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L’Italia divisa in zone. Ecco i divieti e i permessi per ogni area

Italia area colore

Il nuovo Dpcm del 3 novembre 2020 individua tre aree – gialla, arancione e rossa – che corrispondono a tre differenti livelli di criticità nelle Regioni del Paese. L’inserimento delle Regioni nelle diverse aree, con la conseguente e automatica applicazione delle misure previste per quella fascia, avviene con ordinanza del Ministro della Salute e dipende solo ed esclusivamente dal coefficiente di rischio raggiunto dalla Regione. Ecco quali sono le misure previste per ciascuna area.

Zona Rossa

Nella zona rossa non si può uscire, se non per motivi di lavoro, salute, necessità. Si può quindi andare al supermercato, in farmacia, in tabaccheria, in libreria ma anche dal barbiere e dal parrucchiere, o in lavanderia. Bar e ristoranti sono chiusi ma è consentito l’asporto fino alle 22, mentre non ci sono limiti d’orario per la consegna a domicilio. Si può praticare l’attività motoria vicino casa e si può fare sport solo all’aperto e individualmente.

Restano aperte le industrie, le attività legate all’artigianato, all’edilizia e ai servizi. Per qualunque spostamento nell’area rossa, da casa al supermercato o da casa al lavoro, sarà sempre comunque necessario utilizzare l’autocertificazione. Per gli studenti, dalla seconda media alla quinta superiore, torna la didattica a distanza; restano invece in presenza, ma con mascherina, materne, elementari e prima media.

Zona Arancione

Nella zona arancione ci si può muovere all’interno del proprio territorio ma il consiglio è comunque di evitare spostamenti non indispensabili. Dalle 22 alle 5 c’è il coprifuoco: in quelle ore sono consentiti solo spostamenti per motivi di lavoro, salute o altra necessità. I negozi restano aperti, tranne i centri commerciali che nel weekend restano chiusi. Bar e ristoranti invece sono chiusi, ma è possibile usufruire della consegna a domicilio a qualunque orario del servizio d’asporto fino alle 22. Palestre e piscine sono chiuse e l’attività motoria è consentita solo all’aperto. Didattica a distanza per le scuole superiori mentre gli altri anni restano a fare le lezioni in presenza.

Zona Gialla

Nella zona gialla restano di fatto in vigore le misure del precedente dpcm, senza le ulteriori restrizioni, dunque negozi aperti, obbligo di indossare la mascherina, coprifuoco dalle 22 alle 5. Chiusi anche cinema, musei e mostre. Didattica a distanza per le scuole superiori mentre materne, elementari e medie restano in presenza. In Campania il presidente De Luca, con un’ordinanza regionale, ha confermato la didattica a distanza per tutte le scuole.

Zona rossa, arancione e gialla

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    Bianca Senatore
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Come non sentire il rumore delle bombe in Siria

siria idlib sotto le bombe

“Sai a volte cosa faccio quando bombardano? Metto la musica al massimo del volume, chiudo la porta e mi metto a ballare. I miei genitori sono rannicchiati sotto una capanna di materassi e pensano che sia matta mentre io voglio solo evitare di sapere se sto per morire”. Fa uno strano effetto sentir parare di cose così macabre e tragiche con scioltezza e normalità, soprattutto da una ventunenne. Ma in Siria è così. (altro…)

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    Bianca Senatore
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Khaled Kahalifa: “Aleppo – Damasco, un viaggio impossibile”

Khaled Khalifa

In un Paese come la Siria, in cui da otto anni infuria la guerra, sembra quasi assurdo morire per cause naturali nel letto di un ospedale e invece capita ancora anche a Damasco. È quel che succede proprio all’inizio del nuovo romanzo dello scrittore siriano Khaled Kahalifa “Morire è un mestiere difficile” in cui si racconta del viaggio di Bulbul, insieme al fratello e alla sorella, per portare il corpo del padre nel suo villaggio di nascita vicino Aleppo. Un viaggio una volta semplice e veloce che ora tra checkpoint e milizie diventa un rischio. Abbiamo incontrato Khaled Khalifa per parlare del libro ma anche della situazione siriana. (altro…)

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    Bianca Senatore
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“Naila e la rivolta” è la storia di tutta la Palestina

Naila Ayesh

Quella di Naila Ayesh è una storia dolorosa, come tante ce ne sono in Palestina ma la sua in particolare è diventata un simbolo di lotta femminista non violenta per la liberazione dall’oppressione isreliana. (altro…)

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    Bianca Senatore
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Nadia Murad, la donna che resiste all’Isis

Nadia Murad ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace il 5 ottobre 2018 insieme al medico e attivista congolese Denis Mukwege. Vi riproponiamo l’intervista di Radio Popolare alla giovane attivista.

Ottobre 2016 – Ridotte in schiavitù, torturate, stuprate dai miliziani dell’Isis ma poi sono riuscite a fuggire. Lamia Haji Bashar e Nadia Murad sono diventate loro malgrado testimoni viventi dell’orrore dello Stato Islamico e del genocidio del popolo yazida. Oggi il Parlamento europeo ha deciso di assegnare proprio a loro il Premio Sakharov 2016 come riconoscimento della loro battaglia in nome della “libertà dello spirito”.

Nadia Murad, anche candidata al nobel per la Pace e diventata a settembre ambasciatrice dell’Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani, era stata tra le protagoniste del Festival dei Diritti Umani dello scorso maggio. Bianca Senatore l’aveva intervistata. Vi riproponiamo qui le sue parole.

***

Anche se non parlasse, i suoi occhi racconterebbero lo stesso una storia terribile. Ma Nadia Murad, la giovane yazida che è riuscita a scappare dalle grinfie dell’Isis, invece, ha deciso di raccontare tutto, per far conoscere al mondo ogni più piccolo e spaventoso dettaglio della sua prigionia. I suoi ventuno anni sono lì da qualche parte, tra le mani ancora un po’ graffiate, i capelli neri con qualche filo argentato e il viso stanco, ma ha la forza di una vera combattente. Nadia è stata rapita dal suo villaggio, Kocho, nel nord dell’Iraq, nell’agosto del 2014 ed è stata portata Mosul come schiava di un miliziano che lei ricorda essere gigantesco, un omone che la sovrastava e la picchiava. “Non ho dimenticato nulla di quei terribili giorni” ha detto a Milano, dove è arrivata per portare la sua testimonianza al Festival dei Diritti Umani.

Per tre mesi Nadia è stata tenuta segregata, violentata ripetutamente anche come punizione per i suoi tentativi di fuga ed è stata “venduta” da un carnefice all’altro prima di riuscire a scappare definitivamente. “Sono stata aiutata da una famiglia che mi ha dato dei documenti falsi e mi ha dato degli abiti come quelli delle altre donne musulmane e così sono riuscita a passare inosservata”. Ha raccontato. Ora che l’incubo è finito, è diventata, suo malgrado, testimone vivente degli orrori del califfato. “Voglio a tutti i costi far sapere al mondo che quello che è successo a me succede ancora a molte altre donne”, ha detto Nadia Murad. “Ci sono ancora miglia di ragazze come me e anche più piccole nelle mani dell’Isis, il mondo non può chiudere gli occhi”. Parla lentamente, si vede che ogni parola le costa uno sforzo, ma non si ferma. “Sto raccontando la mia storia in tutto il mondo, per spingere le Nazioni a unirsi per fermare questa minaccia”.

Parla a nome della piccola comunità yazida, Nadia, bersagliata dagli uomini del califfato, ma anche a nome di tutti gli uomini e le donne di fede islamica che vedono oltraggiata la loro religione, utilizzata per un’ideologia folle. “Quando i miliziani sono arrivati al villaggio, hanno ucciso tutti gli uomini, mentre noi donne siamo stati portate via con loro. Con la forza. Hanno preso anche molti bambini, ma loro, strappati dalle braccia delle madri, sono stati portati nei campi di addestramento dell’Isis, per formare la futura leva di jihadisti”. Si ferma, respira, ogni tanto si guarda intorno come per essere sicura che tutto quello che è successo dopo la sua liberazione sia tutto vero: viaggi in Europa, in America, discorsi alle Nazioni Unite e davanti a chiunque voglia sapere cosa sta succedendo. A Milano ha incontrato molte scuole e ai ragazzi ha detto una cosa importante. “Siete fortunati ad avere uno Stato che vi difende”. Il riferimento è al Governo dell’Iraq che non ha avuto la forza di tutelare la piccola comunità yazida, decimata dagli uomini di questo autoproclamato stato islamico perché accusata di adorare il diavolo e di essere politeista. “Io vorrei tanto tornare nel mio Paese un giorno – ha detto – a studiare, coltivare la terra con la mia famiglia e farò in modo di riuscirci”.

Ascolta l’intervista a Nadia Murad

Nadia Murad

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    Bianca Senatore
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“Sarà il peggiore olocausto della nuova era”

Idlib, Siria

La città di Idlib è l’ultimo governatorato della Siria non ancora riconquistato dal regime di Bashar al-Assad ed è ora diventato teatro di guerra con oltre due milioni di civili, moltissimi fuggiti negli anni scorsi da altre zone della Siria, che si trovano intrappolati tra il fuoco dell’esercito siriano col supporto dei russi e quello dei ribelli che faranno di tutto per resistere all’assedio.

I bombardamenti di questi ultimi giorni sono soltanto la preparazione a quello che sarà l’assedio finale e che rischia di provocare migliaia di vittime tra i civili. Un vero e proprio olocausto, come racconta un cittadino siriano fuggito da Aleppo due anni fa per cercare una nuova vita ad Idlib, e che ora si trova a vivere ancora una volta quell’incubo fatto di bombe, sangue e morte.

