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Addio a Francesco Guccini. Colto e ironico, ha raccontato la vita e il tempo che passa

06 agosto 2026|Alessandro Braga
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Francesco Guccini

Colto, ironico, profondo. Provocatore, a volte romantico. Un burattinaio di parole, come si era descritto lui stesso. Capace di essere poetico o prosaico all’occorrenza. Politico, profondamente politico, anche se questa etichetta, come tutte le etichette, gli stava stretta. Umanista, preferiva definirsi. Ha unito diverse generazioni, che fosse per alzare il pugno mentre si cantava “La Locomotiva” o per nascondere una lacrima sfuggita sulle note di “Cyrano”. Coerente, mai banale, non si è fatto irretire dalle sirene del business nemmeno per un attimo. Se Fabrizio De André ha cantato gli ultimi, Francesco Guccini ci ha vissuto insieme. I suoi personaggi erano veraci, strampalati, “volgari come la gramigna”. Ha raccontato il frate e il suo latino, il pensionato della porta accanto e l’astrologo in bilico tra un mondo che stava scomparendo e uno nuovo che tardava ad arrivare. Ha dato dignità alle osterie di fuori porta e raccontato un Odisseo tra Omero e James Joyce. Lui, figlio d’una casalinga e di un impiegato, cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia. Lui tutto, niente, stronzo o ubriacone, lui poeta e lui buffone, lui anarchico. Lui ricco, senza soldi, radicale, lui diverso e lui uguale, negro, ebreo, comunista. Lui cantastorie della vita quotidiana, romanziere, giallista, ha scritto pure un vocabolario italiano-pavanese. Cantore del tempo che passa, il tema che ha attraversato tutta la sua produzione, ora avrà finalmente “un paradiso su misura”, dove il “bere non si paga e non fa male”.

Il ricordo del critico musicale Enzo Gentile al microfono di Cecilia Di Lieto

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