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Cosa c’è dietro le bombe di Foggia

Tre esplosioni davanti a negozi nel giro di una settimana. A Foggia è in corso una serie di intimidazioni contro le attività commerciali che continua da tempo, e che ha accelerato negli ultimi giorni. Ne abbiamo parlato con il sociologo pugliese Leonardo Palmisano. (altro…)

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    Andrea Monti
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“Fermare la partita non toccava all’arbitro”

Violenza ultrà, estrema destra e razzismo. Sono gli elementi che si sono incrociati la sera del 26 dicembre a San Siro, prima e durante Inter-Napoli, quando è morto Daniele Belardinelli e il calciatore Kalidou Koulibaly è stato vittima di cori razzisti. Le richieste di fermare la partita e poi il campionato non sono state ascoltate, e il dibattito pubblico è tornato a occuparsi di temi che finiscono al centro dell’attenzione solo quando avvengono fatti di questa gravità. Ne abbiamo parlato con due sociologi dello sport, Pippo Russo e Maurizio Marinelli.

Che idea vi siete fatti di quello che è successo?

Russo: Si tratta di accadimenti che purtroppo registriamo ciclicamente. Molto spesso avvengono quasi sotto traccia e non vengono rilevati dalle cronache, perché non lasciano dietro di loro degli episodi clamorosi. Ciò che merita di essere rimarcato è la banalizzazione di questo razzismo da stadio che ormai è entrato quasi nel corredo dei nostri weekend calcistici, un sottofondo difficilissimo da estirpare. Fermare la partita sarebbe stato un gesto forte e indispensabile. Non lo si è fatto ed è stata un’eccezionale occasione persa.

Marinelli: Questo episodio rappresenta quello che sta avvenendo nel mondo del calcio, una migrazione della violenza: questi gemellaggi, questa legge del beduino che continua a imperversare, anche a livello internazionale (la sera della tragedia a Milano c’erano anche ultrà del Nizza, ndr). Da tempo questo avviene perché c’è questo rapporto tra le tifoserie. Per quanto riguarda i cori contro i giocatori con la pelle scura, è vero che sono stati sottovalutati. L’articolo 62 delle norme organizzative della Figc parla chiaro in questo senso. Poi c’è il fatto che queste partite a rischio non dovrebbero essere giocate di sera, perché non si possono alzare gli elicotteri e fare dei controlli più accurati. Invece prevalgono gli interessi delle tv private, si vanno a cercare le partite da trasmettere piuttosto che guardare ai problemi di sicurezza.

Come si intreccia il razzismo negli stadi con quello nella società italiana in generale, in un contesto in cui i migranti sono il principale capro espiatorio preso di mira da chi governa?

Russo: Penso che lo stadio e le sue frange più radicali siano l’amplificazione di ciò che succede nella società. Le curve non possono che essere la rappresentazione di un clima imbarbarito che domina una società con una grande paura dell’altro, e con una rappresentanza politica che anziché provare a domare le paure le amplifica.

Per quanto riguarda la presenza dell’estrema destra nelle tifoserie italiane, cosa si può fare contro questo tipo di organizzazioni?

Marinelli: Questo tema è stato monitorato in passato e continua a esserlo. Il vero problema è la cultura dell’estrema destra, che porta a a cercare lo scontro violento e a inneggiare in questo modo contro i giocatori. Ci vuole un processo culturale, ma da troppo tempo si parla di fare qualcosa. Oggi perlomeno si dice che si sta facendo di tutto per reintrodurre l’educazione civica nelle scuole.

A proposito del fatto che la gara non è stata interrotta, Salvini ha detto che doveva essere l’arbitro a decidere. In realtà le norme organizzative della Figc assegnano questo potere al responsabile di pubblica sicurezza all’interno dello stadio, designato proprio dal ministero dell’interno…

Marinelli: Il comma 7 dell’articolo 62 lo dice chiaramente. È il funzionario di polizia che deve andare vicino al quarto uomo o all’assistente per chiedere la sospensione della gara.

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    Andrea Monti
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Figlia di due papà: a Roma il Comune dice sì

Figlia di due papà. Il Comune di Roma ha registrato all’anagrafe una bambina nata in Canada grazie alla gestazione per altri. Il fatto è importante anche perché è avvenuto senza bisogno di una sentenza del tribunale: i tecnici del municipio hanno accettato la domanda dei genitori in base a un verdetto che era già stato emesso sulla richiesta di un’altra coppia. Alexander Schuster è l’avvocato che ha seguito entrambi i casi.

Come è iniziata questa vicenda?

Lo scorso maggio una prima famiglia di papà ha chiesto al Comune di riconoscere il secondo padre ai loro tre bambini. Il municipio non ha dato seguito alla richiesta. Siamo andati in tribunale e abbiamo ottenuto una sentenza – la prima dopo Trento – di una corte d’appello, quella di Roma, che il 15 febbraio ha detto: “Il secondo papà di questi bimbi va riconosciuto”.

Nel frattempo lei stava lavorando anche per un’altra coppia di uomini…

Sì, stavo gestendo la registrazione in Italia del certificato di nascita canadese di una neonata. Gli uffici del Comune hanno fatto un ragionamento alla luce della sentenza di febbraio, e il 6 aprile abbiamo ottenuto il riconoscimento di entrambi i padri senza bisogno dell’ordine di un giudice.

Che conseguenze può avere questa decisione?

Questo primo atto di pieno riconoscimento “spontaneo” è l’inizio di una prassi importante nella capitale d’Italia, che è anche il Comune più grande del paese. Non c’è stato il coinvolgimento della sindaca, Virginia Raggi: si tratta di una valutazione dei funzionari del municipio, che alla luce di ragionamenti tecnici l’hanno considerata un atto dovuto.

Quello di Roma è l’unico caso?

No, diversi Comuni stanno ragionando in questo modo, arrivando alla stessa conclusione senza che ci sia stato l’intervento di un giudice. Questi bambini hanno diritto a vedersi riconosciuti entrambi i genitori, anche se tutti e due sono dei papà.

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    Andrea Monti
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Periferie di Milano: cosa sta facendo il Comune?

La povertà, i trasporti, la sicurezza. Sono solo alcuni dei temi che si intrecciano in una questione vasta, quelle delle periferie. A Milano il sindaco Giuseppe Sala ha nominato un delegato a occuparsene, Mirko Mazzali. Abbiamo fatto un punto con lui e con gli ascoltatori, provando a capire come sta lavorando il Comune nelle zone lontane dal centro storico.

Cosa state facendo?

Continuiamo a lavorare come abbiamo sempre fatto, ognuno con le sue competenze: chi segue la cultura fa cultura in periferia, chi si occupa di sport fa lo sport… un esempio di qualcosa in più è il recupero delle case sfitte. C’è anche un contatore sul sito del Comune, che indica quante vengono ristrutturate e riassegnate. Su questo fronte c’è un’accelerazione importante, perché persone che non avevano un alloggio potranno ottenerlo.

Un ascoltatore di via Padova si dice contento delle attività culturali, ma aggiunge che non bastano a soddisfare i bisogni di chi ci abita, e magari non è italiano…

Forse via Padova non è l’esempio più calzante, perché ci sono realtà associative ed è una delle zone più vive da questo punto di vista. Nei giorni scorsi abbiamo presentato la nuova edizione del bando periferie, che assegna contributi a progetti di “rigenerazione urbana”: spero serva anche a intercettare l’esigenza di coesione sociale, di cercare di integrare tutti i soggetti che abitano nella città.

Un’ascoltatrice di San Siro denuncia “mancanza di conoscenza e comprensione della povertà”, oltre a un “deserto di iniziative comunali e di associazioni” nel quartiere, dopo anni – dice – in cui se ne sono organizzate fin troppe…

Sulle iniziative ha ragione. Il nuovo bando periferie prevede la possibilità di partecipare anche per chi si attiva in quella zona. Sulla povertà ricordo che nei giorni scorsi c’è stato un accordo sulle morosità tra Comune e sindacati inquilini. Persone che magari avevano 4mila euro di debito se li vedranno abbattere: è un tentativo di intervenire sulla questione, e dimostra che questa giunta lo fa in modo incisivo.

Un tema cruciale è quello dei trasporti, dei collegamenti tra la periferia in cui si vive e il resto della città. Su questo cosa state facendo?

L’assessore Marco Granelli sta cercando di capire quali sono i problemi che riguardano alcuni municipi. Nel quartiere Adriano ci sarà un grosso lavoro sulla questione delle metrotranvie e dei collegamenti verso la metropolitana. È chiaro che il tema è importante soprattutto per gli anziani e per chi ha difficoltà a muoversi.

Un ascoltatore che vive vicino “alla famigerata via Gola” (parole sue) parla di famiglie che hanno occupato degli appartamenti “e non si comportano civilmente. Siamo vicini al naviglio leonardesco – aggiunge – e per due anni la spazzatura l’ho dovuta togliere io”…

Premesso che mi sembra difficile dire che via Gola è in periferia, lì c’è un tema di occupazione abusiva di case popolari e di attività di spaccio. Qualcosa è stato fatto e si può fare ancora molto, ma non è una zona terribile. Chi ci abita giustamente si lamenta, ma è anche bella: è vissuta, e in qualche misura le aree di questo tipo determinano situazioni “di pericolo”, di mancanza di sicurezza che non vanno sottovalutate.

Migliorare la situazione delle periferie può far bene anche a chi le amministra. Alle elezioni del 4 marzo la coalizione del Pd ha vinto in centro storico, ma si è piazzata sotto la destra in buona parte del resto della città…

Dove il centrosinistra è andato male, è andato molto male, ma in zone come Lambrate e Corvetto ha vinto. Erano elezioni nazionali e regionali, però è vero: complessivamente chi sta in periferia non ci ha premiato. Secondo me il punto è che chi non arriva a fine mese, chi non ha lavoro punisce chi governa. Fanno un ragionamento che è comprensibile: “chi dovrebbe risolvere i miei problemi a livello nazionale non lo ha fatto, quindi scelgo gli altri”. La valutazione del voto nelle periferie deve sicuramente tener conto anche dell’intervento politico locale, ma è un tema più complesso, più globale.

Ascolta una sintesi dell’intervista a Mirko Mazzali

sintesi mazzali

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25 novembre, in piazza contro la violenza maschile

Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. A Roma ci sarà una manifestazione organizzata da Non una di meno, la rete che un anno fa – secondo i suoi dati – portò in piazza oltre 250mila persone. L’appuntamento è alle 14 in piazza della Repubblica, per protestare e lanciare un piano femminista presentato nei giorni scorsi.

“In questo anno abbiamo costruito una piattaforma politica, delle possibilità per uscire dalla violenza maschile”, ci dice da Roma Simona Ammerata, che fa parte di Non una di meno. Il piano è un documento di 57 pagine che tocca molti aspetti, dall’educazione all’informazione, dalla salute ai diritti delle donne migranti. Il presupposto è uno: bisogna mettere in discussione cultura e rapporti sociali, e non trattare la questione come un fatto di “sicurezza”. Non basta, insomma, aumentare l’impegno della polizia e le pene per i colpevoli.

Ascolta l’intervista a Simona Ammerata

Simona Ammerata

Quante persone saranno in piazza stavolta? “Anche l’anno scorso non ne avevamo idea”, risponde Ammerata. “I mesi passati sono stati intensi, con decine e decine di mobilitazioni, e continueremo anche dopo questo sabato. Ci saranno altre piazze e altri momenti di discussione, quindi il confronto non ci spaventa”. Il corteo arriva sull’onda del dibattito nato da Harvey Weinstein, il produttore americano accusato di violenze da molte donne. “Ci sono due aspetti da tenere sullo stesso piano. Innanzitutto la diversità del modo in cui il tema è stato gestito in Italia, per esempio rispetto agli Stati Uniti. Lì si è aperto il vaso di Pandora, con licenziamenti, momenti di solidarietà, discussioni e approfondimenti. Qui invece, come sempre, c’è stato un approccio voyeuristico. Per fortuna c’è l’altro lato: finalmente queste vicende iniziano a uscire. Le donne non si sentono più sole, sentono di poter parlare di quello che succede sul posto di lavoro. Significa che la solidarietà femminista si sta facendo sentire”.

La scrittrice Giulia Blasi è tra le persone che hanno alimentato il dibattito in Italia, partecipando al lancio di un hashtag, #quellavoltache, con cui le donne sono state invitate a raccontare le molestie subite. Due giorni dopo ha iniziato a circolare #metoo, che ha raccolto tantissime storie a livello internazionale. Nel nostro paese a che punto è il racconto mediatico su questo tema? “Siamo più o meno in parabola discendente – dice Blasi. – Dopo una settimana di smarrimento, in cui i mezzi di comunicazione non capivano cosa stava succedendo, siamo tornati alla visione che definisco ‘del maschio bianco di mezza età’. Si cerca di minimizzare, di dire che si esagera… si prova a tornare all’ordine costituito, quello in cui le donne subiscono in silenzio”. Ma la discussione di queste settimane può essere l’inizio di un cambiamento? “Dipende da noi. Possiamo lasciarla morire, e non chiedere che i rapporti di potere siano veramente messi in discussione. Oppure possiamo continuare a parlarne. Ogni grande mutamento passa da momenti di infiammazione e di discesa, che però lascia una traccia. Su quella si può lavorare, anche chiedendo risposte alla politica”.

Ascolta l’intervista a Giulia Blasi

Giulia Blasi

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Costa Concordia, il ricordo del sindaco

Cinque anni fa naufragava la Costa Concordia. La nave andò a sbattere su uno scoglio all’isola del Giglio e morirono 32 persone. Per quella tragedia il comandante Francesco Schettino è stato condannato in appello a 16 anni, ma pochi giorni fa la procura generale di Firenze – che ne voleva 27 – ha chiesto l’annullamento della sentenza. Oggi le commemorazioni con il sindaco Sergio Ortelli, che guidava il Comune anche il 13 gennaio 2012.

