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“La capitale” di Robert Menasse

Recensione La capitale di Robert Menasse

Robert Menasse
La capitale
Traduzione di Marina Pagliano e Valentina Tortelli
Sellerio Editore
445 pagine

Strepitoso ritratto della burocrazia europea, leggero per ironia, amaro per ciò che se ne può trarre. La capitale, che dà il titolo al romanzo, è Bruxelles, sede del potere europeo, un posto in mezzo a una moltitudine di mondi, i vari paesi della UE, con i loro funzionari (non eletti) che nel groviglio di cariche e incarichi, commissioni e sedi di lavoro, compongono un puzzle che si rivelerà mostruoso. Spina dorsale, la gerarchia. Motore, la feroce determinazione a salire qualche gradino più in alto dei colleghi. Gli eurocrati provengono dalle università più prestigiose: uomini super snelli, abiti poco appariscenti, asceti sotto ogni punto di vista: capaci di negoziare per ore e ore e nottate intere. Non sembrano aver bisogno di mangiare e di dormire, se la cavano con poche parole e qualche gesto… si accontentano del metabolismo all’interno del potere.

Robert Menasse, 64 anni, scrittore austriaco di lungo corso che da anni si occupa della questione europea, mette al centro di questo suo lavoro (Deutscher Buchpreis lo scorso anno) ciò che oggi scuote l’UE, costretta nel braccio di ferro tra la necessità di un rafforzamento degli organismi transnazionali, e ciò che vi si oppone. A opporsi, le politiche nazionaliste che riguardano tutti gli stati membri, occultate quanto ai paesi guida (anche se a volte plateali, come l’intervento militare dei francesi in Libia per contendere gli interessi italiani in campo petrolifero), più grezze quelle agitate da certi populismi.

Tramite i mass media il quadro politico di fondo è più o meno a conoscenza di tutti. Di diverso, qui, la capacità di penetrare nelle sue pieghe costruendo un universo polifonico di tremenda vivezza e autenticità. Cosa alla portata della narrativa più che della scrittura saggistica (nella quale l’autore si è comunque cimentato con importanti risultati). Un conto è delineare un problema sociopolitico, un altro mettere in scena una ventina di personaggi con il loro corredo di umanità, aspirazioni, frustrazioni, destini, che si muovono nel gioco perverso del potere: chi dal suo piano inclinato impegnato per non scomparire, chi armeggia per restare a galla, rari i vincitori. E chi ce la fa ottiene la vittoria a caro prezzo: vendendosi. Così un’ambiziosa funzionaria greco-cipriota che alla fine si ritrova a un bivio: scegliere se abbandonare o meno la parte migliore di sé, di quando ragazza credeva in un’identità libera, lontana dalle pressioni di ogni bandiera nazionale.

Qualche idealista circola ancora, sebbene con l’aria del sopravvissuto. Istanze queste, espressione più del passato storico che del presente. Per quello scambio tra passato e futuro, un futuro deprecato perché minaccioso, inaffidabile e forse ingestibile, e un passato in cui le speranze non erano ancora screditate (Zygmunt Bauman). Basti pensare ai timori legati alle prossime elezioni europee del 2019.

Una UE apparentemente patinata e dai modi eleganti dunque, protesa invece a nascondere la propria ferocia, quella studiata da Menasse per più di un decennio. Un anno anche in veste di osservatore ospite della Commissione europea. Non ci sono dubbi su cosa pensi lo scrittore dei risorgenti nazionalismi con il loro carico di razzismi, aggressioni, terrorismo, guerre. È questo il cuore del libro. Anche se di fronte al cinismo degli eurocrati, ai loro conformismi, ingordigie, carrierismi, freddezze nel far fuori i colleghi, che lui così ben interpreta, Menasse di fa profeta del futuro problematico di questo organismo transnazionale. Senza dover chiamare in causa la reazione dei milioni di cittadini che a causa del Fiscal Austerity è caduto nel fossato che si è aperto tra redditi alti e redditi bassi, ulteriormente incrementato dalle politiche europee dopo la crisi del 2008. Così i finali delle singole vicende dei personaggi che abbiamo seguito non fanno presagire alcuna luce in fondo al tunnel.

L’inizio è travolgente, di un sarcasmo che strappa spesso la risata. Ritmi da romanzo d’azione: un cadavere in una stanza d’albergo, vittima sbagliata per uno scambio di persona, cosa che porta il killer a una fuga che gli salvi la pelle, inseguito com’è sia dalla polizia che dai suoi stessi mandanti. Ma il commissario belga che lo dovrebbe arrestare si vede togliere il caso. Ordini dall’alto, mentre dal suo computer sparisce ogni dato al riguardo. Di più, quel cadavere non deve essere mai esistito. E non è la prima volta che succede a quanto pare: la stampa non ne saprà mai nulla. Ingredienti che sembrano prefigurare un giallo, impegnato in conclusione a tirare tutti i fili dell’intreccio. Così non è, poiché l’oggetto del libro non è un delitto, per quanto paradigmatico e con il suo corredo di indizi, depistaggi, fughe, bensì ancora una volta la macchina burocratica compenetrata dai misteriosi quanto inquietanti interessi politici degli stati. Compreso il Vaticano: nessun servizio segreto del mondo ha le risorse, né finanziarie né umane, per mettere in piedi una rete di agenti che si estenda in tutto il pianeta, la globalizzazione in confronto è niente… chi ha un agente in ogni buco di paese? Il Vaticano. Non a caso il killer viene dalla Polonia ed è lì che torna, per nascondersi da un amico prelato, pure lui parte dell’imperscrutabile disegno. Come in Un requiem per il romanzo giallo, La promessa di Duerrenmatt, anche qui sarà il caso a chiudere la partita.

Intanto, un’altra vicenda corre parallela a quella: la Commissione Cultura, cenerentola tra tutte, snobbata e vilipesa perché priva di risorse economiche, cerca disperatamente il proprio rilancio. E la chance può essere offerta dalla celebrazione dei 50 anni dalla nascita della Commissione europea, prevista nel 2020. Ci vuole dunque un’idea vincente. Uno dei suoi funzionari – il più pulito, assieme a un vecchio economista – appena rientrato da una visita al lager, propone un Jubilee Project ad Auschwitz. Il luogo della memoria per eccellenza. Dove è avvenuto il peggio e da dove proprio con la nascita della UE era scaturito il proposito di mai più guerre e nazionalismi.

La donna greco-cipriota si impadronisce della pensata del suo sottoposto, se ne vuole servire per scappare dal buco della Cultura che le blocca la carriera. Via via tutta la filiera del comando europeo fino al suo grado più alto, si mostra entusiasta. Formalmente. Subito dopo il tarlo della burocrazia comincia il su lavoro, una firma, una telefonata, in fondo niente più che uno schiocco di dita. E fu colpita una sfera che ne colpì subito un’altra. Il progetto viene massacrato. A partire dai polacchi: non gradiscono che il nome del loro paese venga associato al famigerato lager impiantato in quel territorio. Dimenticare è l’urgenza. E a ostacolare l’impresa ci si mettono pure gli italiani con una controproposta risibile, gli inglesi che hanno una sola regola vincolante: essere fondamentalmente un’eccezione, i tedeschi… ciascun membro con proprie caratteristiche gergali, di stile, abbigliamento, gestualità, rese con il più caustico umorismo.

Vero tocco da maestro quando Menasse fa comparire un maiale che vagabonda per le strade di Bruxelles. Figura irreale che compare, scompare, poi torna, su cui si getta a capofitto il giornale locale con un invito ai lettori: date un nome al maialino. Animale che non sparisce dalle pagine successive del libro per motivi ben meno comici: il mercato cinese abbisogna di quantità gigantesche di carne di maiale, compreso un numero stratosferico di orecchie, prelibate per loro, scarti nella nostra cucina, che possono essere vendute al prezzo del filetto. Ma non sarà l’Unione Europea a trattare con la Cina come sarebbe giusto, al contrario, finanzia addirittura la soppressione dei suini nei propri paesi, con sovvenzioni ai produttori purché chiudano parte dei loro allevamenti. Risultato, mentre continua la politica autolesionista della UE, la Germania batte tutti e stipula in materia un accordo bilaterale con Pechino. Campione dell’esportazione come al solito la Germania, che con il suo abnorme surplus commerciale – in continuo aumento sia verso i paesi esteri che verso quelli della UE – si fa beffe dei limiti imposti da Bruxelles. I molteplici viaggi a Pechino di Frau Merkel (otto in un solo anno) hanno reso anche in quel campo i loro frutti.

