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Una vittoria per la Turchia, una sconfitta per i curdi. Siria e SDF firmano un cessate il fuoco

Siria

E’ dai primi giorni di gennaio che sono ripresi i combattimenti fra le forze governative siriane e i curdi delle Syrian Democratic Forces (SDF), coalizione di milizie anche arabe e cristiane attive nel nord est del Paese. Si tratta di una situazione che si trascina da tempo e che rappresenta una delle fratture irrisolte della Siria post Assad. Sul piatto il futuro assetto dello Stato Siriano, tra autonomia curda, la necessità dell’unità politica del Paese e le ingerenze, fra gli altri, di Turchia e Stati Uniti. A fare da scintilla dentro la brace vi sono gli accordi mai attuati dello scorso marzo 2025, che prevedevano l’integrazione graduale delle forze curde nelle istituzioni statali, il riconoscimento di diritti culturali e politici alla minoranza curda, inclusa la lingua, e una rappresentanza nelle forze di sicurezza nazionali. Un accordo che avrebbe dovuto segnare il passaggio dalla logica militare a una ricomposizione politica del Paese, ma la cui implementazione è rimasta discontinua e controversa. In particolare ad Aleppo le tensioni non si sono mai realmente spente: nei quartieri curdi rimasti difesi e amministrati dalle SDF, si sono susseguiti episodi di confronto armato, accuse reciproche di violazioni e profonde divergenze sulla natura dell’autonomia locale e sulla reale condivisione del potere con lo stato centrale.
In particolare i curdi, rappresentati dal comandante Mazloum Abdi, insistono per conservare l’autonomia decisionale nelle questioni di sicurezza, a maggior ragione dopo i massacri di alawiti sulla costa mediterranea e di drusi a Suwaida, nel sud del Paese, compiuti lo scorso anno da gruppi jihadisti e da soldati governativi. Negli ultimi giorni il tentativo del Governo di far applicare l’accordo di ritiro delle SDF dai quartieri cittadini, non privo di violenza anche per la commistione con soggetti vicini alla Jihad e feroci nemici dei curdi, ha fatto esplodere ed estendere il conflitto nelle zone del Paese sotto il controllo curdo, assumendo l’aspetto di una vera e propria campagna militare volta ad annullarne la presenza ad ovest del fiume Eufrate. Le cose si sono messe male per i curdi che si sono ritrovati in estrema difficoltà al punto da sottoscrivere nella giornata di ieri un accordo di cessate il fuoco decisamente al ribasso. Il documento in 14 punti firmato dal comandante curdo Mazoloum Abdi e dal presidente siriano Ahmad al Shaara prevede il passaggio di controllo amministrativo e militare di Raqqa e Deir Ezzor al governo centrale, comprese infrastrutture strategiche come le dighe sull’Eufrate, i giacimenti di petrolio e gas, i valichi di frontiera e le reti civili. Kobanê, la città simbolo della resistenza curda all’Isis, sarà smilitarizzata e vi verranno istituite forze di sicurezza locali sotto il controllo di Damasco. Per quanto riguarda le SDF si prevede la loro graduale dissoluzione e assorbimento dei singoli nelle forze armate e negli apparati di sicurezza nazionali. E’ stato l’unico modo per porre fine a una guerra che ci hanno imposto, questo il senso del messaggio che il comandante Abdi ha diretto al suo popolo. Assieme allo scontento, restano sul campo ancora molte incertezze e fragilità. Quello che è sicuro è che per i curdi lo scenario è cambiato molto anche dal punto di vista internazionale: agli Stati Uniti preme di più la de-escalation che l’autonomia curda, mentre la Turchia, che non può che gioire di un accordo del genere, è sempre più alleato di ferro della nuova Siria.

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