Io sono originario della zona est di Aleppo e dopo l’assedio io, mia moglie e mia figlia siamo scappati qui ad Idlib. Era il dicembre 2016. Qui abbiamo deciso di ricominciare una nuova vita per smettere di soffrire e per sopravvivere ovviamente. Devo dire che siamo una delle migliaia di famiglie che hanno il mio stesso vissuto. Di tutte le persone che sono ad Idlib adesso, solo una parte sono originarie della zona. Idlib è come uno Stato, c’è gente che arriva dalla Ghuta, Homs, Hama, Aleppo come me o Damasco. Tutte queste persone hanno subito la guerra e la devastazione e hanno deciso di ricominciare qui una nuova vita e di non arrendersi, ma il regime, la Russia e l’Iran hanno deciso di continuare la guerra cominciata sette anni fa. E infatti adesso qui le persone hanno paura, molto più che paura. È terrore, siamo stanchi di soffrire ancora.

Migliaia di siriani fuggiti per cercare una vita migliore e che ora si ritrovano in un nuovo incubo:

Quello che ho già visto ad Aleppo non lo dimenticherò mai e so benissimo quello che è successo. Sono andato via, è andata via la vita. È lo scotto per la nostra libertà. Molte persone hanno pagato un prezzo molto alto per la libertà e questo la comunità internazionale lo sa, ha visto le persone oppresse per amore della democrazia. In questi giorni il regime, insieme ai russi, ha perpetrato l’assalto a Idlib, ha bombardato la città e i suoi cittadini che vengono per la maggior parte da altri luoghi e ora sono spaventate per il loro futuro e per quello che sta succedendo.

Avendo già vissuto sulla propria pelle la battaglia di Aleppo, chi aveva trovato un rifugio ad Idlib e aveva tentato di rifarsi una vota sa benissimo cosa sta per succedere.

Sarà il peggiore olocausto della nuova era. Tutte le persone ora hanno raggiunto l’ultimo posto del Mondo, la frontiera con la Turchia. È la fine del Mondo e intanto gli spari e i bombardamenti stanno arrivando da tutte le parti. Certamente la gente resiste. Ma cosa possiamo fare in questo Paese? La gente non può fare niente. Mia figlia non può fare niente. Ha tre anni e mezzo e ogni tanto quando la guardo mi dispiace per lei, per quello che vede e che sente, per come è costretta a vivere senza canzoni, senza divertimenti, giocattoli, ma invece con esplosioni, fuoco, morte, sangue. Adesso il peggio non è ancora cominciato, lo sappiamo. Abbiamo esperienza di quel che succede prima del grande attacco e questa è la fase della pianificazione, che comprende ugualmente bombardamenti. Ci sono stati bombardamenti sulla zona orientale di Idlib.
Spero che un giorno le persone nel Mondo si prendano la responsabilità per quello che è successo a milioni di siriani e a milioni di anime.

Idlib, Siria

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    Bianca Senatore
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“Fermiamo la violenza dei suprematisti bianchi”

proteste a charlottesville

A Washington l’estrema destra è in piazza: ha ottenuto il permesso di manifestare un anno dopo Charlottesville. Il 12 agosto del 2017 ci fu un corteo dell’estrema destra nella città della Virginia a cui gli antifascisti risposero con una contromanifestazione. Un’automobile guidata da un suprematista bianco investì il corteo antifascista uccidendo Heter Hayer e ferendo decine di persone. Nonostante questo la destra estrema è in piazza nella capitale degli Usa e nella stessa Charlottesville, dove per tutta la settimana si sono susseguite iniziative democratiche. A Washington oggi ci sono anche contromanifestazioni.

E a Charlottesville è stato un fine settimana molto teso. Il sindaco della cittadina universitaria ha dato il consenso alla nuova marcia dei gruppi dell’estrema destra che si rifanno ai gruppi nazionali del KKK e dell’Alt-right.

L’estrema destra xenofoba americana ha deciso di riorganizzare la marcia dell’anno scorso, “Unite the right 2” per difendere il primo emendamento della Costituzione che protegge la libertà di espressione, sostenendo che “i grandi uomini bianchi sono diffamati e calunniati negli Stati Uniti”.

La rete degli antirazzisti di Charlottesville, in mobilitazione dallo scorso anno, ha organizzato manifestazioni già nei giorni scorsi. Ieri per le vie del centro il corteo ha sfilato  urlando slogan contro il razzismo, l’odio, l’ingiustizia sociale e la violenza e ha onorato Heather. In sua memoria e sul marciapiede, nel punto esatto in cui è caduta, sono stati lasciati fiori, fiocchi, messaggi col gessetto, tutti di colore viola, la tinta preferita di Heather. Durante la manifestazione antirazzista l’allerta è stata molto alta.

Tra i gruppi che hanno organizzato la manifestazione antifascista c’è il Black lives matter di Charlottesville e Radio Popolare è riuscita a parlare con una delle sue leader, Tanesha Hudson.

“Io sono un’attivista di Charlottesville e voglio essere vicina a tutte le persone che sono contro il razzismo. Oggi siamo qui per combattere i suprematisti bianchi che hanno organizzato una manifestazione e allora noi tutti antirazzisti locali ci siamo riuniti per una mobilitazione, per fermare questo tentativo di normalizzare la violenza della supremazia bianca”.

Siamo tantissimi – ha raccontato Tanesha – abbiamo creato una rete incredibile ricevendo supporto da tutta la Nazione. Qui in città c’è un clima pesante. E’ come se un grande cumulo d’immondizia fosse sepolto sotto le nostre case e stesse fuoriuscendo a fiumi ma tutti noi sapevamo segretamente che stava arrivando”.

C’è molta tensione – ha spiegato ancora la leader di Black lives matter di Charlottesville – le persone hanno paura però sono impegnate nella lotta e vogliono combattere contro il razzismo, contro la violenza fisica e verbale, contro l’odio e contro questo neofascismo dilagante. Perciò oggi siamo qui a testimoniare che non ci possono sconfiggere e non ci fanno paura. Il mio messaggio è che l’odio non deve avere spazio in città. Stiamo lavorando sodo ogni giorno per costruire il cambiamento”.

proteste a charlottesville

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    Bianca Senatore
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“A scuola solo col certificato. I bambini non si ghettizzano”

classe asilo

L’autocertificazione sui vaccini vale anche per il 2018, poi faremo la legge sull’obbligo flessibile”. La Ministra dell’Istruzione Giulia Grillo ha detto che da settembre per andare a scuola basterà l’autocertificazione dell’avvenuta vaccinazione e non servirà l’attestato ufficiale dell’Asl. La Grillo ha fatto riferimento alla legge Lorenzin, che prevedeva l’autocertificazione ma solo come norma transitoria e valida per lo scorso anno scolastico, e anche alla circolare Grillo-Bussetti del 5 luglio scorso.

Ma i presidi non sono d’accordo e hanno sconfessato il provvedimento ribadendo che da settembre occorrerà assolutamente il certificato dell’Asl. Ce lo ha confermato il presidente dell’Anp, l’associazione nazionale dirigenti e alte professionalità della scuola Antonello Giannelli che ha risposto alle nostre domande per chiarire la situazione.

Noi riteniamo che si debba applicare la legge in vigore.

La ministra sostiene che la circolare scritta il 5 luglio scorso proroga la possibilità di presentare l’autocertificazione.

Non è così. La legge sulle autocertificazioni è un decreto del Presidente della Repubblica del 2000, il numero 445 per essere precisi. In particolare l’articolo 49 di questo decreto precisa che in materia sanitaria le autocertificazioni non sono consentite se non quando lo dice espressamente la legge. Il decreto Lorenzin lo consentiva per il solo anno scolastico 2017-2018 e limitatamente al fatto che poi si doveva comunque consegnare il certificato di avvenuta vaccinazione e questo è stato fatto. Da qui dire che vale anche per il futuro ovviamente non è possibile.

La Ministra vorrebbe che i presidi accettassero i bambini con l’autocertificazione in attesa che poi venga approvato l’emendamento contenuto nel Milleproroghe. Di fatto voi a settembre come vi comporterete?

Noi applichiamo la legge. Non so se questo corrisponda al pensiero del Ministro, ma non è possibile pensare che siccome un Ministro decide qualcosa ci si comporti come vuole il Ministro a prescindere da quello che dice la legge. In uno stato di diritto non è minimanete possibile. Noi dobbiamo rispettare la legge e farla rispettare. È notevole l’intento di rendere più semplice la vita dei cittadini consentendo l’autocertificazione, ma il problema è che se un genitore si resa alla Asl e fa vaccinare il bambino, la Asl il certificato glielo consegna. Non c’è un problema di complicazione. Se invece l’idea che sta dietro all’autocertificazione è che uno non ci va proprio alla Asl, allora bisogna dirlo molto chiaramente. Noi non la possiamo far passare.

Voi da settembre non accetterete autocertificazioni?

Esatto. Altra precisazione: dire che da settembre non si accettano autocertificazioni rende male l’idea. Le iscrizioni si sono già fatte, non è che un genitore si sveglia il 10 settembre e si rende conto di dover portare il figlio all’asilo nido, l’ha già iscritto a luglio. Da luglio e fino a quando iniziano le scuole ha tutto il tempo di andare alla Asl, fare la vaccinazione. Se la Asl non gliela può fare subito lo mette in lista di attesa e gli rilascia un certificato che conferma la lista d’attesa e con quello può andare a scuola. È molto semplice. Noi non vogliamo complicare nulla, vogliamo soltanto applicare la legge nel modo semplice previsto dalla legge stessa. Se il problema è che qualcuno non vuole far vaccinare i figli questo è un problema suo, non nostro.

La Ministra ha detto che questa vostra chiusura è un attacco politico.

