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Approfondimenti

Max Richter e il suono di Virginia Woolf

Letteratura, danza e musica in un connubio che ha nell’immediatezza del linguaggio e nell’estrema facilità di comunicazione il suo grande punto di forza. Sono probabilmente queste le due chiavi d’accesso al progetto Woolf Works, balletto di Wayne McGregor su musiche di Max Richter, ispirato agli scritti di Virginia Woolf che fa il suo debutto al Teatro alla Scala, chiamando a raccolta il corpo di ballo del Piermarini e Alessandra Ferri come danzatrice protagonista.

Reduce dal grande successo della prima assoluta di questo balletto alla Royal Opera House di Londra nel 2017 incontriamo Richter per una chiacchierata che parte dalla sua infanzia musicale per arrivare alla prima scaligera, passando attraverso i tanti ascolti di “altre musiche” e le numerose frequentazioni letterarie.

Max Richter nasce nel 1966 ad Hameln in Bassa Sassonia e dalla Germania la famiglia si trasferisce nel Regno Unito quando Max è ancora bambino. Studia composizione e pianoforte all’Università di Edimburgo e conclude gli studi superiori alla Royal Academy of Music di Londra. A Firenze studia con Luciano Berio, per poi diventare co-fondatore di Piano Circus, un ensemble di sei pianoforti dedito ad autori come Arvo Pärt, Steve Reich, Terry Riley, Brian Eno, Heiner Goebbels, Michael Nyman. Nel 2012 Richter pubblica con Deutsche Grammophon il controverso “Recomposed Vivaldi: The Four Seasons”. Compone anche diverse colonne sonore, fra cui la pluripremiata soundtrack di “Valzer con Bashir”, “Miss Sloane” e la serie TV “L’amica geniale”). Con “Sleep” (2015) ricrea un ambiente acustico non dissimile da quello che esperisce un feto all’interno dell’utero: un punto di vista interessante per cogliere l’essenza più intima del compositore britannico

La nostra intervista in esclusiva a ROTOCLASSICA in onda giovedì 4 aprile, ore 22,45. Sarà riascoltabile qui in podcast

  • Autore articolo
    Claudio Ricordi
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Max Richter e il suono di Virginia Woolf

Letteratura, danza e musica in un connubio che ha nell’immediatezza del linguaggio e nell’estrema facilità di comunicazione il suo grande punto di forza. Sono probabilmente queste le due chiavi d’accesso al progetto Woolf Works, balletto di Wayne McGregor su musiche di Max Richter, ispirato agli scritti di Virginia Woolf che fa il suo debutto al Teatro alla Scala, chiamando a raccolta il corpo di ballo del Piermarini e Alessandra Ferri come danzatrice protagonista.

Reduce dal grande successo della prima assoluta di questo balletto alla Royal Opera House di Londra nel 2017 incontriamo Richter per una chiacchierata che parte dalla sua infanzia musicale per arrivare alla prima scaligera, passando attraverso i tanti ascolti di “altre musiche” e le numerose frequentazioni letterarie.

Max Richter nasce nel 1966 ad Hameln in Bassa Sassonia e dalla Germania la famiglia si trasferisce nel Regno Unito quando Max è ancora bambino. Studia composizione e pianoforte all’Università di Edimburgo e conclude gli studi superiori alla Royal Academy of Music di Londra. A Firenze studia con Luciano Berio, per poi diventare co-fondatore di Piano Circus, un ensemble di sei pianoforti dedito ad autori come Arvo Pärt, Steve Reich, Terry Riley, Brian Eno, Heiner Goebbels, Michael Nyman. Nel 2012 Richter pubblica con Deutsche Grammophon il controverso “Recomposed Vivaldi: The Four Seasons”. Compone anche diverse colonne sonore, fra cui la pluripremiata soundtrack di “Valzer con Bashir”, “Miss Sloane” e la serie TV “L’amica geniale”). Con “Sleep” (2015) ricrea un ambiente acustico non dissimile da quello che esperisce un feto all’interno dell’utero: un punto di vista interessante per cogliere l’essenza più intima del compositore britannico