Come ricorda quella notte?

Sono passati cinque lunghissimi anni e il ricordo dovrebbe essere più lieve. Invece è ancora forte. In questi giorni i familiari delle vittime continuano a chiamarmi e scrivermi, non solo per l’anniversario, ma anche per ricordare l’accoglienza della nostra popolazione. Ho ancora in mente lo sbarco sul molo, in particolare gli anziani e i bambini, molti bagnati e in preda al panico.

Quali sono le commemorazioni programmate?

È prevista una messa, poi una barca andrà a gettare una corona di fiori nel punto in cui la nave si incagliò. Lo schianto fece 32 vittime, a cui aggiungo un operaio morto durante i lavori successivi. Come tutti gli anni alle 21, 45 minuti e 7 secondi suoneranno le sirene, per ricordare il momento esatto del disastro.

I familiari delle vittime ci saranno?

Purtroppo no, perché le condizioni meteo non sono buone e gli ospiti che dovevano arrivare da fuori non potranno venire. Per questo ci sarà anche una messa sulla terraferma, a Porto Santo Stefano, nel comune di Monte Argentario. Quella notte la sua popolazione contribuì molto all’accoglienza dei sopravvissuti, come fecero anche gli abitanti di Orbetello e Capalbio.

Cosa è rimasto al Giglio di questa tragedia?

Sicuramente una ferita, perché un evento simile non si può cancellare. C’è anche un aspetto, però, che definisco positivo: essere riusciti a liberare l’area da una nave che pesava 112mila tonnellate, lasciando il mare perfettamente pulito. Credo che entro aprile finirà l’ultima fase, la sistemazione dei fondali. Poi restituiremo la zona al turismo e ai gigliesi.

Ascolta l’intervista a Sergio Ortelli

Sergio Ortelli

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    Andrea Monti
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“Mi hanno arrestato per il mio attivismo”

Rasul Jafarov è un avvocato azero di 32 anni. Impegnato per le libertà politiche e per quella d’espressione, nel 2014 è stato arrestato con accuse considerate false da tutte le principali ong per i diritti umani. Pochi mesi fa è stato liberato, sulla scia di una mobilitazione in suo appoggio. Lo abbiamo incontrato a Roma, a un evento organizzato da FNSI, Articolo 21 e associazione Re:Common.

Quali sono i problemi principali per i diritti umani nel suo paese?

Il più grosso è quello dei prigionieri politici. È facile finire nel mirino delle autorità. La libertà di associazione e quella di espressione sono molto ridotte. Il governo ha deciso di rendere la vita difficile alle ong, e di fatto oggi non ce ne sono di indipendenti. Abbiamo problemi anche per diritti come l’accesso all’educazione e alla sanità, ma quelli maggiori riguardano le libertà politiche e quella d’espressione.

Perché è stato arrestato nel 2014?

Per le mie critiche e per il mio attivismo. Penso che al governo non siano piaciute le campagne e i progetti a cui ho lavorato nei quattro anni precedenti la mia detenzione. Volevano isolarmi dalla società e impedirmi di continuare a fare ciò in cui ero impegnato. Lo stesso è successo ad altri. Il governo non ama chi è indipendente e lo critica.

Cosa può dirci sul periodo passato in carcere?

Ci sono stato un anno e otto mesi, da agosto 2014 a marzo 2016. In realtà non avrei dovuto restarci un solo giorno, perché la mia è stata una condanna illegale, basata su ragioni politiche. Anche la corte europea dei diritti umani lo ha confermato. Stare in prigione non è facile, soprattutto se sai di non aver commesso alcun crimine. Ho cercato di sforzarmi di essere positivo, leggevo libri e provavo a tenermi occupato. Ho apprezzato chi si è mobilitato per me, in Azerbaigian e all’estero, e alla fine sono stato liberato prima del previsto. Ero stato condannato a sei anni e tre mesi.

Chi l’ha aiutata e chi invece non lo ha fatto?

Quando sono stato arrestato alcuni colleghi e amici avevano paura di appoggiarmi, ma non posso criticarli: sono umani, provano delle emozioni e magari vedono le cose in modo diverso. Molte persone però mi hanno aiutato. Penso a organizzazioni come Amnesty International, Human Rights Watch e tante altre di diversi paesi, inclusa l’Italia. In Azerbaigian devo ringraziare i miei avvocati, i miei familiari, gli amici e i colleghi che non hanno avuto timore di aiutarmi.

Continuerà a lottare per i diritti umani?

Certamente. Quando sono stato liberato ho scritto un articolo su un giornale britannico, con altri colleghi che erano stati arrestati e sono stati rilasciati insieme a me. Abbiamo detto che proseguiremo le nostre attività per proteggere e promuovere i diritti umani. Crediamo di fare la cosa giusta e non smetteremo.

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“La manovra sarà promossa se l’Ue cambia politica”

La Commissione europea ha diffuso le sue valutazioni sulle leggi di bilancio degli Stati dell’Unione. L’Italia e altri cinque sono sotto osservazione perché le loro manovre potrebbero non rispettare le regole di Bruxelles. Il verdetto definitivo è atteso a inizio 2017, ma nel frattempo il commissario economico Pierre Moscovici ha usato parole concilianti verso il nostro Paese, riconoscendo che una parte importante delle spese aggiuntive previste dal governo è legata ai migranti e ai terremoti. Due questioni su cui le autorità europee potrebbero permettere sforamenti dei vincoli, almeno fino al referendum italiano sulla Costituzione.

“Quello della Commissione mi sembra un messaggio interlocutorio”, ci dice l’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco. “Si parla di problemi di copertura, di problemi soprattutto sul debito, ma erano cose che già si sapevano”. Un verdetto di questo tipo era atteso anche perché l’impressione è che a Bruxelles si voglia aspettare il voto del 4 dicembre. “Ovviamente, ma dato che lo stesso messaggio viene mandato anche ad altri Paesi, in Europa si può dire che non è così, che il trattamento è omogeneo. È evidente che una bocciatura esplicita rischiava di causare ripercussioni sulla popolarità del governo, e quindi sui risultati del referendum”.

Viene da pensare che dopo il 4 dicembre l’atteggiamento della Commissione potrebbe diventare più duro: se vince il Sì perché ormai sarà superato il rischio di una caduta di Renzi, se vince il no per evitare che chi guiderà il Paese lo porti lontano dai vincoli comunitari. “L’Europa è in una situazione delicata – riprende Visco. – Deve decidere cosa fare da grande: può cambiare linea o rischiare la deflagrazione. L’elezione di Trump pone grossi problemi alle prospettive europee. O siamo in grado di reagire o subiremo una diaspora”.

Sta dicendo che il verdetto finale sulla manovra italiana dipende dalla strategia complessiva che sarà decisa a Bruxelles? “Dico che a bocce ferme dovrebbe arrivare una bocciatura, ma l’evoluzione della politica può andare in altre direzioni. Il problema può essere accantonato perché si decide di cambiare politica”.

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Renzi in piazza contro la “vecchia guardia”

Alla manifestazione per il SI al referendum, a Roma in piazza del Popolo, uno degli applausi più sentiti per Matteo Renzi è arrivato quando ha attaccato la ‘vecchia guardia’: “Dicono che avrebbero fatto una riforma migliore, ma quando era il loro momento hanno solo discusso”. Poco prima il leader Pd aveva lanciato l’attesa, ennesima sfida all’Europa che rifiuta i migranti: “Porteremo a Bruxelles il barcone affondato che abbiamo recuperato”. Apertura del discorso dedicata ai 5 Stelle, tra una battuta sui frigoriferi e una stoccata dal cuore della città più importante che governano: “L’onestà non basta, bisogna risolvere i problemi”.

Davanti a Renzi una piazza del Popolo gremita nella prima metà, non nella seconda: tanta gente, ma lontana dai 50mila di cui si era parlato nei giorni precedenti. Età media abbastanza alta, anche se una fetta di giovani c’era.

Piazza del Popolo

In dubbio fino all’ultimo, e’ arrivato anche Gianni Cuperlo, uno dei leader della minoranza interna. “Ci sono per rispetto di questo popolo – ha detto ai nostri microfoni – ma se nei prossimi giorni Renzi non porta in Parlamento una nuova legge elettorale, non potrò votare si’ al referendum”.

Il confronto interno al partito riparte da qui.

Gianni Cuperlo

 

 

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“L’Europa faccia di più per i migranti”

A Lampedusa oggi commemorazioni per i tre anni dalla strage in cui morirono almeno 366 migranti. Un peschereccio affondò a mezzo miglio dalla costa e nelle settimane seguenti Enrico Letta lanciò Mare nostrum. L’operazione di soccorso non fu rinnovata dal governo di Matteo Renzi, ma i salvataggi nel Mediterraneo sono continuati, così come i naufragi.

“Quella strage, quella mattina, è stata veramente una tragedia immane – ci dice il medico Pietro Bartolo, che ha curato moltissimi migranti arrivati sull’isola. – È stato un giorno che ha segnato un po’ la vita dei lampedusani, penso anche quella degli italiani, e in modo particolare la mia. Ho dovuto assistere alle ispezioni su 366 corpi, 366 persone, ognuna con dietro le spalle una storia di sofferenze, di violenze”.

Queste morti, aggiunge Bartolo – che è stato anche protagonista del film Fuocoammare –  non devono essere avvenute invano. “Ci devono far riflettere, far capire che parliamo di persone come noi, da accogliere e aiutare. Malgrado gli sforzi fatti dall’Italia, ma anche da Frontex, purtroppo le stragi si ripetono. In questo piccolo tratto di mare i migranti continuano a morire per la malvagità dei trafficanti, che li imbarcano su gommoni fatiscenti. Forse l’Europa dovrebbe fare un piccolo sforzo ulteriore, andare a prendere queste persone ed evitare le morti di bambini e di donne, che fanno tanto male ai lampedusani, all’Italia e spero anche al mondo intero”.

Ascolta l’intervista a Pietro Bartolo

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Putin, Obama e l’eredità del presidente Usa

Un raddoppio degli sforzi nell’accoglienza dei migranti da parte di 50 paesi. Lo ha annunciato Barack Obama, parlando dei governi che hanno partecipato al vertice sui rifugiati guidato dal presidente americano. L’anno prossimo questi stati dovrebbero far entrare 360mila persone, di cui 110mila negli Stati Uniti, in cui entro fine 2016 ne sono attese 85mila.

Le dichiarazioni di Obama sono arrivate nel suo ultimo discorso da capo di stato davanti all’assemblea generale dell’Onu. Il presidente uscente ha parlato di migranti ma anche dell’altro protagonista dello scacchiere globale in questi anni, Vladimir Putin, accusandolo di voler recuperare “la gloria perduta” della Russia con la forza. Il confronto tra i due leader è uno dei punti principali da esaminare per valutare l’eredità politica di Obama.

“Io credo che il giudizio debba essere ambivalente – ci dice Mario Del Pero, che insegna storia e istituzioni delle Americhe all’università di Bologna. – Obama non lascia un paese più debole rispetto a otto anni fa, quando fu eletto la prima volta. Ci piace pensare che leader più spregiudicati come Putin lo abbiano messo in un angolo, ma non è così. La posizione di potenza degli Stati Uniti probabilmente si è consolidata”. D’altro canto, continua il professore, “Obama ha presieduto a una crisi umanitaria senza precedenti, quella seguita alla guerra civile siriana. Il fallimento nella gestione di questa situazione è un fallimento di leadership americana, e quindi del presidente e della sua politica estera”.

Ascolta l’intervista a Mario Del Pero

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Piacenza, morire durante un picchetto

A Piacenza un lavoratore è morto travolto da un tir durante un picchetto davanti all’azienda di logistica Gls. Era iscritto al sindacato Usb, che accusa il camionista di aver forzato il blocco. È successo intorno a mezzanotte. L’autista è stato portato in questura.

Riccardo Germani fa parte dell’Usb e ci ha detto di essere arrivato sul posto poco dopo la morte del lavoratore. “La Gls non voleva rispettare un accordo sulla riassunzione di due persone licenziate e sulla stabilizzazione di numerosi precari. Per questo il presidio si è trasformato in un picchetto”. Germani lancia un’accusa pesante, non contenuta in un comunicato diffuso dal sindacato: “Un dirigente dell’azienda – ci dice – è uscito incitando il camionista a forzare il blocco. Lui l’ha fatto e ha ucciso un uomo di 53 anni, un lavoratore egiziano che lascia cinque figli e stava difendendo i diritti di tutti. Erano decenni che non si moriva davanti ai cancelli di un luogo di lavoro in questo modo”.

La nota dell’Usb non parla del dirigente che avrebbe incitato il camionista a passare, ma conferma la forzatura del blocco. I manifestanti sono lavoratori della Seam, una ditta in appalto della Gls. Il comunicato denuncia anche una condizione “insostenibile” dei lavoratori della logistica: “Violenza, ricatti, minacce, assenza di diritti e di stabilità sono la norma inaccettabile in questo settore”.

Ascolta l’intervista a Riccardo Germani

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Online senza consenso, cosa dice la legge

La procura di Napoli Nord indaga sul caso di Mugnano, dove una donna si è uccisa dopo la diffusione di alcuni suoi video hard su Internet. I filmati erano stati pubblicati senza consenso e avevano scatenato messaggi di insulti online contro la 31enne. Lei aveva reagito avviando le procedure per cambiare cognome e trasferendosi per un periodo in Toscana. Qualche giorno fa aveva ottenuto una sentenza per la rimozione delle immagini.

“Per la mia esperienza il reato che si configura in situazioni come questa è la diffamazione”, ci dice Francesca Garisto, avvocata e vicepresidente della Casa delle donne maltrattate di Milano. La legale non ha seguito direttamente questa vicenda, ma si è occupata di casi simili.

