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Alle prese con una grave crisi costituzionale

Trump russiagate

NEW YORK – Politici democratici e giuristi parlano ormai apertamente di “crisi costituzionale”. L’espressione, usata per descrivere momenti drammatici della storia americana quali la guerra civile e lo scandalo Watergate,  è stata rispolverata negli ultimi giorni dal capo della commissione giustizia della Camera Jerrold Nadler, dalla Speaker Nancy Pelosi e da quasi tutti i candidati democratici alle presidenziali del prossimo anno.  (altro…)

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    Alessandra Farkas
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Le primarie democratiche USA più affollate di sempre

primarie democratiche 2020

La lista dei candidati  annovera settuagenari come Joe Biden, Elizabeth Warren e Bernie Sanders che il giorno dell’inaugurazione avrebbero, rispettivamente, 78, 71, e 79 anni. In corsa c’è Kirsten Gillibrand, la senatrice di New York con il primato assoluto di voti congressuali anti-Trump. E Julián Castro, nipote di un immigrato messicano e cresciuto da una madre single, uno degli ispanici più influenti del partito. (altro…)

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    Alessandra Farkas
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La soppressione del voto negli Usa

Partito Democratico USA

Il sistema elettorale americano è uno dei più arcaici ed iniqui tra quelli delle democrazie occidentali e per questo ha bisogno di una immediata riforma. A dirlo è il Partito Democratico americano che ha promesso, se vincerà la maggioranza alle elezioni congressuali di domani, di farsi promotore di tale riforma.

Cosa bisogna cambiare? Dalla registrazione automatica al voto con l’acquisizione della patente (oggi iscriversi è spesso un laborioso rebus) all’istituzione di un giorno elettorale festivo. Mentre nel resto del mondo si vota generalmente di domenica, gli Stati Uniti si recano alle urne sempre nel primo martedì di novembre, per rispettare un’arcaica tradizione ottocentesca. Un giorno lavorativo, il che spiega come mai l’America abbia uno dei tassi di affluenza alle urne più bassi fra tutte le democrazie occidentali.

Nelle elezioni presidenziali vota circa il 60% degli aventi diritto, contro soltanto il 40% alle elezioni di medio termine per il rinnovo della Camera e di un terzo del Senato. Per venire incontro a milioni di americani costretti ad avere due o tre lavori insieme e incapaci di perdere anche solo un’ora per votare, 37 Stati oggi offrono il voto anticipato, da 4 a 50 giorni prima delle elezioni. Dopo il 2008, quando grazie al voto anticipato Obama ottenere un vantaggio insormontabile in molti stati prima ancora delle elezioni, votare in anticipo ha iniziato ad attrarre soprattutto gli elettori afroamericani.

Le chiese nere hanno cominciato ad usare la messa domenicale per spingere i fedeli alle urne. Ma domani questi stessi afroamericani dovranno fare i conti con un nuovo ostacolo: l’indebolimento del Civil Rights Act, la legge firmata nel 1964 dal presidente Lyndon Johnson, che limitò la discriminazione razziale, eliminando molti degli ostacoli all’esercizio del voto.

Nel 2013, un anno dopo la rielezione di Obama, la maggioranza conservatrice della Corte Suprema ha buttato all’aria i caposaldi della storica legge, stabilendo tra l’altro che il governo federale non sarà più garante della sua applicazione. Ciò ha consentito ai 23 stati più repubblicani e razzisti dell’Unione, soprattutto nel profondo sud trumpiano, di riscrivere a loro piacimento le regole elettorali, per rendere sempre più difficile il voto di neri e ispanici ed evitare un Obama tris. Il tentativo di impedire alle minoranze di votare, specialmente nel Sud, è vecchio quanto l’America.

Dopo l’emancipazione degli afro-americani al termine della Guerra Civile, le leggi locali e statali di Jim Crow emanate tra il 1876 e il 1965 servirono a creare e mantenere la segregazione razziale anche ai seggi.

La nuova soppressione dei voti è più subdola ma altrettanto efficace. Basti pensare alla Georgia, dove il Segretario di Stato Brian Kemp, un clone trumpiano e razzista convinto, nonché la persona incaricata di vegliare sulla regolarità del voto nello Stato, è anche il candidato repubblicano per la carica di governatore contro l’afroamericana Stacey Abrams. Forte della sua carica, Kemp ha cancellato il diritto di voto di circa 1,4 milioni di georgiani. Seicentomila solo nel 2017 secondo l’Associated Press.

Alla vigilia del voto Kemp si è affrettato a varare una nuova legge che pretende “corrispondenza esatta” tra la trascrizione del nome sul modulo di registrazione e i documenti ufficiali di ciascuno. Persino un trattino, una virgola, un apostrofo fuori posto, una minuscola invece di maiuscola possono rendere una richiesta di voto ineleggibile. Una regola che ha privato del diritto di voto altre 53 mila persone, afroamericane nel 70 per cento dei casi.

La Georgia non è l’unico Stato repubblicano a cercare di sopprimere il voto delle minoranze. In Nord Dakota cinquemila nativi americani che abitano nelle riserve e che nel 2012 sono stati cruciali nell’eleggere l’attuale senatrice democratica Heidi Heitkamp, potrebbero perdere il diritto al voto. Il motivo: nelle riserve non esistono carta di identità come quelle rese obbligatorie di recente. Simile tattica è stata usata anche alla Prairie View University del Texas per limitare il voto degli studenti, l’80 per cento dei quali afro-americani. A Dodge City, la cittadina del Kansas teatro della serie televisiva western Gunsmoke, i politici locali hanno spostato l’unico seggio elettorale della città prevalentemente ispanica dal centro in una periferia abbandonata inaccessibile coi mezzi pubblici.

Secondo alcuni studi, perché i Democratici nel 2018 ottengano la maggioranza alla Camera, devono vincere nel voto popolare nazionale con un vantaggio tra i 9 e gli 11 punti percentuali. Tutta colpa del gerrymandering (parola che rappresenta la fusione di due termini, “Gerry”, dal nome del suo inventore e “salamander”, salamandra), il metodo artificioso per ridisegnare i confini dei collegi nel sistema elettorale americano che i democratici promettono di abolire per sempre.