La nostra intervista in esclusiva a ROTOCLASSICA in onda giovedì 4 aprile, ore 22,45. Sarà riascoltabile qui in podcast

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    Claudio Ricordi
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Stratoclassica in concerto

Due serate, a cura di Claudio Ricordi e Michele Coralli della redazione di Rotoclassica, dedicate al NOVECENTO ITALIANO nell’Auditorium “Demetrio Stratos” di Radio Popolare, in via Ollearo 5, a Milano.

Radio Popolare offre a tutti gli appassionati di musica classica un intenso percorso nel Novecento storico italiano riletto da interpreti di fama internazionale come Bruno Canino, Alessandro Marangoni e da un gruppo di giovani talenti, alcuni dei quali già affermati, come Jacopo Taddei, Alberto Chines, Emanuele Scaramuzza, Laura Faoro, Maria Calvo, Firmina Adorno, Emanuele Delucchi.

Nella doppia serie di incontri, la nostra proposta per un viaggio attraverso nomi e musiche che hanno reso grande il secolo appena trascorso. Da un precursore delle avanguardie come Ferruccio Busoni al “futurista” Alfredo Casella, dal neo-classicismo di Mario Castelnuovo-Tedesco e Giorgio Federico Ghedini ai “dodecafonici” Goffredo Petrassi e Luigi Dallapiccola, dall’avanguardia del Dopo-Guerra di Luciano Berio all’eclettismo di Niccolò Castiglioni e alla post-avanguardia di Salvatore Sciarrino e Luca Francesconi.

I due concerti si svolgeranno dalle ore 21 alle 22.30 e saranno trasmessi in diretta sulle frequenze di Radio Popolare  e in streaming sul sito.

In omaggio al compositore recentemente scomparso, Daniele Lombardi, il 24 novembre, farà seguito al concerto, la proiezione del mediometraggio “Movimento per 21 pianoforti” di Carlo Prevosti (Insolito Cinema) per tutti coloro che vorranno fermarsi in Auditorium.

L’ingresso è gratuito per entrambe le serate, ma l’abbonamento alla radio è fortemente raccomandato.

24 novembre 2018

Salvatore Sciarrino: Perduto in una città d’acque [9’] – 1990-91

Salvatore Sciarrino: Anamorfosi [2’] – 1980

Alberto Chines (pf)

Luciano Berio: 6 Encores pour piano [12’’] – 1965-90

Brin [1’45’’]

Leaf [1’20’’]

Wasserklavier [1’45’’]

Erdenklavier [2’]

Luftklavier [3’]

Feuerklavier [2’30’’]

Emanuele Scaramuzza (pf)

——

Bruno Bettinelli: Divertimento per flauto, violoncello e pianoforte [10’] – 1964

Giorgio Federico Ghedini: Musiche per tre strumenti [9’] – 1963

Laura Faoro, fl. + Maria Calvo (vlc), Firmina Adorno (pf)

——

Ferruccio Busoni: Elegia IV Turandots Frauengemach, Intermezzo [4’] – 1907 – Ferruccio Busoni: Sonatina IV – In diem nativitatis Christi [7’] – 1917

Emanuele Delucchi (pf)

Niccolò Castiglioni: Dulce refrigerium, sechs geistliche Lieder für Klavier [6’] – 1984

Emanuele Delucchi (pf)

– Alfredo Casella: Pupazzetti, op.27 per pianoforte a quattro mani [8’] – 1915

Alberto Chines + Emanuele Delucchi (pf)

——

Omaggio a Daniele Lombardi, proiezione di “Movimento per 21 pianoforti” di Carlo Prevosti (Insolito Cinema) [40’]

 

 

