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Come non sentire il rumore delle bombe in Siria

siria idlib sotto le bombe

“Sai a volte cosa faccio quando bombardano? Metto la musica al massimo del volume, chiudo la porta e mi metto a ballare. I miei genitori sono rannicchiati sotto una capanna di materassi e pensano che sia matta mentre io voglio solo evitare di sapere se sto per morire”. Fa uno strano effetto sentir parare di cose così macabre e tragiche con scioltezza e normalità, soprattutto da una ventunenne. Ma in Siria è così. (altro…)

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    Bianca Senatore
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Khaled Kahalifa: “Aleppo – Damasco, un viaggio impossibile”

Khaled Khalifa

In un Paese come la Siria, in cui da otto anni infuria la guerra, sembra quasi assurdo morire per cause naturali nel letto di un ospedale e invece capita ancora anche a Damasco. È quel che succede proprio all’inizio del nuovo romanzo dello scrittore siriano Khaled Kahalifa “Morire è un mestiere difficile” in cui si racconta del viaggio di Bulbul, insieme al fratello e alla sorella, per portare il corpo del padre nel suo villaggio di nascita vicino Aleppo. Un viaggio una volta semplice e veloce che ora tra checkpoint e milizie diventa un rischio. Abbiamo incontrato Khaled Khalifa per parlare del libro ma anche della situazione siriana. (altro…)

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    Bianca Senatore
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“Naila e la rivolta” è la storia di tutta la Palestina

Naila Ayesh

Quella di Naila Ayesh è una storia dolorosa, come tante ce ne sono in Palestina ma la sua in particolare è diventata un simbolo di lotta femminista non violenta per la liberazione dall’oppressione isreliana. (altro…)

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    Bianca Senatore
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Nadia Murad, la donna che resiste all’Isis

Nadia Murad ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace il 5 ottobre 2018 insieme al medico e attivista congolese Denis Mukwege. Vi riproponiamo l’intervista di Radio Popolare alla giovane attivista.

Ottobre 2016 – Ridotte in schiavitù, torturate, stuprate dai miliziani dell’Isis ma poi sono riuscite a fuggire. Lamia Haji Bashar e Nadia Murad sono diventate loro malgrado testimoni viventi dell’orrore dello Stato Islamico e del genocidio del popolo yazida. Oggi il Parlamento europeo ha deciso di assegnare proprio a loro il Premio Sakharov 2016 come riconoscimento della loro battaglia in nome della “libertà dello spirito”.

Nadia Murad, anche candidata al nobel per la Pace e diventata a settembre ambasciatrice dell’Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani, era stata tra le protagoniste del Festival dei Diritti Umani dello scorso maggio. Bianca Senatore l’aveva intervistata. Vi riproponiamo qui le sue parole.

***

Anche se non parlasse, i suoi occhi racconterebbero lo stesso una storia terribile. Ma Nadia Murad, la giovane yazida che è riuscita a scappare dalle grinfie dell’Isis, invece, ha deciso di raccontare tutto, per far conoscere al mondo ogni più piccolo e spaventoso dettaglio della sua prigionia. I suoi ventuno anni sono lì da qualche parte, tra le mani ancora un po’ graffiate, i capelli neri con qualche filo argentato e il viso stanco, ma ha la forza di una vera combattente. Nadia è stata rapita dal suo villaggio, Kocho, nel nord dell’Iraq, nell’agosto del 2014 ed è stata portata Mosul come schiava di un miliziano che lei ricorda essere gigantesco, un omone che la sovrastava e la picchiava. “Non ho dimenticato nulla di quei terribili giorni” ha detto a Milano, dove è arrivata per portare la sua testimonianza al Festival dei Diritti Umani.

Per tre mesi Nadia è stata tenuta segregata, violentata ripetutamente anche come punizione per i suoi tentativi di fuga ed è stata “venduta” da un carnefice all’altro prima di riuscire a scappare definitivamente. “Sono stata aiutata da una famiglia che mi ha dato dei documenti falsi e mi ha dato degli abiti come quelli delle altre donne musulmane e così sono riuscita a passare inosservata”. Ha raccontato. Ora che l’incubo è finito, è diventata, suo malgrado, testimone vivente degli orrori del califfato. “Voglio a tutti i costi far sapere al mondo che quello che è successo a me succede ancora a molte altre donne”, ha detto Nadia Murad. “Ci sono ancora miglia di ragazze come me e anche più piccole nelle mani dell’Isis, il mondo non può chiudere gli occhi”. Parla lentamente, si vede che ogni parola le costa uno sforzo, ma non si ferma. “Sto raccontando la mia storia in tutto il mondo, per spingere le Nazioni a unirsi per fermare questa minaccia”.

Parla a nome della piccola comunità yazida, Nadia, bersagliata dagli uomini del califfato, ma anche a nome di tutti gli uomini e le donne di fede islamica che vedono oltraggiata la loro religione, utilizzata per un’ideologia folle. “Quando i miliziani sono arrivati al villaggio, hanno ucciso tutti gli uomini, mentre noi donne siamo stati portate via con loro. Con la forza. Hanno preso anche molti bambini, ma loro, strappati dalle braccia delle madri, sono stati portati nei campi di addestramento dell’Isis, per formare la futura leva di jihadisti”. Si ferma, respira, ogni tanto si guarda intorno come per essere sicura che tutto quello che è successo dopo la sua liberazione sia tutto vero: viaggi in Europa, in America, discorsi alle Nazioni Unite e davanti a chiunque voglia sapere cosa sta succedendo. A Milano ha incontrato molte scuole e ai ragazzi ha detto una cosa importante. “Siete fortunati ad avere uno Stato che vi difende”. Il riferimento è al Governo dell’Iraq che non ha avuto la forza di tutelare la piccola comunità yazida, decimata dagli uomini di questo autoproclamato stato islamico perché accusata di adorare il diavolo e di essere politeista. “Io vorrei tanto tornare nel mio Paese un giorno – ha detto – a studiare, coltivare la terra con la mia famiglia e farò in modo di riuscirci”.

Ascolta l’intervista a Nadia Murad

Nadia Murad

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    Bianca Senatore
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“Sarà il peggiore olocausto della nuova era”

Idlib, Siria

La città di Idlib è l’ultimo governatorato della Siria non ancora riconquistato dal regime di Bashar al-Assad ed è ora diventato teatro di guerra con oltre due milioni di civili, moltissimi fuggiti negli anni scorsi da altre zone della Siria, che si trovano intrappolati tra il fuoco dell’esercito siriano col supporto dei russi e quello dei ribelli che faranno di tutto per resistere all’assedio.

I bombardamenti di questi ultimi giorni sono soltanto la preparazione a quello che sarà l’assedio finale e che rischia di provocare migliaia di vittime tra i civili. Un vero e proprio olocausto, come racconta un cittadino siriano fuggito da Aleppo due anni fa per cercare una nuova vita ad Idlib, e che ora si trova a vivere ancora una volta quell’incubo fatto di bombe, sangue e morte.

Io sono originario della zona est di Aleppo e dopo l’assedio io, mia moglie e mia figlia siamo scappati qui ad Idlib. Era il dicembre 2016. Qui abbiamo deciso di ricominciare una nuova vita per smettere di soffrire e per sopravvivere ovviamente. Devo dire che siamo una delle migliaia di famiglie che hanno il mio stesso vissuto. Di tutte le persone che sono ad Idlib adesso, solo una parte sono originarie della zona. Idlib è come uno Stato, c’è gente che arriva dalla Ghuta, Homs, Hama, Aleppo come me o Damasco. Tutte queste persone hanno subito la guerra e la devastazione e hanno deciso di ricominciare qui una nuova vita e di non arrendersi, ma il regime, la Russia e l’Iran hanno deciso di continuare la guerra cominciata sette anni fa. E infatti adesso qui le persone hanno paura, molto più che paura. È terrore, siamo stanchi di soffrire ancora.

Migliaia di siriani fuggiti per cercare una vita migliore e che ora si ritrovano in un nuovo incubo:

Quello che ho già visto ad Aleppo non lo dimenticherò mai e so benissimo quello che è successo. Sono andato via, è andata via la vita. È lo scotto per la nostra libertà. Molte persone hanno pagato un prezzo molto alto per la libertà e questo la comunità internazionale lo sa, ha visto le persone oppresse per amore della democrazia. In questi giorni il regime, insieme ai russi, ha perpetrato l’assalto a Idlib, ha bombardato la città e i suoi cittadini che vengono per la maggior parte da altri luoghi e ora sono spaventate per il loro futuro e per quello che sta succedendo.

Avendo già vissuto sulla propria pelle la battaglia di Aleppo, chi aveva trovato un rifugio ad Idlib e aveva tentato di rifarsi una vota sa benissimo cosa sta per succedere.

Sarà il peggiore olocausto della nuova era. Tutte le persone ora hanno raggiunto l’ultimo posto del Mondo, la frontiera con la Turchia. È la fine del Mondo e intanto gli spari e i bombardamenti stanno arrivando da tutte le parti. Certamente la gente resiste. Ma cosa possiamo fare in questo Paese? La gente non può fare niente. Mia figlia non può fare niente. Ha tre anni e mezzo e ogni tanto quando la guardo mi dispiace per lei, per quello che vede e che sente, per come è costretta a vivere senza canzoni, senza divertimenti, giocattoli, ma invece con esplosioni, fuoco, morte, sangue. Adesso il peggio non è ancora cominciato, lo sappiamo. Abbiamo esperienza di quel che succede prima del grande attacco e questa è la fase della pianificazione, che comprende ugualmente bombardamenti. Ci sono stati bombardamenti sulla zona orientale di Idlib.
Spero che un giorno le persone nel Mondo si prendano la responsabilità per quello che è successo a milioni di siriani e a milioni di anime.

Idlib, Siria

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    Bianca Senatore
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“Fermiamo la violenza dei suprematisti bianchi”

proteste a charlottesville

A Washington l’estrema destra è in piazza: ha ottenuto il permesso di manifestare un anno dopo Charlottesville. Il 12 agosto del 2017 ci fu un corteo dell’estrema destra nella città della Virginia a cui gli antifascisti risposero con una contromanifestazione. Un’automobile guidata da un suprematista bianco investì il corteo antifascista uccidendo Heter Hayer e ferendo decine di persone. Nonostante questo la destra estrema è in piazza nella capitale degli Usa e nella stessa Charlottesville, dove per tutta la settimana si sono susseguite iniziative democratiche. A Washington oggi ci sono anche contromanifestazioni.

E a Charlottesville è stato un fine settimana molto teso. Il sindaco della cittadina universitaria ha dato il consenso alla nuova marcia dei gruppi dell’estrema destra che si rifanno ai gruppi nazionali del KKK e dell’Alt-right.

L’estrema destra xenofoba americana ha deciso di riorganizzare la marcia dell’anno scorso, “Unite the right 2” per difendere il primo emendamento della Costituzione che protegge la libertà di espressione, sostenendo che “i grandi uomini bianchi sono diffamati e calunniati negli Stati Uniti”.

La rete degli antirazzisti di Charlottesville, in mobilitazione dallo scorso anno, ha organizzato manifestazioni già nei giorni scorsi. Ieri per le vie del centro il corteo ha sfilato  urlando slogan contro il razzismo, l’odio, l’ingiustizia sociale e la violenza e ha onorato Heather. In sua memoria e sul marciapiede, nel punto esatto in cui è caduta, sono stati lasciati fiori, fiocchi, messaggi col gessetto, tutti di colore viola, la tinta preferita di Heather. Durante la manifestazione antirazzista l’allerta è stata molto alta.

Tra i gruppi che hanno organizzato la manifestazione antifascista c’è il Black lives matter di Charlottesville e Radio Popolare è riuscita a parlare con una delle sue leader, Tanesha Hudson.

“Io sono un’attivista di Charlottesville e voglio essere vicina a tutte le persone che sono contro il razzismo. Oggi siamo qui per combattere i suprematisti bianchi che hanno organizzato una manifestazione e allora noi tutti antirazzisti locali ci siamo riuniti per una mobilitazione, per fermare questo tentativo di normalizzare la violenza della supremazia bianca”.

Siamo tantissimi – ha raccontato Tanesha – abbiamo creato una rete incredibile ricevendo supporto da tutta la Nazione. Qui in città c’è un clima pesante. E’ come se un grande cumulo d’immondizia fosse sepolto sotto le nostre case e stesse fuoriuscendo a fiumi ma tutti noi sapevamo segretamente che stava arrivando”.

C’è molta tensione – ha spiegato ancora la leader di Black lives matter di Charlottesville – le persone hanno paura però sono impegnate nella lotta e vogliono combattere contro il razzismo, contro la violenza fisica e verbale, contro l’odio e contro questo neofascismo dilagante. Perciò oggi siamo qui a testimoniare che non ci possono sconfiggere e non ci fanno paura. Il mio messaggio è che l’odio non deve avere spazio in città. Stiamo lavorando sodo ogni giorno per costruire il cambiamento”.

proteste a charlottesville

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“A scuola solo col certificato. I bambini non si ghettizzano”

classe asilo

L’autocertificazione sui vaccini vale anche per il 2018, poi faremo la legge sull’obbligo flessibile”. La Ministra dell’Istruzione Giulia Grillo ha detto che da settembre per andare a scuola basterà l’autocertificazione dell’avvenuta vaccinazione e non servirà l’attestato ufficiale dell’Asl. La Grillo ha fatto riferimento alla legge Lorenzin, che prevedeva l’autocertificazione ma solo come norma transitoria e valida per lo scorso anno scolastico, e anche alla circolare Grillo-Bussetti del 5 luglio scorso.

Ma i presidi non sono d’accordo e hanno sconfessato il provvedimento ribadendo che da settembre occorrerà assolutamente il certificato dell’Asl. Ce lo ha confermato il presidente dell’Anp, l’associazione nazionale dirigenti e alte professionalità della scuola Antonello Giannelli che ha risposto alle nostre domande per chiarire la situazione.

Noi riteniamo che si debba applicare la legge in vigore.

La ministra sostiene che la circolare scritta il 5 luglio scorso proroga la possibilità di presentare l’autocertificazione.

Non è così. La legge sulle autocertificazioni è un decreto del Presidente della Repubblica del 2000, il numero 445 per essere precisi. In particolare l’articolo 49 di questo decreto precisa che in materia sanitaria le autocertificazioni non sono consentite se non quando lo dice espressamente la legge. Il decreto Lorenzin lo consentiva per il solo anno scolastico 2017-2018 e limitatamente al fatto che poi si doveva comunque consegnare il certificato di avvenuta vaccinazione e questo è stato fatto. Da qui dire che vale anche per il futuro ovviamente non è possibile.

La Ministra vorrebbe che i presidi accettassero i bambini con l’autocertificazione in attesa che poi venga approvato l’emendamento contenuto nel Milleproroghe. Di fatto voi a settembre come vi comporterete?

Noi applichiamo la legge. Non so se questo corrisponda al pensiero del Ministro, ma non è possibile pensare che siccome un Ministro decide qualcosa ci si comporti come vuole il Ministro a prescindere da quello che dice la legge. In uno stato di diritto non è minimanete possibile. Noi dobbiamo rispettare la legge e farla rispettare. È notevole l’intento di rendere più semplice la vita dei cittadini consentendo l’autocertificazione, ma il problema è che se un genitore si resa alla Asl e fa vaccinare il bambino, la Asl il certificato glielo consegna. Non c’è un problema di complicazione. Se invece l’idea che sta dietro all’autocertificazione è che uno non ci va proprio alla Asl, allora bisogna dirlo molto chiaramente. Noi non la possiamo far passare.

Voi da settembre non accetterete autocertificazioni?

Esatto. Altra precisazione: dire che da settembre non si accettano autocertificazioni rende male l’idea. Le iscrizioni si sono già fatte, non è che un genitore si sveglia il 10 settembre e si rende conto di dover portare il figlio all’asilo nido, l’ha già iscritto a luglio. Da luglio e fino a quando iniziano le scuole ha tutto il tempo di andare alla Asl, fare la vaccinazione. Se la Asl non gliela può fare subito lo mette in lista di attesa e gli rilascia un certificato che conferma la lista d’attesa e con quello può andare a scuola. È molto semplice. Noi non vogliamo complicare nulla, vogliamo soltanto applicare la legge nel modo semplice previsto dalla legge stessa. Se il problema è che qualcuno non vuole far vaccinare i figli questo è un problema suo, non nostro.

La Ministra ha detto che questa vostra chiusura è un attacco politico.

Si sbaglia, noi non abbiamo mai attaccato nessuno politicamente e non vedo perchè dovremmo iniziare con lei. Noi siamo un’organizzazione senza partito, ci interessano i provvedimenti che vengono emanati dal governo di qualunque colore esso sia. Se ci piacciono diciamo che ci piacciono e se non ci piacciono diciamo che non ci piacciono. Si chiama libertà di espressione. Tutto questo discorso noi lo facciamo non soltanto perchè c’è la legge, vorrei che fosse chiaro: la legge serve a tutelare il diritto alla salute di chi non si può vaccinare. Questa è una cosa che sta sfuggendo a molti. Noi nelle nostre scuole e nella nostra Italia abbiamo un numero imprecisato di qualche migliaio di bambini che hanno problemi di salute e che non possono essere vaccinati. La vita di questi bambini è a rischio se entrano in contatto con qualcuno che non è vaccinato per ragioni ideologiche, perché questi sono portatori sani di eventuali malattia e possono diffondere il contagio, il problema è questo. Se fosse posta in questi termini si capirebbe che è una battaglia per il diritto all’incolumità dei più deboli.

La Ministra ha precisato che proprio per evitare questa cosa vorrebbe creare delle classi riservate ai bambini immunodepressi.

La Ministra non ha il potere di creare nessuna classe, questo è un problema del sistema scolastico e comunque non è possibile. Questo desiderio corrisponde alla realizzazione di un reparto di infettivologia in cui le persone stanno separate le une dalle altre, ma i bambini, specialmente quelli piccoli, si abbracciano, si baciano, si leccano, si mettono le mani in bocca durante la mattinata. Non è che sono segregati in una classe e non possono uscire. È improponibile, è impensabile, è irrealistico sostenere di creare una classe in cui mettere bambini che poi non si muovono da là. Quando vanno in bagno, se in bagno c’è andato un’ora prima un bambino col contagio, chi ci va si contagia a sua volta. Bisognerebbe avere un reparto di infettivologia e le scuole sono le scuole. Se una maestra prende in braccio un bambino che porta contagio e un’ora dopo ne prende in braccio uno che non è vaccinato, quello si ammala. Che vogliamo fare, li facciamo circolare tutti con le mascherine come se fossimo in un reparto di guerra biologica? Non è possibile.

classe asilo

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Diciotti, scontro tra Governo e Procura sui migranti

Matteo Salvini in Austria

C’è uno scontro in atto tra il ministro dell’interno Salvini, il ministro delle Infrastrutture Toninelli e la Procura di Trapani. E per questo motivo la nave Diciotti della Guardia Costiera Italiana, con a bordo i 67 migranti recuperati domenica dal rimorchiatore Vos Thalassa, che doveva attraccare già stamattina alle 8 è, invece, stata fatta riallontanare dall’imboccatura del porto.

