Ci sono cose di cui capiamo l’importanza solo quando le perdiamo. Nonostante i limiti e le frequenti critiche infatti, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici dal 1992 era lo strumento che costringeva tutti gli stati del mondo a definire insieme come cercare di ridurre le conseguenze più catastrofiche della crisi climatica.
Questo lungo processo ha contribuito a modificare le traiettorie che ci avrebbero portato a un aumento della temperatura di 3,6 gradi a un aumento di soli 2,6 gradi, che non è ancora abbastanza, non è ancora i 2 gradi o il grado e mezzo, ma è comunque molto meno. E questo lo si faceva con il contributo di tutti, paesi produttori o consumatori di fossili, di vecchia o più recente industrializzazione, autoritari o democratici.
La scelta di oggi del presidente Trump porta gli Stati Uniti d’America fuori dal consesso internazionale, fuori dal processo di condivisione della scienza e della tecnologia, non solo nel contesto climatico ma da oltre 60 organizzazioni. Gli Stati Uniti, cioè lo stato che nella storia ha emesso più di chiunque altro, e che ancora oggi è superato solo dalla Cina, che però ha il quadruplo di popolazione. Gli Stati Uniti che però sono anche i maggiori finanziatori di questi organismi internazionali.
Resta da capire cosa farà il resto del mondo, se deciderà di continuare a progredire con il multilateralismo lasciando fuori proprio gli USA o se un gruppo di paesi si porrà all’avanguardia, dandosi un orizzonte concreto di rinuncia alle fonti fossili. E vedremo se questo funzionerà.
E resta da capire se questa scelta di isolarsi farà male più al resto del mondo o più agli USA che con questa presidenza cercano di prolungare all’infinito il secolo americano. Anche se il ‘900 è finito ormai per tutti. Da tempo.