“Parliamo anche di una diffamazione aggravata, ovvero a mezzo stampa, perché la diffusione con mezzi informatici ha la stessa insidiosità. Non mi risulta che esista una normativa specifica, che tenga conto della gravità e dell’attualità del problema. Penso proprio che sarebbe buona cosa farci una riflessione, perché sta diventando un fenomeno di un’aggressività e una violenza così invasive che non possiamo voltarci dall’altra parte”.

Per le vittime non è facile far rimuovere i video da Internet. “Normalmente ci si riesce ma i tempi sono lunghi, e non è semplice individuare subito chi ha pubblicato le immagini. Purtroppo con una buona conoscenza della Rete ci si può nascondere molto bene”.

Ascolta l’intervista a Francesca Garisto

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Croazia, libertà di stampa sotto attacco

L’11 settembre elezioni politiche in Croazia, dopo la caduta del governo di centrodestra eletto solo lo scorso anno. La coalizione di centrosinistra è data in leggero vantaggio e l’ago della bilancia potrebbero i centristi di Most, un partito nato pochi anni fa e decisivo per l’esito del voto del 2015. La maggioranza che ne è uscita ha avuto vita breve, ma sufficiente per approvare provvedimenti preoccupanti per la libertà di stampa. Il governo ha tagliato i fondi per le testate indipendenti e cambiato i vertici della tv pubblica, con licenziamenti che sono stati definiti politici. Ce ne parla Saša Leković, presidente dell’associazione dei giornalisti croati. L’intervista fa parte del progetto European Centre for Press and Media Freedom, a cui contribuisce Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa.

Tre anni fa la Croazia entrava nell’Unione europea. Oggi i media del paese stanno meglio o peggio?

Per poter aderire alla Ue dovevamo metterci in regola da diversi punti di vista, compresa la libertà di stampa. In effetti lo abbiamo fatto, ma da quando siamo entrati le cose sono cambiate. Ora abbiamo molti più problemi di prima. In pochi anni circa 800 miei colleghi hanno perso il lavoro, anche per colpa della crisi, e il governo che si è insediato a gennaio ha fatto molte cose negative per i giornalisti.

Le istituzioni europee reagiscono in qualche modo?

La Croazia non è l’unico paese dell’Unione che ha problemi con la libertà dei media. Pensiamo alla Polonia e all’Ungheria, per esempio. I commissari e gli ufficiali di Bruxelles a volte dicono parole forti sui comportamenti dei governi, ma la cosa finisce più o meno lì. Abbiamo sottoposto i nostri problemi agli europarlamentari croati. Siamo in contatto anche con le federazioni internazionali dei giornalisti, che hanno scritto al presidente della repubblica, a quello del parlamento e al ministro della cultura. Nessuno ha risposto.

La vostra mobilitazione ha avuto qualche altro effetto?

Penso che un risultato si sia visto durante questa campagna elettorale. Per la prima volta i partiti hanno inserito i problemi dei media nei loro programmi, usando il nostro stesso linguaggio. Naturalmente non siamo sicuri che chi vincerà cercherà davvero di cambiare le cose in meglio, ma stiamo provando a costringerli a farlo.

Lei ha fondato il Centro di giornalismo investigativo di Zagabria. Che problemi ci sono in questo settore specifico?

Le difficoltà dei giornalisti investigativi si assomigliano ovunque. Quando i proprietari dei media devono licenziare qualcuno, loro sono i primi. In Croazia, come in altri paesi ex jugoslavi, pesa la mancanza di una lunga esperienza di democrazia. A volte il pubblico non capisce l’importanza di questo settore, e c’è chi lo distorce per rivelare segreti contro qualcuno, magari su pressione politica.

Ascolta l’intervista a Saša Leković

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Strage di donne nel Mediterraneo

Potrebbe essere stato un miscuglio di acqua e benzina a uccidere le 22 persone trovate morte su un gommone nell’ennesimo naufragio. Possibile che siano rimaste soffocate, ustionate, forse anche schiacciate dalla calca. Insieme a loro c’erano centinaia di sopravvissuti, recuperati nel canale di Sicilia dalla nave Aquarius, gestita da Medici senza frontiere e da Sos Méditerranée.

Jens Pagotto è capomissione della prima organizzazione e responsabile operazioni della nave, che ha preso a bordo anche i corpi delle vittime. “Ventuno di loro erano donne – racconta –. Non è ancora chiaro cosa sia successo esattamente, ma l’impressione è che fossero ammassate al centro della barca, forse nella convinzione che lì sarebbero state più al sicuro. Poi però sul fondo si sono accumulate molta acqua e molto carburante. Sembra che alcune persone abbiano iniziato a sentirsi male e che a bordo ci sia stato un po’ di panico. La maggioranza dei superstiti era coperta di benzina, molti erano in pessime condizioni”. Una parte è svenuta e si è ripresa dopo i soccorsi.

Quando abbiamo sentito Pagotto, Aquarius era diretta verso nord, per portare i migranti a Trapani. “Molti arrivano dalla Nigeria, dalla Guinea o da altri stati dell’Africa occidentale. Ora servirà tempo per identificare i morti. Con loro c’erano 104 sopravvissuti, che abbiamo caricato sulla nave insieme a 105 superstiti di un’altra traversata. Il primo gruppo è molto traumatizzato. Alcuni hanno perso le loro mogli, o le loro madri”.

Ascolta l’intervista a Jens Pagotto

Jens Pagotto

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“Abbiamo trovato centinaia di migranti”

Oggi la Marina Militare tiene una conferenza stampa per fare il punto sul recupero dei corpi dal peschereccio affondato nel canale di Sicilia il 18 aprile 2015. Nei mesi scorsi il relitto è stato agganciato e a inizio luglio è cominciata l’estrazione dei resti delle vittime. José Sudano ha partecipato alle operazioni da coordinatore regionale dei vigili del fuoco della Cgil.

“Dentro l’imbarcazione c’erano moltissimi corpi – ci dice -. Nei mesi scorsi si è parlato di almeno 700 persone a bordo. Non dico quante ne abbiamo recuperate, perché non mi compete e perché in parte questo dato non è esattamente definibile. Di sicuro abbiamo trovato diverse centinaia di cadaveri”.

Ascolta José Sudano ai microfoni di Andrea Monti

Il numero delle vittime

Chiediamo al vigile cosa ha visto quando è entrato nel relitto. “Ci sono elementi identificativi facilmente intuibili: capisci se un indumento era indossato da un adulto, se un accessorio apparteneva a una donna… Percepisci l’odore, direi la puzza della disperazione, ma non è uno scenario da barca degli orrori, come qualcuno ha detto. Si tratta di persone come noi”. Un obiettivo dell’operazione è dare un nome alle vittime. “Da inizio anno sulle coste siracusane sono sbarcati 70mila migranti. Il punto è andare oltre i numeri, riuscire a ricostruire le identità, le storie. Noi vigili siamo consapevoli di aver contribuito a far sì che questo succeda per il maggior numero possibile delle persone che erano sul peschereccio. La gente deve sapere chi erano”.

Ascolta José Sudano ai microfoni di Andrea Monti

Nessuna barca degli orrori

L’impressione è che nelle parole di Sudano ci sia il senso profondo di questo recupero. “Se tutti potessero vedere le cose coi propri occhi, il mondo sarebbe diverso. Non dico assistere a quello che abbiamo fatto, ma avere un contatto il più possibile diretto. Spero che il relitto non sia distrutto e abbia una collocazione museale. Quando tocchi le situazioni con mano la prospettiva cambia. Ti rendi conto che sei di fronte a persone come te e che sei solamente molto più fortunato perché sei nato in un posto differente”.

Ascolta José Sudano ai microfoni di Andrea Monti

Il senso dell’operazione

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Permessi di soggiorno, sì ai risarcimenti

Dal tribunale di Milano è arrivata una nuova bocciatura per la tassa sul permesso di soggiorno introdotta dal governo nel 2011. La prima sezione civile ha condannato il ministero dell’interno, quello dell’economia e la presidenza del consiglio a risarcire sei cittadini stranieri. L’imposta era già finita nel mirino della magistratura.

Alberto Guariso fa parte dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) ed è uno degli avvocati che hanno seguito il caso. “L’anno scorso – ci dice – la Cgil aveva fatto ricorso al Tar del Lazio, che ha rinviato la questione alla corte di giustizia europea. I giudici comunitari hanno confermato che l’importo fissato è esagerato. Il governo avrebbe dovuto approvare un nuovo decreto per ridurre la tariffa, ma non lo ha fatto”.

Un problema legato a questa vicenda è quello della restituzione dei soldi agli stranieri che hanno pagato troppo. “La Corte europea ha stabilito che la somma richiesta era eccessiva, ma non ha precisato di quanto. Per risolvere la questione ci siamo rivolti al Tribunale di Milano. Il giudice ha condannato a risarcire e ha preso come parametro i 27 euro per il permesso di soggiorno elettronico. Il governo dovrà pagare la differenza a chi ha versato di più: in certi casi si tratta di centinaia di euro”.

Al di là delle persone direttamente coinvolte nella causa di Milano, l’avvocato dice di temere che a Roma non siano autorizzati altri rimborsi senza passare da un magistrato. Guariso dice anche che la tariffa decisa nel 2011 continua a venire applicata, in attesa che il governo indichi il nuovo importo. Potrebbe farlo spinto da questa sentenza, anche se magari il provvedimento varrà solo per il futuro e non prevederà risarcimenti per chi ha già pagato.

Ascolta l’avvocato Alberto Guariso

Alberto Guariso

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“Escludo risarcimenti dal governo”

Decine di migliaia di persone che hanno visto crollare il valore delle loro azioni. Il caso della Banca Popolare di Vicenza è riemerso dopo il suicidio di Antonio Bedin, un pensionato che aveva investito circa mezzo milione. La vicenda dell’istituto di credito ricorda quella dei quattro salvati a novembre dal governo: cittadini che dicono di non essere stati informati correttamente e accuse sulla vigilanza di Consob e Bankitalia.

In due anni il valore di una singola azione della Popolare è crollato da 62 euro a 10 centesimi. In mezzo c’è stata un’ispezione della Banca centrale europea. “La Bce ha accertato che agli investitori venivano fatti firmare documenti non adeguati al loro profilo di rischio”, ci dice l’avvocato Renato Bertelle, che guida l’associazione degli azionisti dell’istituto. Il meccanismo sarebbe stato applicato a decine di migliaia di persone che hanno comprato titoli della Popolare.

I piccoli soci sono i più disastrati – spiega Bertelle. – Il pensionato che si è ucciso non andava al bar, non spendeva, non faceva le ferie. Metteva via i soldi per la propria sicurezza e ha visto azzerati i risparmi di una vita. Lo stesso è successo a tanti come lui. Si va da chi possedeva 100 azioni a chi ne aveva acquistate per centinaia di migliaia di euro. Al momento le denunce presentate a Vicenza sono 1.500, di cui più di 200 seguite da me”.

Secondo l’avvocato l’unico modo per provare ad avere indietro i soldi è proprio andare in tribunale. Il governo è intervenuto sulle perdite di chi aveva comprato obbligazioni dalle banche salvate a novembre, ma stavolta sembra più difficile che succeda. “La situazione di quei quattro istituti era diversa, perché erano falliti. Nel caso della Popolare un risarcimento deciso dalla politica è vietato dalla Bce, nonostante in passato lo abbia consentito in Germania”.

Ascolta l’intervista a Renato Bertelle

Renato Bertelle

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Sgombero a Idomeni, la testimonianza

Alcune migliaia di persone se erano andate nelle scorse settimane. Altre erano ancora lì, a Idomeni, in attesa di entrare in Macedonia. Nelle scorse ore la polizia greca ha avviato lo sgombero definitivo, con pullman inviati sul posto per portare via i migranti.

“Siamo stati fra gli ultimi volontari a uscire – racconta Gaetano Turrini, presidente della onlus Speranza-Hope for Children. – Nella notte la polizia ha iniziato a bussare alle strutture delle ong chiedendo di andarsene. Già ieri avevano spinto i giornalisti a lasciare il campo. L’operazione era programmata, così come la demolizione immediata delle tende, con delle ruspe. Era un’iniziativa attesa da settimane, c’era stata anche una comunicazione scritta”.

Turrini dice di non aver assistito a reazioni violente. “Ho visto momenti di assoluta normalità. Ieri i bambini giocavano e abbiamo distribuito dei peluche. Abbiamo cenato coi siriani, c’era gente che giocava a carte, che chiacchierava”. La calma sembra essere rimasta anche quando è cominciato lo sgombero vero e proprio.

Da lontano sembra difficile spiegare l’assenza di resistenza di queste migliaia di persone, che avevano resistito lì per mesi, sperando di continuare il loro viaggio. “All’inizio erano 15mila. Man mano che il tempo è passato, la gente si è resa conto che l’accordo Europa-Turchia era irrevocabile. Il sentimento comune è la rassegnazione”. Almeno metà delle persone che erano rimaste nel campo, spiega Turrini, erano bambini. C’erano molti cittadini siriani, curdi, iracheni e qualche afghano.

I migranti vengono portati in strutture allestite dalle autorità greche, in cui dovrebbero essere più assistiti ma meno liberi rispetto a Idomeni. “Sono sistemati in campi militari, di fatto centri di detenzione, ognuno da mille o duemila persone. Sono tutti nell’area di Salonicco, credo che siano oltre 20”.

Ascolta l’intervista a Gaetano Turrini

Gaetano Turrini

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“La gente non vuole i migranti”: falso

Quante volte i governi hanno giustificato la chiusura contro i migranti dicendo che la maggioranza dei cittadini era d’accordo? Questa affermazione generica è smentita da un sondaggio di GlobeScan, agenzia internazionale di consulenza strategica. La ricerca ha coinvolto 27mila persone in 27 Paesi del mondo: otto in Europa, altrettanti in Asia, sei in America, quattro in Africa e uno in Oceania.

