Trump sul trono del Board of Peace

Il logo è bianco e dorato. Nello scudo ci sono gli Stati Uniti bene al centro. A nord si vede anche il Canada, sotto, in parte, l’America latina. L’emisfero occidentale guidato dalla Casa Bianca. La cerimonia di fondazione dell’ “Onu privata” di Trump è un’ostentazione di potere. Vengono chiamati sul palco i diciannove leader che hanno risposto all’invito. C’è Milei, c’è Orbàn, unico dell’Unione europea insieme al premier bulgaro. Il Qatar, L’ Arabia Saudita. L’Indonesia. Non ci sono Putin e Netanyahu. Verrebbero arrestati su mandato del Tribunale penale internazionale. Anche l’Italia è stata invitata. Meloni ha detto no per un divieto costituzionale, ma si è detta interessata. Gli invitati (paganti) prendono posto. Una sedia resta vuota, al centro. Quella di Trump. Quando entra lui, si alzano in piedi e applaudono. Poi lui va al podio. Qui il logo è quello della presidenza degli Stati Uniti. Un breve discorso, Gaza citata solo di sfuggita. Il resto è: io, il capo, voi “i miei amici”. Un passaggio però va al nocciolo: “Le Nazioni unite ci sono, certo, hanno un potenziale ma non lo usano. Voi siete ora gli uomini più potenti del mondo”. Poi Trump si sposta al centro del palco: una grande scrivania bianca. Si accomoda e firma con il pennarello nero: ecco la fondazione del board. Mostra la firma alle telecamere. Poi aspetta. La portavoce Karoline Leavitt chiama gli “amici”, due a due. Arrivano, siedono accanto al re. Un’ hostess porta le cartelline per la firma. Trump osserva, benevolo. Cosa farà il board, che influenza riuscirà a esercitare, se mai avrà davvero un ruolo per Gaza. Tutto resta incerto. Tranne una cosa: per Trump e per il gruppo di potere che lo sostiene questo è il modello: ci sono i capi e i vassalli. Ultime parole prima di scendere dal palco. Questa volta sì, per Gaza: “Sono un esperto di immobiliare e per me la posizione è tutto, e ho pensato: guardate questa posizione sul mare. Guardate questo splendido pezzo di proprietà”.
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