Il motivo è che le indagini della polizia a bordo non hanno portato all’individuazione di elementi tanto gravi da arrestare qualcuno già prima dello sbarco. Sono stati “attenzionati” solo due migranti, un gambiano e un sudanese, presumibilmente coloro che avrebbero minacciato il capitano del rimorchiatore. E dovrebbe essere quindi, la Procura di Trapani a valutare eventuali ipotesi di reato.

Salvini, che già ieri aveva detto di voler vedere sbarcare i migranti solo se in manette, insiste e continua a far pressione su polizia e magistratura, ma senza una reale potere. “Il ministro dell’Interno può avere poteri direttivi sulla Polizia di Stato ma la loro attività viene svolta in assoluta autonomia o su delega della magistratura”: a spiegarcelo è Guido Savio, penalista dell’Asgi, l’associazione studi giuridici sull’immigrazione.

“Quindi questa di Salvini è una sparata mediatica priva di contenuto giuridico serio effettivo. Che poi la polizia vada a fare controlli su una nave, sarà poi la polizia stessa autonomamente a stabilire se procedere o meno all’arresto o al fermo. Ma è una valutazione autonoma che fanno gli ufficiali di Polizia Giudiziaria su cui il Ministro dell’Interno non ha nessun potere. Ovvio che ove, poi, la polizia giudiziaria, in questo caso la Polizia di Stato che è salita sulla nave, dovesse fare un rapporto da cui emergono ipotesi di reato, ne da comunicazione alla Procura della Repubbica competente territorialmente. Anche in questo caso il ministro non ha nessun potere”.

Di fatto quella di Salvini è “un’invasione di campo nel potere giudiziario”. “È la polizia che indaga e decide autonomamente se procedere agli arresti e nel caso riferisce alla procura” – specifica ancora il penalista. “Quel che fa la polizia, lo decide senza nessuna interferenza. Matteo Salvini non ha nessun potere”.

Al momento non sembrano essere contestabili, dunque, crimini gravi come quello di pirateria o dirottamento di una nave. Secondo Guido Savio, le ipotesi di reato potrebbero essere resistenza a pubblico ufficiale, nella misura in cui il comandante di una nave è un pubblico ufficiale, oppure violenza, minacce, lesioni. “Comunque reati che saranno valutati dalla Procura. Non li decide certamente Matteo Salvini”, conclude l’avvocato.

Matteo Salvini in Austria
Foto dal profilo FB di Matteo Salvini https://www.facebook.com/salviniofficial/
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    Bianca Senatore
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Sospesa la demolizione del villaggio Khan al Ahmar

villaggio Khan al Ahmar

Aggiornamento 6 luglio 2018 – L’alta Corte di Giustizia israeliana ha congelato la demolizione del villaggio palestinese di Khan al Ahmar, dove si trova la “Scuola delle Gomme”, costruita con i fondi della cooperazione italiana e grazie alla Ong “Vento di terra”.

La decisione è giunta nella tarda serata di ieri, dopo l’appello presentato dalla Palestinian Authority, rappresentata dal legale della comunità beduina. Shlomo Lecker, l’avvocato, ha fatto presente che in tutti i dibattiti fatti al livello giudiziario non è mai stato preso in considerazione un documento di masterplan portato dalla comunità del villaggio. “Si è semplicemente deciso per la distruzione e il trasferimento forzato dei beduini – ha spiegato la direttrice dell’associazione “Vento di terra” Barbara Archettiascoltando esclusivamente le richieste della controparte israeliana, spesso ritenute inaccettabili anche dagli stessi giudici della corte”.

Ora l’istanza è stata presa in considerazione e la Corte ha fissato l’udienza per l’11 luglio. “I giudici – ha spiegato Barbara – si riuniranno per discutere come e se accettare la valutazione di questo masterplan, che in pratica è uno studio di un’ipotesi di collocamento e continuità abitativa dei residenti di quell’area“.

villaggio Khan al Ahmar

Mercoledì 11 luglio, dunque, sarà presa una decisione definitiva. “Speriamo che da qui a quel giorno continui la pressione a livello diplomatico, affinché possano esserci dei cambiamenti di rotta”.

La questione è molto delicata anche dal punto di vista politico, in ballo c’è la conclusione del piano E1 di Israele, cioè il progetto di costruzione di nuove colonie nell’area tra la Cisgiordania, la colonia di Ma’ale Adumim e Gerusalemme. Sarà, quindi, molto difficile che il governo di Benjamin Netanyahi rinunci e molli la pressione sulla zona di Khan al-Hamar. Potrebbe aiutare la presenza della delegazioni di consoli di Italia, Francia, Svezia, Belgio, Norvegia, Svizzera e Finlandia,che già ieri si sono recati sul posto per bloccare le ruspe.

Dopo la dichiarazione di ieri dell’UE secondo cui la deportazione e le demolizioni vanno contro la soluzione pacifica del conflitto – ha spiegato ancora Archetti – ci auguriamo che tutte queste azioni abbiano dei risultati. Probabilmente mercoledì ci sarà un acceso dibattito sulla proposta della Palestinian Authority, forse ci sarà ancora una negoziazione su un piano di ricollocazione dei cittadini ma è chiaro che la loro posizione rimane la stessa. Loro vogliono rimanere sul loro territorio”.

Il destino del villaggio è sospeso, almeno fino a mercoledì.

Le strade intorno al villaggio Khan al Ahmar

La demolizione del villaggio Khan al Ahmar è imminente

5 luglio 2018 – Stamattina nel villaggio beduino di Khan al Ahmar, in Palestina, sono tornati i soldati israeliani che già ieri si sono presentati sulle colline della zona con ruspe e buldozer pronti a radere al suolo tutti gli edifici, compreso la Scuola di Gomme. La struttura è stata realizzata nel 2009 con pneumatici usati grazie alla Cooperazione italiana, alla Cei, alla Ong “Vento di Terra” e a una rete di Comuni italiani. La scuola accoglie ogni giorno centinaia di bambini provenienti dai villaggi della zona. 

Oggi l’esercito ha mostrato agli abitanti l’ordine esecutivo di chiusura del villaggio che da oggi, dunque, diventa ufficialmente “area militare”. È stato impedito a chiunque di accedere, anche ai consoli di Italia, Francia, Svezia, Belgio, Norvegia, Svizzera e Finlandia, accorsi per capire cosa sta succedendo. Permesso negato. I consoli sono rimasti comunque in zona, pronti a ritentare un accesso ma intanto hanno espresso loro solidarietà, ribadendo l’importanza del rispetto del diritto internazionale.

L’obiettivo è demolire tutto – ha detto Barbara Archetti, presidente dell’associazione Vento di Terra – come dichiarato nell’ultima seduta della corte suprema israeliana, e spostare in modo forzato tutti gli abitanti e duecento gli abitanti della zona.

Quella di Khan al Ahmar è una zona sensibile perché proprio da lì deve passare il corridoio 1 che è l’ultima fascia di territorio su cui verranno costruite infrastrutture che, di fatto, andranno a spezzare la West Bank in due parti separate e non comunicanti l’una con l’altra. Khan al Ahmar e la scuola di Gomme si trovano esattamente in mezzo ed è il motivo per cui hanno iniziato la demolizione coatta.

Ci avevano già provato in passato, non è la prima volta che nel villaggio arrivano le ruspe – ha spiegato Barbara – ma adesso la sentenza della corte israeliana è diventata esecutiva, quindi le operazioni lasciano intendere che le demolizioni sono imminenti e che questa volta non si fermeranno. Quando è arrivato il primo bulldozer e la popolazione beduina si radunata per protestare e per bloccarlo, sulla collina vicina sono comparse altre ruspe pronte all’azione che, infatti, hanno raso al suolo 15 case e vari ricoveri per animali nel villaggio di Abu Nwar. L’obiettivo era di allargare i varchi per l’arrivo di altri mezzi demolitori”.

Anche oggi, come ieri, c’è stata molta tensione. Gli abitanti del villaggio hanno fatto resistenza. Nel pomeriggio di ieri sul posto è accorso il console britannico che ha voluto rendersi conto di persona della situazione. Alle proteste della popolazione si sono aggiunte quelle degli attivisti delle associazioni e delle Ong attive in Palestina e alla fine della giornata ci sono stati 11 arresti e oltre 35 feriti tra i residenti e gli attivisti, sia locali sia stranieri.

Purtroppo non ci sono molte speranze di salvare le case e la scuola – ha commentato ancora Barbara Archetti – L’area è veramente sensibile dal punto di vista strategico/militare/urbanistico per Israele, per completare il piano d’espansione e la divisione della West Bank, per annientare, così, le speranze di creare uno stato palestinese unitario”.

Il piano del governo Netanyahu è annettere le aree che, di fatto, sono Area C, quindi territorio palestinese ma dove in pratica si sono formate le più grosse colonie israeliane. La comunità internazionale si è avvicinata al caso del villaggio di Khan al Ahmar e anche le associazioni stanno combattendo a livello diplomatico per bloccare le demolizioni. “Ci si sta muovendo su più piani – ha aggiunto Barbara – Sono state anche raccolte circa 400mila firme che saranno consegnate al governo italiano affinché faccia pressioni su tutti i fronti. Certo è che rompere i piani di Israele rispetto alla sua gestione del territorio e alla politica di negazione dei diritti della popolazione palestinese non sarà semplice”.

Se Israele non si fermerà, tra pochi giorni del villaggio di Khan al Ahmar non resterà nulla e la popolazione sarà costretta a spostarsi. Il governo ha proposto un ricollocamento nell’area dell’ex discarica di Gerusalemme, vicino al villaggio di Abu Dis. Un luogo assolutamente inadatto. “Gli abitanti hanno ribadito con forza anche ieri che non vogliono andarsene dalle loro case e che resisteranno, anche per una questione di principio”.

Negli anni scorsi la loro lotta è diventata anche legale grazie all’aiuto dell’avvocato Shlomo Lecker, difensore ufficiale della comunità di Khan al Ahmar. Ma Israele ha legalizzato ogni sopruso. Lo scorso 25 maggio, quando la corte ha ufficializzato la distruzione del villaggio, le carte hanno riportato che la motivazione non sta tanto nei piani militari quando nel fatto che il villaggio è costruito senza i necessari permessi. Soltanto che per i palestinesi quei permessi sono impossibili da ottenere nelle aree controllate da Israele nella Cisgiordania occupata.

Una lotta impari che si consuma sulla pelle di uomini, donne e bambini. “I piccoli sono terrorizzati – ha raccontato ancora Barbara Archetti – è uno stress psicologico molto forte sapere che da un momento all’altro, anche di notte, può arrivare una ruspa a spazzare via la tua vita”.

Ruspe nel villaggio di Khan al Ahmar

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    Bianca Senatore
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Caos al confine Usa Messico

El Paso è uno dei punti di snodo dell’immigrazione clandestina tra Stati Uniti e Messico. Una città in cui la terra texana si mischia con quella di Ciudad Juárez, il primo centro fuori dall’America e anche base per trafficanti di droga e di uomini.

Proprio lì la situazione si è fatta ancora più tesa dopo il caso dei bambini separati dai genitori al confine tra i due Paesi per volere di Donald Trump. Dopo le polemiche il presidente americano ha dovuto fare marcia indietro e firmare un decreto esecutivo secondo cui in futuro nessuna famiglia verrà più separata. Ma i 2.300 bambini già strappati via ai familiari che fine faranno dopo che scadranno i 20 giorni di detenzione dall’arresto dei genitori? A queste domande non c’è ancora una risposta, intanto però la situazione nei centri sul confine è caotica. Proprio lì, sul bordo dell’America che diventa Messico abbiamo raggiunto Alexandra Jimenez, dell’associazione no profit ‘Atlas Corps’ che si occupa di gestire i flussi migratori.

“Le linee politiche stanno diventando molto forti – ha raccontato Alexandra – è una situazione pericolosa per via del fiume e degli immigrati che tentano di superarlo a nuoto. Ci sono dei punti più difficili da attraversare e alcuni più facili ma le pattuglie di controllo si stanno facendo più assidue contro gli immigrati. Si tratta di uno dei confini più grossi del mondo tra due Stati”.

“Quello che è successo nei giorni scorsi è scandaloso – ha commentato Alexandra Jimenez – si tratta di una grossa violazione dei diritti umani, soprattutto se si considera la legge internazionale dei diritti umani. Ora che gli Usa sono fuori dal Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu la situazione è peggiorata ma comunque sappiamo che non hanno mai rispettato la legge internazionali. Si tratta di una violazione dei diritti dell’integrità, è una sorta di tortura per i bambini e i genitori, non solo per la condizione in cui si trovano ma anche dal punto di vista psicologico. Genitori e bambini vengono usati, vengono considerati criminali solo perché i genitori cercano altri mezzi di sostentamento per la loro famiglia. Stanno usando i bambini per fermare i genitori. Il modo in cui mettono sotto processo i genitori non è il modo adatto per risolvere la questione dell’immigrazione, anche se dicono di aver bisogno di politiche più dure”.

Alexandra e i suoi colleghi raccontano che i militari lì al confine sono in assetto di guerra e che stanno allestendo basi militari per ospitare quasi ventimila bambini ma i messicani non la stanno prendendo bene.

“La gente qui si sente offesa” ha detto Alexandra mentre di sottofondo alla telefonata si sentono pianti e urla. “Sapevamo che i rapporti tra i due Paesi non sono mai stati facili per la questione del confine molto grosso e per il divario economico. E non si tratta solo dei messicani, ma anche degli altri popoli dell’America centrale che stanno cercando di scappare dalla violenza dei loro Stati e di passare il confine. La situazione non è facile ma i messicani sapevano che le politiche si sarebbero fatte più dure. Ora si stanno muovendo per agire, per fare manifestazioni di protesta in Messico perché la gente è preoccupata per come vengono trattati i bambini. In pratica stanno usando i bambini per fermare i genitori. Il modo in cui mettono sotto processo i genitori nei tribunali federali non è il modo adatto per risolvere la questione dell’immigrazione, anche se dicono di aver bisogno di politiche più dure”.

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“Mai smettere di lottare”

Rosalyn Higgins

Migrazioni, guerre, carestie, genocidi sono solo alcuni dei problemi che ci sono oggi nel mondo e che mettono seriamente in pericolo la dignità dell’uomo. Di queste criticità ne discutono ogni giorno i membri della corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite la cui richiesta d’intervento è spesso invocata dai popoli. Ma non tutti i problemi possono essere, purtroppo, risolti dalla legge internazionale.

Ne è convinta Dame Rosalyn Higgins, prima donna giudice della corte di giustizia dell’Onu e Presidente della Corte Internazionale di Giustizia all’Aja dal 2006 al 2009. È stata professoressa di diritto internazionale all’Università del Kent a Canterbury e alla University of London (London School of Economics).

Una donna che si è sempre battuta per i diritti umani e per l’efficienza della giustizia internazionale, così che nessuno potesse dire di essere stato trascurato. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, però, spesso il diritto internazionale viene criticato a fronte di un’idea giustizialista decisamente nazionalista. Eppure, la legge internazionale è sempre lì, a sorvegliare.

Abbiamo incontrato Rosalyn Higgins a Milano, in occasione di una tavola rotonda organizzata dalla Fondazione Internazionale Balzan:

Non condivido questo pensiero generale secondo il quale il diritto internazionale è in crisi. Ovviamente ci sono dei problemi nelle relazioni internazionali ma è una questione diversa. Durante la mia carriera mi sono sempre interessata di diritti umani. Per più di 10 anni sono stata nel comitato dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, che è l’organismo che monitora gli accordi internazionali, i diritti civili e politici, e ho provato in vari modi a supportare la promozione dei diritti umani, in particolare diffondendo l’idea che i diritti umani non hanno niente a che fare con l’essere un paese sviluppato. Ogni persona, che venga da un paese ricco o da uno povero, ogni individuo ha il diritto di proteggere i diritti umani. Ho sempre provato, soprattutto quando mi trovavo alla corte internazionale di giustizia, di renderla un posto più efficiente. Quindi la corte dell’efficienza mi è sempre stata cara

Madame Higgins è arrivata a Milano per presentare un trattato di diritto internazionale intitolato Oppenheim’s International Law – United Nations di cui è stata curatrice, che racchiude tutti i casi di problemi di cui la corte dell’Onu su può occupare, con nuovi studi e approfondimenti appena pubblicato da Oxford University press, e curato dalla Higgins. Un approfondimento della pratica giuridica delle Nazioni Unite raccolta in uno studio completamente nuovo.

Per la prima volta abbiamo 1700 pagine sui dettagli delle leggi su ogni singolo problema che si presenta nelle nazioni unite, non solo quello che dice l’atto costitutivo ma quello che succede veramente con tutti i problemi principali. Quindi sono molta contenta che siamo stati in grado di farlo con l’aiuto della fondazione Balzan.

In un mondo sempre più policentrico e più complesso la corte internazionale di giustizia e chi lavora per la salvaguardia dei diritti umani non può abbassare la guardia  ma anzi… continuare a lavorare sulle situazioni in evoluzione.

Le sfide sono enormi e ovviamente ancora non ne vediamo molte. Ogni 5-10 anni emergono nuove sfide che non avevamo previsto, come la tensione sull‘UE, la presidenza di Trump… sono tutti eventi che non avevamo previsto e sono sicura che ce ne saranno degli altri, ma la sfida più grande è convincere gli stati a inviare i loro eserciti per l’Onu  e permettere l’intervento per difendere la dignità umana, perché a volte le cose sembrano così terribili, come in Siria, che sembra non esserci altro modo. Ma di questi tempi gli Stati sono riluttanti a inviare i loro eserciti in aiuto degli altri e sono molto generosi per altri versi. E dobbiamo lavorare costantemente, ogni giorno per pensare ai problemi degli altri.

Rosalyn Higgins

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40 anni tra vittorie e nuovi problemi

Legge 194
Legge 194
Foto dalla pagina FB della Casa Internazionale delle Donne https://www.facebook.com/casaintdelledonneroma/

Oggi la legge 194, che ha legalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza in Italia compie 40 anni. Era il 22 maggio 1978 quando la legge fu approvata, dopo anni di battaglie e manifestazioni, per poi venire confermata nel 1981 dal fallimento del referendum abrogativo.

Dopo anni di interruzioni di gravidanza praticati di nascosto con pezzi di ferro, uncini delle stampelle con gravissime conseguenze per la salute, quella legge ha cambiato la vita delle donne rendendole libere di scegliere.

Oggi, a 40 anni da quel grande traguardo, però ci sono ancora molti problemi e un rinnovato slancio di movimenti antiabortivi. Ne abbiamo parlato con Silvana Agatone, ginecologa all’ospedale Pertini di Roma e presidentessa della Laiga, Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194.

Come stanno le cose attualmente?

