Il capitalismo predatorio dei tempi moderni. Intervista a Arnaud Orain

“Il capitalismo è entrato nell’era della finitudine. Per le elites politiche, economiche e militari è necessario appropriarsi rapidamente delle ultime risorse disponibili”. È la tesi di Arnaud Orain, economista e storico, direttore di studi all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Il titolo del suo ultimo libro è «La confisca del mondo. Storia del capitalismo della finitudine» (Einaudi). Il capitalismo delle finitudine è predatorio, bellicista, disposto alla guerra pur di accaparrarsi le risorse scarse. Secondo Orain è tutt’altro rispetto al capitalismo liberale e alla sua promessa e utopia di garantire la crescita globale della ricchezza.
L’intervista di Raffaele Liguori.
Professor Orain, che cos’è il capitalismo della finitudine?
Cerco di distinguere due tipi di capitalismo nella storia, a partire dal XVII e XVIII secolo.
Il più conosciuto, quello nel quale quasi tutti siamo cresciuti, è il capitalismo liberale. È un capitalismo fondato sull’idea che sia la concorrenza a regolare la distribuzione delle risorse. E questo capitalismo liberale si fonda su un’utopia: quella della crescita globale della ricchezza.
Se si rispetta il principio della concorrenza e la teoria dei vantaggi comparati di David Ricardo – il celebre economista dell’inizio del XIX secolo, secondo il quale ciascuno si specializza nel settore in cui è relativamente più efficiente – allora tutti si arricchiranno: individui, imprese e Stati. Uso spesso l’immagine di una torta che può crescere, aumentando le proprie dimensioni per tutti.
Il capitalismo liberale ha bisogno di alcune condizioni per potersi sviluppare: in particolare della libertà dei mari e di uno Stato egemone disposto a creare istituzioni favorevoli al libero scambio, ad abbassare i dazi doganali, a spezzare i monopoli e a far rispettare il principio della concorrenza.
Si è sviluppato a metà del XIX secolo sotto l’egemonia britannica e lo abbiamo visto riaffermarsi dopo il 1945 sotto l’egemonia degli Stati Uniti.
Ma, secondo me, questo tipo di capitalismo è piuttosto minoritario nella storia della modernità. Ne definisco un altro, che chiamo capitalismo della finitudine e che nei manuali veniva spesso definito, per descrivere il periodo del XVII e XVIII secolo, mercantilismo.
Questo capitalismo, che un tempo veniva chiamato mercantilista, si sviluppa nel XVII e XVIII secolo, ma anche alla fine del XIX secolo e fino al 1945. E lo vedo tornare da una decina, forse quindicina d’anni.
Questo tipo di capitalismo è, al contrario, l’opposto dell’utopia della torta che può crescere per tutti.
L’idea è che l’economia sia un gioco a somma zero: ciò che uno guadagna, l’altro lo perde.
La dimensione della torta della ricchezza, dunque, non può aumentare. E se si vuole crescere, bisogna appropriarsi di una fetta della torta del vicino.
È, quindi, l’opposto del capitalismo liberale.
Non promuove il libero scambio, ma al contrario il protezionismo, e persino la guerra e la predazione per appropriarsi delle risorse e dei mercati.
Non promuove il principio della concorrenza, ma al contrario monopoli, cartelli e posizioni dominanti delle imprese.
E non è favorevole alla decolonizzazione o agli scambi con Paesi indipendenti: al contrario, vuole territorializzare l’economia e quindi colonizzare o ricolonizzare determinati territori.
Il capitalismo della finitudine è dunque ancora più predatorio del capitalismo liberale e tende a creare una condizione di non guerra né di pace. Un contesto nel quale l’orizzonte non è affatto quello del «dolce commercio» di Montesquieu. È, al contrario, un commercio belligerante, bellicista, che potrebbe condurre alla guerra.
Professor Orain, si dice che il capitalismo della finitudine sia un sistema economico nel quale scompare la promessa di una crescita illimitata. Quali sono le ragioni di questa scomparsa? Quali sono le motivazioni?
Sì, è un punto molto importante.
Ogni volta che il capitalismo della finitudine compare o ricompare, entrano in gioco due elementi.
Il primo è un sentimento condiviso dalle élite: l’idea che le risorse siano limitate.