Nel lontano 800 l’allora governatore del Massachusetts Elbridge Gerry disegnò un nuovo collegio elettorale con confini particolarmente zigzaganti, includendo quelle parti della popolazione a lui favorevoli ed escludendo quelle a lui sfavorevoli, assicurandosi così la rielezione. Le linee di tale collegio erano così irregolari e tortuose, da farlo sembrare a forma di salamandra. Entrambi i partiti nel corso dei decenni hanno usato questa pratica, ma nessuno lo ha mai fatto quanto il Partito Repubblicano dal 2010 a oggi: per questo motivo i candidati congressuali del Partito Democratico hanno perso le ultime elezioni, anche se da anni prendono nazionalmente più voti di quelli del Partito Repubblicano.

Partito Democratico USA
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Trenta bugie al giorno

Donald Trump

Trenta bugie al giorno. Sono quelle che il presidente americano starebbe pronunciando alla vigilia delle elezioni di martedì prossimo, secondo il Washington Post, che sin dall’inizio della presidenza Trump tiene il conto delle affermazioni false e mendaci fatte dal presidente sui media, nei comizi o attraverso Twitter.

Il ‘bugiardometro’ del Post rivela come Trump sia balzato da una media quotidiana di 5 bufale a ben 30: cioè il sestuplo rispetto ai primi giorni della sua presidenza. Chi usa mettere in dubbio la sua parola, naturalmente, è “fake news”. Ma il Washington Post non è l’unico a tenere il conto delle panzane di un uomo che ha adottato in politica le stesse tecniche da squalo dei palazzinari newyorchesi.

Anche il New York Times ha messo insieme una minuziosa operazione di fact-checking, iniziando dal 21 gennaio, il giorno del suo insediamento. Il risultato è una massiccia antologia di bugie Trumpiane, visionabile online con tanto di schede, grafici e date. “Trump costituisce un unicum nella storia della nazione”, spiega il Times, “Non vi sono precedenti di un presidente americano, democratico o repubblicano, che passa così tanto tempo a mentire“.

Non dimentichiamoci che la sua stessa ascesa politica è stata costruita sulla bugia che Barack Obama non fosse nato in America. “Se storicamente ogni presidente ha occasionalmente tentato di offuscare la verità o ha raccontato qualche balla”, teorizza il Times, “nessuno si è mai comportato come Trump, che sta cercando di creare un universo alternativo in cui la realtà e la verità sono del tutto irrilevanti“.

Donald Trump
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Una settimana per decidere su Kavanaugh

Brett Kavanaugh

Con una votazione preliminare della Commissione Giustizia del Senato USA, la nomina alla Corte Suprema del giudice ultraconservatore Brett Kavanaugh ha fatto ieri un ulteriore passo avanti nonostante le accuse di aggressione sessuale da parte di ben tre donne. A favore gli undici senatori repubblicani, tutti maschi bianchi, molti ottuagenari. Contro hanno votato tutti e 10 i democratici in aula, tra cui 4 donne.

Ora la nomina dovrà essere confermata in seduta plenaria dal Senato. Ma non è detto che lo sarà. Con un colpo di scena che ha sospeso per 20 lunghi minuti il voto in diretta dal Senato, il senatore repubblicano dell’Arizona Jeff Flake, uno dei più moderati tra i repubblicani, ha votato sì subordinando però il suo assenso a un supplemento di indagine “di non più di una settimana” per consentire all’FBI di approfondire la questione. Poco più tardi un’altra senatrice moderata, Lisa Murkowski dell’Alaska, ha detto che non voterà per Kavanaugh alla seduta plenaria che avrebbe dovuto svolgersi martedì (ma è ora slittata di una settimana), senza l’indagine FBI.

La terza senatrice ago della bilancia è Susan Collins del Maine che dovrebbe presto unirsi a Flake e Murkowski. Interpellato in merito alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump, che per settimane ha resistito alla richiesta di un’indagine FBI avanzata per settimane dai democratici, è stato costretto a cedere dicendosi “pronto a seguire le indicazioni del Senato”.

Kavanaugh è stato accusato di molestie sessuali da diverse donne, una delle quali, la docente universitaria Christine Blasey Ford, ha testimoniato giovedì davanti alla Commissione Giustizia. È stata un’udienza drammatica che ha letteralmente spaccato in due l’America. Da un lato i conservatori, guidati dal presidente Trump, che difendono a spada tratta Kavanaugh e accusano i democratici di un complotto orchestrato addirittura per vendicare i Clinton; dall’altro la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, soprattutto femminile, i social media, l’associazione degli avvocati Usa, il giornale dei gesuiti e praticamente tutti gli editorialisti del paese.

I repubblicani hanno 52 voti su 100 nell’aula del Senato: una maggioranza risicata e non è affatto certo che Kavanaugh sarà confermato se l’FBI ascolterà i suoi numerosi ex compagni di liceo e d’università che lo descrivono come uno dedito ad alcool e droghe che, quando strafatto, diventava violento, soprattutto con le ragazze.

La fretta dei repubblicani di chiudere al più presto la partita, anche a costo di spedire un potenziale stupratore alla Corte Suprema, è squisitamente di natura politica. Le elezioni di novembre sono alle porte e i repubblicani temono di perdere la maggioranza al Senato e quindi la chance di spedire uno dei loro ai vertici del massimo tribunale del paese. Il “patto col diavolo” del Gop con l’odiato Trump è stato chiaro fin dall’inizio: varare il più massiccio taglio fiscale pro-ricchi della storia Usa e spedire alla Corte Suprema giudici ultraconservatori cari agli 80 milioni di elettori Evangelical che hanno votato Trump.

La giornata è stata caratterizzata da altri colpi di scena. Stamane molti membri democratici della Commissione, in segno di protesta, hanno abbandonato l’aula quando il presidente Chuck Grassley ha bocciato la mozione democratica per interrogare Mark Judge, l’ex compagno di mascalzonate di Kavanaugh, che secondo Christine Ford era presente quando Kavanaugh tentò di stuprarla. Dopo essersi rifugiato per settimane in una casa irraggiungibile tra le montagne, adesso Judge si dice “pronto a farsi interrogare dall’FBI”.

