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Via libera dell’Unione Europea ai nuovi OGM che preoccupano ambientalisti e piccoli agricoltori

17 giugno 2026|Valentina Bosoni
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un campo coltivato

Il Parlamento Europeo ha approvato oggi in via definitiva il regolamento sulle Nuove Tecniche Genomiche (NGT) e sui prodotti che ne derivano, concludendo un iter legislativo avviato nel 2023. La normativa è stata presentata con l’obiettivo di favorire lo sviluppo e l’impiego di nuove varietà vegetali più resistenti ai cambiamenti climatici e ai parassiti. I sostenitori del provvedimento evidenziano come queste tecniche si distinguano dagli OGM di prima generazione. Tuttavia, le differenze rispetto ai tradizionali OGM non sarebbero così nette. Diverse associazioni ambientaliste esprimono, infatti, preoccupazioni riguardo ai possibili effetti sulla trasparenza del mercato, sulla tutela della biodiversità e sulle ricadute economiche per agricoltori e e le piccole aziende. Federica Ferrario, responsabile delle campagne per l’associazione ambientalista Terra, ci ha illustrato le principali differenze tra questi “nuovi OGM” e quelli di prima generazione, spiegando i potenziali impatti che il nuovo regolamento potrebbe avere. L’intervista di Valentina Bosoni.

In che cosa consistono queste nuove tecnologie genomiche e in che modo si differenziano dai cosiddetti vecchi OGM?

Sostanzialmente vengono utilizzate, diciamo così, delle tecniche che sono leggermente più precise rispetto agli OGM di prima generazione. E la differenza principale è che negli OGM di prima generazione erano anche permessi inserimenti di parti di DNA di un organismo animale con salti completi dal mondo vegetale al mondo animale. In questo caso no. Però, si hanno modifiche genetiche che non sarebbero possibili tal quali in natura e, quindi, non controllabili rispetto al risultato finale sostanzialmente, perché andando a modificare il DNA di un organismo vivente, comunque, riusciamo a controllare solo alcuni degli effetti che vorremmo dargli. Quindi, dal punto di vista del rischio di imprevedibilità si differenziano veramente poco dagli OGM di prima generazione.

E quindi quali sono i punti più critici di queste nuove tecnologie genomiche?

Direi che la questione più grave è che si sta cercando di far passare come vera una menzogna perché si sta cercando di dire che i risultati e i prodotti di queste nuove tecniche non sono equivalenti agli OGM, cosa che non è vera, nel senso che dal punto di vista scientifico innegabilmente siamo di fronte a organismi geneticamente modificati. La cosa ancora più assurda è che con la deregolamentazione sostanzialmente confermata oggi vengono nascosti, viene impedito ai cittadini, ai consumatori, ai consumatrici, anche se è un termine orribile da usare, il diritto di scelta, sostanzialmente perché arriveranno prodotti che non saranno etichettati. Non ci sarà nessun tipo di tracciabilità su tutta la filiera, quindi, immaginiamo anche in caso, dio non voglia, di problemi su un determinato prodotto, sarà sostanzialmente impossibile risalire in tutta la filiera di produzione. Tra l’altro così facendo, si mette in crisi anche ulteriormente il nostro comparto agricolo perché stiamo parlando di prodotti che verranno brevettati. E quindi, ovviamente maggiori costi per tutto il comparto agricolo e poi in generale per tutta la filiera. Ma stiamo parlando, poi, anche di un modello che va a restringere, andrà a restringere ulteriormente l’agro-biodiversità che avremo a disposizione e, quindi, appesantire ulteriormente un settore togliendogli ancora più armi rispetto alle problematiche che dobbiamo affrontare, non ultimo il cambiamento climatico. Tutto questo sulla base sostanzialmente di false promesse perché stiamo assistendo sostanzialmente a quanto è accaduto già con gli OGM di prima generazione, quindi, vengono propagandati come la panacea di tutti i mali, quando poi abbiamo visto che il risultato degli OGM di prima generazione sostanzialmente erano modifiche che permettevano di vendere un seme brevettato con la resistenza, in primis, da un determinato, da una sostanza chimica, un diserbante e, quindi, vendere il pacchetto con il doppio introito per la multinazionale che la produceva e adesso stiamo di fronte a tutta una serie di promesse analoghe di prodotti che possono resistere a siccità, salinità, tutti questi grandi proclami, ma nella pratica questi risultati poi non li possiamo vedere. Detto questo, in un contesto dove i cambiamenti climatici stanno diventando sempre più imprevedibili, mi chiedo come possiamo affrontare un’alluvione con un prodotto del genere.

Quindi, diciamo che è un’approvazione che si pone come a tutela del settore agroalimentare, ma di fatto non lo è?

Di fatto non lo è, di fatto va a rendere ancora più problematiche tutta una serie di aspetti. Appunto, togliendo completamente il diritto di scelta al consumatore finale. Il che, già di per sé, almeno io personalmente, lo trovo di una gravità estrema. Sostanzialmente ci giochiamo il principio di precauzione perché non avendo neanche la tracciabilità sono prodotti che finiscono per essere nascosti. Tra l’altro, gli Stati membri non possono neanche più esercitare l’opzione di vietare la coltivazione sul proprio territorio. Quindi, anche qui, togliamo un diritto di netto alla base. E la domanda che mi faccio io è: ma se i promotori di questi prodotti sono così sicuri della performance di questo genere di coltivazione, perché li vogliono tenere nascosti? Perché, invece, non hanno tutto l’interesse di etichettarli chiaramente per rendere distinguibili dal resto? C’é qualcosa che forse non torna da questo punto di vista. Quello che è sicuro è che oggi abbiamo messo un altro velo sulla trasparenza e sostanzialmente stiamo mettendo ulteriormente in difficoltà una fascia molto ampia dei nostri agricoltori, del nostro settore agroalimentare.

Riesce ad approfondire l’impatto economico che questa nuova regolamentazione può avere sia sulle piccole aziende che sull’agricoltore a livello di produzione?

Senz’altro questo tipo di deregolamentazione, oltre ad avere, ovviamente, degli impatti diretti sugli agricoltori che dovranno pagare delle sementi che sono brevettate. Quindi, diciamo, che questo, la storia ci insegna, porta a un aumento dei costi. È un problema anche per le piccole aziende sementiere, perché con questo tipo di deregolamentazione molto probabilmente saranno solo le grandi multinazionali, che sono quelle già stanno sviluppando una serie di brevetti su questi prodotti, che controlleranno ancora di più il materiale genetico e, quindi, renderanno ancora più complicato e complesso per le aziende di piccola dimensione, che si occupano di selezione e di sviluppo di materiale vegetale e di prodotti, che sono più incline ad avere una maggiore ampiezza in termini di diversità, saranno ancora più messi in crisi.

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