***************

Il programma del primo concerto

27 ottobre 2018

Luciano Berio: Sequenza IXb per sassofono [10’] – 1980

– Giacinto Scelsi: Tre pezzi per sassofono [6’] – 1956

Jacopo Taddei (sax)

——

Mario Castelnuovo-Tedesco: da “Evangélion”: Annunciazione, I Re magi, Golgota [10’] – 1947

Ferruccio Busoni: Elegia n. 2 “All’Italia” [6’] – 1907

Alessandro Marangoni (pf)

Bruno Bettinelli: Sonatina da concerto [7’] – 1983

Alessandro Marangoni (pf) + Anna Vizziello (fl)

Victor de Sabata: Tre pezzi per pianoforte: Câline, Habanera, Do you want me? (quasi un cake-walk) [6’] – 1918

Alessandro Marangoni, pf.

——

musiche di Luigi Dallapiccola, Alfredo Casella, Goffredo Petrassi

Bruno Canino, pf.

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    Claudio Ricordi
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Douce France: concerto happening per Rotoclassica

ROTOCLASSICA conclude la stagione 2017/18 con DOUCE FRANCE, concerto/happening dedicato alla musica francese: da Claude Debussy a Jacques Brel, da Gabriel Fauré a Edith Piaf, giovedì 28 giugno dalle 21.00 alle 24.00.                 

In diretta dall’AUDITORIUM DEMETRIO STRATOS di RADIO POPOLARE

In occasione dell’ultima puntata di Rotoclassica abbiamo pensato le cose in grande. Per inaugurare il pianoforte a coda gentilmente messo a disposizione dell’Auditorium Demetrio Stratos da parte del maestro Alberto Cara per i futuri concerti organizzati dalla redazione musicale, abbiamo voluto celebrare la musica francese degli ultimi quattrocento anni, ridisegnando alcune di quelle influenze musicali che hanno viaggiato al di qua e al di là delle Alpi.

Così come nel XVIII e nel XIX secolo infatti musicisti italiani hanno portato con sé originalità e qualità musicale che ben si sono innestati nei filoni della musica transalpina, allo stesso modo, in tempi più recenti, proprio dalla Francia sono arrivate le prime risposte all’egemonia del teatro musicale wagneriano e, all’inizio del Novecento, è stata proprio Parigi ad aprire le porte alla nuova musica del XX secolo.

Ed eccolo il ventennio tra le due guerre mondiali, in mezzo alle quali alcuni poeti francesi iniziavano a scrivere parole per la musica. Fu così che alcuni musicisti impararono il mestiere e, a loro volta, insegnarono il mestiere del “cantautore” a qualche italiano che non sapeva di esserlo.

E’ da questa estrema sintesi di diversi secoli di musica tra Francia e Italia che prende corpo Douce France, evento organizzato da Rotoclassica/Radio Popolare in collaborazione con la Civica Scuola di Musica Claudio Abbado e con l’Institut Francais di Milano. Un’offerta musicale che parte proprio dall’ascolto del più noto dei brani musicali francesi: la celeberrima Marsigliese, presentata in ben cinque versioni diverse.

Sarà un buon ascolto, vi aspettiamo!

A cent’anni dalla scomparsa di Claude Debussy (1862–1918): Tutti per Claude, Claude per tutti!

  • musiche per pianoforte con Davide Cabassi, Luigi Palombi, Federico Ceriani, Gaetano Di Blasi
  • letture da “Il signor Croche antidilettante” e da “I bemolli sono blu” di Claude Debussy
  • “I peccati di vecchiaia di Monsieur Rossini” con Alessandro Marangoni al pianoforte
  • “Debussy l’esoterista”: incontro con Alessandro Nardin autore del libro edito da Jouvence.

La Marsigliese di Ferdinando Carulli con Leopoldo Saracino, chitarra e  le “altre marsigliesi”  di Rouget de Lisle e Giovan Battista Viotti, Igor Stravinsky ed Edith Piaf.

