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Cosa c’è dietro le bombe di Foggia

Tre esplosioni davanti a negozi nel giro di una settimana. A Foggia è in corso una serie di intimidazioni contro le attività commerciali che continua da tempo, e che ha accelerato negli ultimi giorni. Ne abbiamo parlato con il sociologo pugliese Leonardo Palmisano. (altro…)

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    Andrea Monti
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“Fermare la partita non toccava all’arbitro”

Violenza ultrà, estrema destra e razzismo. Sono gli elementi che si sono incrociati la sera del 26 dicembre a San Siro, prima e durante Inter-Napoli, quando è morto Daniele Belardinelli e il calciatore Kalidou Koulibaly è stato vittima di cori razzisti. Le richieste di fermare la partita e poi il campionato non sono state ascoltate, e il dibattito pubblico è tornato a occuparsi di temi che finiscono al centro dell’attenzione solo quando avvengono fatti di questa gravità. Ne abbiamo parlato con due sociologi dello sport, Pippo Russo e Maurizio Marinelli.

Che idea vi siete fatti di quello che è successo?

Russo: Si tratta di accadimenti che purtroppo registriamo ciclicamente. Molto spesso avvengono quasi sotto traccia e non vengono rilevati dalle cronache, perché non lasciano dietro di loro degli episodi clamorosi. Ciò che merita di essere rimarcato è la banalizzazione di questo razzismo da stadio che ormai è entrato quasi nel corredo dei nostri weekend calcistici, un sottofondo difficilissimo da estirpare. Fermare la partita sarebbe stato un gesto forte e indispensabile. Non lo si è fatto ed è stata un’eccezionale occasione persa.

Marinelli: Questo episodio rappresenta quello che sta avvenendo nel mondo del calcio, una migrazione della violenza: questi gemellaggi, questa legge del beduino che continua a imperversare, anche a livello internazionale (la sera della tragedia a Milano c’erano anche ultrà del Nizza, ndr). Da tempo questo avviene perché c’è questo rapporto tra le tifoserie. Per quanto riguarda i cori contro i giocatori con la pelle scura, è vero che sono stati sottovalutati. L’articolo 62 delle norme organizzative della Figc parla chiaro in questo senso. Poi c’è il fatto che queste partite a rischio non dovrebbero essere giocate di sera, perché non si possono alzare gli elicotteri e fare dei controlli più accurati. Invece prevalgono gli interessi delle tv private, si vanno a cercare le partite da trasmettere piuttosto che guardare ai problemi di sicurezza.

Come si intreccia il razzismo negli stadi con quello nella società italiana in generale, in un contesto in cui i migranti sono il principale capro espiatorio preso di mira da chi governa?

Russo: Penso che lo stadio e le sue frange più radicali siano l’amplificazione di ciò che succede nella società. Le curve non possono che essere la rappresentazione di un clima imbarbarito che domina una società con una grande paura dell’altro, e con una rappresentanza politica che anziché provare a domare le paure le amplifica.

Per quanto riguarda la presenza dell’estrema destra nelle tifoserie italiane, cosa si può fare contro questo tipo di organizzazioni?

Marinelli: Questo tema è stato monitorato in passato e continua a esserlo. Il vero problema è la cultura dell’estrema destra, che porta a a cercare lo scontro violento e a inneggiare in questo modo contro i giocatori. Ci vuole un processo culturale, ma da troppo tempo si parla di fare qualcosa. Oggi perlomeno si dice che si sta facendo di tutto per reintrodurre l’educazione civica nelle scuole.

A proposito del fatto che la gara non è stata interrotta, Salvini ha detto che doveva essere l’arbitro a decidere. In realtà le norme organizzative della Figc assegnano questo potere al responsabile di pubblica sicurezza all’interno dello stadio, designato proprio dal ministero dell’interno…

Marinelli: Il comma 7 dell’articolo 62 lo dice chiaramente. È il funzionario di polizia che deve andare vicino al quarto uomo o all’assistente per chiedere la sospensione della gara.

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    Andrea Monti
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Figlia di due papà: a Roma il Comune dice sì

Figlia di due papà. Il Comune di Roma ha registrato all’anagrafe una bambina nata in Canada grazie alla gestazione per altri. Il fatto è importante anche perché è avvenuto senza bisogno di una sentenza del tribunale: i tecnici del municipio hanno accettato la domanda dei genitori in base a un verdetto che era già stato emesso sulla richiesta di un’altra coppia. Alexander Schuster è l’avvocato che ha seguito entrambi i casi.

Come è iniziata questa vicenda?

Lo scorso maggio una prima famiglia di papà ha chiesto al Comune di riconoscere il secondo padre ai loro tre bambini. Il municipio non ha dato seguito alla richiesta. Siamo andati in tribunale e abbiamo ottenuto una sentenza – la prima dopo Trento – di una corte d’appello, quella di Roma, che il 15 febbraio ha detto: “Il secondo papà di questi bimbi va riconosciuto”.

Nel frattempo lei stava lavorando anche per un’altra coppia di uomini…

Sì, stavo gestendo la registrazione in Italia del certificato di nascita canadese di una neonata. Gli uffici del Comune hanno fatto un ragionamento alla luce della sentenza di febbraio, e il 6 aprile abbiamo ottenuto il riconoscimento di entrambi i padri senza bisogno dell’ordine di un giudice.

Che conseguenze può avere questa decisione?

