Approfondimenti

Una bellissima sera di Primavera

Con la serata di sabato, ultima delle tre di concerti al Parc del Forum di Barcellona, si è chiusa anche la diciassettesima edizione del Primavera Sound, uno dei più importanti eventi musicali europei. Numeri importantissimi anche quest’anno, si sono superate le 200mila presenze complessive, ma soprattutto è stato un ultimo giorno davvero bello e godurioso.

Certamente per merito degli Arcade Fire, protagonisti annunciati di questo sabato, che hanno suonato verso mezzanotte davanti alla folla più numerosa di questi tre giorni. Una ordinata e festosa marea umana che ha ballato e cantato seguendo una scaletta che (per chi c’era già stato) ha seguito più o meno la traccia già segnata dalla prima esibizione del gruppo al Festival, a sorpresa, giovedì.

Dopo aver usato quel live fuori programma per presentare il nuovo singolo “Everything Now”, gli Arcade Fire sono tornati a esibirsi senza svelare molto del disco nuovo che porterà lo stesso titolo, ma rappresentando invece molto bene il proprio repertorio passato. E dimostrando di essere di gran lunga una delle rock band più brillanti e potenti del mondo.

Arcade Fire (Foto Sergio Albert - Primavera Sound)
Arcade Fire (Foto Sergio Albert – Primavera Sound)

Ma non ci sono stati solo i canadesi a farci divertire in quest’ultima serata: nella battaglia tra vecchie glorie, Grace Jones ha stravinto su Van Morrison. Quest’ultimo è salito sul palco verso il tramonto e ha portato con sé la faccia più morbida, swing, della sua musica. Un concerto molto “adulto”, forse un po’ troppo per il contesto in cui avveniva, che ha mancato di mostrare la prima parte del repertorio di questo mostro sacro della musica. Ma che gli vuoi dire a Van The Man? Va bene così.

Van Morrison (Foto Eric Pamies - Primavera Sound)
Van Morrison (Foto Eric Pamies – Primavera Sound)

Grace Jones ha invece avuto un effetto molto più dirompente con la sua esibizione, teatrale e magnetica. Quando è salita sul palco, dipinta di strisce bianche, il seno scoperto e una maschera luccicante, ancora con le sue movenze da pantera, è riuscita a far trattenere il fiato a una platea sconfinata. La scaletta è stata costellata di grandi successi, con la Jones impegnata in piccoli cambi d’abito quasi a ogni pezzo, senza però smettere, anche quando era dietro le quinte per il cambio, di parlare con il pubblico, cantando e scherzando. Dimostrando di avere, oltre a quel carisma magnetico, anche una straordinaria autoironia.

Grace Jones (Foto Eric Pamies - Primavera Sound)
Grace Jones (Foto Eric Pamies – Primavera Sound)

Un po’ vecchie glorie, anche se più di nicchia, lo sono anche i Teenage Fanclub. Gli scozzesi, in attività dal 1990, sembravano davvero in estasi durante il loro live, bello e ispirato: continuavano a guardarsi tra di loro, ridendo felici, con sotto il palco migliaia di persone che cantavano a squarciagola le loro canzoni, le nuove come le vecchie.

Teenage Fanclub (Foto Sergio Albert - Primavera Sound)
Teenage Fanclub (Foto Sergio Albert – Primavera Sound)

Ma era ancor più felice, e ne aveva motivo, Angel Olsen, giovane e bravissima cantautrice americana, con davanti a sé quello che lei stessa ha definito “il pubblico più numeroso che abbia mai visto, e che forse mai vedrò”. Il suo concerto per chi scrive è stato in assoluto uno dei più belli del Festival. In perfetto equilibrio tra malinconia e forza. La ragazza promette di avere avanti a sé una lunga carriera.

Angel Olsen
Angel Olsen

Così come una lunga storia di successi l’auguriamo di cuore anche al Festival che si chiude con questa splendida serata, che ha confermato tutta la sua qualità e la sua impeccabile organizzazione, e a cui diamo appuntamento per il prossimo anno.