Nei vialetti del grande cimitero della capitale, tra tombe, monumenti, croci dei caduti, passeggiano, si danno appuntamento, sostano sulle panchine, alcune delle nostre conoscenze: il commissario, un vecchio ebreo la cui famiglia è finita nei forni di Auschwitz, un economista invitato a Bruxelles per il Reflection Group “New Pact for Europe”, un’assise destinata a produrre parole al vento che finiscono nel mantra abituale: “bisogna creare più crescita”. Uno degli innumerevoli think thank dove questa volta il professore sceglie di venir meno all’ipocrisia di tutti con una provocazione che ha il sapore del testamento. E lo fa, davanti a colleghi cattedratici e ad esperti di varie nazionalità, che lui ha catalogato in vanesi, idealisti, e lobbisti. Vanesio chi ci va per lustrarsi le piume, idealista chi è sempre pronto ad accettare il male minore, lobbista, sia mai detto in rappresentanza diretta dei grandi gruppi industriali, bensì delle fondazioni di quei gruppi!

Episodio emotivo di rara efficacia quello di un ragazzo ebreo che scampa alla morte saltando giù dal vagone del treno pieno di prigionieri, bloccato dall’assalto di un gruppo della resistenza, che gli fornisce un nome e un indirizzo – la salvezza – mentre la madre lo supplica di risalire su con loro, di restare uniti, ignara di ciò che spetta a lei, al marito, alla figlia una volte arrivati a destinazione. E di grande sensibilità la scena erotica, protagonisti il vecchio economista e la moglie anziana, quando lui ne osserva ogni venuzza blu o rossa, ogni cuscinetto adiposo, come una carta geografica su cui era stato tracciato un lungo cammino da percorrere insieme. E di colpo al culmine dell’eccitazione la sentì: la fusione delle anime che si toccano.

Rapporto amoroso speculare a quello che lega la coppia di rampanti, dove il sesso fa da trampolino per lei e da sfogo per lui, in cui durante l’amplesso capita che l’uomo finga di raggiungere il piacere e la donna con i suoi falsi mugolii, idem. Pur di far fuori in fretta la faccenda, al pensiero di doversi alzare presto al mattino pronti alla tenzone quotidiana. Attori di un’Europa bloccata, inerte, svuotata di quella visione utopica che possa sconfiggere i nazionalismi e i para-fascismi insorgenti. Dato che ciascun paese, anche colonna economica della UE, è intento a difendere in primo luogo i propri interessi.

Recensione La capitale di Robert Menasse
Foto © Servusbonjourtschuess [CC BY-SA 4.0] Wikimedia Commons
  • Autore articolo
    Bruna Miorelli
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Approfondimenti

“Come si comanda il mondo” di Galli e Caligiuri

Come si comanda il mondo

Giorgio Galli e Mario Caligiuri
Come si comanda il mondo
Rubettino editore
229 pagine

Chi è che comanda il mondo? Quale la vera razza padrona? Da questo saggio che si propone di analizzare i meccanismi d’affermazione dell’egemonia delle élites, si deduce che a comandare l’intero pianeta siano poche persone, a capo di un pugno di una cinquantina di banche e multinazionali. Oltretutto intrecciate tra loro. Nel senso che le une posseggono pacchetti di azioni delle altre in una fitta compartecipazione, cosa che rende ancora più controllati gli indirizzi economici e politici degli stati.

I veri potenti non sono i premier e i loro ministri, che si trovano a un gradino al di sotto e che spesso sono costretti a cooptare a livello istituzionale, mettendosi accanto figure che provengono direttamente dallo stesso ambiente bancario e industriale che ha finanziato le loro campagne elettorali.

A suo tempo i romanzi di Edith Wharton avevano raccontato con chiarezza, come nella New York di fine Ottocento – inizio Novecento, le famiglie che contassero davvero fossero un nucleo ristrettissimo. E la futura scrittrice, che da bambina alla domanda: cosa desideri fare da grande, rispondeva “diventare la più elegante della città”, apparteneva a una delle dieci più importanti. Avendo quindi dei costumi, delle regole interne a quella compagine, della morale a volte stravolta sotto l’onda dei mutamenti impetuosi del capitalismo e dell’emergere di nuovi ricchi, una conoscenza approfondita e di prima mano. Che nelle odierne società democratiche nulla sia cambiato da allora, può far impressione, se poi si pensa che la concentrazione del potere si estende pressoché all’intero pianeta, c’è da tremare. E come conseguenza da fine anni Settanta a oggi, viene da dire, una disparità di reddito mai vista nella storia tra i pochi grandi ricchi e la vasta popolazione.

Se un tempo neanche troppo lontano un manager incassava qualcosa come centinaia di volte il salario di un operaio, ora lo vede moltiplicato per migliaia di volte. Tra le concause probabili di tutto questo: neoliberismo, finanziarizzazione dell’economia, globalizzazione, caduta del muro di Berlino, nuove tecnologie, e strategia d’attacco della classe padronale.
Di questa concentrazione di potere in poche mani non c’è percezione diffusa, chi detiene le leve del comando globalizzato non ama comparire nei talk show e sui giornali. E mass media e stampa, che sono del resto proprietà degli stessi, svolgono bene il loro lavoro di occultamento dello stato reale delle cose.

Del resto, secondo gli autori del libro Come si comanda il mondo, i mezzi di comunicazione più prestigiosi sono in grado di fare da battistrada e di imporre l’agenda delle notizie alla selva di testate minori. E così il cerchio si chiude. Chi sfugge alla regola e parla di questo stato di cose, è facile venga tacciato di essere un complottista. Accusa da cui Galli e Caligiuri si difendono citando una selva di dati e cercando di dare un respiro teorico a questo loro lavoro sulle élites, risalendo tra gli altri a Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, e rifacendosi in particolare a Wright Mills. Gli studi su tale concentrazione del comando, che non data da ora, sono parecchi, ma quel che è certo è che i loro risultati non appartengono al senso comune, che per il momento si limita a prendersela con la sola casta dei politici.

Per disegnare il futuro del mondo c’è bisogno che i potenti si confrontino periodicamente a un livello ristretto. Controllate con inviti a persona, tra le sessioni periodiche dei super club, si annovera il Foreign Relation, attivo dal 1921, tra i cui partecipanti ci sono businessmen, finanzieri, politici, giornalisti, accademici di livello internazionale, Tra i membri direttivi, bastano due nomi: Tdjane Thiam, amministratore delegato di Credit Suisse, e Kofi Annan per quasi un decennio segretario generale dell’ONU.

Più noto il gruppo Bilderberg nato nel 1954 che da allora si riunisce annualmente. Se da qualche tempo sono resi noti i nomi dei partecipanti, l’agenda degli argomenti e il risultato delle discussioni restano segreti. Nel direttivo sono presenti esponenti della Goldman Sachs, partecipano agli incontri i presidenti oltre che della banca citata, anche di JP Morgan Chase e Merrill Linch, Presidenti e AD presenti nell’elenco delle 65 persone più influenti del mondo. Tra gli italiani John Elkann, presidente Fiat Chrysler, nonché membro del direttivo Bilderberg, Mario Draghi, Mario Monti, Franco Bernabè, Romano Prodi, Carlo De Benedetti… i giornalisti Lucio Caracciolo, Lilli Gruber, Monica Maggioni.

C’è poi la Trilateral Commission fondata nel 1973 da David Rockefeller, Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, con 400 membri americani, europei e giapponesi. Viene qui citato un documento della commissione del 1977 dove si afferma che i problemi di governabilità delle tre aree sono dovuti a un “eccesso di democrazia”. Mario Monti ha ricoperto il ruolo di presidente del gruppo europeo, gli è succeduto Jean Claude Trichet, ex presidente della BCE, presidente onorario Peter Sutherland, esponente chiave di Goldman Sachs.

Skull and Bones Society è legata all’università di Yake, cui hanno fatto parte i presidenti americani Bush, e pure lo sfidante democratico di Gorge W. Bush figlio, John F, Kerry.

Un ruolo di formazione dei più importanti manager l’hanno le università, che peraltro li annoverano nei loro consigli di amministrazione. Harvard in testa, seguita dalla Stanford University, New York University e via elencando.