Premetto che è un’ottima legge, il discorso è che non si è sorvegliato sull’applicazione e questo è il grosso problema. L’obiezione è andata sempre più aumentando, dal 2005, quando era 58% siamo arrivati al 2016 con circa il 71% di obiettori, con punte del 92/93%.
In più l’articolo 9 della legge dice che tutti gli ospedali devono effettuare le interruzioni di gravidanza ma solo il 60% degli ospedali le effettua. Il 40%, quindi, è inadempiente e continuano ad aumentare. Inoltre, sempre l’articolo 9 della legge dice che gli ospedali devono fare tutti e due i tipi di aborto, quello entro le prime 12 settimane e quello dopo i 90 giorni per gravi malformazioni o pericolo di vita della madre. Ebbene, di questo 60% che effettua gli aborti, solo una minima parte effettua tutti e due i tipi. Il problema è la carenza di non obiettore che fa sì che gli ospedali non ottemperino alla legge. E chi deve controllare, cioè i dirigenti ospedalieri, non se ne occupa. Di fatto, più aumenterà l’obiezione e più sarà difficile usufruire di una legge che corre il rischio di rimanere carta scritta.

Quindi questo compleanno si festeggia, perché è stata una legge importante, che ancora funziona e ma ci si sono ancora molte cose da fare.

Esattamente, diciamo che bisogna sorvegliare attentamente e fare pressioni, perché molti sembrano non rendersi conti che vi sono delle criticità. Per esempio, la relazione che ogni anno il ministro presenta al parlamento studia solamente gli aborti fatti. Il ministro Lorenzin ha rassicurato che l’aumento degli obiettore non inficia il diritto di una donna ad abortire secondo la legge, dal momento che il calo dei medici disponibili è direttamente proporzionale al calo degli aborti ma è un controsenso perché in realtà gli aborti diminuiscono perché non ci sono medici non obiettori che praticano l’interruzione di gravidanza, alla luce del sole almeno.

Quindi stanno aumentando gli aborti clandestini?

Ma sicuramente sì. Tanto per fare un esempio, l’anno scorso a Trapani c’era un solo medico non obiettore che faceva circa 80 aborti al mese. Quando è andato in pensione, il servizio è stato sospeso e non ci sono stati più aborti. Ma non è che dall’oggi al domani non ci sono state più donne che richiedevano l’interruzione di gravidanza. Ne’ gli ospedali accanto hanno aumentato la loro capienza e affluenza. Quindi di quelle 80 donne al mese non si è saputo più nulla. E sono spartite, dove sono andate? E questo succede spesso.
Un’altro esempio. Nella provincia di Caserta c’è una clinica convenzionata abilitata a fare aborti che però ha un budget che puntualmente esaurisce già a settembre e quindi chiude.
Ma non è che dopo settembre non ci sono più donne che richiedono di abortire. Dove vanno? E’ chiaro che dell’aborto clandestino non sappiamo nulla. Sicuramente è in aumento e infatti cominciano ad arrivare donne, soprattutto straniere, con problemi legati a pratiche abortive fai-da-te, proprio come una volta, prima della legge 194.Solo che oggi non si usano ferri da maglia, ma farmaci come il Cytotec, un anti ulcera che a dosi massicce compromette la gravidanza. Sono medicinali che si comprano online, al mercato nero vicino alle stazioni delle grandi città, o anche in farmacia, con una ricetta che non è difficile procurarsi. Il ministero sembra non volere, non potere, non volere…. Rendersi conto di tutto questo trincerandosi dietro al fatto che nessuna donna denuncia. Ma è chiaro che nessuna donna da sola può fare una cosa del genere.

In tutto ciò c’è anche un rinnovato movimento antiabortivo….

Infatti, ne sono una prova quei cartelloni affissi per Roma, molto feroci devo dire. Ma non è tutto. Io sono stata qualche giorno fa una conferenza organizzata da Lega e Fratelli d’Italia che hanno iniziato a raccogliere firme per chiedere al governo una campagna per rendere edotte le donne delle gravi conseguenze di un aborto. Guardate, le conseguenze sono rarissime, ovviamente negli aborti praticati in ospedalie. Nel frattempo un gruppo di avvocati di Roma ha fatto un convegno sulla denatalità, perché secondo loro il problema della mancanza di nascite in Italia non è legata a fattori economici, alla mancanza di lavoro, ma all’aborto. Ma tutto ciò ha un disegno. Fare un manifesto, chiamare dei pubblicitari, studiare la campagna, pagare lo spazio, fare campagne per chiedere alle farmacie di non avere in scorta la pillola del giorno dopo e la pillola abortiva ha un grosso lavoro dietro, è anche una grossa spesa. Sembra tutto causale, in verità è una strategia antiaborto ben organizzata e studiata al tavolino da gruppi che ritengono di voler imporre il loro ordine morale. In Italia e anche all’estero.

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    Bianca Senatore
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Khaled Kalifa: “la Siria rinascerà”

 

E’ una storia dolce amara, anzi, più amara che dolce, quella che Khaled Kalifa racconta nel suo ultimo libro “Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città”, edito da Bompiani.

L’autore, nato in un paesino vicino ad Aleppo, descrive la vita di una famiglia nel corso di quarant’anni ma nello stesso tempo ci parla dell’ascesa del partito Baath da cui nasce il regime del clan degli al Assad. E’ una saga familiare ma anche il racconto di una città che soffre e che osserva l’incrinarsi delle cose nel tempo. Il narratore resta sempre anonimo eppure, attraverso le sue parole e un linguaggio tragico e delicato, ci sembra di conoscere anche lui così come impariamo a capire la sorella Sawsan e il fratello Rashid.

“Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città” è, in effetti, una lucida denuncia del regime della famiglia Al Assad e tutto quello che succede ai protagonisti del libro, ma anche a tutti gli altri cittadini siriani, non è che una rinuncia a un pezzettino della propria anima per venire a patti con la tirannide.  E sopravvivere. Khaled Kalifa è stato a Milano per presentare il suo libro e noi abbiamo colto l’occasione per fargli qualche domanda.

La Siria che ha descritto, per quanto già in decadenza, non esiste più, cosa prova?

Io credo che la Siria che ho descritto in questo libro non esista più. Esiste una nuova Siria, o meglio, esisterà anche se non sappiamo che aspetto avrà, come sarà. Tuttavia, penso che tra la morte di quella Siria e quella che nascerà ci sia la più grande tragedia umana che la storia ricorderà.

Nel libro si racconta dell’ascesa del partito Baath e di tutto quello che è successo fino allo scoppio della guerra. Secondo Lei, alla luce di quanto successo, le prime rivolte popolari del 2011 sono state strumentalizzate? Le cose potevano andare diversamente?

Prima di tutto, io credo che quel che è accaduto nel 2011 è stato qualcosa di assolutamente grandioso, perché ha dato dei segnali diversi e in completa contraddizione con quello che il resto del mondo pensava di sapere di noi. Il mondo guardava alle popolazioni arabe come a popolazioni che erano rimaste indietro, che erano rimaste fuori dalla storia, che non potessero aspirare a una democrazia o a una modernità. Quello che è successo nel 2011 ha dimostrato quanto fossero fallaci quelle convinzioni, quanto lontane dalle verità e quanto fosse vergognoso anche solo pensare questo. Oggi siamo arrivati a un’immagine completamente ribaltata. Oggi sono gli arabi che possono dire all’Occidente che non è vero che sono i paladini dei diritti umani, che è una bugia che si occupano di quel che accade fuori dai suoi confini. L’occidente è falso e ipocrita sotto questo aspetto e sono gli arabi ora che aspirano ai valori della dignità e della democrazia. Anche il concetto di “umanità unita” è solo un inganno con l’Occidente cui ci si riempie la bocca.

Nel libro i due personaggi principali, Sawsan e Rashid, fanno due scelte diverse nel corso della storia. Lei sostiene il regime in maniera crudele, lui invece decide diventare un combattente islamista. Entrambi, però, alla fine tornano ad Aleppo sconfitti, disillusi e pieni di vergogna. E’ quello che è capitato davvero ai tanti cittadini siriani che si sono lasciati coinvolgere dalla guerra?

Penso di sì, è successo questo, ma penso anche che a perdere siano stati tutti i siriani. Ma non hanno perso  per via della rivoluzione, bensì a causa della sua deformazione e del modo in cui è stata repressa e che ci ha portato alla sconfitta totale. Penso che questi due personaggi abbiano in comune la paura per il regime. Anche la scelta di Sawsan di sostenerlo nasce da una paura che serve a proteggere se stessa e la sua famiglia dalle repressioni. Sawsan non ha le caratteristiche, non è sufficientemente fascista per essere davvero un esponente del regime siriano. Penso che Sawsan rappresenti migliaia di persone in Siria ma anche la scelta dello stesso Rashid è stata quella di tanti ma, ripeto, sono decisioni prese sulla base del terrore che ha contraddistinto per anni e anni la vita di tutti i siriani.

Aleppo è la Sua città ed è protagonista del libro, si può dire. Nel libro uno dei personaggi, Boulos, a un certo punto dice che “le città, come le persone, muoiono”. Aleppo secondo Lei è morta?

Aleppo, con la sua storia, ha dimostrato che non può in alcun modo morire. Fin dalla sua fondazione, è stata più volte distrutta e devastata in varie occasioni. E’ stata la porta dalla quale sono entrati gli invasori che l’hanno sempre rasa al suolo, ma poi si è sempre rialzata e ha ricominciato a volare. Probabilmente è una città che come nessun’altra che ha assistito all’ingresso e all’uscita dei barbari che sono arrivati con i vari Imperi. Per cui,  non ha la possibilità di spegnersi. Quella nel libro è solo l’opinione di uno dei personaggi, non la mia.

A un certo punto uno dei protagonisti dice una frase: “è assurdo avanzare nella morte facendola sinonimo di vita”. Che cosa voleva intendere?

All’ombra di un regime come quello siriano, nascono delle personalità che hanno davvero delle caratteristiche uniche e molto particolari. Ci sono persone in cui la voglia di vivere e morire convivono e coincidono. Io penso che il regime siriano sia un regime totalitario unico nel suo genere, che è riuscito a penetrare fin dentro ai reconditi angoli dell’umano siriano e le dimensioni, la magnitudo della distruzione che si è lasciato alle spalle è davvero spaventosa. Se guardiamo a quello che succede oggi, a com’è ridotta Aleppo ma anche Homs, a come si sta finendo di ridurre il Ghouta, appare molto chiaro cosa questo regime cosa si lascia dietro. Ed è per questo che penso che ci sia ancora tanto, ma tanto da dire e da scrivere su come i siriani hanno vissuto nei cinquanta anni precedenti.

Perché tutto il mondo si è accanito sulla Siria, secondo Lei?

Beh, questa è una domanda che dovremmo fare noi al mondo: perché vi siete accaniti così tanto su di noi? Cosa abbiamo fatto per meritare tutto questo?

Che cosa pensi di Bashar al Assad?

La mia opinione non è cambiata. Penso che Assad avrebbe dovuto andarsene già molto tempo fa.

La Siria è ancora casa?

Sì, e lo resterà per sempre.

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Ucciso giornalista a Gaza. Chi era Yaser Murtaja

Colpito in pieno petto nonostante il giubbotto antiproiettile con la scritta ben visibile “Press”. E’ stato ucciso così il fotoreporter Yaser Murtaja, che a trent’anni aveva già alle spalle tante esperienze di guerra sul campo come giornalista. Yaser lavorava per l’agenzia Ain Media di Gaza e stava seguendo le marce pacifiche al confine tra Gaza e Israele proprio in questi giorni di tensioni. In particolare, si trovava Khuza’a, nel sud della Striscia, quando i soldati israeliani hanno sparato sulla folla e hanno colpito anche lui, nonostante fosse ben riconoscibile come giornalista internazionale. E’ caduto, consapevole della ferita, ma quasi preoccupato più per la fotocamera.

Non se ne separava mai, era il suo strumento per raccontare quello che succedeva, per far arrivare le immagini lì dove la voce non può. E’ da quando era piccolo che voleva fare il giornalista e aveva tanto di raccontare, tra violenze, soprusi e disastri quotidiani della Striscia.

Lo incontrai a Ramallah nel 2014, durante un viaggio per realizzare un reportage dalla Cisgiordania. Mi disse che aveva lavorato tanto per comprarsi una fotocamera di alto livello, per poter realizzare materiale qualitativamente valido, utile per tv e giornali internazionali. Negli ultimi tempi, con altri colleghi, aveva fatto un investimento per acquistare un drone fotocamera, per fare riprese panoramiche e mostrare ancor meglio la situazione.

Yaser aveva frequentato la Al Karmel High School, che forma i giornalisti sul campo e poi, nel 2012, insieme ad altri amici, aveva fondato la Ain Media, una società giornalistica che copre tutti i principali eventi non solo a Gaza ma in tutta la West Bank. Yaser non è morto sul colpo, ma solo dopo qualche ora e la notizia è rimbalzata sui social media di tutta la Palestina per poi rompere i confini e arrivare ovunque. In poche ore la sua foto sorridente è comparsa sulle bacheche Facebook e su Twitter: per i palestinesi è già un martire.

Nella Manara Square di Ramallah gli amici hanno organizzato una giornata di protesta, perché nessuno vuol far passare sotto silenzio la sua morte. Yaser, infatti, è solo l’ultimo di una lunga serie di giornalisti palestinesi uccisi dalle forze israeliane, incuranti della risoluzione 2222 delle Nazioni Unite, anche se numeri certi sulle vittime non ne ha neanche il sindacato. Sicuramente negli scontri di ieri, i soldati israeliani hanno ferito anche altri sette giornalisti palestinesi

Venerdì 6 aprile, insieme a Yaser sono state uccisi altri 9 palestinesi. In totale, quindi, sono 41 i morti dal 30 marzo, quando è cominciata la “grande marcia del ritorno” organizzata nell’anniversario -nell’interpretazione storica dei palestinesi-  dell’esproprio delle terre arabe per creare lo Stato di Israele nel 1948. Le proteste dureranno fino al 15 maggio, anniversario della fondazione di Israele, giorno in cui i palestinesi ricordano la “Nakba”, ovvero “catastrofe”, quando migliaia di persone furono costrette a lasciare le proprie terre e le case per non potervi tornare mai più.

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Palestina al bivio, unità contro Israele

La Palestina è sempre più sola. Il governo israeliano si è fortificato dopo l’elezione di Donald Trump in America e porta avanti una strategia che allontana la prospettiva di una soluzione a due stati. Il governo palestinese, intanto, fa i conti con i suoi problemi interni. Mustafa Barghouti, leader del partito Iniziativa nazionale palestinese (Pni), è stato ospite a Milano del Festival “Palestina Terra mia” e ci ha raccontato com’è la situazione.

La situazione è molto pericolosa – ha detto Mustafa Barghouti – principalmente perché il governo israeliano è vicino e molto supportato dall’amministrazione del presidente Trump. E le attività dei coloni sono in fermento. In più, abbiamo un problema sempre più serio di violazione dei diritti umani: ogni giorno ci sono molte persone che vengono arrestate dai soldati israeliani senza motivo, specialmente ragazzini. Quindi siamo molto preoccupati, perché nei prossimi giorni sono previste una serie di marce pacifiche di protesta contro l’occupazione e abbiamo paura che la reazione di Israele sarà violenta. La situazione direi che è esplosiva”.

Anche a Gaza la situazione è tesa soprattutto dopo il fallito attentato al primo ministro palestinese Rami Hamdallah che viaggiava su un convoglio all’altezza di Beit Hanun. L’Autorità nazionale palestinese, guidata dal presidente Abu Mazen, ha accusato Hamas di essere responsabile dell’attacco ma l’organizzazione ha negato di essere coinvolta. Tra le due fazioni non c’è serenità nonostante l’accordo per la riconciliazione siglato a dicembre con la mediazione egiziana. Ma Hamas non ha per il momento ceduto i poteri di Gaza al premier palestinese come invece era previsto.

Questo attacco è un crimine – ha affermato Barhouti – ed è stato condannato da tutti i palestinesi, tutti i gruppi, senza eccezione e pensiamo che sia stato compiuto da chi non vuole l’unità palestinese perché favorisce l’occupazione israeliana. Questo attacco è inaccettabile – ha aggiunto – e mette in pericolo la riconciliazione tra Hamas e Fatah che è molto tesa ma l’unica soluzione per stemperare tutto questa è tornare indietro a un sistema democratico, dobbiamo creare un sistema partecipativo di condivisione del potere e dobbiamo fare in modo che la gente possa scegliere i propri leader democraticamente. Ora siamo a un bivio. La soluzione è accettarci gli uni gli altri, perché nessun partito in Palestina può farcela da solo, nè nel West Bank né in Gaza”.

Qualche giorno fa la sedicenne Ahed Tamimi è stata condannata a 8 mesi di carcere solo per aver schiaffeggiato un soldato ed è diventata un simbolo della resistenza palestinese ma come la sua ci sono centinaia di altre storie.

Lo ha confermato il leader di Pni:

Ci sono oltre 215 bambini nelle carceri israeliane al momento. La giustizia israeliana è razzista, non è giustizia. Solo per darmi un’idea. Ahed è stata condanna a 8 mesi per uno schiaffo, mentre il soldato israeliano che a Hebron ha ammazzato un ragazzino senza motivo è stato condannato a 9 mesi di prigione.

Mustafa-Barghouti

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Serbia, giornalisti sotto attacco

Dragan Janjić, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa dalla Serbia e caporedattore dell’agenzia di stampa Beta, è l’ultimo giornalista di una lunga serie che è finito alla pubblica gogna, accusato di essere un traditore del Paese. Contro di lui si è innescata una campagna diffamatoria che l’ha reso un bersaglio di nazionalisti ed esaltati. E sta vivendo questi giorni con l’angoscia di essere picchiato o peggio.

“Sono spaventato, non molto, ma sono spaventato perché qualcuno ha postato la mia foto su una pagina FB su cui c’era scritto ‘questo è il tipo che odia tutto quello che è serbo’. Ovviamente non è piacevole, ho paura di ciò che può accadere per strada o in qualunque altro posto. Anche la mia famiglia è spaventata”.

La campagna diffamatoria si è scatenata dopo che Janjić ha definito la morte dell’amico Oliver Ivanovic, uno dei leader serbi del Kosovo, un omicidio politico.

“Quello stesso giorno il presidente della Serbia Vucic ha indetto una conferenza stampa e ha detto che io, altri giornalisti e partiti dell’opposizione abbiamo accusato la Serbia di aver ucciso il nostro leader, anche se non è vero, non l’ho detto. Poi su FB è stata postata la mia foto con il titolo ‘questo è l’aspetto dell’uomo che odia tutto quello che appartiene alla Serbia’. Il problema non è tanto il post su FB ma il fatto che tutto è successo dopo il discorso del presidente serbo. È questo che mi imbarazza perché secondo me il governo ha il dovere di proteggere la libertà di parola, i media, i giornalisti e non dovrebbe prenderli di mira. Se il presidente ti prende di mira, diventa pericoloso ed è questo che mi fa arrabbiare e che mi spaventa”.

Ora Dragan Janjić aspetta che il pubblico ministero lo convochi per una dichiarazione, ma non si aspetta giustizia.

“Se anche troveranno chi ha mandato questo messaggio con la mia foto, le cose non cambieranno in Serbia finché non cambieranno le attitudini delle autorità verso i giornalisti e i media. Chiunque dica qualcosa che a loro non piace, una critica o qualsiasi altra cosa, lo ritengono un attacco contro di loro, dicono che sei un traditore, un bugiardo e cose del genere. Non è un buon clima e stiamo combattendo per cambiarlo. Sono molto grato per il supporto dei miei colleghi e delle associazioni di giornalisti”.