Si sbaglia, noi non abbiamo mai attaccato nessuno politicamente e non vedo perchè dovremmo iniziare con lei. Noi siamo un’organizzazione senza partito, ci interessano i provvedimenti che vengono emanati dal governo di qualunque colore esso sia. Se ci piacciono diciamo che ci piacciono e se non ci piacciono diciamo che non ci piacciono. Si chiama libertà di espressione. Tutto questo discorso noi lo facciamo non soltanto perchè c’è la legge, vorrei che fosse chiaro: la legge serve a tutelare il diritto alla salute di chi non si può vaccinare. Questa è una cosa che sta sfuggendo a molti. Noi nelle nostre scuole e nella nostra Italia abbiamo un numero imprecisato di qualche migliaio di bambini che hanno problemi di salute e che non possono essere vaccinati. La vita di questi bambini è a rischio se entrano in contatto con qualcuno che non è vaccinato per ragioni ideologiche, perché questi sono portatori sani di eventuali malattia e possono diffondere il contagio, il problema è questo. Se fosse posta in questi termini si capirebbe che è una battaglia per il diritto all’incolumità dei più deboli.

La Ministra ha precisato che proprio per evitare questa cosa vorrebbe creare delle classi riservate ai bambini immunodepressi.

La Ministra non ha il potere di creare nessuna classe, questo è un problema del sistema scolastico e comunque non è possibile. Questo desiderio corrisponde alla realizzazione di un reparto di infettivologia in cui le persone stanno separate le une dalle altre, ma i bambini, specialmente quelli piccoli, si abbracciano, si baciano, si leccano, si mettono le mani in bocca durante la mattinata. Non è che sono segregati in una classe e non possono uscire. È improponibile, è impensabile, è irrealistico sostenere di creare una classe in cui mettere bambini che poi non si muovono da là. Quando vanno in bagno, se in bagno c’è andato un’ora prima un bambino col contagio, chi ci va si contagia a sua volta. Bisognerebbe avere un reparto di infettivologia e le scuole sono le scuole. Se una maestra prende in braccio un bambino che porta contagio e un’ora dopo ne prende in braccio uno che non è vaccinato, quello si ammala. Che vogliamo fare, li facciamo circolare tutti con le mascherine come se fossimo in un reparto di guerra biologica? Non è possibile.

classe asilo

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Diciotti, scontro tra Governo e Procura sui migranti

Matteo Salvini in Austria

C’è uno scontro in atto tra il ministro dell’interno Salvini, il ministro delle Infrastrutture Toninelli e la Procura di Trapani. E per questo motivo la nave Diciotti della Guardia Costiera Italiana, con a bordo i 67 migranti recuperati domenica dal rimorchiatore Vos Thalassa, che doveva attraccare già stamattina alle 8 è, invece, stata fatta riallontanare dall’imboccatura del porto.

Il motivo è che le indagini della polizia a bordo non hanno portato all’individuazione di elementi tanto gravi da arrestare qualcuno già prima dello sbarco. Sono stati “attenzionati” solo due migranti, un gambiano e un sudanese, presumibilmente coloro che avrebbero minacciato il capitano del rimorchiatore. E dovrebbe essere quindi, la Procura di Trapani a valutare eventuali ipotesi di reato.

Salvini, che già ieri aveva detto di voler vedere sbarcare i migranti solo se in manette, insiste e continua a far pressione su polizia e magistratura, ma senza una reale potere. “Il ministro dell’Interno può avere poteri direttivi sulla Polizia di Stato ma la loro attività viene svolta in assoluta autonomia o su delega della magistratura”: a spiegarcelo è Guido Savio, penalista dell’Asgi, l’associazione studi giuridici sull’immigrazione.

“Quindi questa di Salvini è una sparata mediatica priva di contenuto giuridico serio effettivo. Che poi la polizia vada a fare controlli su una nave, sarà poi la polizia stessa autonomamente a stabilire se procedere o meno all’arresto o al fermo. Ma è una valutazione autonoma che fanno gli ufficiali di Polizia Giudiziaria su cui il Ministro dell’Interno non ha nessun potere. Ovvio che ove, poi, la polizia giudiziaria, in questo caso la Polizia di Stato che è salita sulla nave, dovesse fare un rapporto da cui emergono ipotesi di reato, ne da comunicazione alla Procura della Repubbica competente territorialmente. Anche in questo caso il ministro non ha nessun potere”.

Di fatto quella di Salvini è “un’invasione di campo nel potere giudiziario”. “È la polizia che indaga e decide autonomamente se procedere agli arresti e nel caso riferisce alla procura” – specifica ancora il penalista. “Quel che fa la polizia, lo decide senza nessuna interferenza. Matteo Salvini non ha nessun potere”.

Al momento non sembrano essere contestabili, dunque, crimini gravi come quello di pirateria o dirottamento di una nave. Secondo Guido Savio, le ipotesi di reato potrebbero essere resistenza a pubblico ufficiale, nella misura in cui il comandante di una nave è un pubblico ufficiale, oppure violenza, minacce, lesioni. “Comunque reati che saranno valutati dalla Procura. Non li decide certamente Matteo Salvini”, conclude l’avvocato.

Matteo Salvini in Austria
Foto dal profilo FB di Matteo Salvini https://www.facebook.com/salviniofficial/
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    Bianca Senatore
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Sospesa la demolizione del villaggio Khan al Ahmar

villaggio Khan al Ahmar

Aggiornamento 6 luglio 2018 – L’alta Corte di Giustizia israeliana ha congelato la demolizione del villaggio palestinese di Khan al Ahmar, dove si trova la “Scuola delle Gomme”, costruita con i fondi della cooperazione italiana e grazie alla Ong “Vento di terra”.

La decisione è giunta nella tarda serata di ieri, dopo l’appello presentato dalla Palestinian Authority, rappresentata dal legale della comunità beduina. Shlomo Lecker, l’avvocato, ha fatto presente che in tutti i dibattiti fatti al livello giudiziario non è mai stato preso in considerazione un documento di masterplan portato dalla comunità del villaggio. “Si è semplicemente deciso per la distruzione e il trasferimento forzato dei beduini – ha spiegato la direttrice dell’associazione “Vento di terra” Barbara Archettiascoltando esclusivamente le richieste della controparte israeliana, spesso ritenute inaccettabili anche dagli stessi giudici della corte”.

Ora l’istanza è stata presa in considerazione e la Corte ha fissato l’udienza per l’11 luglio. “I giudici – ha spiegato Barbara – si riuniranno per discutere come e se accettare la valutazione di questo masterplan, che in pratica è uno studio di un’ipotesi di collocamento e continuità abitativa dei residenti di quell’area“.

villaggio Khan al Ahmar

Mercoledì 11 luglio, dunque, sarà presa una decisione definitiva. “Speriamo che da qui a quel giorno continui la pressione a livello diplomatico, affinché possano esserci dei cambiamenti di rotta”.

La questione è molto delicata anche dal punto di vista politico, in ballo c’è la conclusione del piano E1 di Israele, cioè il progetto di costruzione di nuove colonie nell’area tra la Cisgiordania, la colonia di Ma’ale Adumim e Gerusalemme. Sarà, quindi, molto difficile che il governo di Benjamin Netanyahi rinunci e molli la pressione sulla zona di Khan al-Hamar. Potrebbe aiutare la presenza della delegazioni di consoli di Italia, Francia, Svezia, Belgio, Norvegia, Svizzera e Finlandia,che già ieri si sono recati sul posto per bloccare le ruspe.

Dopo la dichiarazione di ieri dell’UE secondo cui la deportazione e le demolizioni vanno contro la soluzione pacifica del conflitto – ha spiegato ancora Archetti – ci auguriamo che tutte queste azioni abbiano dei risultati. Probabilmente mercoledì ci sarà un acceso dibattito sulla proposta della Palestinian Authority, forse ci sarà ancora una negoziazione su un piano di ricollocazione dei cittadini ma è chiaro che la loro posizione rimane la stessa. Loro vogliono rimanere sul loro territorio”.

Il destino del villaggio è sospeso, almeno fino a mercoledì.

Le strade intorno al villaggio Khan al Ahmar

La demolizione del villaggio Khan al Ahmar è imminente

5 luglio 2018 – Stamattina nel villaggio beduino di Khan al Ahmar, in Palestina, sono tornati i soldati israeliani che già ieri si sono presentati sulle colline della zona con ruspe e buldozer pronti a radere al suolo tutti gli edifici, compreso la Scuola di Gomme. La struttura è stata realizzata nel 2009 con pneumatici usati grazie alla Cooperazione italiana, alla Cei, alla Ong “Vento di Terra” e a una rete di Comuni italiani. La scuola accoglie ogni giorno centinaia di bambini provenienti dai villaggi della zona. 

Oggi l’esercito ha mostrato agli abitanti l’ordine esecutivo di chiusura del villaggio che da oggi, dunque, diventa ufficialmente “area militare”. È stato impedito a chiunque di accedere, anche ai consoli di Italia, Francia, Svezia, Belgio, Norvegia, Svizzera e Finlandia, accorsi per capire cosa sta succedendo. Permesso negato. I consoli sono rimasti comunque in zona, pronti a ritentare un accesso ma intanto hanno espresso loro solidarietà, ribadendo l’importanza del rispetto del diritto internazionale.

L’obiettivo è demolire tutto – ha detto Barbara Archetti, presidente dell’associazione Vento di Terra – come dichiarato nell’ultima seduta della corte suprema israeliana, e spostare in modo forzato tutti gli abitanti e duecento gli abitanti della zona.

Quella di Khan al Ahmar è una zona sensibile perché proprio da lì deve passare il corridoio 1 che è l’ultima fascia di territorio su cui verranno costruite infrastrutture che, di fatto, andranno a spezzare la West Bank in due parti separate e non comunicanti l’una con l’altra. Khan al Ahmar e la scuola di Gomme si trovano esattamente in mezzo ed è il motivo per cui hanno iniziato la demolizione coatta.

