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La breve estate del mondo dello spettacolo è già finita

mondo dello spettacolo

L’estate sta finendo e con essa i pochissimi spiragli per il mondo dello spettacolo. Molti locali stanno pensando di non aprire da qui a dicembre. I teatri continueranno con numeri ridotti. Fiere e convegni arrancano.

Un mondo, quello dello spettacolo, che nonostante muova diversi milioni di euro ogni anno, oltre a creare economie secondarie (ristoranti, hotel, viaggi) è stato definito “non essenziale”. Senza aiuti sostanziali, quelli che sono mancati fino ad ora, il futuro dello spettacolo in Italia rischia, e molto. Molti artisti e con loro moltissimi tecnici hanno già dovuto trovare altri lavori per sopravvivere e il rischio che, anche davanti ad un ripartenza, non si torni indietro è reale. Certo in questo 2020 abbiamo visto qualche spettacolo in giro per la Penisola, ma nessuna tournée internazionale. Proprio i tour mondiali degli artisti stranieri paiono i più lontani: si confida nel 2021, ma ancora non ci sono certezze. 

Tutto resta appeso al vaccino? Forse, sicuramente anche alle scelte politiche e culturali delle diverse istituzioni italiane, quelle che ritengono gli artisti “quelli che tanto ci fanno divertire ed emozionano”. Nell’immediato vediamo che quei pochi spazi di spettacolo che hanno vissuto una stagione, seppur breve, in estate, hanno goduto di finanziamenti pubblici oppure hanno generato una nuova crescita del biglietto d’ingresso. Un rischio che era già stato anticipato da Radio Popolare in primavera. 

Quello che osserviamo oggi è che diverse migliaia di persone hanno ricevuto qualche piccolo supporto d’ammortizzazione sociale, moltissimi invece non sono riusciti ad accedervi. I piani di supporto al mondo dello spettacolo si stanno lentamente allargando anche al mondo degli impresari, grandi e piccoli, ma anche in questo caso con fondi insufficienti.

Joe Strummer diceva che “il futuro non è scritto”, oggi quello dello spettacolo lo è meno che mai.

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    Andrea Cegna
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Niente concerti almeno fino al 30 settembre: le difficoltà del settore spettacolo

concerti sospesi coronavirus

Concerti e live show: “Primi a chiudere e gli ultimi a riaprire, potrebbe essere il titolo di un film dell’orrore che purtroppo stiamo vivendo”. Lo dice ai nostri microfoni Maurizio Salvadori di Trident Music. Il mondo degli eventi guarda al futuro partendo dal 2021. “Dovrebbe uscire una dichiarazione a breve secondo cui fino al 30 settembre non si farà nulla” sostiene sempre il proprietario di Trident nell’intervista. 

La musica, nella forma concerto, non può vivere senza l’assembramento e un po’ tutti gli attori del settore lo sostengono. L’idea di concerti drive-in non viene nemmeno presa in considerazione come ipotesi. Così il tempo dell’attesa pare essere l’unica possibilità per concerti e grandi spettacoli. 

Forse per teatro e cinema si troveranno delle soluzioni di compromesso, ma non è facile. Come prevenire che non si formino capannelli al bagno? Come evitare ressa in un eventuale abbandono dell’area per motivi di sicurezza? Come si gestisce la presenza al bar? E i cinema, di che cinema parliamo? Un multisala con 10 sale? O il piccolo cinema di quartiere? 

Domande che ad oggi non trovano risposte, anche perché il dibattito scientifico è tanto aperto da non averne… e la pratica di questi mesi è stata quella di allontanare i problemi (“restate a casa”) piuttosto che affrontarli (sviluppo politiche sanitarie attive).

Mettere un punto, se arriverà la dichiarazione del governo, permette però al mondo dello spettacolo di affrontare il prossimo futuro. Festival e rassegne estive non sono ancora state cancellate perché per un promoter cancellare uno spettacolo senza un motivo significa cadere in penali contrattuali. 

Senza un punto è difficile dare a lavoratori e lavoratrici il tempo, e il modo, di re-inventarsi mentre giustamente pretendono il rispetto dei propri diritti. 

