerito professor Nicola Pende, medico, endocrinologo, primo rettore dell’Università Adriatica Benito Mussolini, rispose con questa sentenza: «Ringrazio per l’onore che mi fate, rivolgendovi a me per un parere sull’opportunità che la donna coltivi il gioco del calcio. Io credo che dal lato medico nessun danno può venire né alla linea estetica del corpo, né allo statico degli organi addominali femminili e sessuali in ispecie, da un gioco del calcio razionalizzato e non mirante a campionato, che richiede sforzi di esagerazione di movimenti muscolari, sempre dannosi all’organismo femminile. Giuoco del calcio dunque, sì, ma per puro diletto con moderazione! Ciò vale per tutti gli sports femminili”.

Ma a novembre del 1933 il Regime fu molto più chiaro:

«L’attività sportiva femminile in Italia è stata fino ad oggi mantenuta nei limiti della più scrupolosa decenza, non per un superficiale riguardo a norme tradizionalistiche, ma per una profonda comprensione delle finalità etiche alle quali l’educazione fisica muliebre deve tendere in una nazione quale la nostra». Gli esercizi sportivi, permessi alle donne dovevano considerarsi solo alcune… prove, “proporzionalmente e scientemente ridotte”, di atletica leggera, di fioretto per la scherma, di pattinaggio artistico, ginnastica collettiva, alcune prove di nuoto, il tennis: ciò anche al fine di evitare uno “spettacolismo sportivo” femminile, che aveva portato il CONI a vietare esibizioni pubbliche di calcio femminile, come per il passato aveva fatto per il pugilato”.

Le donne potevano essere giovani italiane, figlie della lupa, mogli e madri esemplari, angeli del focolare, madri di pionieri e di soldati, ma calciatrici no. Il calcio no, il calcio era maschio, come maschia era la camicia nera.

L’excursus storico attraversa diversi periodi tra cui la Liberazione, gli anni Settanta – quando una calciatrice siciliana fu eletta Miss Italia – mostrando la relazione di causa effetto tra passato e presente, dove sono cambiate le forme ma non la sostanza dell’ostracismo al calcio femminile: quella cultura da Bar sport che permea il calcio nel nostro Paese.

“Nel 2016 la donna nel mondo del calcio ha ancora un ruolo subordinato. È vista come velina, come fidanzata o come moglie di un calciatore. Per altre competenze il suo ruolo non è previsto”, afferma Milena Bertolini.

In ogni capitolo del libro è contenuta una domanda: che cosa non ha funzionato? E la risposta è sempre la stessa: forse proprio la democrazia. Che significa?

“La democrazia è partecipazione, è libertà, anche permettere alla donna di praticare liberamente uno sport”, continua Bertolini.

Invece “il calcio è un territorio dell’uomo, la donna non può entrare e se lo fa è come se compisse un sacrilegio di uno spazio maschile. Quindi, se entra, una donna non può essere una donna secondo i canoni tradizionali, bensì un uomo mancato, ovvero un’omosessuale. Le ragazze che vogliono praticare questo sport si trovano davanti una serie di ostacoli. Questo libro serve per riflettere su questi pregiudizi così radicati”. E può far bene a uomini e donne, oltre le tifoserie.

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Donne oltre i confini

Donne sole che scappano dalla guerra, donne con bambini anche piccoli, da curare, da allattare. Donne incinte. Donne che vogliono abortire, perché il figlio che aspettano è frutto di una violenza, avvenuta in uno dei Paesi di transito, magari in Libia, dove sono state le schiave dei trafficanti. Donne che pagano il viaggio con prestazioni sessuali, dopo essere state derubate. Donne adolescenti, fatte sposare dalla famiglia precocemente, perché affrontare la traversata verso l’Europa con un marito è considerato più sicuro. Donne sottoposte a mutilazioni genitali. Donne traumatizzate, che hanno visto la morte in faccia.

Sono loro, adesso, insieme ai bambini, la maggioranza dei profughi, il 55 per cento. Dal 2016, secondo l’Agenzia delle nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), hanno superato il numero di uomini che cercano di raggiungere l’Europa.

Foto di Marie Dorigny - Parlamento Europeo
Lesbos, Grecia.

Il Parlamento europeo voterà oggi una direttiva sulla protezione delle donne rifugiate e richiedenti asilo.

Si chiedono agli Stati membri cose molto basilari e concrete: spazi separati nei centri di accoglienza, servizi igienici adeguati, servizi medici e di supporto psicologico per chi ha subìto violenza, personale adeguatamente formato, anche femminile. Operatrici preparate sulle mutilazioni genitali femminili. Si chiede inoltre che donne e madri non vengano sottoposte a detenzione, ma possano arrivare nei Paesi di destinazione attraverso percorsi sicuri e legali.