  • Autore articolo
    Niccolò Vecchia
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    Il pubblico ministero alle dipendenze della politica? C'è già! Per trovarne qualche traccia, inutile cercare nella legge Meloni-Nordio, che smembra il Csm e stravolge l’autonomia delle toghe con la scusa della separazione delle carriere dei magistrati. E’ la legge su cui voteremo nel referendum di fine marzo. Il pm che dipende da criteri generali e criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale è già scritto, nero su bianco, nella cosiddetta riforma Cartabia del processo penale. Le norme della Cartabia (legge n.134/2021) prevedono che sia il parlamento a dettare criteri generali per le indagini. Se è il parlamento a doversene occupare è probabile che a decidere sia allora la maggioranza di governo. Dunque, la maggioranza parlamentare detta i criteri generali e poi – secondo la legge Cartabia – gli uffici del pm individuano i criteri di priorità (questo sì, questo no) tra i vari reati. Infine, il pm si adegua. Una forma di dipendenza c’è, anche se forse più blanda di quella paventata dai sostenitori del NO (un pm alle dipendenze del Guardasigilli). Ora, la norma è contenuta in una legge delega approvata dal parlamento cinque anni fa e che il ministro Nordio dovrebbe attuare con decreti legislativi. Ma questo non sta avvenendo. Perchè Nordio tiene chiusa in un cassetto la legge Cartabia? Pubblica lo ha chiesto all’ex magistrato Nello Rossi, direttore della rivista giuridica “Questione giustizia” (Magistratura democratica), autore con Armando Spataro (ex pm ed ex membro del Csm) di «Le ragioni del NO» (Laterza 2025). «Questa legge – racconta Nello Rossi - è stata relegata nel dimenticatoio perchè era un utile meccanismo di coordinamento tra il parlamento e le procure della repubblica. La maggioranza di destra l'ha sistematicamente ignorata, lasciata nel cassetto. A loro non interessa questo meccanismo di coordinamento. Il che poi giustifica scelte come quelle di un meccanismo di controllo del pubblico ministero da parte dell'esecutivo».

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    Solo poche delle 368 vittime della strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 hanno un corpo e un nome, sia perché molti corpi non sono stati recuperati, sia perché solo di pochi c’è stato un prelievo del Dna e la faticosa ricerca del match con i parenti delle vittime che si sono rintracciate nel corso di questi anni. Ma il Comitato 3 Ottobre, organizzazione no profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa, continua a lavorare con i familiari e con il Labanof, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell'Università degli Studi di Milano, per dare un nome a ciascuno di loro. “Chiediamo solo di recuperare i morti e raccogliere i campioni, quest’anno siamo riusciti a dare una risposta a 12 famiglie, ce ne sono altre 65 che hanno chiesto il nostro aiuto solo nell’ultimo mese”, ci spiega Tareke Brhane, Presidente Comitato 3 Ottobre, che chiede il riconoscimento di una Giornata della Memoria, da celebrare ogni 3 ottobre a livello europeo per onorare i migranti deceduti, così come le persone che hanno rischiato la propria vita per salvarli.

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    Giuseppe Acconcia, Docente di Storia Delle Relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Milano analizza la ripercussione della violentissima repressione sulle manifestazioni iraniane e prova a delineare quale potrebbe essere la via d'uscita del regime e la tenuta delle proteste. Riccardo Noury, portavoce Amnesty Italia, presenta l’iniziativa di venerdì con Women Life Freedom for Peace and Justice sulla scalinata del Campidoglio per esprimere solidarietà alla popolazione iraniana. Il Ministro degli Interni ieri in Parlamento ha definito Hannoun, il presidente dell'Associazione di solidarietà con la Palestina in carcere con l'accusa di aver finanziato Hamas, capo di una cellula di Hamas in Italia, ma cosa dicono le carte della Procura di Genova? Ce lo spiega  Mario Di Vito, giornalista de il manifesto, che racconta come le accuse contro Hannoun arrivino da un'agenzia dell'intelligence israeliana senza possibilità di verifica e soprattutto senza prove (come dice la stessa agenzia). Tareke Brhan presidente del Comitato 3 Ottobre, organizzazione non profit fondata all'indomani del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013 in cui 368 persone persero la vita, ci racconta l'identificazione della vittima 186 del maxi naufragio,  un uomo, originario dell'Eritrea, sepolto al cimitero di Bompensiere nel Nisseno, che grazie all'equipe di Labanof dell'Università di Milano ha finalmente un nome.

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