Va sottolineato che il drammatico dietrofront del Senatore Flake è tutto merito del movimento #METOO che da settimane protesta in massa a Capitol Hill, davanti agli uffici dei 3 senatori repubblicani moderati, per invitarli ad ascoltare le loro esperienze di abusi e a non votare a favore di Kavanaugh.

Dopo aver annunciato, in mattinata, che avrebbe votato per Kavanaugh, Flake è stato fermato vicino a un ascensore da due donne che hanno dichiarato di aver subito abusi sessuali.

Non abbassi lo sguardo. Mi guardi e mi dica che ciò che mi è successo non importa, e che lascerà che altri uomini potenti facciano quello che è stato fatto a me. Questo significa il suo voto“, ha detto una delle due donne singhiozzando, in un drammatico video immortalato da un cellulare che per tutta la mattinata ha imperversato su Twitter. Alcune ore più tardi l’annuncio del dietrofront del senatore che, è probabile, costerà il seggio a Kavanaugh.

Brett Kavanaugh

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    Alessandra Farkas
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I russi tornano all’attacco in America

Donald Trump e Vladimir Putin

L’unanime consenso della comunità di intelligence degli Stati Uniti, reso pubblico un anno fa, ha stabilito senza ombra di dubbio che l’obiettivo principale degli attacchi informatici lanciati dagli hacker russi durante la campagna presidenziale americana 2016 era quello di far naufragare la candidata democratica Hillary Clinton, la superfavorita nei sondaggi, per aiutare ad eleggere Donald Trump.

A confermarlo ci ha pensato anche il procuratore speciale per le indagini sul Russiagate, Robert Mueller che il mese scorso ha incriminato 12 agenti dei servizi segreti russi, responsabili secondo il voluminoso dossier di prove raccolte dall’FBI, dell’hackeraggio contro i democratici. Secondo l’FBI le famigerate e-mail rubate alla campagna di Hillary sarebbero state inviate dagli hacker del Cremlino al fondatore di WikiLeaks Julian Assange, che le mise in rete dietro ordine di Putin per sabotare le chance di vittoria della prima candidata donna alla presidenza nella storia degli Stati Uniti. Gli stessi hacker sarebbero contemporaneamente entrati nei sistemi elettorali di numerosi stati, sempre nel 2016, manomettendo il risultato per far vincere Trump e i candidati repubblicani in lista con lui.

A rendere ancora più raccapricciante questo capitolo di storia americana recente è il fatto che gli hacker russi sono tornati alla carica per influenzare anche le elezioni congressuali di medio termine che si svolgeranno il prossimo 6 novembre. A lanciare l’allarme è Tom Burt, un alto dirigente di Microsoft che durante l’ultimo Forum sulla Sicurezza di Aspen ha rivelato come gli hacker russi si siano infiltrati nei siti web di tre politici in corsa a Novembre, tutti democratici,
avvalendosi di un falso sito Web Microsoft, detto phishing (dall’inglese fishing “pescare”).

Il Phishing è un’attività illegale che sfrutta una tecnica di ingegneria sociale: l’hacker effettua un invio massiccio di messaggi di posta elettronica che imitano, nell’aspetto e nel contenuto, messaggi legittimi di enti affidabili; tali messaggi fraudolenti richiedono di fornire informazioni riservate come, ad esempio, il numero della carta di credito o la password per accedere ad un determinato servizio e tentano di scaricare malware sui computer hackerati.

È la stessa tecnica usata dai russi nel 2016 per ingannare i collaboratori di Hillary, convincendoli a fornir loro codici di accesso con cui sono poi entrati nei siti del partito democratico e hanno fatto razzia. Per fortuna questo ultimo sito web di phishing è stato rimosso e Microsoft ha rassicurato gli americani che la compagnia sta collaborando con l’FBI per evitare nuovi attacchi. “Ci hanno provato”, ha detto Microsoft, “ma non hanno avuto successo“.

Ciò non significa che l’allarme sia rientrato. Almeno due candidati democratici alle elezioni del prossimo novembre, uno in Florida e l’altra in Missouri, hanno subito incursioni digitali che l’FBI ha ricondotto ad hacker russi. E se non bastasse l’amministratore delegato di Facebook, Mark Zuckerberg, ha messo in guardia da nuovi tentativi di hacking in corso sulle varie piattaforme di social media alla vigilia di queste elezioni.

Il grido d’allarme dei tycoon di Sylicon Valley contrasta con le dichiarazioni del presidente americano che durante il vertice di Helsinki con il presidente russo Putin, ha scatenato un putiferio intercontinentale affermano di “non vedere alcun motivo per cui sarebbe stata la Russia” ad hackerare le elezioni del 2016. Trump è stato costretto a fare marcia indietro anche se ha poi affermato che “la Russia oggi non sta più prendendo di mira gli Stati Uniti”, in aperta contraddizione con la tesi di Microsoft, Facebook e dei leader dei Servizi Segreti americani.

Proprio questi ultimi, insieme ai vertici del partito repubblicano, avrebbero fatto pressione per convincere il presidente a rimandare la visita di stato di Putin in America, prevista per quest’autunno. Ricevere lo zar russo alla Casa Bianca alla soglia delle elezioni avrebbe inviato agli elettori un messaggio chiarissimo e insieme pericoloso: Trump e i repubblicani ti ringraziano per averli portati al potere. Molti democratici, che ritengono questo presidente e Congresso repubblicano illegittimi, hanno aspramente criticato la decisione della Casa Bianca di eliminare la posizione di zar per la cybersicurezza. Una mossa inspiegabile che ha lasciato il paese più vulnerabile che mai in uno dei momenti più critici della sua storia.

Ad affrontare questi ed altri temi spinosi è l’ultimo best-seller uscito in America, “I Trump e i Putin, storia inedita di Donald Trump e della Mafia russa” di Craig Unger secondo cui le identiche aspirazioni dittatoriali di Putin e Trump non sono l’unico collante tra il presidente russo e quello americano. “Da ormai 30 anni la mafia russa vicina a Putin usa l’impero immobiliare di Trump per riciclare il suo denaro sporco”, si legge nel libro, secondo cui senza l’aiuto determinante della mafia russa Trump non sarebbe mai arrivato alla Casa Bianca.