L’8 marzo delle donne rifugiate sembra però una beffa. Cade all’indomani dell’ulteriore stretta dell’Unione europea nei confronti dei richiedenti asilo. Un piano, quello tra Ue e Turchia, definito “disumano e illegale” da Iverna McGowan di Amnesty International. “I leader europei e turco sono scesi ancora più in basso mercanteggiando di fatto sui diritti e la dignità di alcune tra le persone più vulnerabili al mondo”, ha commentato.

Le responsabilità europee sono decisive, secondo l’Unhcr. “Se le istituzioni e gli Stati membri avessero rispettato gli impegni presi a settembre e dicembre scorso – denuncia Sophie Magennis dell’Alto commissariato per i rifugiati – non ci troveremmo nella situazione” disastrosa che si è creata al confine tra Grecia e Macedonia.

Una crisi autoindotta anche secondo Aurélie Ponthieu di Medici senza frontiere: “L’Unione europea va a finanziare una risposta umanitaria a una crisi che è lei stessa a creare. Non è una crisi umanitaria, non è una catastrofe naturale, è una crisi prodotta dalla politica, ovvero dalla decisione unilaterale di alcuni Paesi di bloccare le frontiere”. E dal rifiuto di altri di rispettare le quote di redistribuzione.

La fotografa Marie Dorigny, autrice per il Parlamento europeo delle foto in questa pagina e della mostra Displaced (visitabile fino al primo giugno a Bruxelles), da trent’anni si occupa di guerre e crisi umanitarie. “La cosa che mi ha colpito di più è che ora, rispetto al passato, c’è un numero enorme di donne e bambini tra i rifugiati. È una composizione totalmente differente che necessita di attenzioni e gestione diverse”. Le immagini sono state scattate sulla rotta balcanica, che Dorigny ha percorso dalla Grecia fino alla Germania.

Foto di Marie Dorigny - Parlamento Europeo
Hotspot di Moria, Lesbos, Grecia

Qui puoi ascoltare lo speciale di Radio Popolare:

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Il prezzo delle unioni civili

Sono tanti gli elementi che fanno della legge italiana sulle unioni civili una cattiva legge.

Primo: è arrivata con grave ritardo e solo dopo che l’Italia è stata condannata (il 21 luglio 2015) dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo per discriminazione nei confronti delle coppie omosessuali. La dimostrazione che per il parlamento la legge non è mai stata una priorità. È solo una toppa per rimediare a una figuraccia a livello internazionale. Purtroppo è una toppa peggiore del buco. L’Italia, ultima a essere rimasta nell’Unione europea senza una legge, ora è il Paese con la legge più arretrata.

Secondo: è una legge che distingue, non che equipara. C’è stata un’aspra battaglia in parlamento per eliminare le possibili somiglianze tra il matrimonio (prerogativa degli eterosessuali) e le unioni civili (riserva dedicata agli omosessuali). In maniera a volte comica, come quando si è tenuto a precisare che l’obbligo della fedeltà sia esclusiva eterosessuale, si sono voluti creare due sistemi di riconoscimento diversi. In sostanza, diritti di serie A e diritti di serie B.

Terzo: si è esclusa l’adozione del figlio del partner. È la discriminazione più grave. Stralciando dalla legge il provvedimento (che già esiste dal 1983 per gli etero), si puniscono in sostanza gli omosessuali che hanno avuto figli. Si puniscono negando diritti ai bambini, cosa davvero crudele. Oltretutto affermando che lo si fa proprio per tutelare i bambini, per proteggerli. Per proteggerli da chi? Dalle loro mamme e dai loro papà, dalle persone che più amano? Un’ipocrisia che sottende l’odio verso le persone omosessuali, in maniera per nulla velata.

A livello simbolico, è come se si dicesse a gay, lesbiche e trans che non hanno diritto di procreare. Ma avere dei figli è un fondamento umano, che nessun governo può restringere senza violare i diritti umani. Infatti il parlamento, prima con l’assenza di norme e ora con questa cattiva legge, non ha potuto impedire e non impedirà in futuro che gay, lesbiche e trans abbiano figli, semplicemente renderà più difficile la vita dei bambini e dei loro genitori.

Rendere più difficile la vita degli omosessuali, distinguere la loro posizione dagli eterosessuali (in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione) salvo poi dire che “la società non è pronta”, e che per questo bisogna procedere per gradi. È stata questa la retorica che ha portato a questa cattiva legge e che non fa che perpetuare le differenze nella società, mettendole nero su bianco sotto forma di “status” diversi.

Il prezzo di questa cattiva legge è altissimo. Si paga in termini di arretramento culturale. Un arretramento direttamente legato alla violenza della propaganda politica.