Questo primo atto di pieno riconoscimento “spontaneo” è l’inizio di una prassi importante nella capitale d’Italia, che è anche il Comune più grande del paese. Non c’è stato il coinvolgimento della sindaca, Virginia Raggi: si tratta di una valutazione dei funzionari del municipio, che alla luce di ragionamenti tecnici l’hanno considerata un atto dovuto.

Quello di Roma è l’unico caso?

No, diversi Comuni stanno ragionando in questo modo, arrivando alla stessa conclusione senza che ci sia stato l’intervento di un giudice. Questi bambini hanno diritto a vedersi riconosciuti entrambi i genitori, anche se tutti e due sono dei papà.

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    Andrea Monti
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Periferie di Milano: cosa sta facendo il Comune?

La povertà, i trasporti, la sicurezza. Sono solo alcuni dei temi che si intrecciano in una questione vasta, quelle delle periferie. A Milano il sindaco Giuseppe Sala ha nominato un delegato a occuparsene, Mirko Mazzali. Abbiamo fatto un punto con lui e con gli ascoltatori, provando a capire come sta lavorando il Comune nelle zone lontane dal centro storico.

Cosa state facendo?

Continuiamo a lavorare come abbiamo sempre fatto, ognuno con le sue competenze: chi segue la cultura fa cultura in periferia, chi si occupa di sport fa lo sport… un esempio di qualcosa in più è il recupero delle case sfitte. C’è anche un contatore sul sito del Comune, che indica quante vengono ristrutturate e riassegnate. Su questo fronte c’è un’accelerazione importante, perché persone che non avevano un alloggio potranno ottenerlo.

Un ascoltatore di via Padova si dice contento delle attività culturali, ma aggiunge che non bastano a soddisfare i bisogni di chi ci abita, e magari non è italiano…

Forse via Padova non è l’esempio più calzante, perché ci sono realtà associative ed è una delle zone più vive da questo punto di vista. Nei giorni scorsi abbiamo presentato la nuova edizione del bando periferie, che assegna contributi a progetti di “rigenerazione urbana”: spero serva anche a intercettare l’esigenza di coesione sociale, di cercare di integrare tutti i soggetti che abitano nella città.

Un’ascoltatrice di San Siro denuncia “mancanza di conoscenza e comprensione della povertà”, oltre a un “deserto di iniziative comunali e di associazioni” nel quartiere, dopo anni – dice – in cui se ne sono organizzate fin troppe…

Sulle iniziative ha ragione. Il nuovo bando periferie prevede la possibilità di partecipare anche per chi si attiva in quella zona. Sulla povertà ricordo che nei giorni scorsi c’è stato un accordo sulle morosità tra Comune e sindacati inquilini. Persone che magari avevano 4mila euro di debito se li vedranno abbattere: è un tentativo di intervenire sulla questione, e dimostra che questa giunta lo fa in modo incisivo.

Un tema cruciale è quello dei trasporti, dei collegamenti tra la periferia in cui si vive e il resto della città. Su questo cosa state facendo?

L’assessore Marco Granelli sta cercando di capire quali sono i problemi che riguardano alcuni municipi. Nel quartiere Adriano ci sarà un grosso lavoro sulla questione delle metrotranvie e dei collegamenti verso la metropolitana. È chiaro che il tema è importante soprattutto per gli anziani e per chi ha difficoltà a muoversi.

Un ascoltatore che vive vicino “alla famigerata via Gola” (parole sue) parla di famiglie che hanno occupato degli appartamenti “e non si comportano civilmente. Siamo vicini al naviglio leonardesco – aggiunge – e per due anni la spazzatura l’ho dovuta togliere io”…

Premesso che mi sembra difficile dire che via Gola è in periferia, lì c’è un tema di occupazione abusiva di case popolari e di attività di spaccio. Qualcosa è stato fatto e si può fare ancora molto, ma non è una zona terribile. Chi ci abita giustamente si lamenta, ma è anche bella: è vissuta, e in qualche misura le aree di questo tipo determinano situazioni “di pericolo”, di mancanza di sicurezza che non vanno sottovalutate.

Migliorare la situazione delle periferie può far bene anche a chi le amministra. Alle elezioni del 4 marzo la coalizione del Pd ha vinto in centro storico, ma si è piazzata sotto la destra in buona parte del resto della città…

Dove il centrosinistra è andato male, è andato molto male, ma in zone come Lambrate e Corvetto ha vinto. Erano elezioni nazionali e regionali, però è vero: complessivamente chi sta in periferia non ci ha premiato. Secondo me il punto è che chi non arriva a fine mese, chi non ha lavoro punisce chi governa. Fanno un ragionamento che è comprensibile: “chi dovrebbe risolvere i miei problemi a livello nazionale non lo ha fatto, quindi scelgo gli altri”. La valutazione del voto nelle periferie deve sicuramente tener conto anche dell’intervento politico locale, ma è un tema più complesso, più globale.

Ascolta una sintesi dell’intervista a Mirko Mazzali

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    Andrea Monti
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25 novembre, in piazza contro la violenza maschile

Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. A Roma ci sarà una manifestazione organizzata da Non una di meno, la rete che un anno fa – secondo i suoi dati – portò in piazza oltre 250mila persone. L’appuntamento è alle 14 in piazza della Repubblica, per protestare e lanciare un piano femminista presentato nei giorni scorsi.

