The Stringer, il film su Napalm Girl, arriva su Netflix

La chiamarono Napalm Girl. Era l’8 giugno del 1972, nel sud del Vietnam, quando gli aerei americani bombardarono a tappeto il villaggio di Trang Bang. Fu la prima fotografia di guerra a fare il giro del mondo in 24 ore, 53 anni fa. È il ritratto di Phan Thi Kim Phuc, che spuntava, unica senza vestiti, da un gruppetto di fratelli e cugini – una bambina vietnamita di nove anni, con la pelle che si staccava dalle braccia e il viso contorto in un pianto terribile. Fuggiva dal suo villaggio e in un certo senso ci correva incontro, verso la repulsione di noi occidentali, e divenne l’immagine definitiva che ci spinse a dire basta a quella guerra. Nei giorni successivi, Kim Phuc cominciò la sua lunga e dolorosa guarigione all’ospedale, seguita dalla madre. Lo scatto che la ritraeva lo vide solo molti anni dopo, e di quella corsa senza vestiti non ricorda niente.
Nella camera oscura, Napalm Girl fu la conseguenza di una rapida scelta, contro il parere della redazione centrale che la giudicava estrema, fra tutte le foto arrivate: tante scattate dai vari fotografi senza nome, i cui rullini erano stati acquistati per pochi dollari, e quelle dell’unico fotografo AP presente. Si chiamava “Nick” Ut, aveva 21 anni, ed era il sostegno della sua famiglia, dopo la morte in battaglia del leggendario fratello, anch’egli fotografo AP. Ad attribuire quella foto a Ut fu il robusto e intelligente Horst Faas, ma l’editor era Carl Robinson, che stava passando i negativi. Capì che lo scatto era di uno stringer, ma non ebbe il coraggio di opporsi a Faas. La Napalm Girl vinse il premio Pulitzer. Nick Ut divenne celebre. Solo in confidenza Robinson, quando capitava, raccontava ai colleghi quello scambio di credit. Passarono molti anni, prima che decidesse di scrivere all’associazione di Gary Knight. Questi ci mise dieci anni con la sua VII Foundation, e alla fine accettò di trovare il fotografo, perché se era vivo, Robinson voleva scusarsi con lui prima di morire.
Il documentario, pieno di dubbio e di assoluta bellezza, comincia qui, e non voglio togliervi le sue sorprese. Un anno fa The Stringer è stato presentato al Sundance Festival, ora arriva in Italia su Netflix. A ricerca cominciata, il regista Bao Nyuyen nutriva ancora qualche incertezza, soprattutto per il rispetto dovuto a Ut, finché lui e Gary Knight si sono trovati immersi in questa guerra di americani che sono rimasti a vivere in Vietnam e di vietnamiti che vivono in California, di operatori che volevano dare la loro testimonianza e poi hanno dovuto fare un passo indietro. Poi l’associazione forense Index che conduce una ricerca indipendente, mentre l’agenzia AP fa una ricerca interna che smentisce i nuovi risultati, e ancora il World Press Photo che sospende la paternità della foto. E i figli del Vietnam che lentamente cominciano a raccontare la loro guerra. Cinquanta anni dopo ci sono ancora centinaia di stringer in ogni conflitto. Lavorano senza reddito, senza tutele, senza nome, e muoiono, come a Gaza. Ma magari ci ricorderemo di Nguyen Thanh Nghe, quando era un giovane stringer, e la sua foto da Pulitzer che gli misero in mano insieme a venti dollari.
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