Ci avevano già provato in passato, non è la prima volta che nel villaggio arrivano le ruspe – ha spiegato Barbara – ma adesso la sentenza della corte israeliana è diventata esecutiva, quindi le operazioni lasciano intendere che le demolizioni sono imminenti e che questa volta non si fermeranno. Quando è arrivato il primo bulldozer e la popolazione beduina si radunata per protestare e per bloccarlo, sulla collina vicina sono comparse altre ruspe pronte all’azione che, infatti, hanno raso al suolo 15 case e vari ricoveri per animali nel villaggio di Abu Nwar. L’obiettivo era di allargare i varchi per l’arrivo di altri mezzi demolitori”.

Anche oggi, come ieri, c’è stata molta tensione. Gli abitanti del villaggio hanno fatto resistenza. Nel pomeriggio di ieri sul posto è accorso il console britannico che ha voluto rendersi conto di persona della situazione. Alle proteste della popolazione si sono aggiunte quelle degli attivisti delle associazioni e delle Ong attive in Palestina e alla fine della giornata ci sono stati 11 arresti e oltre 35 feriti tra i residenti e gli attivisti, sia locali sia stranieri.

Purtroppo non ci sono molte speranze di salvare le case e la scuola – ha commentato ancora Barbara Archetti – L’area è veramente sensibile dal punto di vista strategico/militare/urbanistico per Israele, per completare il piano d’espansione e la divisione della West Bank, per annientare, così, le speranze di creare uno stato palestinese unitario”.

Il piano del governo Netanyahu è annettere le aree che, di fatto, sono Area C, quindi territorio palestinese ma dove in pratica si sono formate le più grosse colonie israeliane. La comunità internazionale si è avvicinata al caso del villaggio di Khan al Ahmar e anche le associazioni stanno combattendo a livello diplomatico per bloccare le demolizioni. “Ci si sta muovendo su più piani – ha aggiunto Barbara – Sono state anche raccolte circa 400mila firme che saranno consegnate al governo italiano affinché faccia pressioni su tutti i fronti. Certo è che rompere i piani di Israele rispetto alla sua gestione del territorio e alla politica di negazione dei diritti della popolazione palestinese non sarà semplice”.

Se Israele non si fermerà, tra pochi giorni del villaggio di Khan al Ahmar non resterà nulla e la popolazione sarà costretta a spostarsi. Il governo ha proposto un ricollocamento nell’area dell’ex discarica di Gerusalemme, vicino al villaggio di Abu Dis. Un luogo assolutamente inadatto. “Gli abitanti hanno ribadito con forza anche ieri che non vogliono andarsene dalle loro case e che resisteranno, anche per una questione di principio”.

Negli anni scorsi la loro lotta è diventata anche legale grazie all’aiuto dell’avvocato Shlomo Lecker, difensore ufficiale della comunità di Khan al Ahmar. Ma Israele ha legalizzato ogni sopruso. Lo scorso 25 maggio, quando la corte ha ufficializzato la distruzione del villaggio, le carte hanno riportato che la motivazione non sta tanto nei piani militari quando nel fatto che il villaggio è costruito senza i necessari permessi. Soltanto che per i palestinesi quei permessi sono impossibili da ottenere nelle aree controllate da Israele nella Cisgiordania occupata.

Una lotta impari che si consuma sulla pelle di uomini, donne e bambini. “I piccoli sono terrorizzati – ha raccontato ancora Barbara Archetti – è uno stress psicologico molto forte sapere che da un momento all’altro, anche di notte, può arrivare una ruspa a spazzare via la tua vita”.

Ruspe nel villaggio di Khan al Ahmar

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Caos al confine Usa Messico

El Paso è uno dei punti di snodo dell’immigrazione clandestina tra Stati Uniti e Messico. Una città in cui la terra texana si mischia con quella di Ciudad Juárez, il primo centro fuori dall’America e anche base per trafficanti di droga e di uomini.

Proprio lì la situazione si è fatta ancora più tesa dopo il caso dei bambini separati dai genitori al confine tra i due Paesi per volere di Donald Trump. Dopo le polemiche il presidente americano ha dovuto fare marcia indietro e firmare un decreto esecutivo secondo cui in futuro nessuna famiglia verrà più separata. Ma i 2.300 bambini già strappati via ai familiari che fine faranno dopo che scadranno i 20 giorni di detenzione dall’arresto dei genitori? A queste domande non c’è ancora una risposta, intanto però la situazione nei centri sul confine è caotica. Proprio lì, sul bordo dell’America che diventa Messico abbiamo raggiunto Alexandra Jimenez, dell’associazione no profit ‘Atlas Corps’ che si occupa di gestire i flussi migratori.

“Le linee politiche stanno diventando molto forti – ha raccontato Alexandra – è una situazione pericolosa per via del fiume e degli immigrati che tentano di superarlo a nuoto. Ci sono dei punti più difficili da attraversare e alcuni più facili ma le pattuglie di controllo si stanno facendo più assidue contro gli immigrati. Si tratta di uno dei confini più grossi del mondo tra due Stati”.

“Quello che è successo nei giorni scorsi è scandaloso – ha commentato Alexandra Jimenez – si tratta di una grossa violazione dei diritti umani, soprattutto se si considera la legge internazionale dei diritti umani. Ora che gli Usa sono fuori dal Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu la situazione è peggiorata ma comunque sappiamo che non hanno mai rispettato la legge internazionali. Si tratta di una violazione dei diritti dell’integrità, è una sorta di tortura per i bambini e i genitori, non solo per la condizione in cui si trovano ma anche dal punto di vista psicologico. Genitori e bambini vengono usati, vengono considerati criminali solo perché i genitori cercano altri mezzi di sostentamento per la loro famiglia. Stanno usando i bambini per fermare i genitori. Il modo in cui mettono sotto processo i genitori non è il modo adatto per risolvere la questione dell’immigrazione, anche se dicono di aver bisogno di politiche più dure”.

Alexandra e i suoi colleghi raccontano che i militari lì al confine sono in assetto di guerra e che stanno allestendo basi militari per ospitare quasi ventimila bambini ma i messicani non la stanno prendendo bene.

“La gente qui si sente offesa” ha detto Alexandra mentre di sottofondo alla telefonata si sentono pianti e urla. “Sapevamo che i rapporti tra i due Paesi non sono mai stati facili per la questione del confine molto grosso e per il divario economico. E non si tratta solo dei messicani, ma anche degli altri popoli dell’America centrale che stanno cercando di scappare dalla violenza dei loro Stati e di passare il confine. La situazione non è facile ma i messicani sapevano che le politiche si sarebbero fatte più dure. Ora si stanno muovendo per agire, per fare manifestazioni di protesta in Messico perché la gente è preoccupata per come vengono trattati i bambini. In pratica stanno usando i bambini per fermare i genitori. Il modo in cui mettono sotto processo i genitori nei tribunali federali non è il modo adatto per risolvere la questione dell’immigrazione, anche se dicono di aver bisogno di politiche più dure”.

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    Bianca Senatore
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“Mai smettere di lottare”

Rosalyn Higgins

Migrazioni, guerre, carestie, genocidi sono solo alcuni dei problemi che ci sono oggi nel mondo e che mettono seriamente in pericolo la dignità dell’uomo. Di queste criticità ne discutono ogni giorno i membri della corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite la cui richiesta d’intervento è spesso invocata dai popoli. Ma non tutti i problemi possono essere, purtroppo, risolti dalla legge internazionale.

Ne è convinta Dame Rosalyn Higgins, prima donna giudice della corte di giustizia dell’Onu e Presidente della Corte Internazionale di Giustizia all’Aja dal 2006 al 2009. È stata professoressa di diritto internazionale all’Università del Kent a Canterbury e alla University of London (London School of Economics).

Una donna che si è sempre battuta per i diritti umani e per l’efficienza della giustizia internazionale, così che nessuno potesse dire di essere stato trascurato. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, però, spesso il diritto internazionale viene criticato a fronte di un’idea giustizialista decisamente nazionalista. Eppure, la legge internazionale è sempre lì, a sorvegliare.

Abbiamo incontrato Rosalyn Higgins a Milano, in occasione di una tavola rotonda organizzata dalla Fondazione Internazionale Balzan:

Non condivido questo pensiero generale secondo il quale il diritto internazionale è in crisi. Ovviamente ci sono dei problemi nelle relazioni internazionali ma è una questione diversa. Durante la mia carriera mi sono sempre interessata di diritti umani. Per più di 10 anni sono stata nel comitato dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, che è l’organismo che monitora gli accordi internazionali, i diritti civili e politici, e ho provato in vari modi a supportare la promozione dei diritti umani, in particolare diffondendo l’idea che i diritti umani non hanno niente a che fare con l’essere un paese sviluppato. Ogni persona, che venga da un paese ricco o da uno povero, ogni individuo ha il diritto di proteggere i diritti umani. Ho sempre provato, soprattutto quando mi trovavo alla corte internazionale di giustizia, di renderla un posto più efficiente. Quindi la corte dell’efficienza mi è sempre stata cara

Madame Higgins è arrivata a Milano per presentare un trattato di diritto internazionale intitolato Oppenheim’s International Law – United Nations di cui è stata curatrice, che racchiude tutti i casi di problemi di cui la corte dell’Onu su può occupare, con nuovi studi e approfondimenti appena pubblicato da Oxford University press, e curato dalla Higgins. Un approfondimento della pratica giuridica delle Nazioni Unite raccolta in uno studio completamente nuovo.

Per la prima volta abbiamo 1700 pagine sui dettagli delle leggi su ogni singolo problema che si presenta nelle nazioni unite, non solo quello che dice l’atto costitutivo ma quello che succede veramente con tutti i problemi principali. Quindi sono molta contenta che siamo stati in grado di farlo con l’aiuto della fondazione Balzan.

