Un «conclave» del centrosinistra: e dare senso alla ripresa

Gli aspiranti a guidare la coalizione anti-destra e i gruppi dirigenti dei loro partiti si dovrebbero chiudere in «conclave», senz’alcuna comunicazione con l’esterno (tv, telefoni, altre tentazioni), e uscire solo col nome di papa o papessa. Il centrosinistra guadagnerebbe in credibilità, dignità, senso delle istituzioni e fornirebbe al Paese alcuni esempi necessari a legittimare quelli che altrimenti son solo buoni propositi: per cambiare davvero bisogna incominciare da sé stessi; il bene comune viene prima di quello della propria parte; la politica è visioni strategiche; l’impegno di singoli e gruppi vale se alimentato da spirito di servizio; i leader non imbellettano di democratico appello al popolo narcisismi e incapacità nel gestire le responsabilità. Utopia non è fuga in avanti, né una parolaccia; è solo riconoscersi nell’umano proprio e di chiunque altro ha il dono di nascere entro i nostri confini e in ogni parte del mondo, mettersi in gioco, fare memoria a sé e a tutti che tra cielo e terra, idee e ordinarietà, sogni e paure, aspirazioni e pratiche esiste uno spazio intermedio in cui incontrarsi, rispettarsi, parlarsi, individuare i modi migliori di vivere, stare insieme, governarsi. So che finite le vacanze (per chi ha potuto farle) tutto si presenta come predisposto a proseguire come prima: Trump, Netanyahu, Putin, guerrafondai, coloni assassini, Europa che paga il prezzo di ignavie e arroccamenti, crisi energetica, clima impazzito per interessi, egoismi, negligenze; con aggravi: rivalse da post repubblichini (caso Ranucci) e la Serbia che assegna onori di Stato al «macellaio dei Balcani»: nuvole nere che rischiano di oscurare segnali pur positivi come il Cardinale Gallagher che va a Mosca a dir basta alla guerra, il Capo della Cia che sembra portare al Cremlino concretezze invece di fanfaronate, i volontari del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta che vanno a Kiev a fianco della popolazione. Utopia è non arrendersi ai processi di disgregazione. Sennò con che cuore e quale faccia i genitori inseriranno bimbi e bimbe in nidi e materne, porteranno i figli a scuola, accoglieranno domande e silenzi degli adolescenti? E gli amministratori locali gestiranno Comuni e territori? Non c’è destino che costringa a dar per fermo che i politici nazionali son lo specchio del Paese e che cambiare non sia possibile Son realtà i versi di Nazim Hikmet: «Il più bello dei mari / è quello che non navigammo. /Il più bello dei nostri figli / non è ancora cresciuto. / I più belli dei nostri giorni / non li abbiamo ancora vissuti. / E quello / che vorrei dirti di più bello / non te l’ho ancora detto». Poesia del 1942: anni in cui il nazifascismo fu sconfitto. Il grande inganno (per dirla col titolo dell’ultimo libro di Paolo Mieli) sarebbe non imparare dalla storia, rinunciare a che il male, piccolo o grande, si possa battere facendo il bene.
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