L’80 per cento dei partecipanti dice che accetterebbe rifugiati nel suo Paese, il 47% nella sua città, il 32% nel suo quartiere. Una persona su dieci ne accoglierebbe uno in casa. I cittadini cinesi emergono come i più disponibili, seguiti da tedeschi e britannici. All’ultimo posto la Russia, l’unica nazione in cui oltre un terzo del campione si è espresso contro l’apertura dei confini. Il sondaggio non ha coinvolto l’Italia.

I risultati sono stati diffusi da Amnesty International, che li sintetizza così: “Le persone sono estremamente disposte a dare il benvenuto ai rifugiati e la retorica dei governi contrasta con gli orientamenti dell’opinione pubblica”. Secondo il portavoce dell’organizzazione per l’Italia, Riccardo Noury, “da questo sondaggio emerge una maggioranza silenziosa, ma inconfutabile. Persino i Paesi più provati dall’accoglienza dimostrano una sorprendente propensione all’apertura. I governi che si barricano dietro la propaganda anti-migranti dovrebbero rendersi conto che le loro popolazioni la pensano diversamente”.

Ascolta l’intervista a Riccardo Noury

Riccardo Noury

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Se la Cina “diventa” economia di mercato

Il parlamento europeo ha detto no, ma nei prossimi mesi le cose potrebbero cambiare. Il tema è il riconoscimento della Cina come economia di mercato: uno status che le permetterebbe di esportare più facilmente nel nostro continente. Il voto dell’assemblea di Strasburgo è un segnale alla commissione di Bruxelles, che entro fine anno dovrebbe fare la sua proposta in materia.

“Se le autorità di Pechino otterranno un sì potranno invadere ancora di più i nostri mercati”, conferma Mario Deaglio, professore esperto di economia internazionale. “La questione riguarda soprattutto beni di larghissimo consumo, che per un certo periodo potrebbero essere venduti a prezzi più bassi dei loro costi, con l’obiettivo di sfondare ai danni della concorrenza. Questo fa molta paura alle nostre imprese attive nei settori coinvolti”. Tra i più colpiti potrebbe esserci quello tessile, ma anche la siderurgia. A marzo la produzione cinese di acciaio ha toccato livelli record e c’è stato un forte aumento delle esportazioni.

Nel 2001 l’organizzazione mondiale del commercio ha accolto la Repubblica Popolare a condizione che entro 15 anni diventasse un’economia di mercato. “I requisiti necessari per ottenere questo status sono sempre un po’ vaghi – dice Deaglio. – Quelli europei sono più stringenti, mentre gli americani tendono a essere di bocca buona quando si tratta di fare affari. Ci sono norme di concorrenza che la Cina ha una certa difficoltà a rispettare. Un esempio è la copiatura di prodotti su larga scala: hanno approvato una legge per eliminarla, ma è nel costume della gente. Poi c’è il problema degli aiuti di stato. Molte grandi imprese cinesi sono pubbliche, alcune addirittura dell’esercito”.

La scelta su cui le istituzioni europee stanno discutendo è politica, oltre che tecnica. “L’indicazione del parlamento di Strasburgo – prevede Deaglio – potrebbe non essere seguita dalla commissione, che teme la reazione cinese di fronte a un rifiuto dello status di economia di mercato. Le autorità di Pechino potrebbero aumentare gli ostacoli alle possibilità di azione delle nostre aziende nel loro paese”. Dove sono presenti già migliaia di imprese italiane.

Ascolta Mario Deaglio sugli effetti del riconoscimento della Cina come economia di mercato

Mario Deaglio

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Capacchione: “Una saldatura inquietante”

L’attendibilità delle sue dichiarazioni è da verificare, ma un collaboratore di giustizia vicino alla Sacra Corona Unita dice che il tritolo sequestrato nei giorni scorsi nel Barese doveva uccidere il procuratore capo di Napoli. Il magistrato Giovanni Colangelo vive in Puglia, a Gioia del Colle, e lì poteva avvenire l’attentato.

Il collaboratore sostiene di essere entrato in contatto con uomini della camorra quando era già in carcere, a fine 2015. Da loro avrebbe avuto notizia di un possibile agguato al procuratore. “Non ho elementi per dire se sia attendibile e credo che li abbiano solo i magistrati che se ne occupano”, ci dice Rosaria Capacchione, parlamentare Pd in commissione antimafia sotto scorta per le minacce della camorra. “Mi sembra molto inquietante la saldatura tra i clan napoletani e la Sacra Corona Unita, un’alleanza già registrata in passato, all’epoca di Raffaele Cutolo. Evidentemente ci sono canali che sono stati riattivati”.

Colangelo guida la procura di Napoli esattamente da quattro anni. Negli scorsi mesi in città è scoppiata quella che Capacchione definisce “una guerra feroce, con omicidi ripetuti. In quello che sta succedendo non c’è un minimo di raziocinio, nemmeno di tipo criminale, e in una situazione simile è possibile qualunque cosa. Una stagione così si era vissuta qualche anno fa in provincia di Caserta, ai tempi di Giuseppe Setola, quando l’avanguardia guerrafondaia della camorra casalese fece molti morti”. Ora ci sono clan di giovanissimi, nuove leve dei gruppi storici o esponenti di formazioni organizzate da poco che hanno in mano veri e propri arsenali. “Colangelo ha denunciato il pericolo legato a queste bande più volte, anche in commissione antimafia”. La sua azione di coordinamento investigativo, dice la senatrice, ha portato risultati eccellenti: un’efficienza che può essere legata al presunto attentato in preparazione.

Chiediamo a Capacchione se finora la risposta governativa è stata adeguata alla situazione. “L’apparato repressivo è già piuttosto solido. Abbiamo leggi molto severe sul contrasto della criminalità organizzata. Si può lavorare su ordine pubblico, gestione degli uomini e presidio del territorio, ma fino a un certo punto. Penso che una risposta esclusivamente giudiziaria alla fine serva a poco, anche perché inevitabilmente arriva sempre dopo. Investimenti molto seri sul sociale potrebbero essere più d’aiuto, quantomeno per creare una frattura tra frange criminali e resto della popolazione”. La senatrice cita come esempio positivo l’apertura delle scuole al pomeriggio. Nei giorni scorsi il governo ha annunciato un finanziamento di quattro milioni e 100mila euro per gli istituti napoletani che non vogliono chiudere durante la prossima estate.

Ascolta l’intervista a Rosaria Capacchione

Rosaria Capacchione

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“No alla chiusura delle 350 filiali Mps”

Il Monte dei Paschi di Siena ridurrà il suo organico di 2.500 unità entro il 2018. Lo ha detto l’amministratore delegato, Fabrizio Viola, parlando anche di altri 5.500 posti già eliminati e della volontà di chiudere 350 filiali. In tutta Italia al momento gli sportelli del gruppo sono migliaia.

“Nel Montepaschi non ci sono mai stati licenziamenti – ci dice Lando Maria Sileoni, segretario generale del sindacato Fabi. – Molto probabilmente ci saranno 2.500 pre-pensionamenti o pensionamenti volontari. Non abbiamo mai accettato quelli obbligatori, quando gli istituti di credito hanno cercato di farli passare”. Lo stesso, aggiunge Sileoni, vale per i 5.500 posti che la banca senese dice di aver già tagliato. “Abbiamo sempre respinto i licenziamenti tout court, in tutti i gruppi del credito”. Diverso il discorso sulla chiusura delle filiali. “In questo caso siamo in netta controtendenza con le politiche dell’azienda. In generale diciamo no all’eliminazione di sportelli. Quelli del Montepaschi sono tanti: i 350 di cui parla Viola non sono una percentuale significativa, ma lo diventano se aggiungiamo le agenzie chiuse dall’istituto negli scorsi sei anni”.

Chiediamo al sindacalista come sta oggi la banca senese. “Dopo la gestione dissennata e pessima degli ultimi 20 anni, noi e la Cgil di categoria pensiamo che quella di Fabrizio Viola sia stata importante, intelligente e lungimirante dal punto di vista tecnico. Lo stesso si può dire per il periodo in cui il manager era affiancato ad Alessandro Profumo. Purtroppo per rimediare ai danni legati al passato servirà ancora molto tempo”.

Ascolta l’intervista a Lando Maria Sileoni

Lando Maria Sileoni

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Macedonia, due settimane di proteste

In Macedonia da due settimane ci sono manifestazioni contro il presidente Gjorge Ivanov. Il motivo è la sua decisione di graziare un gruppo di politici coinvolto in uno scandalo di intercettazioni telefoniche illegali. Già l’anno scorso l’opposizione ha denunciato uno spionaggio di massa e a inizio giugno ci saranno le elezioni anticipate.

“I cittadini sono arrabbiati e vanno in strada ogni giorno in tutto il paese”, ci dice Sead Rizvanovic, giornalista della tv macedone 24 Vesti. “Chiedono al capo dello stato di annullare l’amnistia e dimettersi. Nei primi giorni ci sono stati alcuni incidenti. Negli ultimi dieci giorni, invece, le proteste sono state pacifiche. Va detto che ci sono anche contro-manifestazioni, organizzate dal governo. Il rischio è che ci sia qualche problema tra i due schieramenti”.

Durante le proteste sono state bruciate foto del presidente. In città è anche arrivata una delegazione dell’Unione europea. “Ivanov potrebbe lasciare, ma non credo che sia probabile. La pressione internazionale, che è crescente, punta a fargli cancellare l’amnistia. Penso che questo potrebbe succedere”. Chiediamo a Rizvanovic se nel paese la democrazia è a rischio. “Ormai viene demolita da diversi anni. Lo dicono tutti i rapporti internazionali credibili, come quelli della Ue, del dipartimento di stato americano e delle organizzazioni di giornalisti. La grazia decisa dal presidente è solo uno degli ultimi passi in questa direzione”.

Ascolta il giornalista Sead Rizvanovic

Sead Rizvanovic

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“Legittima difesa, serve cautela”

Nei giorni scorsi l’aula della camera ha rinviato in commissione una legge che amplia i confini della legittima difesa. Il provvedimento sembra slittare, ma una stretta sul tema resta possibile. La vuole soprattutto la Lega, a partire da casi di cronaca che coinvolgono chi spara a ladri entrati in case o negozi. Ai nostri microfoni il magistrato Luca Pistorelli, consigliere della cassazione, invita alla cautela su possibili modifiche alle norme in materia.

Cosa dice al momento la legge?

L’articolo 52 del codice penale, che prevede la legittima difesa, è stato cambiato nel 2006. I confini di applicazione sono stati ampliati, ma senza permettere un uso indiscriminato delle armi in caso di violazione del domicilio o in un luogo parificato, come un locale commerciale. Per avvalersi della legittima difesa servono dei presupposti: per esempio non bisogna essersi messi volontariamente in pericolo e non ci dev’essere la possibilità di evitarlo senza commettere un reato.

Cosa pensa del dibattito in corso?

Su questo terreno sia chi fa le leggi sia chi le applica deve muoversi con cautela. La legittima difesa è quasi un diritto naturale: i confini di applicazione si sono sedimentati in periodi lunghi e sono stabili. Ogni modifica pensata per una fattispecie specifica rischia di ripercuotersi su un’altra serie di casi in modo devastante. Mi sembra che spesso il dibattito sia innescato da casi di cronaca che comunque non potrebbero rientrare nel concetto di legittima difesa, se non con forzature o ampliando i confini in modo pericoloso.

Può farci un esempio?

Se subisco un’aggressione a casa mia e sparo al ladro mentre scappa, non potrò mai avvalermi della legittima difesa. In alcuni casi si è ipotizzato di ampliare i confini della norma fino a questo punto, ma in questo modo si interverrebbe su principi intoccabili di civiltà giuridica, e si darebbe al cittadino l’impressione che debba difendersi da solo. A quel punto l’imbarbarimento della vita comune è dietro l’angolo. Non entro nel merito delle scelte politiche, ma ogni modifica di questa norma va fatta con grandissima misura.

Altrimenti cosa può succedere?

La legittima difesa entra in gioco non solo in casi che attirano l’attenzione mediatica, ma viene evocata tutti i giorni nei processi. Per esempio penso ai litigi tra vicini che finiscono alle mani. Lo spettro applicativo è molto ampio, ed è pericoloso toccare meccanismi che si sono stabilizzati nei decenni, trovando un equilibrio tutto sommato razionale. Non dico che il legislatore non possa ampliare i margini della legittima difesa, ma bisogna interrogarsi a fondo sulle conseguenze. Il rischio è creare sacche di impunità per comportamenti illeciti, ma soprattutto innescare un imbarbarimento della vita della comunità che può proseguire in modo imprevedibile.

Ascolta una sintesi dell’intervista a Luca Pistorelli

Luca Pistorelli

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“Bene la commissione d’inchiesta”

Venticinque anni fa nel mare davanti a Livorno morivano 140 persone. Il traghetto Moby Prince, appena partito dalla città toscana e diretto a Olbia, si schiantò contro una petroliera. Scoppiò un incendio che uccise tutte le persone a bordo del traghetto, tranne un mozzo. I processi seguiti alla strage non hanno portato a una verità accettata dai familiari delle vittime.

L’anno scorso è stata istituita una commissione parlamentare d’inchiesta. “Sta lavorando molto bene – ci dice Angelo Chessa, figlio del comandante del Moby Prince e presidente dell’associazione 10 aprile. – Emergono fatti importanti, di cui noi siamo convinti da 25 anni. I giudizi netti della commissione su diversi aspetti confermano che avevamo ragione in pieno”. Uno dei punti di cui parla Chessa è il tempo di sopravvivenza delle persone che erano sul traghetto. “Si tratta di diverse ore e non di pochi minuti, come invece dissero i periti del tribunale di Livorno. Ricordiamo che il suo presidente è stato condannato in via definitiva per corruzione, per delle villette all’Elba. Immaginiamoci cosa possa essere successo per gli interessi legati al Moby Prince”.