In un mondo sempre più policentrico e più complesso la corte internazionale di giustizia e chi lavora per la salvaguardia dei diritti umani non può abbassare la guardia  ma anzi… continuare a lavorare sulle situazioni in evoluzione.

Le sfide sono enormi e ovviamente ancora non ne vediamo molte. Ogni 5-10 anni emergono nuove sfide che non avevamo previsto, come la tensione sull‘UE, la presidenza di Trump… sono tutti eventi che non avevamo previsto e sono sicura che ce ne saranno degli altri, ma la sfida più grande è convincere gli stati a inviare i loro eserciti per l’Onu  e permettere l’intervento per difendere la dignità umana, perché a volte le cose sembrano così terribili, come in Siria, che sembra non esserci altro modo. Ma di questi tempi gli Stati sono riluttanti a inviare i loro eserciti in aiuto degli altri e sono molto generosi per altri versi. E dobbiamo lavorare costantemente, ogni giorno per pensare ai problemi degli altri.

Rosalyn Higgins

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40 anni tra vittorie e nuovi problemi

Legge 194
Legge 194
Foto dalla pagina FB della Casa Internazionale delle Donne https://www.facebook.com/casaintdelledonneroma/

Oggi la legge 194, che ha legalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza in Italia compie 40 anni. Era il 22 maggio 1978 quando la legge fu approvata, dopo anni di battaglie e manifestazioni, per poi venire confermata nel 1981 dal fallimento del referendum abrogativo.

Dopo anni di interruzioni di gravidanza praticati di nascosto con pezzi di ferro, uncini delle stampelle con gravissime conseguenze per la salute, quella legge ha cambiato la vita delle donne rendendole libere di scegliere.

Oggi, a 40 anni da quel grande traguardo, però ci sono ancora molti problemi e un rinnovato slancio di movimenti antiabortivi. Ne abbiamo parlato con Silvana Agatone, ginecologa all’ospedale Pertini di Roma e presidentessa della Laiga, Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194.

Come stanno le cose attualmente?

Premetto che è un’ottima legge, il discorso è che non si è sorvegliato sull’applicazione e questo è il grosso problema. L’obiezione è andata sempre più aumentando, dal 2005, quando era 58% siamo arrivati al 2016 con circa il 71% di obiettori, con punte del 92/93%.
In più l’articolo 9 della legge dice che tutti gli ospedali devono effettuare le interruzioni di gravidanza ma solo il 60% degli ospedali le effettua. Il 40%, quindi, è inadempiente e continuano ad aumentare. Inoltre, sempre l’articolo 9 della legge dice che gli ospedali devono fare tutti e due i tipi di aborto, quello entro le prime 12 settimane e quello dopo i 90 giorni per gravi malformazioni o pericolo di vita della madre. Ebbene, di questo 60% che effettua gli aborti, solo una minima parte effettua tutti e due i tipi. Il problema è la carenza di non obiettore che fa sì che gli ospedali non ottemperino alla legge. E chi deve controllare, cioè i dirigenti ospedalieri, non se ne occupa. Di fatto, più aumenterà l’obiezione e più sarà difficile usufruire di una legge che corre il rischio di rimanere carta scritta.

Quindi questo compleanno si festeggia, perché è stata una legge importante, che ancora funziona e ma ci si sono ancora molte cose da fare.

Esattamente, diciamo che bisogna sorvegliare attentamente e fare pressioni, perché molti sembrano non rendersi conti che vi sono delle criticità. Per esempio, la relazione che ogni anno il ministro presenta al parlamento studia solamente gli aborti fatti. Il ministro Lorenzin ha rassicurato che l’aumento degli obiettore non inficia il diritto di una donna ad abortire secondo la legge, dal momento che il calo dei medici disponibili è direttamente proporzionale al calo degli aborti ma è un controsenso perché in realtà gli aborti diminuiscono perché non ci sono medici non obiettori che praticano l’interruzione di gravidanza, alla luce del sole almeno.

Quindi stanno aumentando gli aborti clandestini?

Ma sicuramente sì. Tanto per fare un esempio, l’anno scorso a Trapani c’era un solo medico non obiettore che faceva circa 80 aborti al mese. Quando è andato in pensione, il servizio è stato sospeso e non ci sono stati più aborti. Ma non è che dall’oggi al domani non ci sono state più donne che richiedevano l’interruzione di gravidanza. Ne’ gli ospedali accanto hanno aumentato la loro capienza e affluenza. Quindi di quelle 80 donne al mese non si è saputo più nulla. E sono spartite, dove sono andate? E questo succede spesso.
Un’altro esempio. Nella provincia di Caserta c’è una clinica convenzionata abilitata a fare aborti che però ha un budget che puntualmente esaurisce già a settembre e quindi chiude.
Ma non è che dopo settembre non ci sono più donne che richiedono di abortire. Dove vanno? E’ chiaro che dell’aborto clandestino non sappiamo nulla. Sicuramente è in aumento e infatti cominciano ad arrivare donne, soprattutto straniere, con problemi legati a pratiche abortive fai-da-te, proprio come una volta, prima della legge 194.Solo che oggi non si usano ferri da maglia, ma farmaci come il Cytotec, un anti ulcera che a dosi massicce compromette la gravidanza. Sono medicinali che si comprano online, al mercato nero vicino alle stazioni delle grandi città, o anche in farmacia, con una ricetta che non è difficile procurarsi. Il ministero sembra non volere, non potere, non volere…. Rendersi conto di tutto questo trincerandosi dietro al fatto che nessuna donna denuncia. Ma è chiaro che nessuna donna da sola può fare una cosa del genere.

In tutto ciò c’è anche un rinnovato movimento antiabortivo….

Infatti, ne sono una prova quei cartelloni affissi per Roma, molto feroci devo dire. Ma non è tutto. Io sono stata qualche giorno fa una conferenza organizzata da Lega e Fratelli d’Italia che hanno iniziato a raccogliere firme per chiedere al governo una campagna per rendere edotte le donne delle gravi conseguenze di un aborto. Guardate, le conseguenze sono rarissime, ovviamente negli aborti praticati in ospedalie. Nel frattempo un gruppo di avvocati di Roma ha fatto un convegno sulla denatalità, perché secondo loro il problema della mancanza di nascite in Italia non è legata a fattori economici, alla mancanza di lavoro, ma all’aborto. Ma tutto ciò ha un disegno. Fare un manifesto, chiamare dei pubblicitari, studiare la campagna, pagare lo spazio, fare campagne per chiedere alle farmacie di non avere in scorta la pillola del giorno dopo e la pillola abortiva ha un grosso lavoro dietro, è anche una grossa spesa. Sembra tutto causale, in verità è una strategia antiaborto ben organizzata e studiata al tavolino da gruppi che ritengono di voler imporre il loro ordine morale. In Italia e anche all’estero.

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    Bianca Senatore
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Khaled Kalifa: “la Siria rinascerà”

 

E’ una storia dolce amara, anzi, più amara che dolce, quella che Khaled Kalifa racconta nel suo ultimo libro “Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città”, edito da Bompiani.

L’autore, nato in un paesino vicino ad Aleppo, descrive la vita di una famiglia nel corso di quarant’anni ma nello stesso tempo ci parla dell’ascesa del partito Baath da cui nasce il regime del clan degli al Assad. E’ una saga familiare ma anche il racconto di una città che soffre e che osserva l’incrinarsi delle cose nel tempo. Il narratore resta sempre anonimo eppure, attraverso le sue parole e un linguaggio tragico e delicato, ci sembra di conoscere anche lui così come impariamo a capire la sorella Sawsan e il fratello Rashid.

“Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città” è, in effetti, una lucida denuncia del regime della famiglia Al Assad e tutto quello che succede ai protagonisti del libro, ma anche a tutti gli altri cittadini siriani, non è che una rinuncia a un pezzettino della propria anima per venire a patti con la tirannide.  E sopravvivere. Khaled Kalifa è stato a Milano per presentare il suo libro e noi abbiamo colto l’occasione per fargli qualche domanda.

La Siria che ha descritto, per quanto già in decadenza, non esiste più, cosa prova?

Io credo che la Siria che ho descritto in questo libro non esista più. Esiste una nuova Siria, o meglio, esisterà anche se non sappiamo che aspetto avrà, come sarà. Tuttavia, penso che tra la morte di quella Siria e quella che nascerà ci sia la più grande tragedia umana che la storia ricorderà.

Nel libro si racconta dell’ascesa del partito Baath e di tutto quello che è successo fino allo scoppio della guerra. Secondo Lei, alla luce di quanto successo, le prime rivolte popolari del 2011 sono state strumentalizzate? Le cose potevano andare diversamente?

Prima di tutto, io credo che quel che è accaduto nel 2011 è stato qualcosa di assolutamente grandioso, perché ha dato dei segnali diversi e in completa contraddizione con quello che il resto del mondo pensava di sapere di noi. Il mondo guardava alle popolazioni arabe come a popolazioni che erano rimaste indietro, che erano rimaste fuori dalla storia, che non potessero aspirare a una democrazia o a una modernità. Quello che è successo nel 2011 ha dimostrato quanto fossero fallaci quelle convinzioni, quanto lontane dalle verità e quanto fosse vergognoso anche solo pensare questo. Oggi siamo arrivati a un’immagine completamente ribaltata. Oggi sono gli arabi che possono dire all’Occidente che non è vero che sono i paladini dei diritti umani, che è una bugia che si occupano di quel che accade fuori dai suoi confini. L’occidente è falso e ipocrita sotto questo aspetto e sono gli arabi ora che aspirano ai valori della dignità e della democrazia. Anche il concetto di “umanità unita” è solo un inganno con l’Occidente cui ci si riempie la bocca.