Nel XVII e XVIII secolo, per esempio, il mondo era stato in gran parte esplorato e conquistato dalle potenze europee. Le nazioni europee si lanciarono alla conquista degli oceani e delle terre, cercando di prevalere sui propri vicini.
Lo stesso fenomeno si verifica alla fine del XIX secolo: con l’aumento della popolazione e con la seconda rivoluzione industriale, che richiede nuove risorse, le élite economiche, politiche e militari iniziano a concepire il mondo come un sistema finito. La popolazione aumenta, aumentano i bisogni e quindi bisogna affrettarsi ad appropriarsi delle ultime risorse e delle ultime terre disponibili.
E oggi, naturalmente, con il cambiamento climatico, l’estinzione delle specie, l’aumento del livello di vita di una parte della popolazione e la crescita del consumo di proteine animali, vediamo esattamente lo stesso fenomeno: una parte delle élite politiche, economiche e militari ritiene che sia necessario appropriarsi rapidamente delle ultime risorse disponibili.
Questo è il primo elemento.
Il secondo elemento riguarda la finitudine dei mercati.
In tutte e tre le epoche ci sarebbero, quindi, risorse insufficienti per tutti e troppi produttori rispetto ai mercati disponibili. Nel XVIII secolo, per esempio, ci sarebbero troppi produttori tessili per rifornire l’America spagnola e l’Impero spagnolo. E quindi Francia, Inghilterra ed eventualmente Province Unite avrebbero dovuto combattere – non soltanto pacificamente, ma anche attraverso la guerra – per stabilire chi si sarebbe aggiudicato i mercati tessili dell’America, del Levante e così via.
La stessa cosa accade alla fine del XIX secolo, con un elemento molto importante: l’emergere della Germania. Alla fine del XIX secolo la Germania diventa il grande incubo dell’Inghilterra. Diventa una potenza industriale capace prima di raggiungere e poi di superare l’Inghilterra e viene considerata dalle élite inglesi, francesi e in parte anche italiane come un paese destinato a conquistare i mercati. E quindi i mercati non sono sufficienti per tutti. Ancora una volta si pensa che la crescita globale della ricchezza per tutti i Paesi che si stanno industrializzando non sia possibile, perché non ci sono sbocchi sufficienti per tutte le potenze industriali emergenti, naturalmente con l’emergere anche degli Stati Uniti.
E oggi, da una decina d’anni, accade la stessa cosa. Negli anni Novanta Cina e Stati Uniti erano complementari. La Cina produceva beni di fascia bassa e media e acquistava debito americano, accumulando enormi risparmi. Gli Stati Uniti creavano nuovi prodotti, innovavano e svolgevano il ruolo di «carabiniere del mondo». Poi, nell’ultimo decennio circa, questi due paesi da complementari sono diventati concorrenti. E oggi ritorna l’idea che ci siano troppi produttori. La Cina produce il 29% dei beni manifatturieri mondiali: più dell’Unione Europea, del Giappone e degli Stati Uniti messi insieme. La Germania e l’Italia settentrionale conoscono quindi un nuovo «shock cinese», come lo definiscono gli economisti: l’idea cioè che sia in corso una deindustrializzazione provocata da prodotti cinesi migliori e molto meno costosi in tutte le fasce di mercato. Torniamo quindi all’idea che ci siano troppi produttori e non abbastanza mercati per tutti.
La finitudine del capitalismo è anche una conseguenza della crisi climatica?
Sì, assolutamente.
Questa è la grande differenza rispetto alle prime due fasi del capitalismo della finitudine. In quelle epoche avevamo l’idea che non ci fossero abbastanza risorse e che ci fossero troppi produttori.
Lo abbiamo visto nel XVIII secolo e alla fine del XIX, all’inizio del XX secolo, e naturalmente nel periodo tra le due guerre mondiali, con quel terribile capitalismo della finitudine che raggiunge, direi, il suo apice con la Germania nazista. Ma oggi c’è un elemento ulteriore che accentua la finitudine del mondo: il cambiamento climatico e l’estinzione delle specie.
Abbiamo una serie di élite capitaliste perfettamente consapevoli del cambiamento climatico e del collasso della biodiversità che non cercano di proteggere ciò che può ancora essere protetto o di ridurre le emissioni di gas serra.