Nell’ultimo periodo le minacce ai giornalisti stanno aumentando e per tutti l’accusa è sempre la stessa “nemici della Serbia”. Nei giorni scorsi anche un’altra giornalista Una Hajdari è stata minacciata di morte sui social network solo per aver scritto un tweet sarcastico sul presidente Vucic.

“Noi resistiamo, ma spero che questa pressione possa influenzare la situazione e costringere le autorità a cambiare attitudine”.

***

Questa intervista fa parte del progetto European Centre for Press and Media Freedom, a cui contribuisce Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, e di cui Radio Popolare è Media Partner.

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    Bianca Senatore
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Croazia, la dura vita dei reporter, tra minacce e pressioni

In Croazia, anche se in pochi lo sanno, i giornalisti, specialmente quelli investigativi, subiscono moltissime pressioni e sono spesso oggetto di minacce. A raccontarcelo è Drago Hedl, noto giornalista investigativo del Jutarnji List, con sede a Zagabria.

Quello che gli è accaduto qualche mese è la riprova del fatto che lo stato di salute dei media croati ha subito, nell’ultimo anno un peggioramento deciso. Nella classifica del sito Giornalisti senza Frontiere, infatti, la Croazia  dal 2016 ha perso 11 punti raggiungendo il 74° posto nella lista delle nazioni con meno libertà.

Hedl stava investigando su un membro del parlamento croato, Franjo Lucić, esponente del partito di governo (HDZ) e sugli affari delle sue aziende. Il reportage avrebbe fatto luce sui suoi traffici sporchi e lo avrebbe messo nei guai. E allora Lucic gli ha offerto dei soldi per non scrivere l’articolo. Ovviamente Hedl ha rifiutato e ha anche registrato la telefonata.

“Il mio giornale ha pubblicato il reportage e anche la conversazione così che tutti in Croazia hanno potuto leggere come i politici agiscono, specialmente i membri del Parlamento” ha affermato Hedl in una intervista con Radio Popolare. “Ora sto aspettando di vedere cosa faranno la polizia e il procuratore di questo caso e penso che perderà la sua posizione in Parlamento”.

Comunque quello di Lucic non è un caso isolato. E’ molto comune tra i politici cercare di corrompere, loro pensano di poter comprare tutto con i soldi e ci sono molti giornalisti che sono stati contattati da politici o aziende per bloccare la pubblicazione di articoli investigativi. Ma il giornalista serio che vuole onorare questo mestiere, che vuole servire il suo lettore o l’ascoltatore o il pubblico certamente non accetterà i soldi per non scrivere l’articolo. In ogni Paese, in ogni società succede questo e io spero che i giornalisti che accettano questa offerta siano la minoranza e non la maggioranza.

“Nell’ultimo periodo molti giornalisti sono stati licenziati o sottoposto a mobbing dai direttore dei giornali, a loro volta costretti dai proprietari delle testate” continua Hedl “Inoltre, nel marzo del 2016 il Parlamento croato ha licenziato il direttore generale di HRT, cioè Radiotelevisione pubblica croata, e ha nominato un direttore che ha retrocesso o spostato circa 70 giornalisti ed editori”.

Quali sono i fattori che minano la libertà di stampa in Croazia oggi?

“Possiamo dire che la situazione della libertà di stampa in Croazia è migliore rispetto a 20 anni fa quando c’era una specie di regime e non c’era amicizia nei confronti della stampa e dei giornali che criticavano il governo” spiega Hedl “Oggi il problema è che abbiamo altre difficoltà: quando parliamo di media possiamo dire che non è la politica a fare pressione sui giornali ma sono le grandi compagnie che hanno azioni nei giornali a fare pressione sugli editori e giornalisti per non far scrivere dei loro affari loschi. Quindi, possiamo dire che la situazione è migliore rispetto a 20 anni fa però certamente il momento migliore per la stampa in Croazia è stato prima dell’ingresso nell’Unione Europea, perché in quel momento la Croazia doveva dimostrare di essere un Paese che rispettava la libertà di stampa e dei giornalisti, in particolare dei giornalisti investigativi. Ma dopo l’ingresso, la situazione è peggiorata perché il Governo adesso si sente sicuro di essere all’interno di un club e pensa di poter fare quello che vuole e infatti le condizioni di lavoro dei giornalisti sono diventate assurde”.

Drago Hedl per il suo lavoro, per la sua integrità e l’importanza dei suoi reportage è stato minacciato tante volte, soprattutto quando scriveva dei crimini di guerra commessi dai soldati croati. Lo spiega lui stesso:

“Lo sai, quando scrivi di certe cose e incontri la gente per strada non è semplice, sei esposto alle minacce dei politici locali e dei membri dell’esercito croato responsabili dei crimini di guerra. Per due volte ho avuto la protezione della Polizia per 24 ore perché  credevano che le minacce che avevo avuto fossero serie e così mi hanno protetto ma è stata anche l’occasione per il Governo di dimostrare che in realtà ha a cuore la sicurezza dei giornalisti”.

“In ogni caso -conclude Drago Hedl -bisogna sempre ricordare una cosa: la libertà di stampa non è qualcosa che può essere garantito dalla Costituzione o da leggi. Dobbiamo lottare tutti per la libertà di stampa ed è una lotta che durerà finché ci saranno politici e giornalisti”.

L’intervista fa parte del progetto European Centre for Press and Media Freedom, a cui contribuisce Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, e di cui Radio Popolare è Media Partner.

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    Bianca Senatore
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Occupazione israeliana, laboratorio globale

“L’occupazione non ci piace, ma non la fermiamo. Come fa Israele a gestire una cosa del genere: un’occupazione di 50 anni, violenze, decisioni dell’ONU, diritti umani, leggi internazionali? Perché l’Italia, l’Europa e la comunità internazionale acconsentono? Che contributo dà Israele alla comunità internazionale che spinge tutti ad acconsentire all’occupazione?”. È con queste domande che si apre l’ultimo libro dell’antropologo e attivista Jeff Halper intitolato La guerra contro il popolo. Israele, i palestinesi e la pacificazione globale (Edizioni Epoké). Di fatto, il testo è un’analisi delle tecniche più subliminali che Israele usa per soggiogare non solo i palestinesi ma anche tutti gli altri, innescando nella testa la paura del nemico in casa. E Jeff Halper tutto questo lo vive da vicino, perché da anni è impegnato a combattere per la causa palestinese.

Jeff Halper
Jeff Halper

Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro in questo momento storico?

“Penso che quello tra Israele e Palestina sia un microcosmo, un conflitto-simbolo di un Paese del primo mondo estremamente sviluppato, una potenza militare ed economica, alleata con l’Europa e gli USA, contro quelli che potremmo definire ‘popoli colonizzati’. Il capitalismo oggi è sempre più coercitivo perché i ricchi diventano più ricchi, molte più persone vengono escluse, le risorse si fanno più scarse, quindi c’è questa guerra per le risorse. Il potere capitalistico e le classi dirigenti cercano di trovare dei modi per controllare la popolazione mondiale e, dato che Israele è da cento anni che controlla i palestinesi, ha le armi, la tecnologia, i modelli di controllo sulla popolazione e li esporta. Quindi, parlo della ‘Palestina globale’, dell’idea secondo la quale lo stesso territorio occupato è solo un laboratorio per Israele, perché il suo scopo principale è quello di servire le potenze imperiali. Israele ha un’esperienza nella guerra contro le persone che i Paesi del Nord non hanno”.

Nel libro parli di pacificazione globale. Cosa intendi?

“Le vere guerre oggi sono contro le persone per le risorse e il controllo, e Israele è molto più avanzato in questo tipo di guerra rispetto alle grandi potenze militari. Il termine che uso nel titolo è ‘pacificazione’, che ha significati diversi in lingue diverse, ma io, insieme alle persone con cui lavoro, lo intendo nel senso di sopprimere a tal punto una popolazione da impedire che esista ancora. È questa la pacificazione ed è questo lo scopo delle potenze capitaliste e della classe dirigente. Non devono necessariamente costruire dei campi di concentramento. Per molti è più importante calmare le persone. Se riesci a farlo, per esempio come succede in aeroporto con gli annunci che t’invitano a riportare determinate cose, se riesci a controllare in questo modo le persone, portandole a voler essere al sicuro e a voler aiutare lo Stato, è perfetto. Ma le persone che resistono al capitalismo, come in un certo senso in Europa le persone di sinistra, che sono critiche e ritengono di essere manipolate, di essere controllate in vari modi, quelle persone devo essere pacificate in maniera fisica: devono essere demolite, a volte devono essere imprigionate e controllate… dipende da quanto collabori. Il messaggio è questo: se cooperi con le autorità, avrai una vita tranquilla; se resisti, diventerà sempre più difficile. Sono coinvolto nella lotta contro questa occupazione da più di vent’anni, sono stato il capo di questo Comitato israeliano contro la demolizione delle case negli ultimi vent’anni”.

Perché ti sei avvicinato a questa causa?

“Mi sono sempre fatto molte domande e una di queste è: perché Israele non ha accettato i due Stati? Era un buon affare per Israele: aveva la pace, la sicurezza, il 78% del Paese… Così ho iniziato a guardare l’occupazione in maniera diversa. L’occupazione non è una minaccia ma una risorsa, come un laboratorio. Ci sono milioni di persone in un territorio su cui puoi sperimentare le armi sviluppate, con cui puoi perfezionare le armi, i sistemi di sicurezza e di sorveglianza e i modelli di controllo. E questo spiega perché fino a oggi le autorità palestinesi hanno voluto e vogliono una soluzione con due Stati. Rinuncerebbero al 78% del territorio e Israele ancora non accetta e questo non ha senso, a meno che non si prende in considerazione il vero beneficio che ne trae. E poi c’è l’altra domanda, quella con cui ho iniziato il libro: perché la comunità internazionale non ferma Israele? Beh, penso che questo dipenda dal fatto che Israele è molto utile dal punto di vista militare e della sicurezza, perché questo esercito lavora con i servizi di sicurezza interni, è molto preparato. Quindi dipende tutto dal livello dei tuoi vicini e, dato che dal punto di vista delle tattiche, dei metodi di controllo, delle armi, Israele è molto sviluppato, si è reso così utile che è come un qui pro quo”.

Dal tuo punto di vista in che modo il mondo vede l’occupazione della Palestina?

“Da un lato, è diventata una questione globale: penso che per le società civili, per le persone di sinistra, per le confessioni religiose e le persone interessate ai diritti umani sia diventata una grossa questione globale. Penso che la questione palestinese abbia raggiunto i livelli della lotta dell’apartheid. Un paio di anni fa ero nella Corea del Sud, in aprile, durante la loro giornata dell’indipendenza e c’erano 50mila persone, soprattutto giovani, nella piazza principale con un grosso schermo televisivo che manifestavano per la Palestina. In Brasile, dove è iniziato il World Social Forum, un paio di anni fa venne organizzato un World Social Forum solo per la questione palestinese e la cosa interessante è che non venne intrapreso dai palestinesi ma dal movimento internazionale dei contadini di Via Campesina. Da un lato, credo che la Palestina venga vista come qualcosa di emblematico, rappresenta tutte le lotte che ci sono nel mondo, i palestinesi rappresentano tutte le persone oppresse, anche nei Paesi del nord. Sempre più persone vanno contro Israele e stanno dalla parte dei palestinesi, anche le confessioni religiose, ma i governi stanno ancora dalla parte di Israele”.

Ma tu hai mai avuto problemi per le tue idee?

“Israele è una democrazia accesa, se sei ebreo. Io sono ebreo israeliano, ho tutti i privilegi che avete voi in Italia: posso parlare, manifestare, nessuno mi ferma in aeroporto… quindi non ho particolari restrizioni. Ovviamente, però, se sei palestinese è tutto diverso. In quanto ebrei israeliani, usiamo i nostri privilegi per resistere. Per esempio, quando un bulldozer dell’esercito sta per demolire una casa palestinese (perché sai, Israele ha demolito 50mila case palestinesi dal 1967, quindi resistiamo alle demolizioni delle case) e io ci vado davanti per bloccarlo, per i soldati si tratta solo di un tipo che sta lì a fare casino: mi spostano o mi arrestano per qualche ora e poi mi lasciano andare… Se un palestinese si mette davanti ai bulldozer, gli sparano. Punto. Quindi è questa la differenza tra la mia capacità di resistere e quella di un palestinese. Ho un privilegio che cerco di usare dal punto di vista politico”.

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    Bianca Senatore
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La nostra resistenza non violenta

In Palestina il panorama dei villaggi a sud di Hebron è simile a quello lunare. Tra rocce e terreni aridi compaiono all’improvviso agglomerati di case che sembrano disabitate ma che, invece, pulsano di vita. Sono vive, nonostante l’occupazione israeliana abbia, da anni, deciso che l’area in cui sorgono, contrassegnata dal numero 918, sia destinata alle esercitazioni militari e dunque deve essere evacuata completamente. Siamo nell’area “C” della Cisgiordania, quella parte di territorio palestinese che è sotto il controllo amministrativo e militare di Israele e della DCO, District Coordination Office.

At Tawani è uno dei piccoli villaggi che sovrastano Hebron dove dal 1999, da quando Israele ha deciso di cominciare a utilizzare militarmente l’area sgomberando e abbattendo i caseggiati della zona, si sono riunite tutte le persone del circondario, da Ma’On, Carmel e Susya. Proprio lì un gruppo di pastori ha deciso di non mollare e di fare contro l’esercito israeliano un’opposizione non violenta.

I palestinesi di At Tawani ogni giorno subiscono soprusi di ogni genere: le demolizioni, le sassate, gli animali trucidati e le poche terre coltivate che vengono incendiate. Ma a tutto questo non rispondono mai con la violenza. Hafez è il coordinatore del comitato per la resistenza pacifica ed è venuto fino a Milano per raccontare.

“Siamo stati spinti a fare un certo tipo di resistenza cioè una resistenza non violenta, una resistenza pacifica”, ha spiegato Hafez. “Abbiamo deciso di andare oltre gli abusi e le ingiustizie e di rispondere in maniera superiore, puntando solo sui nostri diritti, sulla comunicazione, per quanto possibile. Noi crediamo che questo sia l’unico modo effettivo per combattere e avere qualche chance di ottenere qualcosa. Senza dare agli occupanti la scusa per commettere ancora più ingiustizie e per usare ancora più violenza contro di noi”.

Certamente questo comportamento non ferma i coloni, tanto che spesso ai bambini viene impedito di andare a scuola, perché vengono presi a sassate e infatti da alcuni anni i soldati israeliani scortano i ragazzini a scuola con una navetta, ma spesso il pulmino non arriva oppure i soldati non fermano gli aggressori.

“Noi siamo organizzati per non rispondere mai e poi mai in maniera violenta – ha raccontato ancora Hafez – ma loro comunque rispondono in maniera violenta. Ci provocano colpendo la nostra umanità proprio per scatenare la nostra reazione aggressiva, però non ci cadiamo, anche se è molto difficile. Ma non dobbiamo dargli alibi per portare a termine il loro piano. Se reaggissimo in qualche modo, come la storia di tutti i giorni insegna, basterebbe poco per essere fucilati o essere uccisi. Con il tempo siamo diventati bravi”.

L’atteggiamento pacifico dei palestinesi delle colline di Hebron, infatti, è diventato un modello per tutta la Palestina e in particolare è diventato un esempio di forza. La prima a dare l’esempio è stata proprio la madre di Hafez che un giorno venne picchiata da alcuni soldati e tornando a casa ferita trovò la forza di bloccare il figlio intenzionato a reagire per difenderla e di inculcargli che, in questa situazione, bisogna lavorare per i propri diritti, non per soddisfare una fugace e vana sete di giustizia.

Ma la vita quotidiana resta molto difficile da sopportare, perché le provocazioni e le umiliazioni sono costanti. Come racconta anche Nasser, un giovane che vive a Susya, un altro villaggio vicino At Tawani. “E’ dura. Per esempio, se io voglio andare dal mio villaggio a un altro loro mi bloccano nei check point e possono tenermi lì una ventina di minuti così come delle ore, senza motivo. Lo fanno solo per sfiancarci, per costringerci a non lavorare, a non vivere e ad andare via, alla fine”.

La comunità di At Tawani è coesa e non è intenzionata a mollare e fortunatamente non è sola. L’associazione israeliana B’tselem supporta i cittadini aiutandoli nella gestione delle ricostruzioni, ogni volta che Israele demolisce, mentre l’associazione italiana Colomba aiuta per tutto il resto.

Nonostante le difficoltà, il movimento di resistenza non violenta ha permesso ad At Tawani e ai palestinesi che vivono in tutta l’area di ottenere importanti risultati. Il piano di Israele di evacuare la zona resta, ma intanto sono riusciti ad avere l’energia elettrica, una scuola e una cisterna per l’acqua potabile. Poche cose per noi, una grande risorsa per chi combatte per ogni più piccolo diritto sempre col sorriso sulle labbra.

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    Bianca Senatore
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Parigi, identificato l’autore dell’attentato

L’uomo che ieri sera ha sparato contro la polizia sugli Champs Élysées, uccidendone uno e ferendone altri due, è stato identificato. Si chiama Karim. Non sono state fornite altre generalità, per preservare le indagini, ma è certo che si tratti di un cittadino francese di 39 anni, nato a Livry-Gargan, in Seine-Saint-Denis, la banlieue nord di Parigi. L’assalitore era già noto alla giustizia. Già nel 2001, infatti, aveva sparato contro un agente, ferendolo gravemente. Non si era fermato a un posto di blocco e aveva estratto la pistola. Secondo alcune fonti, era stato schedato con la lettera S, che indica gli individui radicalizzati a rischio, ma la notizia non è stata ancora confermata dalle autorità.

Quel che è certo è che le autorità belghe, dopo l’attentato, aveva segnalato un uomo come possibile sospetto coinvolto nell’assalto agli Champs Élysées, ma la persona in questione si è presentata stamattina ad un commissariato di Anversa per discolparsi dall’accaduto. Si tratterebbe effettivamente di un cittadino belga estraneo ai fatti di ieri sera. A questo punto sorgono dei dubbi sulla rivendicazione dell’Isis. Dopo tre ore dall’attacco, infatti, l’agenzia Amaq ha riferito che l’attentato era stato compiuto dal “combattente” individuato in Abu Yusuf al Beljiki, ovvero “il belga”.

Chi è questo belga a cui i jihadisti del califfato si riferiscono? Le autorità francesi sono ormai certe che l’autore della sparatoria sia questo Karim, che viveva a Chelle, dove stamattina la polizia ha fatto delle perquisizioni senza trovare nulla di particolare. Sono state, invece, trovate delle armi nell’Audi 4 del terrorista: un fucile a pompa e delle armi bianche, tra cui un coltello da cucina. Intanto sono state fermate tre persone vicine all’assalitore, forse dei parenti, che sono state interrogate dai servizi antiterrorismo.

Questa mattina all’Eliseo è stato convocato un Consiglio di difesa d’urgenza. All”incontro c’erano Hollande, i ministri dell’Interno, della Giustizia, della Difesa e degli Esteri. E anche i capi dei servizi di sicurezza, dell’intelligence e delle forze armate. Il premier francese Bernard Cazeneuve ha assicurato che nel corso dei prossimi giorni, oltre 50mila agenti e gendarmi saranno mobilitati per garantire la serenità dello svolgimento delle operazioni elettorali. “Non dobbiamo cedere alla divisione. E’ l’oscurantismo e l’intolleranza che devono essere combattuti ed è l’unità che più che mai deve prevalere”, ha detto il premier.