40 anni dalla scomparsa di Jacques Brel

  • musiche di Brel, Brassens, Piaf con Jérémie Lohier, fisarmonica e Antò Secondi, canto
  • Interventi registrati di Paolo Conte e Gino Paoli sulla musica francese e Brel

Musicisti francesi del XVI secolo

  • ArcoVerso Ensemble, allievi della sezione di musica antica della Scuola Musicale di Milano
  • la Sonata per violoncello e pianoforte, da Images per pf. e quattro liriche per voce e pianoforte con gli allievi della Civica Scuola di Musica Claudio Abbado di Milano
  • Voci dal palcoscenico musiche di Gabriel Fauré, Jacques Offenbach, Maurice Yvain, Claude Debussy, Maurice Ravel   Julien Clément, baritono, Alessandro Marangoni, pianoforte.

Ingresso libero senza prenotazione.

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    Claudio Ricordi
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Per ricordare un… Ricordi

Pronipote di Giovanni, il fondatore di Casa Ricordi nel 1808, e figlio di Tito, l’editore musicale Giulio Ricordi fu uomo arguto e artista egli stesso, scrittore, giornalista, acquarellista e autore di variegate pagine musicali ben apprezzate anche da Giuseppe Verdi. Inflessibile sostenitore di un giovane Puccini, il sciur Giulio fu figura preminente e quasi rinascimentale “con la sua quieta e salda e garbata autorità… e la sua volontà svelta e acuminata come il taglio della sua ironia”. Queste sono alcune delle parole pubbliche, pronunciate nel decennale della sua scomparsa (1922) per scoprire la statua dello scultore Secchi in via Berchet, e che sarà deposta il 25 novembre in quella porzione di piazza della Scala chiamata Largo Ghiringhelli, luogo pubblico e confacente nonché sotto le finestre dello studio del Giulio e davanti alle vetrine del grande negozio Ricordi del 1844, oggi rispettivamente Museo del Teatro e ristorante “il Marchesino”.

Ma c’è un Giulio che ho immaginato più volte in tutti questi anni, “un ometto piccolo, magrissimo, molto elegante, col pince-nez, spiritosissimo, che parlava quasi sempre milanese improvvisando poesie argute, talora scurrili”, diceva Franca Origoni. Ma sempre raffinato anfitrione nelle serate musicali del venerdì (quando la Scala era chiusa) in via Bigli al 19, nel salotto di passaggio tra la “salle à manger” e il salone: lo chiamavano l’omnibus perché lungo e stretto, con due pianoforti a coda, e il dopo cena vedeva Giulio e la figlia Ginetta su di una tastiera e sull’altra la moglie Giuditta e il figlio Tito. Ma spesso anche gli ospiti, illustri o meno che fossero, prendevano posto ai pianoforti. Completavano l’arredamento due divani di velluto rosso (si diceva fornito dal tappezziere della Scala) e delle tende alle finestre che venivano dalla lontana India, e che generarono un divertente equivoco: una mattina Giuditta si trovò alla porta un piccolo uomo non ben vestito e tantomeno sbarbato e piuttosto trafelato, che scambiò per il tappezziere: era Cesare Pascarella, già noto poeta romano e gran camminatore, uno dei tanti – noti o meno – che volevano incontrare il buon Giulio.

Di alcuni resta il racconto in famiglia, sempre attorno al tavolo da pranzo: Scialiapin che nel colore degli occhi di Giuditta vede i laghi ghiacciati della Russia centrale, la permalosa moglie di Leoncavallo che viene scambiata dal piccolo Tommaso per un porcellino disegnato su un libro per bambini, i sussiegosi coniugi Wagner (“la Cosima cun quel nas tirà su”)…

Il Giulio editore riceveva senza sosta soprattutto in Azienda, nel suo studio (in via Omenoni, in piazza della Scala, in via Berchet), sulla cui porta stava scritto “nessuno entra senza essere annunciato”: e per i rompiscatole c’era anche un ben nascosto marchingegno, un campanello elettrico che attivava un attento segretario che faceva irruzione, rammentando al cinque volte commendatore che “era atteso dall’onorevole…”!