“In questo anno abbiamo costruito una piattaforma politica, delle possibilità per uscire dalla violenza maschile”, ci dice da Roma Simona Ammerata, che fa parte di Non una di meno. Il piano è un documento di 57 pagine che tocca molti aspetti, dall’educazione all’informazione, dalla salute ai diritti delle donne migranti. Il presupposto è uno: bisogna mettere in discussione cultura e rapporti sociali, e non trattare la questione come un fatto di “sicurezza”. Non basta, insomma, aumentare l’impegno della polizia e le pene per i colpevoli.

Ascolta l’intervista a Simona Ammerata

Simona Ammerata

Quante persone saranno in piazza stavolta? “Anche l’anno scorso non ne avevamo idea”, risponde Ammerata. “I mesi passati sono stati intensi, con decine e decine di mobilitazioni, e continueremo anche dopo questo sabato. Ci saranno altre piazze e altri momenti di discussione, quindi il confronto non ci spaventa”. Il corteo arriva sull’onda del dibattito nato da Harvey Weinstein, il produttore americano accusato di violenze da molte donne. “Ci sono due aspetti da tenere sullo stesso piano. Innanzitutto la diversità del modo in cui il tema è stato gestito in Italia, per esempio rispetto agli Stati Uniti. Lì si è aperto il vaso di Pandora, con licenziamenti, momenti di solidarietà, discussioni e approfondimenti. Qui invece, come sempre, c’è stato un approccio voyeuristico. Per fortuna c’è l’altro lato: finalmente queste vicende iniziano a uscire. Le donne non si sentono più sole, sentono di poter parlare di quello che succede sul posto di lavoro. Significa che la solidarietà femminista si sta facendo sentire”.

La scrittrice Giulia Blasi è tra le persone che hanno alimentato il dibattito in Italia, partecipando al lancio di un hashtag, #quellavoltache, con cui le donne sono state invitate a raccontare le molestie subite. Due giorni dopo ha iniziato a circolare #metoo, che ha raccolto tantissime storie a livello internazionale. Nel nostro paese a che punto è il racconto mediatico su questo tema? “Siamo più o meno in parabola discendente – dice Blasi. – Dopo una settimana di smarrimento, in cui i mezzi di comunicazione non capivano cosa stava succedendo, siamo tornati alla visione che definisco ‘del maschio bianco di mezza età’. Si cerca di minimizzare, di dire che si esagera… si prova a tornare all’ordine costituito, quello in cui le donne subiscono in silenzio”. Ma la discussione di queste settimane può essere l’inizio di un cambiamento? “Dipende da noi. Possiamo lasciarla morire, e non chiedere che i rapporti di potere siano veramente messi in discussione. Oppure possiamo continuare a parlarne. Ogni grande mutamento passa da momenti di infiammazione e di discesa, che però lascia una traccia. Su quella si può lavorare, anche chiedendo risposte alla politica”.

Ascolta l’intervista a Giulia Blasi

Giulia Blasi

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Costa Concordia, il ricordo del sindaco

Cinque anni fa naufragava la Costa Concordia. La nave andò a sbattere su uno scoglio all’isola del Giglio e morirono 32 persone. Per quella tragedia il comandante Francesco Schettino è stato condannato in appello a 16 anni, ma pochi giorni fa la procura generale di Firenze – che ne voleva 27 – ha chiesto l’annullamento della sentenza. Oggi le commemorazioni con il sindaco Sergio Ortelli, che guidava il Comune anche il 13 gennaio 2012.

Come ricorda quella notte?

Sono passati cinque lunghissimi anni e il ricordo dovrebbe essere più lieve. Invece è ancora forte. In questi giorni i familiari delle vittime continuano a chiamarmi e scrivermi, non solo per l’anniversario, ma anche per ricordare l’accoglienza della nostra popolazione. Ho ancora in mente lo sbarco sul molo, in particolare gli anziani e i bambini, molti bagnati e in preda al panico.

Quali sono le commemorazioni programmate?

È prevista una messa, poi una barca andrà a gettare una corona di fiori nel punto in cui la nave si incagliò. Lo schianto fece 32 vittime, a cui aggiungo un operaio morto durante i lavori successivi. Come tutti gli anni alle 21, 45 minuti e 7 secondi suoneranno le sirene, per ricordare il momento esatto del disastro.

I familiari delle vittime ci saranno?

Purtroppo no, perché le condizioni meteo non sono buone e gli ospiti che dovevano arrivare da fuori non potranno venire. Per questo ci sarà anche una messa sulla terraferma, a Porto Santo Stefano, nel comune di Monte Argentario. Quella notte la sua popolazione contribuì molto all’accoglienza dei sopravvissuti, come fecero anche gli abitanti di Orbetello e Capalbio.

Cosa è rimasto al Giglio di questa tragedia?

Sicuramente una ferita, perché un evento simile non si può cancellare. C’è anche un aspetto, però, che definisco positivo: essere riusciti a liberare l’area da una nave che pesava 112mila tonnellate, lasciando il mare perfettamente pulito. Credo che entro aprile finirà l’ultima fase, la sistemazione dei fondali. Poi restituiremo la zona al turismo e ai gigliesi.

Ascolta l’intervista a Sergio Ortelli

Sergio Ortelli

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    Andrea Monti
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“Mi hanno arrestato per il mio attivismo”

Rasul Jafarov è un avvocato azero di 32 anni. Impegnato per le libertà politiche e per quella d’espressione, nel 2014 è stato arrestato con accuse considerate false da tutte le principali ong per i diritti umani. Pochi mesi fa è stato liberato, sulla scia di una mobilitazione in suo appoggio. Lo abbiamo incontrato a Roma, a un evento organizzato da FNSI, Articolo 21 e associazione Re:Common.

