L’Ilva si spegne: il diritto alla salute prevale sulla libertà d’impresa

La Corte d’Appello civile di Milano ha confermato il provvedimento con cui, a fine luglio, è stato disposto il blocco dell’area a caldo dello stabilimento dell’ex Ilva di Taranto che dovrà essere messo in atto entro il 28 ottobre. I giudici hanno respinto l’istanza di sospensiva presentata dai legali di Acciaieria d’Italia e dell’ex Ilva in amministrazione straordinaria, cioè controllata dallo Stato.
Col rigetto della sospensiva lo spegnimento degli impianti deve essere avviato a giorni per essere completato entro fine ottobre. Resta pendente un ricorso in Cassazione che difficilmente arriverà in tempi congrui e ribalterà la situazione. L’area a caldo è il “cuore” dell’acciaieria: carbone più minerale producono qui lingotti e bobine di acciaio. Ma anche quella più inquinante, da cui escono le polveri ed i fumi che hanno distrutto la città causando migliaia di malattie, tumori, vittime.
Secondo i giudici “il bilanciamento tra i contrapposti interessi” costituzionali “non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute: nel conflitto fra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini alla salute e al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest’ultimo”.
È interessante leggere le motivazioni con cui si chiedeva la sospensiva, e le risposte della magistratura.
Per Acciaierie d’Italia e Ilva in Amministrazione Straordinaria lo spegnimento comporta un “grave e irreparabile danno” agli impianti e ai “livelli occupazionali”. A ciò si aggiungerebbe “la vanificazione delle decisioni assunte dal legislatore e dal Governo, nonchè la dispersione di ingentissime risorse pubbliche investite nel corso degli anni al fine di garantire la continuità produttiva e la salvaguardia dell’occupazione.”
La sezione specializzata in materia di impresa della Corte d’Appello ha risposto che gli altiforni hanno 60 anni, “vengono rattoppati senza soluzione di continuità alla meno peggio” e sono stati “più volte fermati per interventi di adeguamento e poi regolarmente riavviati”. In sostanza, non c’è più da deteriorare uno stabilimento già fatiscente. Riguardo ai danni che lo stop all’attività arrecherebbe alle scelte di politica industriale e del lavoro si sottolinea che questa sentenza non è un “evento improvviso ma piuttosto prevedibile su cui non può non essersi misurata, nel corso degli anni, la responsabilità imprenditoriale dei soggetti coinvolti”. Ultimo dei quali appunto lo stato. La magistratura insomma dice: c’è un impianto che cade a pezzi, che questo comporti rischi per la tutela del lavoro lo sapete da tempo, adesso vi svegliate?
Secondo la procura inoltre “la prospettiva occupazionale non è affatto priva di alternative. Le maestranze potrebbero essere impiegate non nella prosecuzione di un’attività la cui pericolosità è sta accertata, ma nella sostituzione di impianti, attività che richiederebbe competenze tecniche analoghe e che potrebbe essere programmata in modo da garantire continuità lavorativa”.
La questione è che a questo punto non ci si doveva arrivare: col verdetto di oggi la magistratura colma per l’ennesima volta un vuoto della politica. L’inevitabile finale per una delle più importanti industrie italiane poteva essere scritto in due modi: con un processo guidato, o calato dall’alto col ruolo di supplenza della magistratura ad una politica che ha abdicato al suo di ruolo: la politica industriale, la tutela della salute. L’inizio, meglio, l’accelerazione della fine parte dallo sciagurato affidamento dell’allora ministro Calenda ad Arcelor Mittal, le cui intenzioni, ora nero su bianco anche nelle indagini giudiziarie, erano più di eliminare un concorrente che rilanciarlo. Da li un declino fatto di un deterioramento costante degli impianti che è andato di pari passo con l’aumento della cassa integrazione e la disgregazione dell’indotto, ed all’inquinamento che dall’epoca Riva non è mai cessato. Lo stabilimento ad oggi cade letteralmente a pezzi, lo dicono i quotidiani incidenti, produce poco o nulla, fuori mercato in un sistema acciaio in sovrapproduzione. Il commissariamento dello stato ha alimentato un impianto già morto, anziché provare a cambiarne le sorti in una visione complessiva che ne facesse perno di una politica industriale. Per la città, la prospettiva della fine di emissioni nocive dopo anni di morti e migliaia di malati non può che essere, letteralmente, un sospiro. La mancanza di regia pubblica ha trasformato in contrapposizione una legittima aspirazione.
Il futuro resta incerto: cambia forse poco su piani industriali fumosi che di fatto già escludevano l’area a caldo. Resta il problema di cosa farsene di un’acciaieria di quelle dimensioni senza un’area a caldo, in un mercato in sovrapproduzione.
Ma anche di cosa farsene di una futura area a caldo decarbonizzata alle attuali condizioni di mercato, dove produrre in Italia, per i costi di gas ed energia, costa più che importare il prodotto. È ovvio che non basta una proprietà ma serve che il pubblico si faccia carico di un ragionamento complessivo di politica industriale. Siamo da 4 anni in calo della produzione, e questo dice molto sui disastri del governo attuale, ma anche di chi li ha preceduti.
Lo stop pone le basi per la necessaria bonifica, le cui operazioni difficilmente riassorbiranno tutta la manodopera, già decimata da anni di cassa integrazione. Ma per fare questo, appunto, ci vuole quel che è mancato finora, ovvero una regia pubblica che vada al di la della proprietà dello stabilimento.
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