Ma molte ore della sua laboriosa giornata il signor Giulio le concesse spesso a Jules Burgmein. Uno pseudonimo scelto nelle due lingue più frequentate nella Milano di quei tempi, e che semplicemente poteva tradursi con “Giulio della mia città”

E così sembrava che il musicista Burgmein volesse tener nascosto al severo editore Ricordi che egli era un artista pieno di grazia e di gusto.

Ma, mi sono anche chiesto più volte, l’editore che aveva con così tanta passione amato la musica dei suoi maestri, dei suoi amici compositori e musicisti, come riusciva ad affrontare l’iniziale pagina bianca delle sue scritture musicali? E come poteva avere una sua identità musicale uno che ha letto (più che ascoltato) gran parte della musica scritta che circolava ai suoi tempi?!?… Qui l’immaginario si arresta dinnanzi alla multiforme qualità degli amori leggiadri e delle malinconie incipriate, dei galop e delle serenate, per finire con le battaglie per una celebre secchia rapita.

La migliore risposta potrebbe stare nell’attento ascolto di tanta musica di Giulio Ricordi: ed ecco affiorare allora la disattenzione di coloro i quali la musica producono e la fanno circolare (dal vivo o registrata), e che nemmeno nell’occasione del centenario hanno saputo o voluto programmare quella del sciur Giulio alias Burgmein. Ora la posa della statua eppoi un concerto di sue musiche nel ridotto scaligero sabato 26 novembre gli renderanno omaggio: in attesa di una ristampa di una preziosa e storica biografia per i tipi del Saggiatore, nonché dell’esecuzione della sua opera La Secchia Rapita il 16 maggio 2017 nell’Auditorium (con l’orchestra Verdi e il coro e i solisti della Civica Abbado). Due eventi che nei prossimi mesi potranno porre ancora attenzione su di un milanese che ha portato su di un palcoscenico mondiale gran parte della musica italiana.

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    Claudio Ricordi
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La sera in cui Abbado suonò per Radio Popolare

La festa di tre giorni per i 40 anni di RadioPop mi dà l’occasione per fare un insolito cortocircuito musical-temporale, dovuto all’importante presenza dell’Orchestra Mozart, ultima creatura musicale di Claudio Abbado, e unica orchestra internazionale totalmente indipendente.

Correva l’anno 1979, il terzo della radio e della sua “redazione musicale classica”. Alla fine dell’estate si presenta la possibilità di realizzare una nostra stagione musicale al Teatro Cristallo.

Mi metto al lavoro con Ettore Napoli e cominciamo a riempire le serate e le mattine dei fine settimana tra febbraio e marzo dell’anno successivo con alcuni musicisti che avevamo già avuto ospiti nei nostri spazi radiofonici: Antonio Ballista, Bruno Canino, Paolo Bordoni, Giorgio Gaslini ed Emilia Fadini, tanto per cominciare. Poi ci avviciniamo alla Scala e reclutiamo il gruppo dei percussionisti.

Ci inventiamo le lezioni-concerto e i programmi di sala scritti dagli stessi protagonisti. A un certo punto chiudiamo con buona soddisfazione il cartellone con 17 appuntamenti, ma ci accorgiamo che manca qualcosa per dare il massimo risalto alla rassegna: il botto, ovvero una presenza per la quale tutti ne dovevano parlare… Ma certo, dobbiamo puntare alto!..il direttore musicale del Teatro alla Scala: Claudio Abbado.