Chiediamo al figlio del comandante qual è la sua idea personale sulla strage. “Credo che quella sera si siano incrociati molti interessi. Innanzitutto quelli dello Stato: la petroliera Snam-Eni stava facendo qualcosa che non doveva fare ed era ancorata in un luogo in cui non doveva essere. Poi c’è l’armatore del traghetto, che un anno dopo fu protagonista di un aumento di capitale di 20 miliardi di lire. Nessuno ha indagato su questo, nonostante lo chiedessimo con forza. Infine penso al ministero della difesa, perché quella notte la rada di Livorno fu data in mano agli americani, che con sette navi piene di armi facevano i comodi loro”.

Ascolta l’intervista ad Angelo Chessa

Angelo Chessa

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Trapattoni: “Sono un ragazzo fortunato”

Da calciatore ha vinto tutto con il Milan negli anni Sessanta. Da allenatore è andata ancora meglio: sette scudetti in Italia, tre trionfi in campionati stranieri, almeno un successo in tutte le coppe internazionali. Giovanni Trapattoni ha compiuto da poco 77 anni. Ora fa il commentatore tv, con lo stile che gli è abituale: schietto e genuino, a volte un po’ sopra le righe. Nei giorni scorsi è stato attaccato per qualche parolaccia durante una telecronaca Rai. Ai nostri microfoni parla della sua carriera, che potrebbe non essere ancora finita.

C’è una delle sue vittorie a cui è particolarmente affezionato?

“Direi quelle in Germania, con il Bayern Monaco. Forse sono stato il primo tra i miei colleghi a espatriare. Dà soddisfazione imparare una lingua nuova e conoscere bene un calcio che era dominante, insieme a quello inglese”.

Di solito chi vince è antipatico a chi perde, almeno in Italia. Lei ha sempre avuto simpatizzanti anche tra i tifosi avversari. Come se lo spiega?

“Dovrebbe chiederlo a chi ha stima e affetto per me. Penso di aver mantenuto sempre i piedi per terra e mi ritengo un ragazzo fortunato, che ha avuto successo anche grazie a questo aggettivo”.

Parliamo di rimpianti, dei quattro anni in cui ha allenato l’Italia. La squadra era forte e lei abituato a vincere, ma i trionfi non arrivarono. Perché?

“Il calcio offre sorprese, errori a volte personali e a volte causati da altri. In quella circostanza a sbagliare fu un arbitro che poi è stato smascherato. Diciamo che fu lusingato da soldi stranieri. Per questo giudicò una partita a senso unico, facendocela perdere (parla dell’arbitro Moreno e dell’eliminazione ai mondiali del 2002, ndr)”.

Tra pochi mesi Antonio Conte abbandonerà la panchina azzurra. Chi vedrebbe bene al suo posto?

“I giovani tecnici italiani che guidano squadre importanti sono tutti bravi. Il nome che mi sento di fare è Gian Piero Gasperini. L’ho avuto come giocatore ed è in gamba, all’altezza del ruolo”.

Lei ha allenato fino al 2013, quando ha lasciato la nazionale irlandese. Il campo le manca?

“Sì, perché ci ho lavorato una vita. Ormai però credo che nessuno si prenderà il rischio di darmi una panchina. Ho avuto tanto, chiedere ancora sarebbe pretenzioso”.

Eppure di recente stava per andare ad allenare in Costa d’Avorio…

“Sì, ho avuto contatti anche in Grecia. Fosse stata una nazionale avrei accettato, ma erano squadre di club e per me ormai è difficile lasciare casa. Mia moglie non mi seguirebbe più!”.

E se a luglio la ritrovassimo a guidare l’Italia?

“No, è un’assurdità. Non succederà di sicuro. Ci sono tanti altri e io ho un’età. Diciamo che non scenderebbero a questi livelli”.

Come valuta il suo lavoro da commentatore Rai?

“Credo di avere l’esperienza necessaria per essere super partes, dicendo quello che penso”.

Dove può arrivare la nazionale azzurra agli europei di giugno?

“La nostra squadra a volte si presenta con prospettive inferiori rispetto agli avversari, ma in passato è successo che abbia fatto molto bene. Possiamo andare sicuramente verso le finali. Speriamo di avere fortuna, senza incidenti come quelli che capitarono a me”.

In campionato dovrebbe essere ancora la Juventus a vincere. In Italia è impossibile vedere un successo di una squadra poco titolata?

“In genere trionfa chi ha i giocatori più bravi e di solito sono i club più blasonati. È sempre stato così”.

In Inghilterra ci sta provando Claudio Ranieri con il Leicester.

“Devo dirgli bravo e spero che ci riesca, per tenere sempre alto il nome di un allenatore italiano”.

C’è un collega in cui si rivede?

“Non saprei, perché i tempi e i calciatori sono diversi. È difficile fare paragoni”.

Come si fa a vincere? Ha una ricetta, un consiglio da proporre?

“Serve perspicacia e non bisogna lasciarsi lusingare dai momenti facili. Le cose vanno bene, poi inspiegabilmente i giocatori calano di condizione, e magari non credono più ai traguardi che possono raggiungere. L’importante è insistere e avere fortuna. Ma una ricetta vera e propria non c’è.

Ascolta l’intervista a Giovanni Trapattoni

Giovanni Trapattoni

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“La sentenza su Karadžić divide anche Srebrenica”

Azra Ibrahimovic lavora a Srebrenica. È responsabile della Casa del sorriso, una struttura dell’organizzazione Cesvi in cui si cerca di favorire il dialogo tra i diversi gruppi etnici. La famiglia di Azra fu pienamente coinvolta nella guerra degli anni ’90: suo padre e suo fratello sparirono nei giorni del genocidio, in cui morirono migliaia di persone. Per quello e per altri massacri il tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha condannato a 40 anni Radovan Karadžić, che allora era il leader politici dei serbi di Bosnia.

Da vittima mi aspettavo l’ergastolo – ci dice Azra. – Una volta che le emozioni si sono calmate, però, va detto che i 40 anni a Karadzic confermano tutte le accuse che gli erano state rivolte. Penso a Srebrenica, ma anche all’assedio di Sarajevo. Dal punto di vista storico questa condanna è molto importante”.

La reazione di Azra Ibrahimovic

Il Paese non ha ancora una lettura comune delle atrocità di quegli anni, con una spaccatura visibile persino nel luogo simbolo di quel disastro. “La nostra società è molto divisa. Questo si riflette anche su Srebrenica, dove la reazione alla sentenza non è stata unanime, come non lo è stata nel resto della Bosnia. I familiari delle vittime si aspettavano l’ergastolo, mentre i cittadini serbi che continuano a negare il genocidio volevano la liberazione di Karadžić”.

Azra racconta un fatto di pochi giorni fa che dice molto su questa contrapposizione: “Il presidente della Republika Srpska, una delle entità in cui è diviso il Paese, ha inaugurato una casa degli studenti intitolandola proprio a Karadžić. Alla cerimonia era presidente la moglie dell’ex leader. Tutto questo non ha senso ed è un fatto politico che fomenta il conflitto”.

Azra Ibrahimovic e le divisioni nella società bosniaca

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Alcoa, la protesta sul silos: “Il governo agisca”

Sono saliti a 60 metri di altezza per chiedere lo sblocco di una trattativa troppo lunga. Siamo a Portovesme, in Sardegna, in provincia di Carbonia-Iglesias. I segretari provinciali di Fiom, Fim e Uilm si sono arrampicati su un silos dello stabilimento ex Alcoa nella notte tra domenica 20 e lunedì 21 marzo.

Stiamo bene – ci ha detto al telefono uno dei tre, Rino Barca, che fa parte della Cisl di categoria. – Siamo quassù perché non vediamo prospettive né sul breve né sul medio periodo. Oggi i lavoratori interessati sono soprattutto quelli dell’indotto, che hanno già perso gli ammortizzatori sociali, ma tra qualche mese lo stesso succederà ai dipendenti diretti. In tutto le persone coinvolte sono più di tremila“. La zona della regione è una delle più povere d’Italia.

Rino Barca sulla vertenza

Barca ricorda che l’impianto è fermo da più di tre anni e accusa soprattutto il governo, “che non ha ancora sciolto i nodi legati alla questione energetica. Eppure lo stabilimento dell’alluminio è stato dichiarato strategico più volte”. La multinazionale Glencore sta negoziando l’acquisto da molti mesi, “ma chiede condizioni favorevoli di uso dell’energia. Su questo non ha ancora ottenuto garanzie”.

Il sindacalista dice che non sa quanto continuerà questa forma di protesta. “Il tempo è quello che serve per rassicurare le famiglie e poter dire che si riavrà un minimo di dignità. Quando è venuto in Sardegna, nel maggio 2015, Renzi ci ha promesso un intervento. È passato quasi un anno e la soluzione non si vede”. Ai piedi del silos si è formato un presidio di solidarietà.

 Rino Barca sul governo

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Augusto, testimone abbandonato

Chissà se il suo lavoro lo ha aiutato, quella mattina di 22 anni fa. Augusto Di Meo fa il fotografo ed era amico di don Giuseppe Diana. Il prete di Casal di Principe lottava contro la camorra, che per questo lo uccise. Lo fece nel giorno del suo onomastico. Augusto era andato in parrocchia per fargli gli auguri. Mentre lo salutava arrivò il killer. Il fotografo lo vide e testimoniò più volte contro di lui, facendolo condannare. Forse l’occhio del mestiere contribuì a fargli rimanere impressa la sua faccia. Di certo il fatto che non l’abbia mai dimenticata in tribunale è segno di coraggio.

la testimonianza sull’omicidi

“Quel giorno arrivai in chiesa verso le sette”, racconta Augusto. “Feci gli auguri a don Peppe, ci abbracciamo e parlammo del più e del meno. Commentammo l’ultimo omicidio, quello di un operatore ecologico. Dissi: ‘Nonostante le battaglie che si fanno, questi sono sempre più criminali… che dobbiamo fare?’. Lui rispose con due parole: ‘Bisogna pregare’. Poi si avviò in un corridoio un po’ scuro, lugubre. Io mi stavo allacciando una scarpa e mi fermai dietro a lui, quando arrivò un sagrestano insieme a un signore, che chiese: ‘Chi è don Peppe?’. Non sentii la risposta, ma evidentemente lui fece un cenno con la testa. L’uomo sparò cinque colpi. Don Peppe cadde e l’assassino si rimise la pistola nella fondina. Ebbi l’istinto di guardare verso la luce e vidi questa sagoma, che descrissi all’autorità giudiziaria. Da lì partirono le indagini”.

la denuncia sull’assenza dell

Di Meo non ha mai avuto un riconoscimento per il suo impegno da testimone di giustizia. “Pare che nel ‘94 ci fosse solo la legge per i ‘pentiti’, non quella per chi collabora coi magistrati senza aver commesso crimini. Poi le norme sono cambiate e il mio avvocato si è messo al lavoro. Da allora è iniziato un percorso giudiziario che mi è costato migliaia di euro, senza che sappia come andrà a finire”. Il problema ha diversi aspetti, da quello economico a quello simbolico. “Vengo definito una sentinella della legalità, ma poi come mi trattano? Lo Stato deve fare la sua parte, c’è una mortificazione interiore. Io avrei bisogno di avere le istituzioni alle spalle, invece non ho mai avuto un referente a cui rivolgermi. Se vieni legittimato, poi, la gente ti vede in modo diverso. Dice ‘lui ce l’ha fatta, si può fare’, invece di ‘quello ha fatto una brutta fine. Perché non si è fatto gli affari suoi?’.”

il senso della battaglia di A

Augusto racconta di aver cambiato regione per qualche anno, di aver perso clienti a causa della sua scelta, di essere stato insultato per quello che ha fatto. Eppure assicura di non aver mai avuto dubbi: “Quando me ne sono andato, credo di averlo fatto proprio perché non mi rompessero le scatole, cercando di convincermi a lasciar perdere. Ho coinvolto la mia famiglia, mia moglie e due bambini, perché per me era la cosa più importante da fare a costo della vita. E l’ho fatta”.

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In Albania pronti i primi campi profughi

Genc Kondi è il direttore della testata albanese Shqiptarja.com. Lo abbiamo chiamato per sapere cosa sta succedendo nel suo Paese in vista della possibile apertura di una rotta migratoria. Al confine tra Grecia e Macedonia restano bloccate migliaia di persone. Il loro cammino potrebbe continuare in direzione di Tirana, per poi proseguire via mare verso l’Italia.

“Ci sono stati degli avvicinamenti alla nostra frontiera”, dice Kondi. “Parlo di movimenti organizzati dalle forze di Atene. In un accampamento vicinissimo all’Albania ci sono 100-150 rifugiati. Le autorità di Tirana hanno già preparato due piccoli campi, che in tutto possono ospitarne al massimo 1.500. Ai nostri giornalisti che sono andati oltreconfine, i siriani non hanno detto di volerlo attraversare. I greci potrebbero spingerli a farlo anche per alleviare la situazione del loro Paese”.

Genc Kondi sui primi campi in Albania

Da capire cosa farà il governo albanese se dovesse iniziare ad arrivare una grossa quantità di migranti. “Dicono che non possono lasciar passare chi non ha i documenti in regola. Ci vuole un visto, e loro non ce l’hanno. Se ci sarà un grande flusso, ospiteremo questa gente come succede in Grecia e nel vostro Paese. Per il momento la polizia albanese fa pressione sul confine, per far capire ai profughi che non devono oltrepassarlo. Al lavoro c’è anche una trentina di agenti italiani. In questi giorni a Tirana c’è stato un via vai di vostri ufficiali e anche di civili. Qua ci sono sempre i trafficanti pronti a tornare al tempo dei gommoni”.