Donald Trump e Vladimir Putin
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    Alessandra Farkas
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Un giudice amico potrebbe salvare Trump dall’impeachment

Corte Suprema USA

A che punto è l’inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller sul Russiagate? Donald Trump finirà in carcere se l’FBI riuscirà a dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che il presidente americano, in combutta con gli hacker di Wladimir Putin, ha estorto la legittima vittoria ad Hillary Clinton stravolgendo il risultato delle presidenziali del 2016? E ancora: il Congresso americano finirà per percorrere la strada dell’impeachment? Che dire poi dell’entourage di Trump, se Mueller deciderà di incriminare figli, genero e collaboratori stretti del presidente?

La risposta a queste e ad altre pressanti domande che da mesi arrovellano l’America e il mondo intero dipende in larga parta da un unico individuo: Brett Kavanaugh. Il 53enne magistrato ultraconservatore, nominato da Trump il mese scorso per ricoprire il ruolo di giudice della Corte Suprema lasciato vacante da Anthony Kennedy, andato in pensione dopo 30 anni, ha in mano la sorte del presidente e dell’America. Kavanaugh è la seconda nomina di Trump ai vertici del massimo tribunale del paese in meno di due anni e ciò ha consentito alla Casa Bianca di posizionare con grande anticipo le sue pedine sulla scacchiera in vista di un eventuale, imminente scontro frontale con Mueller.

Iniziata oltre un anno fa con la nomina del procuratore speciale (dopo che Trump licenziò il capo dell’FBI James Comey per insabbiare le indagini), la partita sta per raggiungere il suo primo grande impasse. Dopo mesi di tira e molla, gli avvocati di Trump, tra cui l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, sembrano infatti decisi a declinare la richiesta di Mueller che ha convocato Trump per interrogarlo sul Russiagate. A quel punto Mueller sarebbe costretto ad emettere un mandato di comparizione, o subpoena, per costringere Trump a rispondere alle domande degli inquirenti davanti a un gran giurì, come è già accaduto in passato a Richard Nixon e Bill Clinton.

Di fronte a tale ordine, gli avvocati di Trump hanno già preannunciato che ricorreranno in appello, dando inizio ad un estenuante braccio di ferro giudiziario che potrebbe durare mesi e finirebbe inevitabilmente di fronte alla Corte Suprema. A salvare Trump, a quel punto, sarebbe il suo fedele giudice Kavanaugh, selezionato dal presidente da una fitta rosa di candidati eccellenti proprio in quanto massimo teorico dell’intoccabilità del potere presidenziale.

Durante un simposio di giuristi, nel 1999, Kavanaugh criticò la delibera unanime della Corte Suprema che nel 1974 aveva portato all’impeachment di Richard Nixon per lo scandalo del Watergate. La sua motivazione: “la costituzione non contempla l’incriminazione di un presidente in carica”. Nel corso degli anni Kavanaugh ha firmato un gran numero di pareri legali in cui teorizza “l’esonero di un presidente in carica da procedimenti penali e indagini, compresi interrogatori da parte di pubblici ministeri o difensori”. “Le indagini criminali attorno a un Presidente sono inevitabilmente politicizzate dai loro sostenitori e critici “, ha scritto Kavanaugh, secondo il quale “L’incriminazione e il processo di un presidente in carica paralizzerebbero il governo federale, rendendolo incapace di funzionare con credibilità nelle arene internazionali o nazionali. Ciò può essere dispendioso in termini di tempo e fonte di distrazione”, ha concluso, sostenendo che “Il presidente che è preoccupato per un’indagine criminale quasi inevitabilmente farà un lavoro peggiore”.

Se il Russiagate finirà, com’è inevitabile, davanti alla Corte Suprema, tutti sanno insomma come andrà a finire adesso che Kavanaugh e l’altro giudice ultraconservatore nominato da Trump, Neil Gorsuch, si schiereranno con la maggioranza conservatrice della Corte per salvare il presidente, rovesciando di fatto la storica sentenza del 1974 con cui la Corte Suprema di allora ha deliberato all’unanimità contro Nixon, dichiarando che anche un presidente deve rispettare un mandato di comparizione perché neppure lui è al di sopra della legge.

Lo stesso potrebbe succedere quando la Corte Suprema sarà chiamata a pronunciarsi sulle altre questioni cruciali del Russiagate: può un presidente essere incriminato mentre è in carica? Può essere processato per un crimine? Può licenziare il procuratore speciale incaricato di indagare tali presunti crimini?

Due anni fa, quando gli chiesero di citare un precedente della Corte Suprema che meritava di essere abrogato, Kavanaugh ha citato proprio l’istituzione della figura del procuratore speciale varata dal Congresso e ratificata dalla Corte Suprema durante il Watergate per far fronte ai comportamenti criminali dell’allora presidente Nixon. “Quella figura è stata di fatto abolita”, ha detto Kavanaugh, riferendosi al fatto che il Congresso non ha rinnovato la legge che la istituiva. “Io”, ha tenuto a precisare, “sono pronto a ficcare l’ultimo chiodo nel sarcofago di quella carica obsoleta “. In altre parole: dopo che il Congresso a maggioranza repubblicano confermerà la nomina di Kavanaugh, prima delle elezioni del prossimo novembre, Mueller potrebbe essere licenziato coll’assenso del giudice favorevole a Trump.

Inutili le proteste dei democratici, partito di minoranza, che parlano già di “Repubblica delle banane” e “violazione senza precedenti dello stato di diritto alla base della democrazia americana”. Il presidente ne uscirebbe non solo sano e salvo ma anche rafforzato nel suo potere, accresciuto e intoccabile alla stregua di un dittatore alla Putin. La Corte Suprema, spostatasi ormai a destra finirebbe per dare il colpo di grazia all’aborto, alle leggi pro-ambiente, ai sindacati, ai diritti di donne, gay, emigranti e minoranze, spianando la strada all’America distopica, razzista e intollerate dei suprematisti bianchi tanto amata da Donald Trump.