Ci sono inoltre diverse logge massoniche, superlogge internazionali. 

Tutto si tiene.

Nella nutrita serie di appendici del libro – molto, molto utili e rapide da decifrare – troviamo i nomi delle 50 multinazionali più potenti del mondo: in cima alla lista Barklays Plc. Unica italiana, al 43° posto, l’Unicredit. Pure qui le banche molto presenti. Moltissime le americane, abbastanza numerose le inglesi, qualche francese, tedesca, giapponese, svizzera. La Cina con la sola China Petrolchemical Group Co, sta in fondo all’elenco.

Rivelatrice l’appendice sui media, con la sfilza di giornali e reti televisive in possesso ciascun singolo gruppo di numerose altre testate. In testa New York Times Company. Non mancano i nomi dei loro maggiori azionisti: banche e multinazionali, come sempre.

Incuriosisce sapere chi sono stati i principali finanziatori delle campagne elettorali delle presidenziali USA e con quale cifra. E qui tra i donatori, oltre alle banche e alle multinazionali, compare anche qualche importante università. Scorrendo i nomi delle 65 persone che comandano il mondo, il lettore medio farebbe fatica a riconoscere qualche esponente. Se i loro nomi possono dire poco, più significativo è andare alle società di cui sono AD o presidenti. James Staley, John MacFarlane, entrambi Barclays, Timoty Armour di Capital Group Companies, eccetera. Qui l’italiano Giuseppe Vita di Unicredit è al 56° posto. Pochissime le donne.

Oltre alla graduatoria dei potenti, corredata oltre che della società che dirigono anche della nazionalità, è illuminante percorrere la casella che indica di cosa sono stati manager nello loro precedente carriera. E di nuovo abbiamo conferma dell’intreccio fitto tra incarichi finanziari, industriali, politici, accademici. Le carriere sono spesso trasversali.
Quello che non è scontato per il senso comune, abituato a percepirle come entità individuali frutto di uomini di genio, è che anche in Google, Facebook, Apple, Amazon, tra i maggiori detentori delle loro azioni ci siano banche e società diverse dalla capofila, per un valore di milioni di dollari ciascuna e a volte di miliardi.

Un libro da leggere con calma e non divorare questo di Giorgio GalliMario Calgiuri, tante sono le informazioni. Dopodiché non resta che meditare circa le implicazioni e ricadute sulla democrazia, il rapporto tra questi pochi che reggono le leve del comando e i molti espropriati senza voce in capitolo. E quando osserviamo in prima fila un politico, un giornalista, un docente opinionista, chiediamoci se sia davvero indipendente o non abbia alle spalle qualcuno di questi nomi o di queste sigle.

Come si comanda il mondo
La copertina del libro “Come si comanda il mondo”
  • Autore articolo
    Bruna Miorelli
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Approfondimenti

“Orrore” di Pietro Grossi

Orrore di Pietro Grossi

Pietro Grossi
Orrore
Feltrinelli
138 pagine

Perché un autore come Pietro Grossi, giunto al suo settimo libro di narrativa e con diversi premi letterari alle spalle, sente il bisogno di scrivere un horror? Perché come il protagonista di questo romanzo da ragazzino era un divoratori di questo genere? Probabile.

Diciamo che buona parte del breve romanzo intende far leva sulla suspence, sull’attesa di ciò che le anomalie riscontrate in una casa isolata nel bosco fanno presagire: alcuni spazi interni stranamente puliti e altri polverosi, resti inspiegabilmente dimenticati di strumenti chirurgici. Un mistero, qualcosa di terribile si annuncia. Un amico riesce a coinvolgere il suo coetaneo, in Italia per le vacanze di Natale assieme alla moglie e a un figlio di pochi mesi, facendolo cadere in un abisso di curiosità. Tanto più che costui è alla ricerca di uno stimolo per il suo mestiere di sceneggiatore che in quel momento lo vede in crisi. Chissà, potrebbe trovare il bandolo di una matassa quanto mai utile per lui.

Allo scadere della vacanza, il protagonista rimanda indietro la famiglia, moglie consenziente, in fondo si tratterà solo di qualche giorno. Invece l’ossessione si fa totale, ed eccolo diventare un guardone a tempo pieno, nascosto tra i cespugli, in osservazione della casa sperduta lontana chilometri dal paese dove alloggia. A dire il vero, di autentica suspence ce n’è poca, però ci ritroviamo nelle pagine più belle del romanzo, quando mezzo inebetito dal freddo lo vediamo sorvegliare il posto, nascosto sotto teli impermeabili mentre la neve imbianca lui e il terreno tutto intorno. Dopo un bel po’ se la moglie inizia a preoccuparsi, lui si stacca sempre più dai destini della sua famigliola.

Il testo, in seconda persona, viene indirizzato con il “tu” a un figlio lontano non più piccino, per dirgli cosa successe a suo tempo per far sì che il padre sparisse dalla sua vita. Nell’insieme scarsamente convincente e poco più di un espediente letterario, questo “tu” risuona tuttavia con una venatura di rimorso seppure l’accaduto ineluttabile. Come a dire, di fronte alle ossessioni, tanto produttive quanto pericolose, poco si può.

Gran parte della narrazione è quindi basata sull’attesa che si allarga e diventa padrona nonostante gli scarsi indizi e i persistenti interrogativi. Fino a pagina 110, e manca poco alla fine, tutto procede in questo modo, a ravvivare lo scorrere lento delle ore con il giovane uomo così appostato in osservazione, poco più di una scena di sesso con una ragazzotta del paese, niente male quanto a resa. Umori, urina, amplesso violento, poi nulla resta: “… due sponde opposte di un grande lago. Buonanotte allora. Buonanotte”.

Di lì, lui tornato in città, lo scioglimento del romanzo. Viene allo scoperto il legame insospettabile tra due dei personaggi, ma il lettore resta a bocca asciutta quanto alla spiegazione del mistero. Venuto meno il fardello della logica narrativa, gettatogli in pasto solo qualche indizio, chi legge se la può sbrogliare come meglio crede.

Anche se ostinato ripercorre a ritroso tutte le scene del romanzo dicendosi che i conti non tornano, che qualcosa manca, la lisca che gli è stata gettata gli deve bastare. Che costui protesti a gran voce dicendo che nei polizieschi, ad esempio, è d’obbligo scoprire chi è l’assassino e quale il suo movente, è facile che si senta rispondere che i gialli a orologeria sono cosa vecchia e che nel noir imperante sono d’uso i finali sospesi, mentre gli assassini, impuniti, se la spassano.

Sì, ma… l’ingenuo protesta: prendiamo La promessa di Duerrenmatt. Anche se il sottotitolo riporta: requiem per il giallo, beh, lì il colpevole lo si scopre, e che il detective avesse visto giusto anche. È stato il caso a farsi beffa di quest’ultimo, opzione filosofica di alto livello. E così i conti tornano tutti al millimetro. Oppure i romanzi di Patricia Highsmith che non ama i rigori della legge, anche in quel caso la logica narrativa viene rispettata, psicopatici o presunti tali che siano i suoi personaggi.

Se è così nel giallo perché non nell’horror? Dopo aver posto l’interrogativo a un amico che di horror se ne intende, questa la risposta ricevuta: “Se ti ha deluso, vuol dire che la trovata non funziona. Se ti è comunque piaciuto, complimenti all’autore per il coraggio!”.

Orrore di Pietro Grossi
La copertina di “Orrore” di Pietro Grossi
  • Autore articolo
    Bruna Miorelli
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“La mia cattiva strada” di Ghiringhelli

la mia cattiva strada

Marcello Ghiringhelli
La mia cattiva strada
Memorie di un rapinatore

a cura di Davide Ferrario e Marilena Moretti
Le Milieu Edizioni
229 pagine

Cominciamo a rovescio, dalla frase che conclude il libro: “… vengo scarcerato il 25 aprile del 1981. Venti giorni dopo entro nelle Brigate Rosse come rivoluzionario a tempo pieno… Ma questa è un’altra storia”. Che, incuriositi, si vorrebbe leggere presto, viene da dire. Qui, in queste memorie, abbiamo la vita precedente di Marcello Ghiringhelli, ciò che lo porterà comunque in carcere: da ragazzino ribelle a rapinatore, nome conosciuto, temuto, apprezzato nel mondo della malavita italiana e francese. Anche prima della sua svolta politica si avverte in lui un sottofondo di consapevolezza sociale, quella di appartenere alla categoria dei molti maltrattati dalla vita, operai integerrimi e gente che si arrabatta per tirare avanti. O come lui, legionario per un colpo di testa giovanile, poi fuorilegge, piccolo imprenditore, detenuto, rivoluzionario di professione. Un sottoproletario, di fatto, con lunghi anni trascorsi nel lusso però. E molti di più tra le sbarre.