Dopo qualche attimo dedicato a un dovuto ripensamento, eccoci al telefono con l’ufficio stampa scaligero: e scopriamo che Abbado sta provando lo Stabat Mater di Pergolesi a Santo Stefano. Prendiamo la linea rossa del metrò (da Pasteur a Duomo), ed eccoci avvolti dalle piacevolissime linee vocali dell’ultima opera del geniale marchigiano.

Il Maestro era lì, a una decina di metri, col suo solito jeans-camicia azzurra-golfblusullespalle che indossava spesso nelle prove. Aspettiamo la pausa, ci avviciniamo, ci presentiamo, spieghiamo il motivo della visita: “Certamente, si può fare: potrei venire con i 33 solisti dell’orchestra… Un Bach inedito e Stravinsky… Diamoci del tu, ci vediamo tra qualche settimana!”, ci risponde con determinata calma dopo qualche istante e con la piacevole “erre” leggermente arrotolata. E qui si ferma la mia memoria, forse perché dall’entusiasmo per il risultato ottenuto da lì in avanti le mie eccitate sinapsi hanno cancellato parecchie informazioni. Almeno sino al concerto.

Fu così che la sera di lunedì 31 marzo 1980 (giorno di riposo per la Scala) il ben numeroso pubblico cercò posto nel Teatro. Abbado uscì in mezzo a quei 33 solisti che due anni dopo sarebbero diventati l’Orchestra Filarmonica della Scala, si sedette al clavicembalo e spiegò cos’era un canone. Poi salì sul podio e diede l’attacco ai Quattordici Canoni dalle Variazioni Golberg del buon Johann Sebastian, da poco ritrovati e in prima esecuzione italiana. Poi Vivaldi e la Suite dal Pulcinella di Stravinsky.

Alla fine, dopo molti minuti di applausi, il pubblico non ne voleva sapere di uscire: andai in camerino e chiesi a Claudio (come oramai lo chiamavo da qualche mese) se poteva rientrare in sala. E in pochi minuti tentai qualcosa verso l’impossibile: presi un microfono, lo misi al centro della platea, e pregai l’osannato direttore di rispondere alle domande mie e del pubblico: e così fece!… E me lo ricordò a ogni nostro incontro, come qualcosa che non potè mai più ripetere. “Solo per Radio Popolare”, mi disse col suo dolce e contagioso sorriso quando gli detti la cassetta con la registrazione di quella più che memorabile serata.

 

Ascolta qui il Maestro Claudio Abbado mentre introduce il concerto per Radio Popolare

AbbadoalCristallo-Iparte

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    Claudio Ricordi
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Una Rotoclassica da vedere

Da qualche mese abbiamo iniziato un progetto di documentazione audiovisiva di Rotoclassica.

Nei trenta e più anni di vita del programma sono passati per questi microfoni alcuni tra i più autorevoli esponenti del panorama musicale contemporaneo. Le loro voci hanno offerto ai radioascoltatori una prospettiva viva e pulsante del dibattito sulle trasformazioni, le problematiche e gli scenari contemporanei e futuri della musica classica e dintorni.

Abbiamo pensato di dare un volto a questa varia e interessante umanità e il video è stata la naturale evoluzione del pensiero.

I video raccolgono principalmente le interviste agli ospiti presenti in trasmissione e abstract della rassegna stampa. Ogni video varia dai 18 ai 25 minuti.

Cominciamo a caricare il video del 7 dicembre 2015 della Prima della Scala: con ospiti in studio, le voci dei protagonisti scaligeri e quelle dei nostri corrispondenti dall’interno del Teatro per la Giovanna d’Arco di Giuseppe Verdi. La diretta, a differenza di ogni altro programma, ha seguito lo svolgimento dell’opera per più di due ore ma, come potete vedere, il video vi ha risparmiato gran parte delle dotte dissertazioni sul tema…

[youtube id=”0KDZWGme5aU”]

 

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    Claudio Ricordi
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Pierre Boulez: molta volontà, poco caso

Pierre Boulez non ha voluto compiere il 91° genetliaco, forse era stanco del suo potere e delle polemiche in difesa del suo operato di compositore, direttore d’orchestra, organizzatore musicale, saggista e molto altro. Si è spento il 5 gennaio scorso nel suo rifugio di Baden-Baden, cittadina termale stile Salisburgo nel territorio della Foresta Nera, che frequentava dal 1966.

