World Music. Regev Baruch, con l’album “Super Sparta”, si scaglia contro Netanyahu e la fascistizzazione di Israele

Regev Baruch è un batterista, polistrumentista, compositore israeliano di 38 anni, noto in particolare per il suo lavoro con un paio di brillanti gruppi fra world music, funk, jazz e psichedelia che hanno avuto un certo successo in Israele, Bint El-Funk e Baba Ganesh. Come ha raccontato in una ampia intervista con il sito indipendente israeliano Local Call, ripresa il 28 settembre dalla testata +972, dopo il 7 ottobre Baruch non è rimasto indifferente di fronte a quello che stava avvenendo a Gaza: ha postato su Facebook, ha partecipato a proteste, e si è anche unito ad azioni di protezione dei palestinesi in Cisgiordania. Ma col passare del tempo andare avanti con la sua normale attività musicale lo ha messo sempre più a disagio.
“Mi è capitato di scrivere: ‘Stanno distruggendo un’area di due milioni di persone, dobbiamo ammettere che è un progetto nazionale e dobbiamo urlare su questo’; e poi dopo di scrivere: ‘Venite ad un concerto jazz-fusion’. Era imbarazzante”. Se la situazione è davvero questa, si chiede allora Baruch, non dovrebbe fare qualcosa nella pratica, sdraiarsi davanti ai carri armati? Baruch pensa ai giornalisti, che fanno inchieste, agli avvocati, che fanno battaglie legali: e lui? La soluzione la trova nel rifiuto della distinzione tra musica e politica. “Non volevo che l’arte fosse un modo per distrarre la gente da quello che stava succedendo”. “Se sei un musicista – si risponde – allora fai musica. Questa è la cosa più efficace che posso fare”.
Il risultato è un album cantato in ebraico, che Baruch ha realizzato da solo: intitolato Super Sparta, espressione utilizzata da Netanyahu per esaltare il destino di Israele come potenza guerriera, che si impone con le armi. Baruch è partito dalla constatazione che in Israele si può ormai tranquillamente dire “bisogna ammazzarli tutti”, mentre da chi si oppone alla guerra ci si aspetta un linguaggio cauto, e ha voluto rompere con questo scarto, decidendo di parlare senza inibizioni.
Usando vari registri musicali, dal punk rock ad angolosità e ritmi che ci ricordano Rock in Opposition di cinquant’anni fa, all’hip hop, Baruch non si tira indietro, con canzoni che presentano una intelligente, e a volte anche toccante, articolazione di contenuti. Il culmine polemico del lavoro è un brano intitolato Nazis: è costruito su registrazioni di politici, personaggi dei media e musicisti israeliani che propugnano lo sterminio di massa degli abitanti di Gaza, e ad ognuno, su un fondo hard rock, Baruch replica: “chiudi quella maledetta bocca, fottuto nazi!”.
Un brano è dedicato alla profezia del filosofo israeliano Yeshayahu Leibowitz, che dopo il ‘67 vide nell’occupazione prolungata dei territori palestinesi la premessa di una progressiva militarizzazione e fascistizzazione di Israele; nella canzone Baruch avverte: “non è lontano il giorno in cui ogni traditore sarà processato, e lo Shin Bet, seguendo gli ordini, mi verrà ad arrestare, e poi anche te, così se hai qualcosa da dire, meglio che tu lo dica adesso, perché presto sarà già proibito”.
Super Sparta è il primo lavoro a dare una veste e una forza musicale a quello che in tanti nella sinistra radicale israeliana pensano e dicono. Racconta Timna Rose Perets, la giornalista di Local Call, che, probabilmente proiettando su di lui i suoi personali timori, come prima cosa ha chiesto a Baruch se non avesse paura a far uscire l’album: “Avevo paura – ha risposto Baruch – e ce l’ho ancora, ma lo faccio lo stesso”.
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