Quali sono i problemi principali per i diritti umani nel suo paese?

Il più grosso è quello dei prigionieri politici. È facile finire nel mirino delle autorità. La libertà di associazione e quella di espressione sono molto ridotte. Il governo ha deciso di rendere la vita difficile alle ong, e di fatto oggi non ce ne sono di indipendenti. Abbiamo problemi anche per diritti come l’accesso all’educazione e alla sanità, ma quelli maggiori riguardano le libertà politiche e quella d’espressione.

Perché è stato arrestato nel 2014?

Per le mie critiche e per il mio attivismo. Penso che al governo non siano piaciute le campagne e i progetti a cui ho lavorato nei quattro anni precedenti la mia detenzione. Volevano isolarmi dalla società e impedirmi di continuare a fare ciò in cui ero impegnato. Lo stesso è successo ad altri. Il governo non ama chi è indipendente e lo critica.

Cosa può dirci sul periodo passato in carcere?

Ci sono stato un anno e otto mesi, da agosto 2014 a marzo 2016. In realtà non avrei dovuto restarci un solo giorno, perché la mia è stata una condanna illegale, basata su ragioni politiche. Anche la corte europea dei diritti umani lo ha confermato. Stare in prigione non è facile, soprattutto se sai di non aver commesso alcun crimine. Ho cercato di sforzarmi di essere positivo, leggevo libri e provavo a tenermi occupato. Ho apprezzato chi si è mobilitato per me, in Azerbaigian e all’estero, e alla fine sono stato liberato prima del previsto. Ero stato condannato a sei anni e tre mesi.

Chi l’ha aiutata e chi invece non lo ha fatto?

Quando sono stato arrestato alcuni colleghi e amici avevano paura di appoggiarmi, ma non posso criticarli: sono umani, provano delle emozioni e magari vedono le cose in modo diverso. Molte persone però mi hanno aiutato. Penso a organizzazioni come Amnesty International, Human Rights Watch e tante altre di diversi paesi, inclusa l’Italia. In Azerbaigian devo ringraziare i miei avvocati, i miei familiari, gli amici e i colleghi che non hanno avuto timore di aiutarmi.

Continuerà a lottare per i diritti umani?

Certamente. Quando sono stato liberato ho scritto un articolo su un giornale britannico, con altri colleghi che erano stati arrestati e sono stati rilasciati insieme a me. Abbiamo detto che proseguiremo le nostre attività per proteggere e promuovere i diritti umani. Crediamo di fare la cosa giusta e non smetteremo.

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“La manovra sarà promossa se l’Ue cambia politica”

La Commissione europea ha diffuso le sue valutazioni sulle leggi di bilancio degli Stati dell’Unione. L’Italia e altri cinque sono sotto osservazione perché le loro manovre potrebbero non rispettare le regole di Bruxelles. Il verdetto definitivo è atteso a inizio 2017, ma nel frattempo il commissario economico Pierre Moscovici ha usato parole concilianti verso il nostro Paese, riconoscendo che una parte importante delle spese aggiuntive previste dal governo è legata ai migranti e ai terremoti. Due questioni su cui le autorità europee potrebbero permettere sforamenti dei vincoli, almeno fino al referendum italiano sulla Costituzione.

“Quello della Commissione mi sembra un messaggio interlocutorio”, ci dice l’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco. “Si parla di problemi di copertura, di problemi soprattutto sul debito, ma erano cose che già si sapevano”. Un verdetto di questo tipo era atteso anche perché l’impressione è che a Bruxelles si voglia aspettare il voto del 4 dicembre. “Ovviamente, ma dato che lo stesso messaggio viene mandato anche ad altri Paesi, in Europa si può dire che non è così, che il trattamento è omogeneo. È evidente che una bocciatura esplicita rischiava di causare ripercussioni sulla popolarità del governo, e quindi sui risultati del referendum”.

Viene da pensare che dopo il 4 dicembre l’atteggiamento della Commissione potrebbe diventare più duro: se vince il Sì perché ormai sarà superato il rischio di una caduta di Renzi, se vince il no per evitare che chi guiderà il Paese lo porti lontano dai vincoli comunitari. “L’Europa è in una situazione delicata – riprende Visco. – Deve decidere cosa fare da grande: può cambiare linea o rischiare la deflagrazione. L’elezione di Trump pone grossi problemi alle prospettive europee. O siamo in grado di reagire o subiremo una diaspora”.

Sta dicendo che il verdetto finale sulla manovra italiana dipende dalla strategia complessiva che sarà decisa a Bruxelles? “Dico che a bocce ferme dovrebbe arrivare una bocciatura, ma l’evoluzione della politica può andare in altre direzioni. Il problema può essere accantonato perché si decide di cambiare politica”.

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Renzi in piazza contro la “vecchia guardia”

Alla manifestazione per il SI al referendum, a Roma in piazza del Popolo, uno degli applausi più sentiti per Matteo Renzi è arrivato quando ha attaccato la ‘vecchia guardia’: “Dicono che avrebbero fatto una riforma migliore, ma quando era il loro momento hanno solo discusso”. Poco prima il leader Pd aveva lanciato l’attesa, ennesima sfida all’Europa che rifiuta i migranti: “Porteremo a Bruxelles il barcone affondato che abbiamo recuperato”. Apertura del discorso dedicata ai 5 Stelle, tra una battuta sui frigoriferi e una stoccata dal cuore della città più importante che governano: “L’onestà non basta, bisogna risolvere i problemi”.