Nel libro i due personaggi principali, Sawsan e Rashid, fanno due scelte diverse nel corso della storia. Lei sostiene il regime in maniera crudele, lui invece decide diventare un combattente islamista. Entrambi, però, alla fine tornano ad Aleppo sconfitti, disillusi e pieni di vergogna. E’ quello che è capitato davvero ai tanti cittadini siriani che si sono lasciati coinvolgere dalla guerra?

Penso di sì, è successo questo, ma penso anche che a perdere siano stati tutti i siriani. Ma non hanno perso  per via della rivoluzione, bensì a causa della sua deformazione e del modo in cui è stata repressa e che ci ha portato alla sconfitta totale. Penso che questi due personaggi abbiano in comune la paura per il regime. Anche la scelta di Sawsan di sostenerlo nasce da una paura che serve a proteggere se stessa e la sua famiglia dalle repressioni. Sawsan non ha le caratteristiche, non è sufficientemente fascista per essere davvero un esponente del regime siriano. Penso che Sawsan rappresenti migliaia di persone in Siria ma anche la scelta dello stesso Rashid è stata quella di tanti ma, ripeto, sono decisioni prese sulla base del terrore che ha contraddistinto per anni e anni la vita di tutti i siriani.

Aleppo è la Sua città ed è protagonista del libro, si può dire. Nel libro uno dei personaggi, Boulos, a un certo punto dice che “le città, come le persone, muoiono”. Aleppo secondo Lei è morta?

Aleppo, con la sua storia, ha dimostrato che non può in alcun modo morire. Fin dalla sua fondazione, è stata più volte distrutta e devastata in varie occasioni. E’ stata la porta dalla quale sono entrati gli invasori che l’hanno sempre rasa al suolo, ma poi si è sempre rialzata e ha ricominciato a volare. Probabilmente è una città che come nessun’altra che ha assistito all’ingresso e all’uscita dei barbari che sono arrivati con i vari Imperi. Per cui,  non ha la possibilità di spegnersi. Quella nel libro è solo l’opinione di uno dei personaggi, non la mia.

A un certo punto uno dei protagonisti dice una frase: “è assurdo avanzare nella morte facendola sinonimo di vita”. Che cosa voleva intendere?

All’ombra di un regime come quello siriano, nascono delle personalità che hanno davvero delle caratteristiche uniche e molto particolari. Ci sono persone in cui la voglia di vivere e morire convivono e coincidono. Io penso che il regime siriano sia un regime totalitario unico nel suo genere, che è riuscito a penetrare fin dentro ai reconditi angoli dell’umano siriano e le dimensioni, la magnitudo della distruzione che si è lasciato alle spalle è davvero spaventosa. Se guardiamo a quello che succede oggi, a com’è ridotta Aleppo ma anche Homs, a come si sta finendo di ridurre il Ghouta, appare molto chiaro cosa questo regime cosa si lascia dietro. Ed è per questo che penso che ci sia ancora tanto, ma tanto da dire e da scrivere su come i siriani hanno vissuto nei cinquanta anni precedenti.

Perché tutto il mondo si è accanito sulla Siria, secondo Lei?

Beh, questa è una domanda che dovremmo fare noi al mondo: perché vi siete accaniti così tanto su di noi? Cosa abbiamo fatto per meritare tutto questo?

Che cosa pensi di Bashar al Assad?

La mia opinione non è cambiata. Penso che Assad avrebbe dovuto andarsene già molto tempo fa.

La Siria è ancora casa?

Sì, e lo resterà per sempre.

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Ucciso giornalista a Gaza. Chi era Yaser Murtaja

Colpito in pieno petto nonostante il giubbotto antiproiettile con la scritta ben visibile “Press”. E’ stato ucciso così il fotoreporter Yaser Murtaja, che a trent’anni aveva già alle spalle tante esperienze di guerra sul campo come giornalista. Yaser lavorava per l’agenzia Ain Media di Gaza e stava seguendo le marce pacifiche al confine tra Gaza e Israele proprio in questi giorni di tensioni. In particolare, si trovava Khuza’a, nel sud della Striscia, quando i soldati israeliani hanno sparato sulla folla e hanno colpito anche lui, nonostante fosse ben riconoscibile come giornalista internazionale. E’ caduto, consapevole della ferita, ma quasi preoccupato più per la fotocamera.

Non se ne separava mai, era il suo strumento per raccontare quello che succedeva, per far arrivare le immagini lì dove la voce non può. E’ da quando era piccolo che voleva fare il giornalista e aveva tanto di raccontare, tra violenze, soprusi e disastri quotidiani della Striscia.

Lo incontrai a Ramallah nel 2014, durante un viaggio per realizzare un reportage dalla Cisgiordania. Mi disse che aveva lavorato tanto per comprarsi una fotocamera di alto livello, per poter realizzare materiale qualitativamente valido, utile per tv e giornali internazionali. Negli ultimi tempi, con altri colleghi, aveva fatto un investimento per acquistare un drone fotocamera, per fare riprese panoramiche e mostrare ancor meglio la situazione.

Yaser aveva frequentato la Al Karmel High School, che forma i giornalisti sul campo e poi, nel 2012, insieme ad altri amici, aveva fondato la Ain Media, una società giornalistica che copre tutti i principali eventi non solo a Gaza ma in tutta la West Bank. Yaser non è morto sul colpo, ma solo dopo qualche ora e la notizia è rimbalzata sui social media di tutta la Palestina per poi rompere i confini e arrivare ovunque. In poche ore la sua foto sorridente è comparsa sulle bacheche Facebook e su Twitter: per i palestinesi è già un martire.

Nella Manara Square di Ramallah gli amici hanno organizzato una giornata di protesta, perché nessuno vuol far passare sotto silenzio la sua morte. Yaser, infatti, è solo l’ultimo di una lunga serie di giornalisti palestinesi uccisi dalle forze israeliane, incuranti della risoluzione 2222 delle Nazioni Unite, anche se numeri certi sulle vittime non ne ha neanche il sindacato. Sicuramente negli scontri di ieri, i soldati israeliani hanno ferito anche altri sette giornalisti palestinesi

Venerdì 6 aprile, insieme a Yaser sono state uccisi altri 9 palestinesi. In totale, quindi, sono 41 i morti dal 30 marzo, quando è cominciata la “grande marcia del ritorno” organizzata nell’anniversario -nell’interpretazione storica dei palestinesi-  dell’esproprio delle terre arabe per creare lo Stato di Israele nel 1948. Le proteste dureranno fino al 15 maggio, anniversario della fondazione di Israele, giorno in cui i palestinesi ricordano la “Nakba”, ovvero “catastrofe”, quando migliaia di persone furono costrette a lasciare le proprie terre e le case per non potervi tornare mai più.

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Palestina al bivio, unità contro Israele

La Palestina è sempre più sola. Il governo israeliano si è fortificato dopo l’elezione di Donald Trump in America e porta avanti una strategia che allontana la prospettiva di una soluzione a due stati. Il governo palestinese, intanto, fa i conti con i suoi problemi interni. Mustafa Barghouti, leader del partito Iniziativa nazionale palestinese (Pni), è stato ospite a Milano del Festival “Palestina Terra mia” e ci ha raccontato com’è la situazione.

La situazione è molto pericolosa – ha detto Mustafa Barghouti – principalmente perché il governo israeliano è vicino e molto supportato dall’amministrazione del presidente Trump. E le attività dei coloni sono in fermento. In più, abbiamo un problema sempre più serio di violazione dei diritti umani: ogni giorno ci sono molte persone che vengono arrestate dai soldati israeliani senza motivo, specialmente ragazzini. Quindi siamo molto preoccupati, perché nei prossimi giorni sono previste una serie di marce pacifiche di protesta contro l’occupazione e abbiamo paura che la reazione di Israele sarà violenta. La situazione direi che è esplosiva”.

Anche a Gaza la situazione è tesa soprattutto dopo il fallito attentato al primo ministro palestinese Rami Hamdallah che viaggiava su un convoglio all’altezza di Beit Hanun. L’Autorità nazionale palestinese, guidata dal presidente Abu Mazen, ha accusato Hamas di essere responsabile dell’attacco ma l’organizzazione ha negato di essere coinvolta. Tra le due fazioni non c’è serenità nonostante l’accordo per la riconciliazione siglato a dicembre con la mediazione egiziana. Ma Hamas non ha per il momento ceduto i poteri di Gaza al premier palestinese come invece era previsto.

Questo attacco è un crimine – ha affermato Barhouti – ed è stato condannato da tutti i palestinesi, tutti i gruppi, senza eccezione e pensiamo che sia stato compiuto da chi non vuole l’unità palestinese perché favorisce l’occupazione israeliana. Questo attacco è inaccettabile – ha aggiunto – e mette in pericolo la riconciliazione tra Hamas e Fatah che è molto tesa ma l’unica soluzione per stemperare tutto questa è tornare indietro a un sistema democratico, dobbiamo creare un sistema partecipativo di condivisione del potere e dobbiamo fare in modo che la gente possa scegliere i propri leader democraticamente. Ora siamo a un bivio. La soluzione è accettarci gli uni gli altri, perché nessun partito in Palestina può farcela da solo, nè nel West Bank né in Gaza”.

Qualche giorno fa la sedicenne Ahed Tamimi è stata condannata a 8 mesi di carcere solo per aver schiaffeggiato un soldato ed è diventata un simbolo della resistenza palestinese ma come la sua ci sono centinaia di altre storie.

Lo ha confermato il leader di Pni:

Ci sono oltre 215 bambini nelle carceri israeliane al momento. La giustizia israeliana è razzista, non è giustizia. Solo per darmi un’idea. Ahed è stata condanna a 8 mesi per uno schiaffo, mentre il soldato israeliano che a Hebron ha ammazzato un ragazzino senza motivo è stato condannato a 9 mesi di prigione.