Genc Kondi sull’atteggiamento del governo albanese.mp3

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Migranti bloccati in Grecia: la testimonianza

Migliaia di migranti bloccate al confine tra Grecia e Macedonia. La situazione alla frontiera è di nuovo critica, come è successo tante volte nei mesi scorsi. Stavolta il motivo sembra essere una stretta ulteriore sulla libertà di movimento decisa in ex-Jugoslavia.

Stella Nanou è portavoce dell’agenzia Onu per i rifugiati in Grecia e si trova proprio al confine macedone. “Alcuni giorni fa – ci dice – sono state applicate nuove restrizioni alla frontiera tra Serbia e Macedonia, poi a quella tra Macedonia e Grecia. Si è deciso di chiedere documenti aggiuntivi ai siriani e agli iracheni, e di non far passare più gli afghani. Di conseguenza diversi di loro sono rimasti intrappolati tra Grecia e Macedonia”.

Ascolta Stella Nanou sul blocco al confine

Stella Nanou sul blocco al co

Nanou racconta che un gruppo di migranti ha bloccato la ferrovia tra i due paesi: la reazione è stata la chiusura del confine a tutte le nazionalità. Poi la polizia ha iniziato a sgomberare i binari. “Le persone vengono fatte salire su dei bus, che secondo le autorità sono diretti ad Atene”, ci ha spiegato la portavoce.

“Le condizioni di chi non riesce a passare il confine sono molto difficili – continua. – Tanti hanno dovuto dormire all’aperto. Per fortuna il tempo è bello, ma la scorsa notte c’erano temperature molto basse”. Poi l’appello ai governi: “Le misure unilaterali non sono una soluzione, anzi: aumentano il caos e le sofferenze dei migranti, che stanno già male sia dal punto di vista fisico sia da quello psicologico. Chiediamo a tutti gli stati europei di essere più solidali. Parliamo di persone che scappano da guerre, persecuzioni e violazioni dei diritti umani”.

Ascolta l’appello ai governi europei

L’appello di Stella Nanou ai

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L’economia italiana cresce sotto le attese

Nel 2015 il pil italiano è salito meno rispetto alle attese e alle previsioni arrivate dal governo nei mesi scorsi. La stima diffusa dall’Istat parla di un aumento dello 0,6-0,7% rispetto al 2014, con un rallentamento dell’economia negli ultimi tre mesi dell’anno scorso. La crescita del prodotto interno lordo nell’intero 2015 è inferiore alla media dei paesi della zona euro (+1,5%) e di quelli dell’intera Ue (+1,8%).

L’economista dell’Università di Torino Mario Deaglio spiega i dati che riguardano l’Italia: “L’Istat dice che la stima è +0,6% se corretta per effetti di calendario, cioè se si calcola ciascun trimestre con gli stessi giorni lavorativi degli altri e si tolgono le festività. Se invece non si tiene conto di questa correzione – ed è questa la misura adottata in sede internazionale – abbiamo lo 0,7%. In ogni caso si tratta di una crescita moderata. Le attese migliori sono state smentite. L’economia italiana ha salito uno scalino, ma ora deve salirne altri. Se invece ristagna su crescite dello 0,6-0,7%, le promesse del governo non si realizzano”.

Il fatto che il pil vada peggio del previsto può incidere sulle trattative in corso con la commissione europea. Renzi aspetta una risposta alla richiesta di flessibilità sui conti: “I dati di oggi – dice Deaglio – rendono il negoziato più difficile. La domanda di flessibilità si basa sull’idea che, sforando di poco i vincoli di Bruxelles, un’economia che si appresta a correre vada più veloce. Se il prodotto interno lordo non aumenta quanto si pensava l’accelerazione è leggermente più in dubbio”.

Ascolta l’intervista a Mario Deaglio

Mario Deaglio

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Morto lo studente scomparso al Cairo

La conferma dai governi di Italia ed Egitto è arrivata. E’ Giulio Regeni l’uomo trovato morto nelle scorse ore alla periferia del Cairo. Il ricercatore 28enne era scomparso il 25 gennaio dalla città, dove era arrivato per motivi di studio legati a un dottorato all’università di Cambridge.

I media egiziani parlano del corpo di un uomo sui 30 anni trovato in un fosso, vicino alla zona in cui Regeni è stato visto l’ultima volta. Sul cadavere ci sarebbero segni di torture e bruciature. Questa notizia però non è ancora confermata, e non è chiaro cosa ci sia dietro la morte dello studente. Il governo italiano ha convocato l’ambasciatore egiziano, che parla di “atto criminale”, e ha chiesto un’indagine congiunta delle autorità dei due Paesi.

Un’ipotesi è che il 28enne sia stato ucciso dalle forze di sicurezza del Cairo: il 25 gennaio erano in allerta per il divieto di manifestare legato al quinto anniversario della caduta di Hosni Mubarak. Subito dopo la scomparsa di Regeni una giornalista egiziana ha detto di aver visto uno straniero arrestato dalla polizia.

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I dubbi dei Cinque Stelle

I 5 Stelle potrebbero appoggiare una stretta sulla maternità surrogata. Nelle scorse settimane la richiesta è arrivata soprattutto dal Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano e da una parte del Pd. Ai nostri microfoni parla la senatrice del Movimento Enza Blundo, vicepresidente della commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza.

Il quotidiano La Stampa dice che è in corso un dialogo sulle unioni civili tra Vaticano e 5 Stelle. Vero o falso?

Noi rispettiamo e ascoltiamo tutti. Ogni nostra proposta di legge ha sempre visto l’apertura a tutte le realtà sociali. Se poi le richieste sono strumentali, ovviamente non stiamo a seguire questa o quella lobby.

Quindi la chiesa è tra i vostri interlocutori. È possibile un asse per boicottare la legge?

No, assolutamente.

Esiste una parte cattolica dei 5 stelle che potrebbe avere qualche dubbio in più rispetto a quelli espressi pubblicamente?

No, perché abbiamo affrontato le eventuali perplessità e abbiamo trovato soluzioni condivise. Siamo contrari alla maternità surrogata, perché la vita non si vende. Presenteremo una mozione anche a livello europeo per invitare i paesi che non lo hanno fatto a recepire le convenzioni di Instanbul e dell’Aja.

Appoggerete anche, nel parlamento italiano, la richiesta di un inasprimento delle pene per la maternità surrogata?

Probabilmente sì, perché non è una pratica corretta. Non possiamo rischiare che la sua diffusione aumenti, soprattutto in un periodo di forte crisi economica.

Lo scontro politico si concentra sull’adozione del figlio del partner. Siete pronti a votarla?

Sì.

Non si sa ancora se ci saranno voti segreti. Secondo voi devono esserci?

Noi siamo sempre per il voto palese, perché è giusto che ognuno si assuma le sue responsabilità.

Ascolta l’intervista a Enza Blundo

Enza Blundo

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Una legge per i diritti degli apolidi

Una legge per chi è letteralmente senza cittadinanza. La chiede il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), lanciando una campagna per i diritti degli apolidi: persone senza una nazionalità riconosciuta, che in Italia sono stimate in circa 15mila. Il loro problema di identità se ne porta dietro molti altri, dalla difficoltà a ottenere cure mediche a quella a iscrivere i figli a scuola.

“Le cause per cui ci si trova in questa condizione sono moltissime”, dice Valeria Carlini dall’ufficio stampa del Consiglio italiano per i rifugiati. “Penso al Tibet, un Paese non riconosciuto; penso ad alcune persone che arrivano da Eritrea, Etiopia e Sudan; penso alla Siria, dove le donne sole non possono riconoscere i figli se non hanno accanto un uomo. Per quanto riguarda l’Italia penso al gravissimo caso dei cittadini dell’ex Jugoslavia: quando c’è stata la disgregazione tanti non hanno avuto la possibilità di ottenere la nazionalità dei nuovi Stati. Molti di loro sono di origine rom e sinti, sono nel nostro Paese da lungo tempo e hanno trasmesso la loro apolidia ai figli”.

Ascolta Valeria Carlini sulle storie di alcuni apolidi

Valeria Carlini sulle storie

La campagna #NonEsisto ha raccolto le storie di alcune di queste persone. Ramadan, nato in Macedonia e abbandonato poco dopo, non è stato registrato all’anagrafe e non ha mai avuto documenti. Ha quattro figli, ma solo la compagna Elena ha potuto riconoscerli. Sandokan è nato in Italia da genitori di origine rom, ma a 18 anni ha perso la possibilità di diventare cittadino del nostro Paese a causa di un documento mancante. Anche lui ha quattro figli, di cui una vive una grave disabilità fisica e mentale, con grandi problemi ad avere le cure mediche necessarie.

“Per queste persone in Italia – dice Valeria Carlini – è già difficile farsi riconoscere lo status di apolidi. Su 15mila stimate, solo 606 ci sono riuscite. Chiediamo una legge che cambi le cose e aumenti i loro diritti”. Il testo è già stato presentato dal senatore Luigi Manconi e dalla Commissione diritti umani del Senato, in collaborazione con il Consiglio italiano per i rifugiati e con l’agenzia Onu in materia, l’Unhcr. La campagna #NonEsisto è sostenuta dalla Open Society Foundations, nata per volontà del miliardario George Soros.

Ascolta Valeria Carlini sulla richiesta di una legge

Valeria Carlini sulla richies

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A Bruxelles accordo sulle banche italiane

Il governo italiano e la commissione europea hanno raggiunto un accordo sulle banche italiane. L’obiettivo è alleggerirle da una massa di sofferenze, cioè prestiti concessi a chi ormai non sembra più in grado di restituire i soldi. Il problema era farlo senza violare le norme europee sulla concorrenza. La soluzione è stata annunciata ieri sera dalla commissaria di Bruxelles Margrethe Vestager e dal ministro Pier Carlo Padoan.

L’intesa prevede che le banche italiane potranno vendere 200 miliardi di crediti a rischio coprendo le possibili perdite con una garanzia pubblica. Gli istituti dovranno comprarla a prezzo di mercato, perché uno più basso farebbe scattare l’accusa di aiuto di Stato. Il governo potrebbe mettere a disposizione 40 miliardi: per fare un paragone, la legge di stabilità approvata a dicembre ne pesa 35. Le garanzie saranno cedute alle singole banche, senza la creazione di un’unica “bad bank“, che era stata ipotizzata.

Nelle scorse settimane il sistema del credito italiano è stato al centro dell’attenzione mediatica per diversi motivi. Si va dal salvataggio di quattro istituti a novembre, con le perdite scaricate anche su chi aveva comprato obbligazioni, ai crolli in borsa dei titoli bancari che hanno trascinato giù piazza Affari da gennaio. L’accordo di Bruxelles punta ad abbassare la tensione sul settore: Renzi e Padoan hanno ripetuto più volte che è solido.

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Al voto la confisca dei beni ai migranti

Il parlamento danese vota la confisca dei beni ai migranti, un provvedimento annunciato nelle scorse settimane e contestato sia nel Paese sia all’estero. Le critiche non sono bastate a fermare la legge, sostenuta da un’ampia maggioranza politica, preoccupata di perdere voti tra i cittadini che temono conseguenze negative dall’accoglienza dei rifugiati.

Il governo di destra giustifica la scelta con la necessità di coprire le spese legate ai profughi. Un altro argomento usato a favore della confisca è che ai disoccupati danesi viene imposta la vendita delle proprietà sopra un certo valore, se vogliono ottenere aiuto dallo Stato. Tra i contestatori della legge, invece, c’è chi ricorda i beni sequestrati agli ebrei durante la seconda guerra mondiale.

“La Danimarca è un paese molto diviso – ci dice Thomas Harder, scrittore e traduttore italo-danese. – Una parte dell’elettorato sostiene questo provvedimento, l’altra è molto contraria. Da un pò di tempo i maggiori partiti fanno a gara nel mostrarsi duri nella gestione dei migranti. Devono misurarsi col Partito del Popolo, il più importante a sostegno del governo, una formazione nazionalista e populista. Sia i liberali sia i socialdemocratici temono di perdere voti in loro favore”.

Ascolta l’intervista a Thomas Harder

Thomas Harder

Il governo vuole anche rendere più difficili i ricongiungimenti, allungando i tempi necessari ai rifugiati per portare nel paese i loro parenti. A fare rumore però è soprattutto la confisca dei beni, contestata anche da organizzazioni internazionali per i diritti umani. “Le proteste dall’estero hanno imbarazzato ancora di più chi è contrario alla legge – spiega Harder – ma forse hanno rafforzato le convinzioni dei favorevoli. Potrebbero dire che ancora una volta soggetti stranieri cercano di toglierci la sovranità”.

Lo scrittore racconta che in Danimarca ci sono stati appelli sui giornali e cortei contro la confisca, ma non sono bastati a impedirla. Harder descrive “un clima di grande divisione e aggressività”, in un paese che quest’anno aspetta circa 20mila nuovi richiedenti asilo. Nel 2015 sono stati 15mila.

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Unioni civili, “numeri a rischio” al Senato

Nel Pd si tratta sulle adozioni. Il tema potrebbe essere toccato dalla legge sulle unioni civili attesa in aula al senato a fine mese. Il testo attuale prevede che si possa adottare il figlio del partner, ma una fetta del partito di Renzi è contraria. Una trentina di deputati democratici ha firmato un documento per togliere questo punto dal provvedimento.

“Ho visto il documento – ci conferma il parlamentare Pd Walter Verini, uno dei mediatori dentro il partito -. E’ legittimo che ci siano opinioni diverse. La cosa fondamentale è che il paese abbia finalmente una legge sulle unioni civili. Se la maggioranza del Pd pensa che il testo debba parlare anche di adozioni, ci sono le condizioni per accontentarla mettendo dei paletti che rassicurino chi ha dei dubbi”.