Il padre operaio alla Fiat, la madre a servizio nelle case dei signori, a suo tempo attivi entrambi nella Resistenza, non possono capire quello scavezzacollo. In particolare è la madre ad avercela con Marcello, anche perché gli altri figli non hanno tutti quei grilli per la testa. O almeno questa è la sua impressione. Ma il tempo dirà chi è il più generoso tra tutti quanti. Ormai vecchia e relegata in ricovero, dimenticata dalla prole perbene che lì dentro l’ha cacciata, sarà quel bandito che entra ed esce di galera a pensare a lei, riportandola in un appartamento e fornendole di che mantenersi. Niente male, peraltro.

Come nessun film è in grado di fare, Memorie di un rapinatore dà l’opportunità di entrare nell’esistenza avventurosa e drammatica di un fuorilegge. Nelle oltre duecento pagine troviamo nei dettagli i colpi fulminei compiuti da solo, oppure assieme a complici che devono garantire intelligenza, freddezza durante l’azione, ed etica di gruppo, dato che stanno mettendo in gioco non soltanto la propria libertà ma la pelle stessa.

Prima, c’è da studiare a fondo la situazione, la suspence fa parte del gioco ma quando si agisce bisogna essere padroni di sé, per questo anche chi ama le buone bevute, non deve toccare una goccia d’alcol nella settimana che precede il colpo. Durante, è una botta d’adrenalina. Dopo, quando ti ritrovi con il malloppo conquistato, senza un graffio tu e i tuoi complici, il riposo nei migliori alberghi, ebbene, per Ghiringhelli è qualcosa di esaltante. Piacere puro. Dovuto all’estrema tensione di ogni atomo di corpo e cervello durante l’azione, e dal relax che segue quando ancora l’adrenalina circola nelle vene per un bel po’.

In fondo è questo a ricondurlo ogni volta alla sfida, non soltanto il bisogno di soldi. E in affetti le rapine vengono fatte anche quando in banca, in un conto corrente a suo nome, giace una notevole quantità di bei bigliettoni. Vuoi mettere del resto la soddisfazione di arraffare ciò che ti sarebbe stato negato per sempre: champagne, auto potenti, abiti firmati? Il poi il gusto di lasciar cadere gocce di quell’oro sulla tua donna, su tua madre, su tua figlia.

Il gioco si era fatto precocemente duro per Ghiringhelli, quando ragazzino, barando sull’età, aveva avuto l’avventatezza di arruolarsi nella Legione Straniera. E lì sperimenta d’un colpo l’abiezione della guerra, dell’assassinio gratuito. In Algeria con gli altri commilitoni partecipa al massacro della popolazione locale, contadini, donne, intere famiglie. Qualcosa lo ferma: farsi disumani a tal punto diventa per lui inaccettabile. Decide di scappare, benché sappia che i legionari disertori non abbiano futuro alcuno. Non c’è che la morte per loro, è notorio, la Legione non perdona.

Quella strana fuga viene però notata dai ribelli algerini in armi contro i francesi nella loro lotta di liberazione, che lo catturano. Se dapprima non gli danno credito e lo sottopongano a infiniti interrogatori, alla fine intendono quel tipo di rifiuto e gli offrono la possibilità di salvare la pelle con un passaporto falso, destinazione Parigi. Raggiunta la meta, il fuggiasco, ragazzotto di scarsa cultura, trova accoglienza nel salotto intellettuale di Sartre, De Beauvoir e i loro amici, affamati come sono di notizie sulla guerra d’Algeria che li vede dalla parte degli insorti.

A Parigi comincia la sua prima storia d’amore con una giovane prostituta, la più importante anche se breve e tragica. Altre ne seguiranno, a dire come le sue donne e in seguito la figlia restino un punto nevralgico per il rapinatore, quello che può dare la felicità o toglierla. Certo, la famigliola serena non fa per lui. E quelle donne ne pagheranno il conto.

Al di qua e al di là del confine francese dove opera, nitido il disegno dell’ambiente malavitoso: le case, i personaggi affidabili, quelli da evitare, le regole vigenti. La serie memorabile dei colpi assume a volte il sapore della leggenda, seppure la galera sia un incidente di percorso inevitabile. Mai ammettere, negare sempre, e questo per qualche decennio gli risparmia detenzioni oltremodo lunghe.

Ma non mancano i pestaggi degli agenti, le rivolte in carcere, le fughe rocambolesche. Celle di rigore per periodi tanto prolungati da annichilire chiunque; botte che ti possono portare al creatore, da cui Ghiringhelli una volta si salva per un pelo grazie a un infermiere detenuto che con le sue cure lo riporta in vita; la tubercolosi dovuta alle secchiate d’acqua gelida tre volte al giorno. Lui, al tempo, non è sorpreso dai maltrattamenti, né si appella alla legge che li vieta: la prigione è quella cosa lì, punto.

A evitare che il memoir possa ridursi a una noiosa sequela di rapine, a un fuori e dentro le prigioni, è la bellezza della lingua, fatta di diverse parlate popolari – il dialetto del Nord, Torino e Piemonte in particolare, come pure delle zone francesi da lui frequentate – e del gergo della malavita di allora, ormai sparito o trasformato è più che probabile. E merito pure del ritmo e dell’asciuttezza del racconto su un antieroe come lui, tosto, sveglio, che tra le sbarre cerca di stringere i denti mentre sta ideando l’ennesima fuga.

Testimonianza, ma anche materiale storico di prima mano per ricostruire un’epoca e le sue lacerazioni. La mia cattiva strada non costituisce l’esordio dello scrittore nato in galera, preceduto com’è da alcuni racconti dal carcere e dal noir L’altra faccia della luna. Un autore più alla mano, meno crudele del geniale e provocatorio Jean Genet nel suo Diario del ladro, riferimento inevitabile. Ma seppur lontano dal grande letterato, la sua narrazione vive comunque di vita propria e possiede il sapore dell’autentico.
Non sappiamo se a quest’ultimo lavoro seguirà la storia della sua militanza nelle Brigate Rosse, di come un rapinatore di professione si trasforma in un rivoluzionario di professione. Possibile che alcuni reati ancora in essere e la ricaduta di certe informazioni politiche concorrano a impedirglielo.

Tuttavia una testimonianza dal di dentro, con una voce come la sua, e da quella particolare angolazione, sarebbe davvero augurabile. Per ora in queste pagine, un solo assaggio narrato tra il serio e il faceto: di quando a un paio di ingenui giovani inesperti di Lotta Continua insegnò a compiere la loro prima rapina di autofinanziamento.

la mia cattiva strada
La copertina del libro “La Mia Cattiva Strada – Memoria di un rapinatore”
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    Bruna Miorelli
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“Cattiva” di Rossella Milone

Rossella Milone - Cattiva

Rossella Milone
Cattiva

Einaudi, 2018
116 pagine

Benché suddiviso in ben 16 capitoli, Cattiva è più un racconto che un romanzo. Straordinario racconto, va subito detto, su un argomento per niente facile da trattare: il rapporto tra madre e neonato. Tra le poche narratrici italiane fresche di maternità, che abbiano affrontato l’argomento restando perlopiù a cavallo tra l’esperienza di vita e l’invenzione, questo di Rossella Milone è tra i migliori, forse il migliore in assoluto. Merito di un linguaggio immaginifico e strettamente ancorata alla realtà al tempo stesso, che per la cura e l’attenzione a ogni singola parola sembra avere radici nella pratica poetica. Linguaggio fresco benché calcolato al millimetro, musicale per varie ragioni, non ultima l’eco della lingua napoletana che risuona in ogni pagina. Nessuna concessione alla moda del dialetto di troppi romanzi d’oggi. Accanto alle parole in napoletano verace, usate con parsimonia, è la struttura della singola frase, e il suo particolare andamento, che rievocano quelle radici.