I principali candidati stamattina hanno fatto sapere di aver interrotto la campagna elettorale, ma in queste ore si rincorrono le dichiarazioni dei protagonisti del primo turno delle elezioni presidenziali di domenica. Obiettivo, sfruttare l’attentato per conquistare voti.

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    Bianca Senatore
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“Il sindaco ritiri quella ordinanza disumana”

Il sindaco ritiri l’ordinanza. Credo sia necessario ritirarla. E’ un provvedimento che non ha nulla di umano. Ritirarlo è la prima mossa per poi iniziare a risolvere una situazione complicata.”

E’ l’appello di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, al sindaco di Ventimiglia Enrico Ioculano. Un caso che sta scatenando molte polemiche, nato in seguito all’ordinanza emessa dal primo cittadino nell’agosto del 2016, con cui si vietava di somministrare cibo, senza autorizzazione, ai migranti. Nei giorni scorsi la polizia, in base all’ordinanza, ha identificato e denunciato tre persone per aver dato acqua e panini ai migranti che si trovano a Ventimiglia. Un fatto che ha scatenato le dure proteste del presidente di Antigone Patrizio Gonnella, di Amnesty International e di Sinistra Italiana.

Il sindaco di Ventimiglia, Enrico Ioculano, ha risposto a chi lo contesta postando sulla sua pagina Facebook queste parole che riportiamo integralmente: “ Mi farebbe piacere se avessero la cortesia di venire a Ventimiglia a prendere direttamente atto della situazione che effettivamente sussiste sul nostro territorio e di cosa vuol dire gestirla i sig.ri Nicola Fratoianni di SI, Patrizio Gonnella di Antigone e Riccardo Noury di Amnesty International. Magari ne può uscire qualche idea stando sul campo per qualche giorno invece che a km di distanza.”

Riccardo Noury come commenta l’ordinanza del sindaco di Ventimiglia?

“E’ un ordinanza che fa parte di quel set di provvedimenti amministrativi e giudiziari che tendono a colpire sempre di più la solidarietà, le persone che fanno le veci delle istituzioni ma che invece si trovano nel mirino di questi provvedimenti. Questo di Ventimiglia in particolare sembra il contrario della normalità. Ci si aspetta che gesti di solidarietà vengano apprezzati, appoggiati anziché essere criminalizzati in questo modo”.

Lei dice questo, ma ammetterà che il sindaco di Ventimiglia si trova ad affrontare una situazione molto difficile, visto che i francesi hanno chiuso le frontiere ai migranti

“La complessità della situazione si affronta con misura. Certamente il provvedimento che vieta alle persone di portare cibo e acqua non ha nulla a che vedere con la soluzione del problema, è solo un atto punitivo. Non è che vietando di portare viveri ai migranti che si trovano a Ventimiglia si aprono le porte della Francia”.

Il sindaco ha motivato la sua ordinanza sostenendo che c’era disagio tra i cittadini, per questioni igienico-sanitarie, e lui ha voluto tutelarli.

“Come ha giustamente osservato l’avvocata Alessandra Ballerini, che conosce bene queste cose, questo provvedimento è insensato perché faceva riferimento alla deperibilità dei cibi e alle condizioni climatiche della scorsa estate. Adesso non è che siccome ieri ha iniziato a fare caldo il provvedimento ritorna in vigore. Capisco che ci siano dei cittadini che protestano, ma ci sono anche dei cittadini che la pensano diversamente. Noi stiamo osservando che ci sono misure sempre più cattive, multe, fogli di via, e tutto perché si cerca di aiutare il prossimo”.

Ioculano aveva spiegato che prima di emettere l’ordinanza che vieta di dare cibo, si era assicurato che la Caritas fornisse tutte le assistenze necessarie.

“Adesso l’accesso al cibo è riservato alle persone che sono state identificate, quindi non è accessibile a tutti e ci sono persone, i cosiddetti transitanti, che rimangono esclusi e so, anche se non ho verificato, che anche tra coloro che sono stati identificati con le impronte, c’è qualcuno che è rimasto escluso”.

Noury cosa risponde al post del sindaco che vi invita a venire a Ventimiglia, a vedere sul campo come stanno le cose?

“Amnesty International a Ventimiglia c’è stata più volte, ci sono state anche altre organizzazioni per i diritti umani, c’è stata l’avvocata Ballerini che ha sottolineato che c’è piena consapevolezza tanto della complessità dei problemi quanto dei bisogni delle persone, e quanto provvedimenti come questo non aiutano. Possono venire incontro a un’esasperazione, ma non aiutano. Sappiamo che a Ventimiglia ci sono persone che si mettono a disposizione dei migranti anche con le loro attività commerciali. Alla prima occasione torneremo a Ventimiglia perché è un luogo importante dal punto di vista della violazione dei diritti umani, di sicuro non mancherà occasione. Poi magari se ci verrà in mente di portare cibo e acqua spero non finiremo anche noi vittime di questo provvedimento”.

Cosa vuol dire al sindaco di Ventimiglia?

“Ritiri l’ordinanza. Credo sia necessario ritirarla. E’ un’ordinanza che non ha nulla di umano. Ritirarla è la prima mossa per poi iniziare a risolvere una situazione complicata. So perfettamente che periodicamente si creano dei colli di bottiglia, a Ventimiglia, a Como, i luoghi di frontiera. Lampedusa lo è stata per anni, però bisogna cercare di risolverle bene queste situazioni, non con il divieto di dare da mangiare e da bere.

 

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Oscar, vittoria a distanza per il fotografo siriano

“Sono veramente orgoglioso di aver partecipato a questo film, è un’emozione incredibile, una rivalsa dopo tutto quello che è successo. Almeno il mondo vedrà”. Sono le prime parole di Khaled Khatib, il giovane fotografo siriano ventunenne direttore della fotografia del film  “The White Helmets” che ha vinto l’ Oscar come miglior documentario.  Khaled non ha potuto godere a pieno della gioia: il bando di Trump gli ha impedito di accedere al suolo americano e di partecipare alla cerimonia. L’ha vista in tv, in collegamento telefonico con  il regista Orlando Von Einsiedel e il produttore Joanna Natasegara, che erano molto dispiaciuti della sua assenza. “Siamo tutti col cuore spezzato che il nostro amico e collega, Khaled Khatib, non è stato in grado di unirsi a noi in Los Angeles agli Oscar – ha scritto il regista su Facebook – Quel che è successo a Khaled è una delle ingiustizie e delle umiliazioni quotidiane affrontate dai siriani che viaggiano per portare le voci dei loro concittadini nel mondo o per trovare pace e rifugio in paesi stranieri e invece trovano muri eretti ovunque”.

Con la statuetta tra le mani, visibilmente commossi, Orlando Von Einsiedel e Joanna Natasegara hanno salutato tutti i caschi bianchi siriani, veri protagonisti del film e hanno ringraziato Khaled e tutti gli altri giovanissimi siriani che hanno lavorato nel team.

Ora da Aleppo a Los Angeles, dalla Turchia a New York, tutti potranno vedere quelle immagini terribili. Non solo un film, non immaginazione, nessun set né effetti speciali. Non c’erano truccatori per rappresentare polvere e sangue. Tutto quello che si vede è l’orrore quotidiano della guerra in Siria.

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“Noi moriamo e il mondo sta in silenzio”

Ad Aleppo è stato ripristinato l’accordo di evacuazione della parte est della città e i primi feriti hanno lasciato la zona assediata a bordo di autobus. L’operazione, secondo il portavoce dell’opposizione ad Aleppo, Faruk abu Bakr, l’operazione durerà all’incirca due giorni e avverrà sotto il controllo della croce rossa internazionale, per evitare che succedano incidenti. Le ultime 24 ore sono state drammatiche, ad Aleppo, perché il già fragile accordo di cessate il fuoco è stato più volte violato.

Ce lo ha raccontato l’attivista Monther Etaki, che abbiamo raggiunto ad Aleppo, proprio nel cuore della città assediata.

“La gente continua a morire ogni giorno, sotto ogni tipo di bomba e il mondo sta in silenzio – ha detto Monther – Continua a stare zitto di fronte a questa tragedia che sta avvenendoad Aleppo. Stiamo morendo, siamo condannati a morte dal regime di Assad, che ormai ha conquistato il 90% della città. Ma questo non significa salvezza”.

“Il mondo, lo ripeto, sta a guardare quello che stanno facendo qui, ma lo sa che sono tutte bugie. La tregua non l’ha rispettata nessuno”. “Il regime di Assad e gli iraniani hanno rotto l’accordo” – ha raccontato la giovane attivista Lina Shami. Dal balcone della sua casa, nonostante le bombe, il cui fragore si sente in sottofondo, ha registrato un messaggio con il suo telefono e lo ha postato su Twitter per raccontare quello che sta accadendo. Il video dura pochi secondi ma le sue parole sono molto chiare – Stanno continuando a bombardare e ad attaccare i civili ma nessuno di noi se andrà.

Monther ha raccontato che le truppe di Assad hanno condannato a morte tantissimi civili. “Stanno facendo esecuzioni di massa di quelli che non vogliono andarsene, perché Aleppo è la nostra città e non vogliamo arrenderci. Non è giusto. Quindi o rimaniamo qui sotto le bombe oppure proviamo a scappare e veniamo fucilati”. Secondo Al Jazeera, infatti, le prime ambulanze dirette nella zona ovest di Aleppo sono state colpite da spari e razzi e la colonna ha fatto retromarcia verso la zona est. Le forze in gioco sono troppe e Aleppo è una trappola mortale.

Il mio messaggio al mondo è questo – ha detto ancora Monther – avete lasciato accadere questo genocidio in Siria, per far giocare Assad con la Russia e l’Iran e tutti gli altri attori in gioco. Non so cosa succederà domani, il futuro non esiste. Io forse morirò. Aleppo è perduta, le persone continuano a essere uccise nonostante gli aiuti umanitari. Abbiamo bisogno che tutto ciò finisca, che intervenga la legge internazionale e si applichino le regole umanitarie. Non credevo che potesse accadere tutto questo in Siria. Vogliamo che, per i suoi crimini, Assad paghi”.

Qui l’audio di Monther

Monther

 

Ascolta la testimonianza di Lina Shami dal suo balcone di Aleppo

Lina Shami.

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Refusenik israeliana, andrà in carcere

“Tra due mesi andrò in prigione perché mi rifiuto di entrare nell’esercito israeliano, ma sono convinta della mia scelta e non ho paura”. Atalya Ben-Abba è tranquilla e sorridente, sembra una giovane donna come tante, ma appena racconta la sua storia emerge la personalità e viene fuori una forza che va al di là dei suoi diciannove anni. Nata e cresciuta a Gerusalemme, Atalya sta portando la sua testimonianza ovunque ci sia qualcuno che ascolta ed è stata ospite anche di Radio Popolare.

Mi rifiuto coscientemente di arruolarmi – ha raccontato – Non voglio essere parte di un sistema che occupa le terre palestinesi. Mi rifiuto di proteggere i coloni e di contribuire alla propaganda di Israele costruita ad hoc per convincere le persone ad andare ad abitare in Palestina. A Gerusalemme, per esempio, le case costano tanto, le tasse e le bollette dell’acqua sono care. Nelle colonie, invece, gli appartamenti sono economici, così come tutti i servizi, come l’acqua per l’agricoltura. Dicono alla gente, andiamo e prendiamoci sempre più terra”.

Per Israele Atalya è una traditrice che deve pagare cara la sua scelta controcorrente, anche se, in realtà, sono tanti i giovani che non vogliono diventare militari. Un numero sempre più alto, tanto che hanno costruito proprio una rete chiamata “Refusenik”, cioè noi che rifiutiamo. Il gruppo raccoglie coloro che dicono No all’occupazione ma dicono anche basta vendere armi a Israele e si rivolgono a tutti i governi europei, anche a quello italiano che ha venduto 30 M-346 (aerei di addestramento militare transonici) per un totale di 68 milioni di euro (dati del SIPRI Stockholm International Peace Research Institute ndr). “Voglio che tutti aprano gli occhi sulla realtà. Non mi piace parlare di conflitto – ha specificato Atalya – perché quella israeliana è una vera occupazione, con conseguenti violazioni dei diritti umani”. Come tutte le bambine, andava a scuola e i suoi compagni erano accecati dall’odio per i palestinesi, erano razzisti e l’undicenne Atalya non riusciva a comprendere davvero perché ci fosse quella paura e quella ripugnanza. Poi il fratello più grande decise di non arruolarsi e per la prima volta Atalya sentì la parola “occupazione”. “Ascoltavo i discorsi della mia famiglia e iniziai ad avere il quadro della situazione anche perché abbiamo sempre vissuto al confine tra Gerusalemme est e ovest, nel quartiere di Misrara, vicino al muro, per cui conoscevo già le differenze tra i due mondi. Da un lato vita serena e benessere, dall’altro povertà e paura”. Le idee di Atalya cominciavano già a delinearsi ma è stato quando ha dovuto fare, come tutti gli adolescenti, il servizio civile di preparazione alla vita militare che ha capito che non sarebbe mai potuta essere un soldato. “Per me era assurdo che dei ragazzini avessero in mano un arma, mi vedevo ridicola. Mi sembrò una cosa tragica e assurda allo stesso tempo, come se il mio destino fosse segnato e allora capii.”. La famiglia, tranne il nonno, l’ha appoggiata e continua a sostenerla pur sapendo che la vita che ha scelto è molto difficile. “Siamo dei traditori, viviamo da outsider in casa nostra, ma sono preparata ai processi e al carcere”.

Molte amiche di Atalya sono già in prigione, altre invece, si sono arruolate e non capiscono la sua posizione. Chi proprio non voleva trovarsi in prima linea, ha deciso di state ai check-point solo ad osservare il passaggio ma anche questo, per Atalya è una violazione. “Non dovrebbero proprio esserci i check-point, questo è il punto della questione.”Gli altri amici sono palestinesi. Insieme fanno contro-propaganda, usano i social neteork, spiegano com’è la situazione veramente e combattono a modo loro, con parole e conoscenza. “E’ una cosa importante – ha detto Luisa Morgantini dell’Assopace Palestina – e la storia di coraggio di questa ragazza deve essere un monito per i governi che contribuiscono all’occupazione di Israele”. Tra qualche giorno Atalya torna a casa a Gerusalemme, pronta ad affrontare il suo destino, le conseguenze della sua scelta. Gli interrogatori, il carcere, la pressione psicologica.

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    Bianca Senatore
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L’omertà all’Ospedale di Saronno

“No comment, per favore. Questa è una brutta storia”.

Non c’è molta voglia di parlare davanti all’ospedale di Saronno. Questa piccola città si è ritrovata suo malgrado sotto i riflettori dopo che sono saltati fuori gli omicidi commessi al pronto soccorso dal viceprimario di medicina d’urgenza Leonardo Cazzaniga e dalla sua amante, l’infermiera Laura Taroni. I due sono accusati, per ora, di 35 morti sospette, tra cui anche quelle del marito e della madre di Laura, ma di ora in ora emergono dettagli sempre più inquietanti.

In un pomeriggio freddo, il via vai dall’ingresso principale  è quello di sempre ma in pochi si fermano a chiacchierare con i giornalisti. Qualcuno lo fa e commenta amareggiato. “Terribile, spero gli facciano pagare per quello che hanno fatto”. Proviamo a entrare nell’ospedale ma nessuno è autorizzato ad aprire bocca e quindi ci invitano a uscire. Un medico al cambio turno incrocia il nostro sguardo e scappa. “Non mi faccia domande, la prego. Non posso commentare”.

Bocche cucite, dunque, perché ora è partito l’iter giudiziario, ma in realtà anche prima nessuno ha parlato. Di questa faccenda quello che scuote è proprio l’omertà. “Tutti sapevano quello che accedeva – dice un signore, uno dei pochi che si ferma – qui ci sono quattro gatti, è un ospedale piccolo. Vuole che non fosse passata la voce? Se non avevano la certezza, almeno il sospetto c’era di sicuro”.

Dalle indagini è venuto fuori, in effetti, che molti erano a conoscenza di quello che Cazzaniga faceva. “Ho sentito dire che avevano dato anche un soprannome al suo comportamento”, dice un’altra signora. Vox populi, certo, ma c’è un riscontro della magistratura secondo cui nell’ospedale era noto il “protocollo Cazzaniga”. Anziani signori che entravano al pronto soccorso sulle proprie gambe e morivano dopo poco a causa di un cocktail di medicine. Tutti sapevano e nessuno ha mai denunciato. E così ora sono 14 gli indagati tra medici, dirigenti e i sei membri della Commissione interna dell’ospedale che nel 2013 si riunirono per verificare il comportamento di Cazzaniga dopo la segnalazione di alcuni infermieri. Il dottore, però, ne uscì pulito. Come mai, se tutti conoscevano la sua pratica, la commissione non rilevò comportamenti anomali? “Ci sarà stato l’interessamento di qualche politico”, dice una signora al volo, mentre va via.

Di Laura Taroni, invece, nessuno sospettava, nemmeno chi le era più vicino. Una sua amica ci racconta  di essere sconvolta, di non aver mai avuto dubbi sulla bontà di Laura. Lei che si batteva contro la violenza sulle donne, che scriveva su Facebook post contro l’abbandono dei cani e s’indignava per i soprusi sui bambini. “Sembrava una brava persona anche se – mi dice – forse Leonardo le faceva un po’ di pressione psicologica, sembrava soggiogata da quell’uomo, spesso aggressivo e irruento, che sembrava non avere un grande feeling con i figli”. Ma lei era felice, spensierata, come se nulla potesse crollarle sulla testa. Di certo non un’accusa per omicidio plurimo.

Un giovane del 118 non vuole commentare, non sa nulla, spera solo che ora i pazienti non inizino ad avere paura e smettano di fidarsi. Intanto il freddo della sera si fa più intenso e tra chi entra e chi esce non c’è più voglia di fermarsi neanche un minuto per una parola al volo. Si aspetta di sapere di più.

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Torino: la rivolta dei migranti

A Torino scoppia la rivolta dei migranti. Da giorni c’è grossa tensione tra le palazzine del Moi, l’ex villaggio olimpico occupato da un migliaio di immigrati. Due giorni fa un gruppo di persone ha cominciato a lanciare pietre, petardi e bombe carta. Hanno lanciato bottiglie, ribaltato cassoni dell’immondizia dando origine a una vera e propria manifestazione che ha bloccato il traffico tanto da richiamare anche i reparti della polizia in assetto anti-sommossa. La sindaca Chiara Appendino ha convocato un vertice per capire come gestire la situazione e oggi il Prefetto ha chiesto cinquanta uomini dell’esercito per presidiare 24 ore su 24 l’ex villaggio olimpico.

Nel quartiere la tensione è salita pian piano alimentata da degrado, problemi ed episodi di razzismo. Domenica scorsa alcuni Ultrà del Torino avevano mandato in frantumi le vetrine di uno storico bar ma l’accusa è arrivata ad un nordafricano che vive in una delle palazzine. Di qui la rabbia sfociata, poi, nella risposta violenta di ieri.