Davanti a Renzi una piazza del Popolo gremita nella prima metà, non nella seconda: tanta gente, ma lontana dai 50mila di cui si era parlato nei giorni precedenti. Età media abbastanza alta, anche se una fetta di giovani c’era.

Piazza del Popolo

In dubbio fino all’ultimo, e’ arrivato anche Gianni Cuperlo, uno dei leader della minoranza interna. “Ci sono per rispetto di questo popolo – ha detto ai nostri microfoni – ma se nei prossimi giorni Renzi non porta in Parlamento una nuova legge elettorale, non potrò votare si’ al referendum”.

Il confronto interno al partito riparte da qui.

Gianni Cuperlo

 

 

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“L’Europa faccia di più per i migranti”

A Lampedusa oggi commemorazioni per i tre anni dalla strage in cui morirono almeno 366 migranti. Un peschereccio affondò a mezzo miglio dalla costa e nelle settimane seguenti Enrico Letta lanciò Mare nostrum. L’operazione di soccorso non fu rinnovata dal governo di Matteo Renzi, ma i salvataggi nel Mediterraneo sono continuati, così come i naufragi.

“Quella strage, quella mattina, è stata veramente una tragedia immane – ci dice il medico Pietro Bartolo, che ha curato moltissimi migranti arrivati sull’isola. – È stato un giorno che ha segnato un po’ la vita dei lampedusani, penso anche quella degli italiani, e in modo particolare la mia. Ho dovuto assistere alle ispezioni su 366 corpi, 366 persone, ognuna con dietro le spalle una storia di sofferenze, di violenze”.

Queste morti, aggiunge Bartolo – che è stato anche protagonista del film Fuocoammare –  non devono essere avvenute invano. “Ci devono far riflettere, far capire che parliamo di persone come noi, da accogliere e aiutare. Malgrado gli sforzi fatti dall’Italia, ma anche da Frontex, purtroppo le stragi si ripetono. In questo piccolo tratto di mare i migranti continuano a morire per la malvagità dei trafficanti, che li imbarcano su gommoni fatiscenti. Forse l’Europa dovrebbe fare un piccolo sforzo ulteriore, andare a prendere queste persone ed evitare le morti di bambini e di donne, che fanno tanto male ai lampedusani, all’Italia e spero anche al mondo intero”.

Ascolta l’intervista a Pietro Bartolo

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Putin, Obama e l’eredità del presidente Usa

Un raddoppio degli sforzi nell’accoglienza dei migranti da parte di 50 paesi. Lo ha annunciato Barack Obama, parlando dei governi che hanno partecipato al vertice sui rifugiati guidato dal presidente americano. L’anno prossimo questi stati dovrebbero far entrare 360mila persone, di cui 110mila negli Stati Uniti, in cui entro fine 2016 ne sono attese 85mila.

Le dichiarazioni di Obama sono arrivate nel suo ultimo discorso da capo di stato davanti all’assemblea generale dell’Onu. Il presidente uscente ha parlato di migranti ma anche dell’altro protagonista dello scacchiere globale in questi anni, Vladimir Putin, accusandolo di voler recuperare “la gloria perduta” della Russia con la forza. Il confronto tra i due leader è uno dei punti principali da esaminare per valutare l’eredità politica di Obama.

“Io credo che il giudizio debba essere ambivalente – ci dice Mario Del Pero, che insegna storia e istituzioni delle Americhe all’università di Bologna. – Obama non lascia un paese più debole rispetto a otto anni fa, quando fu eletto la prima volta. Ci piace pensare che leader più spregiudicati come Putin lo abbiano messo in un angolo, ma non è così. La posizione di potenza degli Stati Uniti probabilmente si è consolidata”. D’altro canto, continua il professore, “Obama ha presieduto a una crisi umanitaria senza precedenti, quella seguita alla guerra civile siriana. Il fallimento nella gestione di questa situazione è un fallimento di leadership americana, e quindi del presidente e della sua politica estera”.

Ascolta l’intervista a Mario Del Pero

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Piacenza, morire durante un picchetto

A Piacenza un lavoratore è morto travolto da un tir durante un picchetto davanti all’azienda di logistica Gls. Era iscritto al sindacato Usb, che accusa il camionista di aver forzato il blocco. È successo intorno a mezzanotte. L’autista è stato portato in questura.

Riccardo Germani fa parte dell’Usb e ci ha detto di essere arrivato sul posto poco dopo la morte del lavoratore. “La Gls non voleva rispettare un accordo sulla riassunzione di due persone licenziate e sulla stabilizzazione di numerosi precari. Per questo il presidio si è trasformato in un picchetto”. Germani lancia un’accusa pesante, non contenuta in un comunicato diffuso dal sindacato: “Un dirigente dell’azienda – ci dice – è uscito incitando il camionista a forzare il blocco. Lui l’ha fatto e ha ucciso un uomo di 53 anni, un lavoratore egiziano che lascia cinque figli e stava difendendo i diritti di tutti. Erano decenni che non si moriva davanti ai cancelli di un luogo di lavoro in questo modo”.

La nota dell’Usb non parla del dirigente che avrebbe incitato il camionista a passare, ma conferma la forzatura del blocco. I manifestanti sono lavoratori della Seam, una ditta in appalto della Gls. Il comunicato denuncia anche una condizione “insostenibile” dei lavoratori della logistica: “Violenza, ricatti, minacce, assenza di diritti e di stabilità sono la norma inaccettabile in questo settore”.