Siamo in un quartiere di Napoli a ridosso del vulcano. Pochi i fatti: un parto, la nascita di una neonata – solo verso la fine sapremo il suo nome come se il rapporto tra madre e figlia fosse innanzitutto tra due corpi – e poi il ritorno dalla clinica, pappe, pannolini e infiniti pianti di cui la madre inesperta non sa scoprire la ragione. Esaltazione perché quella nascita è una cosa grande, e paura di non farcela.

L’abisso di un’esperienza sconosciuta, fatta di interrogativi, sensi di colpa, ansie per l’insufficienza propria, del marito, dei genitori, della pediatra. Un universo che si dilata nelle ore nei giorni. Rossella Milone riesce a rendere con acutezza eccezionale gli impulsi più riposti di questo passaggio estremo nella vita di una donna, che coinvolge ogni fibra del proprio essere, fisico e mentale. Sono i rivolgimenti interiori, anche i più oscuri e contraddittori, a trovare inedita rappresentazione.

Mia figlia non lo sa afferrare quel libro, rivolge a Daniele uno sguardo lattiginoso, lui le sorride, lei non è appagata e si mette a piangere. Allora l’avvolgo in uno scialle, la stringo a me, le faccio sentire il mio odore. Lei si acquieta, si attacca al seno; il mio corpo la consola, ed è lì che porta anche me, nella mia origine atavica e informe – in una specie di magma.

Niente come una maternità fa scoprire a una donna, che fino a un momento prima si è pensata come un essere sociale, capace di plasmare i destini individuali e collettivi, quanto sia invece potente il rapporto con la natura. Le lune, quelle che sollevano le maree, le nove lune necessarie a completare la gravidanza. Le onde di dolore del parto, capaci di allargare le ossa pelviche per permettere la venuta al mondo del nascituro, come parte del cosmo. Grande la meraviglia della scoperta, ma il timore che ti possa al contempo cacciare indietro, facendoti regredire al magma primordiale. Perché da quella neonata non ti puoi allontanare, le sei indispensabile, la devi attaccare al seno ogni poche ore. Non c’è nemmeno il tempo di lavarti i capelli. E quando ti offrono qualche giorno di lavoro, in famiglia ti consigliano di rifiutare. Il tuo posto è lì. Mentre il lavoro culturale della protagonista, per cui ha studiato anni e di cui va orgogliosa, adesso non conta. Può sapere tutto della sua città, dei suoi monumenti e affreschi, avere cose salienti da dire a chi li vuole visitare, come sapeva fare fino a poche settimane prima, ora non è il momento, le dicono.

Se poi la bambina piange di continuo, e resta un mistero se abbia fame, o bisogno di un pannolino asciutto, o se soffra dei ricorrenti doloretti di pancia dei neonati, e se poi quel pianto di ripete, moltiplicandosi nei giorni e nelle notti, si può essere anche tentata da un gesto senza ritorno. Ed ecco nel bel mezzo del racconto il colpo di scena inaspettato che sembra prospettare una svolta. Un taglio a quella vita che alterna gli entusiasmi al quel logorio stressante che non dà pace. E la pace è proprio la cosa più agognata.

Un’idea, questa di Rossella Milone, da buona narratrice, in grado di dare uno scossone a chi legge prospettandogli scenari imprevisti. Si cambia allora radicalmente registro? Quale potrà essere il finale a questo punto? E l’autrice saprà essere all’altezza del resto della narrazione? O ci sarà un ritorno a ciò che pure ci aveva avvinto fino a poche pagine prima dell’imprevisto? Il rapido fluire della prosa, a volte contratta, a volte rallentata in un singolo episodio, rende la voce di un’autrice da subito riconoscibile.

Durante il parto, avvenuto con l’epidurale che cancella il dolore delle ultime doglie, era stata assistita tra gli altri, medico e ostetrica, da un’infermiera di grande umanità. Capace di consolazione verso la puerpera, con gesti e parole opportune, anche perché popolana: una vaiassa. Unico neo del libro, l’eccessiva insistenza sulla figura della vaiassa. Citata più volte fino alla fine, tale ripetizione getta specularmene un’ombra sulla protagonista, che rischia di apparire un membro poco attraente di quel ceto medio, che quanto ad alterigia pare uguale ad ogni latitudine del paese.

Rossella Milone - Cattiva
La copertina del libro di Rossella Milone
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    Bruna Miorelli
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“Con gli occhi rivolti al cielo” di Zora Neale Hurston

La copertina di "Con gli occhi rivolti al cielo"

Zora Neale Hurston
Con gli occhi rivolti al cielo

Traduzione di Ariana Bottini
Bompiani, 1998
191 pagine

Protagonista di questo magistrale romanzo dell’autrice di colore Zora Neale Hurston, pubblicato per la prima volta nel 1937, è Janie, che quattordicenne cede, con un primo bacio dato quasi a caso, ai primi impulsi sessuali. Quelli sì, prepotenti, a prescindere da chi sia il destinatario. Scoperta dalla nonna, allarmata da quanto si prefigura dati i precedenti in famiglia, da lei viene data subito in sposa a un contadino, un vedovo rozzo e repellente, che mira solo a piegare quella schienadritta sui solchi dell’appezzamento e a sottomettere quella ragazzina viziata.

…l’uomo bianco butta via il fardello e dice all’uomo negro di raccoglierlo. L’uomo negro lo raccoglie, ma mica se lo tiene. Lo passa alle sue donne. La donna negra è il mulo del mondo, da quello che ho visto. E io ho pregato che per te fosse diverso” spiega la nonna alla nipote disperata. E in quelle parole è concentrata tutta la sua esperienza. Di nata schiava, messa incinta dal padrone, che ha visto la figlia avere a sua volta una bimba da non si sa chi, fuggire di casa per poi perderne le tracce. Ora non pensa che alla protezione di sua nipote Janie, un marito, crede, la sola salvezza in un mondo di maschi profittatori, e la invita a sopportare.

A dividere le due diverse generazioni l’idea dell’amore, una fola per la vecchia, richiamo irresistibile per la più giovane. La piccola aveva goduto un’infanzia felice, quando una famiglia di bianchi progressisti, cui la nonna dopo la fuga era andata a servizio, l’aveva allevata senza discriminazioni in mezzo agli altri loro bambini. Tocco narrativo indimenticabile: soltanto a sei anni Janie si accorge per la prima volta di essere nera, succede attraverso una fotografia di gruppo, quando chiede indicando la propria immagine: chi è questa? Non la conosco.

Il seme della ribellione è cresciuto da allora dentro di lei. Ancora ragazzina, una gran massa di capelli fascinosi, fugge dal marito campagnolo assieme a un tale pieno di progetti e con un mazzo di dollari in tasca che intende far fruttare. Cosa che gli riuscirà non appena raggiungono la città dei neri appena sorta, delle cui nascita si stava favoleggiando. Ahimè poche case deludenti sparse in un terreno senza strade, senza illuminazione. Jody, questo il nome dell’uomo, non si scoraggia e si rimbocca le maniche: crea un emporio, un ufficio postale (mai visto un ufficio postale gestito da uno di colore!), e in breve riesce a diventare sindaco di quel tentativo di città. La festa per l’accensione del primo e per il momento unico lampione del posto sarà memorabile.

Non aveva mai letto libri”, Janie “e dunque non sapeva di essere l’universo concentrato in una goccia”. Ma sa quanto basta per sentire come sopruso l’impulso di questo suo secondo marito a sottometterla. Per anni decide di non reagire e sceglie il silenzio. “Janie era il solco lasciato da un carro: tanto viva sotto, ma schiacciata dalle ruote”. Lui ne è geloso, quel corpo snello e quella chioma attirano gli sguardi maschili, e se lei risponde ai suoi rimbrotti, lui si incattivisce: “Bisogna pure che qualcuno pensi anche per le donne, i bambini, i polli e le vacche. Perdio, da soli non ne sono capaci”. Alla fine una malattia se lo prende e lo porta via. Sono passati vent’anni e ora Janie, si ritrova ricca e sempre avvenente: gli spasimanti fanno la fila per impalmarla.

Zora Neale Huston, autrice oltre che di romanzi anche di splendidi racconti, ha studiato antropologia alla Columbia University con Franz Boas. Di qui una voce unica, che pesca detti, metafore e un certo modo di prendersi in giro, dalla cultura popolare in gran parte ancorata alla campagna, con una serie infinita di aneddoti, di storielle a raffica, come in questo romanzo Con gli occhi rivolti al cielo.
Ispirandosi alla letteratura orale del Sud, che ben conosce, rende conto di una intera fase storica. Un tipo di linguaggio, uno spirito del tempo, che senza lavori eccellenti come questi avrebbero potuto sparire nel nulla. Storia orale fusa alla cultura alta dell’autrice. Nei dialoghi, seppure in gergo, come anche nei vivaci scambi di battute amorose, non mancano alcuni echi della brillantezza shakespeariana.

