Pochi soldi e ora anche il calo degli occupati: per il governo prospettive economiche sempre peggiori

Una marcia indietro, con tante scuse e una mancia per il disturbo. Il governo si rimangia il taglio ai fondi per la transizione verde delle imprese, ma ora si apre un altro problema: dove trovare i soldi per continuare a tagliare le accise. Mentre dal lavoro arriva un altro segnale negativo: la crescita dell’occupazione è ormai esaurita.
Sarà che sta finendo la quaresima, e il governo si cosparge il capo di cenere davanti a Confindustria: non solo ripristina interamente il miliardo e trecento milioni previsto in finanziaria, ma ne aggiunge altri 200, che arriveranno da una partita di giro tra i 50 miliardi di sussidi annuali alle imprese. È quanto emerso dal tavolo convocato d’urgenza dopo le dure reazioni degli imprenditori all’annuncio del taglio dei rimborsi su fondi per la transizione. Nel merito, difficile dagli torto: erano soldi che le imprese avevano già speso e su cui sarebbero rimaste scoperte. Ma è bastato uno schioccare di dita e il governo, pur di salvare il rapporto col suo principale referente sociale, in due giorni è tornato del tutto indietro.
Vicenda illuminante dei rapporti di forza che ci sono oggi in Italia, se si pensa che i sindacati devono urlare solo per essere convocati. Nel governo è anche una grande vittoria di Urso, estromesso dai principali dossier economici dopo la scia di fallimenti, e una sconfitta per Giorgetti che voleva destinare quei soldi per prolungare il taglio delle accise che scade il 7 aprile. E ora quelle risorse, 600 milioni circa, dovranno essere recuperate altrove. La prima volta erano stati fatti pesanti tagli allo stato sociale. I tempi sono stretti: il taglio delle accise finisce martedì, entro quella data deve esserci il Consiglio dei Ministri per varare il nuovo che dovrebbe durare fino a fine mese. Il governo si è infilato in una strada senza uscita: nonostante si sia dimostrato del tutto inefficace, gli aumenti ne hanno già ampiamente riassorbito gli effetti, non può interrompere il taglio prima che la situazione internazionale si sia calmata. Saranno giorni di riunioni per capire dove raschiare il barile, con le casse vuote e una crisi che incombe.
Ogni giorno arrivano dati che sembrano avvicinare la tempesta perfetta. Non solo la crisi energetica di cui non si vede l’uscita, la mannaia delle spese per il riarmo, i tagli alle stime di crescita, i problemi sul deficit. Ora arrivano anche guai dall’occupazione. A febbraio, dopo l’eccezione di gennaio, si conferma la frenata degli ultimi mesi. Per Istat a febbraio si sono persi 29mila posti di lavoro. Rispetto ad un anno fa, la crescita è quasi azzerata, 13 mila posti in più. Segno che si è esaurita la spinta che era stata fiore all’occhiello della propaganda del governo, e proprio poco prima che le ricadute della guerra in Iran, l’inflazione che accelera è stato un antipasto, si facciano sentire del tutto.
Il dato è l’esito di un calo sia tra il lavoro a tempo indeterminato che a termine, crescono solo le partite Iva a sostituire il lavoro a tempo. Unico segno positivo: cresce l’occupazione femminile. Il dato più preoccupante resta però la demografia: cresce solo il lavoro over 50, in tutte le fasce d’età al di sotto crescono disoccupati ed inattivi. Le nubi sono fosche: le previsioni di crescita della Germania per il 2026 sono state dimezzate allo 0,6%, rispetto all’1,3% di sei mesi fa, e per una manifattura come quella italiana, fortemente legata a quella tedesca soprattutto a nord, è un altro segnale tutt’altro che buono. Entro fine aprile deve arrivare il documento di finanza pubblica, e più passano i giorni, meno quei numeri saranno compatibili con la manovra economica di un anno pre elettorale. Mentre le fasce di popolazione più debole sono già in sofferenza per la spesa e le bollette.
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