“La storia dell’occupazione delle palazzine del Moi nasce molti anni fa” – ha raccontato la sociologa Cristina Molfetta, che lavora a Torino per Migrantes ed è presidente del coordinam. “Non solo asilo”. “Da quando, durante l’emergenza migrazione del 2013, molti rifugiati nord africani furono sistemati momentaneamente nella zona. La situazione fu poi regolarizzata con una sanatoria e un permesso umanitario”.

Alcuni di loro sono andati via dall’Italia, ma la maggior parte è rimasta nel quartiere occupando, via via, le palazzine del villaggio olimpico, alcune delle quali mai utilizzate dopo la manifestazione sportiva. “Prima una, poi, due, poi tre e infine quattro palazzine sono state abitate dalle famiglie fino a che è diventato un vero e proprio villaggio di 1500 persone di varia nazionalità – ha spiegato ancora Cristina Moffetta.

Nel corso degli anni, quel piccolo quartiere è diventato un punto di riferimento per i migranti che, spesso, si sono allontanati per lavoro, poi hanno fatto ritorno. “Quando tante persone sono concentrate insieme senza servizi e senza tutele diventa pericoloso – ha spiegato Moffetta – ma non è solo un ghetto. C’è sempre stata grande solidarietà da parte del quartiere e delle associazioni che hanno organizzato corsi di italiani e corsi di avviamento al lavoro tanto che sono nate anche delle piccole attività commerciali”.

Torino non ha mai avuto una tradizione di sgomberi. Sono sempre state attuate strategie alternative e anche per la situazione del Moi si era tentato, nel tempo, di avviare trattative. Ora bisognerà capire come l’amministrazione comunale risponderà a queste proteste.

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La mia battaglia contro “il taglio”

Never again”, mai più mutilazioni genitali. La voce di Nice Nailantei Leng’ete è determinata, e trasmette una forza tranquilla. Parla con noi in inglese da Noomayianat, un piccolo villaggio del Kenya.

È lì che abbiamo raggiunto Nice, venticinquenne masai, che è diventata paladina della battaglia contro le mutilazioni genitali per Amref (African Medical and Research Foundation). Quella pratica brutale, l’ablazione totale o parziale del clitoride e delle piccole labbra, lei la conosce bene, l’ha vista da vicino, a nove anni, e solo grazie al coraggio che una bimba può tirare fuori per disperazione è riuscita a sottrarsene.

Nel mondo, secondo l’ultimo apporto Unicef 2016 “Female Genital Mutilation/Cutting: A Global Concern”, almeno 200 milioni di donne e bambine, 70 milioni di casi in più di quelli stimati nel 2014, hanno subìto mutilazioni genitali femminili. Tra le vittime, 44 milioni sono bambine e adolescenti fino a 14 anni. Tre milioni sono a rischio ogni anno. Le mutilazioni genitali femminili sono pratiche tradizionali che vengono eseguite principalmente in 28 Paesi dell’Africa sub-sahariana.

“Ho visto troppe ragazze e donne, troppe amiche, a cui hanno rubato i loro sogni. Le pratiche tradizionali pericolose e nocive hanno avuto un forte impatto sulle loro vite – ricorda spesso Nice nei suoi viaggi per spiegare la battaglia che sta portando avanti. Sono ragazze andate incontro all’orrore delle mutilazioni genitali e alcune hanno pagato con la vita. Altre sono state chiamate codarde per il loro pianto, altre ancora sono state obbligate a sposarsi o hanno avuto gravi problemi a partorire. Io mi batterò fino all’ultimo perché questa realtà cambi”.

Nice durante uno dei suoi incontri in Kenya
Nice durante uno dei suoi incontri in Kenya

Nice, partiamo dalla sua storia, come è riuscita a evitare il “taglio”, l’infibulazione?

“Avevo nove anni, andavo a scuola e sentivo le mie amiche e cugine che ne parlavano. Anche le ragazze più grandi raccontavano di certe cose terribili che dovevano subire, ma io non capivo ancora bene di cosa si trattasse. Poi un giorno mi hanno raccontato nel dettaglio, come fosse una pratica normale. Mi hanno detto che presto mi sarebbe toccato il ‘taglio’ perché stavo diventando donna e che, quindi, non mi sarei mai e poi mai potuta sottrarre. E lì ho avuto il primo istinto di ribellione. Non io, mi dissi. All’epoca vivevo con mia zia perché mia madre e mio padre erano morti e dovevo fare quello che mi dicevano loro”.

E cosa fece a quel punto?

“Ero terrorizzata. Decisi di scappare di casa insieme alla sorella più grande e di nascondermi. Poi ho pensato che l’unica soluzione fosse chiedere aiuto a mio nonno che era uno dei capi villaggio ed era l’unico che, se avesse parlato, sarebbe stato ascoltato. E allora sono andata da lui, e gli ho detto che non volevo essere ‘tagliata’, che non mi importava niente di diventare una donna da sposare. Io volevo studiare”.

Quale fu la reazione del nonno-capo villaggio?

“Il nonno dapprima rifiutò, poi si lasciò convincere, ma salvò solo me che avevo ancora nove anni, ma non poté intercedere per mia sorella, che venne sottoposta alla mutilazione, nonostante le mie proteste. È stato allora che ho capito che non volevo salvare solo me stessa, ma anche tutte le altre bambine”.

Lei continua la battaglia contro le mutilazioni genitali nel suo Paese, ma è molto difficile visto che è un mondo controllato dai maschi.

“La reticenza fortissima e l’ostilità degli uomini del mio e dei villaggi vicini all’inizio mi spaventavano, ma sono sempre stata determinata a andare avanti nella mia battaglia e ho ottenuto dei primi risultati importanti: hanno iniziato a capire il mio messaggio, il suo valore, tanto che gli anziani, a un certo punto, mi hanno chiesto di essere ufficialmente un’educatrice e allora mi sono sentita investita di un ruolo quasi ufficiale, per cui non mi sono fermata più”.

Quant’è importante l’istruzione per combattere questa pratica delle mutilazioni genitali femminili?

“È necessario puntare sull’istruzione, ma in generale sulla cultura, e far capire che ci sono rituali dannosi, ma che possono essere sostituiti da altri. Così ho ideato una nuova pratica che prende spunto dalle antiche usanze masai, coinvolgendo le ragazzine, ma anche le mamme, le nonne e gli uomini. Si parla di sesso, del ruolo della donna, dell’istruzione e del futuro della tribù”.

Con quale effetto?

“Le donne, le ragazze hanno iniziato ad arrivare dai villaggi vicini e poi, pian piano, da quelli più lontani, a volte anche solo per curiosità, ma alla fine quasi tutte si sono dette convinte che la mutilazione genitale è solo un orrore. Quello che bisogna combattere ancora è la mentalità maschilista che, purtroppo, influenza molte donne. Ci sono ancora quelle convinte che non saranno vere donne senza che la vecchia del villaggio le ‘cucia’ la vagina, ma in quel caso io punto sugli uomini, mi rivolgo a loro e chiedo: volete mogli sane, volete figli? Volete che la vostra discendenza vada avanti in salute?”.

La battaglia di Nice Nailantei Leng’ete, “guerriera” masai, continua senza sosta. Di capanna in capanna, di tenda in tenda, Nice è arrivata a parlare anche con Barack Obama, ha iniziato a viaggiare in tutto il mondo per portare il suo messaggio e dal 2009 è diventata ambasciatrice ufficiale di Amref. Grazie a lei sono già oltre diecimila le bambine salvate dalla mutilazione.

Nice, nel salutarci, dice: “Non mi fermerò perché ci sono ancora tante situazioni e molte donne da raggiungere in Africa. Il mio cammino è lungo…”.

Nice con gli anziani del suo villaggio
Nice con gli anziani del suo villaggio

Le mutilazioni genitali femminili (fonte Amref) vengono praticate per una serie di motivazioni:

  • sessuali: soggiogare o ridurre la sessualità femminile
  • socio-culturali: iniziazione delle adolescenti all’età adulta, integrazione sociale delle giovani, mantenimento della coesione nella comunità
  • igieniche ed estetiche: in alcune culture, i genitali femminili sono considerati portatori di infezioni e osceni
  • sanitarie: si pensa a volte che la mutilazione favorisca la fertilità della donna e la sopravvivenza del bambino
  • religiose: molti credono che questa pratica sia prevista da testi religiosi (Corano)

Le conseguenze delle mutilazioni genitali femminili:

Gravissime sul piano psicofisico, sia immediate (con il rischio di emorragie a volte mortali, infezioni, shock), sia a lungo termine (cisti, difficoltà nei rapporti sessuali, rischio di morte nel parto sia per la madre sia per il nascituro). Conseguenze di lungo periodo sono la formazione di ascessi, calcoli e cisti, la crescita abnorme del tessuto cicatriziale, infezioni e ostruzioni croniche del tratto urinario e della pelvi, forti dolori nelle mestruazioni e nei rapporti sessuali, maggiore vulnerabilità all’infezione da Hiv, epatite e altre malattie, infertilità, incontinenza, maggiore rischio di mortalità materna per travaglio.

Amref Health Africa è la principale organizzazione sanitaria africana, fondata nel 1957.

Giovani ambasciatori contro le mutilazioni genitali
Giovani ambasciatori contro le mutilazioni genitali

 

Nice è diventata per Hic Sunt Leones una sorta di simbolo dei diritti violati e/o negati alle donne in tutto il mondo.

Hic Sunt Leones è un gruppo di giornalisti (Francesco Cavalli, Luciano Scalettari, Alessandro Rocca, Davide Demichelis, Raffaele Masto, Angelo Ferrari, Roberto Cavalieri) che storicamente si occupano di Africa. “Abbiamo deciso di stare dalla parte di Nice per essere dalla parte di tutte quelle bambine, adolescenti e donne che lottano quotidianamente contro le violenze della strada, della guerra, della povertà, delle tradizioni”.

“Vogliamo realizzare un serial storytelling in sette episodi, una serie webtv che racconti di loro, delle bambine e ragazze africane che abbiamo incontrato. Per questo abbiamo lanciato una raccolta fondi di cui si possono trovare gli estremi a questo link

 

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“Senza cibo e medicine, siamo in trappola”

Ad Aleppo si continua a combattere. La tregua di dieci ore proclamata venerdì dall’esercito siriano e dai miliari russi non ha funzionato. Sabato ci sono stati dei pesanti bombardamenti, così come anche oggi.  Nonostante la difficile situazione, però, Mohammed Atak è riuscito a parlare con Radio Popolare, questo pomeriggio.

Trentacinque anni, sposato, Mohammed è un infermiere che vive ancora nella città assediata: non è scappato ma è rimasto per aiutare come può la popolazione intrappolata. Sono 250mila persone che non hanno più cibo e medicine. Ci ha raccontato che in questi giorni non ha mai smesso di sentire rumore di bombe e spari e che le forze governative cercano di prendere il controllo dei quartieri nella zona a ovest di Aleppo.

Ascolta la testimonianza:

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La tregua di venerdì non ha prodotto alcun risultato. L’obiettivo era quello di permettere alla popolazione della zona orientale di scappare, ma nessuno si è mosso dai propri rifugi, perché in realtà le forze in campo non si sono messe d’accordo e dei razzi sono caduti una una delle vie di fuga. La popolazione di Aleppo è stremata, eppure molti hanno deciso di non andare via. Proprio come ci ha confermato Mohammed.

Ascolta:

aleppo-parte-2

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Fb doveva togliere quel video

Gli hosting providers dovevano rimuovere le pagine su cui comparivano i video di Tiziana Cantone. Napoli – Facebook 1 a 0. La procura nord del capoluogo campano ha rigettato in parte il reclamo del Social Network che voleva a tutti i costi difendersi dall’accusa di non aver rimosso i video della trentunenne che lo scorso 12 settembre si è suicidata dopo la diffusione virale sul web di alcune sue immagini a sfondo sessuale.

“Quest’ordinanza afferma un principio molto importante – ha spiegato Andrea Orefice, avvocato della madre di Tiziana – e cioè che gli hosting providers non sono esonerati dall’obbligo di rimuovere contenuti illeciti, anche se non è intervenuto un provvedimento da parte dell’autorità”.

In aula i legali del colosso del web sostenevano, invece, che solo dopo l’adozione di una disposizione ufficiale sarebbe scattato l’obbligo di rimuovere tutto i link a quei contenuti per cui Tiziana non aveva dato alcun consenso.

Anche in linea generale, comunque, fino ad oggi Facebook ha sempre sostenuto di procedere con le cancellazioni solo su richiesta, appunto di Garante della Privacy o dell’Autorità giudiziaria. “Il giudice, oggi, ha affermato un principio ineccepibile – ha sottolineato Orefice – secondo cui l’obbligo di rimozione insorge nel momento esatto in cui se ne accorge un qualsiasi altro cittadino o arriva la segnalazione da parte del diretto interessato.

E Tiziana lo aveva fatto: poco dopo la diffusione del materiale che la riguardava aveva segnalato a Facebook che quei contenuti la offendevano e che non aveva autorizzato nessuno a creare quelle pagine. Adesso i link non ci sono più, ma il giudice ha affermato che anche per il futuro Facebook è obbligato a vietare che quelle pagine ricompaiano.

Soddisfatta la madre della giovane donna che, proprio in seguito alla diffusione di quei video, aveva subìtoo insulti e mortificazioni. Lo stato di tensione e stress l’aveva portata a quella depressione che alla fine l’ha uccisa. Tiziana, infatti, si è impiccata nel garage di una casa a Mugnano, stanca di subire e convinta che quell’incubo non sarebbe mai finito.

La sentenza di oggi, di fatti, non mette un punto alla vicenda, anche perché sempre stamattina la Procura di Napoli ha, invece, chiesto l’archiviazione per i 4 che nell’esposto presentato nel 2015 Tiziana aveva inizialmente identificato come i detentori di quei video poi diffusi.

Eppure la decisione del tribunale nord chiarisce alcune cose: Facebook non ha l’obbligo di verifica prevedentiva, cioè, c’è sempre bisogno di qualcuno che denunci, ma basta una sola segnalazione affinché il provider verifichi ed eventualmente cancelli.

E questo accorda una tutela importante, anche se potrebbe non essere sufficiente. “Adesso chiediamo a Facebook di comunicarci i nomi di coloro che hanno creato le pagine su Tiziana e sarà tenuto a farlo – chiarisce l’avvocato – in osservanza del decreto legge 70/20003”.

Questa comunicazione potrebbe rappresentare un altro importante passaggio. Il tema dell’identificazione dell’utente che accede ai servizi di Facebook – ha detto ancora Andrea Orefice – ci offre la possibilità di individuare i responsabili. Se ci fosse un controllo maggiore, si potrebbero combattere molti casi come quello di Tiziana Cantone.

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Smantellano la Giungla di Calais

Alla fine della prima giornata, sono state 2318 le persone sgomberate dalla Giungla di Calais. Tra queste 400 minori, portati in un centro temporaneo. L’obiettivo è trasferire tutti i circa seimila profughi che da 18 mesi, ormai, vivono accampati nella giungla in condizioni precarie. Domenica sera c’erano state delle tensioni ma nel corso della giornata di ieri le procedure si sono svolte in un clima di relativa calma.

Ce lo ha raccontato anche Dorothy Sant, operatrice umanitaria di Save the Children che è proprio a Calais e sta gestendo la situazione. “Se vogliamo dare una fotografia effettiva, se vogliamo essere onesti, oggi quando siamo arrivati sembravano tutti molto calmi e tranquilli in fila. Non c’erano informazioni sufficienti tra i rifugiati, soprattutto tra donne e bambini. Io nel campo mi sono occupata di registrare proprio ed è stato molto difficile”. I migranti sono stati suddivisi in tre file, da una parte le famiglie, da una parte i minori da soli, dall’altra gli adulti singoli. A tutti loro sono state proposte due destinazioni diverse, a seconda della scelta è stato dato un bracciale colorato e inviati verso una tenda in attesa di raggiungere il numero minimo di 50 per partire.

“Domani inizieranno a buttare giù le baracche e siamo preoccupati delle condizioni in cui questi bambini vivranno – ha detto ancora Dorothy Sant – Sia per quelli che ancora devono essere ricollocati, sia per quelli che stanno aspettando la partenza, nelle tende blu al centro del campo. Adesso ci sono circa tremila bambini soli che sono costretti a lasciare la casa dove hanno vissuto per un anno e rischiano di rimanere senza un tetto, al freddo e rischiano di peggiorare ancora di più la loro condizioni.”.

Secondo le previsioni, per sgomberare tutta la Giungla di Calais ci vorrà una settimana e intanto i migranti spostati verranno indirizzati versi 287 centri di accoglienza di alcune città francesi come Allex, Saint-Denis-de Cabanne, San Brevin. Ma i residenti già oggi hanno protestato perché non vogliono accoglierli. Alcuni dei migranti ha chiesto di ricongiungersi con la famiglia in Inghilterra e qualcuno come il giovane afgano Ehsan ha anche chiesto di venire in Italia per raggiungere i parenti.

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Morire di malasanità e di obiezione di coscienza

Valentina Milluzzo aveva 32 anni e voleva diventare madre ma il suo sogno e quello di suo marito si è infranto in un freddo ospedale di Catania. Al quinto mese di una gravidanza gemellare, dopo una dilatazione improvvisa, la donna viene ricoverata e sembra che tutto proceda bene.

Per due settimane, infatti, le sue condizioni sembrano buone, ma il 15 ottobre qualcosa inizia ad andare storto. Al mattino, Valentina ha la febbre molto alta, le viene somministrato un antipiretico ma dopo poco la febbre risale a 39 e comincia ad accusare dolori lombari, nausea e vomito. “Dalle 9.30 alle 15 la donna non incontra nessun medico pur reclamandolo – racconta l’avvocato della famiglia, Salvatore Catania Milluzzo – poi alle 15.30 il medico la vede, ma solo perché i parenti, preoccupati, chiedono alle infermiere di portarla con la barella dal medico”.

A questo punto Valentina non è più nella sua stanza e il marito e i genitori la perdono di vista fino alle 19, quando, stanchi di non avere notizie, la cercano e la trovano semi svenuta, con la pressione minima a 50 e la temperatura a 34. “Da lì in poi non si capisce bene cosa succede – dice ancora l’avvocato – lei ha ancora dolori atroci e allora il medico decide finalmente di fare un tracciato dal quale emerge che uno dei feti è in sofferenza. E’ a questo punto che il dottore dice ai familiari di non poter procede con l’aborto perché è obiettore di coscienza e quindi deve attendere che il feto muoia naturalmente”.

Valentina, tra atroci sofferenze, aspetta che il figlio le muoia in grembo mentre anche il secondo feto comincia a soffrire. I familiari chiedono che si intervenga almeno sul secondo bimbo, ma anche in questo caso sembra che la risposta sia stata negativa. Alle 15 i gemellini muoiono entrambi e Valentina viene portata in sala operatoria. “Dopo un po’ il medico dice ai parenti che c’è una sepsi in corso e che la donna è nelle mani di Dio” – spiega Milluzzo. Valentina viene trasferita in rianimazione, ma non ce la fa e muore.