Corte Suprema USA

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Partito Democratico USA unito contro Trump

Alexandria Ocasio-Cortez

Dopo le elezioni del 2016, la rivalità tra i sostenitori di Hillary Clinton e quelli di Bernie Sanders ha consumato il dibattito sul futuro del partito democratico americano, ancora sconvolto dalla sconfitta. Quel duello ideologico è stato un elemento determinante della gara per la leadership del Partito Democratico, il DNC, o Comitato Nazionale Democratico. Gara conclusasi con un compromesso che, di fatto, ha sancito la tregua tra l’anima centrista e quella progressista del partito, con la nomina dell’ex segretario del Lavoro di Obama Tom Perez come presidente del DNC e del sandersiano Keith Ellison come suo vice.

Alla vigilia delle importantissime elezioni congressuali di medio termine, la “guerra civile” che durante le presidenziali di due anni fa ha letteralmente spaccato in due il partito democratico, ostacolandone la vittoria, sembra poco più di una scaramuccia nella battaglia senza esclusione di colpi che entrambi stanno conducendo insieme contro Trump.

L’accordo progressisti-centristi ha prodotto un numero storico di candidature femminili e posto le basi per quella che secondo i sondaggisti potrebbe essere un’ondata blu (blu è il colori del partito democratico) alle elezioni di novembre per il rinnovo di tutta la Camera e di un terzo del Senato .

I democratici ricordano ancora lo shock e il trauma della sconfitta, quella famigerata notte di quasi due anni fa”, spiega Larry Sabato, direttore del Centro per la Politica dell’Università della Virginia. “Da allora l’amaro in bocca è solo aumentato”. “L’’Effetto Trump’ ha finito per spegnere il vulcano della guerra fratricida all’interno del partito”, incalza Sabato, “i democratici hanno rispolverato il celebre proverbio americano secondo cui un uccello non può spiccare il volo con un’ala sola. Lo stesso vale per loro“.

Basta dare un’occhiata alle primarie di quest’anno per rendersi conto che hanno prodotto una serie di vittorie per entrambe le “ali” del partito democratico. I progressisti hanno vinto in ​​Pennsylvania, Nebraska e Idaho, mentre i candidati dell’establishment hanno celebrato vittorie in Illinois, Texas e California. La gara forse più ad alto profilo si è giocata nel quartiere newyorchese di Queens dove Alexandria Ocasio-Cortez, la socialista democratica di 28 anni allieva di Bernie Sanders ha battuto l’ex deputato Joe Crowley, uno dei politici centristi più rispettati e seniores del partito, l’erede disegnato alla leadership democratica quando Nancy Pelosi, in sella da anni, getterà la spugna l’anno prossimo.

L’aspetto forse più importante della metamorfosi del partito democratico post-Trump è l’aver buttato alle ortiche i vecchi dogmi e slogan a senso unico per diventare, come la chiamano qui in America, “una grande tenda” sotto la quale coesistono fazioni e ideologie molto diverse tra loro: dai socialisti del Queens ai democratici anti-aborto e pro-armi del profondo sud, dove per vincere bisogna scendere a compromessi con l’ideologia ultraconservatrice del posto.

Ma se le due anime del partito democratico non sono di certo una novità, il suo spostamento a sinistra, dopo l’entrata in campo di Bernie Sanders nella corsa presidenziale del 2016, è stato drammatico. Gli analisti sono concordi nell’attribuire al Senatore del Vermont ed ex rivale di Hillary Clinton il merito di aver introdotto l’agenda economica populista e progressista nel mainstream del partito democratico. Idee quali un sistema sanitario di stampo europeo, una volta dismesse come un’eresia dalla destra e un’utopia dalla sinistra, ora hanno il sostegno di oltre la metà dei parlamentari democratici della Camera e di un terzo del Senato.

La domanda in ambito democratico non è più “come riformare l’Obamacare?” ma “Qual è il modo migliore per arrivare all’assistenza sanitaria universale?”. Un cambiamento a dir poco radicale in un paese dove l’intervento statale è considerato un tabù comunista tanto che circa 40 milioni di americani oggi non hanno alcun tipo di assistenza medica. Se i democratici avranno la meglio a Novembre ciò dovrebbe cambiare. Secondo un’analisi Brookings, il 42% dei candidati democratici in corsa per la prima volta si dichiara progressista, cioè favorevole all’assistenza medica e all’università gratis per tutti, rispetto a solo il 14% nel 2014 e il 13% nel 2016.

Eppure sono ben pochi i candidati disposti a sfruttare l’antica rivalità “centrista contro progressista”. Nelle primarie democratiche per il governatorato della Georgia, ad esempio, la progressista Stacey Abrams ha vinto con il sostegno di Hillary Clinton e Bernie Sanders e potrebbe diventare la prima donna nera governatrice americana. E alle primarie democratiche in Kentucky la progressista Amy McGrath, una ex pilota e marine alla sua prima candidatura ha sconfitto Jim Gray, il sindaco di Lexington, su cui il partito aveva puntato credendolo il candidato più forte nell’ultra conservatore stato.

La molla di queste elezioni non è solo ideologica”, mette in guardia David Wasserman, analista politico del Cook Political Report, “Oggi l’elettore democratico è motivato soprattutto dall’intenso desiderio di nominare donne nel 2018“. Anche per questo la nuova unità ritrovata ha rischiato di incrinarsi quando il presidente del DNC, Tom Perez, è intervenuto nella corsa di governatore a New York per dare l’endorsement alla rielezione di Andrew Cuomo contro la candidata progressista Cynthia Nixon, la star di Sex and the City, attivista da sempre nella sinistra. Una mossa bollata da Bernie Sanders come un errore gravissimo perché, ha spiegato, “il presidente del DNC dovrebbe essere imparziale”.

Ma a parte questo incidente di percorso, alle primarie democratiche i vertici del partito si sono prodigati ad aiutare i candidati, centristi e progressisti, con le migliori chance di vincere le elezioni generali contro il rivale repubblicano a Novembre. La strategia, che ha premiato un progressista in Texas, ha pagato in California, dove candidati centristi si sono piazzati un po’ ovunque. Per riconquistare il Congresso, il Partito Democratico sa di dover rispettare una mappa politica estremamente etereogenea. L’agenda progressista condivisa dagli elettori nelle zone costiere liberal come New York o San Francisco non può funzionare negli stati repubblicani del profondo sud e nella cosiddetta bible belt abitata da fondamentalisti cristiani, dove anche gli elettori democratici sono più conservatori.