Mettere un punto, per quanto parziale, con una data, obbligherà il Paese e chi riflette sul futuro d’Italia, d’Europa e del mondo a fare i conti con l’arte e la cultura. Si tratta di un mondo fatto di persone, vite, necessità, sogni e passioni. È un mondo fatto di fatica e lavoro costante e quotidiano: dall’artista al facchino, passando per tutte le tipologie necessarie a mettere in piedi uno spettacolo. 

Sapere che per diversi mesi non potremo godere di un rito come quello di gustarci spettacoli ed eventi culturali, ma anche di feste e sagre di paese, forse aiuterà a capire il ruolo che cultura, aggregazione e socialità hanno per davvero nella nostra società. 

Gli spettacoli riapriranno per ultimi solo per motivi di sicurezza o perché, a differenza di altre categorie, non hanno una rappresentanza che può forzare “l’andare avanti della catena produttiva”? La domanda sorge spontanea visto che per la “fase 2” si parla di quasi tutto, ma “Per ora riapriamo quello che fa Pil” ha detto il ministro della Salute Speranza. La risposta non c’è ma la si può intuire, visto che viviamo in paese dove se dici di fare l’attore ti viene chiesto “Sì ok, ma qual è il tuo lavoro vero?”. 

Ma che mondo è e sarà senza eventi culturali, feste e aggregazione? Stiamo davvero parlando di qualcosa di non essenziale e del quale possiamo privarci? Contro il coronavirus mancano cura e vaccino, questo significa che  i tempi per la musica live saranno lunghi. Un grande concerto è un rito che passa dal contatto e dalla vicinanza, un rito che non si può celebrare con il distanziamento sociale. 

Sarà possibile ideare soluzioni intermedie non solo per teatro o cinema, ma anche per la musica? Certamente non per tutta la musica e non per tutte le dimensioni dei concerti. Un’esibizione di Springsteen e la E Street Band con le sedute nel prato di San Siro potete immaginarlo? Ammesso che possa suscitare emozione, come si risolve il problema di decine di migliaia di persone che entrano ed escono dallo stesso luogo? Forse con la pazienza, la dedizione e l’ingegno, dopo il 30 settembre i piccoli club o teatri potranno fare spettacoli “intimi” per qualche decina di persone. Sarà possibile presentare un libro in una biblioteca o in una libreria con pochi presenti. Che costi avranno queste soluzioni? L’organizzazione ha sempre dei costi, la riduzione degli introiti dovuta alla limitazione del pubblico come sarà compensata? Se non possiamo accettare di vivere senza eventi culturali possiamo pensare di vivere in un mondo elitario di spettacoli per pochi e ricchi? 

A chiudere: chi lavora nello spettacolo lavora, non si diverte. Per chi è all’interno della filiera è certamente un mondo eccitante, ma fatto di orari alienanti e stress fisico e mentale. È  un lavoro, ma un lavoro che spesso non è riconosciuto, non solo socialmente. I lavoratori dello spettacolo, dal facchino all’artista, non sono una categoria, ma sono frammentati in tanti settori, tanto che alcuni hanno chiesto il bonus di 600 euro per i lavoratori autonomi, altri la cassa integrazione, altri invece non hanno i requisiti per nessun sostegno Parliamo di decine di migliaia di persone. Dimenticarsi di loro è una parte del problema. 

Mettere un punto, il 30 settembre, deve significare occuparsi realmente di quel mondo, tutelarlo, trovare soluzioni condivise. Il tonfo del mondo dello spettacolo porta con sé, quanto meno, l’allargamento della crisi di consumi e di spesa, un caposaldo del capitalismo. Le grandi multinazionali e gli artisti “big” sopravviveranno anche stando fermi fino al 2021, ma cosa sarà dei piccoli? Quando qualcuno domanda beffardo “Qual è il tuo vero lavoro?” dovrebbe pensare invece alla complessità che c’è dietro, al piacere, al rito, alla necessità di crescere in una società che si arricchisce grazie alla cultura, pop o colta che sia. Forse c’è meno da ridere. Forse è davvero un film dell’orrore. E non solo per chi nel mondo dello spettacolo ci lavora.

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    Andrea Cegna
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“Le capre a sonagli” in concerto. Giovedì 19 dicembre ore 21.30

 

Candidi come ovini e astuti come crotali, “LE CAPRE A SONAGLI”, brucando la radura in prossimità del luogo sono arrivate al palco del loro evento speciale.
«Le Capre a Sonagli sono dure, sfacciate, malate e divertenti, il tutto racchiuso in una sola parola: necronaif, un’ossessione per l’estetica della morte che tutto ferma e trasforma»; questa la loro auto-definizione.
La band, sin dal 2000, quando si chiamava “Mercuryo Cromo”, si è fatta notare dividendo il palco con gruppi con Afterhours, Sick Tamburo, Cisco, Zen Circus, Giorgio Canali e molti altri. 
 