Ascolta Walter Verini sul documento dei deputati Pd

Verini sul documento Pd

Verini cita diverse ipotesi: rendere adottabili solo i figli nati prima della registrazione delle unioni civili; rendere adottabili solo quelli nati prima dell’entrata in vigore della legge; prevedere un periodo di pre-adozione e poi far valutare a un giudice se ci sono le condizioni per l’adozione vera e propria.

“E’ un sentiero stretto ma è l’unico – dice il parlamentare – perchè non sono affatto tranquillo sui numeri del Senato. Se partiamo con una trentina di senatori Pd che non voterebbero almeno parte della legge, se il centrodestra fa le barricate, se i 5 stelle dicono che voteranno sì ma io non mi fido… sarei più tranquillo se tutto il nostro partito fosse unito”. Secondo Verini, quindi, la legge rischia di non passare se prima non ci sarà un accordo dentro il Partito democratico. “Da una parte c’è chi non crede a questo testo, dall’altra la possibile tentazione di manovre politiche. Penso ai 5 stelle, che potrebbero usare il voto segreto per far naufragare la legge e dare la colpa al Pd”.

Ascolta Walter Verini sui “numeri a rischio” al senato

Verini sui numeri al senato

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Quattro anni fa il naufragio del Giglio

Quattro anni fa all’isola del Giglio naufragava la Costa Concordia. Nel disastro morirono 32 persone e il processo sulla vicenda è ancora in corso. In primo grado il comandante Francesco Schettino è stato condannato a 16 anni. Della tragedia si è parlato tanto anche per la rimozione del relitto, rimasto a lungo davanti alla costa toscana.

“Di quella notte ricordo soprattutto i bambini che piangevano”, ci dice il sindaco Sergio Ortelli, che guidava il municipio anche nel 2012. “Credo che non dimenticherò gli occhi pieni di panico di chi era partito per una vacanza, per divertirsi su una nave da crociera”. Anche quest’anno le commemorazioni sull’isola culminano in una fiaccolata all’ora del naufragio, poco prima delle dieci di sera.

Ascolta il sindaco Sergio Ortelli

Sergio Ortelli

I familiari delle vittime aspettano il verdetto definitivo della magistratura. Cesare Bulgheroni fa parte di una rete di avvocati che difende un centinaio di sopravvissuti al disastro. “Chiediamo non tanto che sia aumentata la pena di Schettino – ci spiega – ma che la sentenza cambi per quanto riguarda i risarcimenti. Dal punto di vista penale abbiamo sempre pensato che il fatto sia attribuibile al comandante, ma le condizioni per cui ha sbagliato sono state create dall’ambiente aziendale”. Secondo il legale, Costa Crociere non ha controllato che Schettino fosse nelle condizioni di poter lavorare correttamente.

“Crediamo che entro fine estate si potrà avere la sentenza di secondo grado”, dice Bulgheroni. “Ancora però non sappiamo se la corte d’appello di Firenze abbia preso in carico il procedimento”. L’avvocato parla di “rimozione psicologica” a proposito del modo in cui familiari e sopravvissuti hanno vissuto questi anni: “Cercano di dimenticare, ma la ferita è aperta”.

Ascolta l’avvocato Cesare Bulgheroni

Cesare Bulgheroni

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“Stepchild adoption, i numeri ci sono”

Adozione piena, pre-adozione, affido rafforzato. Sono tante le ipotesi circolate negli ultimi giorni sulla legge sulle unioni civili attesa in aula al senato il 26 gennaio. Il punto critico è la stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner, che non piace al Nuovo centrodestra di Alfano e potrebbe essere ostacolata anche da una parte del Pd. Tra chi invece la sostiene dentro il Partito democratico c’è il sottosegretario alle riforme Ivan Scalfarotto.

Cosa pensa delle ipotesi di modifica delle ultime ore?

Al momento il testo prevede la stepchild adoption. Ogni eventuale modifica deve passare attraverso emendamenti approvati dall’aula. Il termine per presentarli scade il 22 e saranno votati a scrutinio segreto, come prevede il regolamento del senato su materie come questa. Secondo me la stepchild adoption va bene così com’è contenuta nel testo, perché è già una mediazione rispetto all’adozione piena.

Su questo punto i vertici Pd dovrebbero lasciare libertà di coscienza. Cosa ne pensa?

Nel nostro partito c’è libertà di coscienza su tutto. Ci sono parlamentari democratici che hanno votato contro la riforma del lavoro e quella elettorale. Altri hanno votato contro la fiducia al governo prima di uscire dal Pd, che non è mai stato una caserma e non lo è nemmeno in questo caso.

Per lei la legge sarebbe accettabile anche senza la stepchild adoption? Qual è il punto oltre cui direbbe che il provvedimento non va bene?

Non andrebbe bene senza la stepchild adoption, ma penso che ci siano i numeri per farla passare. Guardiamo chi ha dichiarato che voterà il provvedimento: quasi tutto il Pd, quasi tutti i 5 Stelle, il gruppo di Verdini, una parte di Forza Italia, tutta Sel, il gruppo delle autonomie e quasi tutti i senatori a vita. Per andare sotto dovrebbe esserci la defezione di un intero gruppo.

Quando arriverà l’ok definitivo alla legge?

Lo scorso luglio Renzi si impegnò a portarla in aula entro fine anno. Ci arriva il 26 gennaio, con un ritardo di qualche settimana, tenuto conto che in mezzo ci sono state le vacanze di Natale. Lo stesso impegno conteneva anche quello a fare in modo che la camera votasse la legge così come uscirà dal senato. Se succederà si può andare all’approvazione in tempi molto rapidi, teoricamente anche poche settimane.

Ascolta il sottosegretario Ivan Scalfarotto

Scalfarotto su stepchild adop

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    Andrea Monti
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“Carcere per la maternità surrogata”

Angelino Alfano parla di referendum abrogativo se la legge sulle unioni civili permetterà l’adozione del figlio biologico del partner nelle coppie omosessuali. Il leader del Nuovo Centrodestra, intervistato dal quotidiano Avvenire, ha detto di volere il carcere per il cosiddetto “utero in affitto”, la maternità surrogata: una donna che porta a termine una gravidanza per conto di una coppia di cui non fa parte. In realtà in Italia questa pratica è già reato in base alla contestatissima legge 40, come spiega l’avvocata Filomena Gallo, segretaria dell’associazione Luca Coscioni.

Ascolta l’avvocata Filomena Gallo

filomena gallo su legge 40

“Secondo l’articolo 12 – sottolinea – chiunque organizza la commercializzazione di gameti ed embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con una multa da 600mila euro a un milione. A inasprire la legge 40 ha contribuito una circolare congiunta dei ministeri di esteri e interni, inviata a tutte le ambasciate. Il testo prevede che Comuni e procure siano informati sugli atti di nascita provenienti da stati stranieri che devono essere trascritti in Italia”.Il meccanismo – riconosce Gallo – serve a evitare una forma di tratta di neonati, ma rende più difficile il rientro di una coppia andata all’estero per accedere a una tecnica di utero surrogato dove è consentita.

Ascolta l’avvocata sulle norme nei paesi stranieri

filomena gallo su paesi stran

Il ministro Alfano dice di voler trasformare la pratica del cosiddetto utero in affitto in un “reato universale”, da far valere anche all’estero. “Alcuni stati stranieri consentono questa tecnica – continua Gallo. – Negli Stati Uniti è previsto il pagamento di un corrispettivo alla donna che si fa carico della gravidanza. In Europa molti vanno in Ucraina”.

Il motivo per cui si parla del tema è la legge sulle unioni civili in discussione in parlamento, che potrebbe autorizzare l’adozione del figlio biologico del partner anche in coppie omosessuali. Nel fronte politico contrario si dice che questo spianerebbe la strada alla maternità surrogata, che però in Italia resterebbe illegale, a meno di una cancellazione del divieto contenuto nella legge 40.

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“Se ne va una pioniera del made in Italy”

A 90 anni era ancora uno dei nomi più importanti della moda italiana. È morta Krizia, nome d’arte di Maria Mandelli, da decenni stilista di fama mondiale. Nata a Bergamo, aveva studiato in Svizzera e poi aveva aperto una sartoria a Milano. Da lì era iniziata la costruzione della sua fortuna imprenditoriale, che l’anno scorso è finita in mano al gruppo cinese Shenzhen Marisfrolg Fashion.

“È stata tra i pionieri del made in Italy”, dice ai nostri microfoni la storica della moda Maria Luisa Frisa. “Parliamo di una protagonista del periodo eroico del settore, quando ancora non erano definite le professioni. Ha vinto tutti i premi che era possibile ricevere”. Tra tutti ricordiamo il primo, ottenuto a Firenze nel 1964, e la nomina a commendatore della Repubblica, arrivata 22 anni dopo insieme a quella dei colleghi Valentino, Giorgio Armani, Gianfranco Ferré e Gianni Versace.

“La sua silhouette è la signature della moda degli anni ’80 – ci dice Maria Luisa Frisa. – Spalle ampie, carattere, un profilo femminile molto forte, di una donna che voleva diventare protagonista nel mondo del lavoro alla pari dell’uomo”. È morta in casa sua a Milano, per un malore improvviso, accanto al marito Aldo Pinto, coetaneo e sposato con lei da cinquant’anni. Alla famiglia sono arrivate anche le condoglianze di Renzi, che ne ha ricordato la “creatività, la gioia dei suoi colori, la sobrietà tutta milanese”. I funerali saranno mercoledì 9 alle 11 nella chiesa cittadina di Sant’Angelo.

Ascolta la storica della moda Maria Luisa Frisa

Maria Luisa Frisa

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Due anni dalla strage di Prato: la testimonianza

Dormivano nell’azienda in cui lavoravano. Morirono di domenica mattina, quando avrebbero dovuto essere a casa. Il 1° dicembre di due anni fa sette operai cinesi rimasero uccisi in un incendio in una fabbrica di Prato. Una delle tante in quell’area, piena di insegne con caratteri orientali. Leonardo Tuci fu tra le prime persone a soccorrere le vittime. Quel giorno era uscito per prestare servizio a una corsa podistica, da volontario dell’Associazione Nazionale Carabinieri. Vide una colonna di fumo che saliva dalla zona industriale e decise di andare a vedere. Un anno fa, sempre di domenica mattina, siamo tornati sul posto con lui.

Ascolta il racconto di Leonardo Tuci

leonardo tuci

“Mi venne incontro una ragazza con un cappottino viola – ricorda – e c’erano altri cinesi in pigiama, pieni di fuliggine. Uno aveva in mano un tubo e spruzzava acqua ma era dolorante, ustionato. Mi urlavano che dentro c’erano tante persone. Ho provato a entrare, in mezzo al fumo che era densissimo. Ho preso in mano l’idrante ma era impossibile andare oltre, non avevo nemmeno l’abbigliamento adatto. Poi c’era il problema delle bombole del gas, che potevano scoppiare da un momento all’altro”.

La testimonianza: “Ho allontanato due persone dalle fiamme”

leonardo tuci

Tuci è riuscito ad allontanare due persone dal rogo. “Cercavo di buttare acqua a più non posso, ma non c’era modo di spegnere l’incendio. La ragazza col cappotto viola continuava a dirmi che dentro c’erano altre persone e indicava in alto. Un operaio ruppe un vetro ma restò intrappolato, perché c’erano le sbarre. Mentre cercavo di salvare altri lavoratori sentii qualcuno che mi diceva di farmi da parte. Erano arrivati i pompieri”.

Poche ore dopo Tuci tornò alla fabbrica, per capire com’era finita. “Sembrava una zona di guerra”. C’erano i sette morti, cinque uomini e due donne. C’erano i sopravvissuti e i giornalisti, che per giorni avrebbero parlato del distretto cinese, dei capannoni in cui si lavora e si vive in condizioni disumane. A gennaio la titolare di fatto dell’azienda, Lin Youlan, è stata condannata a otto anni e otto mesi. Sei anni e 10 mesi alla sorella Lin Youli, sei anni e mezzo a suo marito Hu Xiaoping. Un altro processo è ancora in corso, contro i proprietari italiani della struttura.

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L’economia cresce, ma rallenta: +0,2%

La crescita del Pil (Prodotto interno lordo) rallenta. I dati Istat dicono che tra luglio e settembre il prodotto interno lordo è salito dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti. In quei tre mesi l’aumento era stato dello 0,3%, mentre nel primo trimestre era stato dello 0,4%. Il terzo è andato leggermente peggio del previsto, ma – va detto – rispetto agli stessi tre mesi del 2014 la crescita è stata di quasi un punto, la più alta da oltre quattro anni.
“Da questi numeri – ci dice l’economista Salvatore Biasco – emerge un rallentamento che forse non è gravissimo. Ricordiamoci che queste cifre sono provvisorie, possono essere riviste tra 15 giorni. È vero che ci si aspettava di più: si pensava che la crescita avesse guadagnato una sorta di capacità auto-propulsiva”. Le stime più recenti sul Pil per l’intero 2015 prevedono un aumento dello 0,9%, sottolineato dal governo come segno di una ripresa dovuta anche alle riforme.

Ascolta l’economista Salvatore Biasco

Salvatore Biasco

“Un dato di questo tipo – riprende Biasco – sarebbe soddisfacente, data la recessione che ci ha colpito per quattro anni. Possiamo ancora farcela, ma solo se nell’ultimo trimestre l’economia italiana riprenderà ad accelerare”. Quanto è probabile che succeda? “Difficile dirlo. I problemi arrivano dall’estero. Tutto sommato la spinta data a consumi e investimenti in Italia un po’ ha funzionato. Il punto è soprattutto il rallentamento pesante delle economie extra-europee, di cui noi risentiamo”.
A fine anno la banca centrale europea potrebbe approvare nuove misure di sostegno all’economia. La tenuta della crescita italiana dipenderà anche dalle scelte dell’istituto guidato da Mario Draghi.