Per vincere a Novembre i democratici debbono conquistare voti anche in stati quali il West Virginia dove alle primarie democratiche dello scorso maggio Joe Manchin, un politico conservatore, ha stracciato la rivale progressiva Paula Jean Swearengin, con circa 40 punti percentuali di vantaggio. Eppure l’obiettivo di Joe Manchin è identico a quello della socialista newyorchese Alexandra Ocasio-Cortez: riprendere la maggioranza al Congresso e fermare le devastanti politiche di Trump, dall’ambiente alla sanità, dalla guerra contro le minoranze a quella contro i sindacati, dall’aborto agli attacchi contro la libertà di stampa. È un esempio straordinario di solidarietà in nome di un ideale comune che la sinistra di tutto il mondo, Italia inclusa, farebbe bene ad imitare.

Alexandria Ocasio-Cortez
Foto dalla pagina FB di Alexandria Ocasio-Cortez https://www.facebook.com/Ocasio2018/
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    Alessandra Farkas
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Russiagate, Manafort rischia l’ergastolo

Donald Trump e Vladimir Putin

Inizia ad Alexandria, in Virginia, il primo processo del Russiagate. Sul banco degli imputati salirà il 69enne lobbista, consulente politico e avvocato italoamericano Paul Manafort, l’ex capo della campagna elettorale di Donald Trump che rischia l’ergastolo nell’ambito dell’inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller sulle ingerenze della Russia nelle elezioni presidenziali americane del 2016. Inchiesta che potrebbe finire per provare in maniera definitiva la natura fraudolenta e illegale della presidenza Trump se Mueller riuscirà a dimostrare che il presidente americano colluse con gli hacker di Vladimir Putin per sottrarre alla democratica Hillary Clinton la vittoria che tutti i sondaggi le davano per certa.

Manafort fu arrestato dall’FBI nell’ottobre del 2017 dopo che un gran giurì federale incriminò lui e il suo socio in affari Rick Gates. Le accuse contro Manafort, alcune relative al suo lavoro di consulenza per il governo filo-russo di Viktor Yanukovych in Ucraina prima che l’uomo di Putin fosse deposto nel 2014, sono gravissime. E includono reati quali cospirazione contro gli Stati Uniti, ostruzione alla giustizia, falsa testimonianza, riciclaggio di denaro, attività illecite di lobby, evasione fiscale e frode bancaria. Il processo, che si svolgerà in un tribunale federale di Alexandria e dovrebbe durare circa tre settimane, riguarderà esclusivamente crimini di natura fiscale e finanziaria.

Ad affrontare il voluminoso dossier politico – la presunta collusione con i russi per far vincere Trump – sarà un secondo processo che inizierà il prossimo 17 settembre a Washington. Gli avvocati di Manafort hanno fatto di tutto per sdoppiare il dibattimento – cioè per avere due processi invece di uno – dopo aver appreso che il processo originale contro Manafort sul Russiagate sarebbe stato celebrato nella capitale. “Sono certi che in Virginia, dove il partito repubblicano è molto forte, il loro cliente sarà giudicato da una giuria popolare più politicamente conservatrice e quindi benevola rispetto a Washington, dove il 93 per cento degli elettori nel 2016 scelse Hillary”, teorizza il sito web Politico.

Se la giuria di Alexandria non dovesse raggiungere un verdetto unanime sulla sua colpevolezza, Manafort potrebbe essere assolto. E ciò rafforzerebbe la tesi di Trump secondo cui il Russiagate è solo “una caccia alle streghe” politica. I repubblicani potrebbero tornare all’attacco per chiedere la testa di Mueller e Trump si sentirebbe autorizzato a ritirare fuori la carta del perdono presidenziale. Ma la scommessa dei legali di Manafort sembra perdente visto che, giorno dopo giorno, il cerchio intorno a Trump si stringe. Oggi persino i repubblicani in Congresso si oppongono alle minacce del presidente di licenziare Mueller di fronte all’enorme volume di prove che lo pongono al centro del Russiagate, burattino di Putin e insieme burattinaio della cospirazione anti-Hillary della sua campagna.

Ad aggravare la situazione di Manafort è la passerella di testimoni al di sopra di ogni sospetto che deporrà contro di lui: agenti dell’FBI e dell’IRS, l’agenzia delle entrate Usa, dirigenti della speciale unità anti-crimini finanziari del Ministero del tesoro. E soprattutto Rick Gates, il suo ex socio, conoscitore di ogni suo segreto, che si è dichiarato colpevole e sta collaborando con Mueller. Una scelta, quella di collaborare con l’FBI, che Manafort non farà mai, secondo molti, perché terrorizzato dalle possibili ritorsioni di Mosca contro di lui e la sua famiglia.

A complicare le cose sono poi le innumerevoli inchieste dei giornali americani, tra cui il lungo profilo firmato da Franklin Foer sull’Atlantic intitolato “Il maneggione americano: Il complotto contro l’America” che racconta come, decenni prima di dirigere la campagna elettorale di Trump, la brama di soldi e propensione per i più loschi affari di Manafort hanno spianato la strada all’attuale corruzione di Washington immortalata dalla serie tv House of Cards.

Prima di legare il suo destino a quello di Trump, Manaford è stato consulente delle campagne presidenziali di leader repubblicani come Gerald Ford, Ronald Reagan, George Bush padre e Bob Dole. Nel 1980 Manafort aveva co-fondato a Washington una società di lobbying insieme a Roger Stone, un altro protagonista del Russiagate, sospettato di aver collaborato con il fondatore di WikiLeaks Julian Assange che nella primavera del 2016 pubblicò le email sottratte da Mosca alla campagna presidenziale di Hillary Clinton per sabotarne le chance di vittoria.