A differenza di quanto dicono i politici, la società è molto più accogliente e preparata del parlamento. Lo raccontano le tante manifestazioni che hanno riempito le piazze italiane a sostegno dei diritti Lgbt, lo dice la maggiore visibilità delle persone omosessuali, lo raccontano le storie, in larga parte positive, delle famiglie omogenitoriali.

Gli omosessuali negli ultimi anni sono molto più visibili, grazie anche a cultura, cinema, musica, e coming out di personaggi conosciuti. Essere gay o lesbica non è più uno stigma, soprattutto tra i giovani. Per la politica, invece, sì. Lo dimostra la violenza che si è consumata in parlamento, nei talk show, sui social network.

Una violenza verbale e simbolica sorretta dalla creazione di concetti falsi, oscuri. Dall’ideazione di pericolosi nemici invisibili. Nemici della famiglia, della natura, della tradizione. Nemici di concetti astratti, non delle persone vere.

Così la stepchild adoption, misteriosa nozione declinata in inglese, è stata spiegata come l’apertura a un’altra “violenta e immorale” pratica, l’utero in affitto. E inutile è stato ripetere che la gestazione per altri è vietata in Italia e che il ddl Cirinnà non lo prevede.

Inutile spiegare che la gestazione per altri è legale in altri Paesi, molto più evoluti dal punto di vista dei diritti, utilizzata in gran parte da coppie eterosessuali, e normata in maniera da evitare lo sfruttamento. “L’utero in affitto” è diventato il nemico da combattere, quando non c’entrava nulla con la timida apertura di diritti cui si stava lavorando in Italia.

Come non è stato possibile spiegare il senso della stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner. Si tratta del semplice riconoscimento legale di diritti a chi è già genitore di fatto. Si potrebbe definire “l’adozione di un figlio che è già tuo”, di un bambino che è cresciuto chiamandoti mamma (o papà).

Tutta la violenza a cui abbiamo assistito, per l’approvazione di una legge mediocre e discriminatoria, rischia di riportare indietro il cammino fatto dalle persone in questi anni. Di instillare nuove paure in chi è ignorante, ovvero ignora nel senso letterale del termine, cioè non conosce persone omosessuali o famiglie omogenitoriali. Di rianimare l’omofobia che ormai era circoscritta ad alcune sacche reazionarie della società. Di rinfocolare il pregiudizio, il cui nemico principale è la condanna sociale.

Avremmo dovuto assistere a discorsi chiari, coraggiosi, di esplicito rigetto dell’omofobia da parte dei rappresentanti delle istituzioni. Avremmo dovuto ascoltare parlamentari orgogliosi di introdurre princìpi di inclusione e sviluppo, con l’ambizione di lavorare per il futuro. Invece ci hanno offerto un indecente spettacolo di arretratezza e sessismo.

I danni dell’omofobia sono reali, dolorosi. L’omofobia fa vittime vere. Vittime di pestaggi, emarginazione, mobbing, bullismo. Il prezzo che il Paese rischia di pagare per il travaglio che ha portato a questa cattiva legge è troppo alto.

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Polemiche sul voto dei cinesi

Nella prima giornata di apertura dei seggi della primarie del centrosinistra hanno votato in 7.750. Un buon risultato, secondo gli organizzatori, pari a circa il 12 per cento delle scorse consultazioni, quando però si votò solo la domenica.

Ma c’è stata una immediata polemica sulla partecipazione al voto di cittadini cinesi. Nei giorni scorsi la comunità si era espressa a favore di Giuseppe Sala, esplicitando su un sito web in cinese l’appoggio al manager dopo un incontro organizzato dalla deputata Milena Santerini, eletta con Scelta Civica. L’endorsement è stato ribadito da Francesco Wu, presidente dell’Unione imprenditori Italia – Cina.

Nella prima giornata di voto ci sono state diverse segnalazioni di modalità di voto poco consone. In via Confalonieri i rappresentanti dei comitati hanno fatto mettere a verbale che le persone arrivavano al seggio in gruppo, con moduli prestampati, cercavano di entrare al seggio in coppia, alcune non parlavano italiano. Testimoni hanno riferito di persone che hanno fotografato la propria carta d’identità con il certificato di avvenuto voto con cellulari o tablet, oppure di selfie scattati davanti ai manifesti elettorali. Al termine della giornata al seggio di zona 9 su 697 votanti 70 erano stranieri, pari al 10 per cento del totale, di questi 53 cinesi, pari al 7,6 per cento.

Abbiamo assistito alla richiesta di una ragazza cinese di farsi spiegare come poteva esprimere il suo voto, dato che non aveva mai partecipato ad alcuna elezione.