La storia di Janie riprende con la vedovanza e a quarant’anni si rinnova. Conquistata da un allegro squattrinato pieno di verve, diciotto anni più giovane di lei, decide di fare la più avventata delle mosse e di puntare su quell’amore nel quale, benché fino ad allora frustrato, in fondo ha sempre creduto. Vende l’emporio e con dei soldi in banca e un bel gruzzolo di 200 dollari in contanti cucito dentro il vestito, parte con lui per il Sud. Terzo matrimonio. Ma un mattino lui scompare assieme al mazzo di banconote. Sembra andare come doveva e come il lettore immaginava. A prima vista, il classico truffatore immortalato più volte da Flannery O’Connor che si dilegua per sempre. Ma eccolo ricomparire dopo un giorno e una notte. Inutile dire, con pochi spiccioli e una storia strampalata a giustificare la sparizione dei soldi di lei. Risultato: si scopre che gli piace giocare d’azzardo, in particolare si confessa lesto ai dadi.

Tutto come da copione? Invece no. Zora Neale Hurston con un colpo d’ala decide di puntare su questa storia d’amore delle più improbabili, ed ecco che tra i due lievita ancor più quella loro straordinaria passione reciproca. Un duraturo scambio di vera umanità. Janie, non più la sindachessa elegante e rispettata di un tempo, ora indossa una misera tuta e da bracciante raccoglie fagioli assieme al marito, un tanto a giornata: lui non intende essere mantenuto dalla moglie. In compenso la sera nel retro di casa loro, canti, musica, bisboccia con gli amici.

Magnificamente reso il tragico tornado che nel finale, allagando tutto intorno, distrugge la campagna con tutte le baracche dei neri, installate non molto lontano dalle ville dei bianchi. Nella città vicina, piena di crolli e di macerie, è d’obbligo estrarre la gran quantità di morti che in pochi giorni esalano i loro insopportabili fetori. Sono i neri a doverlo fare, sotto minaccia dei fucili dei bianchi che costringono i sopravvissuti di colore intercettati, non solo a fare il tremendo lavoro, ma a separare i cadaveri di pelle chiara da quelli di pelle scura, i primi destinati a bare d’abete nel cimitero consacrato, gli altri alla fossa comune ricoperti di calce. Ma i morti, come sono ridotti, a volte non si distinguono, protesta la manovalanza. Guardategli i capelli, è la risposta.

Narrazione dunque di grande respiro e dalle molteplici componenti: la schiavitù, seppur succintamente richiamata attraverso le vicissitudini della nonna, la guerra civile, la vittoria dei nordisti e la liberazione dei neri, la comparsa dei primi uomini e donne di colore che credono in se stessi e ardiscono pensare di valere tanto quanto i bianchi. Jody era uno di questi, seppure con tutto il carico di un maschilismo duro a morire (maschilismo straordinariamente messo in scena dall’autrice). Coinvolgente la descrizione del lavoro agricolo con le ondate migratorie di braccianti che si spostano stagionalmente. La loro grande affabulazione, la comicità, il piacere di stare insieme a spettegolare, con allegria e le immancabili ricadute maligne quando la presa in giro scade nella crudeltà, o nella vendetta a scapito della realtà dei fatti. Zora Neale Hurston, probabilmente la prima scrittrice di colore statunitense a raccontare con orgoglio le radici della cultura nera e a farlo con una magistralità unica, è grande anche perché in grado di rendere luci e ombre di una popolazione sottomessa che sta rialzando la testa da pochissimo. E a farlo senza ideologismi. Per questo, diventata caposcuola ineguagliabile per le scrittrici nere delle successive generazioni. Non a caso, viene da credere, Salvare le ossa, magnifico romanzo di Jasmyn Ward, NN Editore, si conclude allo stesso modo, con un devastante uragano dagli esiti imprevisti.

La copertina di "Con gli occhi rivolti al cielo"

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    Bruna Miorelli
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Alice Munro, la verità nel dettaglio

La voce di Alice Munro è come sempre inimitabile: impietosa, raffinata nella costruzione sintattica, crudele nel rappresentare nella cornice perlopiù di piccole città, i risvolti dei rapporti familiari, sessuali, amicali, capace di rendere l’orgoglio femminile, ma anche la vita piegata dal caso oppure da disgrazie sia accidentali sia richiamate in qualche modo dagli stessi personaggi.

Del racconto Oh, a che giova – contenuto nella raccolta pubblicata da Einaudi, Amica della mia giovinezza – cito un passaggio che suona quasi come una dichiarazione di poetica. Qui la protagonista si sta riferendo al fratello, il quale ha al contrario di lei l’attitudine ad arricchirsi. “L’aspetto interessante ai suoi occhi non sarebbero i soldi. Le manca proprio l’istinto in quel campo. A lei interesse scoprire il perché. Ci rimuginerebbe all’infinito traendone una certa soddisfazione. Quel dettaglio sul conto di suo fratello andrebbe a depositarsi nella sua mente come un cristallo di rocca, un oggetto minuscolo e strano, luminescente, la scheggia di un tesoro esotico.”

Ecco, le sue pagine sono fatte di tanti di questi cristalli di rocca: la breve descrizione di un luogo o di un oggetto essenziale e centrata, la piega inaspettata di una relazione, un moto d’affetto che si tramuta di colpo in odio, in rancore, delusione, senso di colpa, voglia di rivalsa.

Tutto è essenziale nella scrittura della Munro e anche l’intera costruzione del testo è rimuginata e perfetta come quei singoli momenti che la compongono. Questo fa sì che sul movimento largo e chiaro della trama, che si intravede al fondo, veniamo colpiti da tanti tocchi imprevisti e rivelatori: che si tratti di colpi di scena, piccoli e grandi, dell’arguzia di un motto, della scelta di una coppia o un tris di aggettivi.

Un capolavoro di abilità quello di Alice Munro, e il lettore che riesce a percepirla ne viene afferrato per sempre, tanto da non riuscir più a rinunciare ad ogni sua raccolta, e da augurarsi l’impossibile: che l’autrice quasi ottantacinquenne possa miracolosamente darci ancora nuovi racconti.

Amica della mia giovinezza è quello che apre la raccolta; e pure l’ultimo che la chiude, Parrucca, è dedicato all’amicizia tra due donne. Dato che l’opera della Munro è fatta di una miriade di sassolini autobiografici – tanto che al paese natale, Wingham, nell’Ontario, gliel’avevano giurata, trasformando poi il risentimento, per ciò che ne aveva detto, in fierezza data la fama crescente della scrittrice che ha raggiunto l’apice con il premio Nobel – è facile cogliere nella maestra, che va a fare una supplenza in una scuola lontana da casa, il ritratto della madre della Munro. E’ lei la donna che abbiamo incontrato anche in molti altri suoi lavori e imparato a riconoscere.

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Tra la maestra e una coetanea del luogo viene stretta un’amicizia, che con toni alterni durerà fino alla fine della loro esistenza. Saranno delle lettere a far proseguire la storia, una volta che tra le due ci saranno miglia e miglia di distanza. Flora, l’amica della madre, è una donna forte, generosa, che ama affrontare anche i lavori più pesanti della casa di campagna dove vive con la sorella più giovane e fragile. Sta per sposarsi, solo che all’ultimo salta fuori che il fidanzato ha messo incinta proprio la sorella.

Il matrimonio verrà celebrato, tra la riprovazione dei compaesani, e non sarà quello previsto. La fattoria dove abitano viene divisa in due: in una parte abita la coppia, nell’altra Flora.

Per una serie di gravidanze interrotte e la malattia che porterà alla morte la sorella, arriva un’infermiera a domicilio ad assistere la malata. Dopo il funerale la comunità si aspetta che, rimasto vedovo, l’ex-fidanzato possa mantenere la vecchia promessa fatta a Flora; ma le cose andranno di nuovo diversamente.