Ascolta l’intervista a Riccardo Germani

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Online senza consenso, cosa dice la legge

La procura di Napoli Nord indaga sul caso di Mugnano, dove una donna si è uccisa dopo la diffusione di alcuni suoi video hard su Internet. I filmati erano stati pubblicati senza consenso e avevano scatenato messaggi di insulti online contro la 31enne. Lei aveva reagito avviando le procedure per cambiare cognome e trasferendosi per un periodo in Toscana. Qualche giorno fa aveva ottenuto una sentenza per la rimozione delle immagini.

“Per la mia esperienza il reato che si configura in situazioni come questa è la diffamazione”, ci dice Francesca Garisto, avvocata e vicepresidente della Casa delle donne maltrattate di Milano. La legale non ha seguito direttamente questa vicenda, ma si è occupata di casi simili.

“Parliamo anche di una diffamazione aggravata, ovvero a mezzo stampa, perché la diffusione con mezzi informatici ha la stessa insidiosità. Non mi risulta che esista una normativa specifica, che tenga conto della gravità e dell’attualità del problema. Penso proprio che sarebbe buona cosa farci una riflessione, perché sta diventando un fenomeno di un’aggressività e una violenza così invasive che non possiamo voltarci dall’altra parte”.

Per le vittime non è facile far rimuovere i video da Internet. “Normalmente ci si riesce ma i tempi sono lunghi, e non è semplice individuare subito chi ha pubblicato le immagini. Purtroppo con una buona conoscenza della Rete ci si può nascondere molto bene”.

Ascolta l’intervista a Francesca Garisto

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Croazia, libertà di stampa sotto attacco

L’11 settembre elezioni politiche in Croazia, dopo la caduta del governo di centrodestra eletto solo lo scorso anno. La coalizione di centrosinistra è data in leggero vantaggio e l’ago della bilancia potrebbero i centristi di Most, un partito nato pochi anni fa e decisivo per l’esito del voto del 2015. La maggioranza che ne è uscita ha avuto vita breve, ma sufficiente per approvare provvedimenti preoccupanti per la libertà di stampa. Il governo ha tagliato i fondi per le testate indipendenti e cambiato i vertici della tv pubblica, con licenziamenti che sono stati definiti politici. Ce ne parla Saša Leković, presidente dell’associazione dei giornalisti croati. L’intervista fa parte del progetto European Centre for Press and Media Freedom, a cui contribuisce Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa.

Tre anni fa la Croazia entrava nell’Unione europea. Oggi i media del paese stanno meglio o peggio?

Per poter aderire alla Ue dovevamo metterci in regola da diversi punti di vista, compresa la libertà di stampa. In effetti lo abbiamo fatto, ma da quando siamo entrati le cose sono cambiate. Ora abbiamo molti più problemi di prima. In pochi anni circa 800 miei colleghi hanno perso il lavoro, anche per colpa della crisi, e il governo che si è insediato a gennaio ha fatto molte cose negative per i giornalisti.

Le istituzioni europee reagiscono in qualche modo?

La Croazia non è l’unico paese dell’Unione che ha problemi con la libertà dei media. Pensiamo alla Polonia e all’Ungheria, per esempio. I commissari e gli ufficiali di Bruxelles a volte dicono parole forti sui comportamenti dei governi, ma la cosa finisce più o meno lì. Abbiamo sottoposto i nostri problemi agli europarlamentari croati. Siamo in contatto anche con le federazioni internazionali dei giornalisti, che hanno scritto al presidente della repubblica, a quello del parlamento e al ministro della cultura. Nessuno ha risposto.

La vostra mobilitazione ha avuto qualche altro effetto?

Penso che un risultato si sia visto durante questa campagna elettorale. Per la prima volta i partiti hanno inserito i problemi dei media nei loro programmi, usando il nostro stesso linguaggio. Naturalmente non siamo sicuri che chi vincerà cercherà davvero di cambiare le cose in meglio, ma stiamo provando a costringerli a farlo.

Lei ha fondato il Centro di giornalismo investigativo di Zagabria. Che problemi ci sono in questo settore specifico?

Le difficoltà dei giornalisti investigativi si assomigliano ovunque. Quando i proprietari dei media devono licenziare qualcuno, loro sono i primi. In Croazia, come in altri paesi ex jugoslavi, pesa la mancanza di una lunga esperienza di democrazia. A volte il pubblico non capisce l’importanza di questo settore, e c’è chi lo distorce per rivelare segreti contro qualcuno, magari su pressione politica.

Ascolta l’intervista a Saša Leković

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Strage di donne nel Mediterraneo

Potrebbe essere stato un miscuglio di acqua e benzina a uccidere le 22 persone trovate morte su un gommone nell’ennesimo naufragio. Possibile che siano rimaste soffocate, ustionate, forse anche schiacciate dalla calca. Insieme a loro c’erano centinaia di sopravvissuti, recuperati nel canale di Sicilia dalla nave Aquarius, gestita da Medici senza frontiere e da Sos Méditerranée.