Al contrario, cercano di proteggersi dal cambiamento climatico appropriandosi delle ultime risorse disponibili e delle ultime terre arabili, per trasformarle in economie di piantagione e riportare in particolare i paesi dell’America meridionale a un’economia primaria, specializzandoli nelle produzioni agricole.
E l’amministrazione Trump è pienamente dentro questa logica: l’idea di appropriarsi dell’acqua del Canada, di determinate risorse dell’America meridionale e di tornare a controllare infrastrutture che in precedenza erano controllate dalla Cina.
Con il cambiamento climatico ci troviamo quindi di fronte a una finitudine ancora più accentuata rispetto alle due prime fasi.
Quali sono oggi gli attori che incarnano il carattere predatorio del capitalismo della finitudine?
Abbiamo naturalmente degli Stati che vogliono fare dell’imperialismo una politica economica.
C’è innanzitutto la Russia, che cerca in parte di ricostituire il proprio ex impero sovietico, naturalmente in Ucraina, ma non soltanto.
Possiamo pensare anche all’Africa, dove da alcuni anni si cerca di espellere l’attore imperiale più debole del continente, cioè la Francia, progressivamente allontanata dal Sahel da forze ribelli spesso sostenute dalle forze russe. La Russia cerca di ricostituire una forma imperiale per appropriarsi delle risorse, in particolare dell’uranio e di altri metalli.
Abbiamo poi la Cina, con una politica imperiale che non si presenta come tale perché è meno violenta. Passa soprattutto attraverso la costruzione di infrastrutture: ponti, strade, porti e, naturalmente, una base navale a Gibuti e forse presto un’altra nell’Africa occidentale.
È un dispiegamento della potenza molto più discreto, ma anche la Cina cerca di appropriarsi delle risorse minerarie nella Repubblica Democratica del Congo, altrove in Africa e naturalmente in America meridionale: le miniere di litio e quelle di rame in Perù e Argentina.
È la politica della Belt and Road Initiative, la Nuova Via della Seta, che per il momento è una politica imperiale dolce. Vedremo, con l’aumento della potenza militare cinese, come evolveranno le cose nei prossimi anni. E poi abbiamo naturalmente anche gli Stati Uniti, con questa politica neo-imperiale dell’amministrazione Trump: il Venezuela, per esempio, per impedire che risorse strategiche finiscano nelle mani della Russia e della Cina. Lo stesso vale per l’Iran: si tratta anche di indebolire la Russia e la Cina. I Guardiani della Rivoluzione iraniani conducevano esercitazioni navali con Russia e Cina e l’Iran forniva una parte significativa del petrolio alla Cina. E naturalmente ci sono le ambizioni di Trump di appropriarsi della Groenlandia, e così via.
Abbiamo quindi degli Stati che sono direttamente all’opera. E poi ci sono quelle che chiamo «compagnie di Stato»: imprese diventate così potenti da avere oggi poteri sovrani o poteri propri degli Stati.
Penso in particolare a Musk, ma potremmo parlare anche di Zuckerberg, di altri ancora e naturalmente di Bezos. Sono persone che non sono più semplicemente alla guida di grandi imprese multinazionali, ma che sono a capo delle Compagnie delle Indie del XXI secolo.
Le Compagnie delle Indie del XVII e XVIII secolo erano contemporaneamente imprese commerciali – acquistavano e vendevano prodotti – e soggetti sovrani. Possedevano armi ed eserciti, potevano firmare trattati e conquistare territori. Oggi, con questi grandi imprenditori della tecnologia, abbiamo imprese pienamente coinvolte nel capitalismo della finitudine: imprese che diventano sovrane. Vogliono costruire centrali nucleari, possiedono cavi sottomarini e satelliti che conferiscono loro poteri quasi da capi di Stato, per esempio nella guerra in Ucraina e anche a Taiwan. Sono persone che possono diventare, di fatto, attori sovrani, forse domani anche nelle questioni monetarie, attraverso le criptovalute: prima le stable coin e poi, vedremo, strumenti scollegati dalle grandi valute.
Potrebbero quindi arrivare a competere con i poteri sovrani degli Stati-nazione nella corsa sfrenata del capitalismo della finitudine.
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