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Afghanistan, mille giorni senza scuola per le ragazze

Afghanistan - Una donna afgana, con indosso il burqa, chiede l'elemosina mentre i talebani fanno la guardia in un luogo pubblico a Kabul, Afghanistan, il 27 luglio 2022.

Per qualche mese, all’inizio, in tanti tenevano il conto. 10 giorni senza scuola, 20, 100, 300. Poi anche su questo è calato il silenzio. E oggi, sono passati mille giorni da quando è stato vietata la scuola secondaria alle ragazze afghane. Mille giorni in cui, giorno dopo giorno, le ragazze hanno visto i loro sogni, progetti, e aspettative, allontanarsi sempre di più.
In questi quasi tre anni, nonostante la graduale sparizione dell’Afghanistan dalle pagine dei giornali, la situazione delle donne non è migliorata. Il 18 giugno, il relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani in Afghanistan, Richard Bennett, presenterà al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite il suo ultimo rapporto sul paese. Non ci sono mezzi termini: Bennett parla di un sistema istituzionalizzato di discriminazione, segregazione, mancanza di rispetto per la dignità umana ed esclusione di donne e ragazze da parte dei Talebani.
La condizione femminile in Afghanistan, secondo il rapporto, è una delle peggiori al mondo ed è in costante peggioramento. Nuove regole e restrizioni continuano a essere introdotte mentre viene intensificata l’applicazione di quelle esistenti. A marzo, per esempio, i talebani hanno reintrodotto l’ordine di lapidazione delle donne per i cosiddetti “crimini morali”, come il sesso al di fuori del matrimonio e la “fuga” dalle loro case, spesso per sfuggire alla violenza domestica. Oltre alla scuola dopo la prima media, alle donne afghane sono vietate molte forme di lavoro, la libera circolazione, le proteste e la partecipazione alla vita pubblica. Il tasso di suicidi è in aumento.
E’ in questo quadro, che le autorità Afghane incassano rapporti diplomatici sempre più favorevoli.
Il 5 giugno ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati arabi uniti, è stato visto Sirajuddin Haqqani, a lungo a capo dell’ala più violenta dei Talebani e oggi ministro degli Interni afghano. Sulla sua testa pende una taglia da 10 milioni di dollari, dal 2008 è nella lista degli “Specially Designated Global Terrorist” del Dipartimento di Stato americano. Eppure, le foto dell’agenzia governativa emiratina, lo mostrano mentre stringe la mano allo sceicco-presidente. Secondo alcune fonti, Haqqani negli Emirati avrebbe incontrato anche funzionari statunitensi e dell’Onu. L’orizzonte d’interesse è quello del terzo incontro degli inviati speciali e dei rappresentanti speciali sull’Afghanistan convocato dalle Nazioni Unite, che sarà a Doha, in Qatar, il 30 giugno e l’1 luglio. Questa volta, a differenza delle precedenti, sembra molto probabile che anche i talebani parteciperanno. L’Onu sembra tenerci particolarmente, convinto che sia l’unico modo per poter instaurare una discussione produttiva.
Il punto, però, è che pian piano, il governo talebano viene legittimato, in modo sempre più esplicito. Aperture sono arrivate dalla Russia, o dal Kazakistan, che hanno deciso di rimuovere i talebani delle proprie liste delle organizzazioni terroristiche, proprio per “combattere il terrorismo” dell’Isis. Altri paesi, invece, come la Cina, perseguono l’interesse economico. La stabilità che i talebani hanno riportato in Afghanistan è fondamentale per gli affari. Le ragazze, però, temono che in questo modo, a essere legittimate siano anche le violenze, i soprusi e le discriminazioni che subiscono ogni giorno. Il silenzio globale ha normalizzato una situazione che normale non è. In una lettera inviata all’Onu dalla Ong “Working Group on Women peace and Security” proprio in vista del vertice di Doha, le attiviste chiedono che al centro della conferenza ci sia la situazione delle donne e l’apartheid di genere che subiscono. “Mentre i membri della comunità internazionale si stanno avvicinando pericolosamente all’accettazione della legittimità del dominio talebano – concludono nella lettera – le donne afghane, che stanno reagendo coraggiosamente e pagando di conseguenza un prezzo devastante, non lo fanno. Vi esortiamo a fare tutto ciò che è in vostro potere per sostenerle”.

  • Autore articolo
    Martina Stefanoni
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    “Justice for Palestine” ovvero un milione di firme in un anno per dire non vogliamo più l’accordo di Associazione con Israele, almeno finché non ci sarà il pieno rispetto dei diritti dei palestinesi. L’iniziativa è promossa da European Left Alliance, all’interno della piattaforma per le petizioni di “iniziativa dei cittadini europei” che rendono poi obbligatoria la risposta della Commissione a una richiesta che raggiunga le firme. Perché l’Europa non ha preso alcuna posizione significativa nei confronti del governo israeliano, anzi, pur essendo con 42 miliardi anno il principale partner commerciale di Tel Aviv. “Siamo sia il più grande importatore che esportatore verso Israele, abbiamo una grande leva, la politica commerciale: dovremmo condizionarla al rispetto dei diritti umani come in realtà prevederebbe proprio l’accordo di associazione”, sottolinea Giorgio Marasà Responsabile Esteri di Sinistra Italiana che aderisce.

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