Il curriculum vitae di Manafort assomiglia ad un thriller criminale. Manafort, che possiede numerose ville ed auto da corsa e ha uno stile di vita da nababbo, si è arricchito facendo per decenni pressioni illegali sui governi americani a favore di controversi leader stranieri come Yanukovych, l’ex dittatore delle Filippine Ferdinand Marcos, l’ex dittatore dello Zaire Mobutu Sese Seko e il leader guerrigliero angolano Jonas Savimbi. Secondo la legge americana per la registrazione degli agenti stranieri (FARA) il lobbismo per servire gli interessi di un governo straniero richiede di essere registrati presso il Dipartimento di Giustizia; tuttavia Manafort non si è preso la briga di registrarsi fino a quando non è stato beccato con le mani nel sacco. Ma ormi era troppo tardi.

La sua irrefrenabile propensione a violare le leggi è emersa anche di recente. Manafort era agli arresti domiciliari dopo aver pagato una cauzione da 10 milioni di dollari, quando la giudice Amy Berman Jackson ha deciso di spedirlo in carcere nel timore che potesse inquinare le prove. Secondo l’accusa, Manafort e un suo stretto collaboratore, Konstantin Kilimnik, avevano contattato due testimoni, i giornalisti Alan Friedman e Eckart Sager, tentando di convincerli a mentire sotto giuramento al processo testimoniando che lo stesso Manafort non aveva mai svolto attività di lobbying negli Stati Uniti per l’ex presidente ucraino Yanukovych, e che in realtà aveva svolto quell’attività di fiancheggiamento solo in Europa. L’accusa sostiene invece che Manafort si adoperò a Washington per presentare Yanukovich come un leader filo occidentale che meritava sostegno politico, invece delle sanzioni imposte contro di lui per abuso di potere.

Manafort, il cui nonno muratore emigrò in Connecticut nel 1919 e si chiamava Manaforte, (il cognome della madre è Cifalù) si sarebbe attivato presso quattro leader politici europei per promuovere gli interessi di Yanukovich a Washington. Uno di questi, secondo la ricostruzione dei media Usa è l’italiano Romano Prodi, due volte presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea dal 1999 al 2004. Secondo il New York Times nel marzo 2013 Prodi incontrò importanti membri del Congresso, assistito da Friedman e Sager, entrambi al soldo di Manafort. Più tardi, sempre secondo il Times, Friedman avrebbe aiutato Prodi a scrivere un editoriale pubblicato dal New York Times nel febbraio 2014, che difendeva Yanukovych sostenendo che l’uomo di Putin avrebbe potuto salvare l’Ucraina dal collasso e che i leader europei non avrebbero dovuto varare sanzioni contro di lui.

Il giorno successivo alla pubblicazione di quell’articolo, Yanukovych è fuggito dall’Ucraina tra le proteste di piazza del suo popolo e si è stabilito a Mosca.

Donald Trump e Vladimir Putin
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    Alessandra Farkas
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L’America scivola verso l’estrema destra

La domanda più pericolosa della conferenza stampa seguita all’incontro ad Helsinki tra Donald Trump e Vladimir Putin è stata formulata a Trump da un giornalista della Associated Press: “Presidente, ma lei a chi crede?”  Il tema è il Russiagate. Le due possibili risposte: le agenzie di intelligence americane o la parola di Vladimir Putin. Di fronte al mondo intero, il presidente Usa ha affermato, per l’ennesima volta, di credere  all’innocenza di Putin nel Russiagate, smentendo così ben sette agenzie di Intelligence americane. Un’affermazione che ha sollevato un coro unanime di proteste negli States, con Trump tacciato di aver “colluso apertamente con il leader criminale di una potenza ostile“.

Secondo i servizi segreti Usa, Putin avrebbe condotto attacchi di vero e proprio terrorismo digitale  ai danni dei Democratici, colpendo i sistemi informatici del partito, strappando ad Hillary Clinton la vittoria che tutti i sondaggi davano certa. Un assalto che si aggiunge agli innumerevoli crimini commessi dal dittatore russo. Dall’invasione della Crimea all’aggressione contro l’Ucraina; dall’omicidio di rivali politici, giornalisti e chiunque osi criticarlo – anche in suolo straniero come si è visto in Gran Bretagna – al suo ruolo chiave nel sostenere il sanguinario regime di Assad in Siria e sponsorizzare i movimenti di estrema destra nel mondo, dall’Ungheria all’Italia.

Il comportamento di Trump ad Helsinki è bollato come “tradimento” e non solo dall’ex direttore della Cia, John Brennan . A peggiorare le cose il New York Times rivela come Trump fosse stato avvertito nei dettagli dell’attacco informatico ordinato personalmente da Putin già prima dell’inaugurazione nel gennaio 2017. Insomma, per due anni Trump ha mentito alla nazione definendo “caccia alle streghe” l’indagine dell’FBI, pur conoscendone nei dettagli la legittimità.

Il termine “treason” (tradimento della Patria)  fa la sua ricomparsa. Non accadeva dai tempi di Benedict Arnold, un generale americano durante la Guerra d’indipendenza che nel 1780 tradì la causa rivoluzionaria e passò nel campo britannico. “È come se, dopo Pearl Harbour, Franklin D. Roosevelt avesse detto: “Anche noi siamo colpevoli, spiega sul New York Times Thomas Friedman, parafrasando le parole di Trump ad Helsinki secondo cui “è anche colpa dell’America se Putin l’ha attaccata”.

Tutti tornano sulla questione del “kompromat”, ovvero sulle molto compromettenti informazioni personali e finanziarie che consentirebbero a Putin di muovere Trump come un suo burattino. Il New York Magazine avanza l’ipotesi, documentandola, che Trump sia da anni una spia al soldo dei russi. Putin è accusato di appoggiare forze politiche anti-europeiste e anti-Nato, nel tentativo di indebolire la democrazia in Occidente, soffocando le ondate progressiste. Ad alimentare la love story con Trump è la comune avversione per la democrazia. Donald e Vladimir sono alleati perché stanno giocando la stessa partita a favore del rinascente nazionalismo autoritario. I due “colludono” per rendere il mondo meno libero.  Con l’aiuto dei servizi segreti russi e del partito repubblicano.