Mustafa-Barghouti

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Serbia, giornalisti sotto attacco

Dragan Janjić, corrispondente di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa dalla Serbia e caporedattore dell’agenzia di stampa Beta, è l’ultimo giornalista di una lunga serie che è finito alla pubblica gogna, accusato di essere un traditore del Paese. Contro di lui si è innescata una campagna diffamatoria che l’ha reso un bersaglio di nazionalisti ed esaltati. E sta vivendo questi giorni con l’angoscia di essere picchiato o peggio.

“Sono spaventato, non molto, ma sono spaventato perché qualcuno ha postato la mia foto su una pagina FB su cui c’era scritto ‘questo è il tipo che odia tutto quello che è serbo’. Ovviamente non è piacevole, ho paura di ciò che può accadere per strada o in qualunque altro posto. Anche la mia famiglia è spaventata”.

La campagna diffamatoria si è scatenata dopo che Janjić ha definito la morte dell’amico Oliver Ivanovic, uno dei leader serbi del Kosovo, un omicidio politico.

“Quello stesso giorno il presidente della Serbia Vucic ha indetto una conferenza stampa e ha detto che io, altri giornalisti e partiti dell’opposizione abbiamo accusato la Serbia di aver ucciso il nostro leader, anche se non è vero, non l’ho detto. Poi su FB è stata postata la mia foto con il titolo ‘questo è l’aspetto dell’uomo che odia tutto quello che appartiene alla Serbia’. Il problema non è tanto il post su FB ma il fatto che tutto è successo dopo il discorso del presidente serbo. È questo che mi imbarazza perché secondo me il governo ha il dovere di proteggere la libertà di parola, i media, i giornalisti e non dovrebbe prenderli di mira. Se il presidente ti prende di mira, diventa pericoloso ed è questo che mi fa arrabbiare e che mi spaventa”.

Ora Dragan Janjić aspetta che il pubblico ministero lo convochi per una dichiarazione, ma non si aspetta giustizia.

“Se anche troveranno chi ha mandato questo messaggio con la mia foto, le cose non cambieranno in Serbia finché non cambieranno le attitudini delle autorità verso i giornalisti e i media. Chiunque dica qualcosa che a loro non piace, una critica o qualsiasi altra cosa, lo ritengono un attacco contro di loro, dicono che sei un traditore, un bugiardo e cose del genere. Non è un buon clima e stiamo combattendo per cambiarlo. Sono molto grato per il supporto dei miei colleghi e delle associazioni di giornalisti”.

Nell’ultimo periodo le minacce ai giornalisti stanno aumentando e per tutti l’accusa è sempre la stessa “nemici della Serbia”. Nei giorni scorsi anche un’altra giornalista Una Hajdari è stata minacciata di morte sui social network solo per aver scritto un tweet sarcastico sul presidente Vucic.

“Noi resistiamo, ma spero che questa pressione possa influenzare la situazione e costringere le autorità a cambiare attitudine”.

***

Questa intervista fa parte del progetto European Centre for Press and Media Freedom, a cui contribuisce Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, e di cui Radio Popolare è Media Partner.

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Croazia, la dura vita dei reporter, tra minacce e pressioni

In Croazia, anche se in pochi lo sanno, i giornalisti, specialmente quelli investigativi, subiscono moltissime pressioni e sono spesso oggetto di minacce. A raccontarcelo è Drago Hedl, noto giornalista investigativo del Jutarnji List, con sede a Zagabria.

Quello che gli è accaduto qualche mese è la riprova del fatto che lo stato di salute dei media croati ha subito, nell’ultimo anno un peggioramento deciso. Nella classifica del sito Giornalisti senza Frontiere, infatti, la Croazia  dal 2016 ha perso 11 punti raggiungendo il 74° posto nella lista delle nazioni con meno libertà.

Hedl stava investigando su un membro del parlamento croato, Franjo Lucić, esponente del partito di governo (HDZ) e sugli affari delle sue aziende. Il reportage avrebbe fatto luce sui suoi traffici sporchi e lo avrebbe messo nei guai. E allora Lucic gli ha offerto dei soldi per non scrivere l’articolo. Ovviamente Hedl ha rifiutato e ha anche registrato la telefonata.

“Il mio giornale ha pubblicato il reportage e anche la conversazione così che tutti in Croazia hanno potuto leggere come i politici agiscono, specialmente i membri del Parlamento” ha affermato Hedl in una intervista con Radio Popolare. “Ora sto aspettando di vedere cosa faranno la polizia e il procuratore di questo caso e penso che perderà la sua posizione in Parlamento”.

Comunque quello di Lucic non è un caso isolato. E’ molto comune tra i politici cercare di corrompere, loro pensano di poter comprare tutto con i soldi e ci sono molti giornalisti che sono stati contattati da politici o aziende per bloccare la pubblicazione di articoli investigativi. Ma il giornalista serio che vuole onorare questo mestiere, che vuole servire il suo lettore o l’ascoltatore o il pubblico certamente non accetterà i soldi per non scrivere l’articolo. In ogni Paese, in ogni società succede questo e io spero che i giornalisti che accettano questa offerta siano la minoranza e non la maggioranza.

“Nell’ultimo periodo molti giornalisti sono stati licenziati o sottoposto a mobbing dai direttore dei giornali, a loro volta costretti dai proprietari delle testate” continua Hedl “Inoltre, nel marzo del 2016 il Parlamento croato ha licenziato il direttore generale di HRT, cioè Radiotelevisione pubblica croata, e ha nominato un direttore che ha retrocesso o spostato circa 70 giornalisti ed editori”.

Quali sono i fattori che minano la libertà di stampa in Croazia oggi?

“Possiamo dire che la situazione della libertà di stampa in Croazia è migliore rispetto a 20 anni fa quando c’era una specie di regime e non c’era amicizia nei confronti della stampa e dei giornali che criticavano il governo” spiega Hedl “Oggi il problema è che abbiamo altre difficoltà: quando parliamo di media possiamo dire che non è la politica a fare pressione sui giornali ma sono le grandi compagnie che hanno azioni nei giornali a fare pressione sugli editori e giornalisti per non far scrivere dei loro affari loschi. Quindi, possiamo dire che la situazione è migliore rispetto a 20 anni fa però certamente il momento migliore per la stampa in Croazia è stato prima dell’ingresso nell’Unione Europea, perché in quel momento la Croazia doveva dimostrare di essere un Paese che rispettava la libertà di stampa e dei giornalisti, in particolare dei giornalisti investigativi. Ma dopo l’ingresso, la situazione è peggiorata perché il Governo adesso si sente sicuro di essere all’interno di un club e pensa di poter fare quello che vuole e infatti le condizioni di lavoro dei giornalisti sono diventate assurde”.

Drago Hedl per il suo lavoro, per la sua integrità e l’importanza dei suoi reportage è stato minacciato tante volte, soprattutto quando scriveva dei crimini di guerra commessi dai soldati croati. Lo spiega lui stesso:

“Lo sai, quando scrivi di certe cose e incontri la gente per strada non è semplice, sei esposto alle minacce dei politici locali e dei membri dell’esercito croato responsabili dei crimini di guerra. Per due volte ho avuto la protezione della Polizia per 24 ore perché  credevano che le minacce che avevo avuto fossero serie e così mi hanno protetto ma è stata anche l’occasione per il Governo di dimostrare che in realtà ha a cuore la sicurezza dei giornalisti”.

“In ogni caso -conclude Drago Hedl -bisogna sempre ricordare una cosa: la libertà di stampa non è qualcosa che può essere garantito dalla Costituzione o da leggi. Dobbiamo lottare tutti per la libertà di stampa ed è una lotta che durerà finché ci saranno politici e giornalisti”.

L’intervista fa parte del progetto European Centre for Press and Media Freedom, a cui contribuisce Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, e di cui Radio Popolare è Media Partner.

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    Bianca Senatore
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Occupazione israeliana, laboratorio globale

“L’occupazione non ci piace, ma non la fermiamo. Come fa Israele a gestire una cosa del genere: un’occupazione di 50 anni, violenze, decisioni dell’ONU, diritti umani, leggi internazionali? Perché l’Italia, l’Europa e la comunità internazionale acconsentono? Che contributo dà Israele alla comunità internazionale che spinge tutti ad acconsentire all’occupazione?”. È con queste domande che si apre l’ultimo libro dell’antropologo e attivista Jeff Halper intitolato La guerra contro il popolo. Israele, i palestinesi e la pacificazione globale (Edizioni Epoké). Di fatto, il testo è un’analisi delle tecniche più subliminali che Israele usa per soggiogare non solo i palestinesi ma anche tutti gli altri, innescando nella testa la paura del nemico in casa. E Jeff Halper tutto questo lo vive da vicino, perché da anni è impegnato a combattere per la causa palestinese.

Jeff Halper
Jeff Halper

Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro in questo momento storico?

“Penso che quello tra Israele e Palestina sia un microcosmo, un conflitto-simbolo di un Paese del primo mondo estremamente sviluppato, una potenza militare ed economica, alleata con l’Europa e gli USA, contro quelli che potremmo definire ‘popoli colonizzati’. Il capitalismo oggi è sempre più coercitivo perché i ricchi diventano più ricchi, molte più persone vengono escluse, le risorse si fanno più scarse, quindi c’è questa guerra per le risorse. Il potere capitalistico e le classi dirigenti cercano di trovare dei modi per controllare la popolazione mondiale e, dato che Israele è da cento anni che controlla i palestinesi, ha le armi, la tecnologia, i modelli di controllo sulla popolazione e li esporta. Quindi, parlo della ‘Palestina globale’, dell’idea secondo la quale lo stesso territorio occupato è solo un laboratorio per Israele, perché il suo scopo principale è quello di servire le potenze imperiali. Israele ha un’esperienza nella guerra contro le persone che i Paesi del Nord non hanno”.