Hanno vinto Arezzo Wave Lombardia. Suonato in centinaia di locali. Scaldato i cuori di bipedi e quadrupedi e ora incendieranno l’auditorium di Radio Pop giovedì 19 dicembre dalle 21.30 alle 22.30.
Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti.
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    Andrea Cegna
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Ottimi i concerti ma l’organizzazione…

La prima edizione di Firenze Rocks passerà alla storia per aver ospitato l’eccellente primo spettacolo italiano di Eddie Vedder in solo. La voce dei Pearl Jam incanta le oltre 40mila persone accorse alla Visarno Arena, nuova location all’interno dell’ippodromo Visarno. Oltre due ore di concerto, dove Vedder alterna chitarre acustiche ad elettriche, ukulele e banjo, e anche un po’ di organetto per cantare Comfortably Numb dei Pink Floyd.

Avrei voluto sentire la cover di Should I Stay Should I Go, fatta per buona parte del tour, ma quello che il cantante mette in campo a Firenze non lascia spazio alle lamentale o ai dissapori: uno spettacolo magnifico, potente, romantico, spiritoso, unico. Decine di migliaia di persone pendono dalle labbra e dalle mani di Vedder che scherza con il pubblico, beve vino rosso, prova a parlare in italiano, racconta storie di vite, e soprattutto emoziona chi è presente. Tante persone piangono, tantissime cantano, la felicità pervade chi è presente. Non si esagera nel dire che il concerto di sabato 24 giugno, aperto da Samuel e Glen Hansard, è un pezzo di storia, uno di quei concerti per cui si parlerà per anni e che tante e tanti inseriranno tra i migliori visti e sentiti.

Il venerdì erano stati Aerosmith e Placebo ad aprire le danze, nella steppa della Visarno Arena. La posizione centrale e ben servita dai mezzi, a sole due fermate di tramvia dalla stazione Santa Maria Novella, rende la location sicuramente interessante per il futuro, e non solo per i fiorentini. Ma un grande festival ha bisogno di spazi dove ripararsi dal sole e dove svaccarsi per ore, i prossimi mesi dovranno servire a migliorare questo aspetto. Oltre che di navette che permettano a chi ha problemi di mobilità di arrivare agli ingressi. I bar tornano ad essere un problema, non dissimile da quello che è stato per gli Idays: code lunghissime, spine insufficienti per l’afflusso di persone, i Token come unica moneta interna. E come a Monza anche a Firenze la fastidiosa dimensione minima d’acquisto di 5 Token, non rimborsabili né utilizzabili i giorni seguenti.

Inizia a diventare stucchevole e non solo furbesca questa gestione. I token non sono il problema, ma la loro gestione sì. E di furberia in furberia non vorrei che il pubblico si stancasse di andare ai concerti come di votare. Durante il concerto di Vedder venditori abusivi rompevano il monopolio dei token e in tantissimi compravano birre in lattina da loro usando gli euro che avevano in tasca. Nella stagione dei controlli e della retorica della sicurezza che fa togliere i tappi dalle bottigliette d’acqua ai varchi resta misteriosa la dimensione spazio-temporale che porta decine di persone con zainetti carichi di birre sempre fresche a vendere lattine all’interno dell’area.

