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Verona: “Ci hanno gettato benzina addosso”

coppia aggredita verona

Barbara aggressione ai danni di una coppia gay di Verona, già vittima di un’aggressione a sfondo omofobo lo scorso agosto, quando Angelo Amato e il marito Andrea Gardoni, furono picchiati in piazza Bra da un gruppo di persone perché si stavano tenendo per mano.

La notte scorsa i due sono stati svegliati in piena notte da alcuni rumori proveniente dall’esterno della loro villetta alle porte del comune di Grezzana. Gardoni, 23 anni, è uscito a controllare e si è visto lanciare addosso della benzina. L’aggressore – o gli aggressori, le indagini sono in corso – è fuggito senza, per fortuna, riuscire ad appiccare l’incendio. All’indomani sono anche state rinvenute delle scritte sulla facciata dell’abitazione e sull’automobile della coppia, una svastica e la scritta “Vi metteremo tutti nelle camere a gas”.

Massimo Alberti ha intervistato Angelo Amato, che gli ha raccontato cosa è accaduto e a che punto sono le indagini.

Stavo dormendo, così come stava dormendo anche Andrea, perché eravamo ritornati a casa da circa un’oretta e mezza ed eravamo stanchi. Siamo andati a dormire, ma per noi è difficile perché al minimo rumore non riusciamo a dormire, specialmente Andrea. Lui dice che si è svegliando perché ha sentito un rumore e ad un certo punto ho sentito urlare, “Angelo aiutami!”, e sono andato dalla camera all’ingresso e ho visto tutto cosparso di benzina. Ho chiesto cosa è successo, ma non riusciva neanche a parlare perché piangeva e gli bruciava tutto. Ho messo un attimo il piedi fuori di casa e c’era benzina ovunque anche lì. Ho chiamato subito il 113 chiedendo di mandare un’ambulanza perché Andrea continuava ad urlare come un disperato.

La persona è scappata lasciando lì la tanica di benzina?

Sì, non si sa era una sola persona o se erano più di uno. C’erano delle taniche di benzina lì fuori, non so quante, ce n’erano tante.

Volevano darvi fuoco alla casa?

Presumo di sì.

Tutto questo è iniziato dopo che avete denunciato il vostro aggressore?

Certo. Dal momento che pubblicamente abbiamo avuto il coraggio di metterci la faccia.

E da lì non vi hanno più fatto vivere

No. Esattamente. Più di tanto non posso dire perché ci sono delle indagini in corso. Lasciamogli fare il loro lavoro, fino ad adesso ci hanno dimostrato che sono stati bravi e da tutto questo speriamo che si arrivi ai colpevoli. Non importa chi sia, vogliamo solo che si arrivi ai colpevoli.

A voi resta la paura. Quali sono le conseguenze sulla vostra vita?

Devastanti. Oggi è peggio di ieri e non so domani cosa succederà.

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Foto dal profilo FB di Andrea Gardoni
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    Massimo Alberti
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    «Milano è un contesto mafioso, né più né meno di come può esserlo la Calabria». Sono le parole della procuratrice aggiunta di Milano, Alessandra Cerreti, pronunciate durante la requisitoria al processo Hydra. Ieri c'è stata la prima sentenza per una settantina di imputati che hanno scelto il rito abbreviato. Tra i condannati (Mariano Rosi, Filippo Crea, Giuseppe Fidanzati e altri), stando all’inchiesta della Procura di Milano ci sono figure di primo piano del crimine organizzato in Lombardia. L’inchiesta Hydra - che ha portato al processo - ha messo in luce “un sistema mafioso lombardo”, un’alleanza tra esponenti di ‘ndrangheta, cosa nostra e camorra. Un sistema per compiere dalle rapine alle truffe, dal riciclaggio di denaro alle intestazioni fittizie di beni, fino alle false fatturazioni, alle estorsioni. Tra i reati contestati c'è anche il traffico di droga e di armi. Pubblica ha ospitato lo storico Enzo Ciconte e il ricercatore dell’università Statale di Milano, Andrea Carnì, autore di un importante libro per la conoscenza del fenomeno mafioso in Lombardia uscito in questi ultimi mesi dal titolo «Mafia ed economia. Il rischio criminale in Lombardia» (Futura 2025).

    Pubblica - 13-01-2026

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    Donald Trump e la svolta conservatrice della democrazia USA. A cura di Roberto Festa e Fabrizio Tonello.

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    Il sindaco di Isernia Piero Castrataro dorme dal 26 dicembre scorso in tenda, accampato davanti all’ospedale cittadino Ferdinando Veneziale. La protesta serve a chiedere risorse e iniziative alla regione Molise per rilanciare la struttura, visto che la desertificazione sanitaria avanza senza ostacoli. Secondo la pianta organica, al pronto soccorso dovrebbero esserci tredici medici. Invece ce ne sono solo quattro. In radiologia tre su dodici. L'ortopedia è al lumicino, altri reparti vanno a singhiozzo. Per mancanza di monitor funzionanti, solo cinque letti di cardiologia su dieci sono attivi. In queste condizioni, il ricorso ai gettonisti è quasi obbligatorio. Castracaro insiste e dice che finché non avrà risposte chiare non mollerà. La situazione in regione è peggiorata nel corso degli anni. La rete ospedaliera nel 2009 aveva quasi 1.800 posti letto e ora sono mille. Il peso della sanità privata invece si è moltiplicato: nel 2009 le imprese avevano il 10% dei posti letto, oggi circa il 40%. Mentre i cittadini vedevano sparire i reparti pubblici la sanità accreditata remunerata con soldi statali ha prosperato. Un piccolo (grande) esempio di come il servizio sanitario nazionale, introdotto in Italia nel 1978 dall’allora ministra della salute Tina Anselmi, si stia progressivamente sgretolando, a nord così come a sud. L'intervista di Cinzia Poli e Alessandro Braga al sindaco Piero Castrataro.

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