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“Naufragi quasi ogni giorno”

Ottobre è stato un mese record per quanto riguarda gli sbarchi di migranti in Europa. I media ne parlano meno rispetto ai mesi scorsi, ma le traversate del Mediterraneo continuano e le vittime non smettono di aumentare. Il calo dell’attenzione mediatica allenta la pressione sui politici che devono dare risposte e la situazione rischia di peggiorare con l’inverno.

“Nelle ultime settimane ci sono stati naufragi quasi ogni giorno”, ci dice Carlotta Sami, portavoce per il sud Europa dell’agenzia Onu per i rifugiati.

Qual è la situazione al momento?

C’è un flusso continuo soprattutto verso le isole greche, soprattutto di persone che scappano da paesi in guerra o fortemente insicuri come Siria, Iraq e Afghanistan. Da inizio anno gli arrivi in Europa attraverso il Mediterraneo sono stati oltre 770mila, di cui oltre 600mila in Grecia, gli altri in Italia.

Nelle ultime settimane i media si sono occupati meno dei migranti. Perché?

Solo a ottobre nel nostro continente sono entrate 216mila persone, un numero uguale a quello di tutto il 2014. I trend dell’attenzione giornalistica su questa tragedia sono una triste realtà. D’inverno normalmente i media seguono meno il problema perché si pensa che questi flussi siano caratteristici dell’estate. Non è così: 5mila persone continuano ad arrivare ogni giorno e pensiamo che la cosa possa proseguire, portando almeno altri 600mila rifugiati in Europa entro febbraio. Il fatto che si avvicini l’inverno ci fa temere morti non solo in mare ma anche a terra, come è successo già l’anno scorso sulla rotta balcanica.

Cosa bisognerebbe fare subito?

I centri di accoglienza. A Bruxelles è stato deciso di creare 100mila posti in strutture in ex Jugoslavia: questo è l’aspetto più urgente. In questi mesi noi abbiamo lavorato instancabilmente in Grecia, Serbia e Croazia. Abbiamo portato tonnellate di beni di prima necessità, ma è inconcepibile che questo continui in un territorio come quello europeo, dove ci sono risorse e responsabilità molto chiare.

Il fatto che i media siano distratti fa pensare che i politici non saranno molto stimolati a prendere provvedimenti concreti…

Purtroppo l’attenzione continuerà a calare. La morte del piccolo Aylan ha fatto il giro del mondo: da allora sicuramente sono morti più di 80 bambini come lui. Noi continuiamo a fare pressione per ottenere soluzioni, perché la prossima notizia potrebbe essere quella di bimbi morti di freddo in un campo della Croazia o della Serbia.

Ascolta l’intervista a Carlotta Sami

Carlotta Sami

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I sindacati: “Adesione intorno al 70%”

Una protesta per chiedere il rinnovo del contratto collettivo scaduto da circa due anni.

Oggi c’è stato lo sciopero indetto dai sindacati italiani per supermercati e negozi, ma è difficile dire quanti addetti si siano fermati. Le organizzazioni dei lavoratori parlano di una percentuale intorno al 70%, mentre Federdistribuzione – che riunisce imprese del settore – sostiene che non si sia andati oltre il 10.

“Ovviamente cercano di minimizzare – ci dice Pierangelo Raineri, segretario generale della Cisl di categoria. – L’adesione è stata molto forte, alcuni negozi addirittura non hanno aperto. Naturalmente il nostro obiettivo non è chiuderli, ma rinnovare il contratto. Le parole non bastavano più, serviva un’azione concreta come questa, anche per informare i clienti. La mobilitazione non finisce oggi e si ripeterà il 19 dicembre, se nel frattempo il tavolo di trattativa non si riaprirà con buoni propositi”.

Ascolta l’intervista a Pierangelo Raineri

Pierangelo Raineri: “L’andamento dello sciopero ci ha soddisfatto”

Federdistribuzione assicura di voler aumentare gli stipendi, ma meno di quanto chiedono i sindacati: accontentarli, dice l’organizzazione sul suo sito, “significherebbe mettere a grave rischio l’occupazione e lo sviluppo in molte grandi aziende”. I lavoratori interessati sono circa 500mila.

Lo sciopero non ha coinvolto solo i supermercati: secondo Chiara Cascarano, delegata della Cgil di settore per l’azienda di abbigliamento Zara, in mattinata a Milano si era fermato circa l’80% degli addetti. “La cosa che ci ha stupito – ha detto ai nostri microfoni – è che molti clienti hanno solidarizzato con noi. I problemi da risolvere sono diversi: oltre alla questione economica c’è quella dei turni, che magari vanno dalle sei di mattina alle undici di sera. Se sono mal gestiti, o con la flessibilità selvaggia che il nuovo contratto rischia di introdurre, ti impediscono di avere una vita”.

Ascolta l’intervista a Chiara Cascarano

Chiara Cascarano: “Il rinnovo del contratto è la priorità”

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Via il roaming ma rischi per libertà Internet

Da giugno 2017 i cittadini europei che usano il cellulare in uno stato dell’Unione diverso dal proprio non pagheranno costi aggiuntivi. Il parlamento di Strasburgo ha approvato un pacchetto di regole che fissa la data per l’abolizione delle tariffe roaming e comprende anche altre misure. Secondo i critici il testo non contiene norme adeguate a garantire un accesso “equo” a internet per tutti.

Da tempo si parla di cancellare i sovrapprezzi applicati a chi chiama, manda messaggi o naviga sulla rete all’interno della Ue. Nel corso degli anni i costi sono diminuiti in modo graduale, nonostante l’opposizione delle compagnie telefoniche. Un calo ulteriore è previsto il 30 aprile 2016, quando entreranno in vigore nuove soglie: i ricarichi non potranno superare 5 centesimi al minuto per le chiamate, 2 per gli sms e 5 a megabyte per il traffico web. Cifre che si azzereranno (salvo sorprese) il 15 giugno 2017.

Il pacchetto è stato votato da 665 parlamentari europei su 751. Chi lo critica teme che le compagnie possano reagire alzando i prezzi all’interno dei singoli stati. Le preoccupazioni però si concentrano soprattutto su un’altra parte delle norme approvate, quelle che riguardano la cosiddetta neutralità della rete. In gioco c’è la possibilità di accedere alla stessa qualità di connessione internet indipendentemente dal tipo di dati, hardware e software coinvolti, oltre che dal mittente e dal destinatario delle informazioni. Il testo passato a Strasburgo vieta agli operatori di applicare blocchi o rallentamenti in modo arbitrario, ma sembra farlo in modo troppo vago.

Il sito savetheinternet.eu sintetizza alcune delle preoccupazioni, parlando di “minaccia alla libertà d’espressione” e avvertendo: “Potresti dover pagare di più per meno”. Gli oppositori del pacchetto dicono che non protegge abbastanza dalla censura e che permette di imporre costi aggiuntivi a seconda del tipo di clienti e servizi online.

Il tema è complesso e coinvolge tutto il mondo. “C’è stato un grosso dibattito negli Stati Uniti – ci ricorda Fabio Chiusi, giornalista e blogger esperto di libertà d’espressione su internet. – Un’altra frontiera riguarda l’India e i paesi in via di sviluppo, in cui il tasso di penetrazione al web è bassissimo. Al momento due terzi dell’umanità non ha accesso alla rete. Facebook e altri colossi vorrebbero offrirne una senza neutralità, con alcune applicazioni a pagamento. Così si produce una distinzione tra ricchi e poveri, utenti di serie A e serie B, che mantiene o allarga le diseguaglianze sociali”.

Ascolta Fabio Chiusi, esperto di libertà d’espressione su internet

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Bruxelles: 100 mila posti per i migranti

Sembrava che non dovesse uscirne niente, invece l’ultimo vertice europeo sui migranti ha prodotto un risultato. Il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker aveva convocato a Bruxelles i leader dei paesi orientali, al centro della cosiddetta rotta balcanica. Il summit ha portato a un accordo che forse non risolverà molto, ma è comunque più di quanto facessero sperare i toni usati nelle scorse ore.

Al termine dei colloqui Juncker ha parlato 100mila posti per i rifugiati in strutture di accoglienza prima dell’arrivo dell’inverno; la metà sarà in Grecia. Aiuti economici dovrebbero essere destinati al governo di Atene e all’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati. L’intesa raggiunta nella notte riguarda un piano di 17 punti, che comprende un rafforzamento dei controlli ai confini orientali dell’Unione. In particolare si parla di una nuova missione Frontex che sorvegli le frontiere della Grecia con Macedonia e Albania. L’obiettivo dichiarato è ridurre il numero di migranti che entrano senza essere registrati e rimpatriare quelli che non avrebbero diritto all’asilo.

Un punto chiave è la capacità di dialogo dei governi coinvolti. A Bruxelles c’erano quelli di 10 stati dell’Unione: Austria, Bulgaria, Croazia, Germania, Grecia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Romania, Slovenia e Ungheria. In più erano presenti i leader di Serbia, Albania e Macedonia, che non fanno parte della Ue ma sono coinvolti nel fenomeno migratorio. Mettere d’accordo tutti non dev’essere stato facile: vengono in mente le tensioni legate alle guerre degli anni ’90, ma sembra più probabile che le divisioni siano dovute ai problemi concreti di oggi, con il rimpallo dei profughi tra una frontiera e l’altra.

Il ruolo di mediatore è toccato ancora una volta alla Germania, con Angela Merkel padrona di casa insieme a Juncker. “L’intesa raggiunta è un primo mattone, ma abbiamo bisogno di compiere altri passi”, ha detto la cancelliera alla fine del summit. Negli scorsi mesi il governo di Berlino è stato protagonista di una svolta positiva sull’accoglienza: ora guida i negoziati in materia come fa da anni con quelli economici. L’accordo ottenuto tra i paesi dell’est può servire a evitare nuove polemiche sull’Europa incapace di decidere, nelle settimane in cui i partiti anti-migranti vincono le elezioni in diversi stati del continente.

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Il test sulla probabilità di ammalarsi

Un test sulle funzioni cerebrali per capire quante probabilità si hanno di ammalarsi di Alzheimer.

Ne parla uno studio di scienziati tedeschi pubblicato sulla rivista americana Science. Le persone coinvolte negli esperimenti hanno tra 18 e 30 anni e sono state fatte navigare in un labirinto virtuale. Dal modo in cui si sono mosse si dovrebbe poter comprendere quante possibilità hanno di ammalarsi; magari, anche tra diversi decenni.

Il gruppo di studiosi è guidato ad Lukas Kunz, che lavora al Centro tedesco per le malattie neuro-degenerative di Bonn. “I nostri risultati – si legge su Science – possono fornire una spiegazione del senso di disorientamento nelle persone colpite dall’Alzheimer”. Nel 2006 la Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora parlava di quasi 27 milioni di malati in tutto il mondo e prevedeva che entro il 2050 la cifra sarebbe diventata quattro volte più alta.

Il sito di Science scrive che chi è a rischio ha un livello di attività più basso nelle “cellule-griglia”, una rete cerebrale la cui scoperta è stata oggetto del Nobel per la medicina del 2014. “L’Alzheimer – dice l’articolo – è una delle malattie più studiate del mondo, ma finora i ricercatori hanno avuto successi limitati nel prevenire o far regredire la patologia”. Il valore della ricerca tedesca è confermata ai nostri microfoni da Gabriella Bottini, responsabile del centro di neuropsicologia cognitiva dell’ospedale di Niguarda.

Gabriella Bottini su alzheimer

“Se la ricerca ha passato il vaglio di Science – dice la professoressa – contiene sicuramente elementi interessanti. Tutto quello che aiuta a diagnosticare l’inizio di un deterioramento cognitivo è molto importante. Parliamo di una malattia complessa, in cui pesano diversi fattori, da quelli biologici a quelli di comportamento. Credo che l’approccio migliore sia quello sistemico, che tiene insieme i diversi aspetti”.

Se è possibile capire quante possibilità si hanno di ammalarsi, Bottini sottolinea che però non si può prevedere con certezza l’Alzheimer. “Elementi genetici o biologici possono dare un’indicazione, ma non permettono di prevedere lo sviluppo della patologia, che è quello che chiedono tutti i parenti dei malati”.

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    Andrea Monti
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Nasa, prossimo obiettivo Marte

Da alcuni mesi un team della Nasa si è stabilito sotto una cupola vicino a un vulcano spento delle Hawaii, con l’obiettivo di simulare la vita su Marte. L’esperimento durerà un anno, fino ad agosto 2016. Le persone coinvolte sono sei: tre scienziati, un pilota, un architetto e un giornalista, che possono uscire solo indossando tute spaziali.

“Non è il primo tentativo di questo tipo – dice a Radio Popolare l’astronauta Umberto Guidoni. – In queste situazioni emergono le difficoltà di vivere in un ambiente ristretto, in cui gli spazi privati sono ridotti. Questo porta a discussioni anche su questioni piuttosto banali. Conflitti che forse non si possono prevenire, ma questi esperimenti possono aiutare a trovare modi per risolverli”.

 

Intervista a Umberto Guidoni

 

Una vera missione su Marte, dice Guidoni, durerebbe circa due anni tra andata, permanenza e ritorno. “Il fatto che si comincino a fare simulazioni e a parlare insistentemente di provarci mi fa pensare che ormai siamo vicini”. Vicini, aggiunge l’astronauta, significa almeno una ventina d’anni: il tempo necessario a preparare i mezzi e la tecnologia che servono.

Nelle scorse settimane si è parlato di un piano della Nasa che fisserebbe come scadenza il 2030. Dal 2012 il pianeta rosso ospita il rover Curiosity, un veicolo inviato proprio dall’agenzia spaziale statunitense. In questi anni ha scattato foto, perforato rocce, raccolto campioni di suolo: tutto per capire meglio cosa succede su Marte, nell’attesa che degli esseri umani riescano a metterci piede.

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    Andrea Monti
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