Domenica lo scenario non cambia, il caldo continua a battere sulla testa delle persone, scompaiono i venditori interni di birra e restano token, steppa e code ai bar. Sul palco Prophets of Rage e System Of A Down. I suoni tornano distorti e la batteria batte il tempo delle canzoni. I Prohets of Rage con la formazione fatta da ¾ di Rage Against The Machine più Chuck D e B Real regalo 66 minuti di crossover. Certo l’assenza di De La Rocha si sente, ma i pezzi di RATM sono magistralmente eseguiti da un orchestra capitanata da un Tom Morello in grande spolvero. La polvere della steppa fiorentina copre la visuale del palco durante il pogo su Killing in The Name Of. Il quintetto americano ospita la voce dei System Of a Down, Serj Tankien, per un tributo all’amico collega Chris Cornell. Le luci del sole sono ancora alte quando i Prophets lasciano il palco per il loro unico, e primo, show italiano e i tecnici preparano il set per i System Of A Down. Poco meno di un’ora e mezza di spettacolo, con 28 brani eseguiti. Bravi e potenti, come poche volte in Italia, l’unica data nel Paese passa via veloce, forse troppo, tra una grande hit e un pezzo famoso. Il primo Firenze Rocks chiude le porte con tante potenzialità davanti. L’affaire “Token” e code ai bar speriamo resti un ricordo dell’estate 2017 e che lo spirito dei festival europei invada finalmente il nostro Paese, perché la cura ai particolari nell’organizzazione di un evento che supera di durata il tempo di un singolo concerto non può essere secondaria e pare invece essere accortezza, ancora, di pochi promoter.

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    Andrea Cegna
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Un bilancio sugli IDays al parco di Monza

Era dagli anni dell’Idroscalo che a Milano mancava una location per festival degna di essere così chiamata. Il parco di Monza che dal 15 al 18 giugno ha ospitato gli IDays finalmente torna ad essere quel luogo: bello, verde, con fontanelle lungo la strada d’ingresso al concerto, alberi, spazi verdi, insomma il giusto posto per festival e concerti per migliaia di persone.

Il cast e gli artisti degli Idays 2017 ci han messo del loro per rendere tutto anche più bello, i quattro headliner han fatto bei concerti. Green Day, Radiohead, Linkin’ Park e Bieber han ripagato il pubblico di energie e soldi spesi per godere dei loro show. Palco, maxischermi e impianto di amplificazione hanno sicuramente aiutato.

L’uso di cannoni spara acqua nelle vicinanze del mainstage ha supportato i fan che non volevano perdere i posti in prima fila, rinfrescandoli.

Oltre agli headliner sono da segnale le esibizioni di Rancid e Sun41. Suonare nel caldo pomeriggio di Monza non è facile, loro l’han fatto bene, sono stati potenti e presenti, spiritosi e bravi. E poter finalmente scrivere bene di uno show dei Rancid nel nostro paese non è cosa banale: Tim e Lars, le due ultime icone del punk mondiale, sono in grande forma e per i 70 minuti di palco segnano il tempo, facendo dimenticare che invecchiano anche loro.

Molte cose belle in questi quattro giorni, tra queste il servizio navetta parco-stazione e parco-stadio. Funzionale, puntuale e molto utile. Una vera manna dal cielo che può, in futuro, spingere tante e tanti, a lasciare la macchina a casa e non avere la pretesa di entrare al concerto in autovettura.

Tra le tante cose belle non abbiamo potuto non notare alcune storture nell’organizzazione. No, non parliamo delle code all’ingresso perché sappiamo bene che nell’era dell’isteria collettiva e della paura di massa da “attentati” le code sono un danno collaterale, generato per rispondere alla psicosi generalizzata. I controlli di polizia non servono a prevenire attentati o calamità, servono al massimo a tranquillizzare l’opinione pubblica.

Parleremo in specifico di due cose: la gestione del percorso per raggiungere l’ingresso e quella dei bar.

Arrivare in biglietteria e agli ingressi dell’Idays non è facile. Occorre camminare molto, spesso sotto al sole. Non ci è capitato di notare che ci fosse un servizio interno che permettesse a chi ha problematiche di mobilità e/o difficoltà fisiche di essere accompagnato Tutte e tutti si cammina fuori e dentro il parco di Monza per molto. Se per giovani, e meno giovani, in forma non è certo un problema camminare, può esserlo per altri soggetti. Se è vero che camminare non è un problema è anche vero che qualche chilometro sotto al sole di metà giugno può essere difficile per tante persone e quindi cannoni spara acqua o nebulizzatori sarebbero potuti essere posti lungo il percorso e non solo vicino al palco.. Sono più consigli che critiche ma se il parco di Monza vuole diventare un posto per concerti di ogni tipo non bisogna lasciare nulla al caso.