“Il partito repubblicano ha fatto di tutto per sabotare l’indagine sul Russiagate del procuratore speciale Robert Mueller “, accusa Michael Gerson, repubblicano di ferro ed ex speechwriter di George W. Bush secondo cui il partito di Reagan è diventato uno strumento in mano a Putin e un ostacolo alla protezione e salvaguardia dell’America”.  Non è un’esagerazione. Basti pensare che la 29enne spia russa Maria Butina, arrestata nei giorni scorsi a Washington e in carcere senza cauzione è accusata di aver infiltrato i vertici del partito e di essere andata a letto con il congressman pro-Putin Dana Rohrabacher  e con altri pezzi grossi repubblicani.

Gerson è uno degli innumerevoli intellettuali e giornalisti  repubblicani (ma anche tantissimi elettori normali) che hanno abbandonato il partito e adesso esortano il paese a votare per i democratici a novembre onde evitare la deriva autoritaria che rischia di trasformare l’America nell’incubo ipotizzato da Philip Roth nel best-seller “Il complotto contro l’America”.  Il partito, a causa di queste defezioni, si è notevolmente rimpicciolito.

Intanto deputati e senatori repubblicani tornano a comportarsi come se nulla fosse. Rifiutandosi di avvallare le richieste della minoranza democratica al Congresso che da mesi chiede una legge per proteggere l’indagine Mueller, che Trump ha minacciato più volte di licenziare. L’indignazione post-Helsinki dei repubblicani è durata insomma poche ore. Un po’ come era successo dopo gli incidenti di Charlottesville, dove un’auto si era schiantata sulla folla di pacifisti durante la marcia dei suprematisti bianchi, uccidendo una donna e ferendo 30 persone che protestavano contro la manifestazione nazista e Trump si rifiutò di condannare esplicitamente i neonazi bianchi parlando invece di “violenza da molte parti” e fu applaudito per questo dall’ex leader del Ku Klux Klan, David Duke. Stesso copione quando lo scorso dicembre Trump appoggiò la candidatura al Senato per l’Alabama di Roy Moore, un ex giudice ultraconservatore accusato di avere molestato sessualmente delle ragazze minorenni.

E’ la metamorfosi in senso sempre più conservatore e autoritario di un partito  che non ha più niente a che fare con l’approccio moderato e centrista che aveva prevalso per decenni a Washington.  Chi non è d’accordo abbandona la scialuppa, gli altri, gli Zelig della rivoluzione trumpiana come Steven Miller e Sebastian Gorka , fanno carriera. Per capire lo spostamento verso l’estrema destra del partito basti pensare che in oltre una mezza dozzina di gare elettorali, a novembre, il partito repubblicano sarà rappresentato da un suprematista bianco, da un neonazi  o da un negazionista dell’olocausto.

Neppure l’addio trumpiano all’accordo di Parigi – accordo caldeggiato ed amato dal capitalismo Usa – o lo strazio dei bimbi migranti piega i repubblicani. Gli scioccanti insulti e le minacce di Trump contro i leader europei e la Nato durante la sua  recente tournée europea hanno spinto il partito di maggioranza  a varare una timida mozione di appoggio alla Nato. Un gesto simbolico e non vincolante visto che il partito ormai privo di spina dorsale  vive nel  terrore di contraddire il presidente .

Perché questa paura? La risposta è semplice e insieme raccapricciante. Perché la lista di provocazioni, gaffe e soprattutto bugie (una media di 6 al giorno secondo stime ufficiali) non ha smosso di una virgola il sostegno accordato dagli elettori repubblicani al presidente. Grazie soprattutto all’aiuto di FOX News,  vero e proprio ministero della propaganda Trumpiana (difficile da spiegare agli italiani, visto che neppure le tv di Berlusconi si sono spinte a tanto)  e oggi l’emittente televisiva più seguita d’America.

Nell’ultima indagine demoscopica Gallup a fine giugno Trump sfiorava il 90% dei consensi tra gli elettori che ancora si definiscono repubblicani. Per ritrovare un presidente repubblicano così popolare tra i suoi bisogna risalire a George W. Bush nel periodo immediatamente successivo all’11 settembre 2001, che creò una forte coesione tra il leader e la sua base.

Il dissenso interno non esiste, visto che le uniche critiche vengono da gente come il senatore dell’Arizona John McCain, che sta morendo di cancro al cervello e da due senatori senior, Jeff Flake dell’Arizona e Bob Corker del Tennessee, che hanno deciso di non ricandidarsi alle prossime elezioni parlamentari e quindi non dovranno confrontarsi con l’ira del popolo trumpiano. Trump ha dimostrato di essere ancora in grado, con un semplice tweet, di spostare parecchi voti. Lo ha fatto di recente, contribuendo a far perdere Mark Sanford, candidato alle primarie in South Carolina che aveva osato criticarlo.

La morte del partito repubblicano secondo gli addetti ai lavori è imminente . “I repubblicani sanno che la loro fine è vicina”, ha scritto un famoso attivista per i diritti dei gay, “e stanno comportandosi come sciacalli dopo un terremoto. Saccheggiando il supermercato per razziare gli scaffali prima dell’ Armageddon”.  Per questo, nonostante Trump potrebbe presto essere incriminato da Mueller, sono decisi a fargli consacrare la nomina del giudice Brett M. Kavanaugh alla Corte Suprema, il più importante organo giuridico del paese. Kavanaugh dovrebbe prendere il posto del giudice Anthony Kennedy, considerato per anni “l’ago della bilancia” della Corte, che si è dimesso.

Se sarà approvata dal Senato, la nomina di Kavanagh sposterà a destra gli equilibri politici della Corte – e quindi degli Stati Uniti – per i prossimi decenni. Kavanaugh diventerebbe il secondo giudice della Corte Suprema scelto da Trump in meno di due anni di mandato. Il precedente è stato Neil Gorsuch, anche lui ultraconservatore e con idee nei sondaggi altrettanto minoritarie rispetto alla maggioranza del paese su temi quali l’aborto, l’assistenza sanitaria, il diritto dei gay e delle minoranze.

Se i repubblicani avranno la meglio e il dossier di Mueller arriverà sul tavolo di Kavanaugh, tutti sanno già come andrà a finire  visto che in una precedente sentenza il giudice si è dichiarato contrario alla figura dell’investigatore speciale alla Mueller , dicendosi “pronto ad eliminarla per sempre”. Ed è proprio per questo che è stato scelto da Trump.

 

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    Alessandra Farkas
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