In zona 2, al circolo Luciano Lama di viale Monza, nel pomeriggio il segretario del Pd Pietro Bussolati è stato chiamato per verifiche, dopo che alcuni rappresentanti del comitato per Francesca Balzani hanno segnalato cinesi che non erano in grado di parlare con gli scrutatori e votare il proprio candidato, con moduli già compilati e che mostravano biglietti con il nome di Giuseppe Sala, oltre alla presenza fuori dal seggio di connazionali che indirizzavano gruppi di persone a votare.Un voto organizzato, secondo i rappresentanti dei comitati, in maniera poco chiara. In rete critiche come queste sono state bollate come razziste dai comitati per l’ad di Expo.

Giuseppe Sala ha raccolto il supporto legittimo della comunità cinese, stringendo abilmente un accordo con la componente straniera più coesa ed affidabile del vasto mondo di cittadini residenti con permesso di soggiorno. Una coesione testimoniata dalla presenza in via Paolo Sarpi, cuore di Chinatown, di volontari cinesi e italiani che ad un gazebo spiegavano modalità di voto e ubicazione dei seggi, con volantini scritti in cinese ed italiano. Sull’appoggio degli stranieri, Sala ha ironizzato durante la fila per votare nel proprio seggio in zona 1: “Qui in coda vedo solo due cinesi”, ha dichiarato.

La presenza di stranieri farà parlare di sé più di quella dei giovani. Secondo il comitato organizzatore, gli elettori sotto i 30 anni sono stati il 7 per cento. Una cifra non esaltante, ma che ha raccolto il plauso di presidenti e scrutatori, che tra gli iscritti annoverano percentuali ancora più basse.

Si vota anche domenica, dalle 8 alle 20.

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La nostra vita con due mamme

Raffaele 9 anni, Margherita 13 anni, Giorgio 9 anni.

Hanno un fratello più piccolo, Antonio, di 6 anni. E due mamme.

Sono i figli di genitori dello stesso sesso di cui tutti parlano, spesso senza conoscerli. La maggior parte di chi si dice contrario all’approvazione della legge sulle unioni civili argomenta che lo è “per il bene dei bambini” oppure “per proteggere i bambini”.

Abbiamo deciso di incontrarli perché fossero loro, i diretti interessati, a spiegarci come si vive in una famiglia con due mamme o due papà. E cosa ne pensino di tutta questa discussione sulle loro vite.

Quando sono arrivata a casa loro e mamma Maria Silvia mi ha presentato dicendo che ero “quella di Radio Popolare” che li voleva intervistare, Giorgio ha chiesto: “Ma ancora sulle famiglie lesbiche?”.

Perché ancora? Che domande vi fanno di solito?
“Chiedono: se ci prendono in giro a scuola, com’è avere due mamme – che è una domanda abbastanza insulsa”, sottolinea Margherita. “Poi cosa pensiamo della legge – e anche questa è una domanda abbastanza insulsa. Perché è ovvio! Cosa dovremmo pensare? Nooo, non ci piace essere figli delle nostre mamme…”, conclude con ironia.

Ecco, due delle domande che volevo fare loro sono insulse. Hanno platealmente ragione.

“Le nostre mamme rompono le scatole come le mamme normali e i papà”, chiarisce Raffaele.

“Mi prendono più in giro perché mi chiamo come una pizza che perché ho le madri gay. Oppure perché ho i capelli rossi”, spiega Margherita.

Se doveste mandare un messaggio ai politici che non vogliono la legge sulle unioni civili?

Per Margherita “loro non hanno le mamme lesbiche, non lo possono sapere. Noi abbiamo le mamme lesbiche e gli diciamo che vogliamo la legge, quindi ce la devono fare”.

“Sì, è vero tutti i politici non sono gay, i politici sono etero”, risponde Giorgio.

“È come se la mia prof mi dicesse che il venerdì non posso mangiare il sushi perché non le piace. Ma lo devo mangiare io, non la prof, a lei non cambia niente”, conclude Margherita.

I bambini sono sorprendenti. Quanto tempo abbiamo sprecato a fare polemica sul “gender”? La loro azzeccatissima definizione di quel misterioso concetto: “A tutte le femmine devono piacere le bambole, sennò fanno una figura di cavolo, e ai maschi devono piacere i giochi di guerra, sennò fanno una figura di cavolo”.
Ecco cos’è il gender.
Definitiva.

Torniamo seri. Se non si fa la legge a voi cosa cambia di preciso?

Margherita: “Se noi siamo figli di Mary e Mary muore, dobbiamo andare in orfanotrofio perché, secondo non so chi, non siamo figli di Francy. Io non voglio andare in orfanotrofio. E poi a me piace di più il cognome Fiengo Pardi che Fiengo e basta”.

Un messaggio chiaro per tutti coloro che si dicono contrari alle famiglie omogenitoriali “per tutelare e difendere i bambini”.
Forse sarebbe il caso che li ascoltassero.

Ascolta qui la conversazione con Margherita, Giorgio e Raffaele

Ascolta Margherita Giorgio e Raffaele

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    Chiara Ronzani
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