E alla fine al lettore non resta che un interrogativo su cui lambiccarsi e congetturare: possibile che una donna tollerante e generosa come Flora che alla fine perde tutto – due volte l’uomo che le era stato destinato, e alla fine perfino la casa – non sia in verità né perdente né autolesionista? E che il bilancio di quella vita, nonostante i pareri di tutti coloro che la conoscono, risulti soddisfacente e dignitoso più di quelli al solito considerati tali?

In un paio di racconti della raccolta abbiamo un altro dei momenti ricorrenti in Alice Munro: il rientro al paese dal quale la giovane protagonista è fuggita, per studiare o per per qualche altra ambizione, sempre inorridita dalla famiglia d’origine e dal clima asfittico che la circonda. Il rientro è a volte una disfatta come quando il matrimonio col giovane prelato è andato a monte per una mossa avventata della ragazza. O qualcosa di malinconico, come in Parrucca, quando il rientro è quello di una donna divorziata ma anche realizzata in una specie di seconda chance professionale che si è offerta, che rincontra l’amica del liceo, corpulenta, irriconoscibile, ormai nonna.

Come spesso nella Munro c’è un atto violento, o sordido, o quasi folle nella sua incongruità, a muovere l’intreccio. Sebbene le loro due vite siano ormai definite, torna a galla il passato e l’episodio che ha fatto sì che una delle due, la più avvenente e ambiziosa – che nelle proprie fantasie avrebbe voluto fare l’archeologa o la modella – pur di andarsene abbia ripiegato su un corso per diventare infermiera. Come succede alle adolescenti, entrambe si erano invaghite di un uomo maturo, sposato, conducente del pullman che dalla campagna le portava quotidianamente al liceo.

Il desiderio sessuale femminile, quello che di colpo può cambiare la tua esistenza, altra tematica ricorrente dell’autrice canadese, porta una delle ragazze a un matrimonio insensato ma che ha il suo cemento proprio nel sesso, e l’altra ad una partenza precipitosa quanto al momento lesiva. Eros che muoverà di nuovo le sue scelte inducendo l’infermiera a lasciare il marito.

Così come è successo alla Munro, che fa di questo passaggio uno dei fondamentali della propria esperienza, dandone una versione letteraria strepitosa, cartina di tornasole di un’intera epoca storica.

 

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Alice Munro

Amica della mia giovinezza

Traduzione di Susanna Basso

Einaudi 310 pagine, 20 euro

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    Bruna Miorelli
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Approfondimenti

Pamuk, l’enciclopedia di Istanbul

Uno di quei romanzi complessi – non solo per le quasi 600 pagine – che entrano nelle pieghe della vita del protagonista e dei molti personaggi e che rendono conto allo stesso tempo del cambiamento di una grande città e della fase culturale e storica di un intero Paese.

L’ultimo di Orhan Pamuk è un romanzo dei più importanti tra quelli che ha scritto, tanto da poter essere affiancato a La casa del Silenzio e Neve.

Con La casa del silenzio, Pamuk aveva narrato l’impatto della cultura illuminista in Turchia, tramite la figura di un medico fallito intento alla traduzione degli enciclopedisti, il colpo di stato del 1980, le tensioni violente tra marxisti e fascisti che avrebbero prodotto la tragedia finale. Neve è invece lo straordinario resoconto letterario dello scontro radicale tra forze laiche ed estremismo religioso.

In questo ultimo romanzo, La stranezza che ho nella testa, Pamuk mette in scena un universo articolatissimo: la storia di Mevlut, venditore ambulante di boza, bevanda poco alcolica fatta in casa; quella di Istanbul, città che dal 1969, anno in cui un Mevlut dodicenne arriva dal villaggio, prende a crescere a dismisura fino a superare i 13 milioni di abitanti. E raccontate sono le trasformazioni annesse: le baracche sostituite dai grattacieli, la boza sostituita dalla birra e dal raki, la radio dalla televisione. Le fedi politiche subiscono nel frattempo evoluzioni e involuzioni impreviste; fattori che concorrono tutti a determinare i destini di ogni singolo personaggio.

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A fare da fil rouge una storia d’amore, attraverso la quale ci arriva un’analisi dettagliata delle tradizioni, ancora ferree negli anni Settanta, relative al matrimonio. Matrimoni combinati che vanno ancora per la maggiore e che il credo popolare immagina come quelli più riusciti. Matrimoni d’amore verso cui i giovani sono via via più attratti. E poi le fughe – o i rapimenti come vengono chiamati qui – cui secondo gli auspici della donna segue poi lo sposalizio o al contrario una convivenza accompagnata dal disonore; le vendette da parte del capostipite e dei parenti; i rituali del perdono, con baciamano del padre della ragazza rapita da parte dell’ormai marito o da colui che sta per diventarlo.

Quanto al titolo, La stranezza che ho nella testa: la prima volta che compare la parola stranezza nel libro è durante la scena clou che l’autore colloca in apertura per poi essere ripresa in tutti i dettagli molto più avanti; un abile gioco di montaggio che risulterà magistrale sia nelle ultime pagine – dedicate al legame provato da Mevlut verso Istanbul nel mentre ne percorre le strade notturne – sia nell’ultimissima frase di chiusura, che arriva a sorpresa invitando a una rivisitazione mentale a rovescio dell’intera vicenda esistenziale e amorosa.

Dicevamo, la stranezza. Ha 22 anni il venditore di boza quando viene invitato al matrimonio del cugino. Il suo sguardo si incrocia con quello di un’adolescente bellissima, una delle sorelle della sposa, la più piccola. Conquistato, prende a scriverle lettere d’amore. Lo fa per tre anni, fino a quando decidono di fuggire. Lui è troppo povero per poter chiederla al padre, e poi gli usi vogliono che la più giovane non si sposi prima di quella immediatamente precedente.

Dopo una corsa in mezzo ai cespugli, raggiungono l’auto del cugino complice che li porterà fino al treno e solo allora un lampo del temporale in corso illumina il viso della ragazza: non è lei! “Il ricordo di quell’istante, la stranezza che lo attraversò, avrebbe bussato spesso alla sua porta per tutta la vita”, scrive Pamuk.

Interdetto, Mevlut si chiede se è stato raggirato. E da chi? Si sente preso in trappola ma anche impotente a interrompere la fuga. Attraverso il personaggio di Mevlut, dei cugini, dei parenti acquisiti, dei compagni di scuola, qui Pamuk ha voluto narrare l’epopea dei diseredati che hanno dato vita alle migrazioni interne al suo Paese, abitando in baracche dal pavimento di terra battuta costruite con le loro mani.

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Chi dai villaggi, dell’Anatolia in questo caso, arriva a Istanbul, esercita mille mestieri. Come fa anche Mevlut, che oltre a vendere boza come abituale secondo lavoro, sarà venditore di yogurt, cameriere, riscossore di bollette elettriche. Una popolazione a che a macchia d’olio invade le colline disabitate intorno alla città. I muri rabberciati diventano mano a mano di cemento, il tetto di lamiera viene sostituito da altre stanze al primo piano. Villette arrangiate che poi lasciano spazio a palazzoni di molti piani alzati dagli speculatori.

Sulle colline convive gente di varia provenienza, compresi i curdi. Seguono le persecuzioni, con feriti e qualche morto. Cosa che costringe curdi e aleviti a lasciare le loro abitazioni per rifugiarsi più lontano a dissodare altro terreno demaniale per le loro case rifugio.

Ricordiamo che Pamuk nel 2005 è stato incriminato dallo stato turco per aver denunciato in alcune interviste il massacro di un milione di ameni e 30 mila curdi in Anatolia durante la prima guerra mondiale. Tra i curdi del romanzo c’è un amico di liceo di Mevlut, Fernhat, che lo attrae anche per le sue idee di sinistra. Mevlut ha abbandonato il liceo, ma il suo desiderio di arrivare all’università, venuto meno per leggerezza e ragioni di sopravvivenza, resta come una fiamma dentro di lui e viene proiettato sulle proprie figlie. Chissà se loro ce la faranno.

Intanto con l’età e l’evolvere della situazione nell’intera Turchia, le istante politiche dei due amici impallidiscono, resta la loro umanità quando da esattori delle bollette sono generosi con chi tra i ritardatori non fa il furbo, ma è in vere ristrettezze economiche. Mevlut si avvicina, seppur vedendolo sempre più di rado, a un vecchio religioso, moderato e saggio a differenza dei suoi discepoli sempre più scalmanati.