Jens Pagotto è capomissione della prima organizzazione e responsabile operazioni della nave, che ha preso a bordo anche i corpi delle vittime. “Ventuno di loro erano donne – racconta –. Non è ancora chiaro cosa sia successo esattamente, ma l’impressione è che fossero ammassate al centro della barca, forse nella convinzione che lì sarebbero state più al sicuro. Poi però sul fondo si sono accumulate molta acqua e molto carburante. Sembra che alcune persone abbiano iniziato a sentirsi male e che a bordo ci sia stato un po’ di panico. La maggioranza dei superstiti era coperta di benzina, molti erano in pessime condizioni”. Una parte è svenuta e si è ripresa dopo i soccorsi.

Quando abbiamo sentito Pagotto, Aquarius era diretta verso nord, per portare i migranti a Trapani. “Molti arrivano dalla Nigeria, dalla Guinea o da altri stati dell’Africa occidentale. Ora servirà tempo per identificare i morti. Con loro c’erano 104 sopravvissuti, che abbiamo caricato sulla nave insieme a 105 superstiti di un’altra traversata. Il primo gruppo è molto traumatizzato. Alcuni hanno perso le loro mogli, o le loro madri”.

Ascolta l’intervista a Jens Pagotto

Jens Pagotto

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“Abbiamo trovato centinaia di migranti”

Oggi la Marina Militare tiene una conferenza stampa per fare il punto sul recupero dei corpi dal peschereccio affondato nel canale di Sicilia il 18 aprile 2015. Nei mesi scorsi il relitto è stato agganciato e a inizio luglio è cominciata l’estrazione dei resti delle vittime. José Sudano ha partecipato alle operazioni da coordinatore regionale dei vigili del fuoco della Cgil.

“Dentro l’imbarcazione c’erano moltissimi corpi – ci dice -. Nei mesi scorsi si è parlato di almeno 700 persone a bordo. Non dico quante ne abbiamo recuperate, perché non mi compete e perché in parte questo dato non è esattamente definibile. Di sicuro abbiamo trovato diverse centinaia di cadaveri”.

Ascolta José Sudano ai microfoni di Andrea Monti

Il numero delle vittime

Chiediamo al vigile cosa ha visto quando è entrato nel relitto. “Ci sono elementi identificativi facilmente intuibili: capisci se un indumento era indossato da un adulto, se un accessorio apparteneva a una donna… Percepisci l’odore, direi la puzza della disperazione, ma non è uno scenario da barca degli orrori, come qualcuno ha detto. Si tratta di persone come noi”. Un obiettivo dell’operazione è dare un nome alle vittime. “Da inizio anno sulle coste siracusane sono sbarcati 70mila migranti. Il punto è andare oltre i numeri, riuscire a ricostruire le identità, le storie. Noi vigili siamo consapevoli di aver contribuito a far sì che questo succeda per il maggior numero possibile delle persone che erano sul peschereccio. La gente deve sapere chi erano”.

Ascolta José Sudano ai microfoni di Andrea Monti

Nessuna barca degli orrori

L’impressione è che nelle parole di Sudano ci sia il senso profondo di questo recupero. “Se tutti potessero vedere le cose coi propri occhi, il mondo sarebbe diverso. Non dico assistere a quello che abbiamo fatto, ma avere un contatto il più possibile diretto. Spero che il relitto non sia distrutto e abbia una collocazione museale. Quando tocchi le situazioni con mano la prospettiva cambia. Ti rendi conto che sei di fronte a persone come te e che sei solamente molto più fortunato perché sei nato in un posto differente”.

Ascolta José Sudano ai microfoni di Andrea Monti

Il senso dell’operazione

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Permessi di soggiorno, sì ai risarcimenti

Dal tribunale di Milano è arrivata una nuova bocciatura per la tassa sul permesso di soggiorno introdotta dal governo nel 2011. La prima sezione civile ha condannato il ministero dell’interno, quello dell’economia e la presidenza del consiglio a risarcire sei cittadini stranieri. L’imposta era già finita nel mirino della magistratura.

Alberto Guariso fa parte dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ed è uno degli avvocati che hanno seguito il caso. “L’anno scorso – ci dice – la Cgil aveva fatto ricorso al Tar del Lazio, che ha rinviato la questione alla corte di giustizia europea. I giudici comunitari hanno confermato che l’importo fissato è esagerato. Il governo avrebbe dovuto approvare un nuovo decreto per ridurre la tariffa, ma non lo ha fatto”.

Un problema legato a questa vicenda è quello della restituzione dei soldi agli stranieri che hanno pagato troppo. “La Corte europea ha stabilito che la somma richiesta era eccessiva, ma non ha precisato di quanto. Per risolvere la questione ci siamo rivolti al Tribunale di Milano. Il giudice ha condannato a risarcire e ha preso come parametro i 27 euro per il permesso di soggiorno elettronico. Il governo dovrà pagare la differenza a chi ha versato di più: in certi casi si tratta di centinaia di euro”.

Al di là delle persone direttamente coinvolte nella causa di Milano, l’avvocato dice di temere che a Roma non siano autorizzati altri rimborsi senza passare da un magistrato. Guariso dice anche che la tariffa decisa nel 2011 continua a venire applicata, in attesa che il governo indichi il nuovo importo. Potrebbe farlo spinto da questa sentenza, anche se magari il provvedimento varrà solo per il futuro e non prevederà risarcimenti per chi ha già pagato.

Ascolta l’avvocato Alberto Guariso

Alberto Guariso

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“Escludo risarcimenti dal governo”

Decine di migliaia di persone che hanno visto crollare il valore delle loro azioni. Il caso della Banca Popolare di Vicenza è riemerso dopo il suicidio di Antonio Bedin, un pensionato che aveva investito circa mezzo milione. La vicenda dell’istituto di credito ricorda quella dei quattro salvati a novembre dal governo: cittadini che dicono di non essere stati informati correttamente e accuse sulla vigilanza di Consob e Bankitalia.