Il caso sale alla ribalta nazionale e la ministra Beatrice Lorenzin manda gli ispettori che da stamattina sono al lavoro in ospedale per accertare se siano state rispettate tutte le procedure previste, ma intanto la Procura di Catania ha iscritto nel registro degli indagati 12 medici.

“L’attenzione si è concentrata sulla questione dell’aborto, ed è diventato un caso anche perché, intanto, la struttura ospedaliera dove il medico opera ha respinto categoricamente le accuse avanzate dalla famiglia”. Il direttore generale dell’ospedale catanese, Angelo Pellicano, ha detto che il medico si è rifiutato di procedere all’aborto perché la donna rischiava troppo, non per una questione di coscienza. Lo stesso ha detto anche il primario, Paolo Scollo, che però non era presente quel giorno.

“La questione, però, è molto più complessa – puntualizza il legale – Una ragazza sana entra in ospedale e ne esce morta perché non è stata curata. E’ possibile che i problemi siano sorti nella settimana precedente, che quella febbre e quei dolori atroci così ignorati e sottovalutati fossero già il sintomo di un problema. Questo, dunque, potrebbe essere l’ennesimo caso di malasanità che però verrebbe ignorato come gli altri se non fosse per la questione dell’aborto”. Saranno le indagini a dover chiarire se sia vera la versione della famiglia o quella dell’ospedale, ma in ogni caso, all’ospedale Cannizzaro di Catania, su 12 ginecologi tutti sono obiettori di coscienza.

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Le donne dicono no al femminicidio

“Ni una menos”. “Se della mia vita non vi importa, producete senza di me”. Stesso slogan, stessa rabbia, stessa voglia di chiedere un cambiamento. E’ un sentimento di ribellione che va da Città del Messico a Buenos Aires, da Santiago del Cile a Tegucigalpa (capitale dell’Honduras ndr), quello delle donne dell’America Latina, stanche di essere vittime di femminicidio. A far scattare la molla della rivolta è stato l’omicidio brutale di Lucia Perèz, la sedicenne drogata, violentata per ore e impalata in Argentina. Per il suo assassinio sono stati arrestati tre uomini ma il caso ha fatto discutere.

Alle 13 di mercoledì ora argentina (le 20 in Italia), in molte si fermano per un’ora durante il proprio lavoro, qualunque sia, qualunque cosa stiano facendo. Chi non potrà proprio farlo, si vestirà di nero e di viola mentre un corteo partirà dall’obelisco, lungo l’avenida 9 de julio per arrivare, poi, alla Casa Rosada, sede della presidenza, nella Plaza de Mayo. Accademiche, giornaliste, collaboratrici domestiche.

In Messico, così come in Argentina, in Cile e in Honduras c’è una crisi umanitaria di cui nessuno parla” – racconta a Radio Popolare Emanuela Borzachiello, ricercatrice all’Università di Città del Messico. “Secondo i dati -aggiunge – in Messico ogni giorno muoiono 7 donne, in Argentina viene ammazzata una donna ogni 30 ore. Negli ultimi quattro anni, in Messico il femminicidio è aumentato del 46 %, in Argentina del 30 % ma i dati non sono attendibili, perché ci sono vittime che sfuggono alle indagini, come quelle clandestine o quelle uccise dalle pandillas, che non vengono denunciate per paura di ritorsioni perché non c’è nessuna protezione da parte dello Stato.

Quello che emerso negli ultimi tempi è che la violenza sulle donne è diventata interclassista: può colpire una donna delle periferie come nel quartiere più ricco di Buenos Aires e questo anche perché l’indice di impunità è altissimo. Superiore al 90% addirittura. “Delle 7 donne che sappiamo giù che moriranno per mano di un un uomo – ha detto ancora Emanuela Borzachiello – sappiamo già che solo lo 0,5 dei casi sarà risolto, se tutto va bene, e per di più dopo una lunga e sofferta battaglia delle famiglie.

Accademiche, colf, femministe, attiviste delle Ong. Si sono unite tutte in una grande rete inter-statale che portare all’attenzione del mondo la nuova geopolitica del crimine autorizzato e della violenza sul corpo delle donne. “E’ una situazione difficile da far capire – ha spiegato Emanuela – perché questi Paesi da fuori sono visti come democratici, ma quello che sono da dentro non rispecchia la visione europea, l’immagine delle cartoline turistiche”.

Insieme, queste donne vogliono far capire come muoiono, dove sono state assassinate le loro sorelle, madri e amiche, per scoprire che proprio nei luoghi dove si trovano il maggior numero di corpi c’è la maggior concentrazione di criminalità.

La battaglia del Cile, poi, è ancora più importante, perché viene considerato femminicidio solo se succede all’interno delle mura domestiche. Le donne hanno chiesto che venga considerato lo stesso crimine anche se avviene per strada, durante una violenza sessuale.

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    Bianca Senatore
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Foodora e gli altri: ecco i lavoratori invisibili

In giro non se ne vedono più tante di felpe rosa che sfrecciano in bicicletta, perché i lavoratori di Foodora sono ancora in agitazione e forse non si aspettavano che la loro protesta facesse tanto scalpore. Il caso, invece, ha iniziato a far discutere, perché finalmente si è affrontato un aspetto cruciale della sharing economy, cioè quello che pesa sulle spalle dei lavoratori.

“Le aziende esternalizzano i servizi e provano a evitare le tutele del lavoro salariale ma non è una novità – racconta Guido Smorto, docente di Economia comparata all’Università di Palermo – Per Foodora c’è un collaboratore che non è un professionista e che mette a disposizione anche il mezzo, cioè la bici, ma ci sono i casi di Uber in cui usi la tua macchina o AirBnb per cui sfrutti la tua stessa casa. Per tutte queste situazioni, comunque, si tratta di lavoratori dispersi tra loro che hanno un alto tasso di invisibilità”.

Per il professor Smorto l’importanza della protesta dei collaboratori di Foodora sta proprio nel tentativo di far emergere i lavoratori come soggetti esistenti ma non è il caso più eclatante di dipendenti più invisibili. “Quelli di Amazon Mechanical Turk -spiega Guido Smorto – sono dei lavoratori veramente ignorati, perché svolgono dei compiti che la gente mediamente pensa facciano i computer, come ad esempio il riconoscimento facciale o l’analisi delle frasi per capire se siano ironiche oppure offensive. Questi lavoratori ci sono, esistono anche se sono dispersi ciascuno dietro un computer per conto suo”.

Ecco, quindi, che la protesta di Foodora ha riacceso i riflettori su una situazione molto diffusa e infatti, l’altro elemento che è stato sottolineato è l’assurdità della retorica del lavoro flessibile. “Un’opportunità per chi ama andare in bici, guadagnando anche un piccolo stipendio” hanno detto gli amministratori italiani, e suona quasi come una presa in giro. “E’ un modo per distanziare il soggetto dal mondo del lavoro mentre l’azienda si scrolla di dosso gli aspetti giuridici – ha spiegato ancora Smorto. – Purtroppo questa protesta di Foodora in Italia è solo un primo step e prima ancora che per la rivendicazione dei diritti e del salario, si lotta per emergere, come dicevo prima, come soggetti esistenti. E la reazione dell’azienda è stata tipica: delle persone fanno una protesta e di conseguenza vengono disattivate dal gruppo. E’ fin troppo chiaro e trasparente il passaggio tra azione e reazione”.

In generale, però, ci sono dei meccanismi molto più subdoli. Per esempio, la flessibilità in questi tipi di aziende è vera fino a un certo punto, perché nel momento in cui il sistema di remunerazione o l’ordine di chiamata avvenga in base alla mia disponibilità limita la mia libertà di dire di no. “C’è un algoritmo che regola il lavoro e funziona così, in base a quanto tempo tu decidi di voler impiegare. Nel caso di Uber, per esempio, se non avevi un certo punteggio venivi automaticamente eliminato, poi in seguito alle proteste il calcolo è stato modificato”.

Questa protesta di Foodora è stata importante anche perché ha ridato ai consumatori il potere di decidere di un’azienda, anche se questa cosa è vera solo in parte. “Non è proprio scontato che per la tutela dei lavoratori i consumatori rinuncino alla convenienza e infatti è stato dimostrato che la Corporate social responsabily non è sempre parte della scelta dei consumatori”.

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“Sindaci lombardi, mappate le moschee”

Un escamotage perfetto, anche se poco mascherato. La Regione Lombardia decide di mappare i luoghi di culto del territorio, ma in realtà nel mirino ci sono solo le moschee, le sale di preghiera musulmane, le associazioni islamiche e i centri coranici. Roberto Maroni ha deciso di affidare il compito di monitorare la presenza del culto dei musulmani all’assessore all’Urbanistica Viviana Beccalossi che ha subito chiesto aiuto a chi sul territorio ha o dovrebbe avere il pugno della situazione: i sindaci lombardi.

Con una lettera inviata stamattina ai primi cittadini, e per conoscenza ai Prefetti, Beccalossi chiede informazioni su centri culturali e luoghi di preghiera. “Vi chiedo – si legge nella missiva -, per quanto in vostro possesso e nell’assoluto rispetto delle competenze nell’ambito dell’Ordine pubblico, di conoscere la ‘mappatura’ dei luoghi di culto, in particolare le moschee, i centri culturali islamici e le scuole coraniche, presenti sul vostro territorio comunale”.

“Vogliamo sapere dove sono e chi li gestisce – ha detto l’assessore Beccalossi a Radio Popolare– dopo di che decideremo se intervenire dal punto di vista legislativo per dare delle regole. Oggi come oggi i sindaci hanno a che fare con queste moscheee che si trovano in scantinati, garage o anche in appartamenti che nascono come funghi senza nessun tipo di permesso”. L’obiettivo dell’assessorato è di fare un elenco per capire quanti sono e garantire – dicono – “la sicurezza del territorio”A gennaio 2015 la Regione ha introdotto la cosiddetta “legge anti-moschee”, una normativa che prescrive a qualunque luogo di culto islamico una serie di obblighi che nei fatti impediscono la nascita di nuove sale di preghiera. E che di fatto ha impedito l’assegnazione delle aree che la vecchia amministrazione pensava di destinare a nuovi centri di preghiera. Per il governatore Roberto Maroni, la lettera di oggi è un prosieguo dell’iter cominciato con la legge anti-moschee, che epr altro il 6 agosto come termine ultimo per consegnare le domande di costruzione di una nuova struttura.

Non è stata decisa una tempistica, né ai sindaci è stato dato un termine per rispondere. Probabilmente le informazioni che cerca Maroni non saranno così facilmente reperibili dal momento che, essendo le moschee non riconosciute in Lombardia, e che, quindi, molti di questi luoghi di preghiera sono anche nascosti.

Ascolta l’assessore Viviana Beccalossi

Beccalossi mappa moschee

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Le sanzioni non fermano gli anti-vaccini

I medici che sconsigliano i vaccini infrangono il codice deontologico e vanno incontro a procedimenti disciplinari che possono arrivare anche alla radiazione. La Federazione degli Ordini dei Medici (Fnomceo) è perentoria e con un documento pubblico, approvato lo scorso 8 luglio dai 106 presidente degli Ordini d’Italia, vuole invertire una pericolosa tendenza. Il movimento anti-vaccini, secondo la Federazione, sta prendendo piede in Italia tanto che il numero persone che vi si sottopongono è calato vertiginosamente. “I vaccini rappresentano la più grande conquista sanitaria dell’umanità – ha detto Luigi Conte, segretario della Federazione -e questo atteggiamento di contrarietà è associato a una tendenza antiscientifica e assolutamente irrazionale. Ecco perché abbiamo deciso di intervenire con un dispositivo che invieremo a tutti i medici d’Italia”.

Sull’argomento sono state coinvolte anche istituzioni, legislatori, magistrati, ricercatori ma soprattutto pazienti e i cittadini. Saranno proprio loro, infatti, a dover inviare all’ordine le segnalazione sui medici che si rifiuteranno di prescrivere vaccini o che avranno posizioni genericamente contrarie. “A quel punto si istruirà un procedimento – ha spiegato Conte – si faranno delle indagini che verranno svolte durante un processo giurisdizionale che sarà lungo tre gradi di giudizio, a partire dall’ordine di appartenenza. In caso di ricorso, ci si potrà rivolgere alla commissione centrale delle professioni sanitarie e poi alla Corte di Cassazione”.

L’obiettivo del documento è coinvolgere tutti i medici d’Italia ma anche fare informazione tra la popolazione, dal momento che i numeri sulle vaccinazioni contro malattie comuni come morbillo e pertosse sono in continuo calo. “Il che ha portato alla ricomparsa di queste patologie – ha ribadito Conte. – E forse proprio il risultato positivo di decenni di vaccinazioni ha portato qualcuno a pensare che certe cose non esistano più, ma non è così. I microbi esistono e sono ancora in circolazione”.

Il tema, come sempre, fa discutere e infatti, già dalle prime ore dalla pubblicazione della notizia, alcuni medici palesemente contrari alle vaccinazioni si sono fatti sentire. Dario Miedico, medico legale ed esponente dell’associazione Medicina Democratica si è detto colpito e scioccato dal documento dell‘Ordine nazionale. “Nessuno può obbligarci a fare le vaccinazioni – ha detto Miedico – Esattamente come per gli antibiotici, vanno fatte solo se necessario. Se si va in Africa bisogna fare il vaccino anti-malaria ma un bambino che non è a contatto col virus del morbillo perché fare un iniezione potenzialmente pericolosa?”.

Per Miedico non ci possono essere posizioni repressive sulla questione a meno che non ci sia un’epidemia conclamata. “Se un bambino rischia dei danni da vaccino, il medico ha diritto di dire che quel bambino non deve essere vaccinato, d’altronde – ha aggiunto – in altri Paesi non c’è l’obbligo di vaccinazione e, per esempio, in Austria i dati dicono che si vaccina un 70% della popolazione ma non mi risulta ci siano malattie frequenti”.

Per i medici contrari, dunque, i vaccini non posso essere fatti così alla leggera, mentre dalla Federazione degli ordini arriva l’invito, invece, ad aderire a tutte le campagne di vaccinazione possibili. Posizioni e dati sono a confronto da mesi e il dibattito sembra destinato a alimentarsi con nuove dichiarazioni.

Ascolta l’intervista a Luigi Conte

Luigi Conte

Ascolta l’intervista a Dario Miedico

Dario Miedico

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Il capostazione: “Non è solo colpa mia”

Sarebbe stata una semplice eppure fatale dimenticanza la causa del disastro ferroviario che ha portato alla morte di 23 persone lo scorso 12 luglio tra Corato e Andria. Gli inquirenti hanno ascoltato il racconto del capostazione Vito Piccarreta che alla fine ha ammesso di aver alzato la paletta. Effettivamente, quella mattina, ha fatto partire i due treni che erano lì in stazione in quel momento, uno diretto verso Bari e l’altro vero Corato, l’ET1021 che si è poi scontrato con l’altro. Ma quel treno che era arrivato ad Andria con 23 minuti di ritardo Piccarretta non avrebbe dovuto farlo muovere dal binario, perché sapeva che proprio da Corato era già in arrivo un altro convoglio.

Forse la stanchezza, forse lo stress, forse un automatismo: il treno è partito alle 10.59. Solo alle 11.07, cioè circa un minuto dopo il disastro, il capostazione di Andria ha chiamato il collega di Corato e lo ha avvertito di aver dato la partenza al treno, ma in quel momento nessuno dei due sapeva che c’era già stata la strage. Piccarreta ha, invece, negato di aver modificato i registri di partenza rinvenuti dalla polizia. L’alterazione riguarda l’orario di partenza del treno da Andria (alle 10.58) modificato a penna, anche se illeggibile. “Non è solo colpa mia”, avrebbe detto l’uomo, che è sotto shock, ma intanto si difende anche Alessio Porcelli, il capostazione di Corato. Tramite il suo avvocato, ha fatto sapere di non avere responsabilità, perché il collega non lo avrebbe avvisato della partenza del treno da Andria. La ricostruzione sembra completata, ma i verbali degli interrogatori, conclusi venerdì dopo le 21, sono stati segretati.

Intanto gli investigatori continuano le indagini anche sulla società Ferrotramviaria Spa, tirata in ballo da entrambi i capistazione. Sia Piccarreta sia Porcelli, infatti, hanno detto che il coordinamento centrale avrebbe dovuto comunque accorgersi del disguido e bloccare uno dei due treni, in quando erano stati avvisati del ritardo di 23 minuti. Ora ci si dovrà accertare se davvero i tecnici all’interno della sala operativa della società avevano gli strumenti per rendersi conto di quel che stava accadendo. L’altro filone dell’inchiesta sulla Ferrotramviaria riguarda il mancato raddoppio della tratta Andria-Corato. Secondo quanto emerso, le opere erano state appaltate dalla società utilizzando fondi europei girati dalla Regione.

E infatti, il primo bando risale a 4 anni fa, 27 aprile del 2012. I lavori dovevano iniziare nel gennaio del 2013 per finire entro l’ottobre 2015. Lo ha confermato anche l’ex assessore ai trasporti della Regione Puglia Guglielmo Minervini, sentito da Radio Popolare qualche giorno fa. “Ma i lavori non sono mai iniziati – ha spiegato Minervini – e allora nel 2014 la Regione ha nuovamente riprogrammato il raddoppio della Andria-Corato, spostando i finanziamenti dai fondi Fesr 2007-2013 a quelli 2014-2020”. L’ultimo bando pubblicato da Ferrotramviaria risale allo scorso19 aprile e scadeva il 30 giugno scorso ma è stata data un’altra proroga che scadeva proprio oggi. “Incredibile che se non fossero stati eterni i tempi della burocrazia italiana, a quest’ora staremmo parlando di altro”, ha concluso l’ex assessore Minervini.

Ascolta l’intervista all’ex assessore Guglielmo Minervini

Gugielmo Minervini

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Gaza, a due anni dalla guerra

Sono passati due anni esatti dall’inizio dell’ultima guerra a Gaza, era l’8 luglio 2014, eppure nella striscia è cambiato veramente poco. Resta la paura, restano le macerie e le precarie condizioni di vita. “C’è una crisi umanitaria permanente a causa dell’assedio – racconta Gianni Toma, del Cospe – e Israele continua a sigillare il territorio, impedendo non solo il passaggio dei cittadini, ma anche di merci e materiali da costruzione”. Cemento, mattoni, ferro e attrezzi edili sono necessari come lo sono medicinali e rifornimenti alimentari, perché sono ancora 10mila le case distrutte. Solo mille ne sono state ricostruite, meno del 10% di quelle bombardate durante l’operazione margine protettivo. “Ci sono più di 75.000 palestinesi che non hanno ancora una casa in cui tornare ed è già il secondo inverno che vivono in queste condizioni precarie – ha aggiunto Toma.

Ecco perché il Cospe ha rilanciato la campagna #OpenGaza promossa da AIDA, un’associazione che raccoglie le maggiori ong internazionali, per chiedere a Israele di fermare il blocco e consentire a Gaza di tornare a respirare. “L’embargo sta ostacolando la ricostruzione – ha spiegato ancora Toma – e sta impedendo che i palestinesi di Gaza possano lasciarsi alle spalle anni di guerre”. Solo nell’ultima, durata 52 giorni, sono morti più di 2.200 palestinesi, di cui 1.462 civili, un terzo dei quali bambini.

