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World Music. Afandi, il nuovo album di Saint Levant, è un omaggio al mondo arabo

13 settembre 2026|Marcello Lorrai
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Afandi, il nuovo album di Saint Levant

Negli anni ottanta Cheb Khaled diventa prima la star del pop-raï, il genere che dilaga fra i giovani algerini, e poi, trasferitosi in Francia, comincia a raggiungere un crescente successo internazionale: a sancirlo, nel 1992 esce Khaled, trainato da un hit come Didi, che diventa uno dei brani più popolari e caratterizzanti della prima metà degli anni novanta. L’album è curato, assieme a Michael Brook, da Don Was, uno dei più agguerriti produttori americani dell’epoca, che ha come compito quello di aprire la musica di Khaled ai suoni più aggiornati e all’influenza di generi di appeal internazionale: operazione assolutamente riuscita, sia sul piano artistico che su quello dello sfondamento commerciale.

Ma Khaled è un album importante non solo perché segna il passaggio ad una audience planetaria di un artista che è uscito da una cultura musicale del Sud del mondo, ma anche per una affermazione identitaria: proprio in un album con cui cerca di incrementare la sua presa sul pubblico internazionale, Khaled non mette tra parentesi il suo essere arabo, anzi lo rivendica: clamorosamente l’album, a parte un brano in francese, è tutto cantato in arabo algerino, e fra le canzoni una, la seconda, dopo Didi messa in apertura, si intitola proprio El Arbi, “l’arabo”.

Dal ‘92 di Khaledsono passati molto più di trent’anni abbondanti, è passata – se pensiamo alla diffusione della rete, ai social, e alla globalizzazione del mondo musicale – una vera era geologica. E’ interessante allora, e anche confortante, vedere una affermazione identitaria simile da parte di una grande star di oggi, Saint Levant, e dentro gli attuali meccanismi di diffusione e consumo della musica: tenendo per cominciare presente che in termini di mercato e di visibilità il peso di star di oggi come Saint Levant è enormemente superiore a quello di una star degli anni novanta come Khaled, e che Khaled è arrivato alla ribalta della musica internazionale come portatore di una specifica cultura musicale del Sud del mondo, mentre Saint Levant invece si è inserito direttamente dentro il mainstream, ottenendo alla fine del 2022, quando ancora si chiamava semplicemente Marwan Abdelhamid, un sorprendente successo con Very Few Friends, un brano in inglese, francese e arabo che in un mese ha totalizzato due milioni di visualizzazioni su YouTube.

Con origini familiari complesse, Saint Levant è nato nel 2000 a Gerusalemme, e cresciuto a Gaza, dove la famiglia – la madre parte francese e parte algerina, il padre serbo ma di origine palestinese – si era trasferita dall’Algeria dopo gli accordi di Oslo, costretta poi con la guerra a Gaza nel 2007 a spostarsi ad Amman; poi Marwan ha completato i suoi studi negli Stati Uniti, fino alla laurea: lì ha cominciato a creare musica, fra hip hop e R&B, e nel 2020 ha messo in rete i suoi primi brani, pieni di riferimenti alla condizione palestinese. La scelta di un nome d’arte à la page come Saint Levant avrà certo giovato al suo successo, ma non ha avuto come scopo quello di mascherare la sua provenienza: la sua produzione è costellata di riferimenti alla Palestina, a Gaza, all’Algeria.

Pubblicato nella seconda metà di agosto da Universal Arabic Music e da Virgin Music Group, il nuovo album di Saint Levant ribadisce questo senso di appartenenza: si intitola Afandi, un termine che in arabo indica una figura elegante, sicura di sé, che ha classe, con cui Saint Levant rende omaggio alla cultura musicale che il mondo arabo ha espresso nella sua modernità novecentesca. Ma in effetti “afandi” fa pensare anche proprio ad un personaggio come lui, che con abilità e stile sa mantenere e veicolare una identità araba dentro una dimensione musicale globale.

La Palestina non manca neppure qui: in uno dei brani Saint Levant è affiancato dal cantante palestinese Mohammed Assaf. Saint Levant accompagna il disco con un tour mondiale, nel quale combina musica, racconto e scenografia ispirandosi all’atmosfera dei cabaret mediorientali degli anni novanta.

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