L’ambasciatore e docente all’università di Padova, Gianpaolo Scarante, commenta l’attacco al Venezuela, condotto dagli Stati Uniti in violazione del diritto internazionale e rivendicato da Trump. “Se gli Stati abdicano ai principi, vige la legge del più forte e la barbarie torna a dominare le relazioni internazionali”, dice Scarante ai microfoni di Alessandro Principe.
Francamente sono impressionato. Assistiamo a una potenza, gli Stati Uniti, che sta disegnando un nuovo ordine mondiale sulla base di una logica di potenza. Quando si adotta una logica di potenza, non solo si viola a volte il diritto internazionale, ma in genere lo si ignora del tutto. È quanto avvenuto questa notte con l’intervento in Venezuela, che rappresenta sicuramente una violazione del diritto internazionale, in particolare di uno dei suoi principi cardine, considerato in vigore dal 1648 e recepito dalla Carta delle Nazioni Unite: quello della non ingerenza negli affari interni. Ora, possiamo dire che l’operazione sia stata un successo? Sì, tecnicamente probabilmente sì, anche se è evidente che ci sia qualcosa che non conosciamo e che forse ne spiegherebbe meglio la dinamica. Tuttavia, il vero problema è ciò che accade dopo, perché molto spesso abbiamo visto gli Stati Uniti vincere una guerra o una battaglia e poi, non sapendo come gestire il dopo, impantanarsi in situazioni piuttosto complesse. Sul dopo, la conferenza stampa di Trump non ha chiarito molto. Ci è stato detto che il Paese sarà gestito dagli Stati Uniti, che il petrolio tornerà agli Stati Uniti perché lo hanno scoperto e valorizzato e poi sarebbe stato loro sottratto; ma, in termini concreti, non sappiamo esattamente cosa accadrà. Ed è proprio questo l’aspetto più preoccupante: se non esiste una soluzione strategica per il dopo, il rischio è un periodo prolungato di incertezza e instabilità. In ogni caso, il modo in cui tutto questo è avvenuto è un modo che, credo, dobbiamo considerare inaccettabile sotto molti profili.
Non è una novità che gli Stati Uniti si ingeriscano nelle vicende di altri Paesi attraverso operazioni più o meno coperte, più o meno esplicite, che nel corso degli anni e dei decenni sono passate alla storia. Che cosa c’è di nuovo oggi, se c’è qualcosa di nuovo, in questa operazione?
Potrei risponderle che sì, lo facevano anche in passato — in Cile, per esempio, in America Latina e altrove — però non lo rivendicavano con orgoglio nelle conferenze stampa. La differenza è proprio questa: oggi tutto ciò che gli Stati Uniti compiono per applicare questa loro politica di potenza e per disegnare un nuovo ordine mondiale avviene alla luce del sole, dichiarandolo apertamente e, anzi, spesso con orgoglio, come è accaduto in questa conferenza, nella quale non sono mancati gli autocomplimenti alle forze armate americane, alle capacità decisionali e così via. Dunque vedo un atteggiamento totalmente diverso. Tra l’altro, quando si parla di dottrina Monroe, si dimentica spesso che quella elaborata nel 1823 si riferiva alle ingerenze europee negli Stati americani. Non al fatto che gli Stati Uniti potessero fare ciò che volevano in America Latina o in America Centrale: era una dottrina inserita in un contesto storico e formulata in termini profondamente diversi.
Nella sua lunga e ampia esperienza come consigliere diplomatico e ambasciatore, oltre che come docente universitario, un’operazione e una situazione di questo tipo che reazioni, commenti e valutazioni suscitano negli ambienti governativi e, in particolare, all’interno del governo italiano?
Le reazioni sono state piuttosto blande, anzi, a mio avviso, fin troppo blande, a livello internazionale. In ambito europeo, l’unico Paese a esprimersi in modo abbastanza forte è stata la Francia, che ha parlato di violazione della sovranità di uno Paese e di uso illegittimo della forza. La posizione di Berlino è stata un po’ diversa, più sfumata, anche se comunque improntata alla condanna. La reazione italiana, invece, ha utilizzato la terminologia “legittimo intervento di natura difensiva”, una formulazione del tutto inaccettabile. Non è configurabile né come un legittimo intervento né come un’azione di natura difensiva. Pertanto, la dichiarazione adottata da Palazzo Chigi — che spero venga corretta nelle prossime ore — mi appare completamente improponibile.
È un’impostazione diversa da quella della tradizione diplomatica italiana?
Sì, è totalmente diversa. Noi siamo sempre stati molto rigorosi sul divieto di ingerenza esterna-interna nel campo dei Paesi, considerato uno dei principi fondanti del diritto internazionale. Il fatto che oggi, con tanta leggerezza, si accetti una situazione del genere — magari giustificandola con il mancato riconoscimento, ad esempio, dell’elezione di Maduro — non ha alcun rilievo: la violazione del diritto internazionale resta, ed è palese e del tutto evidente.
Quali conseguenze potrebbe avere, sullo scenario internazionale, questo tipo di approccio che oggi viene esplicitato da Trump?
Purtroppo questo tipo di atteggiamenti conferma una tendenza generale della realtà internazionale, che va verso il caos e soprattutto verso l’accentuazione dei conflitti, anziché la loro risoluzione. In questo senso, l’intervento in questione, ampliando la sfera di quello che potremmo definire un disordine globale anche al Venezuela, non può certo essere considerato positivo. Ancora più grave è il fatto di aver violato in modo così palese il diritto internazionale, che in altri contesti — si pensi all’Ucraina — viene invece condannato con estrema durezza. Questo aspetto dovrebbe essere valutato con grande attenzione da tutti, perché il diritto, sia esso internazionale o interno a un Paese, rappresenta l’unica barriera che ci tiene lontani dalla barbarie. Se gli Stati abdicano al rispetto del diritto internazionale, finirà per prevalere la legge del più forte e la barbarie tornerà a dominare le relazioni internazionali. Per questo credo che bisognerebbe osservare con estrema attenzione ciò che sta accadendo e non derogare dai principi: non si può essere elastici sui principi, perché tali sono solo se vengono applicati a tutti.


