Vent’anni di Esteri: capire il mondo mettendo al centro chi subisce la Storia

Vent’anni fa si pensava che il mondo sarebbe diventato sempre più aperto al mercato, più integrato e più omogeneo. È diventato più interconnesso, che non vuol dire necessariamente più integrato, e anche più frammentato. Le istituzioni e i club nati dall’ondata della globalizzazione, come il WTO, il G20 e i Paesi BRICS, avrebbero dovuto disegnare una nuova governance multipolare e multilaterale. Un progetto che, però, non è mai veramente decollato.
Sono solo alcuni spunti per descrivere la complessità del mondo di oggi e la necessità di aggiornare gli strumenti con cui lo si interpreta e si cerca di comprenderne l’attualità politica e geopolitica. Anche a partire da categorie che, vent’anni fa, erano innovative e che oggi cominciano a essere superate. È successo con il passaggio da Internet all’intelligenza artificiale, dal mercato come regolatore dei rapporti economici e sociali al ritorno dello Stato, dall’ottimismo democratico alla crisi della democrazia, dal declino dell’Europa al nuovo bipolarismo tra Cina e Stati Uniti. Fenomeni che, presi insieme, portano a parlare di caos, ma che in realtà hanno un filo conduttore: la fine di equilibri economici e geopolitici secolari e la nascita di nuovi.
Quel lungo ciclo del mercantilismo, diventato poi colonialismo, che ha assegnato all’Europa e alle sue propaggini un ruolo predominante per secoli, si sta esaurendo. La concentrazione di capacità tecniche e militari, di capitali e di mezzi che aveva permesso a Paesi insignificanti dal punto di vista geografico e delle risorse di controllare vasti territori nel mondo è venuta meno. Quel vantaggio che consentiva di essere un passo avanti rispetto agli altri ormai non esiste più. Anzi, nei settori produttivi e scientifici del futuro sono oggi un passo avanti Paesi che un tempo erano colonizzati, come la Cina.
Ripensare il mondo di oggi, senza dimenticare mai la radice storica dei fatti, non può essere un esercizio occasionale. Ci vogliono continuità e, soprattutto, coraggio nelle proprie idee, saldamente basate sui dati di fatto, anche quando risultano, almeno nell’immediato, impopolari. Anticipare la notizia, come se si trattasse di indovinare il futuro, in politica estera è un concetto che non esiste. Capire le linee di tendenza, tastare il polso della situazione, soprattutto ascoltando le popolazioni, leggere i documenti che disegnano strategie e non limitarsi a sfogliarli: sono tutti aspetti dello stesso mestiere, quello del giornalismo di esteri.
La grande novità introdotta nel mondo della comunicazione italiana con la nascita della rubrica quotidiana di Esteri è stata quella di assegnare al racconto del mondo una continuità che non esisteva altrove. Una continuità necessaria, appunto, per capire i meccanismi di trasformazione del mondo: un racconto giorno per giorno degli equilibri che cambiano, dei conflitti latenti o esplosi, dell’incrocio tra economia e politica, delle guerre silenziose per il controllo delle materie prime. Con voci dal mondo e analisi puntuali, senza mai cedere sull’uso di dati certi.
Esteri è diventato un pilastro dell’informazione internazionale in Italia, seguito da un vasto pubblico di ascoltatori e da tanti giornalisti ed esperti che, anche se non lo ammettono, in questa striscia trovano informazioni e spunti originali. Radio Popolare si è caratterizzata, fin dalla sua nascita, per l’interesse verso ciò che accadeva nel mondo, sulla base di una visione internazionalista che un tempo era anche militanza. Con strumenti come Esteri, si è passati al racconto del mondo attraverso livelli di professionalità e serietà incontestabili. Lo spirito, però, resta sempre lo stesso: dare voce a chi non ne ha, parlare di cose che si vorrebbero tenere lontane dagli occhi e, soprattutto, offrire quelle chiavi di lettura che permettano a chiunque di farsi un’idea di ciò che accade in questo mondo interconnesso, spesso a sua insaputa, caotico ma sempre affascinante.
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