L’amico Fernhat, che nel frattempo ha sposato la ragazza bellissima amata anni prima da Mevlut, per una mossa avventata fa una brutta fine, lasciandola vedova e libera. E da qui può iniziare una seconda parte della vicenda sentimentale.

Che un uomo sposi una donna e ne ami la sorella, va detto non è cosa rara, rara lo è semmai in letteratura. Pensiamo a Diego Rivera che sposò Frida Kalo e divenne amante di sua sorella Cristina. Pamuk sa trattare però l’argomento in modo non banale e neanche l’esito dell’intreccio amoroso-affettivo è scontato. Cosa non da poco.

Kultur-Pamuk-Istanbul

Se c’è un ingrediente cui fa difetto questo romanzo, è il senso della fatica. Dopo il lavoro di cameriere o di ambulante, che sappiamo già essere dei più pesanti, su e giù per le strade in salita e discesa del quartier scelto per quella notte, Mevlut va a vendere boza con il giogo di legno sulle spalle da cui pendono i pesanti secchi della bevanda e i sacchettini di ceci e di cannella da accludere. Quella fatica non c’è. Facciamo comunque che, benché sottintesa, concorra all’ossessione di Mevlut per quell’attività sempre meno remunerativa ma che lo porta in un universo tutto suo, e possa essere registrata sotto la parola stranezza.

La-stranezza-che-ho-nella-testa-di-Orhan-Pamuk-Riassunto-Trama-e-Commento

Orhan Pamuk

La stranezza che ho nella testa

Traduz. Barbara La Rosa Salim

Einaudi 574 pagine, 22 euro

 

 

  • Autore articolo
    Bruna Miorelli
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Approfondimenti

L’Africa disperata di V.S. Naipaul

Succede anche ai più grandi – e Naipaul è da considerarsi certamente uno dei più grandi narratori contemporanei – che la vecchiaia possa appannare il talento mostrato nella giovinezza e nella maturità. E per Naipaul possiamo forse dire lo stesso. Di certo è che sia il romanzo d’esordio, Il massaggiatore mistico del ’57, proposto da Adelphi due anni fa, sia Sull’ansa del fiume fresco di stampa ma risalente al 1979, mostrano lo scrittore al suo meglio.

L’Africa è quella del Congo diventato Zaire, dopo il colpo di stato di Mobuto, che ha fatto assassinare Patrice Lumumba primo presidente ad essere eletto democraticamente. Mobuto è il dittatore che appoggiato dal Belgio e dagli Stati Uniti imperversa a lungo creando, a sostenerlo, un forte culto della personalità. Né Lumumba né Mobuto vengono nominati nel romanzo, al dittatore ci si riferisce come a il Grande Uomo, ma la temperie e il periodo storico sono quelli. Sotto una patina di anticolonialismo, dove i funzionari e i piccoli burocrati appellano la gente con il nome di “cittadino”, circolano la corruzione e il ricatto, dai livelli più alti della piramide fino al basso, al poliziotto e all’impiegato che esigono la mazzetta per qualsiasi cosa. A chi tenta di sottrarsi non restano che le bastonate, la cella o peggio. Cinismo e disperazione dilagano.

Il punto di vista del lungo romanzo di 327 pagine è particolare, quello dei figli, nati in Africa da famiglie indiane emigrate nel tempo in quelle terre. Protagonisti, giovani di seconda o terza generazione, figli perlopiù di commercianti. C’è chi, grazie alla finanza ha fatto i soldi. Sono indiani per tradizione famigliare dunque, per il tessuto di relazioni in cui vivono, ma anche africani, perché nati e vissuti lì.

Indar, di un ceppo più che benestante ma destinato a perdere quasi tutto, va in Inghilterra per gli studi universitari, una specie di fuga che è nella testa di quasi tutti quelli come lui, pensando di non tornare più, cosa che invece sarà costretto a fare. Nel romanzo approda al cinismo, non meno distruttivo delle illusioni che aveva all’inizio. Il suo amico Salim, protagonista principale e voce narrante di cui seguiamo passo passo le vicende, decide di restare, la sua fuga è un’altra, dalla costa africana orientale dove risiedono i suoi, al cuore del continente. Una cittadina sull’ansa del fiume percorso da un battello carico di merci, tutte fabbricate in Occidente. Tranne il cibo con cui nutrirsi e neanche tutto, il resto proviene dai paesi dei bianchi. E questo è un motivo ricorrente e ossessivo, l’impotenza degli africani di fronte a merci di uso quotidiano, una bacinella smaltata, dei sandali di gomma, tutti fabbricati non dalle loro mani. Intorno la foresta, con i villaggi disseminati all’interno e le loro piroghe che arrivano periodicamente al porto per i commerci. Non ci sono strade che conducono a quei villaggi, i cui abitanti del resto preferiscono non essere rintracciabili, memori di repressioni e eccidi sempre rinfocolati.

Salim acquista un bazar e un appartamento da un commerciante che dopo il primo colpo di stato è emigrato in uno stato confinante. La situazione economica è dura ma a poco a poco l’attività riprende e Salim comincia a mettere da parte qualche risparmio. In lui un duplice sentimento, la voglia della fuga ma anche la sensazione che in quel posto ci resterà a lungo. Fino a quando le cose precipiteranno con una stretta e decide di espatriare. Deve però mettere insieme il capitale necessario, perché i risparmi gli sono stati rubati ed è stato nazionalizzato il negozio. Ora è senza risorse e per questo approda al cinismo che era dell’amico Indar: prende a contrabbandare zanne da cui si ricava l’avorio e a condurre qualche altro sporco traffico.

L’Africa ha le tensioni, il clima allucinato, il paesaggio minaccioso di Joseph Conrad. La tenuta del potere repressivo voluto dal Grande Uomo che sgocciola fin negli anfratti più lontani dalla capitale, anche lì sull’ansa del fiume, è narrata con grande lucidità. Ma in Naipaul non esiste una prospettiva di riscatto o liberazione. Siamo agli antipodi della visione illuminista e progressista delle epopee africane narrate da Nadine Gordimer. La popolazione più misera esprime qualcosa di sordido, di violento, quando si scatena può spazzare via tutto, ma solo per poco e senza capacità di gestione alternativa. Speculare al potere, sembra fatta per Naipaul di questo romanzo, della stessa pasta. Del passato di schiavitù restano ancora delle tracce, schiavi mascherati da servitori, o servi come quello che sta con Salim e che si sente onorato di stare con un benestante, e sotto la sua protezione di vivere di luce riflessa. Una visione cupa, senza uscita, senza prospettive. Se poco condivisibile sul piano politico, straordinaria nella resa narrativamente. Una parte di verità sull’Africa degli anni Sessanta e Settanta comunque c’è, dal punto di vista peculiare degli indiani nati nel continente, espresso da uno scrittore di mentalità conservatrice. Non certo da quello di quegli africani che credono in una possibile alternativa da costruire. Resta la grande capacità di Naipaul di mostrare l’interiorità di personaggi – pensieri, percezioni, angosce, desideri – come impasto di elementi squisitamente individuali e insieme risultato di sconquassi sociali.

L’autore

V.S. Naipaul, uno dei più importanti scrittori del secondo Novecento, attivo tuttora, premio Nobel nel 2001, ha prodotto una grande quantità sia di romanzi che di saggi.

Sull’ansa del fiume è una delle sue grandi narrazioni ambientate in Africa, e si colloca a metà della sua opera. Venne pubblicato infatti nel 1979.

Uscito pochi anni dopo in una prima traduzione italiana da Rizzoli con il titolo Alla curva del fiume, ora con una nuova traduzione, quella di Valeria Gattei, è proposto dalla casa editrice Adelphi che sta pubblicando tutti i libri di narrativa dello scrittore. Naipaul, come è risaputo, è nato nell’isola caraibica di Trinidad, dove il nonno indiano di casta braminica era emigrato e aveva lavorato nelle piantagioni di canna da zucchero. Suo padre, diventato giornalista al Trinidad Guardian, fece sì che il figlio potesse studiare a Oxford in Inghilterra, dove poi è rimasto a vivere tanto da essere considerato uno scrittore naturalizzato britannico.

Ma le sue origini indiane hanno improntato gran parte dell’opera.

 

V.S. Naipaul

Sull’ansa del fiume

traduzione di Valeria Gattei

Adelphi

327 pagine 26 euro

  • Autore articolo
    Bruna Miorelli
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