Trump e la exit-strategy in Iran. Forse…

Donald Trump lancia ormai messaggi 24 ore su 24. Lo faceva anche prima della guerra in Medio Oriente. In questo momento però le sue dichiarazioni, spesso contrastanti tra loro, rendono ancora più complicato capire cosa stia succedendo e ipotizzare i possibili sviluppi futuri.
Oggi il presidente americano ha detto che la guerra finirà al massimo tra due o tre settimane, che il potenziale nucleare iraniano è già stato eliminato, che Tehran ha chiesto un cessate il fuoco e che gli Stati Uniti potrebbero uscire a breve dalla NATO.
Trump parlerà questa sera alla nazione in diretta TV. È la prima volta dall’inizio della guerra. In uno scambio con l’agenzia Reuters ha già precisato che una parte del suo discorso sarà dedicata alla questione dell’Alleanza Atlantica e quindi ai rapporti con gli alleati occidentali, in sostanza i paesi europei. Su questo tema sono intervenuti anche i suoi più stretti collaboratori.
Abbiamo imparato che quello che dice Trump ha ormai un’importanza relativa, visto che spesso si contraddice oppure cambia idea nel giro di poco. Ma mettere insieme le sue dichiarazioni, dargli un senso, ci può aiutare a immaginare quale possa essere la direzione della sua amministrazione. In questo momento le parole del presidente e dei suoi collaboratori rimangono sì contraddittorie ma sembrano anche indicare la necessità di mettere in piedi, anche dal punto di vista della narrazione, una exit-strategy, una via d’uscita, in pratica creare le condizioni per annunciare la fine della guerra. Le condizioni devono tenere conto della situazione sul campo, delle pressioni interne e internazionali, delle possibili reazioni dei mercati, e ovviamente del raggiungimento o meno degli obiettivi di questa guerra. Anche se su questo ultimo punto sembra che la flessibilità sia massima.
Trump per esempio sostiene che un cambio di regime ci sia già stato e oggi ha detto di aver ricevuto una richiesta di cessate il fuoco dal presidente del nuovo regime iraniano. La Repubblica Islamica, seppur fortemente indebolita e con equilibri interni mutati, è ancora al suo posto. Ma alla Casa Bianca fa comodo, sembra proprio per preparare la exit-strategy, parlare di nuovo regime. Stesso discorso per il programma nucleare. Il presidente ha ripetuto anche oggi – senza fornire prove – che Teheran non abbia più la capacità di costruire la bomba atomica. Gli esperti non sono d’accordo. A volte il messaggio è rivolto ai mercati, altre volte all’opinione pubblica interna, altre volte – nel caso iraniano – alla Repubblica Islamica.
Oggi gli iraniani, per esempio, hanno negato di aver chiesto un cessate il fuoco.
Il fatto che Israele stia intensificando i bombardamenti su obiettivi iraniani e che sia preoccupato di una chiusura in tempi brevi dell’attacco all’Iran sembrerebbe confermare che Washington stia pensando a una via d’uscita. Lo stesso il possibile tentativo di Netanyahu di una cooperazione con i paesi del Golfo per quanto riguarda la difesa.
Se allarghiamo l’orizzonte, gli sviluppi delle ultime ore confermano poi come la guerra all’Iran e la crisi in Medio Oriente siano anche un ulteriore passaggio importante del progressivo allontanamento tra Stati Uniti ed Europa. La fine delle relazioni transatlantiche. Trump è tornato a parlare di uscita degli Stati Uniti dalla NATO, che sostanzialmente significherebbe la fine dell’Alleanza Atlantica. Stasera dovrebbe ripeterlo. I paesi europei sono ovviamente terrorizzati, anche perché tutto questo sta succedendo a guerra in Ucraina in corso e con una Russia che nessuno ha potuto o voluto contenere.
Un’eventuale uscita americana dalla NATO richiederebbe il voto del Congresso, che al momento pare improbabile. La direzione di Trump, con tutta la sua imprevedibilità, sembra però chiara.
Non è un caso che oggi il britannico Starmer abbia parlato di necessario riavvicinamento del Regno Unito all’Unione Europea. Molti a Londra si saranno già pentiti della Brexit.
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