Nel libro parli di pacificazione globale. Cosa intendi?

“Le vere guerre oggi sono contro le persone per le risorse e il controllo, e Israele è molto più avanzato in questo tipo di guerra rispetto alle grandi potenze militari. Il termine che uso nel titolo è ‘pacificazione’, che ha significati diversi in lingue diverse, ma io, insieme alle persone con cui lavoro, lo intendo nel senso di sopprimere a tal punto una popolazione da impedire che esista ancora. È questa la pacificazione ed è questo lo scopo delle potenze capitaliste e della classe dirigente. Non devono necessariamente costruire dei campi di concentramento. Per molti è più importante calmare le persone. Se riesci a farlo, per esempio come succede in aeroporto con gli annunci che t’invitano a riportare determinate cose, se riesci a controllare in questo modo le persone, portandole a voler essere al sicuro e a voler aiutare lo Stato, è perfetto. Ma le persone che resistono al capitalismo, come in un certo senso in Europa le persone di sinistra, che sono critiche e ritengono di essere manipolate, di essere controllate in vari modi, quelle persone devo essere pacificate in maniera fisica: devono essere demolite, a volte devono essere imprigionate e controllate… dipende da quanto collabori. Il messaggio è questo: se cooperi con le autorità, avrai una vita tranquilla; se resisti, diventerà sempre più difficile. Sono coinvolto nella lotta contro questa occupazione da più di vent’anni, sono stato il capo di questo Comitato israeliano contro la demolizione delle case negli ultimi vent’anni”.

Perché ti sei avvicinato a questa causa?

“Mi sono sempre fatto molte domande e una di queste è: perché Israele non ha accettato i due Stati? Era un buon affare per Israele: aveva la pace, la sicurezza, il 78% del Paese… Così ho iniziato a guardare l’occupazione in maniera diversa. L’occupazione non è una minaccia ma una risorsa, come un laboratorio. Ci sono milioni di persone in un territorio su cui puoi sperimentare le armi sviluppate, con cui puoi perfezionare le armi, i sistemi di sicurezza e di sorveglianza e i modelli di controllo. E questo spiega perché fino a oggi le autorità palestinesi hanno voluto e vogliono una soluzione con due Stati. Rinuncerebbero al 78% del territorio e Israele ancora non accetta e questo non ha senso, a meno che non si prende in considerazione il vero beneficio che ne trae. E poi c’è l’altra domanda, quella con cui ho iniziato il libro: perché la comunità internazionale non ferma Israele? Beh, penso che questo dipenda dal fatto che Israele è molto utile dal punto di vista militare e della sicurezza, perché questo esercito lavora con i servizi di sicurezza interni, è molto preparato. Quindi dipende tutto dal livello dei tuoi vicini e, dato che dal punto di vista delle tattiche, dei metodi di controllo, delle armi, Israele è molto sviluppato, si è reso così utile che è come un qui pro quo”.

Dal tuo punto di vista in che modo il mondo vede l’occupazione della Palestina?

“Da un lato, è diventata una questione globale: penso che per le società civili, per le persone di sinistra, per le confessioni religiose e le persone interessate ai diritti umani sia diventata una grossa questione globale. Penso che la questione palestinese abbia raggiunto i livelli della lotta dell’apartheid. Un paio di anni fa ero nella Corea del Sud, in aprile, durante la loro giornata dell’indipendenza e c’erano 50mila persone, soprattutto giovani, nella piazza principale con un grosso schermo televisivo che manifestavano per la Palestina. In Brasile, dove è iniziato il World Social Forum, un paio di anni fa venne organizzato un World Social Forum solo per la questione palestinese e la cosa interessante è che non venne intrapreso dai palestinesi ma dal movimento internazionale dei contadini di Via Campesina. Da un lato, credo che la Palestina venga vista come qualcosa di emblematico, rappresenta tutte le lotte che ci sono nel mondo, i palestinesi rappresentano tutte le persone oppresse, anche nei Paesi del nord. Sempre più persone vanno contro Israele e stanno dalla parte dei palestinesi, anche le confessioni religiose, ma i governi stanno ancora dalla parte di Israele”.

Ma tu hai mai avuto problemi per le tue idee?

“Israele è una democrazia accesa, se sei ebreo. Io sono ebreo israeliano, ho tutti i privilegi che avete voi in Italia: posso parlare, manifestare, nessuno mi ferma in aeroporto… quindi non ho particolari restrizioni. Ovviamente, però, se sei palestinese è tutto diverso. In quanto ebrei israeliani, usiamo i nostri privilegi per resistere. Per esempio, quando un bulldozer dell’esercito sta per demolire una casa palestinese (perché sai, Israele ha demolito 50mila case palestinesi dal 1967, quindi resistiamo alle demolizioni delle case) e io ci vado davanti per bloccarlo, per i soldati si tratta solo di un tipo che sta lì a fare casino: mi spostano o mi arrestano per qualche ora e poi mi lasciano andare… Se un palestinese si mette davanti ai bulldozer, gli sparano. Punto. Quindi è questa la differenza tra la mia capacità di resistere e quella di un palestinese. Ho un privilegio che cerco di usare dal punto di vista politico”.

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    Bianca Senatore
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La nostra resistenza non violenta

In Palestina il panorama dei villaggi a sud di Hebron è simile a quello lunare. Tra rocce e terreni aridi compaiono all’improvviso agglomerati di case che sembrano disabitate ma che, invece, pulsano di vita. Sono vive, nonostante l’occupazione israeliana abbia, da anni, deciso che l’area in cui sorgono, contrassegnata dal numero 918, sia destinata alle esercitazioni militari e dunque deve essere evacuata completamente. Siamo nell’area “C” della Cisgiordania, quella parte di territorio palestinese che è sotto il controllo amministrativo e militare di Israele e della DCO, District Coordination Office.

At Tawani è uno dei piccoli villaggi che sovrastano Hebron dove dal 1999, da quando Israele ha deciso di cominciare a utilizzare militarmente l’area sgomberando e abbattendo i caseggiati della zona, si sono riunite tutte le persone del circondario, da Ma’On, Carmel e Susya. Proprio lì un gruppo di pastori ha deciso di non mollare e di fare contro l’esercito israeliano un’opposizione non violenta.

I palestinesi di At Tawani ogni giorno subiscono soprusi di ogni genere: le demolizioni, le sassate, gli animali trucidati e le poche terre coltivate che vengono incendiate. Ma a tutto questo non rispondono mai con la violenza. Hafez è il coordinatore del comitato per la resistenza pacifica ed è venuto fino a Milano per raccontare.

“Siamo stati spinti a fare un certo tipo di resistenza cioè una resistenza non violenta, una resistenza pacifica”, ha spiegato Hafez. “Abbiamo deciso di andare oltre gli abusi e le ingiustizie e di rispondere in maniera superiore, puntando solo sui nostri diritti, sulla comunicazione, per quanto possibile. Noi crediamo che questo sia l’unico modo effettivo per combattere e avere qualche chance di ottenere qualcosa. Senza dare agli occupanti la scusa per commettere ancora più ingiustizie e per usare ancora più violenza contro di noi”.

Certamente questo comportamento non ferma i coloni, tanto che spesso ai bambini viene impedito di andare a scuola, perché vengono presi a sassate e infatti da alcuni anni i soldati israeliani scortano i ragazzini a scuola con una navetta, ma spesso il pulmino non arriva oppure i soldati non fermano gli aggressori.

“Noi siamo organizzati per non rispondere mai e poi mai in maniera violenta – ha raccontato ancora Hafez – ma loro comunque rispondono in maniera violenta. Ci provocano colpendo la nostra umanità proprio per scatenare la nostra reazione aggressiva, però non ci cadiamo, anche se è molto difficile. Ma non dobbiamo dargli alibi per portare a termine il loro piano. Se reaggissimo in qualche modo, come la storia di tutti i giorni insegna, basterebbe poco per essere fucilati o essere uccisi. Con il tempo siamo diventati bravi”.

L’atteggiamento pacifico dei palestinesi delle colline di Hebron, infatti, è diventato un modello per tutta la Palestina e in particolare è diventato un esempio di forza. La prima a dare l’esempio è stata proprio la madre di Hafez che un giorno venne picchiata da alcuni soldati e tornando a casa ferita trovò la forza di bloccare il figlio intenzionato a reagire per difenderla e di inculcargli che, in questa situazione, bisogna lavorare per i propri diritti, non per soddisfare una fugace e vana sete di giustizia.

Ma la vita quotidiana resta molto difficile da sopportare, perché le provocazioni e le umiliazioni sono costanti. Come racconta anche Nasser, un giovane che vive a Susya, un altro villaggio vicino At Tawani. “E’ dura. Per esempio, se io voglio andare dal mio villaggio a un altro loro mi bloccano nei check point e possono tenermi lì una ventina di minuti così come delle ore, senza motivo. Lo fanno solo per sfiancarci, per costringerci a non lavorare, a non vivere e ad andare via, alla fine”.

La comunità di At Tawani è coesa e non è intenzionata a mollare e fortunatamente non è sola. L’associazione israeliana B’tselem supporta i cittadini aiutandoli nella gestione delle ricostruzioni, ogni volta che Israele demolisce, mentre l’associazione italiana Colomba aiuta per tutto il resto.

Nonostante le difficoltà, il movimento di resistenza non violenta ha permesso ad At Tawani e ai palestinesi che vivono in tutta l’area di ottenere importanti risultati. Il piano di Israele di evacuare la zona resta, ma intanto sono riusciti ad avere l’energia elettrica, una scuola e una cisterna per l’acqua potabile. Poche cose per noi, una grande risorsa per chi combatte per ogni più piccolo diritto sempre col sorriso sulle labbra.

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    Bianca Senatore
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