In due anni il valore di una singola azione della Popolare è crollato da 62 euro a 10 centesimi. In mezzo c’è stata un’ispezione della Banca centrale europea. “La Bce ha accertato che agli investitori venivano fatti firmare documenti non adeguati al loro profilo di rischio”, ci dice l’avvocato Renato Bertelle, che guida l’associazione degli azionisti dell’istituto. Il meccanismo sarebbe stato applicato a decine di migliaia di persone che hanno comprato titoli della Popolare.

I piccoli soci sono i più disastrati – spiega Bertelle. – Il pensionato che si è ucciso non andava al bar, non spendeva, non faceva le ferie. Metteva via i soldi per la propria sicurezza e ha visto azzerati i risparmi di una vita. Lo stesso è successo a tanti come lui. Si va da chi possedeva 100 azioni a chi ne aveva acquistate per centinaia di migliaia di euro. Al momento le denunce presentate a Vicenza sono 1.500, di cui più di 200 seguite da me”.

Secondo l’avvocato l’unico modo per provare ad avere indietro i soldi è proprio andare in tribunale. Il governo è intervenuto sulle perdite di chi aveva comprato obbligazioni dalle banche salvate a novembre, ma stavolta sembra più difficile che succeda. “La situazione di quei quattro istituti era diversa, perché erano falliti. Nel caso della Popolare un risarcimento deciso dalla politica è vietato dalla Bce, nonostante in passato lo abbia consentito in Germania”.

Ascolta l’intervista a Renato Bertelle

Renato Bertelle

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Sgombero a Idomeni, la testimonianza

Alcune migliaia di persone se erano andate nelle scorse settimane. Altre erano ancora lì, a Idomeni, in attesa di entrare in Macedonia. Nelle scorse ore la polizia greca ha avviato lo sgombero definitivo, con pullman inviati sul posto per portare via i migranti.

“Siamo stati fra gli ultimi volontari a uscire – racconta Gaetano Turrini, presidente della onlus Speranza-Hope for Children. – Nella notte la polizia ha iniziato a bussare alle strutture delle ong chiedendo di andarsene. Già ieri avevano spinto i giornalisti a lasciare il campo. L’operazione era programmata, così come la demolizione immediata delle tende, con delle ruspe. Era un’iniziativa attesa da settimane, c’era stata anche una comunicazione scritta”.

Turrini dice di non aver assistito a reazioni violente. “Ho visto momenti di assoluta normalità. Ieri i bambini giocavano e abbiamo distribuito dei peluche. Abbiamo cenato coi siriani, c’era gente che giocava a carte, che chiacchierava”. La calma sembra essere rimasta anche quando è cominciato lo sgombero vero e proprio.

Da lontano sembra difficile spiegare l’assenza di resistenza di queste migliaia di persone, che avevano resistito lì per mesi, sperando di continuare il loro viaggio. “All’inizio erano 15mila. Man mano che il tempo è passato, la gente si è resa conto che l’accordo Europa-Turchia era irrevocabile. Il sentimento comune è la rassegnazione”. Almeno metà delle persone che erano rimaste nel campo, spiega Turrini, erano bambini. C’erano molti cittadini siriani, curdi, iracheni e qualche afghano.

I migranti vengono portati in strutture allestite dalle autorità greche, in cui dovrebbero essere più assistiti ma meno liberi rispetto a Idomeni. “Sono sistemati in campi militari, di fatto centri di detenzione, ognuno da mille o duemila persone. Sono tutti nell’area di Salonicco, credo che siano oltre 20”.

Ascolta l’intervista a Gaetano Turrini

Gaetano Turrini

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“La gente non vuole i migranti”: falso

Quante volte i governi hanno giustificato la chiusura contro i migranti dicendo che la maggioranza dei cittadini era d’accordo? Questa affermazione generica è smentita da un sondaggio di GlobeScan, agenzia internazionale di consulenza strategica. La ricerca ha coinvolto 27mila persone in 27 Paesi del mondo: otto in Europa, altrettanti in Asia, sei in America, quattro in Africa e uno in Oceania.

L’80 per cento dei partecipanti dice che accetterebbe rifugiati nel suo Paese, il 47% nella sua città, il 32% nel suo quartiere. Una persona su dieci ne accoglierebbe uno in casa. I cittadini cinesi emergono come i più disponibili, seguiti da tedeschi e britannici. All’ultimo posto la Russia, l’unica nazione in cui oltre un terzo del campione si è espresso contro l’apertura dei confini. Il sondaggio non ha coinvolto l’Italia.

I risultati sono stati diffusi da Amnesty International, che li sintetizza così: “Le persone sono estremamente disposte a dare il benvenuto ai rifugiati e la retorica dei governi contrasta con gli orientamenti dell’opinione pubblica”. Secondo il portavoce dell’organizzazione per l’Italia, Riccardo Noury, “da questo sondaggio emerge una maggioranza silenziosa, ma inconfutabile. Persino i Paesi più provati dall’accoglienza dimostrano una sorprendente propensione all’apertura. I governi che si barricano dietro la propaganda anti-migranti dovrebbero rendersi conto che le loro popolazioni la pensano diversamente”.

Ascolta l’intervista a Riccardo Noury

Riccardo Noury

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