Chi non è morto, ha subìto grossi traumi e ora vive le pesanti ripercussioni dello stress post traumatico. Di questo disturbo soffrono sempre più persone ed è diventata una vera emergenza sanitaria tanto che il Cospe si è impegnato per aiutare a risolvere il problema. “La nostra organizzazione collabora con gruppi locali in progetti di sostegno socio-psicologico – ha spiegato Gianni Toma – per insegnare a gestire l’ansia e gli attacchi di panico, ma c’è molto da fare”. A Gaza l’80% della popolazione dipende dagli aiuti umanitari e la disoccupazione supera il 40%, è la più alta al mondo. I ragazzi non studiano più e i bambini vanno poco a scuola, perché durante l’operazione margine protettivo ne sono state distrutte 250. Attualmente ne funzionano solo 400 in tutta la Striscia e gli insegnanti, che tra l’altro non vengono pagati da mesi, fanno tre turni al giorno, per consentire a tutti di seguire le lezioni.”E’ necessario intervenire, perché non si può continuare a fare assistenza per sempre”, ha poi detto Toma.

A due anni dal conflitto, dunque, il Cospe, insieme a tutte le altre ong e associazioni presenti sul posto chiedono ai leader mondiali di tenere fede ai loro impegni e di fare pressioni politiche per la fine immediata del blocco. Ecco perché è stato lanciato un appello internazionale già sottoscritto da oltre 600.000 persone. “È compito della comunità internazionale esigere il rispetto dei diritti umani, ponendoli alla base delle relazioni commerciali e diplomatiche con lo stato di Israele” ha infine commentato Giorgio Menchini, presidente COSPE.

Un appello a cui hanno già aderito oltre 600 mila persone: 

Le organizzazioni invitano i leader mondiali a tenere fede ai loro impegni e ad esercitare pressioni politiche per la fine immediata del blocco.

Il blocco quasi decennale ha paralizzato l’economia di Gaza. Senza la capacità di esportare sui mercati esteri, l’occupazione nel settore privato è precipitata. Il tasso di disoccupazione è superiore al 40%, con un tasso di disoccupazione giovanile tra i più alti al mondo.

L’impatto del blocco sui minori è particolarmente devastante, e decine di migliaia di bambini rimangono senza casa a seguito del conflitto del 2014.

“La metà della popolazione di Gaza è composta da bambini e minori, molti dei quali ormai hanno vissuto tutta la loro vita sotto assedio, sin da quando sono nati. A centinaia di bambini che necessitano di un trattamento medico salva-vita viene impedito di lasciare Gaza. Due anni dopo, ancora non sono state affrontate le cause della loro sofferenza”, ha dichiarato Fikr Shalltoot, Direttore dei programmi a Gaza dell’organizzazione Medical Aid for Palestinians.Chris Eijkemans ribadisce che “la fine del blocco è l’unica soluzione per dare alle persone l’accesso ai servizi di base di cui hanno disperatamente bisogno, per consentire che la ricostruzione proceda veramente, e per consentire il riavvio dell’economia paralizzata nella Striscia di Gaza. Il blocco è illegale secondo il diritto internazionale e costituisce una punizione collettiva di un’intera popolazione. Solo la sua fine immediata porterà sicurezza a lungo termine per i palestinesi e gli israeliani”.

L’appello

 

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“Chiuderò la mia fabbrica a Dacca”

E’ appena tornato a Bitonto, in Puglia, e vuole dimenticare. Gennaro Cotugno era uno degli italiani di Dacca e per alcune ore è stato dato per disperso, perché quella maledetta sera di venerdì anche lui doveva essere nel ristorante Holey Artisan Bakery insieme agli altri. “E’ stato un caso – ha raccontato – perché non mi sono sentito bene e ho deciso di rimanere in casa con altri tre amici, altrimenti le vittime italiane sarebbero state dodici”.

In quella capitale ferita, Gennaro ci viveva da tre anni, perché proprio lì, come tanti altri connazionali, aveva aperto la sua azienda tessile, ma ora non vuole più tornarci. “Non è che sono scappato, però appena si è normalizzata la situazione ho chiamato la mia famiglia che era sconvolta e poi ho preso l’aereo”. Dice di essere dispiaciuto per i suoi dipendenti bengalesi e per tutti i cittadini di Dacca che non hanno mai avuto atteggiamenti ostili verso gli italiani, anzi… Eppure la situazione è diventata complicata e l’orrore vissuto in 24 ore lo ha fatto diventare razzista. “Non lo sono mai stato, ma ora non riuscirò a guardare queste persone con gli stessi occhi e questi terroristi ora hanno un nemico in più”.

Nei giorni scorsi a Dacca non si respirava un’aria di pericolo, ha raccontato, né la Farnesina aveva dato indicazioni particolari e per questo l’attentato di venerdì è stato come un fulmine a ciel sereno. “Anche se da quando è stato ucciso il cooperante Cesare Tavella abbiamo capito che le cose si stavano mettendo male”, ha ammesso Gennaro. Eppure la comunità italiana ha continuato a vivere la capitale normalmente, incontrandosi quando possibile per chiacchierare in italiano. “Li conoscevo tutti, mi dispiace tantissimo… Simona – ricorda – aspettava un bimbo e Marco, una bravissima persona. Io ora voglio dimenticare”, ha concluso Gennaro, che ha detto di voler avviare le pratiche per chiudere definitivamente la fabbrica. Stanno pensando di fare lo stesso anche altri italiani che, per il momento, sono rimasti in Bangladesh.

Intanto ieri sera alle 19 sono arrivate le salme delle vittime. Ad accoglierle il Ministro degli esteri Paolo Gentiloni e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che si è intrattenuto a parlare con i parenti.

Ascolta l’intervista a Gennaro Cotugno

Gennaro Cotugno

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“Non l’Isis ma gruppi jihadisti locali”

Non ci sarebbe l’Isis dietro l’attentato terroristico avvenuto venerdì sera a Dacca, capitale del Bangladesh. Nonostante lo Stato Islamico abbia rivendicato subito l’attacco, secondo fonti bengalesi i registi sarebbero, invece, dei gruppi locali. Per gli inquirenti, infatti, si tratterebbe di un’operazione congiunta compiuta da militanti di Jamaat-ul Mujahedin Bangladesh (Jmb) e Ansarullah Bangla Team (Abt), le due formazioni jihadiste più pericolose del Paese asiatico. Ne è convinto anche Shobin Islam, un bengalese residente in Italia da molti anni che proprio pochi giorni fa è volato da Roma a Dacca per far visita alla famiglia.

“Siamo convinti che non è stato l’Isis – ha ribadito al telefono nel pomeriggio – ma non possiamo esserne certi al cento per cento”. Intanto, ha raccontato che la città si è svuotata, i turisti hanno anticipato il ritorno mentre gli italiani che vivono lì si sono rintanati, anche per consiglio della Farnesina. “Nessuno si aspettava un attentato del genere – ha spiegato Shobin – e siamo rimasti sorpresi che gli attentatori erano tutti ragazzi che avevano studiato, della media borghesia. E’ evidente che hanno avuto un lavaggio del cercello”.

Anche se lavora a Roma, Shobin torna spesso in Bangladesh e ha sentito che negli ultimi anni il Paese si spaccato, subendo comunque l’influenza del terrorismo islamico. Il Jamaat-ul Mujahedin Bangladesh (Jmb) avrebbe in comunque giurato fedeltà all’Is anche se finora per l’intelligence non si sarebbero stati grossi contatti tra i due gruppi. “Dacca adesso è sorvegliata – ha aggiunto Shobin – c’è polizia ovunque, vengono controllate tutte le auto sospette e forse per un po’ saremo tranquilli, ma c’è paura”.

La polizia sta continuando le indagini e per ora ha arrestato uno dei membri del commando, l’unico che non è morto nel conflitto a fuoco. Il ragazzo è tenuto in un luogo segreto, sorvegliato a vista, dicono le fonti bengalesi. Intanto, sono state fermate tre persone sospette. Tra loro anche Hasnat Karim, un professore universitario che era nel locale per festeggiare un compleanno ma ripreso da alcune immagini fumare con i membri del commando.

Il 4 luglio c’è stata una veglia commemorativa per tutte le vittime e il 5 luglio alle 18 rientreranno a Ciampino le nove vittime italiane.

Ascolta l’intervista completa a Shobin Islam

Shobin Ismail

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Tunisia, rivoluzione incompiuta

“No, la rivoluzione non è compiuta. Restano ancora molte cose da fare”. Ne è convinta Amira Yahyaoui, l’attivista tunisina che ha fondato la Ong Al Bawsala per monitorare la situazione dei diritti umani nel Paese. Proprio lei, che è stata perseguitata dal regime di Ben Ali, bandita per quattro anni dalla sua casa e arrivata clandestinamente in Francia, è stata protagonista della prima edizione del Festival dei diritti umani.

Durante la seconda giornata di incontri, Amira ha portato la sua testimonianza di attivista, ma prima di tutto di donna impegnata nella società civile e spinta, mai come ora, a portare avanti il processo di democratizzazione della Tunisia. “Il ruolo delle donne nella politica è cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi anni – ha raccontato Amira – e più del 30 per cento del parlamento è composto da donne, ma ora dobbiamo conquistarci un posto nel mondo degli affari, dove si concentra effettivamente il potere. E poi c’è da portare avanti ancora la rivoluzione, intesa come cambiamento”.

Per Amira, quella che è stata definita dai media “rivolta dei gelsomini” ha funzionato, certo, perché il popolo ha conquistato una nuova Costituzione più progressista, ma il sogno non è ancora esaudito. “Abbiamo bisogno di formare una nuova generazione di politici – ha specificato – che combatta davvero la corruzione e che accetti quelle che sono le richieste sui diritti sociali di tutti”. Negli ultimi cinque anni in Tunisia si è lavorato molto per i diritti umani, ma la situazione è ancora molto complicata, per esempio, per la comunità LGBT, perseguitata e non riconosciuta. E al Bawsala si è impegnata molto per questo problema. “Sto tentando di fare pressione sul governo tunisino e sui nostri partner al livello internazionale – ha aggiunto Amira – per essere più dalla loro parte, in generale dalla parte dei diritti umani e non dei soldi”.

Ha un sorriso dolce, Amira, e se non la si conosce, appare quasi una ragazzina che si prepara ad affrontare il mondo. E forse è proprio questa una delle sue carte vincenti, perché poi, con la grinta e l’esperienza, all’improvviso stupisce e colpisce. Lei il mondo, invece, lo ha conosciuto bene e sa quali sono le difficoltà di chi combatte per un ideale e si scontra contro un tiranno per portare avanti le sue battaglie. Oggi ha avuto il suo riscatto, perché con la sua Ong ha vinto il premio Vital Voices global trailblazer come “Women Transforming the Middle East and North Africa”, il premio norvegese Linderbraeke per i diritti umani e il premio sulla prevenzione dei conflitti dalla fondazione francese Chirac. Inoltre, è stata classificata da una rivista araba di business come una delle donne arabe più potenti e da Jeune Afrique come una delle donne africane più influenti. “Sono contenta perché il mio sogno era quello di costruire la città, non di lottarle contro – ha raccontato – e ora il mio obiettivo è quello di vedere la mia terra agli stessi livelli dell’Italia, più o meno, o anche meglio”.

Certamente la Tunisia ha bisogno ancora di lavorare su se stessa e, soprattutto in questo momento, deve difendersi dal terrorismo islamico. La minaccia non arriva solo dai jihadisti dell’Is ma, come ha confermato Amira, anche dai vecchi sostenitori del regime che vogliono far apparire la democrazia come un qualcosa di fallace, che non sa arginare la il pericolo. “Quindi per noi, adesso, c’è un doppio lavoro. Da un lato dobbiamo lottare per andare avanti e dall’altro dobbiamo combattere per non tornare indietro”.

Amira Yahyaoui

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Bollate, a cena InGalera

All’ingresso c’è l’insegna con il nome, ristorante InGalera, ma si capisce subito che ci si vuol prendere un po’ in giro. La porta è bella massiccia e c’è una feritoia, proprio come nelle porte delle galere, quelle per far passare il vassoio del pranzo. Ma poi si entra e il ristorante accoglie il visitatore con classe e un certo stile. InGalera è il primo e unico esempio in Italia di ristorante realizzato in un carcere. Siamo a Bollate, uno dei migliori penitenziari d’Italia dove, proprio per le sue caratteristiche, la percentuale di recidività dei reati scende vertiginosamente al 17 per cento. Ed è lì che Silvia Polleri, ideatrice dell’impresa nonché presidente della Cooperativa Abc, ha deciso di fare quest’esperimento. Un ristorante dove lavorano i detenuti del carcere stesso, tutti in regime di articolo 21 del codice carcerario, cioè che hanno scontato un terzo della pena e possono uscire per lavorare.

Radio Popolare ne ha parlato fin da quando ha aperto, circa cinque mesi fa, ma adesso, a distanza di tempo, abbiamo deciso di andare a curiosare proprio dietro le quinte, per capire come sta funzionando e chi è che lavora all’interno. Trascorrendo un intero pomeriggio con loro, abbiamo parlato prima di tutto con la mente dell’operazione, Silvia Polleri, che ci ha raccontato delle difficoltà iniziali, della perplessità di tutti coloro che non credevano avrebbe avuto successo. Eppure lei è andata avanti e si sorprende ancora adesso, dopo che tutto il mondo ne ha parlato, non ultimo il New York Times, del pienone che c’è tutte le sere. Anzi, per andare bisogna prenotare almeno una settimana prima. Per pranzo, invece, c’è sempre posto e vi consigliamo di andare, anche perché la lunch breakfast costa poco ma si può gustare un pranzo completo e davvero davvero buono.

Nel ristorante lavorano tre ragazzi in sala, come camerieri, e quattro in cucina. Poi ci sono lo chef, Ivan Manzo, e il maître, Massimo Sestito, che sono esterni, e sono stati coinvolti nel progetto, ma ne sono stati conquistati. Perché questi ragazzi che lavorano, dicono loro, hanno voglia di mettersi in gioco, di imparare, di far bene e di conquistarsi un futuro. Uno degli obiettivi del progetto, infatti, è anche questo: offrire a chi ha sbagliato la possibilità di costruirsi un curriculum da spendere fuori, una volta finita la pena. Lo sanno bene loro, che ogni giorno arrivano, imparano, lavorano e poi la sera tornano in carcere, ma felici, perché hanno vissuto un’esperienza fuori dal comune. “All’inizio avevo paura – racconta Giuseppe – ma poi mi sono accorto che questo lavoro mi piace e ho fatto strada, grazie a Massimo, che ora mi sta insegnando ad abbinare i vini alle pietanze”. È lo stesso per Sahil e per Carlos, impeccabili nel servire, pur non disdegnando qualche chiacchiera con i clienti. A patto che non siano domande scomode. “Un giorno un bambino mi ha chiesto cosa avessi fatto – racconta Giuseppe – ma credo gliel’avesse detto la mamma di farmi questa domanda. Io, comunque, preferisco non rispondere”.

I clienti del ristornate vanno per curiosità, per sostenere il progetto, ma non sempre tutti sono proprio contenti. “È capitato di sentire qualche commento proprio sgradevole – ammette Sahil – ma poi tutti restano conquistati”.

In cucina c’è lo chef Ivan Manzo, che insegna le tecniche del mestiere e sgrida quando si sbaglia, ma è soddisfatto del risultato. Così come sono contenti di questo lavoro Mirko, l’aiuto cuoco, e il pasticciere.

Dopo tante ore con loro, li abbiamo conosciuti, abbiamo riso e abbiamo capito che c’è un’anima in questo posto e che non è un ristorante come tanti. Si mangia benissimo, certo, ma c’è qualcosa in più. E vale la pena di provare.

Audioreportage da Bollate, InGalera

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Chiude (per ora) il mercato in p.ta Genova

Cancelli chiusi, bancali accatastati uno sull’altro, teloni che coprono tavoli in legno e gazebo piegati dal mal tempo. Resta questo del Mercato Metropolitano di Porta Genova, uno dei luoghi più frequentati nella primavera estate 2015, dopo che venerdì mattina gli avvocati sono arrivati per pignorare i beni.

Sulla scia di Expo, il MM, aveva fatto registrare record di presenze a tutte le ore del giorno, eppure i conti non tornano, perché nonostante il pienone, ci sono debiti che ammonterebbero quasi a un milione di euro. Una crisi annunciata, secondo i ben informati, dato che le aziende che avevano fornito servizi e mano d’opera non venivano pagate da mesi dalla società Qualitalia. E infatti, ben cinque di queste hanno avviato dei procedimenti legali e sono, così, partite le espropriazioni.

È di circa 90mila euro solo il debito verso una società che ha installato l’impianto elettrico, ma a questi si aggiungono quelli delle ditte che, invece, provvedevano alla pulizia dell’aria.È stata una brutta sorpresa per la città che, ignara dei guai, già pregustava serate tra pane appena sfornato e street food di ogni parte del mondo. Nemmeno le zanzare, feroci più che mai in prossimità del naviglio, avrebbero fermato la movida milanese, ma tant’è… Per ora è tutto bloccato.

Anche l’arco che sovrasta il cancello d’ingresso è dismesso, anche perché lo stesso nome “Mercato Metropolitano” non potrà più essere usato. La licenza del marchio è scaduta e il rapporto con il suo proprietario non è stato rinnovato, non si sa se per motivi legali o per altri problemi. Qualora riaprisse, dunque, si chiamerà genericamente Mercato di Porta Genova, ma ancora non ci sono certezze, sebbene siano arrivate delle rassicurazioni al riguardo. “Siamo pronti per ripartire – ha detto Antonio Schiavelli, presidente di Unaproa, Unione Nazionale tra le Organizzazioni di Produttori ortofrutticoli che già controllava il mercato proproio tramite la società Qualitalia, quella al centro della bufera.

“La nostra Unione ha già presentato al Comune di Milano e alle Ferrovie dello Stato il masterplan delle attività programmate per il 2016 dove, dalla creazione di orti urbani alle iniziative di educazione alimentare, dalle manifestazioni dei produttori al coinvolgimento delle organizzazioni no-profit, si profila un programma ancor più importante di quello dell’anno precedente”. Il gruppo Ferrovie dello Stato, proprietario del terreno, pare abbia già comunicato all’Unaproa il benestare alla prosecuzione del progetto, così come il Comune di Milano ha espresso il gradimento per le iniziative proposte. “È stata già individuata la società che gestirà queste attività composta da professionisti di alto profilo e grande esperienza e da tre grandi nostre organizzazioni di produttori ortofrutticoli della Lombardia – ha puntualizzato Schiavelli – e vogliamo che a maggio sia tutto pronto”. Dei guai giudiziari della vecchia gestione nessuno ha voglia di parlare e anche le società debitrici non hanno voluto rilasciare alcuna dichiarazione, ma le aziende agricole che hanno lavorato sono state tutelate dall’Unione.

In molti, nonostante tutto, hanno voglia di ricominciare a lavorare, mentre Milano, che con quel mercato ha rivalutato un vecchio scalo merci, spera di tornare lì per fare l’happy hour.

di Bianca Senatore

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    Bianca Senatore
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