Cominciamo col sostenere che sembra inutile qualsiasi tentativo di bilancio della sua ingombrante –nel bene e nel male – e vertiginosa storia a tutto campo nella musica contemporanea francese ed europea della seconda metà del XX secolo. Boulez ha messo il suo segno su di un periodo di quasi tre quarti di secolo, costruendo la sua posizione a tappe forzate e con lucida determinazione: molta volontà e poco caso, se mi perdonate la quasi citazione del titolo di un suo celebre saggio.

Prima di tutto compositore: ma nessuno lo dirige? E pochi direttori sanno affrontare i grandi del Novecento storico e i contemporanei? Allora diventa direttore d’orchestra. Il suo pensiero musicale è nuovo? Occorre farlo conoscere, e si inventa teorico dell’avanguardia musicale. La tecnica di scrittura musicale degli Anni 50 è troppo complessa? Allora ce la spiega, e diventa pedagogo. La sua musica e quella dei suoi compagni di Darmstadt non è abbastanza eseguita? Così fonda il Domaine Musical e poi l’Ensemble Intercontemporain. La sua musica e quella dei suoi confratelli dell’avanguardia ha bisogno di nuovi strumenti tecnologici? Et voilà l’IRCAM! E se la sua musica viene da subito messa sotto accusa eccolo brandire la spada del polemista…

La sua biografia la troviamo ormai su tutti i giornali, e da sempre abbonda sul web, inutile ripercorrerla se non cercando di capire alcune scelte contradditorie della sua lunga carriera legata alla musica, allo scrivere musica, al fare musica. Sempre “dentro” all’ambiente musicale fin quando gli era in qualche modo utile alla sua formazione e alla sua crescita (non solo musicale). Sin dai tempi del Conservatorio parigino nell’immediato dopoguerra, allorquando Boulez entra nella classe d’armonia di Olivier Messiaen che gli apre non pochi orizzonti e gli dà lezioni gratuite: ma ben presto gli fa sapere cosa pensa della sua musica quando nel 1948 Messiaen scrive la Turangalila Symphonie e l’allievo ne parla come di “musique de bordel”. Ma il maestro lo ricorderà sempre come “all’inizio gentile, ma ben presto in collera contro il mondo intero”. Così Boulez apre e chiude rapporti con Renée Leibowitz, con la Filarmonica di New York del dopo-Bernstein, accetta la direzione della Lulu di Berg nel ’79 con la regìa di Chéreau all’Opéra de Paris, qualche anno dopo averla descritta come un “ghetto pieno di merda e di polvere”!

Un Boulez tentacolare nella vita musicale francese: suggerisce direttori musicali di Radio France, consultato per la costruzione dell’Opéra Bastille e della Cité de la Musique dalle origini sino alla recentissima Philarmonie. Per questo e ben altro viene descritto come “Hitler dell’Europa musicale” dal compositore americano Ned Rorem, e “stalinista della musica” da Pierre Schaeffer fondatore del Gruppo di Ricerche Musicali della Radio francese. Si dice allora “o con lui o contro di lui”, ma è un errore, non si può liquidare in termini calcistici un uomo di tale levatura e complessità.

Perché potremmo anche dire che ci voleva un Boulez, in Francia come in Europa, un personaggio irrinunciabile per tutto quello che ha pensato e fatto nelle sue numerose attività. E ha forse riempito un vuoto di cui pochi si sono accorti per un lungo tempo.

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    Claudio Ricordi
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