La gestione fastidiosa dell’organizzazione è però legata ai bar. Buona l’idea di non utilizzare contanti ma di fornirsi di moneta alternativa. Molto meno buona l’obbligo di dover “acquistare” un minimo di 15 euro di Token e l’impossibilità di averne un rimborso a fine serata. Siamo onesti: 1 Token aveva il valore di 3 euro, quindi per poter bere e mangiare si doveva acquistare almeno 5 token. Un’acqua aveva il valore di mezzo token. Una furbata fastidiosa che non trova nessuna giustificazione di sorta. Se ti aspetti non meno di 30mila persone allora devi anche disporre un numero di postazioni di mescita che soddisfino il pubblico. A parte per il giovedì e la domenica, gli altri due giorni sono stati segnati da code chilometriche, e molte lamentele.

Sappiamo che organizzare un festival non è semplice, ma davanti all’esperienza degli organizzatori e alla cura con cui hanno comunicato anche i minimi dettagli nei giorni precedenti ci saremmo aspettati la cura anche dei più piccoli dettagli. Detto ciò la musica è stata bella, gli spettacoli godibili e la produzione tecnica precisa….ma un festival è fatto anche dei contorni che lo possono far raccontare in tante maniere differenti.

Nel bene o nel male gli Idays 2017 saranno un punto di partenza per la futura concezione e gestione di festival nel nostro Paese.

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    Andrea Cegna
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Il Secondary Ticketing e l’avidità del sistema

Mercoledì 16 novembre la guardia di finanza irrompe nelle sedi di Live Nation Italia e Vivo ConcertiRoberto De Luca, amministratore delegato della prima, e Corrado Rizzoto, ex a.d. della seconda, ricevono un avviso di garanzia. Si indaga per truffa.

Il pm Antonio Scuderi del tribunale di Milano ha preso in carico il caso “secondary ticketing” aperto ufficialmente con un esposto penale presentato in aprile da Claudio Trotta di Barley Arts.

Ma è stata un’inchiesta del programma televisivo “Le Iene” a scoperchiare il vaso di Pandora. Occorre però fermarsi.

Cos’è il secondary ticketing, oggi presentato come il nemico pubblico numero uno della musica dal vivo?

In italiano sarebbe vendita secondaria, o meglio rivendita. E’ un fenomeno esploso con internet, ed è semplicemente un servizio, organizzato da alcuni siti, per mettere in contatto utenti della musica live. Nasce per permettere a chi ha acquistato un biglietto per uno spettacolo, al quale non può più andare, di venderlo a qualcuno interessato. Una specie di Ebay con un oggetto specifico.

Ben presto però il “secondary ticketing” è diventato altro: bagarinaggio online. Così, sempre più spesso, pochi minuti dopo l’inizio della vendita dei biglietti su TicketOne, il più grande portale italiano di prevendita di spettacoli, e in concomitanza con l’esaurimento dei posti sui canali ufficiali, si possono trovare centinaia di biglietti, con prezzi assurdi, sui siti di secondary ticketing.

Prima dello scoop delle Iene, e le prove del fatto, dalla trasmissione ricevute in modo anonimo, che alcune agenzie di organizzazione eventi vendevano biglietti ai siti di vendita secondaria per massificare i guadagni, la denuncia si fermava all’immaginarsi che alcuni individui avessero trovato il modo di acquistare online importanti quantità di biglietti per eventi e poterli poi rivendere su questi siti.

Le prove trovate dal programma televisivo hanno così ampliato il perimetro del fenomeno. Non ridotto.

Il secondary ticketing quindi è un servizio di rivendita di biglietti, dove chi vende il biglietto allo spettatore non è direttamente l’organizzatore dell’evento ma un intermediario. Come brevemente spiegato prima è un fenomeno articolato in tre parti:

  • vendita di un privato a un privato
  • singoli o reti di singoli che trovano il modo di comprare un grande numero di biglietti e immetterli sul mercato
  • organizzatori di eventi che per massificare guadagni fornivano ai siti i biglietti

Parliamo di un fenomeno internazionale. Live Nation, società multinazionale, è proprietaria nel mondo di TicketMaster (una sorta di TicketOne presente in grande parte del globo) che a sua volta è proprietaria di SeatWave, uno dei siti di vendita secondaria.

Come spesso capita, il mostro non è il concetto, ma l’applicazione: i biglietti dei concerti una volta acquistati non sono rimborsabili, la necessità per chi non può recarsi allo spettacolo di rivendere il biglietto è effettiva ed evidente. La sua deriva speculativa è invece il problema.

Il nostro Paese ha vissuto una fase di monopolio per la prevendita online dei biglietti dei concerti. Da quando è nata, TicketOne è la monopolista del settore. L’accordo di esclusiva con le più grandi società di organizzazione eventi scadrà nel 2017. Difficile pensare che lo scandalo del secondary ticketing non avrà ripercussioni sul futuro di questo settore dell’industria musicale.

In questi giorni si parla tantissimo dello scandalo aperto dalle Iene, e ci si sta dimenticando che il fenomeno non è limitato alle società che fornivano biglietti direttamente ai siti di reticketing. Quindi si affronta la questione in maniera parziale. L’accanimento contro Live Nation e la gestione di Corrado Rizzotto di Vivo Concerti è strumentale, se non si guarda alla complessità del tutto.

Le Iene hanno trovato (grazie a chi?) le prove che incriminerebbero Live Nation Italia e Vivo Concerti. Ma chi in questi giorni ha preso parola continua a dire che probabilmente i soggetti coinvolti sono di più. Se davvero è così resta da capire perché chi ha deciso di dare le prove alle Iene abbia deciso di limitarsi a questi due attori.

Però, come troppo spesso capita, si guarda il dito che indica la luna, e non la luna. Il secondary ticketing, nell’accezione incriminata, è solo un sintomo della malattia in cui versa l’industria musicale. Curarlo e sconfiggerlo non è sufficiente a sconfiggere la malattia.

E’ David Zard, storico promoter italiano, a spiegarci il perché intervenendo durante un conferenza stampa sul tema, tenutasi lo scorso giovedì 10 novembre: “Mi sono ritirato dall’organizzazione di concerti quando sono arrivate le multinazionali, non potevo competere. Live Nation offre cifre esorbitanti agli artisti e molte volte i prezzi dei biglietti sono altissimi, ma nonostante quel prezzo non si riescono a coprire le spese per via delle cifre che vengono date agli artisti. De Luca non sta bene, non possiamo metterlo in croce. Il 10 di ottobre sono stato intervistato dall’AdnKronos sul secondary ticketing: quando si offrono agli artisti delle cifre iperboliche, noi dobbiamo sapere che c’è un’altra parte di introito che arriva dal mercato secondario. Live Nation acquista anche tutta l’anima dell’artista (i diritti discografici, il merchandising ed il resto) per coprire i costi”.

Chi è solito andare ai concerti si sarà accorto che da anni esistono tipologie creative di biglietti: dal vip ticket al pit pass, passando per il meet&greet, e molte altre cose. Biglietti maggiorati. Il secondary ticketing rientra appieno in questa logica: chiedere ai fan di essere disposti a spendere qualsiasi cifra per vedere uno spettacolo.

Se non si inquadra il punto, oggi si rischia di iniziare una crociata contro una parte limitata del fenomeno del secondary ticketing. Percepire e raccontare solo quel fenomeno come mostro e nemico dell’industria musicale. Combatterlo per poi non risolvere il problema.

Il problema è strutturale e spazia dall’avidità di manager e artisti, pronti a mettersi sul mercato cercando una specie di asta pubblica, senza remore, nella corsa a chi offre di più, e la volontà dei promoter di diventare soggetti egemoni nel mercato, accettando la gara al rialzo per limitare i concorrenti.

Il sistema è andato oltre. La concorrenza spinge a queste offerte esorbitanti, che concorrono al caro biglietti e richiedono agli organizzatori di inventarsi forme secondarie, anche occulte, per aumentare gli introiti. Allo stesso tempo il pubblico sembra quasi disposto ad accettare tali regole del gioco, acquistando biglietti sempre più cari, che siano di mercato primario o secondario.

Ovviamente è chiaro che, detto tutto questo, chi ha alimentato un sistema di speculazione del secondary ticketing non ha nessun tipo di giustificazione.

Il caos esploso in questi giorni o sarà capace di portare dei principi etici nell’industria musicale (a tutti i suoi livelli) o in maniera gattopardesca cambierà tutto per non cambiare nulla. Con il rischio concreto di introdurre in questo mercato il cosiddetto “dynamic ticket”: insomma un biglietto che non avrebbe più un costo fisso, ma un prezzo che oscilla tra un minimo e un massimo, in base a quanto è richiesto. Una la logica alla “Ebay”, che porterebbe a far lievitare ulteriormente i prezzi dei concerti.

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    Andrea Cegna
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